“Il confine dell’oblio” di Segej Lebedev, edito da Keller, è un romanzo ammantato da un senso di claustrofobia e dal costante bisogno da parte del protagonista di mettere assieme i pezzi di vita altrui per dare una senso anche alla propria. Sì perché lo scrittore russo mette in forma un romanzo nel quale l’intento principale è quello di salvare la Storia e i fatti (compresi quelli dolorosi) che l’hanno caratterizzata, proprio per evitare che essa finisca nel dimenticatoio: nell’oblio.
Al centro delle trama c’è un rapporto indissolubile, più potente dei legami di sangue, tra il protagonista e l’anziano vicino di casa soprannominato Nonno due. L’uomo è solo, cieco e di lui non si sa nulla, né da dove venga, né cosa abbia fatto nel suo passato. Un individuo misterioso attorno al quale ci sono tante dicerie dalle quali il piccolo protagonista non si lascia influenzare. Il ragazzino si affeziona molto all’anziano e l’empatia tra i due è reciproca, a tal punto che nei primi anni Novanta (siamo nel 1991) Nonno due sacrificherà la sua vita per salvare quella del suo piccolo amico. Il bambino, diventato adulto, inizierà una vera e propria indagine, che non solo lo porterà a viaggiare in lungo e in largo per la terra russa. La sua ricerca gli permetterà di dare sempre più forma al passato di quel vecchio cieco e burbero da lui chiamato Nonno due. Il viaggio compiuto dal protagonista di Lebedev è rivolto sempre più verso il Nord della Russia (Siberia) e addentrandosi nelle pagine si ha come la sensazione di compiere una vera e propria discesa agli inferi in un mondo dove, ad un certo punto, non si riesce più a comprendere chi sia davvero la vittima e chi il carnefice. Il protagonista troverà lettere, incontrerà persone e scoprirà indizi che gli permetteranno di mettere assieme la vera identità di Nonno due. Dati che lo faranno soffrire e riflettere. Nonno due infatti fu per parecchio tempo il capo di un gulag, ebbe una sua famiglia, ma le avversità del Destino e della vita giocarono contro di lui. A fare da sfondo all’indagine c’è il paesaggio siberiano fatto di miniere in disuso, di crepacci naturali pieni di memoria, di caserme un tempo piene di uomini. Luoghi vuoti nel presente, afflitti da un senso di opprimente desolazione sotto la quale ribollono le indicibili violenze che caratterizzarono la vita degli internati e quella dell’anziano. Nel compiere la sua ricostruzione il protagonista del romanzo di Segej Lebedev mette in evidenza la magnifica bellezza delle terre russe, modificate e ferite in modo irreparabile dall’uomo. Allo stesso tempo, la violenza sull’ambiente rispecchia quella che gli esseri umani hanno compiuto verso altri loro simili, con il conseguente annientamento di ogni aspirazione alla libertà del vivere, agire e pensare. “Il confine dell’oblio” di Lebedev è un libro che vuole fare memoria del passato russo, di quell’epoca storica del Novecento dolorosa, già narrata da autori come Aleksandr Solženicyn o Varlam Šalamov. Il tutto per mantenere vivo nel presente il ricordo delle centinaia di migliaia di uomini e donne finiti nei gulag. Traduzione dal russo Rosa Mauro.
Sergej Lebedev è nato a Mosca nel 1981 e ha lavorato per sette anni in spedizioni geologiche nella Russia settentrionale e in Asia centrale. Lebedev è un poeta, saggista e giornalista. Oggi è una delle voci più importanti della nuova letteratura russa.
Source: grazie all’uffcio stampa e allo staff di Keller editore.
alzic, capo della polizia locale diviso tra i grattacapi con l’amministrazione locale e il lavoro sulla strada e avrete “Il mistero dell’orto di Rocksburg” dello scrittore americano K. C. Constantine, edito da Carbonio editore (Collana Cielo Stellato). Jimmy, ex minatore senza lavoro, passa molto tempo nel suo orto a coltivare pomodori rigogliosi, poi però scompare e questo getta nel panico la moglie che chiama la polizia. Jimmy sparisce una volta, due e poi torna, alla fine scompare in modo definitivo lasciando -ancora una volta- la consorte nella disperazione. Balzic, un uomo dalle origini italo serbe, indaga su quella che si è trasformata in una vera e propria scomparsa. Gli indizi porteranno ad un risoluzione che lascerà il capo della polizia, e anche il lettore, un po’ di stucco, perché non ci si aspetta come l’animo umano possa arrivare a compiere certi gesti. “Il mistero dell’orto di Rocksburg” non è solo una – la prima- delle indagini svolte da Balzic, il libro è un vero e proprio sguardo sulla società americana della zona nota con il nome di Rust Belt (cintura della ruggine), ossia quell’area che si estende per tutto il Nord Est statunitense, dai monti Appalachi fino ai Grandi Laghi, dove Rocksburg si trova. Una zona che nella seconda metà del ‘900 è stata investita da una profonda crisi del settore siderurgico e la crisi, non a caso, la si percepisce nel testo di Constantine. Jimmy Romanelli non lavora più come minatore, fa altro, lecito e non, per racimolare soldi. Lui e molti altri cittadini sono figli, nipoti di immigrati (nella trama ci si imbatte in diversi cognomi italiani e tipicamente europei) che arrivarono in America in cerca di fortuna e di un benessere che, nel mondo dello scrittore americano è già scomparso per lasciare spazio a industrie chiuse e fattorie sul lastrico. L’autore utilizza il filone del mistery e del giallo per mostrare ai lettori l’immagine reale della provincia americana segnata e ferita dalla crisi economica. Leggendo il lavoro Constantine – del quale si è scoperta la vera identità solo nel 2011 – ci si accorge che i personaggi per la miseria economica e umana che li caratterizzano richiamano alla memoria i protagonisti dei libri di Steinbeck, di Caldwell e di Faulkner. Sono esseri viventi duramente provati dal corso della vita. Basta vedere lo stesso Mario Balzic, uomo di legge, che non disegna l’alcol e non rifiuta modi e linguaggio bruschi pur di ottenere informazioni utili alle indagini. Jimmy Romanelli e lo suocero non sono di certo l’esempio del marito affettuoso e del padre premuroso, anzi l’essere maneschi con chi sta loro attorno è cosa del tutto normale e lo sa la povera Mary Frances Romanelli. “Il mistero dell’orto di Rocksburg” è il primo di diciassette romanzi con protagonista le inchieste dell’ispettore Mario Balzic, pubblicate da Constantine tra il 1972 e il 2002 e con Carbonio editore ora potremo conoscere il mondo letterario dello scrittore americano e le dinamiche psicologiche di tutti i suoi personaggi. Traduzione Nicola Manuppelli.
Questo insetto è diventato il protagonista di “La rivoluzione delle api. Come salvare l’alimentazione e l’agricoltura nel mondo”, scritto da Monica Pelliccia e Adelina Zarlenga, edito da Nutrimenti 2018, con prefazione di Vandana Shiva. Il libro è un interessante saggio in pellegrinaggio nei diversi luoghi del pianeta per mettere in evidenza l’importanza delle api per l’agricoltura e sottolineare i pericoli in cui esse incorrono a causa dell’utilizzo sproporzionato ed esasperato di pesticidi che, purtroppo, spesso decimano questi poveri insetti. Quando sentiamo parlare di api pensiamo subito al loro dolce miele, in realtà come indicato all’inizio di questo scritto e nel libro, gli insetti giallo e neri sono davvero importanti per la produzione di molta della frutta e verdura che permette a noi umani di sopravvivere. Le api sono le dirette protagoniste del processo di impollinazione e il loro essere bottinatrici (ossia raccogliere acqua, polline, propoli) è proprio ciò che garantisce la sopravvivenza e il ciclo vitale delle piante. Purtroppo questi insetti sono in pericolo, perché oltre ai pesticidi (in particolare i neonicotinoidi), ad eliminare le api ci sono i cambiamenti climatici. Sono degli insetti in perenne pericolo, ma il libro della Pelliccia e della Zarlenga racconta anche le storie umane di coloro che stanno lavorando e lottando per salvare le api. Questo sta avvenendo in contemporanea e in diverse parti del globo. Tra le pagine del libro emerge una profonda speranza proprio perché ci sono apicoltori, studiosi del mondo naturale, agricoltori, enti, istituzioni pubbliche e pure ex cacciatori di miele che si sono rimboccati le maniche per sostenere i piccoli insetti e mantenerli in vita, favorendone la riproduzione. Ci si imbatte così nell’apicoltore di Castel San Pietro in provincia di Bologna che alleva le sue api per i girasoli che daranno l’olio di girasole. La contadina indiana che cresce api per favorire lo sviluppo del frutto del mango; le angurie dell’Honduras (a Nacaome) nate dall’amore per l’agricoltura di sussistenza di padre e figlia; le mele di Malles, in Val Venosta, coltivate senza pesticidi o il pregiato e salutare cardamomo del Sikkim (Stato a Nord est dell’India). “La rivoluzione delle api. Come salvare l’alimentazione e l’agricoltura nel mondo” è una vera e propria inchiesta che le due autrici hanno compiuto girando in lungo e in largo il mondo, evidenziando come in un globo sempre più ferito dai cambiamenti climatici e dai pesticidi, un piccolo e pacifico esercito di allevatori, stanno cercando di salvare e tutelare gli insetti volanti per permettere a tutti gli umani – noi compresi- di poter sopravvivere. Il libro è nato grazie al progetto Hunger for Bees, che ha permesso a Monica Pelliccia e Adelina Zarlenga, con la fotografa Daniela Frechero, di vincere il Premio internazionale di Giornalismo ‘Innovation in development reporting’, gestito dal Centro europeo di Giornalismo.
Per lei non sembrano esserci speranze di trovare qualcuno che la voglia. Poi, un giorno, un fortunato gesto del destino la porterà ad Avonlea, un piccolo paesino dove vivono Marilla e Matthew Cuthbert. I due anziani fratelli si aspettavano un ragazzo e quando vedono Anna rimangono un po’ perplessi, tanto è vero che Marilla vorrebbe rispedire Anna nel luogo da dove è arrivata. La piccola, protagonista del romanzo “Anna dai capelli rossi”, edito da Gallucci, racconta la sua drammatica storia e i due anziani la accolgono tra le mura della loro fattoria Green Gable. Anna hai i capelli rossi, tante lentiggini e un passato fatto di dolore e sofferenza al quale reagisce con la fantasia e l’immaginazione. Un agire non sempre compreso dalle persone che le stanno attorno, soprattutto da Marilla, una donna molto pragmatica e concreta. La storia di Anna è un romanzo di formazione creato dall’autrice nel 1908 per ogni tipo di lettore ma, nel corso del tempo esso si è trasformato in un classico della letteratura per l’infanzia. Anna è una bambina che ha avuto, a soli 11 anni, un passato di dolore, sofferenza (i genitori sono morti quando lei era molto piccola), di mancanza di affetto e per lei i due fratelli Cuthbert sono una nuova famiglia nella quale trovare un po’ di tranquillità. Certo per la protagonista non sarà facile conquistare i due anziani e i nuovi compagni di scuola (Gilbert compreso), però un poco alla volta, passo dopo passo, Anna riuscirà a sistemare le cose e a farsi comprendere da tutti. “Anna dai capelli rossi” della canadese Lucy Maud Montgomery, tradotto da Angela Ricci, è una storia di ricerca di amicizia, di amore e di speranza, dove la protagonista sarà sì sottoposta ad un serie di prove, ma la sua tenacia, la voglia di mettersi in gioco e di imparare le permetteranno di riuscire a trovare il suo posto nel mondo. Oltre alla famosa serie animata trasmessa in tv dagli anni ’80 (vista una marea di volte), Netflix ha distribuito in tutto il mondo una fiction di recente produzione con protagonista “Anna dai capelli rossi”.

Approderà in libreria da Mecoledì 13 giugno The Passenger, il nuovo progetto editoriale messo in campo dalla casa editrice Iperborea.Il tutto è una raccolta di reportage letterari e saggi narrativi che si impegnano a narrare la vita contemporanea di un paese e dei suoi abitanti. Tra le pagine si troveranno tante storie diverse e voci per conoscere, comprendere, approfondire e, perché no, lasciarsi ispirare dalle realtà che verranno indagate. La rivista sarà ancora più coinvolgente grazie alla presenza di rubriche, box esplicativi, cartine, infografiche, illustrazioni originali e «consigli d’autore». E non è tutto, perché ogni numero accoglie un progetto fotografico originale curato da un fotografo internazionale andato nel paese protagonista della rivista per documentare le storie più significative. Il primo volume avrà per protagonista l’Islanda. In esso ci saranno testi di Hallgrímur Helgason sbalordito da strani individui, o meglio alieni, vestiti da trekking che hanno invaso la sua città; il premio Nobel Halldór Laxness allarmato, già nel 1970, dalla devastazione delle più remote valli del paese per lo sfruttamento delle risorse naturali; Jón Kalman Stefánsson che consiglia cosa leggere, guardare e ascoltare; Silvia Cosimini si concentra sul pericolo di estinzione di una lingua millenaria; il critico e musicista Atli Bollason analizza come i suoi colleghi abbiano cavalcato la moda del «borealismo», e molto altro. Turismo, politica, tradizione, religione, commercio (si analizza il rapporto sempre più stretto con la Cina), musica (c’è la storia di un sindaco con un passato da punk e di cosa ha fatto per scacciare la crisi), ambiente, energia, cultura e tanto altro, permetteranno ai lettori di scoprire altri aspetti insoliti dell’Islanda oltre a quelli già noti. Dopo la lettura di The Passenger-Islanda, ci si accorgerà che l’Islanda, nota ai più come la terra dei vichinghi e delle saghe, della natura incontaminata, delle canzoni di Björk, degli elfi, delle piscine geotermiche e delle foto dei ghiacciai sulle bacheche degli amici in vacanza, è un piccolo mondo composto da una miriade di sfaccettature.
In La straordinaria storia di Francesca Sanna Sulis. Donna di Sardegna, Ada Lai veste i panni di questa donna imprenditrice e stilista vissuta in Sardegna tra il 1716 e il 1810. La narrazione del libro, edito da Palabanda, prende il via da Muravera, dove la Sulis nacque, per seguire tutto il suo cammino esistenziale. La trama e è molto interessante, poiché non solo ci racconta la storia di una donna intraprendente, che si pose come una delle prime imprenditrici in un mondo dominato principalmente da uomini. Il romanzo di Ada Lai mette per iscritto la storia di una di donna, tramandatasi nei secoli grazie ai racconti orali delle donne di Muravera e a quelle di Quartucciu, dove la Sulis diede vita alla sua attività imprenditoriale. La Sulis fu fortunata nella sua vita, perché trovò un marito che non solo la amò sempre, ma che la sostenne in ogni sua iniziativa e attività. Il consorte in questione era personalità molto nota per la Sardegna di quel periodo, era il giureconsulto Pietro Sanna Lecca che diede vita agli “Editti e Pregoni”, voluti dal Re Carlo Emanuele III. Questi testi raccoglievano tutte le leggi e le Ordinanze emanate per l’isola di Sardegna tra il 1720 e il 1774. Appena sposata la coppia si trasferì a Cagliari (1735), dove la Sulis diede vita ad una fervente attività imprenditoriale che si diffuse in diversi ambiti, da quello culturale e sociale, fino a quello agricolo, tessile e della moda. Infatti Francesca Sanna Sulis introdusse la produzione e lavorazione di seta, lino e lana, permettendo alle donne sarde di emanciparsi cominciando a lavorare in questo settore. La seta prodotta nei laboratori di Quartucciu, come testimoniano i ricordi e le cronache dell’epoca, era tra le migliori al mondo, perché Francesca Sanna e le sue lavoratrici agivano con passione e dedizione per ottenere prodotti di qualità. E non si limitò a questo, infatti la Sulis diede il via al lavoro domiciliare e avviò delle vere e proprio scuole di formazione professionale per insegnare come si faceva la filatura. Accanto alla formazione lavorativa degli adulti, l’imprenditrice, per la quale l’istruzione era valore fondamentale per ogni essere umano, fece aprire anche le scuole basse, ossia istituti dove i figli della popolazione più povera potevano imparare a leggere e scrivere. La Sulis ebbe tre figli, ma nessuno seguì la sua strada nell’imprenditoria della moda. Due presero i voti religiosi e uno divenne avvocato e commercialista. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1810, quella ventata di progresso e innovazione del ruolo femminile che la Sulis aveva cominciato a radicare nella società sarda subì, purtroppo, una forte battuta d’arresto e, in generale, la donna della Sardegna perse quello slancio di cambiamento che era cominciato con l’imprenditrice di Muravera. Certo è che La straordinaria storia di Francesca Sanna Sulis. Donna di Sardegna di Ada Lai è un’importante testimonianza di una figura femminile che con grande intraprendenza e intelligenza si impose come uno dei primi esempi di imprenditoria, collaborazione e tentativo di emancipazione dell’universo femminile capaci di essere, allo stesso tempo, casalingo e imprenditoriale.
Appena si comincia la lettura di Acqua alta nei caruggi di Giuseppe Chiara sembra di essere capitati in un fumetto. Peccato però che Pippo e Topolino, in realtà, sono nel mezzo di un colpo all’ufficio postale. La rapina sembra perfetta, ma una cassiera si sente male, le casse postali hanno solo spiccioli e il tentativo di aprire la cassaforte è un pasticcio. Così disastroso che il terzo compagno, quello che fa il palo e che li attende in macchina- tal Olmo Vivera- è lì lì pronto per svignarsela, quando i due saltano in macchina e lo incitano alla fuga. Olmo è un fenomeno alla guida, almeno crede, ma il traffico dell’ora di punta, il furto del loro furgone e la polizia alle calcagna, più un pizzico di volontà furbetta del destino scatenano lo sfacelo. Olmo corre con l’auto, ma nel tentativo di schivare una ragazza, il mezzo sbanda, esce fuori strada e ci sono tre morti. Anni dopo, Olmo esce di prigione, ha scontato la sua pena per il reato compiuto ed è deciso a cambiare vita, deve solo imparare a convivere con lo spettro della ragazza della bicicletta, lei lo tormenta parecchio, anzi gli parla proprio. Olmo prova a stare lontano dai guai, però alla fine ci ricasca e si mette a lavorare per Giorgione, un malvivente locale per il quale il protagonista trasporta borse dall’originale contenuto. Tutto fila liscio fino a quando Vivera ha un nuovo incidente sull’autostrada Milano-Genova. La ragazza in bicicletta non c’è, l’auto slitta comunque, esce fuori strada e il borsone trasportato scompare e Vivera, uscito (o meglio fuggito) dall’ospedale, dovrà ritrovarlo. Motivo? Non solo Giorgione lo minaccia e gli sta addosso e vuole quel benedetto borsone. In parallelo al delinquente ci stanno pure le forze dell’ordine, in particolare l’Ispettore Podenzana, che gli fanno pressione per ritrovare quella borsa. Ad aiutare Olmo nell’impresa ci saranno Mara, ex compagna, ora amica, cantante di jazz e Carlo, ex compagno di furti, zoppo. Giuseppe Chiara, torna a pubblicare con Todaro dopo l’esordio con L’apprendista becchino, e questa volta il protagonista è un uomo di mezza età in una narrazione che ha tutte le carte in regola per essere un thriller. Lo squattrinato rapinatore seriale protagonista è uno che perde il pelo, ma non il vizio. Olmo prova a smettere di guadagnarsi da vivere con traffici loschi, ma non ce la fa e torna sui suoi passi –deviati- ma suoi. Si trova a fare le cose di sempre, con la solita – concedetemelo- sfiga costante che gli crea intoppi su intoppi, impedendogli di portare a termine le sue imprese. Anzi, Vivera il ladro pasticcione si caccia nei guai, peggio di un bambino che ruba la marmellata. Tanto è vero che ad un certo punto ci si domanda se è Olmo a cercare i gli intoppi o se sono gli intoppi a rincorrerlo e ad acciuffarlo. Un po’ e un po’ mi verrebbe da dire, visto che il simpatico e imbranato Olmo Vivera è lì, sempre sul filo del rasoio e della legalità nel suo dire e nel suo fare. In Acqua alta nei caruggi, Giuseppe Chiara crea un storia dinamica, dell’alta suspense presente in ogni momento della narrazione, dove l’acqua (quella della pioggia e del mare) invade ogni caruggio di Genova e ogni pagina della storia, lasciando appiccicato addosso un senso di umidità costante.
La storia di Elia racchiude in sé timidezza, amore per una vita sana, bisogno di amicizia e anche un pizzico di timore che, pian piano, il piccolo protagonista riuscirà a superare. Elia infatti è un bambino che ama molto camminare, spesso però lo fa da solo, perché è timido e ha vergogna di chiedere a qualcuno di andare con lui. Teme di essere respinto e non capito nel suo bisogno di fare lunghe, lunghissime passeggiate. Elia allora domanda ai suoi genitori di prendergli un animaletto che lo accompagni nelle sue camminate e così il piccolo si trova con un piccolo porcellino d’India. L’animaletto si stanca presto viste le sue corte zampette e allora arriva un gatto che si carica sul dorso il porcellino. Animali su animali si aggiungo a fare compagnia al protagonista, fino a che Elia si trova a camminare con al guinzaglio un elefante, con sopra un asino, con sopra un bue, con sopra un cane, con sopra un gatto e su, in cima alla piramide, eccolo là il porcellino d’India. Una situazione un pochetto difficile da gestire per il piccolo podista che troverà una soluzione per tutti gli animali, in modo tale da non avere uno zoo al seguito durante le sue passeggiate, ma un’altra piacevole compagnia. Il libro di Guia Risari è un testo per bambine che evidenzia, attraverso il piccolo protagonista, l’amore per lo sport, perché Elia macina chilometri su chilometri camminando, e camminare non è solo uno spostamento attraverso un luogo, ma è anche un modo per osservare e scoprire al meglio la realtà che lo circonda. Da Elia il camminatore emerge anche un profondo amore e rispetto per gli animali, ai quali Elia darà la giusta casa. Elia però è un bambino timido, e il suo andare a zonzo a piedi lo aiuterà a superare questo suo aspetto del carattere e a trovare il coraggio di chiedere a chi gli sta vicino (una ragazzina) di camminare con lui. La storia del piccole Elia è un avventuroso cammino di educazione alla vita sana e al rispetto per il prossimo simile e diverso dal proprio io. Elia il camminatore Guia Risari è da leggere in compagnia, magari proprio passeggiando. A dar forma visiva alla bella storia di coraggio e amicizia scritta da Guia Risari ci sono le illustrazione di Giulia Rossi. Età di lettura: da 6 anni.
























