La Luna nell’immaginario: Storia, letteratura e cinema del gruppo Maelstrom e di Michele Tetro (Odoya, 2019) a cura di Elena Romanello

24 luglio 2019 by

LunaCinquant’anni fa l’uomo metteva per la prima volta piede sulla Luna, un grandissimo evento, e per ricordare quello Odoya propone un saggio scritto a più mani dagli autori del gruppo Maelstrom, che indaga il rapporto privilegiato che gli esseri umani hanno sempre avuto con il loro satellite tramite l’immaginario, non dimenticando ovviamente i dati scientifici.
Infatti, fin dall’antichità, ci fu chi immaginava viaggi interplanetari verso la Luna, magari a dorso di un animale mitico come l’ippogrifo, immaginando che esistessero civiltà fantastiche: Luciano di Samostata, Ludovico Ariosto, Jules Verne e gli autori dei racconti pubblicati sulle mitiche riviste pulp sono solo alcuni degli esempi ricordati nelle pagine dei libri, molto prima che il sogno si avverasse e ci si andasse davvero, anche se c’è chi lo nega e il libro esamina anche le divagazioni dei negazionisti.
Il libro racconta mille storie, tra libri, cinema, fumetti, arte, illustrazione, pubblicità, musica e televisione, citando per esempio i romanzi usciti nella collana Urania che hanno raccontato in momenti diversi e a generazioni diverse viaggi sulla Luna. Del resto, oltre a Jules Verne, si sono confrontati con il mito della Luna Herbert G. Wells, Arthur Clarke, Robert Heinlein, Yambo, fino al recente Andy Weir.
Il cinema non è stato da meno a celebrare la Luna, con toni diversi, che possono spaziare dal sognante Viaggio nella Luna di George Méliès del 1902 alle atmosfere epiche di 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, uscito un anno prima dello sbarco fino al recente First man che ha raccontato invece l’epopea realistica di Neil Armstrong.
Non sono mancati anche i fumetti, con numeri speciali di note riviste d’epoca come il Corriere dei Piccoli, ma anche le storie di Tin Tin e dei Paperi e Topi disneyani, e non si può dimenticare nemmeno il rapporto tra musica e Luna, da Frank Sinatra con la celebre Fly me to the Moon a ovviamente David Bowie, senza dimenticare gli illustratori, a cominciare da Karel Thole, protagonista di tante copertine Urania.
La televisione sulla Luna ha un posto primario, non solo per la leggendaria cronaca dell’allunaggio con Tito Stagno e Ruggero Orlando, ma anche per serie di culto come Ufo e soprattutto Spazio: 1999, amatissime da chi era bambino e ragazzino negli anni Settanta e ancora oggi ricordate, anche se magari erano implausibili ma non per questo meno affascinanti. Il libro ne ricorda comunque altre da riscoprire meno note, con un taglio a volte anche più realistico.
La Luna nell’immaginario non trascura poi l’aspetto reale, con la storia delle missioni spaziali, uno sguardo sul futuro, il ricordo di quella notte rimasta nel cuore di più generazioni e un’intervista con Umberto Guidoni, uno degli italiani che è andato nello spazio.
La Luna nell’immaginario è un libro per commemorare quel fondamentale evento della Storia umana, uno dei non molti di cui essere fieri, ma anche per confrontarsi con sogni e storie che da sempre il nostro satellite ispira, per chi c’era allora, per chi avrebbe voluto esserci, per chi immagina fin da bambino un giorno di andare anche lui o lei lassù.

Il gruppo Maelström è composto da:

Walter Catalano è redattore delle riviste Carmilla on line e Pulp, collabora regolarmente con varie altre testate tra cui RobotUraniaIf. Ha pubblicato racconti e realizzato cortometraggi anche per la RAI. Per Odoya ha curato la Guida alla letteratura noir.

Roberto Chiavini si occupa di cinema, letteratura fantastica, giochi e insegnamento. Vincitore per cinque volte del premio Italia per la fantascienza, con Odoya ha pubblicato La guerra di Secessione. Storie, battaglie e protagonisti della guerra civile americana.

Luca Ortino ha curato antologie di racconti di genere, soprattutto fantascienza, noir, horror e western.

Gian Filippo Pizzo si occupa da oltre quarant’anni di letteratura e cinema fantastici con articoli su quotidiani e riviste sia specializzate sia generiche e con la curatela di antologie.
Il gruppo Maelström ha curato diverse antologie, pubblicato libri di saggistica e diretto le collane Mellonta Tatua per Fratini di Firenze e Vintage Pulp per La Ponga di Nova Milanese.
Per Odoya ha pubblicato, con l’apporto anche di Michele Tetro: Guida al cinema di fantascienzaGuida alla letteratura horrorGuida al cinema horror e, insieme ad altri saggisti: Guida al cinema fantasyGuida ai narratori italiani del fantastico.

Michele Tetro ha pubblicato racconti sulle riviste OmniFuturaL’EternautaFuturo EuropaYorick Fantasy Magazine. Per Odoya ha pubblicato Robert E. Howard e gli Eroi della Valle oscura. Con Stefano Di Marino ha pubblicato, sempre per Odoya, Guida al cinema western e Guida al cinema bellico.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

Evelina di Fanny Burney (Fazi editore, 2019) a cura di Elena Romanello

24 luglio 2019 by

evelina_w600_h913Virginia Woolf definì Fanny Burney la madre della letteratura inglese e Jane Austen la prese come modello per i suoi libri: basterebbero questi requisiti per aver voglia di scoprire la riproposta Fazi di un classico della narrativa inglese del Settecento, Evelina di Fanny Burney, uscito nel 1778 e subito grande successo per l’ironia e la freschezza, oltre che per essere comunque lo specchio della realtà.
Nel Settecento nacque in Inghilterra la letteratura di consumo come la conosciamo oggi, romanzi che dovevano appassionare e conquistare nuovi pubblici, come quello delle donne e quello dei giovani: Evelina è un antesignano di questo, storia forse della prima eroina adolescente della letteratura, non spregiudicata come Moll Flanders e Fanny Hill, ma non per questo meno interessante.
Evelina è la figlia illegittima di lord Belmont ed è cresciuta in campagna sotto le amorevoli cure del reverendo Villars. A 17 anni viene invitata da alcuni amici a Londra, dove scopre un nuovo mondo, molto stimolante ma anche potenzialmente pericoloso.
Durante un ballo la ragazza conosce lord Orville, uomo affascinante e saggio, e pian piano se ne innamora, mentre deve fare i conti con la scelta del suo padre naturale di riconoscerla.
Evelina dovrà faticare per trovare la felicità, ma soprattutto per trovare il suo posto nel mondo, in quella che è stata definita una delle più interessanti rappresentazioni dell’adolescenza.
Scritto sotto forma di romanzo epistolare e pubblicato per la prima volta in forma anonima per gli ovvi problemi che avevano all’epoca le donne a farsi conoscere, Evelina è un ritratto d’epoca, con una forte ironia che smaschera i pregiudizi e le convenzioni di fine Settecento.
Il tutto è mediato dallo sguardo di Evelina, prima protagonista di una nuova avventura letteraria che metterà le donne e le ragazze al centro delle storie, raccontando tante vicende dal loro punto di vista, in cerca di un posto nel mondo.
Un successo allora e un libro da leggere adesso, per scoprire dunque la prima di tante protagoniste che da oltre due secoli raccontano cosa vuol dire crescere e trovare la propria strada in un mondo non sempre facile.

Provenienza:libro del recensore.

Fanny Burney nacque a King’s Lynn nel 1752, Inghilterra, figlia del musicologo Charles Burney. Terza di sei figli, fu educata in casa e iniziò a scrivere a dieci anni. Si sposò a quarantadue anni con un esiliato francese, da cui ebbe un figlio. Dopo una lunga carriera da scrittrice, visse in Francia per oltre dieci anni, poi si stabilì a Bath, dove morì nel 1840. In tutto scrisse quattro romanzi, otto pièce teatrali, una biografia e venti volumi di diari e lettere. A Evelina seguirono Cecilia nel 1782 (Jane Austen si ispirò alle pagine finali di questo romanzo per il titolo Orgoglio e pregiudizio), Camilla nel 1796 e The Wanderer nel 1814.

:: Il Mediterraneo in barca di Georges Simenon (Adelphi 2019) a cura di Nicola Vacca

18 luglio 2019 by

csL’altra faccia di Simenon romanziere è il raccontatore di storie. Così si definisce nei suoi pezzi giornalistici e nei suoi reportage.
Dal 1931 al 1946 lo scrittore è stato un reporter singolare e tutto da scoprire.
Da Adelphi è appena uscito Il Mediterraneo in barca (nella traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Maria Laura Vanorio).
Il volume raccoglie una serie di articoli in cui il grande scrittore racconta storie, persone e fatti durante un viaggio a bordo di una goletta nel bacino del Mediterraneo.
Simenon, spinto da una curiosità morbosa, si avventura in mare e sa che il Mediterraneo è tante di quelle cose, lui con la sua penna in questi articoli si è permesso di filosofeggiare con la consapevolezza di raccontare le storie che accadono sul mare che ha dato al mondo il suo alfabeto.
Con l’inventore di Maigret viaggiamo da Genova, Nizza, passando per Tunisi e Hammamet. Simenon veste i panni del lupo di mare in cerca di storie da raccontare e di immagini da immortalare. (Nel testo sono presenti alcuni scatti che lo stesso Simenon ha fatto forse per dare un volto o una sensazione alle parole che andava scrivendo e che raccontavano la vita di bordo attraverso le persone).
Lo scrittore non è mai scontato nell’inventare le storie o nel raccontare semplicemente quello che accade durante il viaggio.
Anche nella sua attività giornalistica il grande scrittore mostra un volto convincente: quello di chi ha un desiderio di raccontare storie vere e inventate, tutte cullate dal Mediterraneo e dal suo mito.

«Resto così, con la penna a mezz’aria, in seria difficoltà, come quando da bambino, in piedi davanti alla lavagna, spostavo il peso da una gamba all’altra e intanto cercavo con la coda dell’occhio un compagno compassionevole.
Il Mediterraneo è …».

Simenon vorrebbe tanto dare una definizione di Mediterraneo, ma durante questo viaggio sulla goletta subisce tutto il fascino del suo mistero. Lui è uno scrittore.
Non gli resta altro da fare che navigare il mare, affrontarlo e contenerlo nelle parole delle sue storie, raccontarlo senza riserve, mostrargli il suo grande amore, come hanno fatto Stevenson e Conrad.
Il Mediterraneo in barca è il resoconto di un viaggio. Il grande romanziere su mare scopre la sua vocazione di «raccontatore di storie».
Ci piace molto quello che scrive, ma soprattutto ci affascina quello che racconta del Mediterraneo. Ce lo immaginiamo a bordo della sua goletta mentre osserva l’equipaggio e i suoi pensieri ondeggiano sulle onde. Simenon in queste pagine ha raccontato principalmente il Mediterraneo cha vissuto e attraversato e con la sua grande penna ce lo ha raccontato, seguendo i venti e le correnti e soprattutto la direzione che la sua barca di volta in volta ha preso inseguendo rotte tutte da esplorare.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore, ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Camminare di Henry David Thoreau (Marietti 1820, 2019) a cura di Viviana Filippini

18 luglio 2019 by

Camminare, Henry David Thoreau, Marietti 1820Henry David Thoreau ci ha accompagnato nella vita nei boschi con Walden, ma in realtà lo scrittore americano, nel 1862 ha trascritto le riflessioni emerse dalla sua passione del camminare. L’editore Marietti 1820 ha pubblicato “Camminare” di Thoreau. Il saggio è nato dalle solitarie camminate che lo scrittore ha sperimentato nelle incontaminate terre degli Stati Uniti d’America. Camminare per Thoreau non era un agire qualunque. Il camminare per lui era uno stare a contatto diretto con la natura più pura. Era, ed è, lo stabilire con essa un rapporto profondo e fondamentale che permette all’essere umano di cogliere la dimensione più profonda che anima il mondo naturale e ciò che lo compone. Questo camminare per conoscere meglio il sé e il mondo, è visto da Thoreau come un vero e proprio Camminare Errante, che l’individuo compie per evolversi, per comprendere la bellezza della realtà naturale che lo circonda, per maturare e accrescere le proprie competenze e conoscenze, sempre il relazione al creato più puro e libero. Thoreau parla di arricchimento per l’uomo derivante dal muoversi immerso nella natura, però questa natura deve essere naturale, o meglio deve essere allo stato selvaggio, perché, secondo l’autore, le cose sono davvero buone e sane quando sono libere di essere quello che sono e non hanno costrizioni imposte da altri. Secondo Thoreau per capire al meglio la Natura non solo ci si deve immergere e lascia trasportare da essa, quando si trova nel suo stato più selvaggio. Per avere una massima comprensione di essa e dei suoi elementi, si deve camminare dentro ogni suo elemento, lasciandosi completamente trasportare dal linguaggio oscuro di vibrazioni e suoni che la caratterizza. Elementi che compongono una vera e propria grammatica da interpretare. Il camminare è molto utile secondo l’autore, perché porterebbe ogni singolo individuo ad uscire da una condizione di ignoranza (definita conoscenza negativa) per arricchire la conoscenza vera (definita ignoranza positiva). Il saggio “Camminare”, ha sì poche pagine, ma è un concentrato di riflessioni profonde sull’uomo, sul suo agire e sul modo di porsi nei confronti di quello che lo circonda. Non a caso, Thoreau mette in evidenza anche la chiara e nette differenza tra il mondo civilizzato, dove tutto è imbrigliato in regole, usi, dettami che rendono l’ambiente, la natura e l’uomo stesso poco spontanei e il mondo della Natura pura e rigogliosa. Thoreau ci consiglia di camminare, da soli, in un bosco selvaggio, piuttosto che in un giardino ben curato, perché nel primo si respira la massima libertà della Natura, mentre nel secondo, essa è modellata dalla volontà ed esigenze degli uomini. “Camminare” di Thoreau è un invito che l’autore rivolge ai lettori, a tutti noi esseri umani, per sperimentare il camminare non come un fare meccanico, ma come un’arte che permette ad ogni singola persona di indagare il proprio io in rapporto con la Natura Madre pura e selvaggia, riscoprendo la profonda armonia che anima il rapporto secolare tra queste parti. Il testo presenta una nota di Marina Corradi dedicata alla Gramática parda. Traduzione di Alessandro Pugliese.

Henry David Thoreau (1817-1862), scrittore statunitense, è stato tra i grandi protagonisti del “rinascimento americano”. Il suo capolavoro, “Walden ovvero La vita nei boschi”, è una riflessione sul rapporto che gli individui devono ripristinare con l’armonia del mondo naturale per resistere alla spersonalizzazione della società moderna.

Marina Corradi, giornalista e scrittrice, è editorialista e inviata del quotidiano Avvenire.

Source: richiesto dall’autore all’editore. Grazie ad Anna Ardissone.

:: Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 6 settembre 1925 – Roma, 17 luglio 2019)

17 luglio 2019 by

camilleri

:: Ilaria Tuti: Ninfa dormiente (Longanesi 2019) a cura di Federica Belleri

15 luglio 2019 by
Ninfa Dormiente di Ilaria Tuti

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Secondo romanzo edito da Longanesi e scritto dall’autrice Ilaria Tuti. Anche questa volta la storia è ambientata in Friuli, terra della scrittrice, illuminata dai colori primaverili e dai profumi legati al risveglio della natura. L’inverno è passato e il commissario Teresa Battaglia deve ricostruire una morte misteriosa, antica, legata a un disegno di una bellissima donna. Che sembra pulsare, uscire dal foglio ed è in grado di catturare lo sguardo di tutti. Lei è la Ninfa Dormiente. Non è facile per Teresa contattare l’autore del disegno e non è facile comunicare con lui. La sua capacità di entrare in empatia con l’altro, la ripagherà. E sarà il punto di partenza.
Non è affatto semplice per me scrivere di questo libro, la paura di svelare è tanta. Mi limiterò all’essenziale che, credetemi, è già immenso. Perché correrei il rischio di aggiungere particolari che invece vanno scoperti man mano. Come la vita e la salute di Teresa, il suo rapporto bellissimo con l’ispettore Marini, la simbiosi avvolgente con la sua squadra. Come i nuovi personaggi creati da Ilaria Tuti, in grado di affascinare e stupire, anche in senso negativo. Come un popolo unico, da proteggere. Come i morti, che forse andrebbero trattati con rispetto.
Ninfa Dormiente parla soprattutto di donne, di tradizione. Di amore e odio, di possesso e gelosia. Di vita e di morte. Di culto e di elementi naturali. Del buio che sta intorno, che ci abbraccia e ci nasconde ciò che non si dovrebbe mai trovare. È una storia completa nei sentimenti, visti da varie angolazioni, anche da lontano. È una storia di segreti ed è ricca di colori e sfumature. Esprime la forza destabilizzante di qualcosa da tramandare, di un’eredità antica, di un dolore che strazia fino ad ammutolire, di una guerra impossibile da dimenticare. Prende il lettore sotto braccio verso una vita nuova, o la fine della vita stessa. Ci fa capire il vero significato della parola “affetto” e del “silenzio”.
In corso di lettura ci si commuove per l’intensità e la cura delle parole usate dall’autrice. Non è sufficiente essere curiosi e desiderare di voltare pagina per sapere come procede il racconto, bisogna farsi portare nel bosco, per mano. Nessuna luce a illuminare il sentiero o il groviglio dei rovi. Ci saranno occhi che vedranno al posto nostro, con una sensibilità incredibile. Bisogna ricucire pian piano il tessuto lacerato e bruciacchiato di chi ha sofferto come non mai, ed è stato succube di qualcosa di troppo grande e difficile da governare. Perché qualcuno osserva Teresa, osserva la Ninfa. Custodisce e protegge. Spaventa quando si mostra. Dal 1945 o forse da prima. Perché il tempo in alcuni luoghi chiusi, non è mai davvero trascorso.
Editing perfetto, trama che non presenta nessun cedimento. Il mio personale complimento alla scrittrice.
Buona lettura.

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Da ragazzina voleva fare la fotografa, ma ha studiato Economia. Ama il mare, ma vive in montagna. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Il suo romanzo d’esordio, Fiori sopra l’inferno (Longanesi 2018), è stato un vero e proprio caso editoriale in Italia e all’estero, selezionato come Crime Book of the Month dal Times nel marzo 2019. Tra i punti di forza, un’ambientazione suggestiva e inquietante, uno stile fresco e maturo allo stesso tempo, un meccanismo narrativo impeccabile e una protagonista, Teresa Battaglia, da subito indimenticabile.

Fonte: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il commediante trasformato di Stefan Zweig, a cura e traduzione di Claudia Ciardi (Via Del Vento edizioni, 2019) a cura di Daniela Distefano

15 luglio 2019 by

ZWEIG STEFAN 1(..) Io voglio avere in pugno tutti quelli che mi si oppongono, voglio possedere la gran folla del mondo. Stasera a teatro ci riuscirò. Già lo vedo. Aspettano, se ne stanno lì, sonnolenti, da loro spira un gelo spettrale. Allora io sferro un calcio dentro questa roccia. Faccio saltare le barriere del silenzio. E da lì scendo a estrarre il mio oro: occhi lucidi, e poi un sospiro, un grido, una lacrima. Io li scuoto: sveglia, sveglia! E come una grandinata che si abbatte sul loro torpore, la mia febbre li contagia. In quell’attimo si aprono i mille occhi della loro anima, vorrebbero parlare, dare risposte ed ecco, infine, il loro sentire divampa. E io lo sollevo in altro, in trionfo, e questo poi torna a me in fragorose cascate”.

Chi  pronuncia queste parole –  che tagliano come lame di coltello tra le dita –  è un giovane avventuriero, un umile commediante che si trova al cospetto di una contessa per vedere alleviata la propria misera condizione. Ma in pochi istanti, il tempo di risolvere il problema di un triangolo peccaminoso,  con armamentario teatrale  improvvisato, tutta la sua vita prende un sentiero inaspettato e fatale. Il ragazzo comincia a recitare davanti al Principe geloso della contessa mentre il Cavaliere importuno rimane nascosto per non destare equivoci o scandali. L’attore si fa dio, anzi deus ex machina cambiando le carte in tavola della contessa amata. L’epilogo di questo atto unico è sorprendente. Il commediante che prima strisciava per ottenere un cencio di considerazione, adesso detta le sue condizioni,  però la contessa lo trattiene ad un passo dalla voragine della megalomania:          

Pensa davvero di recitare col favore del mondo e aver sempre energie rinnovate? Com’è ingenuo! Crede forse che io non debba guadagnarmi il favore qui, ogni giorno, sfoggiare un sorriso, essere astuta, vivace e bella e dire parole alle quali io son la prima a non credere? Forse la prossima è già lì davanti alla porta, nuove parole l’aspettano e si aggirerà splendente nelle mie stanze quando il sipario sarà sceso su di me, dimenticata. Noi tutti recitiamo nel grande spettacolo del mondo, passiamo con le nostre maschere variopinte, ridiamo, diciamo bugie e a malapena sappiamo se ci siamo riusciti – la mia parte è sfaccettata e difficile: io recito l’amore, e non è neanche del tutto credibile. Ma spesso si recita meglio ad avere una routine e nessuna passione”.

Il protagonista – dunque – muove dalle soglie di una timidezza remissiva alla piena conquista del proprio ruolo. Con i dovuti limiti della sua illuminazione, imposti da una contessa che conosce la sua parte nel mondo.

Il presente lavoro – scrive Claudia Ciardi che lo ha tradotto e curato – calato in un’epoca aristocratica di merletti e inchini rococò, su cui aleggia il demone di Shakespeare, riflette problematiche contemporanee al suo autore. Il senso di precarietà e oppressione dell’artista, bandito dal potere, abbandonato a un infausto destino quando il regnante di turno gli volta le spalle”.

Eppure chi recita diviene anche un elemento rivelatore come pochi altri. Forse questo il messaggio più incandescente di Zweig che non ha vissuto i decenni odierni dell’estremo apparire, dell’esibirsi, dell’ostentare contro ogni rimostranza dell’essere. Zweig si è tolto la vita in pieno dramma di guerre e apocalisse umana, ma questo libro ci consegna un ritratto limpido della metaformosi che può riguardare non solo bruchi e farfalle, l’arte dei commedianti, il pensiero bipolare, ma anche i Kafka e gli Ulisse di ogni epoca, capaci di mettersi o togliersi una maschera con gli stracci e i trucchi della Verità.

ZWEIG STEFAN 2Stefan Zweig è stato uno scrittore austriaco (Vienna 1881 – Petrópolis, Rio de Janeiro, 1942). Ebreo, emigrò in Inghilterra nel 1924, poi (1940) in Brasile, dove morì suicida. Dopo un primo volume di liriche (Silberne Saiten, 1901), pubblicò novelle, traduzioni (in genere dal francese) e saggi critici (Drei Meister: Balzac, Dickens, Dostojewsky, 1920; Der Kampf mit dem Dämon: Hölderlin, Kleist, Nietzsche, 1925; ecc.). L’origine viennese, il suo ebraismo, la raffinata educazione, contribuirono molto a creare quell’atmosfera d’intellettualità cosmopolita, spregiudicata e aperta a ogni influsso, in cui si muovono sia le sue notissime biografie romanzate (Marie Antoinette, 1932; Triumph und Tragik des Erasmus von Rotterdam, 1935; Magellan, 1938; Balzac, 1946), sia le sue seducenti opere narrative (Amok, 1922; Verwirrung der Gefühle, 1927; Schachnovelle, 1942), o quelle di rievocazione storico-autobiografica (Die Welt von Gestern, 1941). Della sua produzione teatrale è notevole Jeremias (1917), dramma corale e fortemente antibellicista che risente dell’influenza dell’amicizia con R. Rolland.

Claudia Ciardi è nata il 6 ottobre 1981 a Pisa, dove si è laureata in lettere classiche. È autrice di un’opera letteraria dedicata ai Pisan Cantos di Ezra Pound e ha firmato diversi contributi ospitati da periodici a stampa e portali di internet con i quali collabora. Da alcuni anni, nella propria ricerca intellettuale e artistica, si dedica ad approfondire il rapporto tra mito antico e letteratura contemporanea, con particolare attenzione al ventennio segnato dalle due guerre mondiali e all’esperienza della Repubblica di Weimar, tenendo lezioni pubbliche su questi argomenti.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via Del Vento Edizioni”.

Hayao Miyazaki un mondo incantato di Valeria Arnaldi (Ultra edizioni ristampa 2018) a cura di Elena Romanello

13 luglio 2019 by

81IQd5EpIMLUltra edizioni ha riproposto in una nuova edizione aggiornata e ampliata il saggio con cui ha inaugurato la collana Shibuya, Hayao Miyazaki un mondo incantato di Valeria Arnaldi, anche se forse non sarà ancora quella definitiva perché il maestro tornerà presto all’animazione.
Si tratta di un saggio imperdibile per scoprire un autore che ha saputo andare oltre le mode e lo stile dei manga e anime, definito da alcuni il Disney giapponese quando in realtà alla Disney ammettono da tempo di prendere ispirazione dai suoi film, storie fuori dal tempo e sempre valide.
Tra i suoi fan ci sono stati e ci sono  Steven Spielberg, Will Smith, Akira Kurosawa, Moebius, Alessandro Baricco e Jovanotti, ma spesso in giro si scoprono appassionati insospettabili, estranei al mondo degli otaku e affascinati da storie che hanno come tratti caratteristici pacifismo, ambientalismo, rapporti tra le generazioni, importanza delle donne, senza mai retorica.
Il saggio esamina gli inizi, l’apporto dato alla TV da Miyazaki, con opere famosissime anche da noi come Heidi e Anna dai capelli rossi, il debutto al cinema con Nausicaa della valle del vento e poi tutti i vari successi per il grande schermo, premiati con i più importanti riconoscimenti a livello internazionale.
Del resto, i personaggi di Miyazaki sono diventati icone, a cominciare da Totoro, e hanno unito più generazioni e pubblici, facendo dell’uscita di ogni suo film un evento, come è capitato recentemente in Cina con La città incantata.
Nella nuova edizione del libro in particolare è stato aggiunto un capitolo su film e autori che si sono posti sulla sua strada, per completare un viaggio alla scoperta di vita, pensiero e capolavori del maestro, tra aneddoti, memorie, interviste e immagini, con fotogrammi, locandine, curiosità, schizzi.
Il libro contiene anche vari omaggi di artisti e fan dal mondo, quadri, tavole, ma anche opere di street art, all’autore ma anche ai suoi personaggi più famosi, che sia Totoro o Conan o il robot di Laputa.
Hayao Miyazaki un mondo incantato è un libro fondamentale per capire uno dei maestri dell’animazione e del cinema del nostro tempo, sia per gli appassionati sia per chi vuole capire di più di un universo creativo senza eguali.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa della casa editrice che ringraziamo.

Valeria Arnaldi, laureata in Scienze Politiche, è giornalista professionista. Scrive su quotidiani e mensili italiani e stranieri. Tra i suoi libri più recenti ricordiamo Gli amori di Frida KahloTina Modotti hermanaChi è Banksy? E perché ha tanto successo?Chi è Obey? E perché fa tanto discutere?Che cos’è la street art? E come sta cambiando il mondo dell’arte. Cura mostre di arte contemporanea in Italia e all’estero: ha collaborato con Commissione Europea, Unar-Presidenza del Consiglio, Regione Lazio, Provincia di Roma, Roma Capitale. Per Ultra ha pubblicato, tra gli altri, Manga Art-Viaggio nell’iperpop contemporaneoBomba Sexy – Storia e mito della femminilità a cavallo del millennioHayao Miyazaki – Un mondo incantatoSelf-made WomanBarbie, la Venere di plasticaMadonna, l’icona del popLady Oscar.

Guida ai super e real robot di Jacopo Mistè (Odoya, 2019) a cura di Elena Romanello

13 luglio 2019 by

miste_robotDopo il primo volume di Jacopo Nacci dedicato ai robottoni animati giapponesi, arriva sempre per Odoya quello che è forse il suo seguito ideale, scritto da Jacopo Mistè e dedicato ai giganti d’acciaio di seconda generazione, quelli considerati realistici, non più guerrieri mistici che si ergevano da soli contro il male ma macchine da combattimento in un futuro spaziale.
Il saggio racconta il periodo dal 1980 al 1999, particolarmente florido e interessante per gli anime, in cui il filone fantascientifico trovò una vera e propria età dell’oro, con i migliori narrativi e una grande ispirazione creativa.
Leggendo il libro, che alterna schede a analisi delle storie, ci si accorge comunque quanto materiale inedito ci sia anche da vedere, del resto in Italia, dopo il primo boom degli anime tra il 1978 e il 1982, si mise un freno all’importazione soprattutto di serie robotiche (erano considerate diseducative) e solo nel decennio successivo, con i fan ormai adulti, si poté ricominciare a vedere qualcosa, spesso per l’home video,  perdendo però varie storie che qui possono essere conosciute.
Il libro parte facendo un accenno ai titoli più vecchi, con personaggi comunque emblematici come Tetsujin 28 e Mazinger Z, per poi arrivare al fenomeno Gundam, che all’inizio fu un flop e fu solo l’insistenza di Yoshiyuki Tomino che permise alla serie di andare avanti e diventare la prima di un nuovo mondo e modo per raccontare storie con i robot.
L’altra grossa saga che il libro tratta è quella di Evangelion, ideata da Hideaki Anno negli anni Novanta, altra rivoluzione di nuovo alla ribalta per le vicissitudini della serie su Netflix, ancora in attesa di un film conclusivo.
Nelle pagine del libro trovano spazio tante storie e autori, come VOTOMS e Gasaraki di Ryōsuke Takahashi, Patlabor di Mamoru Oshii, dietro anche ad un cult come Ghost in the shellGiant robot di Yasuhiro Imagawa, pescando tra ricordi e fandom e raccontando comunque un modo insolito e originare di rapportarsi con la fantascienza.
Jacopo Mistè rivela quindi come si è evoluto un genere ancora oggi emblematico, dallo schematismo infantile tipico del genere tokusatsu delle origini per arrivare alle storie odierne, tra continuuity serrata, regie rivoluzionarie, sceneggiature da leggere a più livelli, contenuti che non si limitano certo solo alla storia raccontata.
L’autore ha scritto il libro partendo da diversi tipi di fonti, consultando materiale originale giapponese, fanzine anche italiane degli anni Ottanta e Novanta,  siti Web ricchi di contenuti inediti, per un volume per appassionati, non necessariamente nostalgici, ma anche per curiosi e per studiosi, che vogliono sapere di più su un segmento dell’immaginario comunque fondamentale.

Provenienza: libro del recensore.

Jacopo Mistè nasce nel 1987 e vive a Pove del Grappa. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, gestisce il blog Anime Asteroid specializzato in recensioni di titoli di animazione giapponese, in particolare quelli del mondo della fantascienza e della robotica. I suoi scritti appaiono anche nella rivista Terre di Confine Magazine.

:: Un’ intervista con Loredana Lipperini a cura di Giulietta Iannone

13 luglio 2019 by

Loredana LipperiniBentornata Loredana su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa mia nuova intervista. È da poco uscito il tuo nuovo libro “Magia nera”, una raccolta di racconti di genere ibrido, dall’horror al fantastico, al racconto morale, con molte sfumature e peculiarità che li rendono difficilmente etichettabili. Ce ne vuoi parlare?

Io preferisco sempre la definizione più generale di fantastico, in cui rientra anche l’horror, perché non esiste, in questa raccolta ma in assoluto in quello che scrivo, una categorizzazione precisa. In “Magia nera” ci sono racconti steampunk, fantascientifici, horror. Ma mai a pieno titolo. Preferisco interpretare il concetto di fantastico nella chiave del perturbante indicata da Todorov: qualcosa che curva il reale, lo modifica, lo rende sottile, fa intravedere l’elemento magico dietro la concretezza. Quanto al racconto morale a cui accennavi: sono convinta che tutta la letteratura fantastica, per sua stessa natura, imponga ai personaggi una scelta etica. Se vuoi, tra bene e male, ma in generale fra la via più semplice e quella più complessa.

Che criterio hai usato per sceglierli per questa antologia? C’è un fil rouge sotto traccia?

Mi sono resa conto, scegliendoli, che già preesistevano le tematiche in cui sono suddivisi i racconti (Matrimoni, Madri, Ribellioni, Doni) in quello che stavo scrivendo o avevo scritto. Probabilmente perché sono le tematiche che mi sono care, e non a caso sono presenti sia nella produzione saggistica che in quella narrativa. È stato abbastanza semplice, dunque, suddividerli. La tematica più ampia che li comprende tutti è quella dell’inciampo in cui le mie protagoniste, donne qualsiasi (quasi tutte), si imbattono in un determinato momento della loro vita. Un momento casuale, non necessariamente drammatico: una sosta in una locanda, una casa che affaccia su un melograno, una partita a tombola.

Sono racconti scritti nello stesso periodo, o in periodi diversi della tua vita? Già usciti su antologie o riviste, o del tutto inediti?

Sei erano già apparsi in antologie o su riviste, sei sono inediti. Il più lontano è di sette anni fa, il più vicino di sette mesi fa. Alcuni sono stati pubblicati, o concepiti, con l’eteronimo di Lara Manni che ho usato dal 2007 al 2012.

Il racconto non è un genere molto comune, o perlomeno è così difficile da scrivere che pochi autori di racconti figurano nelle classifiche dei libri più venduti. Perché questo, secondo te? da dove nasce questa diffidenza nei lettori?

Credo che sia più una diffidenza degli editori. Non dimentichiamo che con i suoi bellissimi “Sessanta racconti” Dino Buzzati ha vinto il Premio Strega (peraltro, il suo è il tipo di fantastico a cui mi riferisco, in “Magia nera”) e che grazie alla sua produzione di (meravigliosi) racconti Alice Munro ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Non ho mai compreso fino in fondo il motivo della diffidenza medesima, poi. Forse si ritiene che il lettore voglia “la” storia in cui immergersi e non desideri frazionare la propria attenzione in tante piccole storie? Non mi convince. Mi sembra, però, che le cose stiano lentamente cambiando.

I tuoi racconti sono molto kinghiani, per il tipo di scrittura rifinita e piana, e per quel senso di inaspettato e meraviglioso che appare all’improvviso in un contesto si può dire comune, quotidiano, oltre a King (e non si può non citare Shirley Jackson, da poco al centro di un significativo revival) quali sono i tuoi maestri letterari?

Sono molti. Certamente l’influenza di King è determinante, e a sua volta King ha molto amato e stimato Jackson. E’ difficile elencare tutte le scrittrici e gli scrittori che hanno avuto e hanno un peso su di me: Munro, certamente, ma anche altre grandi autrici di racconti come Lucia Berlin, Grace Paley, Amy Hempel per quanto riguarda le più vicine a noi. Katherine Mansfield è stata la mia lettura di ragazza più coinvolgente. E poi Atwood, LeGuin, Carter, Du Maurier, Lovecraft, Harlan Ellison, Richard Matheson, Ray Bradbury per quanto riguarda il fantastico. E, in generale, la pietosa lucidità di Thomas Mann. O la grazia feroce di Kazuo Ishiguro. Ma sono troppo pochi, rispetto a quelli reali.

Protagoniste dei tuoi racconti sono principalmente donne, molto diverse l’una dall’altra, la cui forza deriva da qualcosa di ancestrale, misterioso e sconosciuto. Già che parli di magia, in che misura le donne sono canali privilegiati per veicolarla?

Non dovrebbero esserlo, in realtà. Inchiodare la donna al sacro è una grande trappola, come ricordava Simone de Beauvoir ne “Il secondo sesso”. Le mie donne non sono streghe. Sono persone comuni. Solo, deragliano più facilmente nel non-possibile. Scrivo di donne perché mi viene naturale: non c’è alcun sottinteso ideologico in “Magia nera”.

La maggior parte dei racconti sono ambientati in epoca contemporanea, ma ce ne uno dove addirittura c’è al centro il mago per antonomasia, il celebre illusionista Harry Houdinì, capace come si suol dire di “concorrenza sleale”. Gli uomini accettano con meno buona grazia delle donne di essere meno bravi in alcune cose? Vivono la competizione (se competizione c’è) in modo più drammatico e doloroso?

Tre racconti hanno una diversa ambientazione: “Madame” in epoca vittoriana, “Rosa Virgo” nella seconda guerra mondiale – almeno in parte, “Rosabelle, rispondi” nei primi anni del Novecento, quando era proprio il realismo a vacillare, dopo gli orrori della Grande Guerra. Quel racconto, l’ultimo in ordine di scrittura, è nato da uno spunto di Mariano Tomatis, illusionista e storico dell’illusionismo, che mi ha raccontato la vera storia di Minerva e del pessimo tiro giocatole da Houdini. Alla seconda parte della domanda rispondo con qualche titubanza: non mi piace mai la generalizzazione. Da un punto di vista storico e sociale potrei rispondere di sì, e che è ancora molto difficile accettare la competizione con una donna, comunque.

Mi è piaciuto molto un racconto che parla di cristalli, tradimento e con un finale nerissimo. Cosa ti ha ispirato la sua scrittura?

Ti riferisci a “Soltanto due euro”, immagino. Beh, l’innesco è stato semplicissimo: ho comprato due cristalli al mercantino. Non sapevo perché, proprio come la mia protagonista. Poi ho deciso di costruirci un racconto. Succede, quasi sempre, così.

Già ai tempi dell’antica Cina la scrittura era uno strumento di emancipazione femminile, se non economica perlomeno morale e psicologica. Era diciamo una delle poche attività consentite. Anche nella cultura Occidentale, donne che scrivono ce ne sono parecchie sin dall’antichità. Ancora oggi, secondo te, la scrittura è uno strumento di emancipazione?

No, la scrittura è scrittura, almeno oggi. L’emancipazione passa per molte altre cose. Se poi mi chiedi se le scrittrici vengano viste, qualitativamente e letterariamente parlando, allo stesso modo degli scrittori, la risposta è no.

Grazie della disponibilità vorrei chiudere questa intervista chiedendoti se stai scrivendo al momento, e quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Sto lavorando, ormai da tre anni, a un romanzo. È piuttosto complesso e ci metterò un po’ di tempo. Anche perché di tempo non ne ho così tanto, purtroppo, o per fortuna, tra radio e altre avventure. Ma va bene così.

:: Filippo Violi: Frammenti di fuoco – Nel deserto del sud Europa (Pav edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

12 luglio 2019 by

cop violiUno scrittore degno di questo nome deve essere prima di tutto un uomo in rivolta. Filippo Violi, già con il precedente Cronache da un campo di battaglia (pubblicato da Imprimatur nel 2014), ha dimostrato di avere entrambi i titoli.
In questi giorni esce il suo nuovo romanzo.
Frammenti di fuoco. Nel deserto del sud Europa (Pav edizioni) Un altro forte libro – denuncia il cui il suo autore cerca di far emergere la storia dei vinti e degli ultimi con l’intento di creare un sapere carico di lotta.

«Al mondo d’oggi non si dovrebbe lasciare nulla al caso. E anche la letteratura e giusto che faccia la sua parte».

Pagine incendiarie di uno scrittore che ha a cuore le sorti dell’umanità e con coraggio rovistando tra le sue macerie.
È un romanzo sociale, un intreccio di storie che si muovono su prospettive differenti, che finiscono così per toccarsi tra di loro. Così Violi definisce il suo libro. Al centro della narrazione la storia dei vinti, la storia di verità altrimenti sottaciute, nascoste, con il nobile intento di creare un sapere storico di lotta.
L’autore ricorre al frammento e lo vede come un elemento di rottura contro la linearità totalitaria della storia, che privilegia in forma assoluta il racconto dal lato esclusivo del vincitore.

«L’intento dell’autore è quello di raccontare piccole storie locali, racchiuse in frammenti di vite umane, verità sconsiderate, sottaciute, magari per molti privi d’ interesse e valore. Istinti profondi di vita che percorrendo i sentieri dell’esistenza interagiscono, rilevando il marciume che vigila a cielo aperto sul pianeta terra».

Violi al centro delle sue storie mette Crotone, la città in cui vive e scrive di ciò che accade e che conosce. Una città che una volta era la culla della civiltà della Magna Grecia e che oggi, dilaniata e abbandonata a se stessa, è diventata il deserto del sud Europa.
Nei suoi frammenti incendiari Filippo Violi racconta il malaffare, le ingiustizie sociali, i drammi umani e non ha paura di inchiodare alle proprie responsabilità la politica e i politici che hanno messo le mani sulla città trasformando una comunità in una terra di conquista, desolata.
Ha coraggio lo scrittore nel raccontare le gesta di uomini spietati, dissoluti che si sono proclamati grandi uomini politici e che si sono arricchiti divorando risorse pubbliche, aggraziandosi di benessere e diventati, negli anni, abili venditori della parola democrazia (Frammento quarto, I banditori del Passovecchio).
Nel primo frammento (I reparti inclini al piano) il dramma della sanità a Crotone attraverso la storia di un figlio e un padre, malato terminale che nell’ospedale subiscono atrocemente questa non luogo di disumanità diventato un pachiderma inospitale in mano alle famiglie clientelari, dove ormai sono stati azzerati del tutto i sentimenti benevoli dell’animo umano.
Frammenti di fuoco è una cruda testimonianza di vita di una piccola cittadina della Regione Calabria. Violi racconta tutti i misfatti politici e sociali di Crotone, realtà periferica del sud – Europa. Tutti i personaggi che troverete nel libro esistono realmente e i fatti narrati sono realmente narrati. Filippo Violi è uno scrittore che non rinuncia alla parreṡìa, il diritto – dovere di dire a tutti i costi la verità. E la sua schiettezza fa molto male.
Frammenti di fuoco è un vero e proprio taglio. Il libro coraggioso uno scrittore che non si nasconde e denuncia apertamente inchiodando sulla pagina i responsabili del declino di una città e di un intero paese. Filippo Violi come Sciascia e Pasolini. Uno scrittore corsaro che prova a fare chiarezza nelle rovine.
Leggetelo perché qui le anime morte proliferano.

Filippo Violi è nato a Crotone nel 1970, dove tuttora risiede. Laureato in Scienze politiche presso l’Ateneo di Bologna con una tesi su Michel Foucault, dal 2000 è funzionario pubblico presso l’Ente Provincia di Crotone. È autore di diversi scritti e articoli su giornali locali. Per Imprimatur ha pubblicato nel 2014 ‘Cronache da un campo di battaglia‘.

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

Nota: https://pavedizioni.it/prodotto/frammenti-di-fuoco

:: Piergiorgio Pulixi: L’isola delle anime (Rizzoli 2019) a cura di Federica Belleri

12 luglio 2019 by

L'isola delle anime di Piergiorgio PulixiPiergiorgio Pulixi ci porta nella sua terra, la Sardegna. Lo fa evitando il turismo e la costa, per accompagnare il lettore nella parte più arcaica dell’isola. In Barbagia per esempio, nei siti nuragici, sugli altipiani o in montagna. Dove la natura è selvaggia e predominante, e impone il silenzio. Qui, la cultura primitiva è massiccia e per la modernità risulta incomprensibile. Qui si tramandano riti pagani legati al culto della Dea Madre, di padre in figlio. Si fugge dalla civiltà, e rispetto e obbedienza sono un obbligo al quale non si può trasgredire. Mai.
La questura di Cagliari si trova di fronte alla leggenda, alla forza impressa dalla tradizione sarda, alla brutalità inaudita di una morte quasi annunciata. Da questo punto di partenza si torna indietro nel tempo e si procede in avanti attraverso il sangue che scorre e che viene donato alla terra. Senza scampo, come se fosse normale. E allora ecco comparire una lama affilata, una maschera con corna caprine e una pelle di pecora a coprire un giovane corpo. Perché e da dove arriva questo omicidio?
L’autore ci presenta due ispettrici, Eva e Mara, che dovranno affiancarsi in questa complessa indagine. Due donne che hanno ferite aperte ma sono determinate e preparate. Due caratteri opposti che non mancheranno di stuzzicarsi e di mandarsi tranquillamente a quel paese. Due protagoniste, come altri in questo noir, che devono rinascere in ogni modo e ritrovare se stesse prima di realizzare in che modo sono state “punite”. Ogni dettaglio in questo libro ha un’origine, un punto in cui si è formato. Ogni momento di sfiducia deve essere studiato senza mai perdere di vista l’obiettivo finale. Ogni persona sospetta ha un passato, ha paura, è ossessionata da qualcosa o qualcuno.
Ma la terra ha bisogno di mangiare e di bere se deve proteggere, e le anime che le vengono donate servono a questo.
Sacrificio, rabbia incontenibile, imprevisto, panico, misteri o maledizioni, tradimento. Sono altri temi affrontati in questo libro ricco e intenso, caldo e freddo come solo la lingua sarda sa essere, spigoloso, dallo sguardo granitico. Nessuno sconto, la posizione di ognuno deve essere mantenuta. Finché …
Buona lettura.

Piergiorgio Pulixi, nato a Cagliari nel 1982, vive a Londra. Ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008), L’albero dei Microchip (Edizioni Ambiente 2009), Donne a perdere (Edizioni E/O 2010) e la serie poliziesca iniziata con Una brutta storia (Edizioni E/O 2012) e La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014).

Fonte: acquisto personale del recensore.