:: Come diventare un recensore di libri, (retribuito): 6 facili passi di Allena R. Tapia

18 luglio 2016 by

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Ricollegandomi all’articolo della scorsa settimana In che direzione stiamo andando, ho fatto un po’ di ricerche in rete per fornire consigli e informazioni a tutti coloro che si avvicinano al mondo delle recensioni, o vogliono passare dal livello amatoriale a quello professionale. E così ho trovato questo articolo, è sicuramente rivolto al pubblico americano o per lo meno di lingua inglese, ma alcuni consigli sono piuttosto universali, quindi validi anche da noi, sebbene forse le difficoltà siano maggiori. Ringrazio Allena R. Tapia che mi ha dato la possibilità di tradurre il suo articolo e pubblicarlo sul mio blog.

http://www.gardenwallpublications.com/

Per prima cosa agisci come un recensore di libri: recensisci libri e molti

Per molti scrittori, che in genere amano leggere tanto quanto scrivere, essere un recensore retribuito di libri probabilmente suona come il lavoro dei sogni. Nonostante questo, non è certamente un sogno irrealizzabile. Scherzi a parte, io sono una persona reale e lo faccio ogni giorno. Per i recensori di libri vi è infatti la possibilità di lavorare in modo retribuito.
Il primo passo è quello di procurarsi da soli i libri (a proprie spese) e pubblicare recensioni su piattaforme libere, come Goodreads o Amazon.
Questo aiuta l’autore in diversi modi. In primo luogo, ti mantiene aggiornato sulle recenti uscite nelle aree e nei generi di tuo interesse. Questo è importante perché le recensioni sono per la maggior parte svolte (con poche eccezioni) su libri appena usciti. Ti insegna anche il processo di scrittura di una recensione. Interagire con altri scrittori, critici e lettori contribuirà a modellare la tua prosa. Avrai anche la possibilità di osservare i loro stili di recensione. Ultimo, potrai cominciare a sviluppare un seguito di fan che apprezzano le tue recensioni e il tuo stile di scrittura. È da questo seguito che si costruisce il pubblico che ti seguirà successivamente.

Sviluppa il tuo spazio personale dove recensire i libri

Una volta che hai imparato a recensire i libri, ti consiglio di sviluppare un sito o una nicchia in cui puoi pubblicare da solo i tuoi lavori, come ad esempio una pagina fan o un blog. Questo aiuta a costruire la tua professionalità e a farti percepire come un esperto, e pone l’accento su di te come un recensore/brand, al contrario delle semplici recensioni su Amazon, che la gente non può associare tanto con l’autore della recensione. Serve anche a raccogliere i tuoi scritti in un profilo, che potrai utilizzare in seguito come prova della tua bella prosa e del tuo spirito brillante.
A questo punto, di norma bisogna ancora assumersi il costo dei libri. Tuttavia, ci sono piattaforme e posti come BookSneeze, che danno gratuitamente i libri ad alcuni blogger in cambio della pubblicazione di recensioni.
Personalmente, io raccomando di iniziare un blog di recensioni, che ti da il pieno controllo, e puoi anche essere in grado di monetizzare il sito e iniziare a guadagnare per le tue recensioni molto prima. Inoltre, è possibile aprire il tuo blog/sito agli autori che vogliono far recensire i loro libri o far fare blog tour.
Questo potrebbe portarti a ricevere gratuitamente i tuoi libri da parte degli autori/editori. Significa anche che potrai conoscere in anticipo i libri che saranno pubblicati e che potrebbero ancora non essere nemmeno a disposizione del pubblico. Ancora una volta, questo servirà a rafforzare la tua fama di esperto. Un altro vantaggio è che inizierai a costruire relazioni con quegli autori/editori.
Spesso, i libri che si ricevono da queste relazioni, e da piattaforme come BookSneeze, sono copie Advanced Readers Copies. Si tratta di “bozze” del libro prodotte per i primi lettori e i propri utenti.
Produrre queste copie ARC costa molto meno e possono essere inviate presto, anche se il libro finale non è ancora completamente fatto. Inoltre, le ARC non possono essere vendute/rivendute su Amazon.com. Questo permette a te di avere a disposizione in anteprima le nuove uscite e all’editore di mantenere i profitti!
Se sei in grado di coltivare un rapporto con un editore, a questo punto, puoi avere la fortuna di essere messo nella loro lista di marketing/pubblicità. Questo significa che ti manderanno e-mail o cataloghi e ti chiederanno di quale delle loro nuove uscite vuoi una copia. Che è il sogno di ogni amante dei libri!

Raccogli insieme i tuoi documenti

È ormai quasi il momento di iniziare a dare la caccia alle opportunità retribuite. Ma, devi prepararti! Raccogli insieme le tue migliore recensioni, quelle in cui la tua prosa è più scorrevole e la tua passione è evidente. Formattale in modo attraente e salvale in formato PDF. Inoltre, se queste particolari recensioni sono su un sito, salva l’URL, infatti alcuni chiedono i link.
Quindi, prepara un curriculum dando risalto per prima cosa ai tuoi crediti e alle tue competenze nell’ambito delle recensioni, e in secondo luogo su altri crediti e abilità di scrittura.
Sì, è vero, alcune aziende che sono in grado di pagare i critici possono effettivamente richiedere un curriculum tradizionale. Tuttavia, non sono alla ricerca di un elenco di tutti i lavori che hai svolto negli ultimi 5-10 anni. Sono fondamentalmente alla ricerca di prove della tua scrittura/capacità.
Il tuo ultimo documento sarà una lettera di presentazione. Questo sarà generalmente il testo con cui risponderai a una e-mail per iniziare lavori/progetti. Metti insieme una lettera di base di presentazione per una posizione di recensore generico, e quindi modificala per ogni progetto potenziale.

Ricerca lavori o progetti di recensioni retribuite

È il momento di iniziare a fare sul serio. Anche se speri di lavorare per riviste specifiche, o recensire in particolare per i leader nel settore, ti consiglio comunque di costruire le tue credenziali e darti qualche incoraggiamento monetario ottenendo anche minimi lavori retribuiti.
Cerca specifici lavori di scrittura freelance che cerchino recensori. Sì, ce ne sono alcuni qui e là. Mi imbatto in queste richieste, almeno una volta al mese attraverso le mie liste di scrittrice freelance.
Se trovi l’occasione giusta per te, rispondi in modo specifico (adatta la tua lettera di presentazione) e rapidamente (siccome le mail che riceveranno sono davvero tante). Non scoraggiarti se non ottieni una risposta. Tutto si gioca sulla quantità. Quando qualcuno mette un lavoro così interessante là fuori su Internet, probabilmente non avrà che l’imbarazzo della scelta. Continua a provare.
In questo modo potrai guadagnarti dei clienti abituali, che è sempre bene, dal momento che, ehi, hai raggiunto il tuo obiettivo! Ora sei un recensore letterario pagato! (Ma continua a leggere, comunque.)
In genere, queste aziende, siti o pubblicazioni hanno rapporti con l’editore, quindi è probabile che riceverai la copia da recensire dal tuo nuovo cliente. Questo può variare, tuttavia.
Una nota a margine qui. Ci sono spesso autori o aziende che pagano i recensori per recensioni positive. Questa implica una considerazione etica, se si desidera continuare ed essere accettati nel campo delle recensioni letterarie. Generalmente un recensore è immaginato come una fonte imparziale. Dai un’occhiata a questo articolo del New York Times sui critici pagati per scrivere recensioni positive, per ulteriori informazioni.

Proponiti a Magazine, Giornali e Quotidiani

Ora che sei un recensore letterario riconosciuto, con alcuni clips (retribuiti) nel tuo portfoglio, il livello successivo potrebbe essere quello di collocare le tue recensioni in pubblicazioni- sia stampa che online. Questo ti porterà a un pubblico più vasto, e con alcune pubblicazioni in rete sicuramente ad aumentare il tuo prestigio come scrittore/critico. Inoltre, le pubblicazioni stampa possono essere anche pagate un po’ meglio. Quando dico “pubblicazioni” sono compresi i pezzi grossi come: Booklist, Kirkus Reviews e Publisher’s Weekly.
Naturalmente, puoi decidere anche di iniziare collaborazioni con i più piccoli, come ad esempio con i giornali regionali, e crescendo passare ai giocatori potenti, giusto?
Ho spiegato ampiamente su questo sito come proporre articoli alle riviste, e il processo è simile con le recensioni di libri. Tuttavia, ci potrebbe essere un po’ di varietà. Ad esempio, alcuni editori potrebbero voler vedere la recensione completa, a differenza di una lettera o una query specifica. Alcuni possono tenerti presente come recensore potenziale, uno dei tanti, e inviarti ogni tanto libri che corrispondano ai tuoi interessi o alle tue aree di competenza. Alcuni possono presentarti potenziali titoli, mentre alcuni possono proporti i titoli che pensano ai loro lettori potrebbero interessare.
Trovare outlets che accettano recensioni di libri è simile alla ricerca di riviste per pubblicare i propri scritti: inizia con Writers Market o visita il sito web della rivista.

Mantieniti aggiornato e sii educato

Conserva il tuo status di recensore professionista retribuito, rimanendo aggiornato e stimato nel tuo campo. Tieniti al passo con le nuove uscite, in particolare quelle nei tuoi generi preferiti. Puoi farlo visitando il sito dei bestseller di About.com. Inoltre, la maggior parte dei principali siti di libri come Amazon e Barnes and Noble hanno sezioni per quanto riguarda le prossime uscite. In seguito segui gli editori su Twitter, o iscriviti alle loro e-mail di marketing.
Inoltre, considera di aderire al National Book Critics Circle, un’associazione professionale per i recensori di libri. Essi offrono risorse di formazione e di networking per i recensori, insieme con gli elenchi aggiornati dei potenziali sbocchi. Ti chiederai perché questa raccomandazione l’ho fatta alla fine? È perché il NBCC è aperto agli utenti professionisti che possono dimostrare di avere nel loro portfolio recensioni pubblicate e retribuite. Ora, questo è un grande club di cui far parte!

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:: Sassi vivi, Anna Rottensteiner, (Keller 2016), a cura di Viviana Filippini

18 luglio 2016 by

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Sassi vivi di Anna Rottensteiner, edito da Keller, parte da un lungo flashback di Franz, uno dei protagonisti della trama, e conduce noi lettori alla scoperta del passato e della vite che i personaggi letterari vissero con tutti gli effetti e le conseguenze derivanti dalla Seconda guerra mondiale. Il romanzo della Rottensteiner è un viaggio tra i ricordi del passato e i dolori del presente. Negli anni Trenta/Quaranta del Novecento, teatro della narrazione è il Sudtirolo dove il giovane Franz vive con la madre che deve compiere un’importante decisione: aderire al Reich, mantenendo in questo modo la possibilità di continuare a seguire usi e costumi propri, o accettare l’annessione all’Italia, rinunciando però alle proprie radici culturali. La donna non accetterà nessuna delle due opzioni, trovandosi a vivere in una situazione nella quale lei e il figlio saranno guardati con dubbio e sospetto. Il tutto si complicherà ancora di più quando la madre di Franz deciderà di ospitare Armando, un professore romano, non ben visto dai sud tirolesi, perché sospettato di essere vicino al fascismo. Ad un cero punto, l’uomo verrà raggiunto da un certa Dora, la sua amata figlia, simpatica ed esuberante, che ha “perso la testa” (nel senso che lo ammira molto) per Mussolini. I destini di Franz e della ragazza si intrecceranno in modo indissolubile, quando lui, partito come soldato per il fronte, la ritroverà a Salò. Sassi vivi si addentra nei destini esistenziali dei due giovani, che finita la guerra si trasferiranno nei paesi nordici dove Dora comincerà a realizzare una serie di sculture – i sassi vivi- che la aiuteranno a fare memoria di tutto il male visto e vissuto durante il conflitto bellico. Il dolore e il senso di colpa che opprimono la donna saranno così gravi da impedirle di trovare la pace e la tranquillità esistenziale per vivere con Franz. Dora, schiacciata dal peso della sofferenza confesserà tutto il suo male esistenziale a Franz – e a noi lettori- per non aver mai compreso fino in fondo il padre Armando, non un fascista come tutti credevano, ma un partigiano che aveva sempre cercato di metterla in guardia dal suo ammaliamento per il regime. In questo piccolo romanzo la Rottensteiner mette nella trama non solo una storia d’amore, ma tutta una serie d’importanti tematiche ancora attuali al giorno di oggi. Tra le pagine ci sono il conflitto fra la generazione dei padri e quella dei figli; l’avversione verso coloro che non avendo scelto con chi schierarsi erano visti come dei traditori e come persone delle quali non fidarsi; il fatto che le guerre separano le persone impedendo loro di conoscersi realmente e, ancora, l’atmosfera di caos completo dell’Italia dopo il 1943. I sassi vivi realizzati da Dora sono opere d’arte, ma a lei permettono di dare forma alle individualità e al ricordo delle persone che ha conosciuto e, purtroppo, anche perso a causa della guerra e della incomprensioni. Sassi vivi di Anna Rottensteiner è una storia intensa, nella quale gli spettri del passato danno il tormento a Dora nel presente impegnata nella ricerca costante della pace persa. Traduzione Carla Festi

Anna Rottensteiner è nata nel 1962 a Bolzano, ha studiato letteratura tedesca e slava a Insbruck e ha poi lavorato per librerie e case editrici. Dal 2003 dirige il centro di letteratura LiteraturhausamInn. Sassi vivi è il suo primo romanzo. A febbraio 2016 è uscito il suo secondo libro NureinWimpernschlag.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Un ringraziamento a Silvia Turato dell’ufficio stampa Keller.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

 

:: L’arte del Rinascimento in Italia, Stephen J. Campbell, Michael W. Cole (Einaudi, 2015), a cura di Daniela Distefano

18 luglio 2016 by

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Il Rinascimento vide l’origine dell’arte nella mente del  creatore. Quando Raffaello scriveva che cominciava a dipingere con una << certa idea>>, quando Michelangelo descriveva lo scultore come colui che insegue l’<<idea>> contenuta in un blocco di pietra, o quando Vasari riportava la pittura, la scultura e l’architettura al principio del << disegno>>, essi asserivano che il solo lavoro non era  meccanico, ma anche intellettuale, un lavoro di pensiero. L’artista del Rinascimento era spesso apprendista di bottega, nella quale raggiungeva abilità tecniche mirabili. La trattazione comincia nel 1400, è corredata da ben 817 illustrazioni, 703 a colori. Un lavoro immenso.
Questo volume punta alla completezza piuttosto che all’enciclopedismo, un focalizzare l’attenzione sui singoli oggetti e monumenti, sottolineando i limiti di un approccio meramente biografico. E’ una puntigliosa dimensione auto-riflessiva. Il Rinascimento fu una rigogliosa occasione per riprendere le fila di un percorso di contezza delle antichità classiche, un ulteriore declinazione dell’umanesimo che lanciava reti per pescare nel mare della perfezione artistica passata. Fu cerniera tra il presente ed il futuro, come se tutta la vastità di immaginazione greco-latina fosse divenuta il trampolino da cui tuffarsi per immergersi nel fiume della bellezza figurativa. La grandezza del sua eredità è frutto di un cammino intrapreso dai pionieri umanistici che hanno indossato l’armatura classica più congeniale, salvo poi spiccare il volo come rondini che migrano verso porzioni di cielo non contaminate dalla trivialità grottesca o da stereotipi soggetti di un’arte che aveva bisogno di liberarsi. Gli autori di questo poderoso volume sono esperti conoscitori delle vicende artistiche dell’Italia, ma si soffermano anche su influssi culturali esterni. Un libro da leggere, da sfogliare, da meditare, da gustarsi non solo perché parla dell’ orgoglio di una nazione, ma anche del  suo apporto alla civiltà dell’intero Occidente.

Stephen J. Campbell è docente di Storia dell’arte alla Johns Hopkins University

Michael W. Cole è ordinario di Storia dell’arte e archeologia alla Columbia University.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simonetta dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Raccontami dei fiori di gelso di Aline Ohanesian (Garzanti, 2016) a cura di Giulietta Iannone

14 luglio 2016 by

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“A volte mi domando se il nostro kismet è come questa lana e se Dio lo tinge arbitrariamente di un colore o di un altro”.

“Ti serve un nome turco. D’ora in poi risponderai al nome di Seda. Significa “eco”, così che tu possa ritrovare la tua voce”.

“Una tazza di caffè t’impegna a quarant’anni di amicizia” recita un proverbio turco.

Il genocidio armeno ha un triste primato: fu il primo genocidio del ventesimo secolo, anche se lo stesso termine genocidio, l’uso di questo termine, non è universalmente accettato. La Turchia non riconosce il Medz Yeghern come tale, la morte di un milione e mezzo di armeni rientra tra le vittime di guerra. C’era la Prima Guerra Mondiale, anche gli innocenti morivano. Seppure documenti e testimonianze attestino la peculiarità di questo sistematico sterminio, i turchi vivono ancora come un’offesa questi accenni. Paradossalmente il genocidio ebraico, fatto salvo per gli odiosi, ma sporadici, fenomeni di negazionismo, ha trovato minori ostacoli al suo riconoscimento. La Germania, come stato, entità politica, non ha mai negato la Shoah. La Turchia appunto sì. È illegale parlarne. Se fossi una blogger turca rischierei l’oscuramento del mio sito, se non l’arresto da sei mesi a due anni per vilipendio dell’identità nazionale, in base all’art. 301 del codice penale. Ecco, chiarito questo, è più che evidente il significato che assumono libri come quello di cui vi sto per parlare. Un’umile voce, un eco (il nome turco stesso della protagonista del romanzo a questo rimanda) di quello che successe, ostacolato da una cortina di silenzio. Sul nostro blog già se ne parlò trattando questo saggio che invito a riscoprire se interessati all’argomento.
Ma cos’è un genocidio? Un genocidio, dice il dizionario, è la metodica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui e l’annullamento dei valori e dei documenti culturali. Il suo riconoscimento ha due conseguenze dirette: una morale, l’altra materiale, legata a un eventuale risarcimento dei discendenti delle vittime. Probabilmente lo stato turco è a questa seconda circostanza che si oppone più fermamente. Sta di fatto che gli eventi più lontani nel tempo, rispetto per esempio alla Shoa, hanno minori moderne documentazioni, ed anche una foto sappiamo tutti è possibile alterarla, o distorcere dati, termini, circostanze. Chi si approccia a tutto ciò con uno spirito scientifico non può non tenerne conto, ma la difficoltà di poter pervenire a una comprovata verità storica, non deve frenarci dal continuare a cercarla. Senza trasformare la Turchia contemporanea in un mostro mitologico a due teste.
Leggere libri come Raccontami dei fiori di gelso (Orhan’s Inheritance, 2015), è dunque un preciso atto morale, etico, e politico, e come dice l’autrice stessa gli storici, gli studiosi e i giornalisti che si battono per la verità dimostrano quotidianamente che la penna è davvero più forte della spada. Dunque anche un romanzo può rientrare in questa giusta battaglia per la verità, quanto mai la letteratura si presta a questo scopo e lo fa con le sue armi, e la sua voce.
Il libro è ispirato ai ricordi della bisnonna dell’autrice, che aveva 3 anni nel 1915, quando assistette all’impiccagione pubblica di suo padre e in prima persona partecipò alla fuga dalla Turchia. Da questo nucleo di vita raccontata, per “non dimenticare mai”, Aline Ohaniesian ha tratto il personaggio immaginario di Seda e di coloro che compaiono in questo libro.
L’eredità di Orhan, dal titolo originale, è infatti il pretesto da cui parte il libro che pian piano da eredità materiale assume, durante la lettura, un valore sempre più simbolico e morale. Alla morte del nonno, Kemal Turkoglu, il giovane Orhan parte da Istanbul, dove dirige una ditta di tessuti, verso l’Anatolia interna, la quint’essenza dell’altra Turchia, e giunge a Karod, dove sorge la casa di famiglia, abitata da suo padre Mustafa e dalla zia Fatma. Siamo nel 1990, il presente storico se vogliamo del romanzo. Alla lettura del testamento in una clausola del tutto inaspettata, il nonno Kemal destina la casa di famiglia a una donna misteriosa: Seda Melkonian. Spetterà a Orhan ad andare in California, dove l’anziana donna vive in una casa di riposo, per tentare di convincerla ad accettare un giusto indennizzo in cambio della casa in cui sono sempre vissuti suo padre e sua zia.
Seda Melkonian, all’inizio è piuttosto refrattaria ad accogliere questo giovane turco che riporta in vita il passato, ma poi decide di raccontargli la sua storia.
Con un linguaggio poetico e delicato, screziato di termini turchi, profumi, odori orientali, Aline Ohanesian ci narra la sua storia, alternando presente, il 1990 appunto, e il passato, il 1925, e creando una storia in qualche modo di investigazione. All’inizio non sappiamo dove l’Ohanesian ci porterà, quali sono i legami e rapporti tra i personaggi. E questa curiosità se vogliamo accresce l’interesse con cui seguiamo il dipanarsi degli eventi in una sorta di Mille e una notte turca. L’Ohanesian ha una grande capacità affabulativa, legata alla tradizione orale, ed è un vero piacere leggere le sue pagine, sebbene narrino anche fatti tragici come le deportazioni o lo sterminio dei cristiani armeni da parte del governo turco musulmano.
Traduzione di Stefano Beretta.

Aline Ohanesian, nata in Kuwait, vive in California con il marito e i figli. Il suo romanzo, segnalato da tutte le classifiche dei librai americani e pubblicato in tutto il mondo, è stato selezionato per il Flaherty-Dunnan First Novel Prize e finalista del PEN/Bellwether Prize for Fiction.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Bianca dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’ultimo bicchiere di Klingsor, Torgny Lindgren, (Iperborea 2016) a cura di Viviana Filippini

13 luglio 2016 by

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Klingsor. Quando ho letto il nome nel titolo del libro L’ultimo bicchiere di Klingsor di Torgny Lindgren edito da Iperborea, ho cominciato ad avere un chiodo fisso in testa, perché mi ricordava qualcosa. A forza di scavare nella memoria mi sono ricordata che Klingsor è anche il protagonista del romanzo autobiografico di Herman Hesse (L’ultima estate di Klingsor), uscito nel 1920, con protagonista un pittore dalla vita appassionata e, ad un certo punto, in crisi. In realtà, anche il Klingsor di Lindgren è un artista, lui fa il pittore e chi leggerà il libro conoscerà la sua storia seguendo i passi e le ricerche che due critici stanno raccogliendo per farne un libro. La vicenda, ambientata nei paesi nordici, parte dal momento in cui il pittore Klingsor cammina nel bosco e trova su un ceppo di legno, ben saldo e ritto, un vecchio e antico bicchiere – l’ultimo- utilizzato da un suo lontano parente per sbronzarsi a Pentecoste. Quel bicchiere, rimasto intatto dopo un secolo, diventa per Klingsor una sorta di oracolo, dal quale il protagonista prende spunto per una propria riflessione personale – e molto particolare- sul senso della realtà. Klingsor afferma che ogni cosa esistente sulla faccia della terra è materia viva e pulsante, anche quando essa appartiene a quegli oggetti e cose che si ritengono inanimati. Per esprimere quella che per Klingsor è una vera e propria rivelazione, lui inizia a prendere lezioni di pittura per corrispondenza da una certa Fanny. Nella trama narrativa le loro lezioni a distanza diventeranno il mezzo per lo scambio di opinioni pittoriche ed esistenziali, e quando Klingsor comunicherà alla docente la sua sacra verità, lei si dimostrerà molto scettica. Lo additerà come un visionario e come un artista molto vicino agli uomini primitivi che veneravano gli oggetti o si creavano feticci. Klingsor non si farà intimorire da nulla e da nessuno, anzi reagirà con la sua ironia congenita, quell’arma che lo sostiene sempre, senza tradirlo mai, nella sua indagine esistenziale e filosofica. Il pittore non ascolta le critiche e gli attacchi, ma procede nel suo creare e cercare, facendo quadri su quadri, anche se in realtà le tele ritraggono solo oggetti e sempre gli stessi. La ricerca di Klingsor diventa per lui una vera e propria ossessione, e chiodo fisso è pure la indefinibile, ma squisita, zuppa ribollita più volte, che l’uomo usa come pasto dal quale recuperare energia e lo stimolo per continuare a cercare la sua verità. Questo impegno costante non impedirà al pittore di trovare moglie (la stessa Fanny) e di andare oltre la critiche di tutti coloro che non coprendono il suo bisogno di dipingere. Il personaggio creato dallo svedese Lindgren è un uomo originale, fuori dai canoni tradizionali, a tratti potrebbe sembrare folle e un individuo strambo da tenere ai margini della società ma, per Klingsor, protagonista di L’ultimo bicchiere di Klingsor i giudizi altrui sono irrilevanti, per lui dipingere non è solo un semplice mettere colori sulla tela. Per il pittore Klingsor muovere la mano sul quadro è un atto fisico ed emotivo, è un raccontare e sostenere il fatto che per lui non esiste confine tra la vita e la morte, perché la materia – anche se inanimata- è vita e la vita è materia. Traduzione Carmen Giorgetti Cima. Postfazione Lucio Morawetz.

Torgny Lindgren nato nel 1938 nel Västerbotten, nel nord della Svezia, è uno degli autori più originali ed eclettici per temi e scrittura della narrativa scandinava contemporanea. Accademico di Svezia, insignito dei più prestigiosi premi in patria e all’estero, dal Premio del Consiglio Nordico al Prix Fémina, e definito da Le Monde “tra i veramente grandi”, è noto anche in Italia per gli otto titoli già tradotti, tra cui Betsabea, Per amore della verità e La ricetta perfetta.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio Stampa Iperborea.

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:: Tutta la verità su Gloria Ellis, Martyn Bedford (De Agostini, 2016) a cura di Micol Borzatta

13 luglio 2016 by

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Gloria è una ragazzina di soli quindici anni che odia la sua vita. Da quando il fratello maggiore Ivan è andato via di casa per frequentare il college, lei ha dovuto cambiare molto di se stessa per adeguarsi e conformarsi con la realtà che la circondava, ma sempre più spesso si ritrova a pensare che la sua vita è solo una menzogna, vorrebbe scappare, ma non ne ha il coraggio. Almeno fino a quando nella sua scuola non arriva Uman Padeem. Un ragazzo molto particolare che non ha paura di sfidare i professori o qualsiasi altra persona e non si lascia convincere a fare niente che non voglia.
Una sera Gloria dice a sua madre che dorme a casa di una sua amica, ma invece sparisce per due settimane.
I genitori sono distrutti e la polizia non smette di cercarla, quando compare come dal nulla.
La poliziotta Ryan è obbligata a interrogarla e Gloria racconterà tutto quello che le è capitato in quei quindici giorni, quello che ha pensato e perché lo ha fatto. È il momento della verità e soltanto la verità.
Un romanzo diverso da tutti i romanzi.
Già in partenza possiamo notare che Bedford ha voluto scegliere uno stile tutto particolare. Il romanzo infatti si apre con un interrogatorio, e per la precisione quello di Gloria Ellis, dando subito al lettore le informazioni di quella che sarà la protagonista del libro, che ci viene comunicato anche nel titolo, e del fatto che il mistero sottointeso è la sua sparizione per ben quindici giorni. Informazioni che invece di portare il lettore a distaccarsi dalla lettura, lo intrigano e lo coinvolgono perché rimangono in sospeso fino a quando dal secondo capitolo non sarà proprio Gloria a narrare in prima persona raccontandoci i suoi pensieri e quello che ha vissuto, seguendo quello che è il punto di vista di una bambina di quindici anni.
La trama, molto ben sviluppata, va a toccare tutti quegli argomenti caldi per un’adolescente, Gloria infatti racconta il suo sentirsi fuori luogo, il suo diventare convenzionale solo per uniformarsi con la società, il suo malessere emotivo causato da una famiglia che non la capisce fino in fondo e il suo primo amore.
Temi molto importanti che purtroppo colpiscono quotidianamente quasi ogni ragazzo e ogni ragazza e che spesso non hanno il coraggio di raccontare e di aprirsi. Il tutto farcito da eventi misteriosi che appaiono in un modo ma in realtà sono completamente l’opposto.

Martyn Bedford nasce a Croydon, nella zona sud di Londra, nel 1959.
Dopo aver ottenuto un Master of Arts in Scrittura creativa all’università dell’Anglia orientale lavora per 12 anni come giornalista.
Ha insegnato scrittura creativa all’Università di Manchester e all’Università di Leeds.
Nel 1996 pubblica Acts of Revision, nel 1997 Exit, Orange & Red, nel 1999 The Houdini Girl, nel 2000 Black Cat e The Virtual Disappearance of Miriam, nel 2006 The Island of Lost Souls, nel 2011 Flip – Scambio di persona, e nel 2016 Tutta la verità su Gloria Ellis.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Riccardo dell’ Ufficio Stampa De Agostini.

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:: The Graveyard Book, Neil Gaiman, P. Craig Russell (NPE, 2015) a cura di Elena Romanello

13 luglio 2016 by

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Prima di scrivere vari romanzi, per adulti e ragazzi, Neil Gaiman nasce come fumettista, visto che è autore della monumentale saga di Sandman, e non c’è da stupirsi se è rimasto questo suo legame con il mondo delle nuvole parlanti, dove spesso torna per raccontare in un altro modo le sue storie scritte.
The graveyard book è una graphic novel, uscita in italiano per il piccolo ma interessante editore Nicola Pesce, ispirata al romanzo di Gaiman noto in italiano come Il figlio del cimitero (Mondadori) e con i disegni di P. Craig Russell. Anche in fumetto, la storia rispetta perfettamente la vicenda originale, un romanzo fantastico certo, ma anche una storia di formazione su modello dei grandi romanzi dell’Ottocento, Dickens in testa, con archetipi come il rapporto con la morte e il cimitero che è luogo di passaggio tra vivi e morti e anche quindi di confronto tra dimensioni diverse dell’esistere.
Un vecchio detto africano dice che c’è bisogno di un villaggio per crescere un bambino: per Nobody, piccolo sfuggito al massacro della sua famiglia, sarà il cimitero dove si rifugia a crescerlo, con l’ombra della morte a cavallo, fantasmi di varie epoche anche dimenticati, come una strega morta poco più grande di lui che il protagonista aiuterà a trovare pace, un vampiro che è l’unico aggancio con il mondo fuori. Gli anni passeranno per Nobody detto Bod, con incontri con l’universo dei vivi, il pericolo incombente che qualcuno torni e finisca il lavoro per un oscuro disegno esoterico e il desiderio di scoprire il mondo fuori e nello stesso tempo rimanere con quella che è la sua famiglia.
The graveyard book, metafora del crescere e del significato vasto di famiglia, funziona quindi anche in disegni, accurati e pronti a riflettere le atmosfere tra vita e morte dell’odissea di Nobody nella ricerca di se stesso. Uno stile grafico, quello di Russell, che in questo caso si avvicina alla tradizione di illustrazioni britanniche, quell’immaginario fantastico in cui Gaiman pone le sue radici, tra fiaba, mito, folklore, leggenda.
Un libro, compendio del romanzo ma anche godibile a se stante, che non può mancare se si ama Neil Gaiman, autore dai mille volti e dalle mille sperimentazioni, ma che può essere anche un primo approccio al suo mondo. Perché vale per tutti, anche se non cresci in un cimitero con un vampiro come mentore, il sapere che un giorno sul cavallo della morte si salirà comunque ma che prima c’è la vita, in cui bisogna entrare con gli occhi e il cuore spalancati.

Neil Gaiman, inglese di origine e statunitense di adozione, è fumettista e scrittore, autore di opere come Sandman, Death l’alto costo della vita, Stardust, American Gods, Coraline. Vincitore di numerosi premi è considerato uno dei più grandi autori del fantastico viventi.

Craig Russell, vive nell’Ohio e ha alle spalle una carriera quarantennale come disegnatore di fumetti e graphic novel. Nel suo curriculum figurano supereroi e adattamenti di opere classiche come le Fairy Tales di Oscar Wilde. Di Neil Gaiman ha già adattato Coraline e The Dream Hunters.

Source: acquisto del recensore al Salone del Libro di Torino.

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:: Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016, a cura di Francesco Anghelone e Andrea Ungari (Bordeaux, 2016)

12 luglio 2016 by

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La battaglia da vincere affinché tanti giovani musulmani non si trasformino in “attentatori fai da te” pronti a fare strage nei paesi dove sono nati e cresciuti è soprattutto culturale. Per questo la guerra della comunicazione è tanto importante.
Spegnere gli account dei sostenitori dell’Isis, arrestare chi diffonde sulla rete i proclami del Califfato o replicare con gli stessi mezzi sembra insufficiente di fronte alla determinazione e alla spregiudicatezza dell’esercito dei tagliagole.
Forse sarebbe più efficace interrompere il flusso di denaro che sostiene le campagne militari e mediatiche dello Stato islamico. Indagare davvero su chi c’è dietro ai finanziamenti a questi estremisti, su chi fornisce loro le armi e le attrezzature video di ultima generazione, su chi li aiuta a montare e a diffondere i loro raccapriccianti filmati. Nello stesso tempo è utile smascherare le false informazioni che circolano in rete, perché il confine tra vero e verosimile sembra confondersi ogni giorno di più. I media e i professionisti dell’informazione dovrebbero valutare con maggior attenzione provenienza e attendibilità dei materiali prima di pubblicarli, soprattutto se presi dal web, soppesandone l’utilità informativa più che la logica di “cassetta” o il timore di “bucare” quello che appare in rete. Bombardati da tante immagini di violenza e notizie frutto di propaganda i cittadini rischiano di perdersi. L’asticella dell’indignazione dell’opinione pubblica si sta spostando di giorno in giorno sempre più in alto, come avviene nei programmi televisivi in cui la ripetitività richiede sempre nuovi colpi di scena per ridestare l’attenzione. Il rischio è quello dell’abitudine.

Oggi voglio presentare ai lettori di Liberi di scrivere un testo se vogliamo complesso, ma anche interessante e di stretta attualità, che potrà essere utile sia ai cosiddetti addetti ai lavori (studiosi, docenti, analisti, giornalisti) come ai semplici lettori, coscienti del mondo che li ci circonda, persone che si fanno domande, che cercano di analizzare e comprendere la realtà alla luce di un più serio approccio interpretativo. Insomma se non siete animati da questa curiosità, l’accostarsi a questo testo potrà sembrare decisamente ostico, ma se invece come avete familiarità con testi storici e di geopolitica, non potrete che trovarlo una lettura degna di attenzione e densa di spunti di approfondimento. Per coloro che non hanno questa familiarità cercherò comunque, nel mio modesto ruolo di cultore della materia, di fornire le più semplici chiavi interpretative per un’ agevole lettura.
Il testo si intitola Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016 (Bordeaux, 2016) ed è il frutto del lavoro congiunto di numerosi esperti, – storici, analisti politici, analisti economici- , che hanno unito le loro forze nel tentativo immane di fare chiarezza, di evidenziare punti certi di analisi, di giungere a sicure conclusioni, per quanto la materia, quanto mai magmatica, lo permetta. Come è stato sottolineato in un dibattito viviamo in un mondo velocissimo, tutto ciò che si scrive è già parte del passato, per cui è bene sottolineare che questo testo, la cui pubblicazione ha una cadenza annuale, (esistono già due volumi riguardanti l’anno 2013 e 2014), è aggiornato al 31 ottobre 2015. Tenuto conto di questo, e partendo dal principio che attingendo alle radici storiche si può meglio capire l’attualità, e il presente, cercherò di darvi le informazioni basilari, anche piuttosto schematiche, per avvicinarvi al testo.
Innanzitutto la realizzazione della ricerca e della pubblicazione dell’ Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016 rientrano nell’ambito delle attività scientifiche dell’area di ricerca storico- politica dell’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma, in collaborazione con il CeSI (Centro Studi Internazionali). Responsabili scientifici e curatori dell’opera sono il professore associato di Storia contemporanea Andrea Ungari e il dottore in Storia d’Europa Francesco Anghelone. La prefazione è a cura di Antonio Iodice (presidente dell’Istituto di Studi Politici San Pio V). L’ introduzione è di Andrea Margelletti (presidente del Centro Studi Internazionali (CESI). E la postfazione, dal titolo L’Europa e il Mediterraneo, è di Stefano Polli (vice direttore dell’Agenzia ANSA).
Il corpo del testo è composto da due brevi saggi introduttivi di approfondimento, Media e Social Media dalle primavere arabe allo Stato Islamico di Alfredo Macchi e Lo stato Islamico: nascita e ascesa del nuovo modello di riferimento del terrorismo globale di Gabriele Iacovino. Seguiti da undici schede paesi, composte da una parte storica e una parte contemporanea, cadenzata da un profilo politico, economico e sociale. Andrea Ungari si occupa del profilo storico di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Israele, e Autorità Nazionale Palestinese. Marco Di Liddo del profilo contemporaneo di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Turchia. Francesco Anghelone del profilo storico di Egitto, Libano, Siria, Giordania e Turchia. L’analista Francesca Manenti del profilo contemporaneo di Israele. Stefania Azzolina del profilo contemporaneo della Autorità Nazionale Palestinese, Libano e Giordania. E infine Francesco Tosato del profilo contemporaneo della Siria, se vogliamo il più scottante data la guerra in corso e l’occupazione di parte del suo territorio da parte dello Stato Islamico.
Come dicevo l’utilità di questo testo non si limita a interessare gli addetti ai lavori, (molto di quello di cui si parla è conosciuto, ma qui viene espresso in modo sistematico, organico e sintetico, rispettando naturalmente l’aspetto scientifico e i rimandi bibliografici puntuali ed esaurienti) ma si estende anche ai lettori comuni grazie all’agilità di consultazione.
Non è un testo da leggere dalla prima pagina all’ultima, per lo meno io non mi sono approcciata con queste modalità. Ho letto certo in ordine prefazione e introduzione, per farmi un’idea degli argomenti che sarebbero stato trattati, poi ho letto la postfazione. Inseguito i due saggi introduttivi, che focalizzano gli argomenti principali dell’edizione di quest’anno: il ruolo dei mass media e lo stato islamico come modello di riferimento del terrorismo globale, solo pochi anni fa rappresentato da Al-Qāʿida. Inseguito sono passata a leggere le schede paese, partendo dalla Siria, la Turchia e l’Egitto. Poi sono passata a studiare le due schede rispettivamente dedicate e Israele e Autorità Nazionale Palestinese, e poi via via tutte le altre, in ordine casuale. Insomma ho gestito lo studio del testo con un approccio molto libero, e il testo fortunatamente lo permette.
Se vogliamo focalizzare i principali punti che possono interessare più o meno tutti, direi innanzitutto di considerare quanto la guerra in atto compiuta dallo Stato Islamico, non è esclusivamente una guerra di conquista territoriale, ovvero svolta su piano militare, ma lo scontro avviene ad un piano più alto ed esteso, in prima analisi culturale, politico, economico e sociale. Sembra un’ ovvietà, ma non lo è affatto in quadro quanto mai complesso e vittima di disinformazione. A quest’ ultimo tema si ricollega l’interessante approfondimento di Alfredo Macchi, e per chi volesse approfondire ulteriormente anche l’ intervista da noi condotta a Bruno Ballardini, autore di ISIS®. Il marketing dell’apocalisse (Baldini Castoldi 2015). Un altro tema è il disimpegno statunitense, prima in un certo senso paladini e propugnatori delle varie primavere arabe con la collaterale democratizzazione del Medio Oriente e Nord Africa, e poi chiusi nelle loro questioni interne o se mai rivolti a guardare verso il Pacifico e la Cina. Altro tema è le colpe e il ruolo dell’ Unione Europea, quanto mai essenziale per la normalizzazione delle sponde Sud del Mediterraneo.
In conclusione una lettura davvero proficua, che forse non giunge a conclusioni inequivocabili, (come potrebbe) ma aiuta a far luce su questioni da molti affrontate con superficialità e pressappochismo. La difficoltà dei temi non le giustifica, e non le scusa. Non in un momento storico così difficile e delicato.

In memoria di Nahel

Francesco Anghelone Coordinatore scientifico dell’Area di ricerca storico-politica dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, è dottore di ricerca in Storia d’Europa presso la “Sapienza” di Roma e collabora con «Aspenia online». È autore di numerose pubblicazioni su Grecia, Turchia, Cipro e l’intero Mediterraneo sud-orientale.

Andrea Ungari Professore associato di Storia contemporanea presso l’Università Guglielmo Marconi e docente di Teoria e Storia dei Partiti e dei Movimenti politici presso l’Università Luiss-Guido Carli. I suoi studi si sono concentrati sulla storia politica dell’Italia liberale e di quella repubblicana e sulla storia militare, con una particolare attenzione al ruolo dell’Esercito e dell’Aeronautica nella Prima guerra mondiale. Recentemente, ha collaborato con lo Stato Maggiore dell’Esercito all’elaborazione del volume Prospecta, sulle linee evolutive dell’Esercito italiano.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Bordeaux.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il Settimino, Fabrizio Borgio (Acheron Books, 2016) a cura di Micol Borzatta

11 luglio 2016 by

indexDavide Bo sembra all’apparenza un ragazzo normale, ma è nato al settimo mese di gravidanza, oltretutto figlio di settimino. Questa sua condizione lo porta a manifestare dei poteri speciali.
Dopo che da ragazzo ha fatto saltare in aria la testa del padre con la forza del pensiero, dopo che lui uccise con un fucile la madre e la sorella, Davide è tenuto d’occhio, anche se a distanza, dal DIP, il Dipartimento Indagini Paranormali, più specificatamente da Stefano Drago.
Sarà proprio Drago che, anni dopo, interverrà per proteggere Davide da un gruppo dell’AISI che lo vuole rapire per utilizzarlo nel loro progetto Caino.
Tuttavia una terza forza in campo tenterà di confondere le acque e intralciare le indagini di Drago con lo scopo di uccidere Davide.
Drago si troverà a dover combattere contro il tempo e scoprire cos’è il progetto Caino, chi sono i resposabili coinvolti arrivando a smascherarli fin nelle più alte sfere e nello stesso tempo proteggere se stesso e Davide da morte certa.
Romanzo molto particolare con una partenza subito a tutto gas che fa capire subito al lettore il ritmo di narrazione a cui deve abituarsi per stare dietro alla lettura.
I fatti vengono descritti molto dettagliatamente, ma nello stesso tempo Borgio riesce a mantenere un’aurea di mistero che incuriosisce il lettore invogliandolo a leggere sempre di più dimenticandosi del mondo esterno.
Anche le indagini del DIP sono descritte molto minuziosamente, e anche se a volte sembrano noiose, come quando descrivono i filmati visionati, rendono il tutto molto più realistico, infatti nella realtà ci sono anche le parti noiose nelle indagini che non possono essere saltate se si vuole arrivare alla giusta conclusione. Ed è proprio quello che l’autore fa, una descrizione realistica con i giusti ritmi così da dare senso di realtà anche al lettore che percepisce il romanzo come un avvenimento concreto che gli si sta svolgendo intorno, dove non si ritrova nel ruolo di spettatore ma di protagonista.
Un’altra qualità del romanzo sono le parti accademiche che permettono al lettore di imparare cose nuove rendendolo sempre più interessante ed entrando sempre più nel profondo della narrazione, anche se una piccola critica viene spontanea, almeno per chi non è piemontese: l’autore usa troppe frasi scritte in dialetto che rimangono incomprensibili al lettore, a meno che, come dicevo prima, non è piemontese.
Per quanto riguarda la trama si può dire solo stupefacente. Un ottimo mix tra realtà e finzione che unisce due generi totalmente diversi, noir e fantasy, in un unico romanzo, in un’escalation vincente che il lettore non potrà mai dimenticare dopo averla assaporata fino alla fine.

Fabrizio Borgio nasce nel 1968 ad Asti. Nato prematuramente, e in anni inquieti, passa la sua infanzia e la sua crescita sviluppando fantasia e creatività leggendo libri e fumetti.
Appassionato di cinema e letteratura, nella fase adolescenziale, inizia a scrivere racconti.
Congedato dall’Esercito e buttato nel mondo del lavoro inizia a scrivere. Segue stages di sceneggiatura. Partecipa al premio letterario Il nocciolino di Chivasso ricevendo un premio dalla giuria.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Samuel dell’ufficio stampa Acheron Books.

:: La filosofia di Charlie Brown, Charles M. Schulz (Magazzini Salani, Anno 2015), a cura di Daniela Distefano

11 luglio 2016 by

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Dopo “Peanuts. E’ dura nascondersi dietro qualcuno che è verticale quando tu sei orizzontale” (2014) e “La filosofia di Snoopy. Era una notte buia e tempestosa” (2014), “La filosofia di Charlie Brown” (2015) è il terzo evento letterario di una trilogia che consacra la maestria di Charles M. Schulz nel far sorridere il lettore di ogni età convergendo la sua simpatia nei confronti di un “adorabile perdente”.
Apparso per la prima volta il 2 ottobre 1950, il buon vecchio Charlie Brown è capitano della peggiore squadra di baseball al mondo, non riesce a trovare il coraggio per parlare con la ragazzina dai capelli rossi, ma continua a sperarci, non si preoccupa mai di come comincia la giornata, è come andrà a finire che lo turba. Se la vita è come un gioco.. a volte si vince, a volte si perde, Charlie Brown sarebbe contento anche di pareggiare. Ecco due perle della sua scalmanata saggezza:

Battuti di nuovo, sono così stanco che non riesco a muovermi, sono perfino troppo stanco per piangere, se mi mettessi a piangere, le lacrime non mi correrebbero giù, scenderebbero camminando.

Una volta cercavo di prendere ogni giorno come veniva.. sai, vivere alla giornata.. la mia filosofia è cambiata… mi sono ridotto a vivere alla mezza giornata!

E’ un universo colorato quello di Charlie Brown, eroe incompreso persino dal suo cane. Vorrebbe trovare il coraggio di esorcizzare  le sue paure, ma  dirige una squadra che lo boicotta ad ogni partita. Il suo personaggio è sempre fedele a se stesso, vive di grandi slanci di amicizia, è pessimista creativo, si allena nella palestra del pensiero come antidoto ai malesseri della sua età. Il segreto del suo perenne successo? La tenacia nell’accettare le sconfitte.

Charles M. Schulz nasce a Minneapolis, nel Minnesota, il 26 novembre 1922. Schulz disegna Snoopy e la sua banda per 50 anni senza interruzione. Muore nel 2000, il giorno prima della pubblicazione della sua ultima striscia, dopo aver realizzato 17.897 strisce quotidiane e tavole domenicali.

Source: inviato al recensore dall’editore.

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:: La vita a rovescio, Simona Baldelli (Giunti, 2016) a cura di Elena Romanello

11 luglio 2016 by

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Un paio d’anni fa lo storico Marzio Barbagli ha scritto un interessante e scorrevole saggio, Storia di Caterina che per ott’anni vestì abiti da uomo, che raccontava la vita di Caterina Vizzani, vissuta nel Settecento in Italia centrale, ragazza travestitasi da uomo per poter esercitare un mestiere che le permettesse di vivere ma anche per poter assecondare il suo amore per le altre donne, cosa allora messa sullo stesso piano della stregoneria.
Tra le persone rimaste colpite dal libro di Barbagli c’è Simona Baldelli, che ha scelto nel romanzo La vita a rovescio di raccontare la storia di Caterina come in un romanzo: del resto, di materia ce ne era, in questa epopea tragica e picaresca, da un’infanzia segnata dal vaiolo e dal desiderio di essere diversa fino alla prematura morte in un duello per seduzione, tra luci, abbastanza poche, e tante ombre del Secolo dei Lumi, un mondo comunque dominato dai maschi e dove le donne, ancora più di oggi, erano viste solo in funzione del potere patriarcale.
La vita a rovescio è quindi un romanzo storico, che racconta la vita materiale, anche nei dettagli più allucinanti come le abitudini igieniche, di chi per secoli non è comparso nei libri di scuola, sia perché appartenente ad una classe sociale non agiata, sia perché donna e per lo più lesbica, qualcosa di cui per secoli si è negata la stessa esistenza. Una vita materiale descritta con vivacità e spietatezza, scavando anche nell’intimità di donne oppresse da regole arcaiche ma capaci di cercare, sia pure di nascosto, una sorta di felicità.
C’è anche molto femminismo nella storia di Caterina, deturpata dal vaiolo, da sempre attratta da ruoli non certo consoni ai pochi offerti alle donne, che fa i conti anche con la condizione subordinata delle sue amanti, prostitute, cameriere, ragazze di buona famiglia, nobildonne, monache, ereditiere, tutte alle prese con i limiti del loro sesso che lei riesce a evitare grazie al suo travestimento. Poi ovviamente c’è anche la tematica omosessuale, e fa piacere vedere come anche in Italia, in un momento cruciale per i diritti, stiano uscendo tanti romanzi in tema, mentre in fondo si capisce come ancora oggi, in tempi di riproposta di ruoli di sottomissione per la donna e di stereotipi eterosessisti, certi discorsi siano attualissimi.
Caterina del resto è modernissima, un’eroina di romanzo storico non stupida e sottomessa al desiderio maschile come è stato per decenni, ma una ragazza in cerca di amore, desiderio, libertà e felicità, con il suo lavoro, con la sua intelligenza e il suo desiderio di amare chi incontra. E la cosa importante è che è esistita davvero.

Simona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Ha esordito con Evelina e le fate, finalista al Premio Calvino e vincitore del premio John Fante opera prima. A questo hanno fatto seguito Il tempo bambino e La vita a rovescio, tutti e due per Giunti.

Source: inviato al recensore dall’editore.

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:: In che direzione stiamo andando

10 luglio 2016 by

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Ricevo a cadenza fissa una quantità interessante di cv di laureate in Lettere (alcune specializzate in Editoria) che vogliono collaborare con il blog. La cosa è sicuramente positiva, mi fa piacere, significa che il blog è conosciuto ed è stimato il nostro lavoro. Specifico che sono un blog, non ci sarà nessuna retribuzione, perché nessuno di noi è retribuito. Gli editori non ci pagano, si limitano a mandarci i libri (alcune volte, non sempre). Non penso sia giusto, ma è un’altra questione. Solo se riuscissi a rendere produttivo il blog, potrei direttamente io retribuire i collaboratori. Ma nonostante i miei sforzi (e le ho provate davvero tutte) questo non si è ancora verificato.
Dicevo tante ragazze (sono per lo più ragazze) preparate, brillanti, amanti dei libri si rivolgono a me e per alcuni versi non so se la strada intrapresa sia quella giusta o meno. L’idea che il mio blog sia collettivo, mi piace, mi piace la pluralità di voci, ognuna ha il suo stile, la sua particolare propensione per un genere o un altro, insomma credo che anche per i lettori sia arricchente, o per lo meno interessante.
Dirigere la baracca non è semplicissimo, e non sono poche le volte in cui la fatica mi fa dire: ma ne vale davvero la pena? Negli anni mi è stato detto che il blogging (specialmente letterario) è un hobby, si fa per passione. Ma non credo sia vero del tutto, si impara anche molto, si allacciano relazioni, si impara a gestire lo stress, per un futuro in cui si potrà mettere tutte queste skill a servizio di un lavoro vero nell’ambito editoriale, remunerato. Per cui sono sempre felice, anzi incoraggio i collaboratori a cercare una dimensione lavorativa, e non sono triste quando ci lasciano.
Insomma il blogging è come una palestra, una forma di volontariato letterario, per me addirittura una vocazione, se ha senso definirla tale. A ondate crescono fenomeni di sensibilizzazione riguardo al fatto che il lavoro editoriale vada retribuito, che lavorare gratis non sia giusto (se vuoi fare volontariato fallo per gli anziani, per i bambini, per le fasce disagiate, per i malati mi è stato detto) ma il lavoro del blogger non viene quasi mai considerato lavoro gratuito. E’ un hobby appunto, non che non esistano blogger professionali che tengono in piedi siti aziendali, scrivano articoli retribuiti, pubblichino saggi etc… con partita IVA, insomma veri professionisti.
Ma cosa permette di fare questo salto? e poi è un salto davvero voluto da tutti? Molti blogger preferiscono essere amatoriali, non avere impegni, ne rapporti regolati da contratti, pagamenti, tasse da pagare. Scelta legittima di solito praticata da chi un lavoro ufficiale già ce l’ha. E il blogging è appunto un hobby, da fare nei ritagli di tempo, la sera tardi, o la mattina presto. Insomma senza scadenze, impegni, aspettative. E sono tante le blogger animate da questo spirito, di solito lavorando per un blog personale, con pubblicazioni aperiodiche e un po’ anarchiche.
Il mio blog non è più amatoriale (da molto) e non ancora professionale. Viviamo come in un limbo e l’unica cosa positiva è il flusso ininterrotto di lettori. Non tantissimi, ma fedeli, costanti, sia che aggiorniamo che no. Per lo più lettori italiani, al secondo posto americani. Poi molti dalla Francia, dalla Germania, dalla Spagna, dalla Russia, in misura minore dai restanti stati del mondo libero. Insomma senza di loro il blog morirebbe. Dicevo è una nicchia piccolissima di gente a cui interessa conoscere la nostra opinione.
Quanti di questi lettori si trasformino in compratori di libri, non lo so, e avendo una collaborazione con un negozio online come Libreria universitaria, candidamente posso dire che mi piacerebbe se comprassero dai nostri link. Ancora lo fanno in pochi. I rapporti con gli editori sono buoni, civili in alcuni casi anche cordiali. Ci inviano le loro segnalazioni, ci invitano a fiere, eventi, presentazioni in Casa editrice, se vogliamo intervistare un autore si fanno in quattro mettendo a nostra disposizione anche i loro traduttori (è successo, continua a succedere). Fiere come il Salone del Libro di Torino hanno elevato anche i blogger al rango di operatori professionali.
Insomma non tutto va male dal nostro versante, ci sono spiragli di schiarita. Solo che bisogna avere tanta pazienza, e umiltà.
Perché ho scritto questo post? Per fare chiarezza, soprattutto con me stessa. Per fare il punto. Per capire in che direzione stiamo andando. E se vale ancora la pena lottare. Ecco forse ho più domande che risposte, ma so che è quello che amo fare, è quello che mi arricchisce come persona e mi da l’opportunità di conoscere gente interessante, che se fossi stata chiusa nel mio guscio non avrei mai incontrato. Ecco in conclusione penso che questi 8 anni e 11 mesi non siano stati perduti.

Vuoi saperne di più della mia esperienza di book blogger? Leggi Come diventare una book blogger (felice) un agile e divertente manuale di facile consultazione in cui racconto la mia esperienza di blogger in rete dal 2007.