:: L’ emozione in ogni passo, Fioly Bocca (Giunti, 2016) a cura di Micol Borzatta

27 luglio 2016 by
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Alma, mentre con l’amica Monica si trova in vacanza in un agriturismo a Varengo nel Basso Monferrato, incontra Bruno. Tra i due nasce subito l’amore, un sentimento talmente forte che spinge Alma a prolungare le vacanze fino a quando è costretta a tutti i costi a tornare a Bologna per l’inaugurazione della sua libreria, aperta con tanti sacrifici, investendoci tutti i suoi risparmi. Bruno è legato alla sua terra e all’agriturismo, è la sua vita e il suo sogno, fuori di lì si sente soffocare e morire.
Provano a far andare avanti la relazione a distanza, ma quando a capodanno Bruno la raggiunge a Bologna decide che è il caso di troncare la relazione perché non possono continuare a vivere in attesa di un futuro che non ci sarà mai perché nessuno dei due è disposto a lasciare la sua terra.
Frida è sposata con un medico volontario in Medici Senza Frontiere e ha uno studio a Torino. Ogni volta che il marito parte per una missione lei si sente persa, ma non lascia mai il suo posto per seguirlo, fino a quando nell’ultima missione lui muore e lei si sente vuota e senza nessuna più voglia di vivere.
Per motivi diversi entrambe decidono di intraprendere il Cammino di Santiago e durante la marcia si incontrano e decidono di fare il percorso insieme.
Durante i giorni di marcia si raccontano a vicenda le loro vite, le loro esperienze e le motivazione che le hanno spinte al viaggio.
Un viaggio che le porterà a scoprire molto di se stesse e ritrovare grandi verità.
Un romanzo incredibile che appena preso in mano potrebbe sembrare l’ennesimo polpettone copiato da Coelho, ma che invece è una scoperta riga dopo riga, come scoperta è il Cammino passo dopo passo, e il tutto scritto da una scrittrice che non ha nulla da invidiare a Coelho.
Immergendosi in queste pagine anche il lettore si ritrova a fare un Cammino dentro di sé, avvolto dalle atmosfere spirituali, romantiche e a volte anche difficili dei protagonisti.
Ogni persona che incontrano Alma e Frida sembra di incontrarlo fisicamente anche al lettore che uscirà dalla lettura e dai vari incontri molto più ricco rispetto all’inizio della lettura.
Un romanzo che sa come trasmettere il vero significato del Cammino di Santiago portando il lettore ad avere voglia di intraprenderlo a sua volta per immergersi sia nelle ambientazioni stupende descritte nel romanzo, ma anche in quel senso di appartenenza e di scoperta che ti trasmette il Cammino.
Ottimo romanzo consigliato sia agli amanti del genere, ma specialmente a chi si avvicina per la prima volta per la sua semplicità e il suo stile diretto.

Fioly Bocca vive sulle colline del Monferrato.
Laureata in lettere all’Università di Torino è specializzata in redazione editoriale.
Ha esordito con il romanzo Ovunque tu sarai che è stato da subito un grande successo ed è stato tradotto anche in Germania e Norvegia.
L’emozione in ogni passo è il suo secondo romanzo.

Source: libro inviato da Walkabout Literary Agency, ringraziamo Fiammetta.

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:: Un’ intervista con Valentino Bonacquisti, autore di La Street Art Romana – Attraverso i centri di aggregazione sociale – Edizioni Il Galeone

26 luglio 2016 by

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Presentati ai nostri lettori. Chi è Valentino Bonacquisti?

Mi reputo un fotografo di strada fin da quando ero ragazzo, quando ricevuta in regalo da mio fratello una reflex Olympus mezzo formato, iniziai a fotografare i vecchi del paese. A parte una parentesi lunga 35 anni in cui sono stato costretto a fare il ferroviere, ancora oggi vado in giro, con la stessa passione di allora, a scattare fotografie cercando di cogliere l’intimità pubblica della gente.

Come è nata l’idea di scrivere La Street Art romana – Attraverso i centri di aggregazione sociale? Rientra in un progetto più ampio?

Un’altra mia passione sono stati sempre i colori, stranamente per me che amo fare foto in bianco e nero, quelli messi insieme dagli artisti contemporanei, tra i quali io annovero anche i writers con i loro stupendi esercizi calligrafici. Quattro anni fa, decisi di dedicare molto del mio tempo disponibile a documentare e archiviare foto di pezzi di street art che apparivano sui muri di Roma. Iniziai prima con i quartieri “frikkettoni” poi, scoprii i muri liberi, poi un giorno di gennaio entrai al Forte Prenestino prima e alla Biblioteca Abusiva Metropolitana poi. Avvertii, in tutti e due i luoghi, una sensazione di leggerezza; decisi quindi di raccogliere in una pubblicazione tutte quelle opere così che anche chi non fosse mai entrato in uno di quei luoghi capisse quanto vi si facesse cultura. Nel frattempo ho allargato i miei orizzonti di ricerca e almeno per ora, il più intrigante è quello di entrare abusivamente all’interno di luoghi abbandonati, principalmente fabbriche, ma non disdegno ex ospedali, palazzi in costruzione mai terminati e cose simili per fotografare i pezzi che gli street artist vi vanno realizzare solo ed esclusivamente per il loro bisogno di entrare in contatto diretto con il proprio “io”.

Definiscici in breve cosa è la Street Art, e quali sono le sue valenze culturali, ideologiche e sociali.

Muro pulito, popolo muto. Ho sempre pensato che la street art abbia una grande valenza ideologica e che sia uno degli strumenti a disposizione della gente per esprimere le proprie idee, le proprie incazzature; ed al contempo utile a chi ne fruisce che è portato a riflettere.

La macchina fotografica come strumento per tramandare la memoria. Come ti poni di fronte a un murales, come interpreti il reale?

Io che ritengo di avere una memoria storica fuori dal comune (ricordo perfettamente una serie infinita di episodi della mia vita che risalgono anche a quando avevo tre anni) registro avidamente il mondo che mi circonda proprio allo scopo di lasciare traccia di questa mia memoria che sarà ovviamente destinata a svanire nel nulla.

La Street art è sicuramente una forma di arte popolare, un’ arte povera, ma molto vitale, molto polifonica che da risalto a ogni forma di marginalità. In che misura pensi possa trasmettere valori come la solidarietà, l’interculturalità, lo spirito di gruppo?

Chi accenna uno sguardo di sufficienza e passa oltre è uno che pensa solo a se stesso. Chi si ferma davanti ad un pezzo fatto su di un muro ne coglie i colori, la bellezza, il valore aggiunto che chi lo ha realizzato ci ha messo; si spoglia dello scudo e si sente quindi portato a dialogare.

Quale è il murales che ti ha più impressionato?

Sicuramente quello che io chiamo “Il Pensatore” realizzato da Hogre su di un muro in via degli Ausoni a S.Lorenzo. Sta lì da quattro anni e nessuno osa scalfirlo (addirittura chi ha messo un cartello pubblicitario si è accertato comunque di lasciar visibile il pezzo). Un Amleto del terzo millennio che si pone non domande esistenziali, bensì domande molto più concrete.

Ci sono donne tra gli artisti romani che si occupano di trasmettere questa attività?

Sì ce ne sono tantissime e molto intelligenti, sia fra le figurative sia fra quelle provenienti dal writing; devo dire che si tratta spesso di ragazze giovanissime ma con le idee ben chiare.

Stai lavorando a nuovi progetti simili, magari in altre città?

Di progetti ne ho tantissimi, quello più immediato e già passato alla fase realizzativa è la documentazione dei pezzi custoditi all’interno di edifici abbandonati dando ovviamente anche il dovuto risalto a quello che erano una volta quei luoghi che pullulavano di attività industriali, commerciali, umane. In parallelo porto avanti la mia continua ricerca di catturare, con il sensore dalla macchina fotografica, l’anima della gente che incontro per strada.

Nota: Per ordinare il libro la strada più sicura è inviare una mail all’editore http://www.edizionigaleone.it/ . Buona lettura.

:: Donne per il terzo millennio. Problema o risorsa?, Enrica Rosanna (Milella, 2007) a cura di Daniela Distefano

26 luglio 2016 by
donne

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Questo libro è un’occasione per considerare i valori fondamentali dell’umanità. La Chiesa ringrazia la santissima Trinità per il “mistero della donna”, una cristallina ispirazione evangelica. E’ necessario fondare la “civiltà dell’amore”, seguire la missione nel mondo di un essere che sappia trasformarsi in “genio della donna”. Ma chi incarna questa genialità più di tutti? Ovviamente Maria, madre santissima del Signore. La storia della donna è un cammino sofferto e splendido. I movimenti femminili propugnano una liberazione della donna in quanto risorsa per il genere umano con la sua intelligenza, resistenza, fedeltà: risorsa morale, culturale, che deve sostenere la partecipazione del gentil sesso nei luoghi di potere. Ma non il Potere di dominio, semmai un potere inteso come “servizio”. Il tema della felicità, cioè della libertà e della pace è un traguardo che dev’essere raggiunto nel nostro cosmo oramai globalizzato. Ci vuole più solidarietà universale, specie tra i giovani che devono lottare per la pace, riducendo gli individualismi esasperati. Manca, di fatto, un reale processo di formazione. Don Bosco usava il termine “familiarità” per definire il rapporto tra adulti educatori e giovani. Oggi i ragazzi devono affrontare le problematiche di un mondo in crisi e in guerra perenne. Il drammatico attacco alle torri gemelle è stato macabro e inquietante, un’ombra lunga sull’Occidente. Tutti siamo stati lambiti dal terrore. L’educazione – non solo femminile – alla pace è un tassello imprescindibile per chi voglia seminare grano e non sterpaglia da bruciare. Il Signore chiede molto, ma dà anche molto. “La donna non può ritrovare se stessa se non donando l’amore agli altri”. Quello che Suor Enrica intende sottolineare è che l’uomo e la donna sono membri con pari prospettive per il Cristo Gesù. Non è una questione solo di privilegi o sotterfugi, di stipendi più alti per i maschi, di lavoro più duro per le donne, non è solo un fattore di schiavitù femminile, di casi di femminicidio, di vita beata che non sempre è fattibile. La donna, semplicemente, fa parte – come l’uomo – di un piano divino. Voler negare questo assunto significa non considerare il cammino sulla Terra come passaggio per il Cielo. Tutti dobbiamo lottare per i valori che ci appartengono. La crisi di oggi non è solo di genere, economica, politica, istituzionale, cancerogena per la società. Il fatto è che oggi abbiamo crocifisso Gesù senza neanche saperlo. Buttiamo un sasso nello stagno del benessere, del consumismo, del capitalismo, e cosa ne viene fuori? Il caos della perduta Babilonia. “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”, dice il Signore: noi stiamo seppellendo i nostri costumi, le nostre tradizioni, i nostri ideali, la fede in Dio, la speranza di salvezza. La competizione, la concorrenza, sono questi i nostri obiettivi. E il prossimo? C’è tra noi ancora un buon Samaritano? Forse sì, non siamo troppo pessimisti, però chi lo ringrazierà per il suo aiuto? Ritornando al tema del libro, cioè la donna, tutti dobbiamo sforzarci di essere grati a Dio per averla creata. Non è solo un fatto di procreazione, o di materna bontà. La donna non deve essere più schiavizzata, deve emanciparsi senza scavalcare nessuno, non è guerra, è libertà. Quali sono i modelli di donna a cui ispirarsi? Naturalmente, le donne del Vangelo, sante e pie mediatrici, esempi di vita consacrata all’eterno gaudio. Il Signore si serve di loro come testimoni della Resurrezione. L’umiltà, il coraggio, la franchezza, la devozione, la sottomissione, la preghiera, sono attributi delle donne del Vangelo. Dobbiamo a loro la fedeltà ai sacramenti del Signore. Assieme agli apostoli, e a tutti i cristiani, eredi di una testimonianza millenaria. Questo libro è un incipit alla riflessione su ciò che siamo e quello che con l’aiuto di Dio possiamo diventare. La donna è completamento del disegno divino, non riconoscere questo compito sarebbe un degradare l’umanità a qualcosa di spezzato e non fecondo.

Enrica Rosanna è Docente Emerito della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione «Auxilium» di Roma –

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: Il segreto del Voltone. Il commissario Botteghi e una vecchia storia livornese, Diego Collaveri (Fratelli Frilli, 2016) a cura di Micol Borzatta

26 luglio 2016 by
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Livorno. Piazza della Repubblica, più specificatamente sotto al Voltone. Giorni odierni. Il ritrovamento di un crocerista americano è la notizia che un giorno molto caldo sveglia di prima mattina il commissario Mario Botteghi. Lui e la sua squadra vanno subito sul posto a indagare, e sulle prime sembra una classica rapina finita male.
Botteghi, come da protocollo, inizia subito a recuperare e visionare tutti gli effetti personali del crocerista e la sua cabina, ed è proprio qui che ritrova un diario di un parente del defunto nascosto con molta attenzione e che riguarda il periodo dello sminamento avvenuto a Livorno nel 1945, fatto che gli fa capire subito che l’omicidio non è una semplice rapina ma qualcosa di più complesso.
A questo punto Botteghi è costretto ad andare in Ambasciata, trattandosi di uno straniero, e anche qui incontra molte perplessità, specialmente sulla fretta che l’ambasciata gli vuole mettere per la chiusura del caso.
Botteghi inizia a studiare con molta attenzione il diario e scopre che lo zio del defunto, insieme a un gruppo di partigiani italiani, era coinvolto nell’occultamento di un grande segreto che doveva essere tenuto nascosto a tutti ma specialmente ai tedeschi, e per questo venne messo proprio nelle gallerie sotterranee sotto al Voltone.
Pur essendo all’inizio molto incredulo sui fatti narrati, credendo come tutti che la storia delle gallerie e del tesoro fosse solo una leggenda metropolitana inventata per far divertire i ragazzini, Botteghi inizia comunque a indagare anche in quella direzione, sperando di trovare il colpevole dell’omicidio dell’americano. Inizia così l’indagine e il viaggio che unirà passato e presente in un vortice di colpi di scena e sotterfugi per arrivare alla soluzione del mistero. Tuttavia il mistero si riuscirà davvero a svelare?
Romanzo unico nel suo genere trattandosi di un ibrido tra giallo, ovvero tutto ciò relativo alla trama, e il noir, cioè tutto la parte riguardante l’introspezione di Botteghi che rappresenta il classico cliché del commissario da romanzo e film noir.
Nel noir c’è anche da specificare che si tratta di noir metropolitano grazie alla sua ambientazione tutta cittadina, infatti tutte le vicende sono ambientate a Livorno, più precisamente nelle vie e nelle zone intorno alla Fortezza Nuova e al Voltone.
Altro fattore ibrido che possiamo trovare è la mescolanza di fatti storici realmente accaduti, e dei quali Collaveri si è lungamente documentato facendo ricerche approfondite, spesso le stesse che poi fa fare a Bottteghi, sia a livello teorico tramite racconti, libri, documenti storici che direttamente sul campo.
Una scelta molto coraggiosa dell’autore è stata sicuramente quella di usare nel linguaggio parlato dei personaggi cadenze e terminologie vernacolari, ovvero specifiche livornesi. Dico che è stato un atto di coraggio perché questa scelta potrebbe restringere il target dei lettori, ma questo non avviene, perché il genio di Collaveri ha inserito delle note a piè di pagina dove spiega il significato dei termini, facendo così in modo che il lettore si appassioni di più, e per i non livornesi poter imparare di più città e i suoi abitanti.
Le descrizioni dei luoghi sono fatte attraverso gli occhi di Botteghi, grazie alla narrazione tutta in prima persona, in questo modo l’autore non è obbligato a limitarsi esclusivamente alla parte fisica e materiale dei paesaggi, ma può trasmettere tutta la magia che possiamo trovare racchiusa anche nella realtà in ogni mattone, ciottolo e filo d’erba di questa città quasi mistica.
Come detto da Collaveri stesso durante una presentazione del suo libro, quando ha scritto e creato Botteghi si è trasformato lui stesso in Botteghi, e questo il lettore lo nota per tutta la durata del romanzo, perché leggendolo diventa a sua volta il commissario vivendo tutto il libro in prima persona e toccando con mano luoghi, avvenimenti e personaggi.
La trama poi è così ben realizzata che l’autore riesce a dare tutti gli indizi al lettore per risolvere il caso già nella prima metà del libro, ma nello stesso tempo, durante la lettura, lo depista in modo da rendere tutto ancora più intrigante, come se Collaveri volesse giocare con lui e dopo avergli dato la soluzione in mano rendergli la decifrazione degli indizi complicata distraendolo e rigirandogli i pezzi in mano.
Un romanzo spettacolare scritto da un livornese DOC che sa conquistare con la sua fantasia e insegnarci anche nuove nozioni storiche nel modo più piacevole e avvincente che possa esserci, dimostrando conoscenza dei fatti e impegno nella ricerca fatta con testa, ma soprattutto con il cuore.

Diego Collaveri nasce a Livorno nel 1976.
Dal 1992 fino al 2000 lavora in campo musicale per la EMI Music.
Nel 2000 inizia a confrontarsi con la scrittura, prima partecipando a concorsi di poesia e narrativa e in seguito con le prime pubblicazioni.
Nel 2001 inizia a dedicarsi alla sceneggiatura, prima per il teatro e successivamente per il cinema.
Nel 2003 fonda la Jolly Roger production con cui produce video.
Dal 2014 collabora con La tela nera come critico cinematografico e dal 2015 è docente della Scuola di Scrittura Carver di Livorno.
Al suo attivo ha i romanzi Anime assassine pubblicato nel 2014 e L’odore salmastro dei fossi pubblicato sempre con Fratelli Frilli nel 2015.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Fratelli Frilli Editori.

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:: Un’ intervista con Guia Risari, a cura di Viviana Filippini

25 luglio 2016 by

oXUQZFrCiao a Guia Risari e benvenuta a Liberi di scrivere per raccontarci un po’ come è nato Il viaggio di Lea, edito da Einaudi Ragazzi

V: Come è nata la trama del Il viaggio di Lea?

G: Sono stata sollecitata da Lodovica Cima: in qualche modo, è lei che devo ringraziare. In quel periodo, cercava un testo che parlasse della vita e del suo senso. L’idea è nata da una spinta in questa direzione e poi ha seguito il suo cammino.

V: C’è qualche situazione particolare della vita reale che ha influenzato la creazione della piccola Lea, una ragazzina alla ricerca delle risposte sul senso della vita e della morte?

G: Non è stato difficile immaginare una situazione di solitudine, fuga e ricerca. Le domande di fondo di Lea, poi, sono quelle che ci facciamo tutti. Solo che spesso rifuggiamo dal cercare le risposte, voltiamo pagina, dimentichiamo. Sono esperienze che appartengono a ognuno di noi. Io, da piccola, scappavo spesso di casa. Andavo a vivere – per interi pomeriggi! – in solaio; da lì saltavo sui tetti e mi avvicinavo al cielo, che mi è sempre parso un ottimo interlocutore. Non ho mai dimenticato i motivi di questa inquietudine, anche se non sempre ho accesso ai tetti…

V: Nel tuo libro riabiliti la figura del gatto che, purtroppo, spesso e volentieri nel corso della storia e della tradizioni popolare ha assunto valore negativo. Per Lea Porfirio cosa rappresenta?

G: È vero; il gatto, che pur cacciando i topi ha garantito agli uomini di conservare tante derrate alimentari, è stato spesso oggetto di persecuzioni e torture. Quand’era nero, poi, gli si attribuiva un’indole diabolica. In realtà, essendo il gatto nero più robusto e longevo, viaggiava spesso sulle navi dei pirati, segnalandone la presenza. Di qui l’idea che portasse sfortuna. Porfirio nel mio romanzo rappresenta l’anima realista, un po’ cinica e disincantata della storia. Ha attraversato vari secoli e vissuto in tanti paesi, collezionando una gran quantità di esperienze e ricordi, da cui pesca con estrema libertà per far fronte al presente. Non ha illusioni, non si nasconde dietro sogni impossibili: conserva tuttavia curiosità e voglia di sperimentare. È l’amico ideale di Lea che, al contrario, si cura dalle ferite della vita con una buona dose di illusioni.

V: La protagonista inizia un viaggio e ha un’interessante abitudine, quella di disegnare e fare dei ritratti di alcune delle persone che incontra sul suo cammino. Questo riprodurre la realtà mettendola su carta e interpretandola in modo personale perché è importante per Lea?

G: Credo sia importante per tutti quelli che s’immergono nella realtà fino quasi a perdere i contorni di sé trovare un modo per fermarsi, prendere le distanze e osservare le cose con un certo distacco. La mediazione della carta – un ritratto fatto di segni o di parole – a questo serve. A confrontarsi con quel che avviene e con la propria visione, a studiare a fondo i dettagli, a dare un’interpretazione, a posizionarsi.

V: Il viaggio compiuto dalla protagonista le permetterà di incontrare persone di diversi caratteri e professioni, che le mostrano i diversi aspetti che la vita può avere. Quanto è importante per la protagonista confrontarsi con queste realtà umane?

G: Per la protagonista, come per tutti noi, il mondo sarebbe incompleto senza un confronto con gli altri. Questo significa misurarsi con la diversità, con visioni peculiari e a volte inconciliabili della vita. Significa allontanarsi dal centro, dal proprio centro, per guardare l’esistenza con occhi diversi; tornare alle proprie posizioni e avere il coraggio di abbandonarle o modificarle radicalmente. Non è un processo indolore, a volte è disorientante, è una piccola lotta e in parte una perdita, di certezze, di terreno, di stabilità. Ma è un processo indispensabile che arricchisce la vita di colori e sfumature.

V: Ad un certo punto accanto a Lea compare la piccola Ipa. Le due ragazzine diventano subito amiche e si sostengono a vicenda come se si scambiassero insegnamenti reciproci. Volevo sapere se le loro caratteristiche fisiche (una bionda, l’altra mora, una con gli occhi azzurri, l’altra no) sono una scelta voluta (mi hanno ricordato il giorno e la notte, la luce e la tenebra, la vita e la morte) perché ha un particolare significato o è dettata da fini stilistici (solo per differenziare le due)?

G: Le opposizioni sono parte della vita e insieme compongono un quadro completo e armonico. Così è per questi due personaggi: Lea fugge dalla vita per cercare il senso della morte; Ipa compie il cammino opposto. E non è un caso che s’incontrino in treno e quindi in cammino perché il rapporto tra vita e morte non si può capire che in itinere.

V: Che differenza c’è tra lo scrivere per bambini e per adulti?

G: Crescere e invecchiare non sono un processo coerente e uniforme. Non si abbandona uno stato per un altro. Non c’è un regno dell’infanzia, uno dell’adolescenza, la giovinezza, la maturità, la vecchiaia. Esiste piuttosto un continuum che fa convivere tutte queste età nel presente: conserva tracce e tratti del passato e anticipa quelli del futuro. Per questo non c’è, secondo me, un modo per parlare o scrivere per bambini e un altro per adulti. Ci sono tante voci che ci abitano e la capacità di non metterle a tacere per corrispondere a un’immagine comoda e artefatta di sé. Se si vive con pienezza, si è in grado di conservare la voce bambina e di trattarla come una voce adulta. Per questo nascono poi dei libri “trasversali” che parlano a tutti.

V: Se dovesse/si scegliere una canzone da abbinare a questo libro, quale sarebbe?

G: Close to Paradise di Patrick Watson.

V: Già al lavoro su altre scritture? Se sì di cosa tratteranno (se puoi dircelo)?

G: Ho da poco terminato di scrivere un romanzo per adulti che definirei “biblico” perché racconta di Dio, della creazione del mondo, di Lucifero, di Adamo ed Eva, della cacciata dal paradiso in chiave umoristica. A settembre invece usciranno in contemporanea, tre albi per l’infanzia: Il volo della famiglia Knitter (Bohem Press) che parla di volo e libertà, Se fossi un uccellino (ELI edizioni) che è una poesia dedicata alle piccole creature alate e Il Pigiama verde (Coccole Books) che racconta le meraviglie prodotte da un pigiama. In questo momento, sto scrivendo contemporaneamente tre romanzi – uno per adulti e due per ragazzi – ma sono tutti troppo all’inizio perché li possa raccontare. Ci sono storie che nascono già con una strada tracciata: bisogna solo avere l’abilità di seguirla. Altre che si rivelano invece mobili e incerte; si scoprono andando e rivelano le loro sorprese solo si sa attendere con pazienza e continuare, nonostante la meta cambi posizione e obblighi a clamorose virate. Le tre storie che sto cercando di “catturare” mi obbligano a questo tipo di scrittura imprevedibile, che è una rivelazione quotidiana. Appena ne saprò di più, anch’io potrò raccontare meglio.

:: Liberi di scrivere consigliato per i migliori libri per bambini dal sito Bambinofelice.it

23 luglio 2016 by

logoIn questi giorni di brutte notizie, noi ci ostiniamo a parlare di libri, consideratela la nostra forma di resistenza civile. Per cui siamo più che felici di segnalarvi che una nostra recensione è stata scelta per figurare nell’infografica “I migliori 15 libri per bambini” lanciata dal sito dedicato alle mamme a ai bambini Bambinofelice.it. E’ “La casa nella prateria“, un classico per l’infanzia di Laura Elizabeth Ingalls Wilder (Gallucci, 2015) a cura della giornalista Viviana Filippini. Tre gli altri libri segnalati La collina dei conigli, Lo Hobbit, Pippi Calzelunghe, e molti altri. Vi invito a visitare il loro sito per l’elenco completo.

6132389_408243Chi di voi lettori, nato e cresciuto negli anni ’80, non ha visto almeno una volta il telefilm La casa nella prateria? Lo ammetto, durante la mia infanzia credo di averne guardate solo una o due puntate del telefilm realizzato dall’attore regista Michael Landon (me lo ricordo in Bonanza, altro prodotto TV dove quasi tutti i personaggi avevano gli occhi azzurri). Mi piaceva l’ambientazione immersa nella prateria americana pura, ma non riuscivo a sopportare l’atmosfera troppo mielosa che riguardava i diversi personaggi presenti all’interno della trama… (continua)

:: Il bazar dei brutti sogni, Stephen King (Sperling & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone

22 luglio 2016 by
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Stephen King è come il buon vino, invecchiando migliora. Per cui non dispiace molto rivedere, tra i venti racconti che costituiscono la raccolta Il bazar dei brutti sogni, alcuni magari usciti già altrove, e anche solo poco rimaneggiati e arricchiti. “Miglio 81” per esempio è stato già pubblicato in Italia con lo stesso titolo da Sperling & Kupfer nel 2011, per la traduzione di Giovanni Arduino. Sempre anche in Italia sono stati pubblicati “The Dune”, originariamente su Granta, (“La duna” su Granta Italia n°5 traduzione a cura di Letizia Sacchini; “A Death” originariamente su The New Yorker, (“Una morte” su Internazionale, traduzione di Diana Corsini), “Herman Wouk Is Still Alive”, originariamente su The Atlantic (“Herman Wouk è ancora vivo”, su Internazionale n° 911, traduzione di Wu Ming). Questi ultimi solo in America: “Premiun Harmony”, su The New Yorker; “Batman e Robin” su Harper’s Magazine; “The Bone Church” su Play Boy; “Morality” su Esquire; “Afterlife” su Tin House; “Tommy” su Play boy; “The Bus is another World” su Esquire e “Summer Thunder” su Cemetery Dance. Tutti gli altri sono inediti.
Ma il valore aggiunto, ciò che davvero rende questo libro imperdibile, che siate o non siate lettori storici di King, sono le premesse ad ogni racconto, una letteratura a parte, che ho sempre adorato, in autori come Asimov. Leggevo infatti i suoi libri per leggere queste premesse, anche Chandler non si ritraeva. Scoprire insomma cosa portò al racconto, facendo luce sulla stessa vita dell’autore, ma con pudore, come se si accendesse una luce discreta, e nulla più, beh è un’ esperienza piacevole e molto istruttiva. Stephen King hai il pregio del narratore accanto al fuoco, mentre i marshmallow sfrigolano sul fuoco, una notte di luna piena. In campeggio, sì, quando giunge l’ora, superata la mezzanotte, in cui i racconti di paura prendono vita. Anche noi, che non siamo americani, non facciamo fatica a immaginarci la scena e l’atmosfera. E non credo di sbagliarmi molto ne di essere irrispettosa. Ma King non è un autore da salotto, ecco. Con lui si sente l’odore della terra dopo la pioggia, si sentono i grilli e le rane toro che gracidano, c’è poco da fare.
Il bazar dei brutti sogni a mio avviso è un libro riuscito, che mi sento di consigliarvi senza esitazione. Comunque l’esperienza di lettura è diversa per ogni lettore, mi limiterò a raccontarvi la mia. Prima dei racconti ho letto tutte le premesse ai racconti, in un pomeriggio, con molto gusto e divertita curiosità. Poi i racconti. Non che ve lo consiglio, non che sia un’esperienza ortodossa, ma tant’è così ho fatto io. Prima dei racconti vorrei però parlarvi del curatore e dei traduttori. La traduzione infatti ha richiesto un lavoro collettivo che ha coinvolto Giovanni Arduino, Chiara Brovelli, Alfredo Colitto e Christian Pastore. La curatela del libro è di Loredana Lipperini. Essendo venti racconti sarà difficile che possa parlarvi estesamente di ognuno, ma posso sen’zaltro dirvi quelli che mi sono più piaciuti e mi hanno fatto più paura. Sebbene non l’orrore in senso stretto, traspaia da questi racconti. Se “Miglio 81” è uno dei suoi preferiti, o il finale de La duna addirittura è da lui definito “uno dei miei finali preferiti in assoluto”, tra i miei preferiti citerei senz’altro Il bambino cattivo, Herman wouk è ancora vivo e Il piccolo dio verde del dolore. Probabilmente a voi poco importa, e i vostri preferiti saranno altri, ma il bello è che questo descrive l’ora, l’adesso. Magari già domani avrò cambiato idea. Buona lettura.

Stephen King vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha e la figlia Naomi. Da più di quarant’anni le sue storie sono bestseller che hanno venduto 500 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Stanley Kubrick, Brian De Palma, Rob Reiner, Frank Darabont. Oltre ai film tratti dai suoi romanzi, vere pietre miliari come Shining, Stand by me–Ricordo di un’estate, Le ali della libertà,Il miglio verde ¿ per citarne solo alcuni ¿ sono seguitissime anche le sue serie TV, ultima in ordine di apparizione quella tratta da The Dome, trasmessa da RAI2. Recentemente King si è dedicato ai social media e in breve tempo ha conquistato centinaia di migliaia di follower su Facebook e soprattutto su Twitter.
Nel 2015 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama gli ha conferito la National Medal of Arts.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Venezia salva. Un film di Serena Nono, Simone Weil (Castelvecchi, 2015) Daniela Distefano

22 luglio 2016 by
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Una tragedia in tre atti diventa soggetto di un film assai intrigante. Simone Weil scrisse Venezia salva con il proposito di togliere il velo a certi altarini funerei. E’ un’opera che valica i confini del tempo. Serena Nono ne riprende lo spunto attuale e ne fa un film che prevede pure il coinvolgimento del popolare attore e comico David Riondino. Ma di cosa parla questo capolavoro di perfezione tempistica, dialoghi corti e lunghi, frasi che dilapidano i pensieri? Il marchese di Bedmar, ambasciatore di Spagna a Venezia, nel 1618 elaborò un piano per sottomettere, attraverso una congiura, Venezia al potere del re di Spagna che all’epoca era padrone di tutta l’Italia. Volendo rimanere nell’ombra, per il suo ruolo di ambasciatore, ne affidò l’esecuzione a Renaud, un gentiluomo francese, e a Pierre, un pirata provenzale, capitano e navigatore di fama. Il piano prevedeva un’azione improvvisa, in piena notte, appiccando molti incendi nei vari punti della città, seminando il terrore nei vari quartieri ed uccidendo chiunque tentasse di resistere. Tutto era fissato per la notte della Pentecoste. Jaffier, capitano di vascello, provenzale, provocò il fallimento della congiura confessandola al Consiglio dei Dieci per compassione verso la città. E’ un testo che si rifà al passato della nostra storia, correggendolo con un tocco di speranzosa fatalità. Jaffier il traditore o Jaffier il Liberatore? Il suo è stato un gesto di ineguagliabile coraggio o la resa di fronte ad un piano che minacciava di franare sotto i piedi? Di certo, Venezia è salva grazie a questo atto dalle conseguenze fortuite. Tutto il resto è Bene che vince sul Male: sempre. E se nel testo si legge

La misericordia è un attributo propriamente divino. Non esiste una misericordia umana. La misericordia implica una distanza infinita. Non si ha compassione di ciò che è prossimo, sappiamo che anche la pietà di un uomo può fare molto per la salvezza di tutti.

Simone Weil (1909-1943), ebrea, rappresentante della Sinistra Rivoluzionaria, partecipò alle Brigate Internazionali e, durante la guerra, fu attiva combattente.

Serena Nono, veneziana, classe 1964, diplomata in Belle Arti, ha frequentato la Kingston University di Londra.

Nota: La traduzione è affidata a Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito.

Source: libro inviatoal recensore dall’Editore

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Dottor Cannabis. La storia di un medico antiproibizionista, Fabrizio Cinquini (Dissensi edizione, 2016)

21 luglio 2016 by
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Non abbiamo scoperto tutto sul sistema cannabinoide, ma quel poco che sappiamo ci obbliga a restituire a questa sacra pianta il rispetto che pochi malfattori, per i loro biechi interessi, le hanno tolto, poiché libertà di terapia, di ricerca, di culto sembrano oggi in Italia parole prive di fondamento pragmatico.

Fra pochi giorni, lunedì prossimo 25 luglio, si discuterà in Parlamento la legge sulla legalizzazione della cannabis. Dopo il probabile sì della Camera, ci sarebbe solo più il voto del Senato, forse l’ostacolo più grande al varo della legge che prevedrebbe[1] la possibilità di coltivare cannabis a scopo personale (massimo 5 piante dietro comunicazione), la possibilità di detenere 5 grammi all’esterno e 15 in casa (esclusi i proventi della coltivazione autorizzata), la coltivazione collettiva sull’esempio dei Cannabis social club spagnoli e la produzione e vendita di cannabis sotto monopolio di stato. Divieto assoluto per i minorenni.
Il forte no della Comunità di San Patrignano[2], che teme l’esplosione di un nuovo problema sociale, al pari di quello che esploso dopo la legalizzazione del gioco d’azzardo, non è l’unica voce che si è levata. Esistono anche coloro che sono favorevoli alla legalizzazione come il chirurgo vascolare Fabrizio Cinquini, che partendo da una sofferta esperienza personale (contrasse l’ epatite C durante un’ opera di emergenza a bordo di un’ autoambulanza nel 1997) è arrivato alla convinzione che la cannabis per uso medico ha i suoi vantaggi, più che svantaggi. Insomma la cannabis non come porta verso l’eroina, ma come strumento di cura efficace, dal quale, svolto il suo utilizzo, si può facilmente disintossicarsi.
Fabrizio Cinquini nel suo libro Dottor Cannabis. La storia di un medico antiproibizionista, (2016, pp. 197, 12 euro) edito da Edizioni Dissensi, ci parla di questo. Un libro che consiglio di leggere, in qualsiasi modo la pensiate, per la forte passione che il dottor Cinquini ci mette a esporre le sue tesi, avendo vissuto sulla sua pelle il problema, subendo arresti, la detenzione domiciliare, il carcere e fin anche il ricovero in strutture psichiatriche.
Il fatto che sia un medico sicuramente è una garanzia di competenza, il giuramento che ha fatto gli impedirebbe in tutta coscienza di consigliare una cura che potesse danneggiare il paziente. Insomma Fabrizio Cinquini ci crede veramente, come ci credeva Marco Pannella, che molto fece nei suoi anni di attivismo per giungere a questa legge.
Togliere alla criminalità organizzata e al racket il monopolio della commercializzazione della cannabis e delle droghe leggere non è che una delle conseguenze positive del varo di questa legge che innescherebbe un iter virtuoso, più che un’ espansione dell’uso smodato di questa sostanza a mero scopo ricreativo. Essenzialmente è lo svincolare questa sostanza dalla leggenda nera che da anni la circonda, l’obiettivo primario. Insomma una rivoluzione di costume e di modo di pensare, arrivando a considerare e accettare gli effetti positivi di questa “droga”, che sarebbe più corretto definirla, pianta curativa.
E non si parla sicuramente solo di mere convinzioni, campate per aria e non suffragate da dati scientifici. Ma anzi la ricerca e lo studio (ancora in atto) degli effetti curativi di questa pianta hanno dimostrano quanto si riveli efficace nella cura di malattie come la sclerosi multipla, sclerosi laterale amiotrofica (SLA), cancro, leucemia, AIDS, fibromialgia,glaucoma, morbo di Chron, lesioni midollari, diabete, epilessia, depressione, osteoporosi, psoriasi, asma, ustioni, dolori cronici, insonnia. Come sempre sono le quantità e l’utilizzo sotto stretto controllo medico che fanno la differenza, dal semplice fai da te.
Introduzione di Gianluca Ferrara.
Postfazione di Matteo Provvidenza.

Fabrizio Cinquini (Viareggio 1963), medico-chirurgo, è noto a livello nazionale e internazionale nell’assistere i suoi pazienti attraverso cure alternative olistiche naturali. Ha partecipato a missioni in Rwanda, oltre che in zone dell’Europa, la Russia e gli Stati Uniti.
Ha prestato servizio militare nel Corpo Sanitario Aeronautico ed è stato per anni medico di bordo in equipaggi internazionali. Segue pazienti affetti da patologie legate sia alla sua specializzazione – la chirurgia cerebro-vascolare – sia da patologie neurologiche degenerative sia malati oncologici. Per le sue convinzioni, ha pagato con la carcerazione, gli arresti domiciliari e il manicomio criminale. Ideatore e animatore di svariate manifestazioni eco-tecnologiche sulla canapa medicale e industriale, da anni porta avanti il progetto per una produzione di canapa terapeutica attraverso le istituzioni militari, progetto in parte accolto dalla regione Toscana.
Vive a Pietrasanta ed esercita la professione tra Italia e Spagna.
Il 24 giugno 2016 Fabrizio Cinquini è stato assolto dal Gup di Lucca per coltivazione di 22 piante di canapa.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Dissensi.

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[1] http://www.cannabislegale.org/proposta-di-legge/

[2] http://www.vita.it/it/article/2016/07/18/cannabis-legale-san-patrignano-dice-no/140182/

:: Harry Potter e la maledizione dell’erede, script teatrale basato su una storia originale di J.K. Rowling, Jack Thorne e John Tiffany (Salani, 2016)

19 luglio 2016 by

Per i potteriani nascosti tra i miei lettori (eh sì, sono ovunque, si nascondono ovunque) una bella notizia: Salani ha svelato titolo e copertina dell’edizione italiana di Harry Potter and the Cursed Child Parte Uno e Due, non un romanzo ma il testo dello spettacolo teatrale che debutterà il 30 luglio a Londra, una storia originale di J.K. Rowling, Jack Thorne e John Tiffany. Il titolo italiano sarà: Harry Potter e la maledizione dell’erede. La copertina è fedele alla copertina originale. La traduzione a cura di Luigi Spagnol, Presidente di Salani. Non sono una potteriana storica, mi sono avvicinata per la prima volta al primo episodio per un Blogathon, e la cosa sorprendente è che “mi piace”. Trovo l’umorismo dell’autrice molto nelle mie corde. Ecco la copertina. Il libro è già prenotabile, poi sarà disponibile il 24 settembre.

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:: La valle delle bambole, Jacqueline Susann (Sonzogno, 2016)

19 luglio 2016 by
dools

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Be careful what you wish for sembra una verità fondamentale a cui attenersi specie quando si è una giovane e bella ragazza della provincia che si reca a New York (alla fine della Seconda Guerra Mondiale) in cerca di fama, amore, soldi e successo. Nessuna delle tre protagoniste di La valle delle bambole (Valley of the Dolls, 1966) di Jacqueline Susann, Anne, Jennifer e Neely, la seguì e con tragiche conseguenze, vedendo gli esiti delle loro vite. Raggiungere i loro sogni le portò solitudine, infelicità, dipendenza da alcool e droga, addirittura una delle tre arrivò al suicidio. Insomma assistiamo alla desacralizzazione del sogno americano, compiuta certo con gli strumenti e la verve che la simpatica Susann disponeva.
Se vogliamo la lettura di questo libro e il suo valore sono più necessari per il suo essere un documento di un’ epoca, che per il valore e le qualità letterarie (oltre all’indubbio coraggio) della Susann. Gore Vidal, Truman Copote insomma non si sbagliarono di tanto, e non devono essere considerati come dei meschini e invidiosi rosiconi, anche se esternarono i loro pareri con la loro consueta insolenza. Tuttavia la sua prosa la si legge con estrema facilità e i temi seri che tratta, quasi incappandoci per sbaglio, dall’emancipazione femminile, al maschilismo e al materialismo presenti nella società americana, all’aborto, al suicidio, alle malattie mentali, sono il ritratto fedele di un’ epoca che preferiva nascondere la polvere sotto il tappeto, in favore di un certo entusiasmo simulato e un allegria pop, da boom economico. La Susann ne tratteggia le ombre con vivace arguzia, e la sua forte personalità e il suo umorismo anche amaro, sono un collante sicuramente efficace, padroneggiato con indubbia abilità.
A cinquant’anni dalla pubblicazione l’effetto destabilizzante è senz’altro smorzato. Ormai si parla di sesso molto liberamente, anche nei romanzi, forse meno di cancro, malattie mentali e suicidio. Per cui se vogliamo il suo romanzo non appare così datato come appaiono opere di quel periodo lette oggi. Il suo linguaggio pepato, la sua mancanza di inibizioni quando si parla di sesso (evidenziando come lo percepivano le ragazze degli anni ’60), sono senz’altro parte del fascino di questo libro, che anche oggi, in un’ epoca di post-femminismo come la nostra, conserva le sue peculiarità.
Non fu facile pubblicare questo libro negli anni ’60, numerosi editori lo rifiutarono e solo Bernard Geis Associates lo pubblicò nel 1966. Che Jacqueline Susann parlasse di sé e vi fossero molti elementi autobiografici è indubbio, come è indubbio che molte storie e aneddoti furono tratti dalle vite (travagliate) di molte star di quei tempi, a partire da Judy Garland.
Non ostante l’aura di scandalo, da alcuni questo libro fu tranquillamente definito un soft porno, La valle delle bambole fu un successo immediato e travolgente. Restò per ben 65 settimane nella lista dei best seller del New York Times, grazie anche alla grandissima campagna promozione che organizzò il marito della Susann, il produttore Irving Mansfield.
Per togliere un’ equivoco, le “bambole” del titolo non sono le protagoniste, ma le magic candy, gli psicofarmaci di cui le stelle del cinema facevano abbondante uso, sonniferi, stimolanti, antidepressivi, anfetamine.
Ne fecero un film, diretto da Mark Robson, con Sharon Tate nella parte di Jennifer North, e Susan Hayward in quella di Helen Lawson, in cui in un cameo apparve la stessa Susann (che tuttavia usò termini molto dispregiativi per definirlo). Da anni si parla di un remake con protagoniste Madonna (Helen Lawson), Jennifer Lawrence, (Jennifer North) Anne Hathaway (Anne Welles) e Emmy Rossum (Neely O’Hara). Chissà, vediamo, certo molto dipenderà dal regista, ma non è difficile predire un indiscusso successo. Come il libro, tradotto in questa edizione da Mariapola Dettore. Postfazione di Irene Bignardi.

Jacqueline Susann (1918-1974) era originaria di Philadelphia. A diciott’anni si trasferì a New York, dove lavorò come attrice e, per ben quattro volte, fu premiata come la “Donna più elegante della televisione”. Ma fu il successo dei suoi tre romanzi, tutti bestseller mondiali – La valle delle bambole (1966), La macchina dell’amore (1969) e Una volta non basta (1973) -, a trasformarla nella leggenda che ancora oggi si ricorda. Sposò il produttore Irving Mansfield. Da La valle delle bambole, il suo libro più famoso, ristampato diverse volte anche in Italia, sono stati tratti un film e una serie televisiva.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Sonzogno.

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:: La lettera, Kathryn Hughes (Editrice Nord, 2016), a cura di Daniela Distefano

18 luglio 2016 by
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500.000 copie, 4.000 pareri favorevoli, per 130 giorni in testa alle classifiche, diritti di traduzione in 16 Paesi, diritti cinematografici e un successo strepitoso in tutto il mondo.  Quale può essere il segreto del successo di un libro? Una buona combinazione di fluida lettura, lingua non contorta, facile assimilabilità della trama. Anche se parliamo di un libro d’esordio, riscontriamo in esso una maturità che lascia intravedere un lungo esercizio di limatura e propensione al imbastire aneddoti. Insomma, si capisce che la scrittrice si è molto divertita nel raccontare una storia godibile e struggente. Siamo in Inghilterra, una giovane donna è infelice per via dei maltrattamenti subiti. Non ha più la speranza di liberarsi, però ci prova. Va via di casa, il marito però le giura di essere cambiato, lei è sola, si illude che davvero sia una persona migliore. Non è così. Un giorno, trova una lettera ingiallita ed inizia la sua alternativa all’oppressione. E’ una lettera d’amore, scritta nel periodo del secondo conflitto mondiale. Questa protagonista ammaccata dalla vita diventa investigatrice. Vuole sapere perché è finita la storia d’amore tra due giovani. Forse per la guerra? Forse perché non si amavano più? Forse perché dispersi come chicchi di grano? Da brava cantastorie, l’autrice pone il lettore nel processo di immedesimazione, ci si lascia coinvolgere da un narrare denso, molto fresco, intrigante. Ogni pagina contiene una sorpresa, un idillio arcadico di felicità da conquistare. Nasce la gioia di accettare quello che il destino ha in serbo per noi. “Niente è per sempre”, cantano gli Afterhours, ed allora perché non mettere un punto alle sofferenze? La giovane coppia di innamorati, come Romeo e Giulietta, è punita dal fato, ma il loro amore resiste nel tempo, come quei segni sulle pareti delle grotte ultramillenarie. La nostra “investigatrice per caso” scoprirà che il Bene trionfa sempre e comunque e il suo dolore svanirà se avrà coraggio.

Kathryn Hughes è inglese, nata e tuttora residente nel Cheshire. Questo è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore.

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