:: Le voci infinite della poesia di Claribel Alegría, a cura di Nicola Vacca

26 gennaio 2018 by

alegria«Claribel Alegría è venuta a mancare in modo totalmente atteso. Non aveva vent’anni, non aveva cinquant’anni o sessant’anni da dire aveva ancora molto davanti. Claribel aveva novantatrè anni e attendeva di ricongiungersi al suo Bud, il suo amore di sempre. Lo sapevamo, lo sapeva. E soprattutto lo sappiamo con la consapevolezza che Claribel aveva fatto molto nella vita, aveva dato tanto a questo mondo. Tanto da far apparire la sua morte quasi una festa, pur triste, la normale e giusta epifania per una donna e una poeta che ha segnato il Novecento. E a noi resta il dovere e la responsabilità di ricordarla attraverso quello che ha dimostrato con il suo esempio e con i suoi versi. A noi resta l’importanza di chiederci cos’è la vita appoggiandoci su quello che lei ha fatto e scritto. Perché questo in ultima istanza fa un uomo, fa un donna, fanno i poeti. Dicono cos’è la vita».

Così Samuele editore, che ha pubblicato Voci (nella traduzione di Zingonia Zingone e Marina Benedetto) libro con cui Clarabel si è aggiudicato nel 2016 il Premio Internazionale Camaiore, dà la notizia della morte della poetessa nicaraguense.
Claribel Alegría è tra le maggiori esponenti della letteratura centro e sud americana. Poetessa tradotta in 15 lingue, classe 1924, fu apprezzata dal premio Nobel Juan Ramón Jiménez.
La sua poesia è chiarezza pura che sfida i territori contorti dell’implicito. Nei suoi versi Claribel ascolta il mondo e preferisce la parola nuda per rivolgersi alla condizione umana e raccontarne tutta la bellezza, comprese le sue fragili contraddizioni.
Voci è un prezioso gioiello poetico in cui Claribel con uno sguardo al suo vissuto intenso redige un testamento in versi da lasciare ai suoi pronipoti.
Parole forti e un linguaggio semplice e mai banale con cui la poetessa si interroga, anche con ironia, sull’ esistenza. Al centro della sua creazione poetica troviamo la morte, il tempo, l’amore, la perdita e soprattutto quella necessità di testimoniare un desiderio intenso di vivere.
Vanno ascoltate le voci infinite di Claribel Alegría. Voci che affondano in una poesia pura che non si nasconde e che nulla vuole nascondere.
In tutte le voci di Claribel c’è la voce unica della poesia necessaria che è la cosa più possibile su questa terra dove tutto sta diventando impossibile.

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«Queste voci – scrive Zingonia Zingone nella prefazione – parlano delle paure, dei dubbi, della certezza anelata e l’incertezza che prende il sopravvento».

Srivere è stato il suo modo di stare sola, ma allo stesso tempo la possibilità di regalare tutte le voci infinite della sua coscienza a noi che la leggiamo e a chi dopo di noi resterà.
Così nasce la grande poesia, e Claribel resterà nella memoria una poetessa umilmente immensa che nella schiettezza della parola nuda conosce la consapevolezza del distacco ma evita di consumarsi nella nostalgia. Ha scritto poesie senza mai tradire le parole e la vita, certa che un segnale sarà avvertito in questo tempo di allarmi.

Testamento

Vi lascio una scala
traballante
incompiuta
Con qualche scalino rotto
alcuni marci
e più di uno
Intero.
riparatela
mettetela in piedi
saliteci sopra
salite
fino a toccare la luce.

:: Viola deve sapere di Stefania Lucci (Alter Ego Edizioni 2017) a cura di Federica Belleri

26 gennaio 2018 by
viola deve sapere

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Prima opera di Stefania Lucci, ex professore universitario di Medicina. Un esordio dai toni del thriller, che non manca di introspezione.
L’autrice ci porta nel mondo di Viola Gallo, mondo estremamente confuso. Viola si sveglia dopo circa un mese di coma, e non ha ricordi. Lo psichiatra Raniero Ranieri la supporta con sedute personalizzate utili al recupero della memoria. Ma di che memoria si tratta? Cosa le è accaduto prima del periodo di coma? Viola alterna momenti di serenità ad altri di rabbia e frustrazione. Una condizione assolutamente normale, le dicono. Non è così però, quando si mettono di mezzo i sentimenti … Piergiorgio Pichler, funzionario di polizia, dice di amarla e di essere il suo compagno. Deve credergli e fidarsi? Deve imparare a volergli bene o già lo fa inconsciamente? Viola scopre di avere una famiglia, presente al momento del suo risveglio, ma lei non riconosce nessuno. Le parlano tutti di un’inchiesta che la riguarda ma la sua mente è resettata. Non è in grado di capire il dolore e la gioia, fatica a provare empatia. È sempre stata così o quanto le è accaduto l’ha cambiata per sempre? Anche l’appartamento in cui vive le sembra troppo asettico e impersonale. Si deve fidare di chi la circonda o no?
Viola affronta un percorso difficile e doloroso, combattuta fra la curiosità e la paura di sapere. In bilico fra presente e passato, fra momenti di devastante fragilità e piccoli sprazzi di luce. Viola arriva persino a provare vergogna man mano alcuni ricordi riaffiorano in superficie, si sente a disagio anche con lo psichiatra. È convinta che qualcuno stia distruggendo la sua vita, pezzo dopo pezzo …
“Viola deve sapere” affronta la rielaborazione del dolore attraverso una storia semplice ma intensa. La vicenda si svolge principalmente a Roma. I personaggi principali sono protagonisti in ogni paragrafo, dedicato a ciascuno di loro, che si racconta in prima persona. Il dialogo e il ritmo sono scanditi proprio attraverso i diversi punti di vista degli interessati. La scrittura è precisa e coinvolge al punto giusto. Sono presenti alcuni termini medici certamente legati alla professione dell’autrice, utilissimi per capire Viola e la sua perdita di memoria.
Ottimo esordio a mio avviso. Buona lettura.

Stefania Lucci è nata a Roma nel 1951. Professore universitario di Medicina, una volta in pensione si è dedicata alla sua prima passione: la scrittura. Viola deve sapere è il suo esordio nella narrativa.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: Jack Ketchum, pseudonimo di Dallas Mayr (Livingston, 10 novembre 1946 – New York, 24 gennaio 2018)

25 gennaio 2018 by

Jack Ketchum

:: Mi manca il Novecento – La caduta di Albert Camus a cura di Nicola Vacca

25 gennaio 2018 by

La CadutaJean Baptiste Clamance è un brillante e rispettato avvocato parigino. Un giorno decide di cambiare vita, abbandonare la sua professione e lasciare Parigi. Si stabilisce in un quartiere malfamato di Amsterdam e sceglie il Mexico City, un bar davvero poco raccomandabile, come sede per esercitare il suo nuovo ruolo di giudice – penitente.
Questa è la trama de La caduta, il romanzo che Albert Camus pubblicò nel 1956.
Il protagonista si avventura in un monologo incalzante e serrato in cui si confessa apertamente agli avventori che incontra nel bar facendo finta di cercare l’assoluzione ai suoi misfatti di essere umano.
In realtà, vestendo i nuovi panni del giudice – penitente, Clamance si muove nell’acqua putrida della sua coscienza come un «profeta vuoto per tempi meschini».
Dopo lunghi studi su se stesso, adesso che si è seduto ai margini della società, l’avvocato pentito scopre la duplicità profonda della sua creatura.
Attraverso le parole di Clamence, Albert Camus mette in scena l’ipocrisia di un modello sociale che non ha nessuna intenzione di far cadere la maschera.
Quando l’avvocato si rende conto del peso che ha sulla sua coscienza la sua maschera decide di cadere e di iniziare il suo percorso di giudice – penitente.
Percorso di scavo che non sarà facile per lui. Spesso si troverà a fare i conti con i nodi irrisolti della sua vita precedente e con quelli della sua esistenza attuale.
In ogni pensiero che gli passa per la mente, Clamance sfiora il delirio. Ed è proprio nel delirio che cerca la via della redenzione.

«La sentenza che uno pronuncia sugli altri, finisce col rimbalzargli dritto in faccia, non senza danno. E allora? dice lei … Ebbene, ecco l’alzata d’ingegno. Ho scoperto che in attesa dell’avvento dei padroni e delle loro verghe, dovevamo, come Copernico, invertire il ragionamento per trionfare. Visto che non si potevano condannare gli altri senza giudicare immediatamente se stessi, bisognava incolpare sé stessi per aver diritto di giudicare gli altri, visto che ogni giudice prima o poi finisce penitente, bisognava fare la strada in senso inverso, esercitare il mestiere di penitente per poter finire giudice».

Nelle ultime pagine del suo monologo si svela ma continua a cadere e rialzarsi sarà impossibile.
Anche nelle pagine de La caduta Camus non rinuncia al suo umanesimo antidogmatico.
Clamance ammette le sue colpe definendosi «falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne».
Si rende conto che la sua caduta è diventato un assedio e che, nonostante la vita valga la pena di essere vissuta, sarà difficile per la presenza del male dichiarare apertamente la propria innocenza.

«In filosofia, come in politica io sono per ogni teoria che rifiuti l’innocenza dell’uomo e per ogni prassi che lo tratti da colpevole. Carissimo, lei vede in me un fautore illuminato del servaggio.».

Jean Baptiste Clamence cade e noi insieme a lui, perché facciamo parte della stessa umanità di cui siamo le miserabili e strane creature che si accusano e per avere più diritto di giudicare.

:: La battaglia delle tre corone di Kendare Blake (Newton compton 2017) a cura di Elena Romanello

25 gennaio 2018 by
La battaglia delle tre corone

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Da sempre sull’isola di Fennbirn, mondo dominato dalla magia e da altre forze mistiche, ogni generazione ha visto la nascita di tre gemelle eredi al trono, entrambe degne di succedere e diventare la prossima sovrana per gli anni a venire: ma solo una di loro tre diventerà regina e le altre dovranno perire.
Questa volta sono in lizza Mirabella, fiera maga degli elementi, che padroneggia in incantesimi spesso pericolosi, Katharine dominatrice dei veleni ai quali è immune, infatti vive in simbiosi con un temibile serpente corallo, e Arsinoe, maga complice delle forze della natura, capace di far sbocciare i fiori e ammansire le belve feroci.
Le tre ragazze sono cresciute separate, ma a partire dalla notte del loro sedicesimo compleanno dovranno affrontarsi per stabilire la supremazia tra di loro, ma forse stavolta le cose andranno in maniera diversa, o forse non si possono distruggere tradizioni di millenni.
Il fantasy propone da decenni storie scritte da donne con al centro personaggi femminili interessanti: del resto questo non è appannaggio solo delle scrittrici, basti pensare alle eroine e antagoniste al centro della saga del Ghiaccio e del Fuoco di George R. R. Martin. La battaglia delle tre corone, storia di un mondo da fiaba dark non molto approfondito dall’autrice ma dotato di un certo fascino, si inserisce tra queste storie, raccontando un gioco di potere mortale che si ripete da secoli tra tre antieroine affascinanti e a cui ci si affeziona, tre Cersei Baratheon in versione adolescenziale tra le quali è difficile scegliere la propria preferita, per una storia che funziona senz’altro come autoconclusiva ma che è il primo capitolo di una nuova saga, tra giochi di potere, magie, inganni, morti, di cui l’autrice ha già pubblicato il secondo volume e di cui sono attesi almeno altri due libri.
Gli archetipi del fantastico della principessa in cerca della sua strada e non di un principe che la salvi e della regina potente e forse anche un po’ malvagia trovano ne La battaglia delle tre corone una nuova rilettura, molto affascinante e non scontata.

Kendare Blake, adottata all’età di sette mesi, arrivò nella cittadina di Cambridge, nel Minnesota, dalla Corea del Sud. Si è laureata negli USA e ha conseguito un master in Scrittura Creativa presso l’università di Middlesex, a Londra. La Newton Compton ha pubblicato Anna vestita di sangue, primo libro di un dittico di prossima trasposizione al cinema, e La battaglia delle tre corone. Il suo sito è http://www.kendareblake.com

Provenienza: acquisto personale del recensore.

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:: Il martirio del bagolaro di Rosario Russo (Carthago edizioni, 2012) a cura di Daniela Distefano

25 gennaio 2018 by
IL MARTIRIO DEL BAGOLARO

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“…Ma niente e nessuno poteva mai immaginare quale minaccia incombeva tra quei palazzi e quelle chiese, solo il baronello Nardo ed il conte Federico (Altamura) ne erano al corrente, ma non erano ancora riusciti a scoprire qualcosa di importante. La setta, in barba ai loro tentativi di fermarla, continuava tranquillamente ad uccidere e chissà chi sarebbe stato il prossimo a cadere sotto i colpi di quei fanatici”.

Il martirio del bagolaro” (Carthago edizioni) di Rosario Russo (Prefazione di Maria Concetta Gravagno) è un romanzo che si apre con la breve descrizione della frenesia per la festa di San Sebastiano, compatrono di Acireale, cittadina siciliana affacciata sul mare Jonio dal balcone naturale della Timpa. L’affaticarsi dei cittadini nella lenta risalita della strada del Tocco, l’affluenza dei fedeli sono simbolo della religiosità del popolo siciliano in cui religione e folklore si completano e si confondono. Fa da sfondo alla storia, dunque, l’Acireale ottocentesca, dai palazzi barocchi, dalle strade lastricate, dalle numerose chiese, conventi, reclusori che conservano il retaggio di usi, costumi, tradizioni sedimentati nel corso dei secoli. Innumerevoli regole scandiscono la vita privata e collettiva. La cittadina acese è l’emblema di tutta la società siciliana. In quel venti gennaio 1862, si inserisce il fatto che dà inizio all’inventio, la misteriosa morte di Lionardo Mancini, barone di Santa Caterina. Nel succedersi degli eventi il nipote Nardo giungerà a scoprire la verità sulla morte del nonno. Il suo sincero amore per la serva Venera lo aiuterà poi a raggiungere una catarsi che sublimerà i veri valori: l’amicizia, l’affetto, la speranza in un domani impensabile. Personaggio cruciale del racconto è quello di Federico Altamura, che diverrà fraterno amico di Nardo. I due mirano a portare a galla la verità sull’omicidio del nonno di Nardo, del conte Giuseppe Altamura e del ciantro Contina. Prenderanno un abbaglio sospettando anche del sindaco, ma le pagine finali saranno risolutrici. Un romanzo che sa di artigianato letterario, scritto con puntiglio, coscienza, laboriosità. Forse un po’ eccede seguendo le orme delle passate glorie narrative siciliane, non manca però di traghettare il lettore sulla sponda della gradevole lettura; intrattenimento più che auspicabile per trascorrere lietamente ore immerse nei profumi della Sicilia che fu. Si respira aria di convenzioni, rigidità classiste, gerarchie che vengono estirpate come scomode erbacce dal protagonista, un baronello che non si lascia piegare dal peso degli obblighi e dei doveri familiari. Lo stile, la scrittura, il ritmo, tutto è rivolto a rendere verosimile una storia siciliana di altri tempi, il dialetto è la zappa con cui l’autore scava nei nostri storici sotterranei e zampilla come prezioso liquido la lingua più fresca, più consona, più inestinguibile, perché intercetta i nostri ricordi, perché è ancora viva, valida, elegante e magnetica.

Rosario Russo, acese, con questo romanzo storico – “ Il martirio del bagolaro” (edizioni Carthago) – ha vinto il premio letterario nazionale Akademon.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: Il gelataio Tirelli di Tamara Meir (Gallucci editore 2018) a cura di Viviana Filippini

24 gennaio 2018 by
Cover Gelataio Tirelli

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Francesco Tirelli era un italiano che amava il gelato, non solo mangiarlo, ma anche farlo. Le creme dolci e di tutti i gusti gli piacevano a tal punto a Tirelli, che un bel giorno decise di lasciare l’Italia per andare in Ungheria, a Budapest, ed aprire una gelateria. La sua storia oggi si trova nell’albo illustrato “Il gelataio Tirelli” con i testi di Tamara Mair e le illustrazioni di Yael Albert, edito da Gallucci. Tirelli visse nella città ungherese e allo scoppio della Seconda guerra mondiale, visto il dramma dei rastrellamenti operati dai nazisti, decise di mettere in atto un vero e proprio piano di salvezza usando il proprio retrobottega per nascondere ebrei (una quindicina) e a salvarli dalla furia nazista. Tra coloro che riuscirono ad avere la vita salva grazie a questo rifugio c’era anche Peter (Isacco) Meir, un ragazzino amante del gelato che frequentava spesso il negozio di Tirelli. Meir è il suocero dell’autrice di questo libro per bambini che racconta come nel dramma dell’Olocausto e di quelle che alcuni uomini, tra cui lo stesso Tirelli, misero in atto per salvare vite innocenti. Una volta finita la guerra Peter Meir si trasferì in Israele dove divenne professore di chimica e fu lui stesso, nel 2008, a fare richiesta all’Ente nazionale per la Memoria della Shoah Yad Vashem, di nominare il suo salvatore Tirelli “Giusto tra le Nazioni”. 5La richiesta venne accordata e sono in corso le ricerche per trovare i familiari di Tirelli e per poter consegnare il riconoscimento. Tamar Meir ha preso la storia narrata a lei e ai suoi figli dallo suocero Peter e l’ha trasformata in un libro corredato da immagini colorate che narrano ai piccoli lettori di oggi l’eroico gesto di un gelataio, una persona comune, che fece il possibile per salvare ebrei, vittime di un’insensata violenza. “Il gelataio Tirelli” è una storia di amicizia, di eroismo quotidiano, dove il coraggio e l’aiuto incondizionato al prossimo sono gli ingredienti di quel gelato che sono la speranza e la vita e che evidenziano quanto sia importante insegnare alle nuove generazioni a continuare a fare memoria per non dimenticare quello che accadde nel passato. Il libro della Meir è stato tradotto in Italia dalla giornalista Cesara Buonamici e dal marito marito, il medico ungherese Joshua Kalman, i quali hanno un legame diretto con la tragedia della Shoah, poiché il padre di Kalman è l’unico sopravvissuto della propria famiglia ai campi di sterminio nazista, mentre la mamma è rientrata in Ungheria dopo la detenzione in un campo con sua nonna.

Tamar Meir è una studiosa israeliana di Talmud e filosofia ebraica.
“Il gelataio Tirelli” è il suo primo libro per bambini e ha ricevuto due prestigiosi riconoscimenti: il premio Yad Vashem e il premio Devorah Omer.

Yael Albert vive a Tel Aviv. È nata e cresciuta in Israele, dove si è laureata con lode presso l’Accademia di Arte e Design di Bezalel. Collabora con molti giornali e riviste tra i quali anche il “New York Times”.

Source: ufficio stampa Gallucci, grazie a Marina Fanasca dell’ufficio ufficio stampa.

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:: Ursula Le Guin (Berkeley, 21 ottobre 1929 – Portland, 22 gennaio 2018)

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le guin

:: L’isola che brucia di Emma Piazza (Rizzoli 2018) a cura di Giulietta Iannone

24 gennaio 2018 by
piazza

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Sono viva e dentro di me niente si è rotto, lo sento.
Siamo vivi tutti e due, anche se non ho ancora capito se sia un bene o un male.
Gli punto il fucile contro provando a rimanere calma e lucida, ma il mio cuore mi tradisce e il respiro si fa più agitato.
Intorno a noi, l’oscurità densa della macchia. Il rumore cupo delle onde che si frantumano contro le rocce. Il libeccio si infila dappertutto, come un veleno.

Da non confondere con L’isola che brucia di Gianni Farinetti (premio Selezione Bancarella 1998) L’isola che brucia di Emma Piazza, appena uscito per Rizzoli, è un romanzo dalle venature noir, alquanto singolare e anomalo nel panorama narrativo italiano. Protagonista è Thérèse, la voce narrante principale, che torna in Corsica, isola da cui proviene la famiglia di suo padre, per ricevere dalla nonna una casa in eredità. Casa che per tortuose dinamiche familiari l’anziana donna non vuole giunga al padre di Thérèse, per cui ancora in vita è pronta a donarla alla nipote. Thérèse allettata dal miraggio di una certa indipendenza economica accetta dunque questa scappatoia e firma le carte prima che la situazione precipiti.
Il rapporto conflittuale e irrisolto con il padre, il figlio che aspetta da un compagno assente, il richiamo della sua terra per certi versi ostile e culla di odi, rancori e incomprensioni, anche se per certi versi depositaria di ancestrali schegge di selvaggia bellezza e fascinazione, spostano il baricentro narrativo verso un dramma intimistico che vela di sfumature psicologiche una storia che forse è impreciso definire gialla. Diverse sottotrame parlano di morti strane e tragiche, ma è il personaggio di Thérèse che assorbe tutte le luci, con la sua infelicità, la sua difficoltà di accettare quanto le sta capitando, e non da ultimo il suo talento artistico. L’amicizia con William, suo insegnante a Lisbona di portoghese, seconda voce narrante del romanzo, giunto anche lui sull’isola, si inserisce nella trama quasi come un incastro di giochi di specchi. Anche il rapporto di William con la figlia acquista note dolenti e filtra tutta la narrazione.

Come ho potuto non decifrare il dolore nei suoi occhi? Lo cerco con lo sguardo ma è sparito lontano tra i suoi pensieri. Vorrei abbracciarlo e dirgli quanto mi dispiace, ma rimango paralizzata sulla sedia. Il dolore degli altri mi ha sempre messa a disagio.

L’originalità di questo romanzo credo stia nella ambientazione, una Corsica povera e sferzata dal mare e dal vento, capace di offrire panorami di bellezza inaspettata, come nei personaggi, aspri, duri, anche folli e nello stesso tempo misteriosi. Il registro è piuttosto alto, quasi poetico, o meglio onirico, forse eccessivo in alcuni tratti, bilanciato comunque da una notevole luminosità nello scavo dei personaggi, anche disturbanti come quello di Pascal Chadel che si rivelerà un personaggio importante ai fini della storia e molto più vicino alla protagonista di quanto sembri.

Ho paura.
La paura è la sensazione predominante degli ultimi mesi. Prima quella di perderti. Poi di averti perso. La lenta realizzazione che non eri pronto a impegnarti per costruire un futuro insieme. Poi la paura di prendere io la decisione. Di rimanere nella tua stessa città. Di incontrarti. E poi quella del buio, della solitudine, di non essere in grado, di rimanere bloccata per sempre in questo limbo di tristezza e inadeguatezza.

Tutto il dramma di una donna sola ad affrontare le scelte principali della vita: la maternità, gli errori della vita di coppia, l’indipendenza, l’affermazione artistica. Una donna comunque anche capace di crescere, di evolvere, e in questo l’isola non svolge un ruolo marginale.
Tutto sommato un’ opera prima interessante, e spigolosa, ma tuttavia insolita, di una giovane autrice che possiede una voce spiccatamente personale, anche se ruvida se vogliamo. Per chi ama le faide familiari, i drammi interiori, con dosati colpi di scena affatto ingiustificati.

Emma Piazza è nata a Pavia nel 1988 e vive a Barcellona dove lavora come scout letterario. L’isola che brucia, i cui diritti di traduzione sono già stati venduti in Germania, Francia e Svezia, è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Rizzoli.

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:: Commodore 64 Nostalgic edition Edizione illustrata di Bitmap Books (Mondadori 2017) a cura di Davide Mana

24 gennaio 2018 by
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C.S. Lewis utilizzava l’espressione sehnsucht (in italiano struggimento) per indicare la nostalgia di qualcosa che di fatto non si è mai conosciuto.

Quel qualcosa di innominabile, il cui desiderio ci trafigge come uno stocco all’odore del falò, il suono delle anatre selvatiche che volano sopra di noi, il titolo di The Well at the World’s End, le prime righe di “Kubla Khan”, le ragnatele del mattino nella tarda estate, o il rumore delle onde che si infrangono.

[C.S. Lewis, postfazione a The Pilgrim’s Progress]

Complice la rete, una intera generazione sta attraversando una crisi di mezza età , in balia di ricordi e passioni che non le appartengono. Sono i nati dei primi anni “80 (una decade che, ricordiamolo, comincia nel 1978), che all’ approssimarsi inesorabile della quarantina rimpiangono le belle partite con la Scatola Rossa di Dungeons & Dragons, i cartoni animati dell’ Uomo Tigre, IT di Stephen King, le puntate di Fantaghirò e il Commodore 64.
Tutte cose delle quali hanno avuto un’ esperienza per procura – un nato nel 1978 aveva tre anni quando il Commodore 64 venne commercializzato, sette anni quando uscì la Scatola Rossa di D&D in italiano, forse nove quando uscì IT. Davvero la mamma gli permise di leggere IT a nove anni?
E’ sehnsucht, e potremmo dire che dove c’è¨ sehnsucht c’è¨ un mercato da sfruttare. La nostalgia, anche quella per procura, vende.
E sulla copertina del massiccio volume dedicato al Commodore 64 appena uscito per i tipi di Oscar Mondadori c’è scritto sotto al titolo, dove uno si aspetterebbe il nome dell’ autore: Nostalgic Edition.
E’ così deliziosamente postmoderno, non trovate?
Il volume è un colossale monumento alla nostalgia – quasi cinquecento pagine su carta patinata, dominate da riproduzioni a colori della grossolana pixel art dei vecchi giochi a 8 bit per il Commodore.
Possiamo così rivedere videate di Manic Mansion, Apollo 18: Mission to the Moon, Up & Down, Shinobi, Cauldron e decine di altri giochi dei quali francamente non ci ricordavamo. Più di 200 giochi, ci dice il bollino sulla copertina.
E poi le pubblicità , le copertine di “Commodore Magazine” e, quasi a malincuore, alcune interviste agli sviluppatori e ai game designer, articoli sui demo, sui giochi progettati e mai usciti e per chiudere una postfazione di J-Ax, che ne approfitta per ricordarci che lui sul valore totemico del C64 ci ha fatto anche un disco.
Il prodotto nel suo complesso è un libro tanto bello a vedersi (se vi piace la pixel art) quanto futile. Costa 38 euro, non esattamente noccioline, coi tempi che corrono, ma farà  certamente la felicità  del vostro amico o parente nerd che sta attraversando la sua crisi di mezza età  generazionale e si strugge.
Il volume, coi suoi colori e le sue pagine patinate ammorbidirà  la sua sehnsucht.
Poi una puntata di Fantaghirò su Netflix, e una bella serata a giocare La Rocca sulle Terre di Confine.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Anna dell’ Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Il più bel libro di Graham Greene

23 gennaio 2018 by

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Graham Greene nacque in Inghilterra a Berkhamsted il 2 ottobre del 1904 ed è un autore che adoro, non credo ci sia un suo libro che non mi piaccia. Quindi sarà molto difficile per la nostra rubrica Il più bel libro di decidere quale è il suo libro più bello.  Ma confido in voi, quindi se conoscete questo autore, e avete letto i suoi libri, scrivete nei commenti qual è il vostro preferito. Sarà interessante.

Romanzi:

  • L’uomo dentro di me (The Man Within), 1929
  • The Name of Action, 1930
  • Rumour at Nightfall, 1931
  • Il treno d’Istanbul (Stamboul Train, nell’ed. americana Orient Express), 1932 VOTI 2
  • Un campo di battaglia (It’s a Battlefield), 1934
  • I naufraghi (England Made Me), 1935
  • Una pistola in vendita (A Gun for Sale, nell’ed. statunitense This Gun for Hire), 1936 VOTI 5
  • La roccia di Brighton (Brighton Rock), 1938
  • Missione confidenziale (The Confidential Agent), 1939
  • Il potere e la gloria (The Power and the Glory, nell’ed. statunitense The Labyrinthine Ways), 1940 VOTI 8
  • Quinta colonna (The Ministry of Fear), 1943
  • Il nocciolo della questione (The Heart of the Matter), 1948 VOTO 1
  • Il terzo uomo (The Third Man), nell’ed. inglese pubblicato insieme a L’idolo infranto (The Fallen Idol), 1950 VOTO 5
  • Fine di una storia (The End of the Affair), 1951 VOTI 3
  • Vince chi perde (Loser Takes All), 1955
  • Un americano tranquillo (The Quiet American), 1955 VOTO 7
  • Il nostro agente all’Avana (Our Man in Havana), 1958 VOTO 10
  • Un caso bruciato (A Burnt-Out Case), 1960
  • I commedianti (The Comedians), 1966 VOTI 1
  • In viaggio con la zia (Travels with My Aunt), 1969 VOTO 1
  • Il console onorario (The Honorary Consul), 1973 VOTI 3
  • Il fattore umano (The Human Factor), 1978 VOTI 5
  • Il Dottor Fisher a Ginevra, ovvero la cena delle bombe (Doctor Fisher of Geneva or the Bomb Party), 1980
  • Monsignor Chisciotte (Monsignor Quixote), 1982
  • Il decimo uomo (The Tenth Man), 1985 (ma scritto nel 1944) VOTI 1
  • L’uomo dai molti nomi (The Captain and the Enemy), 1988 VOTO 1

Allora, aspetto i vostri commenti. Si avrà tutta la settimana per votare, lunedì si stabilirà il vincitore. Piccolo omaggio estratto tra i partecipanti. Tra chi vota estrarrò un vincitore a cui spedirò gli esclusivissimissimi adesivi di Liberi.

Vince piuttosto a sorpresa e a grande maggioranza: Il nostro agente all’ Avana, che rileggerò per l’occasione, chissà che non ci scappi una recensione.

E gli adesivi: Isabella.

Pre chi volesse approfondire, ho scritto questo articolo sul blog di Nicola Vacca “Zona di disagio”: Greene, lo scrittore della crisi che amava il vero