Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Eravamo felici di Tiziana Iaquinta (Algra Editore 2018) a cura di Floriana Ciccaglioni

14 marzo 2018

Eravamo feliciLo scorso febbraio Algra Editore manda alle stampe il secondo romanzo della calabrese Tiziana Iaquinta “Eravamo felici”, il racconto che la piccola protagonista Caterina fa dei tre giorni successivi all’improvvisa e inaspettata morte del padre.
Grazie agli studi pioneristici condotti sul tema della pedagogia del dolore, per prima la studiosa mette nero su bianco il modo migliore per affrontare un’assenza irreversibile nella vita dell’uomo, quella della morte.
Passa quindi da una scrittura saggistica (usata nei lavori precedenti “La fragilità, il silenzio, la speranza. Una pedagogia del dolore per insegnare a costruire la felicità” edito da Aracne nel 2014 e in “Generazione tvb. Gli adolescenti digitali, l’amore e il sesso” edito dal Mulino nel 2017) a quella romanzata (che il lettore ha già trovato in “Ciao Caterina. Lettera sulla soglia” edito da Armando nel 2011 e Pellegrini nel 2014).
Il libro racconta la morte attraverso lo sguardo di una bambina. Uno sguardo che si posa sui dettagli più semplici eppure invisibili agli occhi di un adulto. Attraversare la strada con la mano stretta dentro quella della mamma non la potrà proteggere dalle macchine che arrivano dal lato opposto della strada, quello da cui era solito proteggerla il papà; la notte rimane sveglia perché il papà, da un momento all’altro potrebbe tornare; se fosse stata avvisata della morte improvvisa che avrebbe -di lì a poco- sconvolto la sua vita, avrebbe pregato Gesù, perché Lui ascolta sempre i bambini.
Sebbene in alcuni momenti della scrittura la resa del punto di vista della bambina viene meglio realizzata dalla penna della scrittrice piuttosto che in altri (nei quali emergere la voce dell’adulto che sta dietro la realizzazione del romanzo), nel complesso l’operazione risulta riuscita.
Sul finire della narrazione si concentrano i momenti più belli del racconto, perché carichi di quel dolore sincero capace di tramutarsi in speranza per i giorni che verranno. Quella speranza che l’autrice vuole lasciare al suo lettore. A quest’altezza appare chiaro che, più che per le parole di Caterina, le lettere si posizionano una accanto all’altra per descrivere le aspettative che la scrittrice poggia sulle spalle della sua giovane protagonista.
Parole che risultano un inno alla potenza della scrittura, perché la vita è come un libro e la morte il vento che ne agita le pagine fino a chiuderlo. L’unico modo per fargli un <> è scrivere, disegnare, scarabocchiare le pagine. Scrivere diventa, quindi, il modo per esorcizzare il dolore provocato dalla morte. Scrivere diventa il centro della pedagogia del dolore.
Con l’appendice “Aver cura di chi resta. Pensieri a margine” l’autrice regala alcune di quelle nozioni tecniche che hanno abitato le pagine dei suoi saggi e che aiutano il lettore a meglio comprendere quelle dinamiche che Caterina vive durante il racconto.

Tiziana Iaquinta insegna Pedagogia generale e sociale all’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro. La sua attività di ricerca è relativa alla metodologia dei laboratori e alla pedagogia del dolore. Tra i saggi più recenti: La fragilità, il silenzio, la speranza. Una pedagogia del dolore per insegnare a costruire la felicità (Aracne, 2014); Generazione TVB. Gli adolescenti digitali, l’amore e il sesso (con A. Salvo, il Mulino, 2017). Tra le opere di narrativa, Ciao Caterina. Lettera sulla soglia (Armando 2011; Pellegrini, 2014).

Source: libro del recensore.

:: Inevitabile di Deborah P. (Selfpublishing 2017) a cura di Micol Borzatta

14 marzo 2018

hfghDorian è un ragazzo molto particolare.
Da quando ha otto anni viene picchiato dal padre, ma il vero dolore lo sente quando è costretto ad andare da uno psichiatra perché ritenuto pazzo.
Dorian infatti ha la capacità di vedere la gente morta.
Capacità che ha imparato con gli anni, e grazie al fantasma della nonna, a tenere nascosta, vincendo così una borsa di studio, diventando il migliore nello sport e a essere ammirato da tutte le donne.
Dorian però è solo. Il suo cuore batte solo per Raylai.
Una ragazza amante dei libri e dello studio, che sta sempre in disparte, quasi fosse invisibile.
La vita di Dorian però è pericolosa e dovrà affrontare ogni sua paura per farla entrare nella sua vita e dichiararsi a lei.
Inevitabile è il primo volume di una trilogia.
Formato da un insieme di generi possiamo vivere un’atmosfera rosa/erotica, paranormal thriller e young adult.
I due personaggi principali sono un pochino un cliché: lui bello, ricco e campione di basket e lei anonima, studiosa che si crede una di tante e invece è una bellezza mozzafiato.
Nonostante questo sono molto ben descritti, come ben descritti sono i personaggi e le ambientazioni che compaiono in tutta la storia.
Molto ben trattato l’argomento della violenza sui bambini tra le mura domestiche, che viene trattato con delicatezza e conoscenza, senza mai diventare banale o troppo sentimentale.
Unico vero difetto sono i refusi presenti nel testo, ma purtroppo è una cosa normalissima in un self publishing.
Nel complesso un bel romanzo che mette curiosità sul continuo della storia.

Source: pdf inviato dall’autore al recensore.

:: Invisibili di Vincenzo Soddu (Arkadia Editore 2018) a cura di Federica Belleri

14 marzo 2018
Invisibili

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Alessandro insegna a Cagliari. I giorni gli sembrano tutti uguali. Sua moglie ha chiesto e ottenuto divorzio e casa. Dorme poco e ha incubi frequenti. L’impatto con i suoi alunni è una continua lotta, fatica a comprenderli e ad entrare in sintonia con loro. Prova a preparare lezioni alternative, ma i suoi tentativi sono timidi e impacciati. È in grado di provare empatia? Riesce a dare la giusta importanza ai suoi ragazzi? Cosa sente davvero per la sua professione?
Si costringe a osservare meglio la sua classe e comprende di dover catturare i loro interessi. Nell’epoca dei social, del digitale a tutti i costi, Alessandro affronta il suo status di professore approcciando in modo diverso ogni singolo alunno. Ascolta le loro storie, le loro impressioni di adolescenti fragili. Cosa chiedono i giovani agli adulti?
Essere invisibili a volte è utile. Essere problematici può trasformarsi in una risorsa per gli altri. Perché spesso la responsabilità aiuta a crescere, e scontrarsi con la realtà è doveroso.
Invisibili è una pagina di registro scolastico, è la sensibilità di giovani che si nascondono dietro alle maniere forti. Due generazioni a confronto che in qualche modo si completano.
Insegnare e apprendere, un gioco di ruolo in una sorta di andata e ritorno. Per dare nutrimento a giovani meravigliosi ma complicati. Per risvegliare nei professori il desiderio di essere davvero parte della loro classe, senza pregiudizi o false aspettative. Uno spaccato di vita attuale e concreto. Una lettura molto interessante.
Ve lo consiglio.

Vincenzo Soddu, nato a Cagliari nel 1962, laureato in Lettere, nel 1987 inizia a lavorare nel mondo della scuola. Contemporaneamente si dedica a ciò che ama di più: scrivere. Spazia dai brevi saggi storici ai racconti della memoria. Nel 2011 ha pubblicato il saggio storico-narrativo “Una pergamena in sardo e latino”, in Templari, crociate, giudicati e ordini monastico-cavallereschi nella Sardegna medioevale, a cura di Massimo Rassu (Arkadia Editore). Dal 2012 gestisce il blog libriedintorniblog. Nel 2013 esordisce nella narrativa con La neve a Gaza (Caracò), libro incentrato sui difficili temi della guerra e dell’integrazione, romanzo che lo ha portato a lavorare a stretto contatto con le associazioni di volontariato. Nel 2015, per Cuec, ha pubblicato Un’isola da bere, sesto numero della Rivista “Mieleamaro”, un’avventura letteraria accompagnata dal profumo del vino, scritta insieme a Gianni Stocchino. Vive e lavora a Cagliari come insegnante in un Liceo.

Source: inviato dall’ editore al recensore.

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:: I bambini di Escher di Paolo Pedote (Todaro editore 2017) a cura di Viviana Filippini

13 marzo 2018
I bambini di Escher

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Il romanzo di Paolo Pedote – I bambini di Escher– pubblicato da Todaro editore è un giallo e allo stesso tempo un thriller mozzafiato. Già dalle prime pagine il lettore si troverà catapultato in una Milano torbida e violenta nella quale una serie di omicidi si susseguiranno uno dietro l’altro. Per compicciare incontriamo Alicia, una giovane che ha perso tutto giocando alle slot. La donna, alla quale hanno tolto pure l’ultima dose di droga, torna a casa, ma la sua esistenza subirà una battuta d’arresto quando la aggrediranno con l’acido. E sulla scena compare Nerone Crespi. Pedote sposta la narrazione su un giovane barista che vorrebbe fare carriera nel mondo dell’hip hop. Tutto per lui cambia quando portano cibo e bevande in un ufficio e gli tagliaeranno la gola. Ancora una volta compare Nerone Crespi. Chi è costui che aleggia sempre nei luoghi dove accadono tremendi assassini? Il presunto colpevole? Uno testimone? O, una persona qualunque che si trova sempre nei paraggi della scena del delitto? No Nerone Crespi, un emarginato, è un uomo che non ha memoria e che non riesce a ricordare il proprio passato. Nerone è in cura in una comunità e a seguirlo c’è una dottoressa che lo accudisce con tutte le attenzioni possibili e immaginabili. La vita di Nerone si incrocia con quella di Angela Delfino, soprannominata “La Sbirra”, una donna a capo della Squadra Mobile che però ha rassegnato le dimissioni, perché disgustata della giustizia e della propria funzione in Polizia. I due si incontrano dopo che Nerone rischia di finire investito dalla “Sbirra” stessa. Motivo: lo smemorato Nerone è sotto shock dopo essere stato spettatore di una scena impressionante. Lui ha visto un uomo nudo, completamente ricoperto di sangue, in corsa per le strade di Milano. Da sospettato a testimone, per Nerone, grazie anche all’empatia con Angela Delfino, ci sarà un cambiamento di ruolo, perché sì è vero che l’uomo ha dei vuoti di memoria spiazzanti ma, allo stesso, tempo ha un fine intuito che porterà alla luce realtà scioccanti per le indagini. “I bambini di Escher” è un giallo con venature piscologiche, perché Pedote ha creato una vasta gamma di personaggi delusi dalla vita o rifiutati dalla società, coinvolti in una scia di brutali omicidi all’apparenza inspiegabili. La narrazione di Pedote sembra una grande vetrina dove scorrono le tipologie umane più disadattate, quelle che hanno maggiore difficoltà a stare nelle società e che, se guardiamo la realtà vera del quotidiano, non sono così finte come vorremmo credere. Certo è che l’indagine compiuta dalla “Sbirra” con l’aiuto di Nerone porterà alla luce aspetti del genere umano del tutto impensabili. Sarà un cammino pieno di insidie e di scoperte che lasceranno segni indelebili in quei personaggi letterari che animano “I Bambini di Escher” di Paolo Pedote. Creature della finzione non troppo lontane da quello che i tanti fatti di cronaca nera ci raccontano ogni giorno, a dimostrazione di come il confine tra realtà e finzione sia molto più labile di quello che potremmo pensare.

Paolo Pedote (Milano 1966) ha collaborato con Radio Popolare, Radio Città Fujiko e diverse riviste. Tra le sue pubblicazioni: Storia dell’omofobia, prefazione di Gian Antonio Stella, Odoya; L’apocalisse secondo Pier Paolo Pasolini, Stampa Alternativa 2013. Questo è il suo primo romanzo giallo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: Il tiranno (e Scena) di Heinrich Mann curato e tradotto da Claudia Ciardi (Via del Vento edizioni 2018) a cura di Daniela Distefano

13 marzo 2018
IL TIRANNO di H. Mann

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Lei mi rende triste, altezza. Ma è davvero così convinto di quel che dà ad intendere? Io sono una donna e in questo preciso istante la vedo in tutto e per tutto come un bambino, esattamente come noi donne vediamo gli uomini; la vedo proprio come se fosse il mio bambino. Quindi non credo che lei si diverta”.

Due pezzi di virtuosismo letterario, una sapiente miscela di toni forti e assordanti. Parlo di questi due inediti narrativi in Italia – “Il tiranno” e “Scena” – di Heinrich Mann, fratello del più celebre Thomas, e autore del romanzo “Il professor Unrat”, noto come “ L’angelo azzurro”, dall’adattamento cinematografico. A pubblicarli la casa editrice “Via del Vento Edizioni”, la traduzione è affidata a Claudia Ciardi. Nel primo racconto,viene esposto il dilemma di un uomo segnato da un destino implacabile. Potrebbe essere un tiranno di oggi, potrebbe suscitare la medesima viltà:

Quando cominciai a regnare, tutto era già accaduto (..) La protervia che è nella solitudine mi indurì e compresi la natura ingannevole di ciò che prova per la vita colui che si riduce a uccidere. Imparai a farmi beffe dei traditori(..) Io sono come la chimera tra le rocce del deserto. Sotto di me striscia il vermicaio degli uomini (..) Si crederebbe al tiranno pentito?”

Questo tiranno fuori posto, cerca una fuga improbabile e ridicola nella passione per una giovane cabarettista di facili costumi, rimanendo invischiato in una spirale di eventi negativi. Si avverte una profondità analitica acuta e sottile. C’è nel cuore dell’essere umano un ineluttabile verbo, uno scansare la fede, un riconoscersi bilancia del proprio equilibrio. Penso ai dittatori di ieri e di oggi, avvinti, avviluppati tra le spine che soffocano il fiorire del vero grano. Hanno tutto eppure possiedono solo il proprio orgoglio, la fortuna è il loro credo, il resto è teatralità, è invidia, è morte, è solitudine. Quando si diventa insensibili ai nostri difetti, quando le nostre manchevolezze, le vituperate debolezze, non ci scoraggiano anche se vorremmo la perfezione di una vita dorata, ecco che nascano le inimicizie, i tradimenti, i coltelli, i deliri, il veleno, e la punizione. Il tiranno di ogni epoca non perdona, mai.
Nel secondo racconto, “Scena”, assistiamo a due spettacoli, quello reale di una coppia in crisi, e quello recitato con maestria dalla protagonista che si riscatta dopo essere stata abbandonata dall’uomo che ama, in procinto di sposare un’altra donna. Un testo assolutamente attuale, vivo, delizioso. Questi due lavori fanno parte del cosiddetto ‘ Spielmaterial’, materiale di impianto teatrale. Si respira un’affilata critica sociale, si tocca con mano una falsificazione del reale, diviene necessario l’istinto di potere. Le tensioni che si riflettono sullo scenario politico dopo il 1914 sono rivelatrici di un impulso a uscire dalla realtà. Un opuscoletto da leggere e serbare nell’anima, coinvolgente, esperenziale, semplicemente da incorniciare.

Heinrich Mann – Scrittore tedesco (Lubecca 1871 – Santa Monica, California, 1950), fratello maggiore di Thomas. Sostenitore della necessità di una letteratura sociale e dell’avvento della democrazia, offrì nei suoi romanzi (Im Schlaraffenland ,1900; Professor Unrat ,1905) un quadro critico, dai toni talvolta aspri, della società guglielmina. VITA. Dal 1893 visse a Monaco, con lunghi soggiorni in Italia e in Francia, poi a Berlino, dove nel 1930 divenne presidente della sezione letteraria dell’Accademia prussiana delle belle arti. All’avvento del nazismo si rifugiò in Cecoslovacchia, e fu quindi per otto anni in Francia, dove, insieme a Gide, Bloch, Aragon e altri, fu a capo di movimenti intellettuali antifascisti e dove, nel 1938, fu eletto presidente del Fronte popolare tedesco. Nel 1940 riuscì a fuggire in Spagna e di lì in America. OPERE. Esordì con il romanzo In einer Familie (1894) confermando la sua vocazione di scrittore satirico, impegnato nella critica della società guglielmina nei successivi Im Schlaraffenland (1900), Die Jagd nach Liebe (1905), Professor Unrat (1905: da cui fu tratto il famoso film di J. von Sternberg Der blaue Engel del 1930), e più tardi nella trilogia Das Kaiserreich (Der Untertan, 1914, il suo romanzo più famoso; Die Armen, 1917; Der Kopf, 1925). Alle suggestioni dannunziane della triade Die Göttinnen (1903) e alle istanze moralistiche di Zwischen den Rassen (1907) e Die kleine Stadt (1909) seguì la felice vena intimista dei romanzi scritti tra la fine dell’impero e l’avvento del nazismo (Mutter Maria, 1927; Eugenie oder/”>oder die Bürgerzeit, 1928; Die grosse Sache, 1930; Ein ernstes Leben, 1932). Il romanzo storico Heinrich IV. von Frankreich (1935-38) si pone come una parabola del buon governo. M. fu anche novelliere e saggista; fra le novelle, assai note Pippo Spano (1905), Die Bösen (1908), Kobes (1925); fra i saggi, quelli raccolti in Geist und Tat (1931) e Ein Zeitalter wird besichtigt (1945), in cui si fondono autobiografia e riflessione politica.

Source: Libro inviato dall’Editore all’autore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento Edizioni”.

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:: Mi manca il Novecento – Stig Dagerman e Il nostro bisogno di consolazione a cura di Nicola Vacca

13 marzo 2018

Stig DagermanStig Dagerman ha attraversato il Novecento con la velocità di una cometa. Morto suicida a soli trentuno anni, è stato uno dei più importanti scrittori svedesi e ancora oggi possiamo considerarlo un gigante della letteratura, leggendo i libri che ci ha lasciato.
Dagerman è stato un uomo in rivolta, in molti lo hanno paragonato a Camus e a Kafka.
È un anarchico inquieto e sempre in lotta contro se stesso e con un’angoscia lucida come pochi è riuscito a stare dento la catastrofe bellica del suo tempo, lasciandoci con i suoi libri una testimonianza unica.

«La scelta anarchica è, – scrive Fulvio Ferrari nella postfazione a Il nostro bisogno di consolazionenella formazione di Dagerman, un momento fondamentale da cui non si può prescindere se si vuol comprendere la sua persona e la sua opera».

Come non si può prescindere da Il nostro bisogno di consolsazione, che tra i suoi libri è quello che più lo rappresenta, e soprattutto mette in evidenza il dramma dell’uomo e le contraddizioni esistenziali di un grande scrittore di fronte al peso enorme del male di vivere.
Proprio questo piccolo libro verrà considerato il testamento letterario di Dagerman.
In queste pagine lo scrittore scava nel fondo del suo abisso di uomo a cui manca la fede e afferma di non essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa.
Inizia così Il nostro bisogno di consolazione, un viaggio di uno scrittore nel tormentato inferno della sua coscienza. Pagine intense, di disperazione e di sconforto, ma anche attraversate da un grande amore per la letteratura di cui Dagerman si avvale per scavare nella consumazione terribile della sua tormentata interiorità, sempre interrogando quella vita che sta stretta ai suoi anni.
Sono queste riflessioni che lo conducono a riflettere su quel concetto di consolazione spaventosa che riesce solo a fargli vedere le cose con intensità cinque volte maggiore.
Stig Dagerman scrive sempre in preda al dubbio e all’incertezza, mentre lo sconforto lo assale in ogni istante. L’unica cosa che gli importa è proprio quella che non ottiene mai:

«l’assicurazione che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo».

Il mondo è più forte di lui, al suo potere non ha altro che opporre se stesso. Così non gli resta altro che la scrittura e la letteratura. Finché avrà la forza di resistere, si sentirà dotato del potere di opporre le sue parole a quelle del mondo.
Questa è la sua unica consolazione che non gli salverà la vita.

«Tutto quello che possiedo è un duello, e questo duello viene combattuto in ogni istante della mia vita tra le false consolazioni, che solo accrescono l’impotenza e rendono più profonda la mia disperazione, e le vere consolazioni, che mi guidano a una temporanea liberazione».

Il nostro bisogno di consolazione è un monologo di un uomo che scrive perché combattuto tra il desiderio di essere felice e l’impossibilità di esserlo. È un libro la cui lettura non lascia indifferenti. Le parole di Stig Dagerman scorticano, fanno male, sanguinano. Solo come i grandi scrittori sanno fare.

:: Come leoni di Brian Panowich (NNEditore 2018) a cura di Fabio Orrico

12 marzo 2018
Come leoni

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Brian Panowich continua a raccontarci le gesta di Clayton Burroughs, sceriffo della contea di McFalls County nella Georgia del nord, già conosciuto nel (giustamente) fortunato Bull Mountain. Come personaggio seriale Burroughs è decisamente poco convenzionale. Certamente non un cavaliere dall’armatura immacolata, ma nemmeno l’antieroe di tanta narrativa hard boiled con una moralità ferrea a rosicchiare il cinismo di facciata, piuttosto un uomo che fa il possibile per scrollarsi di dosso i demoni che lo perseguitano. Burroughs proviene da un clan criminale, sorta di famiglia Barker dei nostri giorni, stanziato sulla montagna che dava il titolo al precedente libro. I rapporti con questa problematica famiglia, risolti nel modo più tragico che si possa immaginare, erano alla base della sua prima avventura. Come leoni inizia esattamente dove finiva Bull Mountain e ci mostra un Burroughs provato nel fisico e nel morale, assediato dai sensi di colpa, in crisi con la moglie dalla quale ha da poco avuto un figlio. L’orizzonte umano che circonda Burroughs è puro white trash, un sottoproletariato naturalmente incline a cercare fuori dalla legge le proprie occasioni di sopravvivenza, per molti versi consonante ai personaggi che popolano un altro bellissimo libro da poco approdato nelle nostre librerie, Nelle terre di nessuno di Chris Offutt. La differenza con quest’ultimo autore la fa la fedeltà di Panowich a un genere codificato come il noir. L’impressione però è che lo scrittore americano, più che ai classici letterari del genere, guardi a certa serialità televisiva, almeno per quanto riguarda il ramificarsi labirintico della trama che si muove di pari passo con lo sviluppo e il rivelarsi di personaggi che, fino all’ultima pagina, sanno riservare sorprese. A rafforzare quest’impressione ci sono poi le connessioni tra Come leoni e Bull Mountain, quasi come se i libri fossero da intendere alla stregua di due stagioni della stessa serie (ed è facile nonché auspicabile supporre che ce ne sarà una terza). Ovviamente questa non è di per sé una considerazione negativa ma solo la constatazione di quanto sia diventato pervasivo il paradigma della serialità anche nella letteratura.
Come leoni, in ogni caso, funziona benissimo anche se preso singolarmente. Il milieu raccontato, esattamente come in Offutt (o, perché no, come nel bellissimo documentario Louisiana di Roberto Minervini), trasmette l’impressione di una terra senza tempo, un presente fermo al secolo precedente; uno scenario in cui tecnologia e progresso scientifico non scalfiscono valori che non è difficile intendere come distorti. Questa è anche la carta vincente di un personaggio come Clayton Burroughs, un uomo di legge intimamente persuaso del proprio ruolo e delle proprie responsabilità ma allo stesso tempo riluttante dall’emanciparsi da una logica criminale così radicata da influenzare anche valori burocratici e normativi. Per un uomo come Burroughs, sembra dirci Panowich, il retaggio sarà sempre più importante del distintivo. Un po’ come nel miglior western, sia esso cinematografico o letterario, anche in Panowich abbiamo la messa in scena di storie degne dell’antico testamento: stessa intransigenza e stesso impianto valoriale.

Brian Panowich è stato per anni un musicista itinerante prima di fermarsi in Georgia, dove vive tuttora e lavora come pompiere. Bull Mountain, il suo
romanzo d’esordio, è stato finalista nella categoria Mistery/Thriller del Los Angeles Times Book Prize 2016 accanto ad autori del calibro di Don Winslow.
Il sequel del romanzo, di prossima uscita per NN, mantiene la stessa ambientazione. Ruoterà attorno alla figura di Kate, la moglie dello sceriffo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella dell’ufficio stampa.

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:: Storie di vampiri di AA.VV. a cura di Sebastiano Fusco e Giovanni Pilo (Newton Compton 2018) a cura di Elena Romanello

12 marzo 2018
Storie di vampiri

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Torna in libreria uno dei testi fondamentali per gli amanti del gotico, le Storie di vampiri edite da Newton Compton, una raccolta di storie più o meno brevi di autori e autrici che dal Settecento ad oggi si sono cimentate con quella che è una delle figure cardine dell’immaginario gotico, oggi forse un po’ rovinata dai vampiretti che luccicano ma a maggior ragione da scoprire e riscoprire in tutta la loro complessità, con suggestioni che toccano vari aspetti del fantastico, non solo il gotico.
Dentro al libro ci sono storie note ma sempre da rileggere, come Il vampiro di Polidori, L’ospite di Dracula di Bram Stoker (prova generale del più noto Dracula) e Carmilla di Le Fanu che fissarono la figura carismatica del succhiatore di sangue tra terrore e seduzione, storie di esperti del fantastico come E.T. A. Hoffmann e Théophile Gautier, ma si scopre che anche autori noti per altri tipi di storie come Alessandro Dumas padre, Arthur Conan Doyle, Guy de Maupassant e Nikolaj Gogol si sono confrontati con una figura iconica, presente già in molte tradizioni tra la leggenda metropolitana e il folklore partendo dal mondo classico ma che nell’Ottocento trovò una sua definizione tra leggenda e modernità, con quelli che poi sarebbero diventati i personaggi più famosi di sempre.
Venendo verso il Novecento, in cui il vampiro sarà celebrato al massimo dal cinema prima e dai serial tv poi, si scopre che molti maestri del fantastico, noti per altre opere tra fantascienza e fantasy, hanno scritto di vampiri, da Robert E. Howard a Clark Ashton Smith, da William Hope Hodgston a Lester del Rey, da Catherine L. Moore a Seabury Smith, da Robert Block a A. E. Van Vogt, con storie pressoché inedite nel nostro Paese, appartenenti spesso alla gloriosa tradizione delle riviste pulp anglosassoni.
Il libro, curato da Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, traccia quindi un ritratto ampio e variegato della figura del vampiro, tra storie più note e altre tutte da scoprire, e non può mancare nella biblioteca dei cultori del fantastico, per appunto tutti gli spunti che contiene e lo spazio dato alla narrativa gotica e pulp, in questo momento di eterno presente quasi dimenticate e invece alla base del moderno immaginario scientifico.
Il libro è integrato da saggi sui vampiri nell’antichità e sul loro rapporto con magia e scienza e da una filmografia completa fino ai titoli più recenti.

Sebastiano Fusco giornalista e direttore di riviste scientifiche, è da oltre trent’anni uno dei maggiori esperti di fantastico a livello europeo.

Gianni Pilo è considerato uno dei maggiori esperti di letteratura fantastica e gotica. Tra i molti volumi da lui curati per la Newton Compton vanno ricordati quelli dedicati alle diverse figure dell’immaginario orrorifico (vampiri, mummie, lupi mannari ecc.) e l’opera completa di Lovecraft.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Colpisci il tuo cuore di Amélie Nothomb (Voland 2018) a cura di Nicola Vacca

9 marzo 2018
Colpisci il tuo cuore

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Colpisci il tuo cuore è il ventiseiesimo romanzo di Amélie Nothomb, appena pubblicato in Italia da Voland.
Un’ altra favola nera di crudeltà e cattiveria umana, tutta raccontata al femminile.
Dietro il pessimo rapporto tra Marie e Diane, rispettivamente madre e figlia, si nasconde un intero mondo al femminile e la Nothomb come sempre intinge la penna nel veleno dei suoi personaggi per raccontare degli esseri umani la parte malvagia.
È stato detto di questo libro che è una storia di cattive madri, di donne gelose delle figlie, che le disprezzano o le amano troppo.
In effetti, se si entra nella psicologia dei due personaggi femminili principali, subito si capiscono le intenzioni della Nothomb: come in ogni suo libro, anche qui vuole spiazzare il lettore non lasciandogli scampo con la sua scrittura affilata come un bisturi.
Marie che non ama sua figlia Diane fin dalla nascita, perché gelosa marcia della sua bellezza. Quella stessa bellezza nel quale in modo narciso si specchiava prima di restare incinta e che vede andar via con la nascita della figlia.
Diane per fortuna è diversa dalla madre da cui si allontana. Confida sul suo buon senso e sulla sua intelligenza per costruirsi una vita di donna libera e decide di fare il medico perché ha un cuore immenso che desidera incontrare gli altri.
Ma la crudeltà è in agguato e negli esseri umani la cattiveria non muore mai. Quando sulla sua strada incontra Olivia, lei non immagina in un primo momento che avrà a che fare con una donna simile a sua madre, a sua volta madre di una figlia che non vuole amare e che disprezza come Marie ha disprezzato lei per tutta la vita.
La Nothomb, nel raccontare attraverso i suoi ben caratterizzati personaggi femminili la vita quotidiana dei loro misfatti, ma soprattutto mettendo ben in mostra la crudeltà, la fragilità, la meschinità delle loro azioni, con la sua prosa leggera e sempre incisiva tocca tempi importanti come l’amore filiale, l’invidia, il narcisismo, la gelosia e la cattiveria degli esseri umani che danno il peggio di se stessi quando trasformano violentemente l’odio in disprezzo

«In questo romanzo volevo studiare l’archeologa della gelosia. La gelosia nasce da una risposta sbagliata della madre alla domanda legittima di ogni figlio che le chiede chi ama di più. La buona madre è quella che capisce che ogni relazione è unica e che ogni figlio deve essere amato in modo diverso. Io ho avuto una madre meravigliosa ma volevo sempre più dimostrazioni di affetto. Quando avevo nove anni lei, esasperata dalle mie richieste, mi ha detto che se volevo più amore dovevo sedurla così sono diventata scrittrice. Nessuno è obbligato ad amare, nemmeno una madre».

Così Amélie Nothomb ha parlato del suo nuovo romanzo in una recente intervista.
Anche con questo suo nuovo libro la scrittrice belga colpisce e affonda i nostri cuori. In questa storia di donne crudeli non poteva mancare un finale a sorpresa con autentico colpo di scena che toglie il respiro, proprio come la sua scrittura che in tutti questi anni non ha smesso nemmeno per un attimo di mordere le nostre coscienze.

Amélie Nothomb, nata nel 1967 a Kobe, Giappone, trascorre l’infanzia e la giovinezza in vari paesi dell’Asia e dell’America, seguendo il padre diplomatico nei suoi cambiamenti di sede. A 21 anni torna in Giappone e lavora per un anno in una grande impresa giapponese, con esiti disastrosi e ironicamente raccontati in Stupore e tremori. Rientrata in Francia, propone un suo manoscritto a una solida e storica casa editrice, Albin Michel. Igiene dell’assassino esce il 1° settembre del ’92 e conquista subito molti lettori. Da allora pubblica un libro l’anno, scalando a ogni nuova uscita le classifiche di vendita. Ha ottenuto numerosissimi premi letterari tra cui il Grand Prix du roman de l’Académie Française e il Prix Internet du Livre per Stupore e tremori, il Prix de Flore per Né di Eva né di Adamo ‒ da cui nel 2015 è stato tratto il film Il fascino indiscreto dell’amore di Stefan Liberski ‒ e due volte il Prix du Jury Jean Giono per Le Catilinarie e Causa di forza maggiore. Oggi vive tra Parigi e Bruxelles. Riccardin dal ciuffo è il suo 25° romanzo.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: L’alfabeto segreto di Marina Giordana (BookTime 2017) a cura di Marcello Caccialanza

8 marzo 2018
L'alfabeto segreto

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L’alfabeto segreto, toccante romanzo scritto dall’autrice Marina Giordana, è una sorta di delicato diario esistenziale di una donna dal passato assai difficile, passato che ha contribuito senza un vero perché a relegarla, senza appello, in una malinconica esistenza di dolori e sconfitte che le hanno segnato in modo irreparabile l’intera sua esistenza. E come se la stessa Marina fosse stata imprigionata nello specchio di Alice e sottoposta senza pietà ad una lunga e pietosa sequela di prove e di situazioni emotivamente difficili.
La sua unica colpa, se di colpa è lecito parlare, è quella di appartenere ad una famiglia di artisti blasonati per talento e risonanza. Non bisogna infatti dimenticare che la stessa autrice ha avuto l’onere di discendere da due mostri sacri del nostro panorama cinematografico, come Claudio Gora e Marina Berti.
Il romanzo è ben scritto e coinvolgente ed appare all’occhio di un attento lettore come una specie di delicato e tormentato viaggio della memoria; sembra quasi che Marina Giordana in queste pagine dense di cuore voglia sfatare definitivamente molti suoi tabù e fare finalmente pace con se stessa e con il suo dolore lancinante, cercando una volta per tutte di cicatrizzare certe ferite ancora sanguinanti.
Una delle parti più toccanti di questo libro che si beve tutto d’un fiato per quanto riesce ad appassionarti è quella relativa alla descrizione dell’amatissima madre. Una donna assai impegnata che ha messo in secondo piano il suo ruolo di genitrice, condannando la sua piccola creatura ad infanzia indegna e a dir poco traumatica.
Leggendo queste pagine è dunque lecito domandarsi:
“essere figli d’arte aiuta o piuttosto equivale ad avere una spada di Damocle sempre puntata?”

Marina Giordana è un’attrice italiana. Nata nel 1955 a Roma, ha vissuto lì la sua giovinezza. È figlia di Marina Berti e Claudio Gora e sorella di Luca, Andrea, Carlo e Cristina, anche loro attori. Immersa in un’infanzia privata della presenza dei genitori, impegnati a lavorare nel cinema, Marina cresce a diretto contatto con la zia e sente forte in sé il desiderio di appartenenza familiare. Nel 1976 inizia la sua carriera di attrice. Esce il suo primo film, Quella strana voglia di amare con Philippe Leroy, La belva col mitra con Helmut Berger e altri. Nel 1979 inizia a fare teatro. Debutta con lo spettacolo Pene d’amor perdute poi La bisbetica domata, Minnie la candida, La segretaria della Ginsburg e tanti altri ancora. Ha  preso parte a varie fiction italiane tra cui Carabinieri, Elisa di Rivombrosa.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il bambino silenzioso di Sarah A. Denzil (Newton Compton 2018) a cura di Federica Belleri

7 marzo 2018
Il bambino silenzioso

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È il 2006 quando il villaggio nello Yorkshire di quattrocento anime viene travolto da un’alluvione. È difficile attraversare il ponte di pietra che divide la cittadina dalla scuola. Emma deve recuperare suo figlio Aiden, ma la maestra dice che non lo trovano. Sembra scomparso. Aiden è sparito. La vita di Emma precipita nel fango, che la trascina, inesorabile. Il dolore e il tormento per lei sono senza fine. Tutti si conoscono e la conoscono, ma non sanno come aiutarla. Le domande alle quali nessuno sa rispondere, la gettano nell’angoscia. Il fiume Ouse restituisce la giacca del piccolo Aiden. La polizia indaga. La sua scomparsa si trasforma in un caso mediatico. Chiunque conosce il viso di Aiden. Il dolore si stratifica e inizia a sedimentare, ma del bambino nessuna traccia. La rassegnazione e la sconfitta definitiva equivalgono per Emma ad ammettere che suo figlio è morto.
In dieci anni la vita di Emma è cambiata radicalmente. Rob, il padre naturale di Aiden, se n’è andato. Emma si è risposata con Jake e aspetta una bambina. Una telefonata sconvolge il suo precario equilibrio: Aiden è stato ritrovato, è vivo. Ha sedici anni ora, sembra sotto shock, non parla e non vuole essere toccato. Le emozioni provate da Emma sono tante e lottano fra loro: felicità, timore, perplessità, inquietudine, frustrazione, gioia, senso di colpa e paura, tanta paura.
Nessuno sa dove sia stato, chi lo abbia preso. Emma vorrebbe solo tenerlo stretto a sé, ma non può. In più deve confrontarsi con l’ex compagno e il marito. Inizia per lei un periodo di riadattamento e di forte stress, influenzato dalla vicinanza alla data del parto. È stata una buona madre per lui? Era solo una ragazzina quando è rimasta incinta. Forse poteva impedire che Rob la lasciasse. Forse non è in grado di affrontare tutto un’altra volta …
Riaffiorano i problemi di famiglia, le maldicenze dei media. Giornali e tv scandagliano la sua vita privata e circondano la sua casa. Emergono sospetti e bugie. Emma ha paura per sé e Aiden. È suo figlio, sangue del suo sangue, ma non riesce a comunicare
con lui. Le sembra di impazzire. La polizia riapre il caso di scomparsa. Emma osserva il suo bambino cresciuto, la sua espressione neutra, le braccia inerti lungo i fianchi. Perché, perché sta succedendo tutto questo a lei? Perché non riesce a ricordare cos’é accaduto nel giorno della scomparsa? Perché è così arrabbiata? Cosa le sta sfuggendo?
Il bambino silenzioso. Un thriller volta pagina, empatico e terribile al tempo stesso. Una storia di volti celati da maschere e di ossessioni malate. Una corsa verso la libertà, tra realtà e cattiveria gratuita. Un dramma per chi non vuole ricordare, ma è costretto a farlo. Una gara al più forte, volta a nascondere debolezze schifose. Un’indagine che mette tutti contro tutti, e costringe a schiantarsi contro la paura di se stessi. Una madre, Emma, sensibile e coraggiosa; disposta a tutto pur di salvare il proprio figlio. Aiden, un ragazzino unico e caparbio, una mano tesa nel buio a cercare la luce.
Assolutamente consigliato. Buona lettura.

Sarah A. Denzil vive nello Yorkshire, dove si gode la campagna e il tempo imprevedibile. Sotto pseudonimo pubblica libri per ragazzi, ma ha una vera passione per i thriller e le storie di suspense. Il bambino silenzioso ha scalato le classifiche di vendita negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonella e Federica dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Tutti i racconti e i romanzi fantastici e dell’orrore di Arthur Conan Doyle (Newton Compton 2018) a cura di Elena Romanello

6 marzo 2018
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Tutti conoscono il personaggio di Sherlock Holmes, uno dei più iconici della letteratura di sempre, con l’inseparabile Watson, che ha il record della figura letteraria portata più volte al cinema, ancora popolarissimo oggi grazie a telefilm iconici come Sherlock che ha attualizzato oggi le sue avventure.
Arthur Conan Doyle non ha scritto solo le avventure di Sherlock Holmes e si è cimentato in altri generi, tra cui le storie di genere fantastico e dell’orrore, raccolte in questo volumone Newton Compton, che presentò già anni fa in un’altra veste editoriale e che merita di essere scoperto o riscoperto dagli amanti sia della letteratura di epoca vittoriana sia della narrativa di genere fantastico, nata nella sua concezione moderna proprio in quel periodo.
Anche i romanzi di genere fantastico di Arthur Conan Doyle erano incentrati su un personaggio fisso, il professor Challenger, un uomo burbero ma simpatico, una sorta di detective dell’incubo ante litteram, impegnato in rocambolesche peregrinazioni tra fenomeni paranormali, fantasmi, occulto e stranezze varie: non va dimenticato che in quel periodo c’era molto interesse per spiritismo, misteri e dintorni, un interesse che fu ripreso anche dalla letteratura, con storie che spesso cercavano di trovare una spiegazione razionale, come capita anche in alcune avventure di Sherlock Holmes.
Arthur Conan Doyle era appassionato di occulto e si mise alla prova con il genere horror e la fantascienza, tanto che è considerato oggi un precursore del genere e uno degli ispiratori di quello che oggi chiamiamo steampunk.
Il libro raccoglie tutti i racconti fantastici dell’orrore di Conan Doyle, che parlano di vampiri, viaggi nel passato, incubi provenienti dall’antichità, magie, spiritismo, ipnosi, scambi di personalità e i romanzi Il mondo perduto, La fine del mondo, La macchina disintegratrice, Una scoperta meravigliosa, Nel paese delle nebbie, Quando la terra urlò e L’abisso di Atlantide. Tutte storie interessanti e da scoprire, che hanno in qualche modo ispirato anche l’immaginario successivo, basti pensare che Il mondo perduto contiene un’idea molto simile a quella di Jurassic Park e seguiti.

Arthur Conan Doyle nacque a Edimburgo nel 1859. Benché il suo nome rimanga indissolubilmente legato a quello di Sherlock Holmes, lo scrittore ebbe anche altri interessi, tra cui la storia, il giornalismo e soprattutto lo spiritismo. Nel 1903 venne insignito del titolo di baronetto. Morì nel 1930.

Fonte: acquisto personale.

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