«Claribel Alegría è venuta a mancare in modo totalmente atteso. Non aveva vent’anni, non aveva cinquant’anni o sessant’anni da dire aveva ancora molto davanti. Claribel aveva novantatrè anni e attendeva di ricongiungersi al suo Bud, il suo amore di sempre. Lo sapevamo, lo sapeva. E soprattutto lo sappiamo con la consapevolezza che Claribel aveva fatto molto nella vita, aveva dato tanto a questo mondo. Tanto da far apparire la sua morte quasi una festa, pur triste, la normale e giusta epifania per una donna e una poeta che ha segnato il Novecento. E a noi resta il dovere e la responsabilità di ricordarla attraverso quello che ha dimostrato con il suo esempio e con i suoi versi. A noi resta l’importanza di chiederci cos’è la vita appoggiandoci su quello che lei ha fatto e scritto. Perché questo in ultima istanza fa un uomo, fa un donna, fanno i poeti. Dicono cos’è la vita».
Così Samuele editore, che ha pubblicato Voci (nella traduzione di Zingonia Zingone e Marina Benedetto) libro con cui Clarabel si è aggiudicato nel 2016 il Premio Internazionale Camaiore, dà la notizia della morte della poetessa nicaraguense.
Claribel Alegría è tra le maggiori esponenti della letteratura centro e sud americana. Poetessa tradotta in 15 lingue, classe 1924, fu apprezzata dal premio Nobel Juan Ramón Jiménez.
La sua poesia è chiarezza pura che sfida i territori contorti dell’implicito. Nei suoi versi Claribel ascolta il mondo e preferisce la parola nuda per rivolgersi alla condizione umana e raccontarne tutta la bellezza, comprese le sue fragili contraddizioni.
Voci è un prezioso gioiello poetico in cui Claribel con uno sguardo al suo vissuto intenso redige un testamento in versi da lasciare ai suoi pronipoti.
Parole forti e un linguaggio semplice e mai banale con cui la poetessa si interroga, anche con ironia, sull’ esistenza. Al centro della sua creazione poetica troviamo la morte, il tempo, l’amore, la perdita e soprattutto quella necessità di testimoniare un desiderio intenso di vivere.
Vanno ascoltate le voci infinite di Claribel Alegría. Voci che affondano in una poesia pura che non si nasconde e che nulla vuole nascondere.
In tutte le voci di Claribel c’è la voce unica della poesia necessaria che è la cosa più possibile su questa terra dove tutto sta diventando impossibile.

«Queste voci – scrive Zingonia Zingone nella prefazione – parlano delle paure, dei dubbi, della certezza anelata e l’incertezza che prende il sopravvento».
Srivere è stato il suo modo di stare sola, ma allo stesso tempo la possibilità di regalare tutte le voci infinite della sua coscienza a noi che la leggiamo e a chi dopo di noi resterà.
Così nasce la grande poesia, e Claribel resterà nella memoria una poetessa umilmente immensa che nella schiettezza della parola nuda conosce la consapevolezza del distacco ma evita di consumarsi nella nostalgia. Ha scritto poesie senza mai tradire le parole e la vita, certa che un segnale sarà avvertito in questo tempo di allarmi.
Testamento
Vi lascio una scala
traballante
incompiuta
Con qualche scalino rotto
alcuni marci
e più di uno
Intero.
riparatela
mettetela in piedi
saliteci sopra
salite
fino a toccare la luce.
«Claribel Alegría è venuta a mancare in modo totalmente atteso. Non aveva vent’anni, non aveva cinquant’anni o sessant’anni da dire aveva ancora molto davanti. Claribel aveva novantatrè anni e attendeva di ricongiungersi al suo Bud, il suo amore di sempre. Lo sapevamo, lo sapeva. E soprattutto lo sappiamo con la consapevolezza che Claribel aveva fatto molto nella vita, aveva dato tanto a questo mondo. Tanto da far apparire la sua morte quasi una festa, pur triste, la normale e giusta epifania per una donna e una poeta che ha segnato il Novecento. E a noi resta il dovere e la responsabilità di ricordarla attraverso quello che ha dimostrato con il suo esempio e con i suoi versi. A noi resta l’importanza di chiederci cos’è la vita appoggiandoci su quello che lei ha fatto e scritto. Perché questo in ultima istanza fa un uomo, fa un donna, fanno i poeti. Dicono cos’è la vita».

Jean Baptiste Clamance è un brillante e rispettato avvocato parigino. Un giorno decide di cambiare vita, abbandonare la sua professione e lasciare Parigi. Si stabilisce in un quartiere malfamato di Amsterdam e sceglie il Mexico City, un bar davvero poco raccomandabile, come sede per esercitare il suo nuovo ruolo di giudice – penitente.


La richiesta venne accordata e sono in corso le ricerche per trovare i familiari di Tirelli e per poter consegnare il riconoscimento. Tamar Meir ha preso la storia narrata a lei e ai suoi figli dallo suocero Peter e l’ha trasformata in un libro corredato da immagini colorate che narrano ai piccoli lettori di oggi l’eroico gesto di un gelataio, una persona comune, che fece il possibile per salvare ebrei, vittime di un’insensata violenza. “Il gelataio Tirelli” è una storia di amicizia, di eroismo quotidiano, dove il coraggio e l’aiuto incondizionato al prossimo sono gli ingredienti di quel gelato che sono la speranza e la vita e che evidenziano quanto sia importante insegnare alle nuove generazioni a continuare a fare memoria per non dimenticare quello che accadde nel passato. Il libro della Meir è stato tradotto in Italia dalla giornalista Cesara Buonamici e dal marito marito, il medico ungherese Joshua Kalman, i quali hanno un legame diretto con la tragedia della Shoah, poiché il padre di Kalman è l’unico sopravvissuto della propria famiglia ai campi di sterminio nazista, mentre la mamma è rientrata in Ungheria dopo la detenzione in un campo con sua nonna.





























