
Lasciarsi è un evento sempre traumatico, anche se a volte liberatorio. Troncare una relazione a Natale è il dono più dolente sotto l’albero. Claudio mi ha lasciata il venticinque dicembre di due anni fa, e da allora ho preso a festeggiare questa ricorrenza con il dolore negli occhi.
Le ho provate tutte, ma nessuna frase, parola, consiglio, avvertimento, sono bastati per farmi superare questo choc.
Perché io credevo in questo rapporto, anche quando è finito per insufficiente desiderio, sopravvenute circostanze abitudinarie, difficoltà di interazione sentimentale, e perché lo stronzo nel frattempo mi alternava con una ballerina di danza classica conosciuta ad un concerto dei Pearl Jam.
Ecco la tradita che ha sempre perdonato, mi presento.
Ho ventinove anni, sono laureata in Scienze della Comunicazione, ma in genere parlo poco e mi faccio capire ancora meno.
Ho fatto mille lavori, mille colloqui, mille tentativi per entrare in un mondo del lavoro sempre più rarefatto, e sono alla ricerca di un posto al sole che non voglia dire una vita davanti ad un telefono del call center.
Ma – come molti – ci sono finita dentro anch’io. Non so come e perché. Questa occupazione assai poco redditizia mi ha fatto bypassare le giornate di vuoto dopo che io ed il mio fidanzato Claudio ci siamo detti addio per incompatibilità strutturale e cerebrale. Ma di lui ho già detto quasi tutto quel che c’era da dire.
Del mio lavoro nel call center posso solo aggiungere che non mi pesa troppo, però le mie aspirazioni erano ben altre.
Sognavo di scrivere, di viaggiare, di frequentare il mondo della Cultura, quella che in Italia è riuscita a sopravvivere alla Crisi.
Per un po’, ho relegato il mio sogno nel cassetto delle cose futili, non era proprio il caso di accumulare delusioni.
Eppure non ho abbandonato le mie passioni, i miei libri, la sete di conoscenza che stringe come una tenaglia le parti immacolate della mia anima.
Così, quando torno a casa dopo otto ore di stress e di allucinazioni, è bello buttarsi dentro una pesante coperta e inforcare gli occhiali per iniziare un viaggio meraviglioso alla scoperta di un romanzo, un saggio, una raccolta di poesie.
La musica e i libri riescono a sollevarmi da terra e a trasportarmi verso una meta che potevo raggiungere fino a poco tempo fa solo sognando.
Non sono il tipo da fondare blog letterari, ma è bello navigare nell’oceano dei siti dedicati ai libri.
E’ lì che ho conosciuto Silvano, blogger, critico letterario, gestore di un negozio di informatica.
Una vera fortuna perché parlando delle molte passioni letterarie in comune (entrambi adoriamo la letteratura russa e quella inglese), abbiamo deciso di avviare una piccola attività editoriale.
Pubblicare per esempio i libri di esordienti che più ci intrigano,
creare un sito per promuovere il nostro selezionato catalogo, insomma tirare fuori dal cassetto i nostri sogni perché il tempo passa e mai è momento migliore di adesso.
Mi accorgo che la mia vita si è colorata di blu, di giallo, di verde, ed è pienissima. Appena stacco il turno nel call center, comincio quello di editor, mentre è Silvano ad occuparsi della grafica e della strategia logistica della nostra casetta editoriale.
Faccio quello che ho sempre desiderato fare, anche se per il momento a nostre spese. Silvano è preciso, un vero socio d’affari e interagiamo ogni giorno per collaudare i nostri progetti, far fermentare le idee, promuovere la nostra presenza tra le realtà culturali più visibili e blasonate.
E poi con lui è tutto più facile, è un esperto di computer, di congegni elettronici, ha un fiuto da segugio nell’individuare il potenziale di uno scrittore, mi reputo fortunata.
Non ho un uomo ancora al mio fianco, però sento che Claudio è uscito dal portone del mio cuore senza troppi fracassi.
Il Natale però è sempre triste, e non c’è altro aggettivo che riesca a connotarlo diversamente.
Ho molte amiche, ho la mia famiglia, ho Silvano, e ho due lavori.
Ma continuo a sentirmi una perdente, perché certe volte anche se l’alberello ha mille luci che lo illuminano manca della stella in cima che lo sovrasta.
E poi c’è questo ticchettio interno, questa valvola biologica che mi ricorda di non crogiolarmi se voglio essere un giorno anch’io una mamma.
Tutte le mie amiche sono munite di famiglia e pargoli, io mi sento un cigno nero, un fortunato alieno che ha preso una strada diversa, malgrado le intenzioni, i propositi, gli obiettivi.
Ogni tanto faccio un sogno. Mi vedo col pancione, mi guardo allo specchio e sorrido. E’ un flash onirico, però sto male quando mi sveglio e capisco che è tutto immaginario.
Inizio la giornata di malumore, so già come finirà, io sotto le coperte a leggere, poi spengo la luce, infine dormo saporitamente e quando è mattina ricomincio.
Una vita straordinaria penserebbe l’immigrato che vive di stenti e arriva in Europa su una zattera, ma non riesco lo stesso a riderci su.
La mia vita è inutile perché non ho nessuno a cui preparare da mangiare, perché la sera vorrei un abbraccio, e pure al mattino, assieme al caffè.
Non penso più a Claudio, e questa sarebbe già una conquista, ma non esco con un uomo da secoli, mi sento come una vedova che ha chiuso l’armadietto dei sentimenti e vive alla giornata, senza emozioni, senza turbamenti.
L’ho raccontato a Silvano e lui mi ha consigliato di non essere troppo rigorosa con me stessa, sono in molti quelli che perdono affetti strada facendo. E’ la vita, e poi ha fatto una pausa al telefono.
Voleva trovare le parole giuste per non offendermi in qualche modo, sono questioni delicate, e un amico uomo è difficile da ascoltare su questo argomento.
Silvano pigia i tasti giusti, come sempre.
Mi parla della sua esperienza amorosa.
E’ legato ad una donna tedesca da cinque anni, vivono insieme a Milano e sono felici a fasi alterne.
Strano, non lo credevo così loquace in tema di amore e dintorni.
Anche loro pensano spesso ai figli, anche loro hanno attraversato momenti bui, però sopravvivono perché si rispettano profondamente, e l’uno non vuole ferire l’altra.
Silvano, chissà com’è la sua tedesca, e chissà com’è lui.
Lo conosco da molto tempo, ma solo virtualmente. Mi rendo conto che il mio migliore amico, la persona con cui interagisco tutto il giorno, con cui condivido ansie e nevrastenie, è un perfetto sconosciuto.
Non l’ho mai visto, neanche su internet perché non ha postato mai una sua foto, nemmeno su Facebook.
Più volte me lo sono chiesto, ma non ho osato chiederlo a lui.
Avrà le sue ragioni, vuole mantenersi misterioso, o forse è un po’ bruttino e così non si mette in mostra.
Non mi vengono soluzioni, forse non ne ho dopotutto alcuna esigenza.
Mi basta il Silvano che ho, il tuttofare che tramuta le mie preoccupazioni varie ed eventuali in certezza logica, fermo intendimento, lucida interpretazione.
Un giorno ci vedremo così conoscerò anche la sua parte fisica, e la sua compagna tedesca di cui mi parla in continuazione.
Passano i mesi, come istanti, è primavera e quasi Pasqua.
Mi rimpinzo di cioccolata come vuole la tradizione, è un bel periodo per me.
Sono frizzante, sarà questo anticipo di caldo; al Sud noi siamo preparati ad una bella stagione rigogliosa e luminosa che risveglia i sensi in ogni senso, ma io mi sono trasferita da qualche settimana al Nord; vivo da sola in un appartamento a Monza, un vero affare che ho potuto concludere grazie a qualche risparmio e ai giusti investimenti della casa editrice.
No, non è solo il tempo bello che mi avvolge di seta il cuore, è anche la gioia di aver incrociato una persona che mi fa tremare l’anima, finalmente.
Si chiama Roberto, è imprenditore e l’ho conosciuto mentre giravo appartamenti e case a Monza, cioè prima di decidermi per questa che era dimora della sua nonna materna.
Si è mostrato subito affabile, galante, gioviale. Ha quarant’anni. Ed è single. E’ perfetto. Almeno per me.
Insieme abbiamo effettuato tutto il procedimento di trasloco dal Meridione al Settentrione; sfiniti ci tuffavamo nel divano: baci, carezze, abbracci, e tanta stanchezza perché trasferirsi in un’altra città è davvero un’impresa titanica.
Ma con lui al mio fianco sfioro le nuvole. E anche adesso che lui è via per lavoro, nella glaciale Danimarca, il mio cuore freme
pensando che quest’anno forse avrò un bel regalo sotto l’alberello:
un Natale vero, una festa anche mia.
Giro per i negozi con occhi pindarici.
Guardo le vetrine e le lucine colorate, non riesco ancora a crederci, mancano due settimane alla Vigilia e Roberto mi ha promesso di portarmi a Parigi (anche se fa lo gnorri quando gli chiedo di farmi conoscere la sua famiglia con cui ancora abita).
Prima di partire con lui, dovrò fare una piccola trasferta da sola, devo incontrarmi con una scrittrice perché pubblicheremo il suo ultimo libro proprio a ridosso delle festività natalizie.
Siamo in chiusura dell’anno, abbiamo alcune presentazioni da eseguire in centri non proprio vicini.
Silvano è stato categorico: “io presenzio a quasi tutti gli incontri, tu però organizzi la serata con l’autore nel posto più distante”.
Non ho potuto rifiutare questo impegno.
Mi assenterò da Monza per qualche giorno. E poi Silvano in questo periodo è davvero irritabile, anche dopo che ci siamo visti live la scorsa estate. Credo che le cose con la tedesca stiano andando un po’ maluccio. Mi dispiace, io invece vivo nel mondo delle fiabe.
Roberto è la passione, il falò, la congiuntura dei miei anni non ancora maturi ma nemmeno acerbi.
Ed è già arrivato Babbo Natale per me.
Sono radiosa, ho appena ricevuto un dono che non mi aspettavo. Roberto si è presentato stamani con un grosso scatolone.
Dentro c’era Olivia, una bellissima cagnolina che mi farà compagnia la sera quando il mio amoroso sarà in viaggio o non potrà venire a trovarmi.
Una sorpresa incredibile, la mia felicità si espande come uno spread finanziario.
La mia vita adesso è perfetta, anche se vorrei che le persone a me care e vicine fossero felici quanto lo sono io.
Mi riferisco a Silvano.
Non mi chiama più con la solita frequenza, è sempre evasivo, scontroso, e quando ci vediamo per stabilire, fare il punto dei nostri progetti, è impacciato.
Fisicamente, invece, non è stata affatto una delusione.
Anzi, è piuttosto attraente: ha occhi fuggitivi, neri come le sopracciglia, sempre a disagio se accenno alla nostra amicizia virtuale per così lungo tempo.
Forse sono io per lui una delusione, o forse la sua compagna lo fa soffrire, o magari ha semplicemente un carattere che è l’opposto di quel che pensavo.
Intanto i giorni volano, vado in Puglia per la trasferta programmata.
E finalmente rientro dal mio viaggio, l’incontro è stato un successo. La gente accorsa per assistere alla presentazione del romanzo storico era un fiume straripato oltre la sala-conferenze allestita per l’occasione.
Apro la porta di casa, chiamo Olivia già prodigata in una corsa folle per venire incontro alla sua padrona.
La porto a spasso nel giardinetto.
Poi in cucina le preparo la pappa, una bella ciotola di pasta abbondante.
In serata arriva Roberto. Gli racconto del mio riuscito lavoro a Lecce.
Ridiamo, beviamo un buonissimo vino Cannonau, dopo una cena a base di carne non troppo elaborata.
Ci abbracciamo un po’ brilli, poi cambiamo location e ci spalmiamo sul divano, il nostro nido d’amore.
“Amore, mi sei mancato”.
“Ma se sei mancata solo due giorni!”.
“Mi manchi sempre, soprattutto quando non sei qui, nella mia casa, che poi è quella di tua nonna”.
“ Ah, beh, allora possiamo pensare a come colmare questi vuoti, io un’idea ce l’avrei..”
“Ti mordo l’orecchio se non me la dici”.
E’ su questo registro focoso che sprofondiamo l’uno nell’altra.
Mentre gli passo la mano sulla spalla, mi impiglio su qualcosa che mi sembra irreale.
“E questi cosa sono, Roberto?”.
“Eh? Giuro che non ne so niente”.
“Allora saranno gli slip di tua nonna!”.
Lo caccio di casa in due secondi, esce dal portone nell’istante successivo.
Non lo vedrò più, lo so, e cambierò casa, lo so, e sono una dannata sfigata, so anche questo.
Gli ho dato le chiavi di casa per portare a spasso Olivia, quando non c’ero è venuto qui con una donna che si è dimenticata di raccogliere la prova del tradimento, un indumento intimo che ha rivelato quello che avrei dovuto capire da sola, Roberto non è l’uomo della mia vita.
Ancora una volta, mi ero fatta un film delle mie esperienze sentimentali.
“Inguaribile romantica”, canta Vasco Rossi.
Ineluttabile idiota, penso tra me e me.
In lacrime, non so chi chiamare, mi manca il respiro, alla fine
accorre Silvano.
Non è duro con me quando gli racconto tutto di questa pochezza.
Anche lui ha qualcosa da dirmi. Mi parla tenendo gli occhi bassi. Si è lasciato con la tedesca.
La cosa che non riesce a dirmi è il perché. Non lo intuisco, però mi accade una cosa strana.
Dovrei essere agitata invece adesso mi metto a sorridere, poi asciugo l’ultima lacrima.
“Sono un disastro con gli uomini, Silvano”.
“Lo so”.
“Allora perché sei qui con me adesso?”
“Perché l’ho detto che sei Fantozzi anche alla mia compagna e lei mi ha detto:
“Vattene”.
“Perché?” gli ho chiesto.
“Perché tu ami lei”.
Perché io amo te.
E il venticinque dicembre ho avuto un regalo nuovo di zecca da scartare, che sia sempre lo stesso ogni anno della mia vita.
Prima indagine per il Capitano Roberto Martielli e la sua compagna, il Sostituto Procuratore Antimafia Viviana Croce. Origini pugliesi per lui, calabresi per lei. Ed è proprio in Calabria che il Capitano subisce un agguato e viene gravemente ferito. Dopo il coma e le cure necessarie viene trasferito nel Ponente ligure a capo di una task force contro la ‘ndrangheta. Sarà necessario per lui e la sua donna entrare nella vita privata e imprenditoriale di industriali, boss, avvocati influenti e collusi. In ballo le elezioni del Sindaco e del Consiglio comunale di Ventimiglia. Il Capitano Martielli si immergerà in un mondo già piuttosto conosciuto per lui, ma sempre in grado di sorprenderlo per l’abilità e la testardaggine nell’insabbiare e eludere i controlli legali. L’apparenza sarà quella di estrema efficienza e pulizia. Il nocciolo della questione si dimostrerà invece torbido, intricato e difficile. L’estensione di un’organizzazione dalla Calabria alla Lombardia, al Veneto, al Piemonte e all’Emilia. Una rete ben strutturata di mafiosi che decidono il clima quotidiano, le imprese da coinvolgere, il denaro da riciclare e la droga da distribuire. Il tutto per portare avanti una candidatura sospetta e riservare le poltrone alle persone “giuste”.

Giuseppina La Delfa è fondatrice e socia delle Famiglie Arcobaleno, di cui per undici anni ha rivestito anche l’incarico di presidente. Da sempre impegnata in prima fila nella lotta per il riconoscimento dei diritti civili.
Cristiana Astori torna con un nuovo capitolo delle avventure di Susanna Marino, non più uscito per Mondadori in una collana da edicola, ma per Eliot edizioni in libreria.
Dopo il grandissimo successo del primo volume, è arrivato in libreria Storie della buona notte per bambine ribelli 2, sempre ad opera Francesca Cavallo e Elena Favilli, pronto a raccontare altri cento destini straordinari di donne di ieri e di oggi, come fonte di ispirazione per le giovani generazioni ma anche come mezzo per combattere contro gli stereotipi di genere e i luoghi comuni, che vogliono le donne da sempre in posizioni subordinate e inattive e mai protagoniste di eventi o creatrici di mondi.
In La straordinaria storia di Francesca Sanna Sulis. Donna di Sardegna, Ada Lai veste i panni di questa donna imprenditrice e stilista vissuta in Sardegna tra il 1716 e il 1810. La narrazione del libro, edito da Palabanda, prende il via da Muravera, dove la Sulis nacque, per seguire tutto il suo cammino esistenziale. La trama e è molto interessante, poiché non solo ci racconta la storia di una donna intraprendente, che si pose come una delle prime imprenditrici in un mondo dominato principalmente da uomini. Il romanzo di Ada Lai mette per iscritto la storia di una di donna, tramandatasi nei secoli grazie ai racconti orali delle donne di Muravera e a quelle di Quartucciu, dove la Sulis diede vita alla sua attività imprenditoriale. La Sulis fu fortunata nella sua vita, perché trovò un marito che non solo la amò sempre, ma che la sostenne in ogni sua iniziativa e attività. Il consorte in questione era personalità molto nota per la Sardegna di quel periodo, era il giureconsulto Pietro Sanna Lecca che diede vita agli “Editti e Pregoni”, voluti dal Re Carlo Emanuele III. Questi testi raccoglievano tutte le leggi e le Ordinanze emanate per l’isola di Sardegna tra il 1720 e il 1774. Appena sposata la coppia si trasferì a Cagliari (1735), dove la Sulis diede vita ad una fervente attività imprenditoriale che si diffuse in diversi ambiti, da quello culturale e sociale, fino a quello agricolo, tessile e della moda. Infatti Francesca Sanna Sulis introdusse la produzione e lavorazione di seta, lino e lana, permettendo alle donne sarde di emanciparsi cominciando a lavorare in questo settore. La seta prodotta nei laboratori di Quartucciu, come testimoniano i ricordi e le cronache dell’epoca, era tra le migliori al mondo, perché Francesca Sanna e le sue lavoratrici agivano con passione e dedizione per ottenere prodotti di qualità. E non si limitò a questo, infatti la Sulis diede il via al lavoro domiciliare e avviò delle vere e proprio scuole di formazione professionale per insegnare come si faceva la filatura. Accanto alla formazione lavorativa degli adulti, l’imprenditrice, per la quale l’istruzione era valore fondamentale per ogni essere umano, fece aprire anche le scuole basse, ossia istituti dove i figli della popolazione più povera potevano imparare a leggere e scrivere. La Sulis ebbe tre figli, ma nessuno seguì la sua strada nell’imprenditoria della moda. Due presero i voti religiosi e uno divenne avvocato e commercialista. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1810, quella ventata di progresso e innovazione del ruolo femminile che la Sulis aveva cominciato a radicare nella società sarda subì, purtroppo, una forte battuta d’arresto e, in generale, la donna della Sardegna perse quello slancio di cambiamento che era cominciato con l’imprenditrice di Muravera. Certo è che La straordinaria storia di Francesca Sanna Sulis. Donna di Sardegna di Ada Lai è un’importante testimonianza di una figura femminile che con grande intraprendenza e intelligenza si impose come uno dei primi esempi di imprenditoria, collaborazione e tentativo di emancipazione dell’universo femminile capaci di essere, allo stesso tempo, casalingo e imprenditoriale.


























