:: Ombre lunghe, Festival letterario e non solo al Mufant di Torino, a cura di Elena Romanello

26 Maggio 2016 by

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Il 28 e il 29 maggio il Mufant, Museo del fantastico e della fantascienza, di Torino in via Reiss Romoli 49bis, festeggia la nascita dell’associazione Club via Diodati con una serie di eventi in cui la narrativa, disegnata e non, ha un ruolo predominante.
La Festa delle Ombre Lunghe, che nasce anche per ricordare i duecento anni del fantastico moderno da quell’incontro a Villa Diodati appunto da cui nacquero Il vampiro di Polidori e Frankenstein di Mary Shelley.
Si parte sabato 28, al Blah Blah di via Po 21, dove si parlerà di fumetto e cinema, a partire dalle 16. Fino alle 19 saranno di scena sceneggiatori e disegnatori di celebri fumetti Bonelli e non come Dylan Dog, Paranoyd Boyd, Brandon, Morgan Lost, Tex, Cassidy, HellNoir, Mani Nude, John Doe, Dyd, Saturno contro la Terra, Pimpa, La Linea. Sono annunciati i nomi di Andrea Cavaletto, Claudio Chiaverotti, Giancarlo Marzano e Pasquale Ruju e i disegnatori Studio Arancia Crew, Paolo Armitano, Emanuele Baccinelli Davide Furnò Mauro Gariglio Renato Riccio.
A seguire dalle 19 alle 21 aperitivo con dj set e dalle 21 alle 23 cinema con animazione e videomaking indipendente e poi ancora musica dal vivo.
Domenica invece ci si trasferisce al Mufant in via Reiss Romoli 49 bis, con la presentazione del progetto Io alieno legata alla mostra Pulp, che raccoglie riviste letterarie angloamericane dagli anni Venti agli anni Sessanta, in cui debuttarono autori e autrici di fantascienza, fantasy, horror.
Dalle 15 e 45 in poi, spazio a vari autori e autrici del fantastico, con la presenza di Danilo Arona Cristiana Astori Anna Berra Massimo Citi e Silvia Treves Alessandro Defilippi Davide Mana Sara Marconi Tommaso Percivale Scrittore Claudia Salvatori e Massimo Soumaré, che guideranno gli ospiti in visita per il museo.
La giornata sarà completata dall’inaugurazione della mostra L’altra faccia della Barbie, a cura di Carla Visconti, con oltre duecento versioni gotiche, fantasy e fantascientifiche della celebre bambola e dalle 19 in poi dalla proiezioni di estratti dei film di Jesus Franco.

:: Le regole del fuoco, Elisabetta Rasy (Rizzoli, 2016) a cura di Micol Borzatta

26 Maggio 2016 by
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Primavera 1917. L’Italia è già da due anni che è entrata in guerra quando Maria Rosa Radice, ragazza napoletana di vent’anni e di buona famiglia, decide di lasciare gli agi della casa in cui vive con la madre vedova. La decisione viene presa perché non sopporta più l’atteggiamento assillante, egocentrico e menefreghista della madre, il cui unico pensiero è far maritare la figlia per potersene liberare. Maria Rosa decide così di chiedere aiuto allo zio, unico uomo rimasto della famiglia e per questo motivo nessuno può dirgli di no. Lo zio convince la madre di Maria Rosa di lasciare libera la figlia, ma per una ragazza nubile che vuole uscire di casa a quei tempi l’unica destinazione è il fronte, così si arruola come infermiera volontaria.
Arrivata nel piccolo ospedale da campo del Carso incontra Eugenia Alferro. Una ragazza brusca che all’inizio le sta molto antipatica, ma con il tempo il loro rapporto cambia. Eugenia infatti è l’unica che l’aiuta a orientarsi nelle corsie, le insegna come darsi coraggi nei momenti più oscuri e come superare le lunghe giornate piene di corpi maciullati e sangue.
La loro amicizia diventa sempre più forte, a tal punto che entrambe si accorgono che il loro sentimento va oltre all’amicizia, e così di nascosto di notte, chiuse nella stanza che condividono, sottovoce, per paura che qualcuno possa sentirle, si confessano reciprocamente il loro amore.
Inizia così un rapporto forte e complicato, un’unione che non sapranno se riusciranno a far continuare, una lotta dentro a una lotta.
Un romanzo audace, scritto come se fosse una lettera aperta che la protagonista scrive alla sua amata, con uno stile leggero come potrebbe essere quello di una persona innamorata che vuole aprire il suo cuore e confidare tutti i suoi segreti.
La Rasy riesce in un romanzo nemmeno troppo lungo a racchiudere due temi di grandissima importanza: la guerra e l’omosessualità. Specialmente il secondo argomento viene trattato sotto tutti i suoi aspetti, ovvero come un sentimento profondo e reale, puro e nello stesso tempo impetuoso, sempre però raccontato sottovoce, per trasmettere al lettore il senso di tabù causato dai tempi in cui è ambientato, ma che a ben guardare vige tutt’oggi.
Un romanzo fantastico che fa capire l’ipocrisia della gente e come invece può essere innocente l’animo umano.

Elisabetta Rasy nasce a Roma nel 1947. Trasferitasi a Napoli ancora adolescente, tornerà nella capitale in età adulta.
Nel 1974, dopo la laurea in Storia dell’Arte, fonda la casa editrice Edizioni delle donne, e inizia a collaborare con Rai e Radio 3.
Attualmente corrisponde per il supplemento domenicale del Sole 24 Ore.
Madre del poeta Carlo Carabba, ha al suo carico molti romanzi sia storici generici che storici femminili.

Source: pdf inviato dall’editore, ringraziamo Federica dell’ufficio stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: disponibilità immediata un solo pezzo.

:: A kind gift to our readers from Stephen Gregory

25 Maggio 2016 by

the-cormorantEccezionalmente pubblichiamo la versione integrale del testo che lo scrittore Stephen Gregory ha scritto per Liberi di scrivere. Lo pubblichiamo in lingua originale per i lettori che leggono anche in inglese.

First of all, I’m really happy to be published in Italian, at last, and thank you for asking me your questions for your website.
Briefly, I’m an English novelist with seven books published.  I quit school-teaching in the 1980s (after working in various schools in England and Wales, in Algeria and Sudan) and I moved into a tiny cottage high in the mountains of Snowdonia, in north Wales.
My first three books (which some people have called my Snowdonia trilogy) were all written in Wales, and their setting and subject matter reflect the wild natural countryside, the mountains and the forests and the beaches I loved so much.
THE CORMORANT won the Somerset Maugham Award and was well received on both sides of the Atlantic, and then it was made into a gem of a film for BBC Wales, starring Ralph Fiennes.  THE WOODWITCH and THE BLOOD OF ANGELS followed, continuing the theme of a man coming to terms with his own flaws and weaknesses against a background of a bleak wintry landscape.
A few years later, I had a surprise phone call from Hollywood and was summoned out there to write a story and screenplay with the formidable and notorious director William Friedkin, at Paramount Studios.  It was a challenging and thrilling experience, and a steep learning curve for me.  The screenplay was completed, after a year of painstaking re-writing, but the project went into ‘development hell’ as they call it in Hollywood, and the film was never made.  However, only a few months ago the script has been picked up by a film maker in Bolivia, who is trying to finance the project with producers in Germany and Hollywood.
Yes, it’s taken over 30 years for an Italian publisher to show any interest in THE CORMORANT.  The book has already been into several editions in USA and has been translated into German and Polish.  Yes, frankly I’ve been puzzled by the lack of interest from other publishers in Europe, especially as the book attracted such a lot of attention from reviewers and as a film.
The plot?  I’ve been fascinated by birds and the countryside since I was a small boy, so when I moved to Wales in the 1980s I already a strong idea for the theme and action of a first novel.  The dual nature of the cormorant would be the perfect foil for a story about a young man coming from suburbia to the wet wintry mountains of Snowdonia … I’ve watched cormorants since I was child, wondering about the marvellous contrast of their dark, sinister outlines as they dry their wings in the wind and the sleek and silvery action of their diving and hunting underwater.
As a boy, I read TARKA THE OTTER by Henry Williamson, and then THE GOSHAWK by TH White (as well as his classic ONCE AND FUTURE KING), and I lost myself in a world of deep dark nature, a world of wild animals and birds.  These early influences are key to all of my books, including my more recent novels about man’s relationship with nature – THE WAKING THAT KILLS, then WAKENING THE CROW and PLAGUE OF GULLS.
Talking of gulls, yes I’m sure I was influenced by Daphne du Maurier’s book and Hitchcock’s film of THE BIRDS.  Furthermore, my most recent book PLAGUE OF GULLS takes the gulls as its central theme, set inside and around the 13th castle of Caernarfon in north Wales.  For a few summers I earned my pocket money as a tour guide in Caernarfon Castle (I must have been around the building more than a thousand times with tourists from all over the world) and my wife and I had a little house within the medieval walls of the town.  It was an inevitable progression for me to choose the place and the yelling, bullying flocks of gulls as subject matter for a novel.  And yes, PLAGUE OF GULLS would translate beautifully into Italian … it’s dark and funny and rude, great fun!
Yes, of course I’m interested in the link between books and film.  And I’m sure, like most book lovers, I nearly always prefer the book to the film, when I’ve seen a movie version of something I’ve enjoyed reading.  Of my other books, I think THE WOODWITCH would work wonderfully on a big screen … my rudest and most disturbing and challenging book, its impact would be intensely powerful.
These days I’m still teaching, nearly fifteen years as an English and French teacher out here in Brunei Darussalam, in faraway Borneo.  My students are local teenage girls, very funny and chatty and mischievous, a joy to be with – they keep me young in spirit!  But this December my wife Chris and I are returning to Europe and our lovely old house in Charente, France, an 18th century fortified farmhouse needing a lot of work …
Right now, the demands of school-teaching and planning our exit from Brunei are keeping me from a new writing project, although I have plans for a new novel which I will start once we are re-settled in France.  However, at the moment I have two screenplays in early development with different companies, and a crazy idea for a musical buzzing inside my head …

:: Un’intervista con Stephen Gregory a cura di Giulietta Iannone

25 Maggio 2016 by

CORMORANO_Layout 1Benvenuto Stephen sul blog Liberi di Scrivere, e grazie per aver accettato questa mia intervista. Presentati ai lettori italiani, parlaci di te. È vero che hai lavorato come sceneggiatore con William Friedkin?

Sono innanzitutto felicissimo di essere stato finalmente pubblicato in Italia e ti ringrazio per l’intervista.
In breve, sono uno scrittore inglese con sette libri all’attivo. Ho abbandonato l’insegnamento negli anni Ottanta (dopo aver lavorato in diverse scuole in Inghilterra e nel Galles, in Algeria e in Sudan) per andare a vivere in un minuscolo cottage sui monti della Snowdonia, nel Galles meridionale.
I primi tre libri (che alcuni hanno definito “trilogia di Snowdonia”) li ho scritti in Galles, e sia l’ambientazione che il tema trattato riflettono la campagna selvaggia, le montagne, le foreste e le spiagge che ho amato.
Il cormorano ha vinto il Somerset Maugham Award ed è stato ben accolto sia in Europa che negli Stati Uniti. La BBC Wales ne ha poi tratto un film, una perla il cui protagonista è interpretato da Ralph Fiennes.
The Woodwich e The Blood of Angels, i due romanzi successivi, riprendono il tema dell’uomo costretto a fare i conti con i propri difetti e le proprie debolezze sullo sfondo di un tetro paesaggio invernale.
Qualche anno dopo ho ricevuto un’inattesa telefonata da Hollywood e sono stato chiamato all’estero per scrivere una sceneggiatura con il grande William Friedkin, agli Studios della Paramount. È stata un’esperienza impegnativa, emozionante e assai costruttiva. Portata a termine la sceneggiatura, dopo un anno di scrupolose riscritture, il progetto è finito nell’“inferno dello sviluppo”, come lo chiamano a Hollywood, e il film non è mai stato girato. Tuttavia proprio qualche mese fa la sceneggiatura è stata ripescata da un cineasta boliviano che sta cercando di finanziare il progetto insieme ad alcuni produttori in Germania e a Hollywood.

Il cormorano, (The Cormorant, 1986) con colpevole ritardo (parliamo di 30 anni), è stato pubblicato in Italia. È il tuo primo romanzo che giunge da noi. Come ti spieghi questa anomalia?

Sì, ci sono voluti 30 anni perché un editore italiano si mostrasse interessato al Cormorano. Il libro è già stato pubblicato in varie edizioni negli Stati Uniti e tradotto in tedesco e polacco. Mi lasciava francamente perplesso la mancanza di interesse degli altri editori europei, considerati il film e la notevole attenzione mostrata dalla critica.

Ho letto Il cormorano e devo dire che è un breve romanzo davvero singolare, non un horror in senso stretto, sebbene le atmosfere claustrofobiche siano piuttosto inquietanti. Come hai costruito la storia?

La trama? La campagna e gli uccelli mi affascinano sin da bambino, per cui quando mi sono trasferito in Galles negli anni Ottanta avevo già un’idea precisa per il soggetto e l’intreccio di un primo romanzo. La duplice natura del cormorano era perfetta per la storia di un giovanotto di periferia trasferitosi sulle umide e gelide montagne della Snowdonia… I cormorani li osservavo da sempre e riflettevo sul meraviglioso contrasto tra il profilo scuro e minaccioso delle loro ali che si asciugano al vento e le agili e argentee movenze durante le immersioni e la caccia subacquea.

Che letture ti hanno ispirato?

Da ragazzo ho letto Tarka la lontra di Henry Williamson e, più tardi, The Goshawk di T.H. White (oltre al classico e più noto Re in eterno) e mi sono smarrito nella natura più buia e profonda, un mondo fatto di animali selvatici e uccelli. Queste prime influenze sono state determinanti per tutti i miei libri, inclusi i romanzi più recenti che trattano del rapporto tra uomo e natura: The Waking That Kills e i successivi Wakening The Crow e Plague of Gulls.

La scena dei gabbiani che accorrono al richiamo del cormorano e ruotano sul cottage ricorda molto le atmosfere de Gli uccelli. È un omaggio a Hitchcock? Ci sono altri rimandi cinematografici?

Per quanto riguarda i gabbiani, di sicuro sono stato influenzato dal libro di Daphne du Maurier e dal film di Hitchcock, Gli uccelli. I gabbiani sono inoltre i protagonisti del mio ultimo romanzo, Plague of Gulls, ambientato sia nei dintorni che all’interno del castello di Caernarfon del XIII secolo, nel Galles settentrionale. Per qualche estate ho guadagnato un po’ di spiccioli facendo la guida al castello di Caernarforn (lo avrò visitato più di cento volte in compagnia di turisti di tutto il mondo) e io e mia moglie possedevamo una casetta all’interno delle mura medioevali della città. È stato praticamente inevitabile scegliere quel luogo e gli stormi urlanti e prepotenti di gabbiani come soggetto principale di un romanzo.

Sicuramente tu sei tra le persone più indicate a parlarne. Cosa ne pensi del legame tra letteratura e cinema?

Ovviamente mi interessa molto il rapporto tra libri e cinema. E, come la maggior parte degli amanti della lettura, dopo aver visto la versione cinematografica di un libro che mi era piaciuto ho preferito quasi sempre il libro al film. Credo che, tra tutti i miei libri, The Woodwich sia perfetto per il grande schermo… è il mio romanzo più forte, inquietante e impegnativo; l’effetto potrebbe essere scioccante.

Di cosa ti occupi al momento?

Faccio ancora l’insegnante. Da quasi quindici anni insegno inglese e francese nel Brunei Darussalam, nel lontano Borneo. Le mie allieve sono ragazzine del posto, divertenti, chiacchierone e birichine; è una gioia stare con loro, mi fanno restare giovane dentro! Ma il prossimo dicembre io e mia moglie Chris torneremo in Europa nella nostra cara vecchia casa nella Charente, in Francia, e si sa che le fattorie fortificate del XVIII secolo richiedono molto lavoro…

Anche gli altri tuoi romanzi saranno pubblicati in Italia?

Plague of Gulls sarebbe meraviglioso tradotto in italiano… è misterioso, bizzarro, forte, sarebbe divertente!

Infine, per concludere, l’ultima domanda: ora cosa stai scrivendo?

Al momento l’insegnamento e l’organizzazione del rientro in Europa mi impediscono di dedicarmi a un futuro progetto di scrittura, anche se ho in mente un nuovo romanzo che inizierò quando ci saremo sistemati in Francia. Ad ogni modo sto lavorando all’abbozzo di due sceneggiature con due compagnie diverse, e ho la folle idea di un musical che mi ronza in testa…

[Traduzione a cura di Daniela e Monica Pezzella]

 

:: Ed è solo l’inizio

24 Maggio 2016 by
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Eccoli

Eccoli qua, finalmente, pronti per la partenza. Il cielo sopra l’inferno e Gita al faro. Questi sono destinati a Spazio donna di Cascinaroccafranca di Torino. Mentre il terzo, L’ età dell’innocenza, e già sulla strada della Biblioteca Comunale Peppino Impastato, di Poggio Mirteto. Ed è solo l’inizio, sarà bello distribuire altri libri e con il vostro aiuto lo faremo. Quindi che dirvi d’altro? Grazie. Spero che questa iniziativa abbia successo, che produca un circolo virtuoso, qualcosa di bello insomma. E che altri blog facciano lo stesso. Non è una noltra esclusiva, non ne abbiamo il copyright. Le donazioni sono libere, non sono necessarie grandi cifre, bastano uno o due Euro, e tanti lettori potranno leggere libri che magari non conoscono, o non comprerebbero mai. La gestione dell’iniziativa è assolutamente trasparente, mi faccio garante che tutto si svolgerà regolarmente. Sulla nostra pagina (dove è possibile fare le donazioni) catalogheremo i libri, le cifre raccolte, e citeremo le associazioni a cui i libri verranno donati. Da parte nostra servirà un po’ di impegno organizzativo, ma che dire, da paret mia c’è un certo entusiasmo. Lo so ci sono campagne più meritevoli, ma anche la nostra può trovare il suo piccolo spazio. Molte associazioni si basano proprio su donazioni di libri come la nostra, e leggere è una grande libertà. Sceglieremo solo libri belli, e magari in futuro faremo scegliere i libri da acquistare direttamente ai lettori di Liberi. Perché no? Grazie ancora a tutti. Giulia

:: Alice nel paese delle meraviglie; Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò, Lewis Carroll (classici BUR deluxe, 2015), a cura di Maria Anna Cingolo

24 Maggio 2016 by
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Alice Liddell era la figlia del decano del Christ Church di Oxford dove L. Carroll insegnava ed è per lei che il nostro autore, che per le bambine aveva un particolare ma disinteressato amore, inventò una serie di storie che l’avevano come protagonista. Così hanno inizio le sue avventure in un mondo diverso e pieno di meraviglie:

Alice saltò in piedi, perché le balenò nella mente di non avere mai visto prima di allora un coniglio fornito di panciotto e di taschino, per non parlare di orologi; e, bruciando di curiosità, lo inseguì di corsa per il campo, dove fece appena in tempo a vederlo scomparire in una gran buca sotto la siepe.
Un attimo dopo Alice si era infilata dietro a lui, senza minimamente riflettere a come avrebbe poi fatto per uscire. (pag. 36)

Alice brucia di curiosità e questo aspetto del suo carattere le permetterà di vivere una serie di strabilianti peripezie ma, naturalmente, la farà anche finire in un mucchio di guai. Proprio la curiosità, che appartiene a tutti i bambini, è l’unica chiave di lettura di quest’edizione che contiene non solo Alice nel paese delle meraviglie ma anche Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò, il secondo libro che Carroll scrisse per la bambina. Infatti, questo bellissimo volume dei classici BUR deluxe, oltre alle famose illustrazioni originali, ha un asso nella manica: le note di Martin Gardner, giornalista e filosofo che si dedicò con passione allo studio di questi testi. La sua edizione annotata non è adatta a chi non è curioso e, invece, soddisfa copiosamente chi, come la piccola protagonista, ha sempre una domanda pronta e vuole ottenere tante risposte. Lo studio di Gardner nasce dall’esigenza di spiegare ogni arcano, ogni segreto o dubbio nascosto dietro parole che Carroll non ha mai scelto per caso. Infatti, pur essendo un libro per bambini, ogni frase è imbevuta di riferimenti letterari, storici, matematici e scientifici; cela giochi linguistici e palesa un nonsense che spesso è coraggioso rivelatore di una critica alla società vittoriana; a volte cita in modo originale eventi vissuti in prima persona da Carroll e dalla piccola Alice stessi. Le note di Gardner, perciò, divengono uno strumento unico ed indispensabile per una lettura davvero autentica di questi due famosissimi libri.

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Seguendo un coniglio bianco nella sua tana in un caldo giorno di maggio o passando dall’altra parte del vetro dentro la Casa dello Specchio in un giorno d’inverno, insieme ad Alice incontreremo personaggi conosciuti e alcuni meno celebri. Tutti hanno presente il bruco che fuma il narghilè e la lepre, il ghiro e il cappellaio matto o ancora i fiori parlanti e Tweedledum e Tweedledee (Pincopanco e Pancopinco) ma la Tartaruga e il Grifone, il Cavaliere Rosso e il Cavaliere Bianco sono meno noti eppure sempre sorprendenti. Però, se sarete curiosi quanto Alice e, come vi consiglio, leggerete tutte le note di questo volume, finirete per conoscere a fondo il più eccentrico di tutti questi personaggi: Lewis Carroll stesso. Edizione annotata a cura di Martin Gardner, illustrazioni originali dalle incisioni di John Tenniel, traduzione di Masolino D’Amico.

Lewis Carroll (Daresbury 1832 – Guildford 1898) è lo pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, insegnante di matematica al Christ Church di Oxford, divenne diacono della Chiesa anglicana senza mai sposarsi. Anima caleidoscopica, è famoso per aver scritto due libri per Alice, la figlia del decano Liddell.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: disponibile anche la versione ebook.

:: Un tango per Victor, Lorenzo Mazzoni, (Edicola Ediciones, 2016) a cura di Massimo Ricciuti

23 Maggio 2016 by
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Denil è un ragazzo di origini italo-cilene che vive ad Amsterdam. Le sue giornate sono tutte uguali, divise fra il lavoro presso un coffee shop e le serate da DJ. La sua conoscenza della storia cilena è affidata ai racconti dello zio Victor, sottrattosi appena in tempo alla dittatura di Pinochet. La monotona esistenza di Denil è destinata a cambiare quando vede una ragazza improvvisare passi di tango per le vie della città. Incantato dalla sua bellezza e dalla sua grazia, il giovane cerca di rintracciarla, finché sarà proprio lei, Julia, a entrare nel locale in cui Denil fa il DJ.

Pubblicato una prima volta nel 2008, questo romanzo rivede la luce grazie alla volontà e al lavoro degli editori di Edicola Ediciones. Intriso d’ironia e di poesia al tempo stesso, il libro dà comunque ampio spazio alla drammatica storia cilena e rende omaggio al grande cantante Victor Jara, assassinato dagli aguzzini di Pinochet. La musica è centrale nel racconto, tantissimi sono i brani citati. Ed è fondamentale per l’incontro fra Denil e Julia, accompagnando anche la loro breve storia d’amore. Un tango per Victor è un gioiellino da (ri)scoprire, impreziosito dalla splendida illustrazione di copertina, opera di Francisca Yáñez

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Ha vissuto a Londra, Istanbul, Parigi, Sana’a, Hurghada e ha soggiornato per lunghi periodi in Marocco, Vietnam e Laos. Scrittore, saggista e reporter ha pubblicato numerosi romanzi, fra cui Il requiem di Valle Secca (Tracce, 2006; finalista al Premio Rhegium Julii), Le bestie/Kinshasa serenade (Momentum Edizioni, 2011), Apologia di uomini inutili (Edizioni La Gru, 2013). È il creatore dell’ispettore Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Koi Press) Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico. La trilogia (2011), La Tremarella (2012), Termodistruzione di un koala (2013), Italiani brutta gente (2014), Il giorno in cui la Spal vinceva a Renate (2015). Il suo ultimo romanzo, Quando le chitarre facevano l’amore (2015; Premio Liberi di Scrivere Award), è stato pubblicato da Edizioni Spartaco. Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi su il manifesto, Il Reportage, East Journal, Scoprire Istanbul, Reporter e Torno Giovedì. Collabora con il Fatto Quotidiano. È docente di scrittura narrativa di Corsi Corsari. Nel 2015, insieme al fotografo Tommy Graziani, ha fondato IbnBattuta.viaggi, un contenitore culturale di esperienze umane che promuove workshop di scrittura, reportage e fotografia in giro per il mondo.

Source: acquisto del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Starlite (Le storie di Perfection Vol. 2), Germano M. (Amazon Media, 2016) a cura di Giulietta Iannone

23 Maggio 2016 by

cover«Vicesceriffo Ferrell, come si sente?»
«Sto ancora morendo, grazie.»

«Viviamo tempi strani e in terre di confine. È necessario un cambiamento.»

Bette Davis bestemmiò il Padre della Robotica.

Quando penso a ipotetici scenari futuri o futuribili, proiezioni di un qualcosa di indefinibile insito nell’uomo che quasi mai si accontenta della realtà contingente ma deve progettare altro (fosse anche solo con la fantasia) non posso non pensare a Giulio Verne (ci penso italianizzandone il nome ma comunque era francese, si chiamava Jules Verne). Nacque a Nantes nel 1828 e morì a Amiens lo stesso giorno del mio compleanno nel 1905. Fu un uomo dell’Ottocento, e nello stesso tempo se si ha modo di leggere i suoi libri (a torto giudicati solo letteratura per ragazzi) la sua attualità sorprende. Probabilmente sorprenderà anche i nostri posteri. Viaggio al centro della Terra, Dalla Terra alla Luna, Ventimila leghe sotto i mari, non so se mi spiego. La sua fantasia ha costruito mondi, anticipato scoperte, e molte cose da lui viste (partendo da assunti scientifici plausibili e documentati dopo un accanito lavoro di ricerca) non esistono ancora. Ma esisteranno, ne sono certa.
Per certi versi viene da pensare che avesse davvero scoperto la macchina del tempo (Herbert George Wells docet), e avesse sbirciato squarci (piuttosto allucinati) del nostro futuro prossimo o remoto. Se amate come me questi tipi di viaggi apprezzerete il mondo costruito da Germano M, un altro scrittore che sembra avere scoperto (in qualche anfratto polveroso della sua cantina) la macchina del tempo.
Già avevo recensito la prima parte della sua serie fantascientifica distopica, e ora con Starlite siamo al secondo episodio delle storie di Perfection. Ricordate? Una pandemia, le donne vengono sostituite da replicanti artificiali, il mondo sta morendo non potendo più riprodursi e asfissiato dall’inquinamento. Se amate i dipinti iperrealisti di motel, juke-box, diner, drive in del tipico background di tanto cinema noir americano, avrete anche le immagini da abbinare al racconto. Iconografie vintage per un futuro neanche tanto lontano, neanche tanto snaturante.
Qualche scarica elettrostatica e dovreste davvero vedere Perfection e i suoi bizzarri personaggi sullo schermo del vostro personale cinema d’essai. Perché sì la fantasia di Germano M. è molto cinematografica, o per lo meno visiva, frutto della sua passione per il cinema che traspare ad ogni scena (e anche dal titolo). Mai un ebook di fantascienza italiana diventerà un film, ma se questa serie lo diventasse (magari non con una mega produzione hollywoodiana, ma con sano cinema indipendente sì) ne vedremmo la potenzialità visionaria e se vogliamo sovversiva e destabilizzante.
C’è un discorso sociopolitico, come sottotesto? Me lo sono chiesta durante la lettura, e sicuramente c’è più o meno velato, lontano dalla narrativa di puro intrattenimento (sua natura prima, la letteratura tutta infondo è intrattenimento) capace tuttavia di far emergere qualcosa di più profondo su cui riflettere, su cui soffermarci con quella leggerezza che l’ironia e il velato umorismo dell’autore rendono affatto pedante o didascalico. C’è un forte razzismo verso le strutture di vita artificiale (Preferisco pensare a noi Lei come a una nuova etnia. Confido che il resto del mondo voglia dimostrarsi tollerante nei nostri riguardi e che questo terribile episodio non sia il preludio a un clima di persecuzione e violenza, a un nuovo medioevo), un forte burocratismo fatto di direttive, leggi, rapporti. Una struttura piramidale fortemente gerarchizzata, che comunque andrebbe approfondita, e sicuramente lo sarà nei prossimi capitoli della serie.
Insomma è una lettura a più strati, ricca di significati più o meno nascosti. Più o meno eterogenei. Più o meno complessi. E la complessità è un altra caratteristica da tenere presente, che implica uno sforzo del lettore (spettatore attivo) atto a entrare in un mondo tecnologicamente più evoluto, pieno di aggeggi e congegni a noi non familiari. Bisogna stare al gioco, accettarne le regole, misurarsi con la propria capacità di adattarsi ad una realtà altra, diversa, non conforme. Ma si sa i lettori di fantascienza non sono ostili a questa sfida, anzi la ricercano, se non la pretendono.
E’ un libro solo per amanti del genere fantascientifico? Non credo, perché più generi si innestano al filone principale, dal noir (con venature horror) al romanzo di formazione, dal pampleth filosofico al memoir esistenzialista, passando per tutte le sue varianti. Lo stile è fluido, il linguaggio strutturato da un’ oculata scelta delle parole, anche le più desuete. Poca improvvisazione, e molto lavoro di limatura. Un autoprodotto di qualità, insomma, frutto della sinergia di diversi professionisti dall’illustratore della copertina, all’editor, a colui che ne ha ulteriormente vagliato i passaggi logici e la plausibilità scientifica. Insomma un team affiatato al servizio dell’autore e della storia.
In questo secondo episodio abbiamo un filo conduttore principale, le indagini dell’agente speciale federale Average “Avery” White (Lo sai che è un uomo, sì?) mandata a Perfection, Texas dal suo capo il vicedirettore Skinner in una sorta di esilio nel deserto, per una specie di punizione. L’alternativa è finire in congedo anticipato, con disonore e nessun vitalizio. E Skinner rincara minaccioso: Non troveresti impiego neppure come guardia giurata di qualche magazzino di pezzi di ricambio per automata di prima generazione. Naturalmente Avery sceglie Perfection e le indagini su strani traffici di contrabbando di materiale genetico modificato. E perché mai un contrabbandiere di geni dovrebbe venire a fare affari in mezzo ai cactus?
La grande incognita è come sopravvivere, come trovare scampo e tutti i metodi sono validi leciti o illeciti, legali o illegali (Non era nemmeno sbagliato, cercare una cura con ogni mezzo, anche se il governo dell’Alleanza s’era messo in testa di impedirlo). Lo scenario che si prospetta è la fine della razza umana, con un mondo nuovo popolato solo più da cyborg destinati anch’essi alla consunzione. E’ questo lo scenario che ci aspetta? L’universo parallelo, proiezione del futuro, arrugginito, sgretolato, di macchine che lentamente si avviano all’immobilità, perdendo il loro stesso senso e la loro funzione primaria di ausilio per l’uomo. La prospettiva è affascinante. E può arrivare a teorizzazioni estreme. Non ho mai pensato che la robotica possa costituire un surrogato della natura umana o, ancor peggio, un succedaneo, bensì un netto superamento di essa.
Il passaggio alla coscienza delle macchine, o per lo meno a una forma sintetica di coscienza, è un tema molto dibattuto nella fantascienza, già il soggetto di Artur Clarke (originato da un suo racconto del 1948 The Sentinel) per 2001: A Space Odyssey, implicava un computer HAL 9000, cosciente. Se la ragione ci dice che una macchina non potrà mai diventare cosciente, e evolversi in una folle metamorfosi come essere senziente, qualcosa sfugge ancora a questa ferrea logica. Già il Frankenstein di Mary Shelley del lontano 1816, dibatteva questa strada. Ricreare la vita, porsi al di là del bene e del male (non più surrogati dell’uomo, ma un passo in più: divinità) e diventare una sorta di demiurgo è una grande tentazione non del tutto sopita. E tutto sempre teso all’affannarsi verso una sopravvivenza e una proiezione di un’ eternità anche solo fittizia. Come se la morte e la fine di tutto, in un gorgo di nulla, fosse un concetto assolutamente rifiutato e rinnegato.
Buona lettura.

Germano M. è laureato in lettere. Ha avuto esperienze lavorative che nulla hanno a che vedere con la sua laurea o l’ambiente letterario.
Dal 2009 è un blogger e si dedica alla scrittura a tempo pieno.
Fondatore del blog collettivo Book and Negative, è l’ideatore principale dell’ambientazione DARKEST e del premio Boomstick Award.
E’ l’autore di Girlfriend from Hell, volume piuttosto noto del Progetto Survival Blog con più di 15.000 download. Attualmente è una delle menti dietro al progetto Risorgimento di Tenebra. Gli piace viaggiare, cucinare la carne e sogna di vivere in Antartide.

Source: epub inviato dall’autore

:: La Bestia di Sannazzaro, di Alessandro Reali (Fratelli Frilli, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

19 Maggio 2016 by
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In La Bestia di Sannazzaro. Lomellina, inverno di guerra 1917 (Fratelli Frilli Editori, 2016) Alessandro Reali conduce il lettore in un durissimo periodo della storia italiana. Racconta uno spaccato di vita reale, concreta, con le sofferenze, le privazioni, il dolore e la morte che ogni guerra comporta, per chi va al fronte e per chi resta ad aspettarlo, spesso invano.
Tra le vicende ispirate alla realtà, l’autore inserisce il delitto intorno a cui ruota l’intero noir. Un omicidio dettato più dalla follia che dalla passione, deleteria conseguenza di un accumulo di frustrazioni che inutilmente l’omicida ha cercato di annegare nell’alcol.
Non mancano nel testo di Reali i riferimenti al dualismo, per certi versi ancora attuale, tra gli intellettuali di sinistra e i borghesi/capitalisti di destra, la stratificazione sociale e le sue conseguenze, rintracciabili con facilità anche nella odierna società.
Nicola Necchi è un ragazzo di soli 15 anni con in corpo «la voglia di andare, fare, scoprire e capire, perché era quasi un uomo e suo padre se l’era portato via la maledetta guerra, nel maggio di quello stesso 1917, sul fronte del Carso, nella decima battaglia dell’Isonzo». Un giovane uomo che cerca di trovare la propria strada divincolandosi tra i discorsi altisonanti dell’avvocato Persico, la depressione di sua madre e la finta debolezza di sua nonna, la quale in realtà accudisce e mantiene tutti in casa e cerca di frenare la volontà ribelle di Nicola raccontandogli storie spaventose sulla pericolosa Bestia che aggredisce gli avventori notturni del paese.
Il segreto sull’identità del vero assassino non è l’unico mistero a essere svelato nel testo di Reali, il quale basandosi sui racconti di sua nonna, suo nonno e suo padre rivela tanti particolari sulla vita del piccolo borgo di Sannazzaro de’ Burgondi e dei suoi abitanti. Tradizioni, usi, costumi, superstizioni, leggende, intrecci amorosi e d’affari che riguardano il paesino lungo le rive del Po ma potrebbero essere riferiti a qualsiasi altro sito d’Italia.
Lo stile di Reali è molto intenso, il ritmo incalzante della narrazione mantiene alto l’interesse di chi legge e viene costantemente invogliato a continuare a farlo dalle numerose “rivelazioni” attese. Solo nei passaggi in cui l’autore, citando oggetti, riporta il nome in dialetto e il significato tra parentesi indispongono un po’ il lettore, il quale in un libro di narrativa non cerca spiegazioni ma altro. Sarebbe stato preferibile, forse, inserire la spiegazione sul significato nel contesto della narrazione e non estrapolarla da questa isolandola.
L’ambientazione è piena di atmosfere suggestive, di paesaggi, case e casolari avvolti dalla nebbia e dal mistero della Bestia che incombe minacciosa sull’incolumità degli abitanti del borgo. Descrizioni che rimandano la mente del lettore alle lande narrate dal grande maestro sir Arthur Conan Doyle quando portava Holmes a correre lungo le strade e le campagne avvolte dalla foschia, dal mistero e dalla paura causata dal mastino dei Baskerville, nel libro omonimo. Anche in quel caso si è scoperto che è di altra razza la “bestia” feroce di cui aver paura: umana.

Alessandro Reali: Lavora in un laboratorio chimico dell’ENI. È appassionato di lettura e arte. La Bestia di Sannazzaro è il sesto libro che pubblica con Fratelli Frilli Editori.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Fratelli Frilli Editori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Elena e Michela Martignoni

18 Maggio 2016 by

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E’ appena uscito il nuovo romanzo di Emilio Martini, Il mistero della gazza ladra nuovo capitolo della serie dedicata al commissario Bertè. Forse non tutti sanno che Emilio Martini è lo pseudonimo di due sorelle scrittrici, milanesi, Elena e Michela Martignoni. Oggi abbiamo l’occasione di conoscerle meglio. Seguiteci.

Benvenute su Liberidiscrivere. Inizierei con le presentazioni. Ognuna descriva l’altra, anche fisicamente.

Elena: Michela è estroversa, sensibile, abilissima pr, e soprattutto un vulcano d’idee, infatti la chiamo Leonarda (è nata il 15 aprile, come lui!) ed è pure un’inguaribile zuccona.

Michela: Elena è bugiarda! (scherzo…). Misurata nei gesti e nelle parole, è l’intellettuale del duo. Ha letto di tutto (ora addirittura testi e riviste di… fisica!). Precisione e cultura però non limitano la sua fantasia scoppiettante: a volte mi fa quasi paura, anche perché spesso è imprevedibile.
Fisicamente non ci assomigliamo, ma si vede che siamo sorelle e abbiamo la stessa voce.

Come vi siete avvicinate alla scrittura?

Siamo lettrici accanite fin dall’infanzia e ci siamo sempre cimentate nella scrittura, ma la volontà di farlo professionalmente è scattata vent’anni fa, dopo ‘l’incontro’ con i Borgia, protagonisti di cinque dei nostri romanzi.

I vantaggi e gli svantaggi di scrivere in coppia?

Non vediamo svantaggi, mentre i vantaggi sono molti; uno su tutti: imparare ad accettare le critiche e le prese di posizione dell’altra. Una lezione di umiltà che rende più ‘morbide’ e preparate di fronte agli inevitabili giudizi, non sempre positivi, di editori e lettori. In due poi possiamo lavorare ‘il doppio’.

Come vi dividete i compiti della stesura di un libro?

Intanto parliamo moltissimo tra noi, e nell’impossibilità di farlo de visu, ci telefoniamo (molto). Il primo passo infatti è l’invenzione della storia, la parte che ci diverte di più. Discutiamo a lungo, cambiamo spesso idea e smontiamo tutto, nomi dei personaggi compresi. Una volta stabilita la trama, la dividiamo in capitoli che ci suddividiamo. Questo sarebbe il metodo che ci siamo imposte, ma accade anche che Elena, improvvisamente inizi a scrivere a metà della storia e allora… cominciamo da lì. Insomma, prima regola: non ci sono regole, l’importante è che alla fine il prodotto ci soddisfi e i conti tornino, il che, soprattutto nel poliziesco, è la parte più difficile.

Il personaggio di Berté è un personaggio letterario, ma ispirato a uno sbirro in carne ed ossa, molto conosciuto a Milano. L’avete mai incontrato di persona? Che impressione vi ha fatto?

Il personaggio Gigi Berté non è la fotocopia perfetta del vero ispettore che ci ha ispirate, ma ha la sua stessa etica, il suo coraggio, la sua coda brizzolata e il suo amore per la buona tavola. Il ‘vero’ Gigi è per noi un amico e lo incontriamo sempre con grande piacere.

E’ da poco uscito Il mistero della gazza ladra. Un’ambientazione ligure per il vostro commissario. Come è nato il vostro interesse per la Liguria. E’ legato a ricordi di infanzia?

Da sempre frequentiamo la Liguria e quindi ne conosciamo il territorio e le dinamiche. È stato divertente spedire ‘in punizione’ il nostro commissario nel luogo dove passiamo le vacanze e immaginare il suo impatto con una realtà diversa da quella metropolitana. Ci piace immaginare Berté che si rilassa (o si infuria) passeggiando lungo la banchina del porto di… Lungariva, come facciamo anche noi.

Una commercialista viene uccisa in casa sua. Macabra la messinscena: un piede di porco, dei tarocchi, delle monete. Toccherà a Bertè intuire chi è il colpevole. A che tipo di noir vi ispirate? Quali autori vi hanno maggiormente influenzato?

Il nostro è un poliziesco piuttosto scanzonato, anche se trattiamo temi come il disagio sociale, le ossessioni, le diversità, il perbenismo. La connotazione prettamente noir invece si trova nei diversi racconti, scritti da Berté, inseriti all’interno dei romanzi. Prendiamo esempio e lezioni dai grandi scrittori, non solo noir; l’elenco dei loro nomi, e delle lezioni di stile che ci hanno impartito, sarebbe lunghissimo. Ne citiamo solo alcuni in un gran guazzabuglio: Manzoni, Maria Bellonci, Sandor Marai, Vargas Llosa, Garçia Marquez, Elisabeth Von Arnim, Simenon, Scerbanenco, ma sono solo alcuni tra i grandi autori che amiamo. C’è sempre da imparare dai classici, ma poi… bisogna cercare di andare oltre e inventare qualcosa di originale.

Datemi una vostra personale definizione di “noir”.

Noir è la parte deteriore del cuore umano. C’è chi riesce a dominarla o a sublimarla, chi no. Compito di chi scrive ‘di noir’ è portare all’attenzione di tutti il nero che vive in ognuno di noi per poterlo comprendere e governare.
Ci sono luoghi più ‘noir’ di altri. Le città in primis (ad esempio Milano e Torino), o appunto una località turistica descritta d’inverno, quando gli ombrelloni sono chiusi e le case deserte.
Infine il Noir come genere letterario non dà soluzioni o speranze. Semplicemente descrive, denuncia.
Un antidoto al noir presente nell’uomo? Natura, Cultura e Arte, in tutte le loro manifestazioni.

Ditevi una cosa che non vi siete mai dette prima. Senza ridere.

Tra noi non abbiamo segreti, ma se li rivelassimo… che ne sarebbe del mistero delle ‘sorelle noir’?

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

Gli aneddoti più curiosi sono legati alle ricerche storiche (chi ha detto che la Storia è noiosa? Provate a fare ricerca e vedrete le risate!). Abbiamo incontrato personaggi straordinari e ci siamo spesso cacciate nei guai o in situazioni ridicole. In famiglia da anni ridono di noi perché quando viaggiamo per lavoro sembriamo ‘possedute’ e trascinate dall’entusiasmo perdiamo il buon senso. Ad esempio abbiamo girato tre volte intorno alla rocca di Senigallia cercandone l’ingresso (e chiedendo aiuto persino a turisti americani che ci guardavano straniti), provando a spingere con tutte le nostre forze una porticina di ferro murata da secoli… senza notare l’enorme ponte levatoio che portava all’ingresso. L’emozione a volte ci ottenebra i cervelli!

C’è un esordiente che vi ha particolarmente colpito? Quale consiglio gli dareste? Lo stesso che avreste voluto ricevere all’inizio delle vostre carriere.

Ragazza/o, continua a scrivere, anche se ti sembra che vada tutto storto e che nessuno si interessi al tuo lavoro; fallo per te, per quelli che credono in te, perché non ne puoi fare a meno… ma non farlo MAI copiando qualcuno, occhieggiando i generi di moda, o pensando ai soldi e al successo: rischieresti una grande delusione.

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

Litighiamo quasi quotidianamente, ma solo per il ‘bene’ del testo. Finita la discussione, parliamo d’altro e… litighiamo d’altro.

A che libro state lavorando in questo momento?

Abbiamo mille progetti, ma il tempo per realizzarli scarseggia: la priorità comunque resta il sesto e ultimo episodio del commissario Berté, ma in contemporanea stiamo scrivendo uno storico, ambientato a Milano nel XV secolo, che da anni ci intriga (gli amici sono stanchi di sentircelo raccontare e mai realizzare).

Avete già scritto, o in futuro scriverete un romanzo da sole, non in coppia?

Sai che non ci abbiamo mai pensato? Non si può mai dire, però… anche i Beatles si sono divisi…

:: Ai morti non dire addio, Brian Freeman (Piemme, 2016) a cura di Micol Borzatta

18 Maggio 2016 by
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La vita di Jonathan Stride sembra andare per il meglio, ci ha messo nove anni per riprendersi, dopo la morte della moglie di Cindy a causa di un tumore, quando la sua nuova compagna, Serena, mentre era in cerca di Cat, la ragazza di cui si occupano, rimane testimone di un omicidio.
Stride inizia subito a indagare, è il suo lavoro, ma viene subito ribattuto indietro di nove anni.
Sul luogo dell’omicidio viene trovata la pistola che nove anni prima ha ucciso Jay Ferris, il marito della dottoressa Janine Snow, e di cui è stata accusata proprio la moglie.
Stride ha sempre saputo di non avere mai sbagliato, ha sempre pensato che Janine fosse colpevole, ma le nuove prove mettono tutto in discussione.
Ormai tutti sono convinti che Janine sia innocente, ma Stride no, e non smetterà fino a quando le indagini non saranno concluse definitivamente.
Un romanzo avvincente molto particolare in cui troviamo un romanzo dentro al romanzo. Infatti Freeman riesce a unire praticamente due libri in uno solo, iniziando con l’incipit del nuovo caso, passando poi alle indagini del passato, raccontate nei minimi particolari, come se fosse un libro a se stante, e poi ritornando a finire il nuovo caso.
Due libri, due casi, che in realtà sono legati fra di loro più di quanto si creda, con colpi di scena continui che coinvolgono il lettore al punto che si ritroverà più di una volta a trarre delle conclusioni che poi dovrà rivedere e cambiare, riprendendo in esame tutte le informazioni.
Uno stile narrativo da fibrillazione, pieno di svolte e accelerate che sanno come tenere il lettore sempre attento e coinvolto.
Uno dei migliori romanzi mai letti.

Brian Freeman è uno dei maggiori autori thriller americani. Nel 2006 ha esordito con Immoral, vincendo anche il Macavity Award. Nel 2013 con Il veleno nel sangue ha vinto gli International Thriller Awards. Nel 2014 ha pubblicato Polvere alla polvere e La ragazza di pietra, nel 2015 ha pubblicato Io sono tornato. 

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Federica Ufficio stampa Piemme.

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:: I sei giorni del Condor, James Grady (Rizzoli, 1975) a cura di Giulietta Iannone

18 Maggio 2016 by
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Maronick abbassò gli occhi sulla figura ai suoi piedi. “Addio Condor. Un ultimo consiglio. Continua a fare il lettore. La tua fortuna si è esaurita. E quando la fortuna ti abbandona, non vali gran che”. Scomparve nel bosco.                     

È quasi impossibile leggere I sei giorni del Condor (Six Days of the Condor, 1974) senza immaginarsi Robert Redford nei panni del protagonista, con la sua facciona da bravo ragazzo, i capelli biondo sporco, le giacche di velluto a coste.
È infatti difficilmente pensabile che ci sia ancora qualcuno che nel 2016 non abbia visto I tre giorni del Condor di Sydney Pollack, adattamento cinematografico del romanzo di James Grady. Viene passato nelle tv in chiaro praticamente a cadenza fissa, c’è una nuova versione restaurata che esce in DVD a circa 10,00. Insomma non si hanno molte scuse, il film è da vedere.
Per quanto riguarda il libro invece ci sono maggiori possibilità di non averlo letto, ed è un peccato, perché merita, merita davvero ed è per certi versi diverso dal film. Ci sono cambiamenti sostanziali nella trama, i nomi dei personaggio sono quasi tutti diversi, è molto più crudo e sovversivo, per certi versi, del film che è stato fatto.
Sia chiaro io adoro il film di Pollack, e per me è una delle migliori spy-story che abbia visto, ma il libro è diverso. Chiarito questo, non farò in questa recensione una comparazione puntuale tra libro e film (anche se sarebbe divertente) ma mi limiterò di fare un veloce cappello al film e approfondire il libro, con ampi spoiler, per cui se non avete letto il libro, o non amate anticipazioni sulle trame forse è bene che vi fermiate qui e che torniate a lettura avvenuta.
Allora I tre giorni del Condor è un classico film di denuncia e impegno civile, tipico della filmografia anni 70 post Watergate. Sotto le mentite spoglie della spy-story, o forse proprio usando il genere come grimaldello per scardinare sicurezze o illusioni, ci narra una generazione che ha perso l’innocenza e la fiducia nel sistema tipica degli anni ‘50 o ’60.
In questo il film è un capolavoro del genere, per quanto non sia privo di debolezze nella trama e sulla inverosimiglianza torneremo più approfonditamente nell’analisi del libro. Ciò che mi preme dire invece è che questa storia pur con i suoi difetti funziona, piace, ed è terribilmente efficace nel porre un uomo qualunque (un lettore di libri gialli) contro le derive del sistema, i meccanismi perversi che regolano il potere occulto, che è infondo il vero potere.
Nel film si parla di petrolio e Medio Oriente, nel libro di droga, ma insomma la sostanza non varia di molto. Ci sono poteri deviati, sottocellule non controllate dalla base capaci di commettere crimini, di uccidere, di essere al di sopra della legge. Ma noi abbiamo il nostro Davide contro Golia, il nostro Joe Turner/ Ronald Malcolm dotato di una fortuna sfacciata (ma anche di doti di adattamento e di improvvisazione non da ridere) che da topo di biblioteca (senza uno specifico addestramento per interventi sul campo) si trasforma in eroe. Nel libro non a caso a un certo punto Maronick/Jubert gli dice “La tua fortuna si è esaurita. E quando ti abbandona, non vali gran che”.
E il film, forse più del libro, è un autentico manifesto di tutto ciò con un finale tipico della cieca fiducia liberal nei media e nella carta stampata. Celeberrimo il finale davanti agli uffici del New York Times, con un lungo e ibrido “se”. Puntini di sospensione. Certamente un finale aperto più pessimistico del libro.
Detto questo veniamo al libro diviso in sei giorni da un mercoledì a quello seguente. Siamo a Washington, e non a New York, in primavera e non in autunno e il nostro Ronald Malcolm è un tipo forse più grezzo del Joe Turner /Robert Redford. Scoreggia, bestemmia, soffre di raffreddori ricorrenti e molto invasivi. E soprattutto non è lui a scoprire che qualcosa non va alla sezione, ma a farlo è un incolore economo, di nome Heidegger, (alcune discrepanze nelle casse di libri).
Segue la scena più geniale, e incisiva che abbia mai potuto leggere su carta o vedere al cinema: l’assalto armato all’ American Literary Historical Society, mentre Ronald Malcolm è fuori sotto la pioggia a comprare le colazioni (uscito da una porta sul retro, una vecchia carbonaia). Malcolm si salva, avventurosamente (è l’inizio della sua bizzarra fortuna) ma naturalmente “deve morire”.
E inizia la caccia.
Chi vuole ucciderlo? Perché?
Saranno le domande che ci accompagneranno nella vertiginosa caccia all’uomo. Parlavo di inverosimiglianza, e naturalmente c’è e è anche evidente, ma è giocata sul limite del credibile, in un modo così naturale e repentino, che sembra quasi inevitabile. Ricordiamoci che la parte più incredibile del libro, la sezione di Malcolm della CIA, il Gruppo 54/12, pur con altri nomi e le operazioni di Open source INTelligence, rispecchiano la realtà. Esistono davvero ricercatori che scartabellano giornali e libri, in cerca di fughe di notizie, suggerimenti, notizie utili. Già Lyndon Johnson disse:

“(…) i successi più importanti non vengono dalle operazioni di spionaggio condotte nell’ombra e nell’ mistero, ma nascono dalla paziente lettura, per ore e ore, di periodici tecnici altamente specializzati. Essi [i ricercatori della CIA] sono veri e propri studiosi professionali. E la loro opera è tanto oscura quanto inestimabile”.

Quindi dato questo assunto per vero, tutto il resto passa in secondo piano, il topo di biblioteca che compete con killer professionisti (senza un reale addestramento), la donna (Wendy) che viene rapita, gli crede, se ne innamora e lo aiuta, tutto in una manciata di ore, l’allacciamento dei telefoni per non farsi rintracciare (aveva fatto un lavoretto estivo per la Compagnia dei telefoni), l’incontro fortuito al Campidoglio tra Macolm e Wendy e Atwood e Maronick, Maronick stesso che nel finale gli salva la vita, sperando che questo venga considerato dalla Compagnia un suo gesto di amicizia che gli permetta poi di non essere a sua volta braccato. Insomma se sospendete l’incredulità la storia funziona, e funziona alla grande. E questa sospensione non necessita poi neanche di un grande sforzo (e in questo sta la bravura di Grady).
Va bene il finale non lo racconto, anche se sarei tentata, ma è certamente più ottimistico del film. Ronald Malcolm ormai è cambiato, non è più il lettore di gialli entrato nella CIA per aver fatto una lunga dissertazione su Nero Wolfe nelle sue prove di laurea.
Forse il punto in cui libro e film maggiormente divergono sta nel fatto che nel libro abbiamo un vecchio e Kevin Powell a ridare al sistema una legittimità e un’aura positiva, a fungere da anticorpi in un sistema tutto sommato sano che sa curare le sue ferite, saranno loro infatti a salvare o perlomeno ad aiutare Malcolm, anche se in realtà fa tutto da solo.
Insomma il sistema ha falle grandi come il traforo del Monte Bianco, ma esisteranno sempre uomini capaci di fare la differenza, schegge impazzite forse o non omologate, capaci di sfuggire dalle maglie oppressive del sistema e lottare per il bene. O ciò che resta del bene, in questo nostro mondo adulterato da debolezze e corruzione. E questo è il messaggio che resta invariato negli anni, che fa attraversare questo libro il tempo senza accusare grandi colpi.
Da leggere. Traduzione di Argia Micchettoni.

Leggete anche questi articoli di Davide Mana: qui (un altro punto di vista sul libro) e qui (sul film).

James Grady (1949) è giornalista e scrittore. È stato reporter investigativo, sceneggiatore per il cinema e la tv e ha pubblicato diversi romanzi che gli hanno valso numerosi premi tra i quali una nomination all’Edgar Award nel 1997, il Grand Prix du Roman Noir nel 2001 e il Raymond Chandler Award nel 2003. Dal primo episodio della trilogia, I sei giorni del Condor, è stato tratto il capolavoro di Sydney Pollack con Robert Redford. Il ritorno del Condor, l’ultimo romanzo della serie, è disponibile in BUR.

Nota: intervista a James Grady, qui.

Source: acquisto personale.

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