Conosco Pierre Loti per aver letto Gli ultimi giorni a Pechino: un avventuroso viaggio nella Cina dei Boxer e grande è la sua fama di viaggiatore e di narratore fedele dei suoi viaggi per cui sono stata molto felice di leggere L’isola di Pasqua, Diario di un allievo ufficiale della Flore, (Titolo originale: L’île de Pâques. Journal d’un aspirant de la Flore, 1899) appena edito da Bordeaux edizioni, tradotto da Paolo Bellomo.
Un volumetto molto sottile ma denso di quello spirito tutto ottocentesco che univa la sete d’avventura, all’esotica scoperta di terre sconosciute e perlopiù inaccessibili.
Pierre Loti nasce a Rochefort, in Francia, nel 1850. Ufficiale di marina, viaggiatore, scrittore di diari, lettere e memorie, come di romanzi, possiede il raro dono di provare vera empatia per la gente che incontra nei suoi viaggi, oltre a possedere uno spirito arguto e per certi versi irriverente.
Grande osservatore, registra ogni particolare, ogni sfumatura, tutto ciò che per molti altri possono essere inezie non degne di attenzione, Pierre Loti vede e ricorda, collega fatti, ed esprime giudizi, originali e anche spiritosi.
Le sue opere certo fanno parte di quella che si può definire letteratura coloniale, che si sviluppò tra Ottocento e Novecento, ma vista a suo modo, interpretata in modo originale e privo di molta enfasi retorica che caratterizzava il periodo.
Loti anzi non risparmia critiche e analisi anche severe di cosa il suo mondo ha portato in queste terre a volte devastate e distrutte dall’uomo occidentale.
E da qui il rimpianto e una certa malinconia che è sicuramente presente in L’isola di Pasqua, diario di viaggio, fortemente autobiografico, in cui ci parla forse della più misteriosa e remota isola della Polinesia Francese.
La spedizione partita da Valparaiso ha l’obbiettivo di raggiungere e cartografare le zone della Polinesia francese e di riportare in Europa uno dei famosi Moai, le enigmatiche statue dell’isola di Pasqua, come leggiamo nella nota dell’editore.
Loti si interroga, si pone domande anche scomode, fa riflessioni profonde e insolite, molto attuali anche oggi, epoca dei viaggi turistici e delle migrazioni di massa.
Pregevole per Bordeaux Edizioni questa riscoperta, segnalo ancheche questa traduzione si basa sulla pubblicazione avvenuta sulla Revues de Paris nel 1899, l’unica ad aver ricevuto l’avvallo diretto dell’autore. Buona lettura!
Pierre Loti (pseudonimo di Louis MarieJ ulien Viaud, 18501923) è stato uno scrittore e ufficiale della Marina francese. All’interno dell’Académie française ha fronteggiato il Naturalismo della scuola di Émile Zola con una scrittura esotica e orientalista, ponendosi fra i maggiori scrittori di genere della sua epoca. I suoi numerosi viaggi in Africa, Asia, Medioriente, Europa e Oceania hanno ispirato l’intero universo della sua narrativa, che comprende romanzi, racconti e saggi incentrati sul viaggio e sulla conoscenza del diveso. Tra le ultime traduzioni italiane delle sue opere: Pellegrino in Terrasanta. Il deserto, Gerusalemme, la Galilea (Ibis 2008), Pescatore d’Islanda (Nutrimenti 2010) e Un pellegrino ad Angkor (O barra O 2012).
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio stampa Bordeaux.

Il nostro piccolo mondo di provincia.
Perché tatuarsi? Perché disegnare ad arte il proprio corpo? Forse per fermare un ricordo, un evento particolare e avere modo di ricordarlo ogni istante. Perché uccidere tatuando le proprie vittime? Perché accanirsi con crudeltà sui loro corpi? Forse per ripulirsi la coscienza, per sentirsi immaccolati di fronte ai peccati commessi
Presento ai lettori di Liberi di scrivere la mia nuova fatica, perché oltre a scrivere articoli per giornali on line e blog continuo la mia attività di autrice di libri di saggistica sul mondo otaku e nerd, che costituisce la mia grande passione.
In una grande città italiana s’intersecano le vicende di vari personaggi, destinati a incontrarsi in un unico e terribile disegno. Paolo, un diciassettenne insicuro, frequenta una scuola particolare, che spinge i frequentanti a una competizione senza scrupoli e ad annullare le proprie emozioni, controllate dall’amigdala. Amina, una ragazza marocchina, per un periodo è compagna di studi del coetaneo Paolo, ma poi prende una brutta strada e deve rivolgersi al fratello, fanatico religioso che ha scelto il Jihad. Adriana, impiegata modello, è, in realtà, un’aspirante brigatista che medita vendetta contro i “padroni”. Poi ci sono Valeria ed Enrico, moglie e marito, che portano avanti un rapporto precario tanto quanto le rispettive occupazioni lavorative. Queste sono le principali figure di Gleba, alle quali se ne affiancano tante altre, per comporre quello che è un vero e proprio romanzo corale. Numerose sono le tematiche affrontate dall’opera: su tutte spicca il lavoro, che è quasi sempre precario, insoddisfacente e alienante. Il termine “gleba” assume così un duplice significato: come terra che dà origine alla vita e come terra a cui essere asserviti. Altro argomento portante del romanzo è il terrorismo, nella doppia accezione di islamico e brigatista. Del primo è protagonista Kemal, il fanatico fratello di Amina, del secondo Adriana, entrambi guidati da figure superiori che hanno come obiettivo due attentati. Passando all’autore del romanzo, va detto che, in realtà, si tratta di un collettivo di scrittura. Il nome è un omaggio a Tersite, l’antieroe per antonomasia della mitologia greca, qui incarnato da Paolo. Gleba è la quarta opera di Tersite Rossi ed è di difficile classificazione: questo perché tratta parecchie tematiche, utilizzando generi letterari diversi. Fondamentali sono, comunque, i significati politici e sociali che caratterizzano anche i tre precedenti romanzi. Tutti si possono ascrivere alla cosiddetta letteratura impegnata: di volta in volta gli autori si sono occupati di mafia, politica, economia e tanto altro. Anche in Gleba s’intuisce la notevole opera di documentazione, così come l’indagine sulla realtà, da cui tutto prende avvio. Quanto al finale, lascia aperto uno spiraglio di speranza almeno per due dei protagonisti. A dominare resta, però, la paura di un futuro dominato sempre più dalle tecnologie, in grado di rendere schiavi gli uomini e annullarne i sentimenti e la volontà.
Rizzoli propone un nuovo titolo della collana per ragazzi (e non solo!) Illustrati d’autore, e cioè Il mago di Oz, raccontato di nuovo da Sébastien Perez sulla storia originale di L. Frank Baum con i meravigliosi disegni di Benjamin Lacombe, nuovo sodalizio tra due creativi che ha già dato vita ad altri libri di immagini, sulle fiabe e non.
Tutti costoro furono onorati dai contemporanei,
Ritrovo con piacere questa giornalista inglese che scrive sotto pseudonimo. Ritrovo la sua scrittura dettagliata e sentita legata a una storia pesante da digerire. Una storia legata a un errore madornale, dal quale non si può tornare indietro. Un errore che cambia il percorso di due bambine, le costringe a fare i conti con il dolore e la rabbia, la solitudine e la mancanza di empatia. La cittadina inglese nella quale è ambientato questo thriller è viva e sa di salmastro e umido. Il mare è sempre presente e il clima è uno dei personaggi che avvolge il tutto. Il buio e una gioventù che si diverte solo ubriacandosi, fanno il resto.
Nella collana Oscar Fantastica della Mondadori fa la sua comparsa forse la più recente fatica di Neil Gaiman, autore eclettico, scrittore, sceneggiatore, fumettista.
























