:: Nel nome di mio padre, di Viveca Sten (Marsilio, 2016) a cura di Micol Borzatta e Elena Romanello

11 Maggio 2016 by
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Micol Borzatta

Novembre 2006. Sandhamm. Una ragazzina, Lina Rosén, sparisce mentre tornava a casa in bicicletta dopo aver passato la serata a casa dell’amica del cuore. L’ispettore Thomas Andreasson viene chiamato immediatamente a investigare, ma purtroppo non c’è traccia di Lina. Le indagini rimangono bloccate e il corpo della ragazzina non viene mai ritrovato.
Febbraio 2007. Nora è costretta ad andare a una festa, non ha nessuna voglia, ha la testa piena di pensieri. Mentre sta cercando di sbrogliare la matassa che ha in testa un’altra partecipante alla festa le sta parlando. Le parole continuano a uscire velocemente, ma a un certo punto qualcosa attira l’attenzione di Nora. La signora sta infatti parlando di una sua amica infermiera che ha una relazione con un dottore sposato di nome Henrik. Peccato che Henrik è il marito di Nora.
Ritorna a casa il più velocemente possibile e sbatte fuori di casa il marito. Decide poi di approfittare delle vacanze dei figli per andare con loro a Sandhamm, l’isoletta in cui hanno la casa e dove Nora ci è cresciuta da piccola.
Arrivata sull’isola spera di passare qualche giorno tranquilla ma purtroppo non sarà così. I bambini infatti mentre giocano trovano un corpo sepolto dalla neve. Sembrerebbe una ragazzina.
Viene chiamato immediatamente Thomas Andreasson che inizia subito le indagini sempre più convinto che sia il corpo di Lina.
Nora, che conosce Thomas fina dall’infanzia, decide così di unirsi alle indagini e di far chiarezza su quel ritrovamento.
Un romanzo dal classico stile nordico, non solo per le ambientazioni, ma anche dal ritmo di narrazione.
Si nota fin da subito che Sten Viveca è stata molto ispirata da Camilla Lackberg, non solo dalla presenza di una coppia di investigatori che si conoscono fin da bambini, ma anche dallo stile delle descrizioni.
I luoghi e i personaggi infatti non sono per niente originali, molto stereotipati, anche se comunque ben definiti, tanto che il lettore riesce subito a immedesimarsi e a legare con loro, che tutto sono tranne che semplici comparse.
Un’altra bravura da riconoscere a Viveca è la capacità di mischiare la storia di base con le vicende personali dei personaggi, creando così linee secondarie che portano il lettore ad avere dubbi e a essere depistato dalla soluzione del mistero che non capirà per certo se non alla fine del libro.
Un romanzo adatto a qualsiasi lettore che voglia avvicinarsi alla narrativa gialla scandinava.

Source: bozza non corretta inviata dall’editore, ringraziamo Anna Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

Elena Romanello

Dalla Svezia arriva per Marsilio una nuova voce del thriller, già definita la nuova Lackberg, che non vuol dire comunque essere un suo clone.
L’isola di Sandön, chiamata Sandhamn da chi ci vive, esiste veramente, ed è sul Mar Baltico al largo di Stoccolma. Nei mesi estivi è una rinomata località turistica, tra spiagge bianche e un cuore di boschi, d’inverno ha gli stessi problemi della terraferma a quelle latitudini. In un novembre gelido, quando sull’isola sono rimasti solo i residenti, una sera scompare Lina, vent’anni, dopo una serata passata con la sua migliore amica. La madre dà subito l’allarme, anche perché non si capisce cosa possa esserle successo in un posto così tranquillo, e a Sandhamm arriva l’ispettore Thomas Andreasson, originario dell’isola, che si trova a dover fare i conti con un clima non certo amichevole per girare e fare ricerche. A lui si unisce Nora, sua amica d’infanzia, avvocato in fuga da un matrimonio infelice, che si è rifugiata a Sandhamm e che si rivelerà una valida alleata, soprattutto quando alcuni mesi dopo un gruppo di bambini dell’isola farà una macabra scoperta nei boschi.
Il tema dei delitti che si nascondono dietro ad un luogo idilliaco non è nuovo e Camilla Lackberg è stata maestra a raccontare questo, tenendo conto che le democrazie scandinave hanno rivelato nei loro thriller tanti lati oscuri nascosti nelle pieghe della società, tra estremismi politici, violenza contro le donne, razzismo, discriminazioni e conti mai fatti con il passato, soprattutto con il periodo nazista dove nel Nord Europa ci furono non pochi fiancheggiatori. In questa storia, tra un inverno gelido che ridimensiona un piccolo paradiso e un’estate in cui il paradiso è contaminato dall’inferno, è il passato che torna il grande responsabile, un ricordo di quando Paesi all’avanguardia oggi comunque nei costumi e nelle libertà erano decisamente bigotti e legati a schemi arcaici, cose che possono anche a distanza di anni scatenare rabbie e rancori.
Nel nome di mio padre è l’ennesimo titolo di un filone che non stanca, che riesce comunque a raccontare storie interessanti, forse anche perché sa entrare nell’animo umano, uguale anche in un’isola che oscilla tra inverno e estate, tra inferno e paradiso. I due protagonisti, che si ritroveranno in altre storie, sono un’altra di quelle coppie riuscite, anche loro alla fine legati al passato e a un luogo da cui non riescono a staccarsi.

Provenienza del libro: dono dell’ufficio stampa, si ringrazia Chiara Tiveron

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Viveca Sten è nata a Bergstedt nel 1959 ed è una scrittrice e avvocato svedese. Dai suoi libri è stata tratta anche la serie televisiva Omicidi a Sandhamn, con protagonisti il detective Thomas Andreasson e la sua migliore amica Nora Linde sull’isola di Sandhamn. Viveca vive a Stoccolma con il marito e i tre figli ma trascorre lunghi periodi sull’isola di Sandhamn dove la sua famiglia possiede una casa da generazioni.

:: Shirin ʿEbādi, premio Nobel per la pace, in Italia

10 Maggio 2016 by

Sabato 14 maggio, ore 13.30 – Torino – Salone del Libro, sala azzurra
Con Concita De Gregorio e Piero Fassino

Lunedì 16 maggio, ore 11 – Milano – Università Bicocca
Auditorium U-2, Via Vizzola 5

Lunedì 16 maggio, ore 18 – Milano – Fondazione Corriere della Sera – Sala Buzzati
Con Barbara Stefanelli e Viviana Mazza

Martedì 17 Maggio, ore 18.30 – Ravenna – ScrittuRa Festival – Palazzo dei Congressi
Con Edoardo Vigna

Mercoledì 18 Maggio, ore 11.00 – Forlì – Auditorium Cariromagna
Con Monica Fantini

Shirin Ebadi, nata a Hamadan nel 1947, è stata la prima donna iraniana a diventare magistrato nel suo paese. Nel 2003 ha vinto il Premio Nobel per la Pace per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a favore della democrazia. Dal 2009 vive in esilio volontario per far conoscere al mondo ciò che succede in Iran, attraverso un’intensissima attività di propaganda e di battaglia legale. Tra i suoi libri pubblicati in Italia ricordiamo Il mio Iran (2006) e La gabbia d’oro (2008).

:: Il ristorante dell’amore ritrovato, Ito Ogawa, (Beat 2016) a cura di Viviana Filippini

10 Maggio 2016 by
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L’arte culinaria è in grado di abbattere i dissidi e di avvicinare le persone? In ambito letterario sì e lo dimostra il romanzo Il ristorante dell’amore ritrovato della scrittrice giapponese Ito Ogawa, pubblicato da Beat. La storia prende il via quando Ringo, una giovane addetta al lavoro di cucina in un ristorante turco di Tokyo, scopre che il suo fidanzato, un maitre di origine indiana con il quale convive da un po’, se n’è andato per sempre, svuotando di tutto l’appartamento che condividevano. Nulla è rimasto. L’ex della protagonista non solo ha portato via i mobili, quadri, vestiti e utensili da cucina. Lui si è preso pure il mortaio di epoca Meiji che Ringo aveva ereditato dalla nonna materna. La giovane è così traumatizzata da non riuscire più a parlare. La sua voce si è come volatilizzata e per mettere ordine alla tremenda pena d’amore, Ringo torna nel villaggio ai piedi del Monte delle Tette, dal quale era scappata quando aveva 15 anni. Arrivata a casa, la giovane dovrà imparare a convivere con Ruriko, quella madre con la quale ha sempre avuto un rapporto conflittuale. Quella donna che, secondo Ringo, non è mai stata in grado di amarla abbastanza e davvero. Sarà nella tranquillità dei monti giapponesi che la protagonista, non solo cercherà di appianare i suoi dolori, ma darà forma al Lumachino. Un piccolo ristorante su prenotazione, che ospita pochi clienti (una persona o un coppia al giorno), per i quali la ragazza prepara dei menù ad hoc, dando forma ai desideri dei commensali. Un bel giorno tra gli avventori di Ringo, ci sarà sua madre Ruriko e, cucinando per lei, dopo un iniziale imbarazzo, la nascente cuoca comprenderà molto del carattere della mamma e degli eventi che, purtroppo, hanno creato tra loro una distanza quasi incolmabile. Il romanzo di Ito Ogawa non è solo la storia di una ragazza alle prese della ricerca della pace esistenziale perduta e di una voce che non vuole tornare. Il ristorante dell’amore ritrovato è una storia che porta il lettore dentro ad un mondo affascinate (il Giappone) nel quale i sapori, le forme e i colori dei piatti preparati con amore da Ringo prendono forma dettagliata nella mente del fruitore. Ogni singola portata assomiglia ad una vera e propria opera d’arte e Ringo si rivela una cuoca saggia ed esperta che, non solo riesce a soddisfare i clienti, ma con quello che cucina, lei è in grado di trasformare e cambiare le vite delle persone. Il libro della Ogawa è una narrazione intensa e delicata, in grado di avvicinare noi lettori alla scoperta del mondo intimo di Ringo e della sua famiglia. Allo stesso tempo, Il ristorante dell’amore ritrovato ci fa conoscere le tradizioni gastronomiche della cultura nipponica, così lontana e diversa dalla nostra italiana, ma ricca di gusti tutti da scoprire. Inoltre, la placida e diligente Ringo ci insegna come l’arte della preparazione dei piatti è, e deve continuare ad essere, un vero e proprio atto di amore per gli altri. Traduzione di Gianluca Coci.

Nata nel 1973, Ito Ogawa è una nota scrittrice giapponese di canzoni e di libri illustrati per ragazzi. Con Il ristorante dell’amore ritrovato (Neri Pozza, 2010), il suo romanzo d’esordio, ha ottenuto un grande successo di critica e pubblico. Il libro si è aggiudicato il Premio Bancarella della Cucina 2011. Nel 2012 pubblica La cena degli addii (Neri Pozza).Ha un sito web (solo in giapponese) dove propone ricette di cucina.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ufficio stampa BEAT.

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:: Maschiaccio, Liz Prince (Vanda Epublishing, 2016) a cura di Micol Borzatta

10 Maggio 2016 by
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Liz è sempre stata una ragazza fuori dal comune. Si è sempre definita un maschiaccio. Odiava le femmine, odiava tutto ciò che era femminile e odiava la visione del mondo sul comportamento che dovrebbero avere le donne.
Mentre in famiglia il suo comportamento inusuale viene accettato, fuori casa è sempre bersaglio sia dei bulli che delle ragazze.
Un fumetto molto ironico quanto biografico che racconta in una veste semplice e intrigante le difficoltà reali che una persona che non si adegua ai canoni standarizzati che ci impone la società deve sopportare.
Disegni semplici e dialoghi leggeri sono un ottimo mix per avvicinare qualsiasi tipo di lettore, dal più giovane al più grande in modo da poter prendere spunto e meditare seriamente sugli insegnamenti dati e ricevuti.
Una graphic novel che denuncia in modo perfetto come la società sia di oggi che di trent’anni fa trasmette ai propri figli, generazione dopo generazione, preconcetti che hanno solo il compito di rovinare la vita altrui.

Liz Prince nasce a Boston nel 1981 ma cresce a Santa Fe nel New Mexico.
Finite le scuole dell’obbligo frequenta la Museum of Fine Arts a Boston dove si diploma.
Autrice e illustratrice di magazine underground vive poco fuori Boston.
Ha già pubblicato Will you still love me if I wet the bed? che ha vinto l’Ignatz come miglior esordio nel 2005 ed è stato candidato per diversi premi.
Ha collaborato con la CartoonNetwork con lavori come Adventure Time, Regular show e Clarence.
Nel 2014 ha pubblicato A graphic memoir.
Attualmente scrive per la rivista punk Razorcake e disegna la copertina degli album di diverse band.

Source: ebook inviati dall’editore, ringraziamo Fabia dell’Ufficio Stampa VandA ePublishing.

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Nota: solo in ebook.

 

:: L’angelo di ghiaccio, Stefan Ahnhem (Sperling & Kupfer, 2016)

9 Maggio 2016 by
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Non avrebbe dovuto succedere. Del resto nulla lasciava immaginare che quella lettera potesse davvero arrivare al suo destinatario. Gli ostacoli erano così numerosi che le probabilità di giungere a destinazione rasentavano lo zero.
Eppure era proprio quello che era accaduto.
Un anno, quattro mesi e sedici giorni dopo che la lettera era stata infilata in una fessura del convoglio dei prigionieri ed era stata strappata via dai venti nella notte nera, Maria Shawabkeh l’aveva trovata; alcune ore dopo riusciva solo con grande sforzo a riporla nella busta a mancava tutto tranne un nome.
Tre notti insonni dopo aver letto quella orribile cronaca fece alcune ricerche in rete, l’affrancò scrisse l’indirizzo completo e la lasciò all’ufficio postale più vicino. Senza la minima idea delle conseguenze.

Dopo aver esordito con Domani tocca a te, Stefan Ahnhem porta al thriller svedese una ventata di novità o per lo meno cattiveria che non mi sembra di aver notato ultimamente in nessun altro giallo nordico. L’avevo già riscontrata nel libro di esordio, a dire il vero, ma se vogliamo in L’angelo di ghiaccio questa componente è ancora più marcata e tendente all’ horror, per lo meno in alcune scene che sicuramente lasceranno nel lettore un certo sgomento. Insomma un poliziesco per palati forti, per lettori che sopportano scene di cannibalismo (per lo meno in sogno) ritrovamenti di cadaveri dissezionati (con orbite oculari conservate in frigo e scambiate per cipolline). In breve non voglio farvi la carrellata di tutti i macabri reperti, ma se vi aspettate un normale e tranquillo giallo nordico, L’angelo di ghiaccio non lo è.
Detto questo vi avverto di una sorta di straniamento che vi assalirà iniziando il libro. Per chi ha già letto Domani tocca a te e conosce il personaggio di Fabian Risk, un piccolo riepilogo: allora nel primo romanzo della serie troviamo questo poliziotto amareggiato e reduce da un’ indagine che lo costringe a lasciare Stoccolma e rifugiarsi nella sua città natale Helsingborg, nel sud della Svezia, a cercare di rimettere assieme i cocci della sua vita. Bene questo secondo episodio, narra fatti cronologicamente precedenti al primo. Scopriamo insomma perché lascia Stoccolma, continuando sempre a fare il poliziotto.
Un altro punto da chiarire è il titolo. Il titolo originale Den Nionden Graven #TheNinthGrave, La nona tomba, (che ha un significato preciso nella narrazione), viene tralasciato in favore di un più poetico L’angelo di ghiaccio, termine che pur se non accennato si riferisce senz’altro all’assassino, e se leggerete il libro avrete modo di avvertirlo anche voi. Dunque vi ho avvisato delle componenti splatter, (sangue e budella), dell’aspetto cronologico, ho chiarito il titolo, un’altra cosa che mi preme dire è che un romanzo molto complesso.
Basta insomma un attimo di distrazione e zac perderete il filo della storia, per cui per una lettura ottimale, sono 453 pagine, prendetevi un weekend libero o per lo meno alcuni giorni in cui potete leggere senza interruzioni. Non che sia cervellotico o confuso ma considerate che ci sono due indagini una condotta in Danimarca e una in Svezia, con nomi di vittime, presunti colpevoli, ipotesi, false piste, e tutto il corollario. Un po’ di attenzione ci vuole se no finireste con non capire bene l’intreccio. E solo oltre metà avrete chiaro il tema del romanzo.
Tutto inizia con una lettera, e le sue tragiche conseguenze. Il prologo racconta tutto l’accidentato modo tramite cui (la lettera) arriva alla sua destinataria, e anche se sembra slegato dalla storia, è invece essenziale e illumina tutta la narrazione. Dicevo precedentemente che abbiamo due filoni di indagine parallele, una condotta in Svezia da Fabian Risk e la sua squadra e una condotta in Danimarca da Dunja Hougaard. Risk deve capire che fine ha fatto il ministro della Giustizia, praticamente scomparso a due passi dal Parlamento. Ci si metteranno di mezzo i servizi segreti, quindi va da sé che la cosa si rivela già da subito più complessa del previsto. Dunja Hougaard invece deve indagare sulla morte della moglie di un noto personaggio televisivo danese, uccisa in casa in un modo decisamente brutale. Subito si pensa che sia il marito l’assassino, ma anche lui scompare.
Sta arrivando Natale, nelle centrali di polizia si preparano le feste di fine d’anno, occasioni per sbronzarsi e magari per importunare le colleghe, Dunja Hougaard vivrà una brutta esperienza. Insomma la neve cade trasformando Stoccolma una delle città più belle del mondo, e i nostri investigatori si troveranno ad affrontare forse i casi più drammatici delle loro carriere. Fabian Risk per il lavoro trascura i figli (divertente, ma a dire il vero drammatico, quando una maestra della figlia lo chiama ad una riunione dei genitori), si interessa troppo a una collega, con cui lavora fianco a fianco nelle indagini, e con la quale si lascerà andare mettendo a repentaglio il suo matrimonio con Sonja. Malin collega di Risk, incinta di due gemelli, per il troppo lavoro si ammala di gestosi, e sebbene odi la sua condizione di donna in attesa, resta un poliziotto di prim’ ordine capace di intuizioni brillanti. Dunja Hougaard invece se la deve vedere con il suo più stretto superiore, con un collega che la odia perché crede che gli ha fatto le scarpe per avere l’indagine, e con un fidanzato che non ama. Insomma tra vita privata e vita professionale i nostri protagonisti avranno di che stare allegri.
In conclusione una bella serie, un autore interessante, capace di scrivere polizieschi affatto banali e con una sorta di morale. C’ è pure una componente sociale e politica nella più pura tradizione di Stieg Larsson, si può condividere o meno, senz’altro è efficace nel dare drammaticità alla trama, ai motivi che spingono l’assassino a fare quello che fa.
Buona lettura e se l’avete letto venite pure a commentare, ma mi raccomando senza spoiler. Traduzione di Roberta Nerito.

Stefan Ahnhem vive a Stoccolma, dove è nato nel 1966. Famoso sceneggiatore, ha lavorato per il cinema e la tv, spaziando dalla commedia al thriller. Ha iniziato la serie con l’ispettore Risk in Domani tocca a te, un successo internazionale. L’angelo di ghiaccio è il secondo romanzo con Fabian Risk, bestseller in Scandinavia e vincitore del premio Crimetime Specsavers.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

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:: Ruggine, Anna Luisa Pignatelli, (Fazi 2016), a cura di Viviana Filippini

9 Maggio 2016 by
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Ruggine e ferro sono due elementi che vanno di pari passo, nel senso che se noi scorgiamo della ruggine, sappiamo che vicino a essa c’è del ferro. Ruggine e Ferro sono anche i protagonisti del romanzo Ruggine di Anna Luisa Pignatelli, pubblicato da Fazi editore. Ruggine in realtà si chiama Gina ed è una donna anziana e sola, dalla vita solitaria e parecchio travagliata. La sua compagnia un gatto nero di nome Ferro, ed è l’unico essere vivente in grado di darle l’affetto e quella comprensione che gli umani le negano da tempo. Ruggine/Gina aveva un marito, ma è morto e l’unico figlio, Loriano, è rinchiuso in una casa di cura a causa del suo comportamento violento. Attorno a lei e all’allontanamento del figlio ci sono una marea di pettegolezzi e chiacchiere malevole che prendono forma da fatti torbidi avvenuti nel passato familiare della donna. Al centro dello scandalo il rapporto morboso e malato tra madre e figlio e il conseguente ricovero di lui. Ciò che ha scatenato questi eventi, sono atti e gesti animaleschi compiuti da Loriano nei confronti della madre che, purtroppo, a causa delle dicerie popolari è stata additata come la responsabile di tutto. Ruggine/Gina, sempre con a fianco il suo inseparabile Ferro, lotterà e farà il possibile per ricostruirsi una vita degna di essere vissuta, che le permetta di guadagnarsi quel rispetto che i suoi compaesani sembrano aver scordato cosa sia. Ruggine è per tutti una malefica strega dalla quale stare lontani per non finire male. In realtà, la donna è la vera vittima delle violenze piscologiche, ma soprattutto fisiche attuate dal figlio prima, e dalla meschina gente del suo paese, dopo. I vicini di casa e vita di Ruggine, perché tutti la chiamano con questo soprannome, sono individui grotteschi, quasi caricaturali, la cui mente è accecata da una tale ottusità e ignoranza, che non comprendono la verità dei fatti e non capiscono che Ruggine più che carnefice è vittima. Nonostante la malvagità e l’isolamento che gli altri le impongono, l’anziana donna cercherà di ricominciare a vivere cambiando casa e facendo qualche lavoretto per guadagnare qualche spicciolo. Tutto svolto con il massimo rispetto degli altri, che invece di lei non ne vogliono sapere e fanno di tutto per punirla, per colpe che non ha. Solo Tamara, un’adolescente con la passione per la lettura, desiderosa di lasciare il claustrofobico e bigotto paesello per cercare fortuna altrove, sembra voler capire davvero chi è Ruggine. Il problema è che la protagonista ha talmente sofferto nel corso della sua vita, da aver timore della ragazzina, nel senso che Ruggine non riesce a comprendere quanto possa fidarsi di questa adolescente. La donna è attanagliata dal dubbio se Tamara sia davvero interessata a lei o se, magari, invece è stata spedita a casa sua per poi riferire al resto della comunità cosa fa la strega Ruggine. Ruggine della Pignatelli è dominato da atmosfere cupe e tenebrose che riflettono come la malignità delle persone che circondano la protagonista. Gente che non riesce andare oltre il pregiudizio e per tale ragione si scaglia contro chi, come Ruggine, è debole e indifeso. Questa massa popolana è così cattiva, da architettare persino spedizioni punitive verso una donna che in fin dei conti non ha mai fatto male a nessuno. Ad un certo punto Ruggine finirà al ricovero e qui assisterà, senza poter far nulla, alle “punizioni” che il tempo assegnerà a tutti i suoi principali nemici, ma questo non sarà motivo per le di felicità. Sarà una nuova condanna alla sofferenza.

Anna Luisa Pignatelli è nata in Toscana, ma ha vissuto per molti anni fuori dall’Italia. Fra le località dove è stata Dar es Salaam e Seoul. Come scrittrice è molto conosciuta e apprezzata in Francia dove, nel 2010, ha vinto il Prix de lecteurs du Var con la traduzione del suo primo libro Nero toscano, pubblicato in Italia nel 2013. Attualmente vive in Guatemala.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Fazi.

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:: Zona d’Ombra, Jeanne Marie Laskas (Piemme, 2016) a cura di Micol Borzatta

9 Maggio 2016 by
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Settembre 1968. Nella zona più remota del Biafra, mentre imperversa la guerra, nasce Bennet Omalu.
Fin da bambino venne considerato un genio dalla sua famiglia, e lui capì subito che questo poteva evitargli i classici lavori casalinghi a cui tutti i bambini erano costretti, così ogni volta che doveva fare qualcosa prendeva la scusa di dover studiare. Scusa che poi divenne realtà. Infatti Bennet scoprì presto che non gli interessava uscire a giocare a palla con gli amici, ma preferiva stare immerso nei libri e scoprire cose nuove.
Passione che lo portò a quarant’anni ad avere cinque lauree, più due da conseguire entro la fine dell’anno in corso, ed essere il neurologo con maggior esperienza del cervello umano.
Questa sua esperienza lo portò così, esaminando il corpo di Mike Webster, a trovare una nuova malattia del cervello.
Mike Webster era stato un grande campione di football, ma finita la carriera aveva iniziato ad avere comportamenti irosi, letargia, amnesie, fino a quando non è morto, per tutti a causa di un attacco cardiaco.
Bennet riesce a farsi dare il permesso, sia dal suo mentore e superiore che dall’avvocato della famiglia Webster, di studiare il cervello di Iron Mike, come lo chiamavano ai tempi del football, e scopre che l’ex giocatore soffriva di Encefalopatia Traumatica Cronica (CTE) causata dai colpi alla testa presi durante la carriera sportiva.
Subito lo fa presente alla lega NFL, portando a testimonianza anche gli esami eseguiti su altri ex giocatori morti suicidi, ma la lega fa di tutto per nascondere ogni fatto e lavarsi le mani.
Inizia così una battaglia legale che durerà anni in cui Bennet e le famiglie dei giocatori combatteranno con le unghie e con i denti.
Un romanzo che non è un romanzo, la Laskas infatti narra una storia vera, storia che le è stata raccontata direttamente da Bennet in persona e dalle famiglie degli ex giocatori morti.
Una storia di come il potere spesso viene usato in malo modo e le grandi multinazionali cercano sempre in tutti i modi di insabbiare qualsiasi cosa possa andare contro i loro interessi, come ad esempio le aziende di tabacco che insabbiarono il legame tra le sigarette e il cancro, e lo stesso avvocato che all’epoca difendeva quelle aziende, successivamente ha provato a difendere la NFL.
Bennet Omalu sembra essere per tutto il libro un narratore che sta ai margini, e come si definisce lui stesso è perché lui è un uomo da dietro le quinte, ma Bennet Omalu, pur non essendo mai stato riconosciuto dalla storia, è l’effettivo scopritore della CTE, colui che ha fatto in modo che negli anni a venire la gente sapeva cosa aspettarsi.
Un romanzo che fa accapponare la pelle, raccontato con una narrazione semplice, tocca a fondo un argomento fortissimo e di vitale importanza.
Romanzo che grazie a Ridley Scott, e alla partecipazione di Will Smith nei panni di Bennet, è approdato anche al cinema per aprire gli occhi a tutti e denunciare questi comportamenti.

Jeanne Marie Laskas nasce nel 1958.
Scrittrice e docente di scrittura creativa ha collaborato con Esquire e per quindici anni con il Washington Post Magazine e il New York Time Magazine.
Autrice di sette libri, molti dei quali premiati.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Federica dell’Ufficio Stampa Piemme.

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:: Regole Di Sangue – Scrivere Pulp Fiction – Sabato 14 maggio, incontro con Stefano Di Marino

8 Maggio 2016 by

regole di sangue eventoFantasia, creatività, capacità di trasformare ogni stimolo in uno spunto narrativo. Voglia di raccontare sempre e comunque. Queste sono qualità innate, che si possono coltivare ma non apprendere se non si possiedono. Ma scrivere significa anche conoscere la tecnica e migliorarla con l’esercizio, la dedizione e la sperimentazione. Ci sono risvolti tecnici che possono essere insegnati e devono costantemente essere sottoposti ad aggiornamenti e miglioramenti. Il fulcro di questo incontro è appunto la trattazione di questi aspetti. Myamoto Musashi, spadaccino e pittore del 1600 nipponico, autore de Il Libro dei Cinque Anelli, un testo ancora oggi usato come viatico per manager, generali e artisti marziali, equiparava la figura del generale a quella del carpentiere e dello spadaccino. Credo che non sia un’esagerazione avvicinarla anche a quella del narratore. Un buon carpentiere, come un bravo generale, diceva, esercita un mestiere. Conosce i suoi strumenti e i materiali che impiega in modo di fare l’uso migliore di ogni attrezzo o risorsa a seconda delle situazioni. Ciò significa usare il legno più solido per le strutture portanti, quello più pregiato per le decorazioni e quello di minor qualità per correggere buchi e zeppe. Si presume che chi pratica una professione, quale che sia il suo livello innato di abilità, ne conosca gli aspetti anche più tecnici. Ciò significa praticare la Via della Spada, diceva Musashi. E questo vuol dire essere narratori, dico io. Prima di ogni altra cosa è necessario rendersi conto che, se esiste un lato più ‘alto’ dell’attività del narratore legato all’ispirazione e alla necessità di far partecipi gli altri delle proprie emozioni, ne esiste uno decisamente più tecnico. Per esercitare il mestiere dello storyteller è necessario applicarsi sia nelle attività puramente creative (che richiedono tecnica oltre che passione) anche in tutte quelle fasi che vanno dalla proposta del proprio lavoro alla promozione. Se non ci sentiamo di farlo e preferiamo restare chiusi nel nostro studio come in una torre d’avorio dove solo l’Arte è importante, è meglio che scriviamo per noi stessi. Soprattutto oggi, visto che le case editrici poco fanno per la promozione e la diffusione dei lavori dei loro autori. Salvo pochissimi casi, il narratore deve essere manager e ufficio stampa di se stesso. Usare la Rete e ogni altra occasione per proporsi al suo pubblico, farsi conoscere e apprezzare. Oltre a ciò, apprese le tecniche di scrittura e applicate alla propria creatività è necessario imporsi un’autodisciplina. Scrivere sempre, anche poco, costantemente, concentrarsi su progetti selezionati e portarli a termine. Tutte cose che, ad alcuni, possono sembrare restrizioni, addirittura attività poco gradite o antitetiche alla creazione. Purtroppo, l’attività di scrittore comporta anche una notevole aderenza alla realtà, capacità di superare ostacoli, non ultimo quello della frustrazione che è sempre in agguato. In pratica, scrivere non è un’attività mistica. Non credo a quegli autori che dicono di cominciare un romanzo come si entra in una nebbia e poi procedere a seconda di quello che suggerisce la Musa della Creatività. Tutto ciò è molto bello, persino accattivante da dirsi. Crea un’immagine idealizzata dell’autore, ma non corrisponde a verità. Scrivere è un lavoro come costruire sedie o fare il pane. Merita lo stesso rispetto e richiede il medesimo impegno. Mi irrito sempre un po’ quando qualcuno mi chiede: Come fai a scrivere così tanto? Come se alla mattina chiedessi al mio panettiere come fa a sfornare michette, pizze e focacce tutti i giorni. Mi alzo presto e comincio a lavorare. Ecco come faccio. L’idea che un testo più è lavorato nel tempo più è bello e valido artisticamente, è una finzione. Un po’ snobistica se vogliamo. Legata a quella visione della ‘letteratura alta’ che purtroppo affligge il mercato editoriale italiano che è stato ed è ancora dominato da editor e funzionari di formazione classica che privilegiano criteri crociani nella scelta dei testi. Come se, d’altro canto, adesso non imperassero regole di marketing che, al contrario, disdegnano il contenuto al di fuori di dogmi commerciali per cui il libro buono è quello che vende. Tra queste due deleterie tendenze il narratore deve mediare, districarsi per produrre un lavoro che sia al tempo stesso vendibile e non tradisca la sua ispirazione. È questo che hanno sempre fatto i narratori pulp.
E perciò questo è il tema di questo incontro, che è una guida alla scrittura creativa di genere. Questa non disdegna la qualità ma, anzi, l’abbina alla fruibilità da parte del lettore. Che vuol essere intrattenuto, emozionato, stimolato. In pratica, vuole che gli si racconti una bella storia. Le belle storie sono sempre una fusione di forma e contenuto. Raccontare il genere – quale che sia – significa appunto applicare la nostra fantasia a una tecnica che ci permetta di plasmarla in modo da renderla comprensibile e divertente per un pubblico vasto che non ci conosce personalmente ma con il quale è necessario stabilire un ponte, trovare affinità nei gusti e nei desideri.
Leggere è soddisfazione di bisogni psicologici. Scrivere il genere significa appagare tali bisogni. Giallo, thriller, spy-story, romance, fantascienza, fantasy, western, avventura, storico, erotico. I generi secondo un’etichetta commerciale e sottilmente dispregiativa. Barriere e formati stabiliti dalle reti di vendita per identificare prodotti a basso costo che, si suppone, ripetano sempre se stessi secondo formule care a un popolo di lettori ingenui. I ‘generi’, in realtà, sono molti di più e decisamente più intercambiabili e inclini a mescolarsi tra loro di quanto non si immagini. Soprattutto, sono una parte estremamente vitale della Narrativa Popolare sin dai suoi esordi.
I generi sono il campo d’azione specifico per chi legge questo manuale che è una guida a chi vuol cimentarsi con la scrittura creativa d’intrattenimento, ma anche una serie di spunti di riflessione per chi si qualifica semplicemente come ‘lettore’.
Perché il lettore forte, quello che sceglie e con il suo acquisto, alla lunga, influenza il mercato è quello che ha elaborato un giudizio personale. Il lettore che sa non solo dire cosa gli piace e cosa no, ma è anche in grado di sapersi spiegare il perché.
Il lettore, infine, che non si ferma alle piramidi di best seller esposte in libreria ma va a scartabellare negli scaffali divisi ‘ovviamente’ per genere alla ricerca del prodotto che lo soddisfa. Non si creano nuovi autori di qualità se non si coltivano i gusti dei lettori tra i quali una piccola, ma significativa percentuale, passerà dietro la tastiera con cognizione di causa.

Stefano Di Marino

REGOLE DI SANGUE- SCIRVERE PULP FICTION

Incontro con STEFANO DI MARINO

Sabato 14 maggio- ore 14,30

Sala delle associazioni di Milano via Marsala 8 (metrò Moscova)

:: Un’intervista con Alex Connor a cura di Giulietta Iannone

6 Maggio 2016 by

seBenvenuta Alex sul blog Liberi di Scrivere, e grazie per aver accettato questa mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Alex Connor? Punti di forza e di debolezza.

Grazie mille per questa intervista. È un grande onore vedere il mio libro su Caravaggio pubblicato in Italia.
Quindi per rispondere alla tua prima domanda. Il mio punto di forza? Sono una grande amante dell’arte e degli artisti. Sono affascinata dalla vita di queste persone, dotate di genio ma anche di tutte le fragilità umane. Direi che sono determinata a capire le persone e ho una curiosità senza fine verso il motivo per cui fanno quello che fanno.
I miei punti deboli: sono troppa passionale e testarda! Se credo in qualcosa, non mi arrendo fino a quando non l’ ho raggiunto.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono stata educata in una scuola privata e ho trascinato i miei genitori in pazzi vagabondaggi per le gallerie di tutta Londra! Caravaggio e Artemisia Gentileschi sono stati i miei eroi fin dall’infanzia.

Vivi a Brighton, racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di questa città, le sue bellezze artistiche, i suoi parchi. Brighton è una città piena di idee, di eventi culturali, di ristoranti?

È una città meravigliosa affacciata sul mare, con grandi residenze georgiane dipinte di bianco che guardano oltre la Manica e la gloriosa campagna solo a un miglio nell’entroterra. A Brighton ci sono numerosi ristoranti, teatri e molte, molte persone coinvolte, o interessate, nei media e nelle arti.
Ho esposto i miei quadri a Brighton (così come molte volte a Londra) e ci sono sempre molti eventi culturali in corso – oltre al romantico, vagamente ridicolo, ma straordinario padiglione di Brighton! Se si desidera una città che abbia cultura, locali, architettura favolosa e affascinanti negozi nei The Lanes, allora questo è il posto che fa per voi.
Si tratta di una mix meraviglioso tra una granduchessa e una Drag Queen!

er2Sei un’ artista, una pittrice, quando ti sei resa conto che volevi essere anche una scrittrice?

Il mio apprendistato è stato unico. Sono stata vittima di uno stalker e sono stata aggredita a Londra e mentre mi stavo riprendendo da un’operazione ho letto un libro e ho pensato ‘posso farlo anche io’! Così ho scritto il mio primo romanzo e l’ho inviato a un editore.
Era terribile, ma per fortuna l’editore poté vedere qualcosa nella mia scrittura e mi commissionò di scrivere il mio primo romanzo. Poi il secondo, e il terzo …
La pittura è immediata; si possono vedere subito i risultati del vostro lavoro sulla tela, ma mi piace scrivere perché ci vuole tempo per crescere. L’arte è come incontrare qualcuno a una festa e diventare subito amici. La scrittura invece è come una storia d’amore lenta che richiede tempo per svilupparsi.

Quali sono le tipiche qualità di un buon scrittore?

Avere la pelle dura! È necessario essere in grado di accettare le critiche e soprattutto essere in grado di criticare se stessi. È necessario avere fiducia, disciplina e motivazione, perché devi essere professionale se vuoi avere successo. I giorni in cui la scrittura sembra difficile sono i giorni in cui devi tenere duro. I giorni in cui tutto quello che scrivi sembra banale, sono i giorni in cui devi insistere e credere in te stesso. Questo è ciò che costruisce il coraggio e la forza che nutre il vostro lavoro.
E soprattutto, ci si deve divertire. Perché se vi annoiate di quello che scrivete, immaginatevi il lettore. Bisogna scrivere come se si stesse raccontando a qualcuno un’esperienza incredibile e si desiderasse conoscere ogni parola. Se vi divertite, siete sicuri che sarà un successo.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Ho una confessione da farti – non leggo molti scrittori contemporanei (a parte Scott Turow e JW Hall) perché adoro gli scrittori più antichi come Dickens, Balzac, Dante, Zola, Tolstoj – tutti gli scrittori che hanno scavato in profondità nei personaggi. I lunghi, coinvolgenti romanzi che coprono lunghi periodi di tempo in cui seguo le vite dei protagonisti sono i miei preferiti e questi sono quelli che mi hanno influenzato.
Anche se sono scritti nel passato la gente non è cambiata, i valori umani – l’ amore, la rabbia, la rivalità e la perdita – sono gli stessi ora come lo sono sempre stati.
erHai iniziato a scrivere romanzi storici, e libri d’arte, poi nel 2011 Il segreto di Rembrandt, il tuo primo thriller, un grande successo. Come hai scelto questo genere particolare di giallo che unisce arte, cospirazioni, e vede sempre il passato e il presente strettamente correlati?

Ho voluto scrivere delle passioni della mia vita – l’arte, la storia dell’arte e il thriller. Perché io sono una storica dell’arte e mi è sembrato naturale usare i miei studi e perché io sono un’ artista che può analizzare i pittori e capire come hanno lavorato. Infatti, per ogni libro ho copiato i dipinti del Vecchio Maestro del quale stavo scrivendo. Come ho fatto per Caravaggio. (Vedi le fotografie allegate Davide con la testa di Golia e il mio dipinto di Luca Meriss (n.d.t. è un personaggio del romanzo, il blogger che dice di essere l’ultimo discendente di Caravaggio) in piedi di fronte alla Natività.)

The Caravaggio Cospiracy, è ora uscito in Italia per Newton Compton con il titolo Cospirazione Caravaggio. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Caravaggio è stato la mia ossessione fin da quando ero bambina. Ha catturato la mia immaginazione con la sua passione e la storia della sua vita. Sono rimasta affascinata da un uomo che è stato capace di uccidere e nello stesso tempo di dipingere con così tanta tenerezza. La sua breve vita è stata piena di violenza, di piaceri illeciti, di scandalo, e di mistero – il personaggio storico ideale come base di un moderno giallo / thriller.
Allora, dove ho iniziato il libro? Alla fine della vita di Caravaggio, non all’inizio. Nella parte finale, quando abbiamo pietà per questo gigante caduto in disgrazia.
Inoltre – essendo una grande appassionata di cinema – le opere di Caravaggio si rivolgono a me perché sono così “cinematografiche” e la loro luce ha una qualità visiva che supera quella di qualsiasi altro pittore. Scegli qualsiasi quadro di Caravaggio e hai tutta una storia, una storia sulla tela.

Raccontaci qualcosa dei tuoi protagonisti.

I principali protagonisti sono i mercanti d’arte- non posso dire troppo o se no rovino il romanzo per i lettori! – Ma The Caravaggio Conspiracy è uno studio su come l’avidità e la rivalità facciano emergere la cattiveria da questi uomini. Coinvolto nel vortice c’è Luca Meriss, un presunto discendente innocente di Caravaggio.
Come il libro continua il lettore entra nella trama e scopre che ogni personaggio ha qualcosa da nascondere – o da guadagnare – nella ricerca dei dipinti mancanti. Solo Gil Eckhart – l’eroe – mantiene il suo codice morale per un rapporto di lealtà con un vecchio amico. Ma gli costerà caro.

Il libro parte dal periodo in cui visse Caravaggio, fino al presente mercato dell’arte contemporanea del 21 ° secolo, nei paesi di tutto il mondo. E ovunque ci sono omicidi, o la memoria della morte, e ognuno è commesso per amore dell’arte.

Due dipinti, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi e il Ritratto di Fillide Melandroni, sono importanti nel corso della storia. Due dipinti perduti. Raccontaci la loro storia.

L’eroe, Gil Eckhart, si impegna a risolvere un orribile duplice omicidio, un paio di omicidi del passato, ed il mistero di due capolavori di Caravaggio perduti – uno rubato negli anni ‘60 e l’altro scomparso nella Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il primo, La Natività di San Lorenzo e di San Francesco, è stato un lavoro notevole appeso per più di trecentocinquanta anni sopra l’altare nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, in Sicilia. Ma una notte, nel 1969, è stato tagliato dalla sua cornice e rubato. Nessuno sa con certezza che cosa ne sia stato – è stato rubato su ordinazione? distrutto? E’ stato – come si mormora – rubato e successivamente distrutto dai maiali?
O esiste ancora? Se è così, Gil Eckhart deve trovarlo. Proprio come ha fatto per trovare il Ritratto di Fillide Melandroni – la più bella e amorale puttana di Roma.
The Caravaggio Conspiracy si sposta in tutto il mondo – da Londra, a New York, da Berlino a Nuova Delhi – sulle tracce dei dipinti scomparsi. E più vicino si arriva al loro ritrovamento, e più gli omicidi aumentano.

Quanto tempo hai messo a scrivere Cospirazione Caravaggio?

Di solito a scrivere un libro ci impiego nove mesi, tre per la ricerca e la pianificazione, sei per la scrittura, ma poiché sapevo già molto di Caravaggio questo romanzo è stato completato in sette mesi.

Il mondo artistico, con galleristi, antiquari, collezionisti, è davvero così? Fa davvero paura!

I cattivi ci sono ovunque! Naturalmente la maggior parte dei commercianti d’arte sono rispettabili e conducono una vita ammirevole, ma dove ci sono i soldi – un sacco di soldi – e molte reputazioni da proteggere, c’è a volte il crimine. Fino a 3 miliardi di dollari di oggetti artistici e manufatti vengono rubati ogni anno in tutto il mondo. Alcuni dipinti vengono rubati su ordinazione, da collezionisti senza scrupoli, altri contraffatti e spacciati per autentici. C’è un detto: ‘Corot dipinse 400 quadri. 1000 sono in America ‘.
Naturalmente ciò che scrivo è finzione, così alcuni dei personaggi presentano il lato peggiore della natura umana. Ma c’è sempre un eroe che bilancia!

Ti capita mai di usare le tue paure personali o le tue esperienze nelle tue storie?

No. Voglio esplorare l’ignoto, non ciò che mi è noto.

Cosa ti è piaciuto di più nello scrivere il libro?

Una scusa per scrivere su Caravaggio! Per trasmettere, spero, parte della mia ammirazione e del mio entusiasmo al lettore. Ci sono state molte brillanti biografie scritte su di lui, ma mi piace pensare che lui si sarebbe divertito moltissimo ad essere riportato in vita in un thriller!

Progetti di film dal tuo libro?

Non ancora…

Cosa stai leggendo al momento? Può dirci il nome di qualche thriller di esordio britannico, davvero brillante e interessante?

Al momento sto facendo ricerche sul mio nuovo libro e ho di che tenermi occupata, così purtroppo devo ancora recuperare il ritardo sugli ultimi thriller d’esordio! Ma mi sento di raccomandare lo scrittore britannico Nicci French (n. d. t. pseudonimo di due giornalisti londinesi, Nicci Gerrard e Sean French), e anche un libro intitolato Alex: Book Two of the Brigade Criminelle Trilogy di Pierre Lemaitre e Frank Wynne

Com’è il tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

I miei lettori sono una gioia e accolgo ogni richiesta di contatto. Gli scrittori lavorano in solitudine. Scriviamo, finiamo il libro, che poi va fuori nel mondo. Non siamo attori che possono vedere il pubblico applaudire o sbadigliare! Per questo un feedback è così importante per noi.
Chiunque è il benvenuto, può raggiungermi su Facebook – http://www.facebook.com/alexconnorwriter. O tramite i miei siti web – http://www.alexandra-connor.com o http://www.alexconnorthrillers.com. Oppure mi può seguire su Twitter – @alexconnorwrite. Io sinceramente amo moltissimo che i miei lettori si mettano in contatto con me.
Continuerò a scrivere finchè loro continueranno a leggermi.

Infine, per concludere l’ultima domanda: ora a cosa stai lavorando?

Sto lavorando a un libro sul pittore francese, Gericault. E – sono molto entusiasta di questo progetto – un romanzo su Artemisia Gentileschi e il circolo in cui è nata. Suo padre era il famoso Orazio Gentileschi e il suo migliore amico? Caravaggio.
Vedete, tutte le strade portano al re dei pittori.

Liberi di scrivere recensisce Cospirazione Carvaggio: qui

[Ringraziamo l’autrice per le immagini dei suoi due quadri].

:: Maria Viani e la ombre del ’68, di Maria Teresa Valle (Fratelli Frilli Editore, 2016) a cura di Micol Borzatta

6 Maggio 2016 by
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Maria Viani è a Genova per seguire i corsi all’università di medicina. Per non dover fare la pendolare a orari impossibili decide di dividere le spese con una ragazza. La sua coinquilina è Elisabetta, una ragazza che studia scienze politiche e che è coinvolta molto attivamente nelle rivolte studentesche dell’epoca.
Un giorno, dopo che durante una manifestazione un poliziotto viene ferito, Elisabetta dice a maria che va via con degli amici per tre giorni, ma dopo un mese non è ancora tornata e non si è nemmeno fatta sentire.
Maria inizia a essere preoccupata e grazie all’aiuto di un suo amico poliziotto e del fratello di Elisabetta inizia a indagare su quanto accaduto all’amica.
Un romanzo davvero spettacolare che sa come tenere il lettore con il fiato sospeso e soprattutto trasportarlo nella dura realtà del ’68 italiano. Le rivolte studentesche e le lotte di classe sono descritte molto dettagliatamente, sia per quanto riguarda lo sviluppo, quindi la parte materiale e concreta come le manifestazioni, la preparazione dei cartelli, le gesta dei partecipanti, che per quanto riguarda tutta la parte astratta, quindi le emozioni che si accavallano e alternano negli animi del popolo, i pensieri degli studenti che gli operai, i dolori e le disillusioni, lo stato d’animo dei cellerini, che pur dovendo eseguire obbligatoriamente gli ordini, alcuni di loro hanno una battaglia interiore continua perché contrari ai metodi che sono costretti a usare.
Una realtà che purtroppo fa parte del nostro passato e che purtroppo a causato molti danni e problemi e che solo le vecchie generazioni hanno ben presente e conoscono fino in fondo, ma che in realtà dovremmo conoscere tutti e non solo come ci viene raccontato dalle istituzioni, ma dovremmo conoscere realmente i fatti, conoscere realmente cosa spingeva le persone a rivoltarsi e imparare dal loro coraggio.
Un romanzo che sa unire storia e fantasia in maniera impeccabile, trattando argomenti molto importanti e pesanti con serenità e con uno stile narrativo leggero così che possa essere accolto da tutti.

Maria Teresa Valle nasce a Varazze (SV). Laureata in scienze biologiche ha iniziato a lavorare come Dirigente Biologa all’Ospedale San Martino di Genova. Attualmente fa la nonna.
Ha già pubblicato nel 2008 La morte torna a settembre, nel 2009 Le tracce del lupo, nel 2010 Le trame della seta. Delitti al tempo di Andrea Doria, nel 2012 L’eredità di zia Evelina. Delitti nelle langhe, nel 2013 Il conto da pagare, nel 2014 La guaritrice. Piccoli sospetti e nel 2015 Burrasca. Delitto al liceo Chiabrera.
Ha inoltre vinto il 36° premio Gran Giallo della città di Cattolica con il racconto Apro gli occhi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Fratelli Frilli Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Intervista a Roberto Carboni per “Agenzia Bonetti (e Bruno). Investigazioni Bologna”, a cura di Irma Loredana Galgano

5 Maggio 2016 by

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Con Agenzia Bonetti presenta ai suoi lettori Walther, un investigatore privato in bilico tra un cinico che dalla vita non si aspetta nulla e un sognatore che ha ancora voglia di crederci. Cosa vuole raccontare con questo personaggio?

Il povero Bonetti in realtà è un fobico, si trincera dietro falsi atteggiamenti solo per proteggersi. Sembra cinico, appunto, ma poi adora la sua famiglia e quando è solo, in macchina ascolta un cd di Concato. Una parte di lui vorrebbe vivere separato dal mondo (e un po’ lo fa) ma adora anche entrare in contatto con l’umanità, anche se in modo indiretto, investigando.
Perché mentre le personalità ossessive tendono al controllo spesso fine a se stesso, le personalità borderline amano esplorare e conoscere, solo in questo contesto riescono a sentirsi sicure.
Le mie storie hanno molte sfaccettature e Bonetti è solo una faccia del prisma. Poi c’è Petronio – suo fratello – la follia, la sregolatezza, una lunga storia di trattamenti psichiatrici forzati alle spalle. Petronio, troppo sensibile per resistere all’abbandono e alla successiva adozione, ha lasciato in quell’età infantile la propria integrità mentale, de-generando, diventando un caso sociale, schizofrenico, autolesionista, vittima delle proprie pulsioni.
Poi ci sono i ragazzini, pure loro abbandonati, e usati e abusati. E il loro padre alcolizzato, tossico e spacciatore. E il socio del padre, peggio del padre. E gli altri personaggi della Cantina, delinquenti, jazzisti tossicodipendenti pure loro. Ognuno a fare i conti con la propria Ombra.

Anche in questo, come negli altri suoi libri, i protagonisti sono derelitti, tossici, borderline… scavare nel torbido è per lei un modo per cercare di capire più a fondo la società contemporanea?

O forse capire me stesso, innanzitutto, e di conseguenza la società. Scavo dentro di me, cerco di aprire quei cassetti che gli altri in genere cercano di tenere chiusi. Sono attratto dagli stadi Borderline, dalle manifestazioni dell’inconscio. Sono totalmente incapace di giudicare, mi limito a cercare di comprendere. Per questo le mie storie sono così destabilizzanti per il lettore, che si trova di fronte a un racconto che non è né morale né immorale, ma solo a-morale. Cioè appunto privo di giudizio. Così la storia diventa anche uno specchio del lettore stesso. Sarà lui a dover decidere: comprendere o giudicare. Starà a lui stabilire se esiste malvagità o bontà (per me esistono solamente esseri umani). Non scrivo gialli, che suggeriscono sempre una linea morale. Che spiegano cos’è la luce e la inseguono, e naturalmente la raggiungono facendo il bene della società. Tutto questo è utopistico. Io scrivo noir puro, storie di umanità, della nostra società – lei stessa Borderline – pertanto la mia direzione è l’entropia, l’annichilimento, la degenerazione. Il noir è questo, appunto. E io cerco di rappresentarlo fedelmente.

Bologna la Dotta fa da sfondo ai suoi romanzi, ma è una città diversa da quella che si immagina. Lei racconta il volto oscuro di questa città oppure è tutta finzione?

Il lato vero della luna è quello in luce o quello in ombra? È sempre luna, no?
Ieri ero a colloquio con un sindaco per organizzare eventi estivi e ho fatto notare alla signora (si trattava di un sindaco donna) che un quadro nel suo studio mi ricordava La casa dalle finestre che ridono, e un altro Profondo rosso, e le ho spiegato il perché. Improvvisamente lei ha provato timore verso le due opere d’arte. Eppure le aveva in studio da anni e ne era affezionata. Però ne aveva sempre colto gli aspetti luminosi, mai quelli bui. I quadri non sono cambiati, è mutata la sua percezione. Ecco, il mio lavoro di portatore sano di angoscia è esattamente questo, mostrare i lati bui, quelli perfettamente possibili, che appartengono alla nostra società e che potrebbero investirci in qualsiasi momento, sconvolgendo le nostre esistenze.

I suoi lettori possono sperare in nuove avventure investigative di Walther Bonetti oppure ha in mente altri progetti editoriali?

A dire il vero ho già terminato altri due romanzi senza Bonetti, e ne sto scrivendo altri due sempre autonomi. Pertanto di Bonetti e Petronio non c’è traccia almeno per i prossimi quattro romanzi. Poi… chi lo sa, sono totalmente imprevedibile, perfino per me stesso.
Di solito non amo i seguiti o i personaggi eroi, perché in questo caso mi sentirei vincolato. L’eroe per esempio vince sempre e non muore mai, mentre nelle mie storie voglio che possa accadere qualsiasi cosa. Desidero che il lettore non sappia mai cosa potrebbe succedere. Togliere qualsiasi paletto di riferimento. La storia diventa così un immenso mondo buio che illuminiamo un metro alla volta, pagina dopo pagina. Sappiamo tutti che il buio è il mostro più grande, perché contiene tutte le nostre paure e ci fa ritornare bambini, e quindi vivi, sognatori, un po’ pazzi. Ecco, se so di avere regalato un po’ di questo al lettore, allora sento di aver fatto il mio stranissimo dovere.

:: È arrivato tolino vision 3HD, ora vi dico cosa ne penso

3 Maggio 2016 by

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Mi hanno contattato dall’ufficio stampa Ibs e mi hanno detto: hai voglia di recensire un eReader, un tolino vision 3HD, nuovo nuovo appena arrivato sul mercato? Un fiore all’occhiello, se vogliano, della categoria. E io ho detto: perché no? Non sono un’ esperta di congegni elettronici per cui vi dirò le mie impressioni da profana, che pensa che una cosa è buona se funziona. Non lo paragono ad altri dispositivi, perché in vita mia ho giusto potuto vedere da vicino un Kobo, e niente altro.
Allora facendo una rapida ricerca è progettato e realizzato da Deutsche Telekom, sana tecnologia tedesca, e come diceva mio nonno loro i congegni li sanno fare, per cui già questo basta a farmi pensare che sia robusto, affidabile, e che non si rompa appena lo guardi. Si vive di preconcetti, ma a dire il vero mio nonno si è sbagliato poche volte.
La prima cosa che salta agli occhi è la forma gradevole, con gli angoli arrotondati, è un oggetto bello, e soprattutto è leggero, pesa solo 174 grammi, io non ho una mano grandissima, essendo una ragazza di ossatura piuttosto esile (siamo o non siamo noi donne a leggere di più?), ma agevolmente lo tengo in una sola mano e considerato che basta un tocco sul retro per voltare le pagine, gli esperti lo chiamano Tap2Flip, è sicuramente facile da utilizzare.
Si accende con un tastino sulla sinistra, nel bordo superiore, e la prima cosa che si nota è che è in bianco e nero (o meglio in tante sfumature di grigio). Sulla destra in alto c’è un altro tastino per l’illuminazione. Si può mettere o togliere, la luce risulta, calda e avvolgente, per il tempo che l’ho utilizzato non mi ha stancato la vista. L’alta risoluzione dei caratteri è piacevole, non ci sono sbavature, lo schermo risulta pulito.
E’ resistente all’acqua, Water Protection by HZO, attenzione l’acqua dolce, fino a un metro di profondità e per 30 minuti. Se entra in contatto con acqua salata o altri liquidi sciacquare subito e fare asciugare. Quindi forse non è tanto consigliato portarlo in spiaggia, anche se sinceramente non credo esistano ancora sul mercato dispositivi resistenti all’acqua salata di mare. Lo schermo è composto da un vetro a filo, almeno non si possono depositare né granelli di polvere né di sabbia. E’ ultrapiatto 163 x 114 x 8,1 mm.
Caratteristica che ho molto apprezzato è che è in dotazione di un sistema aperto, ovvero gli ebook potete acquistarli dove volete, potete leggere Epub, PDF (con e senza DRM), e TXT, tranne ovviamente Mobi, per ovvi motivi di concorrenza con Amazon, e lì dovrete cambiare il formato. Ma se siete esperti non dovrebbe essere un problema. Naturalmente si può connettere in rete, collegandovi alla vostra rete wireless, per scaricare, salvare e sincronizzare i vostri ebook. Ha 4 GB, più o meno si possono immaganizzare 2000 ebook.
E tasto sensibile il consumo. Questo congegno ha un’ autonomia di diverse settimane. Con il cavo ubs in dotazione lo potete collegare al computer, mentre non è in dotazione il caricabatteria da parete, che dovrete acquistare separatamente.
Che dire, in conclusione, l’esperienza di valutazione è stata piacevole e positiva, se vi capita di acquistarlo, passate a trovarmi e ditemi le vostre impressioni.
In Italia è in vendita da ibs e Libraccio. Costo 159 Euro.

Source: da Ibs, in comodato d’uso, da restituire dopo la valutazione.