Posts Tagged ‘Céline’

:: Mi manca il Novecento – Céline, il grande scrittore affacciato sull’Apocalisse a cura di Nicola Vacca

28 Mag 2018

Céline

La notte céliniana definisce lo stato estremo in cui dal momento che nulla esiste più separatamente, tutto ricade, annega e si asfissia in tutto. Louis Ferdinand Céline è lo scrittore disperato, sregolato profeta di sventure che ha testimoniato, meglio di chiunque altro, il frangersi dell’essere, la dissoluzione del viaggio esistenziale al termine della sua notte.
Non c’è dubbio, per questo e altri motivi Céline è uno dei più grandi scrittori del secolo scorso. La sua opera irriverente e la sua stessa vicenda biografica fanno di lui un personaggio del quale si discute ancora.
La sua vita è avventurosa e maledetta, densa di insidie e peripezie. Nei suoi libri lo scrittore con linguaggio crudo e estremo fa i conti con la propria anima dannata.
I suoi libri sono dei capolavori perché è la sua vita stessa a esserlo.
Céline è lo scrittore perfetto del Novecento, questo straordinario, controverso e indimenticabile protagonista dell’agonia e della decadenza del secolo breve. Nei suoi stessi libri si trova il fascino di un personaggio scomodo che ha rivelato il trauma lacerante della guerra e la miseria intellettuale del proprio tempo.
Céline medico e scrittore, autore di pamphlets polemici che non arretra mai di un passo rispetto al suo pensiero..
Comunque si voglia giudicare i contenuti degli scritti polemici (ma sarebbe il caso di ricordare, almeno ogni tanto, che si tratta di testi letterari, nei quali la natura metaforica del discorso prevale di gran lunga sui discorsi apparenti), resta il fatto che è impossibile capire il passaggio di Céline dai primi capolavori narrativi (Viaggio al termine della notte, Morte a credito) a quelli della maturità (Il castello dei rifugiati , Nord) se ci si ostini a prescindere, in base a un’astratta discriminazione ideologica, dalla straordinaria novità stilistica introdotta dalle concitate invettive cui lo scrittore si abbandonò nelle sue pagine rischiose, provocatorie, e laceranti.
Si deve tenere conto di queste considerazioni per accettare senza riserva alcuna la fitta e intricata vita di uno scrittore discusso. Il modo migliore per accostarsi al Céline dei libelli scomodi è quello di cercarvi lo scrittore e non l’ideologo, il disperato scrutatore degli abissi che prende sempre le difese delle vittime del sistema e non il presunto fautore o propagandista di crimini storici. Per Céline la vita non è altro che dissoluzione continua e agonia passionale.
Questo è l’unico modo per entrare profondità l’esperienza nichilista dello scrittore. Nei suoi libri non manca l’esplorazione del suo intimo tessuto carnale.
C’è quanto basta per comprendere l’ansia maniacale di Céline: fuggire per andare altrove, in qualsiasi posto, per andare, se è necessario, fino al termine del mondo, della notte, impedire o ritardare il crollo della propria integrità personale, allo stesso tempo salvarsi dalla propria notte.

«Ma quel che voglio prima di tutto è vivere una vita piena di incidenti che spero la provvidenza vorrà mettere sulla mia strada, e non finire come tanti avendo piazzato un solo polo di continuità amorfa su una terra e in una vita di cui non conoscono le svolte che permettono di farsi un’educazione morale – se riuscirò a traversare le grandi crisi che la vita mi riserva, sarò meno disgraziato di un altro perché io voglio conoscere e sapere in una parola io sono orgoglioso – è un difetto? Non lo credo, e mi creerà delle delusioni o forse la Riuscita».

Con queste parole profetiche Louis Ferdinand Céline chiude il suo diario. Qualche di deve averlo ascoltato perché certo non ha avuto una vita banale e anonima.

:: Lettere agli editori, Louis Ferdinand Celine, (Quodlibet, 2016)

22 febbraio 2017
cov

Clicca sulla cover per l’acquisto

Louis Ferdinand Auguste Destouches, in arte Celine, dal nome della nonna, intellettuale poliedrico, medico degli ultimi, insopportabile, geniale, innovatore, tragicamente diretto e sincero, ignobile, anti tutto non solo antisemita, seppure questa è la principale macchia nera che grava sulla sua eredità letteraria,  è senza dubbio uno degli scrittori più importanti, controversi e difficili del Novecento. Il secolo breve di hobsbawmiana memoria, che vide esplodere l’odio di due Guerre Mondiali, i campi di concentramento, l’esplosioni delle atomiche, in un susseguirsi quasi ininterrotto di tragedie e di drammi. Leggere Lettere agli editori (tradotto e cura di Martina Cardelli, edito da Quodlibet) è un esperienza che consiglio nella misura in cui si voglia fare pace con il senso di colpa che quasi ci assale avvicinandoci a questo autore. Dopo Bagattelle, mi ero ripromessa che non avrei letto niente di Celine, e invece quasi per caso, senza riflettere troppo, ho avuto modo di leggere questo libro, scoprendo lati del suo carattere e del suo genio che mi erano stati preclusi dalla violenza delle invettive di quell’ infernale pamphlet. Innanzitutto credo sia necessario, affrontando questo testo, dimenticarci il Celine che abbiamo iniziato a conoscere attraverso il filtro di tanti anni di critica, e abbandonare il preconcetto che i rapporti tra scrittori ed editori siano fiumi tranquilli, edulcorati da scambi in punta di penna di specchiata educazione. Consideriamo anche che l’editoria di allora ormai è scomparsa, è ben difficile che uno scrittore tratti con il boss di una casa editrice in prima persona, discutendo di anticipi, diritti, rendiconti. Ora, sicuramente questi dettagli tecnici e materiali vengono gestititi da professionisti appositi, agenti letterari, consulenti e chi più ne ha ne metta. L’editoria è cambiata, l’editoria ruspante di allora non esiste più, è morta o meglio dire si è evoluta, perdendo anche parti che si potrebbero definire spontanee e affascinanti. C’è anche da dire che anche allora di Celine c’era giusto lui, e averlo come autore nella propria scuderia, non deve essere stato affatto un gioco da ragazzi, privo di rischi. Diffidente, aggressivo, privo di doti concilianti, andava anche a umori, fin che si faceva alla lettera tutto quello che indicava come prioritario, ci si poteva fregiare della sua amicizia, se questo idillio si rompeva, insulti, epiteti, accuse, fiumi di sarcasmo, sempre stemperato dalla sua fervida fantasia e ironia e dalla sua decostruzione del linguaggio (che rendono tra l’altro queste lettere molto divertenti da leggere). Se vogliamo Celine era un villain a parole, usava il linguaggio (anche molto affilato e tratti rude) come un’ arma per lo più di difesa, ma fu lui a subire materialmente e moralmente povertà, esclusione, la minaccia della condanna a morte, l’esilio, una condanna detentiva. La sua carriera letteraria, per lui indispensabile in maniera disperata, il suo desiderio di essere pubblicato (e ben pubblicato), uscire in libreria, avere belle recensioni, vincere premi, ottenere quella sorta di visibilità e riconoscimento per il suo genio di cui era lucidamente e un po’ astutamente consapevole, sono per lui necessità vitali, che non si deprezzano nel mero desiderio di guadagnare denaro. Più che altro questa sua ostentata avidità o taccagneria, che sbandiera in ogni dove, cavillando per anticipi principeschi, esigendo ristampe, implorando quasi di essere pubblicato nelle Pleiade, insomma il lato venale del suo genio, più che altro una disperata necessità di non essere imbrogliato, vilipeso, umiliato. Esige il rispetto ed essere preso sul serio, quando queste due condizioni le vede tentennare, la rottura giunge inevitabile, come con il povero Paulhan, o anche con Monnier che tanto aveva fatto per lui, rischiando in prima persona. Soprattutto non accetta la pietà, o il dono (che anche alcuni amici scrittori o ammiratori vogliono fargli nei suoi periodi più difficili, ci provò pure Malaparte), lui si considera un operaio delle lettere ed esige di vivere con il suo salario dovuto. Forse la carogna Voilier è colei a cui dedica le pagine più sulfuree e avvelenate, ritenendola responsabile in primis della morte di Robert Denoel (morì assassinato), per il quale non ostante i dissidi, nutrì un’ autentica riconoscenza se non amicizia per averlo pubblicato per primo, (sfuggì a Gallimard per un soffio negli anni Trenta). Tra le pagine di questo epistolario emerge anche l’idea che Celine aveva della scrittura, il rigore con cui lavorava un testo perché fosse perfetto, privo di refusi, cadenzato da virgole efficaci, capace di ottenere il ritmo, che riteneva indispensabile. La «petite musique». Lottava come una tigre per impedire tagli, modifiche a i suoi testi. Voleva copertine sobrie, eleganti, serie. E la sua segretaria Marie Canavaggia (per la quale non dedica mai che parole splendenti, come la tenerezza che dedica a sua moglie Lucette), fu la sua più fida alleata, contro gli editori salumieri. Da leggere.

Céline (Louis Ferdinand Destouches, Courbevoie 1894 – Meudon 1961) è una delle figure più controverse della letteratura del Novecento. Nei suoi romanzi, a cominciare dal Viaggio al termine della notte (1932), ha trasposto i grandi drammi del suo secolo: le trincee, il colonialismo, l’alienazione della classe operaia e delle periferie urbane, i bombardamenti, la Germania del dopoguerra.
Céline è anche l’inventore di una prosa unica – tormentata, provocatoria, esilarante – che porta nella scrittura l’emotività e la vitalità del linguaggio parlato: se ne può trovare un’efficace spiegazione nei Colloqui con il professor Y (1955), sotto la forma di un’immaginaria intervista.
Le sue vicende personali, ma anche politiche, giudiziarie, editoriali sono il riflesso della complessità della sua epoca, cui Céline ha aderito fin nelle più intollerabili aberrazioni. Tra i suoi romanzi ricordiamo Morte a credito(1936), Guignol’s Band (1944) e la cosiddetta «trilogia del Nord»: Da un castello all’altro (1957), Nord (1960) e Rigodon (1969).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa Quodlibet.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.