Archive for Maggio 2018

:: La stella in cima all’albero di Daniela Distefano

31 Maggio 2018

kiss

Lasciarsi è un evento sempre traumatico, anche se a volte liberatorio. Troncare una relazione a Natale è il dono più dolente sotto l’albero. Claudio mi ha lasciata il venticinque dicembre di due anni fa, e da allora ho preso a festeggiare questa ricorrenza con il dolore negli occhi.
Le ho provate tutte, ma nessuna frase, parola, consiglio, avvertimento, sono bastati per farmi superare questo choc.
Perché io credevo in questo rapporto, anche quando è finito per insufficiente desiderio, sopravvenute circostanze abitudinarie, difficoltà di interazione sentimentale, e perché lo stronzo nel frattempo mi alternava con una ballerina di danza classica conosciuta ad un concerto dei Pearl Jam.
Ecco la tradita che ha sempre perdonato, mi presento.
Ho ventinove anni, sono laureata in Scienze della Comunicazione, ma in genere parlo poco e mi faccio capire ancora meno.
Ho fatto mille lavori, mille colloqui, mille tentativi per entrare in un mondo del lavoro sempre più rarefatto, e sono alla ricerca di un posto al sole che non voglia dire una vita davanti ad un telefono del call center.
Ma – come molti – ci sono finita dentro anch’io. Non so come e perché. Questa occupazione assai poco redditizia mi ha fatto bypassare le giornate di vuoto dopo che io ed il mio fidanzato Claudio ci siamo detti addio per incompatibilità strutturale e cerebrale. Ma di lui ho già detto quasi tutto quel che c’era da dire.
Del mio lavoro nel call center posso solo aggiungere che non mi pesa troppo, però le mie aspirazioni erano ben altre.
Sognavo di scrivere, di viaggiare, di frequentare il mondo della Cultura, quella che in Italia è riuscita a sopravvivere alla Crisi.
Per un po’, ho relegato il mio sogno nel cassetto delle cose futili, non era proprio il caso di accumulare delusioni.
Eppure non ho abbandonato le mie passioni, i miei libri, la sete di conoscenza che stringe come una tenaglia le parti immacolate della mia anima.
Così, quando torno a casa dopo otto ore di stress e di allucinazioni, è bello buttarsi dentro una pesante coperta e inforcare gli occhiali per iniziare un viaggio meraviglioso alla scoperta di un romanzo, un saggio, una raccolta di poesie.
La musica e i libri riescono a sollevarmi da terra e a trasportarmi verso una meta che potevo raggiungere fino a poco tempo fa solo sognando.
Non sono il tipo da fondare blog letterari, ma è bello navigare nell’oceano dei siti dedicati ai libri.
E’ lì che ho conosciuto Silvano, blogger, critico letterario, gestore di un negozio di informatica.
Una vera fortuna perché parlando delle molte passioni letterarie in comune (entrambi adoriamo la letteratura russa e quella inglese), abbiamo deciso di avviare una piccola attività editoriale.
Pubblicare per esempio i libri di esordienti che più ci intrigano,
creare un sito per promuovere il nostro selezionato catalogo, insomma tirare fuori dal cassetto i nostri sogni perché il tempo passa e mai è momento migliore di adesso.
Mi accorgo che la mia vita si è colorata di blu, di giallo, di verde, ed è pienissima. Appena stacco il turno nel call center, comincio quello di editor, mentre è Silvano ad occuparsi della grafica e della strategia logistica della nostra casetta editoriale.
Faccio quello che ho sempre desiderato fare, anche se per il momento a nostre spese. Silvano è preciso, un vero socio d’affari e interagiamo ogni giorno per collaudare i nostri progetti, far fermentare le idee, promuovere la nostra presenza tra le realtà culturali più visibili e blasonate.
E poi con lui è tutto più facile, è un esperto di computer, di congegni elettronici, ha un fiuto da segugio nell’individuare il potenziale di uno scrittore, mi reputo fortunata.
Non ho un uomo ancora al mio fianco, però sento che Claudio è uscito dal portone del mio cuore senza troppi fracassi.
Il Natale però è sempre triste, e non c’è altro aggettivo che riesca a connotarlo diversamente.
Ho molte amiche, ho la mia famiglia, ho Silvano, e ho due lavori.
Ma continuo a sentirmi una perdente, perché certe volte anche se l’alberello ha mille luci che lo illuminano manca della stella in cima che lo sovrasta.
E poi c’è questo ticchettio interno, questa valvola biologica che mi ricorda di non crogiolarmi se voglio essere un giorno anch’io una mamma.
Tutte le mie amiche sono munite di famiglia e pargoli, io mi sento un cigno nero, un fortunato alieno che ha preso una strada diversa, malgrado le intenzioni, i propositi, gli obiettivi.
Ogni tanto faccio un sogno. Mi vedo col pancione, mi guardo allo specchio e sorrido. E’ un flash onirico, però sto male quando mi sveglio e capisco che è tutto immaginario.
Inizio la giornata di malumore, so già come finirà, io sotto le coperte a leggere, poi spengo la luce, infine dormo saporitamente e quando è mattina ricomincio.
Una vita straordinaria penserebbe l’immigrato che vive di stenti e arriva in Europa su una zattera, ma non riesco lo stesso a riderci su.
La mia vita è inutile perché non ho nessuno a cui preparare da mangiare, perché la sera vorrei un abbraccio, e pure al mattino, assieme al caffè.
Non penso più a Claudio, e questa sarebbe già una conquista, ma non esco con un uomo da secoli, mi sento come una vedova che ha chiuso l’armadietto dei sentimenti e vive alla giornata, senza emozioni, senza turbamenti.
L’ho raccontato a Silvano e lui mi ha consigliato di non essere troppo rigorosa con me stessa, sono in molti quelli che perdono affetti strada facendo. E’ la vita, e poi ha fatto una pausa al telefono.
Voleva trovare le parole giuste per non offendermi in qualche modo, sono questioni delicate, e un amico uomo è difficile da ascoltare su questo argomento.
Silvano pigia i tasti giusti, come sempre.
Mi parla della sua esperienza amorosa.
E’ legato ad una donna tedesca da cinque anni, vivono insieme a Milano e sono felici a fasi alterne.
Strano, non lo credevo così loquace in tema di amore e dintorni.
Anche loro pensano spesso ai figli, anche loro hanno attraversato momenti bui, però sopravvivono perché si rispettano profondamente, e l’uno non vuole ferire l’altra.
Silvano, chissà com’è la sua tedesca, e chissà com’è lui.
Lo conosco da molto tempo, ma solo virtualmente. Mi rendo conto che il mio migliore amico, la persona con cui interagisco tutto il giorno, con cui condivido ansie e nevrastenie, è un perfetto sconosciuto.
Non l’ho mai visto, neanche su internet perché non ha postato mai una sua foto, nemmeno su Facebook.
Più volte me lo sono chiesto, ma non ho osato chiederlo a lui.
Avrà le sue ragioni, vuole mantenersi misterioso, o forse è un po’ bruttino e così non si mette in mostra.
Non mi vengono soluzioni, forse non ne ho dopotutto alcuna esigenza.
Mi basta il Silvano che ho, il tuttofare che tramuta le mie preoccupazioni varie ed eventuali in certezza logica, fermo intendimento, lucida interpretazione.
Un giorno ci vedremo così conoscerò anche la sua parte fisica, e la sua compagna tedesca di cui mi parla in continuazione.
Passano i mesi, come istanti, è primavera e quasi Pasqua.
Mi rimpinzo di cioccolata come vuole la tradizione, è un bel periodo per me.
Sono frizzante, sarà questo anticipo di caldo; al Sud noi siamo preparati ad una bella stagione rigogliosa e luminosa che risveglia i sensi in ogni senso, ma io mi sono trasferita da qualche settimana al Nord; vivo da sola in un appartamento a Monza, un vero affare che ho potuto concludere grazie a qualche risparmio e ai giusti investimenti della casa editrice.
No, non è solo il tempo bello che mi avvolge di seta il cuore, è anche la gioia di aver incrociato una persona che mi fa tremare l’anima, finalmente.
Si chiama Roberto, è imprenditore e l’ho conosciuto mentre giravo appartamenti e case a Monza, cioè prima di decidermi per questa che era dimora della sua nonna materna.
Si è mostrato subito affabile, galante, gioviale. Ha quarant’anni. Ed è single. E’ perfetto. Almeno per me.
Insieme abbiamo effettuato tutto il procedimento di trasloco dal Meridione al Settentrione; sfiniti ci tuffavamo nel divano: baci, carezze, abbracci, e tanta stanchezza perché trasferirsi in un’altra città è davvero un’impresa titanica.
Ma con lui al mio fianco sfioro le nuvole. E anche adesso che lui è via per lavoro, nella glaciale Danimarca, il mio cuore freme
pensando che quest’anno forse avrò un bel regalo sotto l’alberello:
un Natale vero, una festa anche mia.
Giro per i negozi con occhi pindarici.
Guardo le vetrine e le lucine colorate, non riesco ancora a crederci, mancano due settimane alla Vigilia e Roberto mi ha promesso di portarmi a Parigi (anche se fa lo gnorri quando gli chiedo di farmi conoscere la sua famiglia con cui ancora abita).
Prima di partire con lui, dovrò fare una piccola trasferta da sola, devo incontrarmi con una scrittrice perché pubblicheremo il suo ultimo libro proprio a ridosso delle festività natalizie.
Siamo in chiusura dell’anno, abbiamo alcune presentazioni da eseguire in centri non proprio vicini.
Silvano è stato categorico: “io presenzio a quasi tutti gli incontri, tu però organizzi la serata con l’autore nel posto più distante”.
Non ho potuto rifiutare questo impegno.
Mi assenterò da Monza per qualche giorno. E poi Silvano in questo periodo è davvero irritabile, anche dopo che ci siamo visti live la scorsa estate. Credo che le cose con la tedesca stiano andando un po’ maluccio. Mi dispiace, io invece vivo nel mondo delle fiabe.
Roberto è la passione, il falò, la congiuntura dei miei anni non ancora maturi ma nemmeno acerbi.
Ed è già arrivato Babbo Natale per me.
Sono radiosa, ho appena ricevuto un dono che non mi aspettavo. Roberto si è presentato stamani con un grosso scatolone.
Dentro c’era Olivia, una bellissima cagnolina che mi farà compagnia la sera quando il mio amoroso sarà in viaggio o non potrà venire a trovarmi.
Una sorpresa incredibile, la mia felicità si espande come uno spread finanziario.
La mia vita adesso è perfetta, anche se vorrei che le persone a me care e vicine fossero felici quanto lo sono io.
Mi riferisco a Silvano.
Non mi chiama più con la solita frequenza, è sempre evasivo, scontroso, e quando ci vediamo per stabilire, fare il punto dei nostri progetti, è impacciato.
Fisicamente, invece, non è stata affatto una delusione.
Anzi, è piuttosto attraente: ha occhi fuggitivi, neri come le sopracciglia, sempre a disagio se accenno alla nostra amicizia virtuale per così lungo tempo.
Forse sono io per lui una delusione, o forse la sua compagna lo fa soffrire, o magari ha semplicemente un carattere che è l’opposto di quel che pensavo.
Intanto i giorni volano, vado in Puglia per la trasferta programmata.
E finalmente rientro dal mio viaggio, l’incontro è stato un successo. La gente accorsa per assistere alla presentazione del romanzo storico era un fiume straripato oltre la sala-conferenze allestita per l’occasione.
Apro la porta di casa, chiamo Olivia già prodigata in una corsa folle per venire incontro alla sua padrona.
La porto a spasso nel giardinetto.
Poi in cucina le preparo la pappa, una bella ciotola di pasta abbondante.
In serata arriva Roberto. Gli racconto del mio riuscito lavoro a Lecce.
Ridiamo, beviamo un buonissimo vino Cannonau, dopo una cena a base di carne non troppo elaborata.
Ci abbracciamo un po’ brilli, poi cambiamo location e ci spalmiamo sul divano, il nostro nido d’amore.
“Amore, mi sei mancato”.
“Ma se sei mancata solo due giorni!”.
“Mi manchi sempre, soprattutto quando non sei qui, nella mia casa, che poi è quella di tua nonna”.
“ Ah, beh, allora possiamo pensare a come colmare questi vuoti, io un’idea ce l’avrei..”
“Ti mordo l’orecchio se non me la dici”.
E’ su questo registro focoso che sprofondiamo l’uno nell’altra.
Mentre gli passo la mano sulla spalla, mi impiglio su qualcosa che mi sembra irreale.
“E questi cosa sono, Roberto?”.
“Eh? Giuro che non ne so niente”.
“Allora saranno gli slip di tua nonna!”.
Lo caccio di casa in due secondi, esce dal portone nell’istante successivo.
Non lo vedrò più, lo so, e cambierò casa, lo so, e sono una dannata sfigata, so anche questo.
Gli ho dato le chiavi di casa per portare a spasso Olivia, quando non c’ero è venuto qui con una donna che si è dimenticata di raccogliere la prova del tradimento, un indumento intimo che ha rivelato quello che avrei dovuto capire da sola, Roberto non è l’uomo della mia vita.
Ancora una volta, mi ero fatta un film delle mie esperienze sentimentali.
“Inguaribile romantica”, canta Vasco Rossi.
Ineluttabile idiota, penso tra me e me.
In lacrime, non so chi chiamare, mi manca il respiro, alla fine
accorre Silvano.
Non è duro con me quando gli racconto tutto di questa pochezza.
Anche lui ha qualcosa da dirmi. Mi parla tenendo gli occhi bassi. Si è lasciato con la tedesca.
La cosa che non riesce a dirmi è il perché. Non lo intuisco, però mi accade una cosa strana.
Dovrei essere agitata invece adesso mi metto a sorridere, poi asciugo l’ultima lacrima.
“Sono un disastro con gli uomini, Silvano”.
“Lo so”.
“Allora perché sei qui con me adesso?”
“Perché l’ho detto che sei Fantozzi anche alla mia compagna e lei mi ha detto:
“Vattene”.
“Perché?” gli ho chiesto.
“Perché tu ami lei”.
Perché io amo te.
E il venticinque dicembre ho avuto un regalo nuovo di zecca da scartare, che sia sempre lo stesso ogni anno della mia vita.

:: Il venditore di bibite, di Achille Maccapani (Fratelli Frilli Editori 2018) a cura di Federica Belleri

31 Maggio 2018

Il venditore di bibitePrima indagine per il Capitano Roberto Martielli e la sua compagna, il Sostituto Procuratore Antimafia Viviana Croce. Origini pugliesi per lui, calabresi per lei. Ed è proprio in Calabria che il Capitano subisce un agguato e viene gravemente ferito. Dopo il coma e le cure necessarie viene trasferito nel Ponente ligure a capo di una task force contro la ‘ndrangheta. Sarà necessario per lui e la sua donna entrare nella vita privata e imprenditoriale di industriali, boss, avvocati influenti e collusi. In ballo le elezioni del Sindaco e del Consiglio comunale di Ventimiglia. Il Capitano Martielli si immergerà in un mondo già piuttosto conosciuto per lui, ma sempre in grado di sorprenderlo per l’abilità e la testardaggine nell’insabbiare e eludere i controlli legali. L’apparenza sarà quella di estrema efficienza e pulizia. Il nocciolo della questione si dimostrerà invece torbido, intricato e difficile. L’estensione di un’organizzazione dalla Calabria alla Lombardia, al Veneto, al Piemonte e all’Emilia. Una rete ben strutturata di mafiosi che decidono il clima quotidiano, le imprese da coinvolgere, il denaro da riciclare e la droga da distribuire. Il tutto per portare avanti una candidatura sospetta e riservare le poltrone alle persone “giuste”.
E via quindi alla consultazione di nomi, date, conversazioni telefoniche e intercettazioni ambientali. Al via i controlli capillari e le perquisizioni a sorpresa.
Il venditore di bibite è la caparbietà di un imprenditore a perseguire i suoi scopi, è il coraggio di andare avanti nonostante tutto. È una storia tenace e complessa che tocca i vertici dell’amministrazione pubblica, dove tutti sono corrotti o corruttibili, dipende dall’occasione.
Tenace, dicevo, la ‘ndrangheta. Ma tenace il Capitano Martielli, ligio al dovere e determinato a portare a termine la missione assegnata.
Noir ricco di particolari relativi all’indagine, dove il territorio si respira e si vive un malessere diffuso fatto di sospetto e insicurezza. L’autore utilizza il tempo presente e la tensione emotiva dei personaggi si tocca con mano.
Aspettiamo la seconda indagine. Intanto, buona lettura.

Fonte: omaggio dell’editore.

Achille Maccapani (Rho, 1964) ha pubblicato saggi di storia locale, manuali di diritto della pubblica amministrazione e i romanzi Taci, e suona la chitarra – Milano rock Ottanta (Fratelli Frilli Editori, 2005 – XXII Premio Città di Cava de’ Tirreni), Delitto all’Aquila nera (Zona, 2007), Confessioni di un evirato cantore (Fratelli Frilli Editori, 2009 – fiorino d’argento del Premio Firenze) e Bacchetta in levare (Marco Valerio, 2010). Dopo la prima apparizione nell’antologia Una finestra sul noir (Fratelli Frilli Editori, 2017), dedicata all’editore Marco Frilli, questa è la prima indagine dell’ufficiale dei carabinieri Roberto Martielli e del magistrato Viviana Croce.

:: Garage Olimpo di Mario Bechis a cura di Giulietta Iannone

31 Maggio 2018

Garage Olimpo

Il cinema di impegno civile e sociale ha mille facce e mille voci, e se anche prosegue con produzioni perlopiù indipendenti (poco distribuite, poco finanziate) a volte trova strade sue proprie e raggiunge una notevole notorietà come è successo per il film Garage Olimpo del regista italocileno Mario Bechis, che racconta in immagini una vicenda parzialmente autobiografica (anche se la storia non rispecchia unicamente sue vicende personali) che è difficile non tocchi nel profondo lo spettatore.
Di cosa parla Garage Olimpo? Il film narra la storia di una ragazza di 19 anni, durante la dittatura militare argentina di Videla (tra il 1976 e il 1983).
Ambientato a Buenos Aires (in un certo senso inevitabile il confronto con altre pellicole, mi viene in mente la più recente che ho visto Chiamatemi Francesco – Il Papa della gente di Daniele Luchetti), il film tratta il tema dei desaparecidos, persone che furono arrestate per motivi politici, e scomparvero nel nulla, moltissimi sepolti in mare, i cui resti probabilmente non saranno mai più ritrovati.
Affrontare un tema simile, specialmente da chi è stato toccato da quei fatti, non deve essere stato una cosa facile. Ma il film emana una grande forza e una certa pacatezza, una sorta di superamento del dolore, che si fa immagine di denuncia, e di condivisione di un’ esperienza che acquista echi universali e ci parla di oppressione, dell’uso sistematico della violenza per ottenere informazioni, o il controllo antidemocratico della popolazione. Ci spiega il lato inumano di una dittatura e ci racconta le storie anche degli “entusiasti” esecutori di questo sistema repressivo che vedeva nelle incarcerazioni arbitrarie, nella tortura, nella soppressione delle persone (avversari politici o no) il suo modus operandi. Metodi ampiamente utilizzati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, e mutuati da varie dittature del Sudamerica, per strane corrispondenze.
Il film ha una grande calma compositiva, nessun eccesso, tutto è controllato, anche le scene più forti non lasciano mai mostrare esagerazioni truculente o splatter.
Mario Bechis visse sempre bendato, i sette giorni in cui fu “ospite” di uno di questi centri di detenzione, per cui ricorda solo i suoni della sua prigionia. Con questo film ha dato a quei suoni le immagini, e questa autenticità di intenti e di memoria, non può che rendere lo spettatore consapevole che ciò che sta guardando non è uno spettacolo di intrattenimento.
Cosa mi ha colpito di più di questo film? La sua scelta di porre al centro della vicenda una storia d’”amore” tra carceriere e prigioniera. Questo “espediente” rende immediato il rapporto difficile e misterioso che lega fatti così drammatici alla memoria. E probabilmente rende il tutto più sopportabile allo spettatore.
E’ un film politico? Certamente, lo è nella misura in cui ci presenta gli oppositori politici di una dittatura (di destra) all’opera (si organizzarono in associazioni di resistenza, preparano bombe, le piazzano nelle case dei militari), insomma fanno opposizione attiva.
Le torture per ottenere informazioni (sui movimenti e le attività di questi oppositori politici) sono mezzi utilizzati senza derive sadiche o sanguinarie, e proprio questo le rende più inumane e aberranti. L’uso scientifico della dose sopportabile di scariche elettriche su un corpo (i torturatori non erano autorizzati a uccidere le vittime, questo avveniva in un secondo tempo con iniezione letale) ha un che di folle e nello stesso tempo sistematico e implacabile.
A che età fare vedere questo film? Difficile dirlo, dipende dalla maturità personale dei ragazzi, ma sicuramente gli studenti liceali possono assistere alla visione se supportati da insegnanti consapevoli e equilibrati. Quello che so è che quando lo vidi per la prima volta ero molto più giovane e mi ricordo fu un’esperienza più angosciante. Da adulta, con il mio bagaglio personale di esperienze, ho valutato altri fattori e ne ho percepito più la sua portata universale e non solo legata ai fatti argentini.
Insomma quando uno stato sospende i diritti civili dei suoi cittadini e impone arbitrariamente l’uso della violenza, che sia motivata o meno, commette un crimine. E le sue conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

:: La dieta della plastica. Tutta la verità sulla plastica che mangiamo e che beviamo! di Pasquale Cioffi

31 Maggio 2018

Plastica3

Tutto ha avuto inizio con l’Età della Pietra, che inizia con la comparsa dell’uomo sulla Terra (circa due milioni e mezzo di anni fa). Poi c’è stata l’Età del Rame (3000-2200 a.C.), quella del Bronzo (2200-1200 a.C.), quella del Ferro (1200-750 a.C.) e così via, fino a giungere all’Età odierna, che io definirei l’Età della Plastica. Essa segue l’Età Contemporanea, che va dal 1815 fino all’invenzione del sacchetto di plastica, il simbolo della nuova epoca, attribuita all’ingegnere svedese Sten Gustaf Thulin, che depositò il brevetto nel 1965 per la compagnia Celloplast. L’epoca in cui viviamo sarà ricordata dai posteri come il periodo storico in cui mangiamo plastica (contaminati vari migrati dagli imballaggi), cuciniamo in tegami di plastica (stampi in silicone, carta da forno, pentole con strato antiaderente), ingrassiamo a causa della plastica (sostanze obesogene della plastica), respiriamo plastica (composti della combustione della plastica come le diossine o componenti volatili della plastica), indossiamo plastica (tessuti sintetici), dormiamo su materassi di plastica, viviamo in comodi edifici fatti di plastica, navighiamo con navi di plastica, voliamo con aerei di plastica, ci muoviamo con macchine di plastica, comunichiamo attraverso la plastica (reti, cavi, computer), vediamo attraverso lenti di plastica, i nostri figli giocano con giocattoli di plastica, facciamo l’amore con la plastica (sexy toys) e parti anatomiche del nostro corpo vengono sostituite da protesi di plastica. Poi ci ammaliamo di malattie incurabili o gravemente invalidanti a causa della plastica, pensiamo al figlio che non abbiamo mai avuto a causa della infertilità causata dagli interferenti endocrini della plastica e infine accudiamo con tutto l’amore possibile il nostro unico figlio con gravi disturbi neurologici per colpa della plastica (interferenti endocrini). Insomma la plastica è un male necessario ma comodo, è come un abito sartoriale fatto su misura ma che piano piano si ristringe e ci stritola in una spirale senza vita. Non mi sorprenderei se presto ci faranno nascere in uteri di plastica! Stiamo assistendo alla plastificazione di tutto. La plastica sta progressivamente sostituendo tutti gli altri materiali in tutti i settori. Come un’entità divina essa ha creato un suo Impero, che uccide tutte le forme di vita, compresa quella umana e domina indiscussa su tutto e su tutti: ha creato dal nulla un suo Continente, il “Pacific Trash Vortex” definito il Sesto Continente1. Si tratta di un’enorme discarica di plastica galleggiante distinta in due isole che si concentrano nei pressi del Giappone ed ad Ovest delle Hawaii, equivalenti a centomila tonnellate di ammasso di plastiche con un’estensione di superficie paragonabile a quella del Canada e che gli elementi del mare stanno polverizzando in nano-particelle, che entrano nella catena alimentare perché se ne nutrono molluschi, delfini, uccelli marini, tartarughe, ed alla fine anche noi umani. Basta mangiare cozze, vongole e ostriche per essere certi di aver ingerito microparticelle e nanoparticelle di plastica, che trasportano il loro carico di veleno fatto di ftalati e bisfenoli. A causa delle loro piccolissime dimensioni esse vengono in parte assorbite dal tratto gastro-intestinale e non si sa ancora se e dove si accumulano e quali danni potrebbero provocare. Nel 2016 su richiesta della Germania, l’EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, ha ammesso che non c’è una normativa che regolamenti la presenza di questi nuovi contaminanti sia nelle bevande che nei cibi ed in attesa di nuovi studi, che possano approfondire gli aspetti tossicologici ed ambientali, si riserva di adottare misure che possano tutelare la salute pubblica. Intanto le microplastiche e le nanoplastiche non aspettano! Esse sono entrare nel ciclo dell’acqua, poiché la loro componente volatile evapora con l’acqua dei mari, dei fiumi e dei laghi e viene trasportata dalle nubi, che condensando, fanno precipitare al suolo sotto forma di pioggia o neve o altro queste minuscole particelle di plastica Le dimensioni così ridotte permette loro di penetrare negli strati più profondi del terreno e di raggiungere le falde acquifere, da cui viene captata l’acqua potabile degli acqudotti pubblici e quella imbottigliata. In uno studio internazionale, che ha coinvolto 259 campioni acqua minerale in bottigliata di 11 differenti brand, proveniente da 14 Paesi, localizzati nei cinque continenti, stati contati 325 particelle di plastica per litro d’acqua.

Oggi la normativa europea tutela il consumatore obbligando il produttore a portare sul mercato alimenti che abbiano contaminanti che rientrino in valori limite considerati tollerabili, ma non tiene conto dell’effetto additivo o sinergico (moltiplicativo) che lo stesso contaminante o contaminati diversi potrebbero avere sullo stesso individuo che, a sua volta, quotidianamente è esposto a molteplici fonti di inquinamento quali aria, acqua e alimenti. Per farvi comprendere meglio che cos’è l’effetto additivo di un contaminante, vi riporto l’esempio delle potenziali fonti di una classe oramai ubiquitaria come i perfluorocarburi (PFOS, PFOA). I perfluorocarburi sono:

–        rilasciati dalle pentole antiaderenti in pietra, magari perché durante la frittura di pesce abbiamo usato con troppa veemenza un mestolo di acciaio, che ha raschiato il fondo;

–        presenti nel pesce stesso, che è una delle principali fonti di esposizione per l’uomo per questo contaminante;

–        inalati nelle nostre case blindate a prova di ladro come polveri sottili, dove si accumulano intrappolate da porte e finestre performanti a prova di spifferi;

–       assorbiti per via trans-dermica, quando la nostra pelle entra in contatto diretto con le fodere del nostro divano, o del sedile dell’auto, oppure indossando scarpe o indumenti tecnici sportivi ad alta prestazione tutti trattati con perfluorocarburi impermeabilizzanti. In definitiva le varie frazioni di perfluocarburi singolarmente risultano al di sotto dei limiti di legge ma sommate potrebbero superarlo e quindi rappresentare un grave rischio per la salute pubblica. Questo aspetto lo ritengo un fattore chiave per comprendere come oggi la nostra salute sia messa in pericolo nonostante cerchiamo di condurre una vita sana, dedita allo sport e alle sane abitudini alimentari. Inoltre la normativa europea non tiene conto che noi siamo degli esseri viventi, non oggetti inanimati, per cui non può valere la regola del valore soglia per kg, litro o superficie di esposizione. Noi ci muoviamo, interagiamo con l’ambiente circostante ogni secondo, ne siamo parte integrante, siamo in un continuo ed inevitabile inter-scambio gassoso, materiale, spirituale con esso. E’ doveroso rimodulare le nostre abitudini alimentari ed il nostro stile di vita per ridurre e addirittura azzerare alcune importanti fonti di inquinamento e fattori di rischio. Un’immagine, che sa descrivere in maniera efficace la gravità di ogni fonte di esposizione/contaminazione è quella della “goccia che fa traboccare il vaso”. Sicuramente non possiamo evitare di respirare l’aria inquinata della nostra città, a meno che non ci trasferiamo tra i ghiacciai del Polo Nord, ma possiamo scegliere di non usare le pentole antiaderenti in perfluorato proprio per non rischiare di beccarci quella famosa goccia, che farà traboccare irrimediabilmente il nostro “vaso-salute”. Quindi ogni goccia è importante tanto quanto il vaso stesso, cioè da ogni fonte di esposizione può dipendere il nostro stato di salute. Un discorso a parte andrebbe fatto per quanto riguarda la presenza simultanea di più contaminanti, che separatamente potrebbero essere nei limiti di legge ma che insieme potrebbero generare un cosiddetto “sinergismo d’azione negativo” ossia moltiplicare la loro tossicità. Quest’area è ancora del tutto inesplorata sia dalla Scienza sia di conseguenza dal punto di vista normativo, a causa delle innumerevoli variabili in gioco e della complessità dei modelli di studio da adottare per simulare almeno le interazioni più frequenti e pericolose per la salute umana. Per un qualsiasi professionista della salute, le interazioni negative tra sostanze sono un fenomeno reale, scontato, certo. Nel mondo della farmaceutica le interazioni farmacologiche pericolose conosciute, farmaco-farmaco o farmaco-alimento, che potrebbero creare danni irreversibili o addirittura portare alla morte, sono migliaia. Per esempio: il succo di pompelmo contiene un potentissimo inibitore del più importante sistema enzimatico che a livello epatico metabolizza e quindi inattiva i farmaci. Ciò significa che se un paziente assume regolarmente un farmaco anticoagulante per anni e, ad un certo punto, comincia a bere succo di pompelmo, nell’arco di pochi giorni rischierà di andare incontro a pericolosissimi fenomeni emorragici, perché l’anticoagulante non venendo più inattivato dal fegato si accumulerà pericolosamente fino a raggiungere dosi letali. Tutto questo non deve intimorirci. Non dobbiamo vivere con l’ossessione o la paura di ammalarci ma, al contrario, dobbiamo essere consapevoli del bene prezioso che abbiamo avuto in dono da Madre Natura e quindi rispettare fino in fondo questo bene, cioè la vita che non ha prezzo, non si può vendere, né si può comprare ma solo salvaguardare. Quindi la nuova logica della rieducazione alimentare descritta in questo manoscritto vi renderà più forti nelle scelte della vita di tutti i giorni. Se vogliamo cambiare il mondo in meglio, tutti insieme dobbiamo essere consapevoli che noi siamo il mondo, noi siamo il mercato e noi con le nostre scelte quotidiane decidiamo il mercato e il mondo che viviamo! Sono certo che quando finirete di leggere questo libro vedrete il mondo con occhi diversi e prenderete coscienza che la prossima guerra da combattere sarà quella contro la plastica. Inoltre credo che per salvare noi e il nostro pianeta questa guerra dobbiamo affrontarla fin da subito ed in questo libro spiegherò come si può fare.

(Uscirà entro un mese in self pubblishing).

Pasquale Cioffi. Nato a gennaio nel 78 in valle caudina. Sin da piccolo ha mostrato subito interesse per la chimica e l’ambiente. Ha conseguito la laurea in Chimica e tecnologie farmaceutiche ed ha svolto un periodo di due anni come ricercatore chimico presso la multinazionale Sigma-Tau nella sintesi di nuove molecole ad attività anti-tumorali. Ha conseguito un dottorato in Oncologia Medica ed attualmente è impegnato nella preparazione delle terapie infusionali per i pazienti onco-ematologici presso l’Ospedale civile di Pescara. Da anni la sua vita è stata improntata alla ricerca della cause ambientali che sono alla base dei mali incurabili della nostra epoca, quali i tumori, le leucemie, e tentare di sensibilizzare l’opinione pubblica per adottare i rimedi giusti per salvarsi da questi killer silenziosi.

:: Peccato che non avremo mai figli di Giuseppina La Delfa (Aut aut Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

30 Maggio 2018

Piatto_Peccato che non avremo mai figliGiuseppina La Delfa è fondatrice e socia delle Famiglie Arcobaleno, di cui per undici anni ha rivestito anche l’incarico di presidente. Da sempre impegnata in prima fila nella lotta per il riconoscimento dei diritti civili.
Da trentasei anni vive con Raphaelle. Adesso Giuseppina ha deciso di scrivere un libro per raccontare la storia di questo grande amore ma anche i sacrifici e gli anni di battaglie, di conquista e di soddisfazioni.
In questi giorni è uscito Peccato che non avremo mai figli, questo è il titolo di un romanzo di formazione, intenso e avvincente in cui il privato e l’intimo si tuffano nella storia, proprio come nelle pagine più belle della grande scrittrice Annie Ernaux.
Non è un caso che il libro di Giuseppina La Delfa inizia il suo racconto con una citazione della Ernaux:

«L’intimo è ancora e sempre del sociale, perché un io puro, in cui gli altri, le leggi, la storia, non sarebbero presenti è inconcepibile».

Giuseppina, figlia di emigrati italiani e Raphaelle, appartiene a una famiglia borghese, si incontrano e si innamorano a prima vista. Tutto ha inizio più di trenta anni fa in Francia e da quel momento non si lasceranno più. Naturalmente gli ostacoli alla loro storia sembrano insormontabili.
Dai banchi di liceo, all’università sempre insieme anche contro la volontà delle famiglie. Giuseppina e Raphaelle formano la loro famiglia e vanno a vivere insieme, mettono su casa tra mille sacrifici, lavorano duro senza arrendersi mai.
Giuseppina studia e legge, lei è consapevole che i libri le salveranno la vita. Si laurea discutendo una tesi sul fantastico di Dino Buzzati. Riceve un incarico come lettrice di madrelingua presso il campus universitario di Fisciano. Successivamente anche Raphaelle la raggiungerà.
Nel libro ovviamente c’è spazio per l’impegno nella battaglia per il riconoscimento dei diritti civili. Dalla realtà delle famiglie arcobaleno alla lista lesbica italiana. Una storia intensa di militanza che l’autrice definisce ricca di incontri e di relazioni.
L’attivismo per i diritti LGBT incontra la narrazione privata. Sullo sfondo di queste pagine le protagoniste sono due grandi donne che si amano. È la storia di un grande amore al servizio di una battaglia che a che fare con la dignità di tutte le persone in antitesi a ogni forma di oscurantismo e pregiudizio.

«Stamattina, martedì 2 marzo 2016, mi sono svegliata dicendo a me stessa «Dai, alzati, vai a scrivere che voglio conoscere il seguito». È buffo. Il seguito lo conosco, non sto inventando nulla.
È la mia storia. Ma sono stupita io stessa di ciò che viene fuori, dei ricordi che tornano a galla e di come le parole tirano altre parole e di come un racconto porta a un altro racconto. È una sorpresa. Perciò voglio sapere il seguito anche io. Al di là del futuro di questo libro. Lo sto scrivendo perché penso di avere avuto una vita di ribellione testarda e non violenta. Ho fatto, tutto sommato, tutto ciò che volevo fare. Anche se è stato spesso difficile prendere decisioni e andare avanti, a volte contro tutti».
Insomma fino a oggi non mi sono mai tradita. E la mia vita, fino a oggi, è stata una bella vita, intensa, vera, onesta. È già qualcosa di cui vado fiera. Ma non ho vissuto così per andarne fiera, ma solo perché sono consapevole da sempre che la vita è un’occasione da non sprecare.
Questo libro lo scrivo soprattutto per Lisa Marie e per Andrea Giuseppe. Perché sappiano chi era la loro madre, chi erano le loro madri. Chi erano anche quando loro non erano nemmeno concepibili e quale percorso abbiamo dovuto fare, insieme, per arrivare fino a loro. E poi scrivo anche per i tanti ragazzi che ancora oggi non vivono felici e continuano a tacere. È un modo per dire loro che se ce l’abbiamo fatto noi quando eravamo davvero sole al mondo, ce la faranno anche loro a vivere la vita che vogliono ora che siamo legioni a poter accompagnarli per affrontare lo sguardo di chi pensa ancora di essere l’unico nel giusto».

Con queste parole toccanti Giuseppina La Delfa si rivolge ai lettori. Tra le pagine di questa storia vera ci siamo tutti, perché le scelte di Giuseppina e Raphaelle, non sono personali, appartengono a ognuno di noi e ci riguardano da vicino. In gioco ci sono le relazioni umane, il vivere civile e la libertà.

Giuseppina La Delfa è italo-francese, nata nel nord della Francia nel 1963. Laureata in Lingua e Letteratura italiana con specializzazioni in Letterature comparate e Didattica delle lingue straniere, nel 1990 si trasferisce in Italia con la compagna e da allora insegna lingua francese all’Università di Salerno. Nel 2000 si “pacsa” con la compagna al consolato di Francia a Napoli. Nel 2005 crea l’associazione Famiglie Arcobaleno di cui è Presidente dal giugno 2005 a ottobre 2015. Nel 2016 entra a fare parte del direttivo di Nelfa, il Network delle Associazioni di genitori LGBTQI* europee di cui è la vice presidente.

Source: libro inviato al recensore dall’ Ufficio stampa.

:: L’ immensità del tempo di Raffaella Marchese (New Books 2018) a cura di Marcello Caccialanza

30 Maggio 2018
L'immensità del tempo

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L’immensità del tempo”, edito dalla New Books e realizzato dalla sapiente penna dell’autrice Raffaella Marchese; già nota al grande pubblico per due suoi romanzi precedenti assai apprezzati, quali “La Pipa di Terracotta” e “ Alle quattro del mattino” è una preziosa opera letteraria che incanta e commuove allo stesso tempo. Ha il merito di accompagnare con estrema dolcezza anche il lettore più critico verso una riconciliazione insperata con sé stesso e con la vita che conduce. Ha l’innato pregio di redimere anche i più cinici e di spingerli tra le braccia della bellezza dei sentimenti più alti; come l’amore, la bontà, il piacere più vero e l’umiltà più sincera.
L’immensità del tempo è una delicata raccolta di pensieri, riflessioni, brevi racconti di vita vissuta e di lettere indirizzate ai destinatari più disparati: dalla amatissima cagnolina Jolie a Papa Francesco in persona.
La bellezza di queste pagine consiste a mio avviso nel fatto che ciascuna di esse riesce ad emozionare a tal punto il lettore che lo stesso si accorge di possedere un cuore capace ancora di battere per sentimenti nobili e rari!
Forse la migliore recensione scritta per questo testo l’ha firmata la famosa scrittrice Sveva Casati Modignani nella sua presentazione al testo della Marchese.

Dotata dalla sorte di intelligenza e di sensibilità, attraverso la scrittura Raffaella ha deciso di condividere con i lettori i suoi doni straordinari .

Tutto quel buio di Cristiana Astori (Eliot 2018) a cura di Elena Romanello

29 Maggio 2018

14198-tutto-quel-buioCristiana Astori torna con un nuovo capitolo delle avventure di Susanna Marino, non più uscito per Mondadori in una collana da edicola, ma per Eliot edizioni in libreria.
Tutto quel buio vede Susanna, ormai laureata ma sempre alle prese con problemi di lavori precari e disoccupazione, oltre che con una famiglia che non capisce il suo desiderio di lavorare nel cinema, che resta il suo grande amore, di nuovo in cerca di un mistero legato ad un film perduto.
Stavolta Susanna viene mandata a Budapest sulle tracce di quello che sarebbe il primo, vero film su Dracula, Drakula halála di Károly Lajthay, girato negli anni Venti e dato per perduto, e si immergerà nella capitale ungherese, in un’atmosfera che ricorda gli horror dell’espressionismo tedesco, tra i primi film di genere fantastico ad essere realizzati. Tra cinici cacciatori di pellicole, folli collezionisti, ricordi delle dittature del Secolo breve e la presenza dell’affascinante gruppo ungherese dei Bela Lugosi’s Quartet, Susanna dovrà faticare non poco a portare a termine una missione da cui dipende la sua prossima sopravvivenza, rischiando anche non poco e scoprendo una storia man mano più intricata, toccante e agghiacciante legata al film.
Susanna Marino non è una vera investigatrice né una donna d’azione, ma un’eroina per caso, curiosa e testarda, guidata da una grande passione per il cinema, con problemi di narcolessia, con accanto spesso il personaggio ambiguo ma divertente di Steve Salvatori, un misto tra Tarantino e i Manetti Bros, anche lui cercatore di pellicole ma meno cristallino di lei.
Tutto quel buio è un thriller originale e insolito, ma anche un tributo al cinema: Drakula halála è un film realmente esistito, anche se è perso per sempre nella realtà, e molte delle circostanze raccontate nel libro sono reali. D’altro canto nei precedenti romanzi dedicati alle indagini cinefile di Susanna, Tutto quel neroTutto quel rosso e Tutto quel blu editi dal Giallo Mondadori si è parlato di film leggendari. Tutto quel rosso è un tributo a un cult riconosciuto come Profondo rosso di Dario Argento, mentre Tutto quel nero ha portato lo sguardo su un film che è stato davvero recuperato, (Un día en Lisboa con la bellissima e morta prematuramente Soledad Miranda), mentre in Tutto quel blu ha fatto riscoprire L’Autuomo film di fantascienza ritirato dalla circolazione dal regista Marco Masi.
Un libro per cinefili, curiosi e cultori del thriller, con una grande protagonista, oltre che Susanna, la città di Budapest, e un tributo all’immaginario sui vampiri, tra i più potenti ancora oggi.

Provenienza:  acquisto personale.

Cristiana Astori è bibliotecaria,  scrittrice, saggista e traduttrice, ha pubblicato su varie antologie, tra cui Eros e Thanatos (Supergiallo Mondadori, 2010), La Sete(Coniglio Editore, 2009), Anime Nere Reloaded (Mondadori, 2008) ed è autrice della graphic novel L’amore ci separerà (De Falco, 2003) e la raccolta di racconti Il re dei topi e altre favole oscure (Alacràn, 2006).
Nel 2011 è uscito il suo primo romanzo Tutto quel nero, seguito da Tutto quel rosso (2012 ) e Tutto quel blu (2014), nella collana Giallo Mondadori.

Storie della buona notte per bambine ribelli volume 2 di Francesca Cavallo e Elena Favilli a cura di Elena Romanello

29 Maggio 2018

bambineribelli2Dopo il grandissimo successo del primo volume, è arrivato in libreria Storie della buona notte per bambine ribelli 2, sempre ad opera Francesca Cavallo e Elena Favilli, pronto a raccontare altri cento destini straordinari di donne di ieri e di oggi, come fonte di ispirazione per le giovani generazioni ma anche come mezzo per combattere contro gli stereotipi di genere e i luoghi comuni, che vogliono le donne da sempre in posizioni subordinate e inattive e mai protagoniste di eventi o creatrici di mondi.
Difficile fare meglio della prima volta, con un libro che ha girato il mondo, conquistando anche vip come Priscilla Chan, pediatra, filantropa e moglie di Mark Zuckerberg, e l’attrice Ashley Judd, membro del movimento Metoo contro le molestie sessuali, oltre che vincitore di numerosi premi: il secondo volume è pari al primo, con nuove scoperte di donne, di vari Paesi, alcune protagoniste della cronaca di oggi, altre da riscoprire per le nuove generazioni e non solo per loro, con spazio davvero a tutte le culture e i Paesi, cosa non solo politically correct ma essenziale per una visione del mondo inclusiva.
Tra i nomi presenti in questo volume ci sono quelli della giallista Agatha Christie, ancora oggi l’autrice più venduta al mondo, di Anne Bonny, piratessa leggendaria nei Caraibi del Settecento, di Bebe Vio, atleta paralimpica e attivista sociale, di Cristina di Svezia, regina ribelle che preferì essere libera anziché regnare, di Eleanor Roosevelt, non solo una first lady, di Ellen Degeneres, una delle prime attrici a dichiararsi gay, di Emma Bonino, politica responsabile delle grandi battaglie civili nel nostro Paese, di Giusy Nicolini, sindaca dalla parte dei migranti e dell’umanità da Lampedusa, di J. K Rowling, autrice del grande fenomeno dell’immaginario del nostro tempo, la saga di Harry Potter, di Mary Shelley, ideatrice di un’icona del fantastico come Frankenstein giusto duecento anni fa, di Samantha Cristoforetti, prima donna italiana nello spazio, di Madonna, cantante e imprenditrice, di Beatrix Potter, a cui dobbiamo i primi libri per bambini, di Hedy Lamarr, attrice ma soprattutto scienziata che mise a punto le tecnologie grazie alle quali oggi si usano gli smart phone.
Ci sono anche schede dedicate a più donne, come le Black Mambas, donne poliziotte che combattono in Africa contro il bracconaggio, le matematiche afroamericane Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, che portarono gli uomini nello spazio, e le attiviste per i diritti degli aborigeni australiani Molly Kelly, Daisy Kadibill e Gracie Fields.
Il libro è illustrato da varie donne, provenienti da più Paesi, Stati Uniti, Italia, Cina, Spagna, Indonesia, India, Regno Unito, Polonia, Svezia, all’interno di un progetto che ha saputo varcare i confini e essere riconosciuto ovunque per il suo valore e il suo interesse. Un progetto che si rivolge ad un pubblico di bambine ma che è senz’altro utile per chi da bambina non ha avuto in mano questo tipo di storie, senza paura di parlare di argomenti tabù e di storie non sempre a lieto fine, raccontando destini per troppo tempo assenti dai libri di Storia ma oggi fondamentali da approfondire.

Provenienza: acquisto personale.

Francesca Cavallo ed Elena Cavilli sono le autrici del bestseller mondiale Storie della buonanotte per bambine ribelli, tradotto in più di quaranta lingue e con oltre un milione di copie vendute in un anno. Nate e cresciute in Italia, nel 2012 si sono trasferite negli Stati Uniti, dove hanno fondato Timbuktu, una media company che sta ridefinendo i confini dell’editoria indipendente. Timbuktu unisce un appassionato gruppo di ribelli che lavorano a Los Angeles, New York, Atlanta, Merida (Messico), Londra e Milano.

La straordinaria storia di Francesca Sanna Sulis. Donna di Sardegna, Ada Lai (Palabanda editore 2017) A cura di Viviana Filippini

29 Maggio 2018

downloadIn La straordinaria storia di Francesca Sanna Sulis. Donna di Sardegna, Ada Lai veste i panni di questa donna imprenditrice e stilista vissuta in Sardegna tra il 1716 e il 1810. La narrazione del libro, edito da Palabanda, prende il via da Muravera, dove la Sulis nacque, per seguire tutto il suo cammino esistenziale. La trama e è molto interessante, poiché non solo ci racconta la storia di una donna intraprendente, che si pose come una delle prime imprenditrici in un mondo dominato principalmente da uomini. Il romanzo di Ada Lai mette per iscritto la storia di una  di  donna, tramandatasi nei secoli grazie ai racconti orali delle donne di Muravera e a quelle di Quartucciu, dove la Sulis diede vita alla sua attività imprenditoriale. La Sulis fu fortunata nella sua vita, perché trovò un marito che non solo la amò sempre, ma che la sostenne in ogni sua iniziativa e attività. Il consorte in questione era personalità molto nota per la Sardegna di quel periodo, era il giureconsulto Pietro Sanna Lecca che diede vita agli “Editti e Pregoni”, voluti dal Re Carlo Emanuele III. Questi testi raccoglievano tutte le leggi e le Ordinanze emanate per l’isola di Sardegna tra il 1720 e il 1774. Appena sposata la coppia si trasferì a Cagliari (1735), dove la Sulis diede vita ad una fervente attività imprenditoriale che si diffuse in diversi ambiti, da quello culturale e sociale, fino a quello agricolo, tessile e della moda. Infatti Francesca Sanna Sulis introdusse la produzione e lavorazione di seta, lino e lana, permettendo alle donne sarde di emanciparsi cominciando a lavorare in questo settore. La seta prodotta nei laboratori di Quartucciu, come testimoniano i ricordi e le cronache dell’epoca, era tra le migliori al mondo, perché Francesca Sanna e le sue lavoratrici agivano con passione e dedizione per ottenere prodotti di qualità. E non si limitò a questo, infatti la Sulis diede il via al lavoro domiciliare e avviò delle vere e proprio scuole di formazione professionale per insegnare come si faceva la filatura. Accanto alla formazione lavorativa degli adulti, l’imprenditrice, per la quale l’istruzione era valore fondamentale per ogni essere umano, fece aprire anche le scuole basse, ossia istituti dove i figli della popolazione più povera potevano imparare a leggere e scrivere. La Sulis ebbe tre figli, ma nessuno seguì la sua strada nell’imprenditoria della moda. Due presero i voti religiosi e uno divenne avvocato e commercialista. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1810, quella ventata di progresso e innovazione del ruolo femminile che la Sulis aveva cominciato a radicare nella società sarda subì, purtroppo, una forte battuta d’arresto e, in generale, la donna della Sardegna perse quello slancio di cambiamento che era cominciato con l’imprenditrice di Muravera. Certo è che La straordinaria storia di Francesca Sanna Sulis. Donna di Sardegna di Ada Lai è un’importante testimonianza di una figura femminile che con grande intraprendenza e intelligenza si impose come uno dei primi esempi di imprenditoria, collaborazione e tentativo di emancipazione dell’universo femminile capaci di essere, allo stesso tempo, casalingo e imprenditoriale.

Ada Lai (Oristano 1950) ha conseguito la laurea in Scienze Politiche e un Master alla Sorbona. Dopo aver lavorato per 17 anni all’Università di Cagliari è stata Dirigente del Comune di Cagliari, dove ha diretto tutti i servizi al Cittadino. È stata Direttrice Generale del Turismo regionale e Capo Gabinetto del Governatore della Sardegna. Ha fondato il Movimento “A.Cagliari”, per dar voce alle donne ed ai giovani sui problemi della città. Fa parte delle direttivo Parco Letterario Francesca Sanna Sulis. Ora, in pensione, si gode i due nipotini e si dedica alla scrittura.

Source: inviato dall’editore.

:: Osho, le fake news e Wild wild country: un incontro con Majid Andrea Valcarenghi a cura di Archan Paola Migliori

29 Maggio 2018

Majid Andrea Valcarenghi

Dal 16 marzo 2018 è disponibile su Netflix la docuserie in 6 puntate “Wild wild country”.

Questo prodotto televisivo documenta gli eventi accaduti negli Stati Uniti durante gli anni ’80, quando il Maestro spirituale Osho e la comunità che lo accompagnava fondarono nello stato dell’Oregon la città di Rajneeshpuram. La vicenda, che oramai è diventata parte della storia degli USA, nel docufilm viene raccontata intervistando diversi protagonisti dei fatti. Da una parte Sheela e Shanti Bhadra, le due donne che hanno scontato diversi anni di carcere per le violenze commesse, all’insaputa della stragrande maggioranza della comunità, mentre gestivano la città di Rajneeshpuram. Dall’altra i cittadini di Antelope, piccolo centro abitato vicino alla nuova città, contrari all’invasione dei “rossi”, così chiamati per i colori degli abiti. Non si può tacere, inoltre, l’apporto decisivo nel film dell’avvocato di Osho, Niren, per il suo preciso rendiconto dei fatti avvenuti.

Ho chiesto di parlarne a Majid Andrea Valcarenghi, che ha incontrato Osho nel 1977, e che ha vissuto direttamente le vicende di cui parla Wild Wild Country. Inoltre, nel suo libro Operazione Socrate, Majid Andrea Valcarenghi ha raccontato come e perché Osho è stato avvelenato dal governo di Ronald Reagan durante il suo soggiorno americano.

Caro Majid, sappiamo che sei andato in India per la prima volta nel 1977. Come hai incontrato il Maestro spirituale Osho?

E’ stata l’ultima tappa di un viaggio nel sud dell’India. Inconsciamente mi ero riservato l’Ashram di Poona come fine del viaggio perché probabilmente sapevo che sarebbe stata quella più importante. Avevo “conosciuto” Osho prima attraverso la lettura de La rivoluzione interiore, attraverso i suoi occhi visti in fotografia, attraverso la mia compagna dell’epoca, Yatra, che provocò il mio viaggio in India. Arrivato nell’Ashram fui affascinato dai suoi discorsi mattutini e dalla sua presenza, dallo stato della sua presenza. Poi decisivo, l’incontro personale, le parole che mi disse, l’energia che mi trasmise.

Dal 1981 al 1985 Osho ha lasciato Pune, in India, e si è trasferito negli Stati Uniti, in Oregon. Il sogno era quello di creare una città ideale. Il docufilm Wild wild country trasmesso in questo periodo da Netflix racconta gli anni di questa attività, la costruzione di Rajneeshpuram, con la guida organizzativa di Ma Anand Sheela. Hai visto la serie di sei documentari di Netflix? Cosa ne pensi?

Si certo, l’ho guardato due volte per coglierne al meglio ogni aspetto.
L’ho trovato nell’insieme molto interessante anche se con alcune lacune e manipolazioni significative che non aiutano comprendere quell’esperienza. Due sono le più importanti. La prima è che il docufilm fa credere che Osho, dopo il periodo di tre anni e mezzo di silenzio, riprenda a parlare solo quando Sheela fugge dalla Comune.
In realtà Osho non riprese a parlare quel giorno,ma ben nove mesi e mezzo prima del giorno della fuga di Sheela! Nove mesi e mezzo in cui anche nei discorsi pubblici cercò di far vedere a Sheela quanto avesse sbagliato, quanto si fosse lasciata prendere dal potere, dall’immagine di papessa della “religione rajneeshi” che si era creata. Dette cioè a Sheela una possibilità. Ma ormai lei si era troppo identificata nel ruolo di papessa che si era data, quasi fosse una seconda guida spirituale più che la sua segretaria. Emblematica la sua frase “Lui era il sole ed io la luna”.
Inoltre il docufilm trasmette un solo minuto in cui Osho si manifesta durissimo nei suoi confronti, mentre il discorso, di oltre un’ora, aveva toni ben diversi. Estrapolando solo questo passaggio,Osho appare carico di un risentimento non reale.

La seconda lacuna importante è stata in riferimento alla sua morte.
Il docufilm riporta solo un pettegolezzo su una presunta morte per overdose di un giornale locale omettendo invece la denuncia che Osho fece pubblicamente in un memorabile discorso in cui disse di essere stato avvelenato durante i dodici giorni in cui inspiegabilmente fu trasferito di prigione in prigione. Gli esami fatti fare dal suo medico Amrito a Londra e in India su capelli e peli della barba, tutta la sintomatologia che registrava una progressiva perdita delle difese immunitarie. E infine gli esami per l’HIV che in base a tutto ciò poteva essere l’unica altra alternativa all’avvelenamento da metalli pesanti, come il tallium. E gli esami HIV ripetuti due volte in una struttura pubblica furono ovviamente negativi. Tutto questo manca.

Il documentario ha creato un movimento di opinione, suscitando la necessità da parte di diversi giornalisti di scrivere articoli. Mi è capitato di leggere qualcosa, e ho notato una serie di inesattezze. Per esempio, ci sono differenze fra il movimento dei sannyasin di Osho e il movimento degli Hare Krishna? 

Una serie di inesattezze lunga un chilometro. Si sono cimentati a commentare giornalisti che non conoscevano nulla della vicenda e peggio, non si sono voluti documentare, come purtroppo è costume diffuso per quello che viene ritenuto giornalismo “di colore”. Il caso già eclatante credo sia stato quello del “Fatto Quotidiano” dove il giornalista Cohen crede di occultare la sua mancanza di conoscenza di quello che scrive rifacendosi alla sua esperienza personale. Così si cita negli anni ’80 in cui dice di aver conosciuto gli arancioni attraverso il suo amico Giorgio Cerquetti che lo tampinava quotidianamente per convertirlo. Peccato che in tutti quegli anni non fece in tempo ad accorgersi che la persona in questione, non era un sannyasin di Osho ma un Hare Krishna.
Nel merito alle differenze tra sannyasin di Osho e Hare Krishna rispondendo al di là delle battute direi che gli Hare Krishna si rifanno rigorosamente alla tradizione indù di cui sono gelosi custodi mentre Osho ha dissacrato ogni tradizione religiosa e dagli indù fu sempre violentemente attaccato.

Qual è la tua esperienza del periodo successivo alla partenza di Osho da Rajneeshpuram?

Quando Osho lasciò l’America tentò invano di trovare asilo in Paesi di mezzo mondo. I servizi segreti americani e la diplomazia ai massimi livelli aveva creato una fortissima cortina fumogena denigratoria della figura di Osho dipingendolo come terrorista, pedofilo, spacciatore di droga, stupratore. In alcuni Paesi non gli fu concesso neppure l’atterraggio. L’unico Paese che lo avrebbe accolto sarebbe stato l’Uruguay con l’allora Presidente Sanguineti che dovette rinunciare perché gli Stati Uniti minacciarono di revocare il prestito di 6 milioni di dollari che avrebbero messo in ginocchio il suo Paese. In Italia accadde qualcosa di interessante e che mi permise di avere una conoscenza diretta della violenza dell’offensiva diplomatica americana contro Osho. Quando chiedemmo un visto ordinario ci fu risposto che al massimo poteva essere concesso un visto di sei giorni che fu rifiutato da Osho.
Al che mi rivolsi a Marco Pannella e al Partito radicale segnalando questa violazione dei Diritti e chiedendo sostegno e così iniziammo una campagna d’informazione rivolta all’opinione pubblica, al mondo della cultura e dell’arte e della politica, perché l’allora Ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro concedesse un normale visto d’ingresso a Osho.
Una campagna che vide l’adesione ad un appello di decine di personalità da Fellini a Gaber, da parlamentari come Luigi Manconi a Giovanna Melandri, a giornalisti come Gabriele La Porta e Gianni Bucci. Tutta questa storia poi la pubblicai nel libro Operazione Socrate, ristampato più volte nel corso degli anni.  Dopo alcune settimane, vista la nostra perseveranza il Ministro degli Interni convocò l’allora Segretario radicale Sergio Stanzani e cercò di convincerlo a rinunciare alla richiesta di visto alla luce della documentazione che poteva fargli vedere. Ed è così che venimmo a sapere cosa gli americani avevano inoltrato ai governi di tutto il mondo per screditare e boicottare Osho. Salvo che nel nostro caso ottenne l’effetto contrario. Sergio Stanzani che fino allora era rimasto il più tiepido e dubbioso su questa iniziativa trainata principalmente da Pannella e Rutelli di fronte alla incredibile sequenza di accuse che mettevano insieme tutti i reati possibili, Stanzani si convinse che davvero c’era in atto una vera e propria persecuzione da parte degli Stati Uniti. E a questo punto iniziai uno sciopero della fame ad oltranza diretto a Scalfaro perché concedesse il visto o rendesse pubbliche le motivazioni del rifiuto. Dopo ventuno giorni Il Ministro chiamò Stanzani e disse “ va bene, fatelo smettere, richiedete il visto” Ma ormai il corpo di Osho minato dall’avvelenamento non era più in condizioni di viaggiare e il visto non fu più richiesto.

Dalla docuserie di Netflix Wild wild country sono sorte molte discussioni, molte notizie discordanti. 
Subhuti Anand, un giornalista che ha vissuto a Rajneeshpuram, fa un’analisi interessante.  

https://www.oshoba.it/index.php?id=articoli_sito_x&xid=1071

Com’è successo altre volte, in America, poteva essere un massacro. Che ne pensi?

Sì, interessante questo articolo perché mette in risalto un ulteriore dettaglio importante che riguarda l’accanimento e la manipolazione della Procura generale dell’Oregon. Nel docufilm viene dichiarato dal procuratore Turner che Osho fugge in aereo da Rajneeshpuram per sottrarsi al possibile arresto. Invece esiste un piano di volo regolarmente trasmesso in cui si descrive l’esatto tragitto che avrebbe compiuto l’aereo. Ed in base a questo piano infatti viene attuato il teatrino dell’arresto all’atterraggio. Subhuti non solo evidenzia nell’articolo che non si trattava di fuga, vista la comunicazione preventiva fatta alle autorità, ma sottolinea come la scelta di Osho di lasciare la Comune fosse finalizzata a preservare Rajneeshpuram da un possibile attacco militare che poteva finire in un bagno di sangue. Il sospetto infatti era che le autorità puntassero ad un intervento armato. Più volte nel docufilm si fa riferimento ad esperienze di sette religiose armate che si erano ribellate o suicidate, paventando rischi simili per la Comune di Osho. La sensazione diffusa nella Comune era che preparassero il terreno a giustificare un attacco armato.

All’interno dell’articolo che ho citato prima c’è un riquadro in cui il giornalista del Fatto Quotidiano rivolge alcune domande a Federico Palmaroli, l’autore della pagina satirica Le più belle frasi di Osho.
All’ultima domanda dell’intervistatore: “Cosa rimane di Osho, oggi?” Palmaroli risponde così: a parte questa fissa per la New Age, per i suoi aforismi, rimane a mio parere una quantità di precetti astratti che mal si sposano con la concretezza della vita. […]
Posso chiederti un’opinione su questo?

Preferirei rimarcare quanto la scelta di corredare l’articolo con l’autore di un libro satirico di dubbio gusto, invece di rivolgersi, non dico a chi abbia vissuto l’esperienza con Osho, ma neppure con uno dei tanti uomini e donne di cultura che hanno scritto e commentato le centinaia di opere di Osho pubblicate in Italia. Una scelta editoriale e giornalistica, questa del box, che ben rispecchia la superficialità del taglio dell’articolo.

Ringrazio di cuore Majid Andrea Valcarenghi per la sua disponibilità, augurandogli di continuare il suo proficuo cammino nel mondo, ma senza essere del mondo.

Per approfondire :
https://www.facebook.com/osho.italy/?fref=ts

Per sentire come i fatti furono visti e vissuti dall’interno:
(video con sottotitoli in italiano attivabili)

Un intervento di Majid Andrea Valcarenghi a Radio Radicale:
http://www.radioradicale.it/scheda/71616/71686-operazione-socrate-il-caso-osho-rajneesh-come-e-perche-e-stato-ucciso-il-maestro

:: Premio NebbiaGialla per la letteratura noir e poliziesca 2018

28 Maggio 2018

Annunciati i 16 semifinalisti
della IX edizione del Premio NebbiaGialla
per la letteratura noir e poliziesca 2018

Franco Vanni  – Il caso Kellan – Baldini + Castoldi
Danilo Chirico – Chiaroscuro – Bompiani
Alessandro Berselli – Le siamesi – Elliot
Luigi Romolo Carrino – Alcuni avranno il mio perdono – E\O
Valerio Varesi – Il commissario Soneri e la legge del Corano – Frassinelli
Daniele Bresciani – Nessuna notizia dello scrittore scomparso – Garzanti
Barbara Baraldi – Aurora nel buio – Giunti
Giuseppe Di Piazza – Malanottata – Harper Collins
Ilaria Tuti – Fiori sopra l’inferno – Longanesi
Federica Fantozzi – Il logista – Marsilio
Flavio Santi – L’estate non perdona – Mondadori
Gianluca Ferraris – Shaboo – Novecento
Paola Barbato – Non ti faccio niente – Piemme
Roberto Perrone – L’estate degli inganni – Rizzoli
Gabriella Genisi – Dopo tanta nebbia – Sonzogno
Roberto Centazzo – Operazione sale e pepe – Tea

Il nostro personale in bocca al lupo a Luigi Romolo Carrino, e Ilaria Tuti.

:: Mi manca il Novecento – Céline, il grande scrittore affacciato sull’Apocalisse a cura di Nicola Vacca

28 Maggio 2018

Céline

La notte céliniana definisce lo stato estremo in cui dal momento che nulla esiste più separatamente, tutto ricade, annega e si asfissia in tutto. Louis Ferdinand Céline è lo scrittore disperato, sregolato profeta di sventure che ha testimoniato, meglio di chiunque altro, il frangersi dell’essere, la dissoluzione del viaggio esistenziale al termine della sua notte.
Non c’è dubbio, per questo e altri motivi Céline è uno dei più grandi scrittori del secolo scorso. La sua opera irriverente e la sua stessa vicenda biografica fanno di lui un personaggio del quale si discute ancora.
La sua vita è avventurosa e maledetta, densa di insidie e peripezie. Nei suoi libri lo scrittore con linguaggio crudo e estremo fa i conti con la propria anima dannata.
I suoi libri sono dei capolavori perché è la sua vita stessa a esserlo.
Céline è lo scrittore perfetto del Novecento, questo straordinario, controverso e indimenticabile protagonista dell’agonia e della decadenza del secolo breve. Nei suoi stessi libri si trova il fascino di un personaggio scomodo che ha rivelato il trauma lacerante della guerra e la miseria intellettuale del proprio tempo.
Céline medico e scrittore, autore di pamphlets polemici che non arretra mai di un passo rispetto al suo pensiero..
Comunque si voglia giudicare i contenuti degli scritti polemici (ma sarebbe il caso di ricordare, almeno ogni tanto, che si tratta di testi letterari, nei quali la natura metaforica del discorso prevale di gran lunga sui discorsi apparenti), resta il fatto che è impossibile capire il passaggio di Céline dai primi capolavori narrativi (Viaggio al termine della notte, Morte a credito) a quelli della maturità (Il castello dei rifugiati , Nord) se ci si ostini a prescindere, in base a un’astratta discriminazione ideologica, dalla straordinaria novità stilistica introdotta dalle concitate invettive cui lo scrittore si abbandonò nelle sue pagine rischiose, provocatorie, e laceranti.
Si deve tenere conto di queste considerazioni per accettare senza riserva alcuna la fitta e intricata vita di uno scrittore discusso. Il modo migliore per accostarsi al Céline dei libelli scomodi è quello di cercarvi lo scrittore e non l’ideologo, il disperato scrutatore degli abissi che prende sempre le difese delle vittime del sistema e non il presunto fautore o propagandista di crimini storici. Per Céline la vita non è altro che dissoluzione continua e agonia passionale.
Questo è l’unico modo per entrare profondità l’esperienza nichilista dello scrittore. Nei suoi libri non manca l’esplorazione del suo intimo tessuto carnale.
C’è quanto basta per comprendere l’ansia maniacale di Céline: fuggire per andare altrove, in qualsiasi posto, per andare, se è necessario, fino al termine del mondo, della notte, impedire o ritardare il crollo della propria integrità personale, allo stesso tempo salvarsi dalla propria notte.

«Ma quel che voglio prima di tutto è vivere una vita piena di incidenti che spero la provvidenza vorrà mettere sulla mia strada, e non finire come tanti avendo piazzato un solo polo di continuità amorfa su una terra e in una vita di cui non conoscono le svolte che permettono di farsi un’educazione morale – se riuscirò a traversare le grandi crisi che la vita mi riserva, sarò meno disgraziato di un altro perché io voglio conoscere e sapere in una parola io sono orgoglioso – è un difetto? Non lo credo, e mi creerà delle delusioni o forse la Riuscita».

Con queste parole profetiche Louis Ferdinand Céline chiude il suo diario. Qualche di deve averlo ascoltato perché certo non ha avuto una vita banale e anonima.