
Elena Hoehn e Celeste Di Porto. Una nata in Slesia, l’altra in Italia. Entrambe presenti a Roma durante la Seconda guerra mondiale. I loro destini si incrociarono perché tutte e due le donne furono accusate di essere delle collaborazioniste dei tedeschi. In particolare la giovane Celeste Di Porto, bellissima e spregiudicata amante di un fascista, dopo lo scoppio della bomba di via Rasella nel marzo del 1944 cominciò ad aiutare i tedeschi trovare gli ebrei che abitavano o si nascondevano nel ghetto, alcuni dei quali (compreso il pugile Lazzaro Anticoli soprannominato “Bucefalo”) finirono poi nelle Fosse Ardeatine. Questo suo agire ambiguo la portò ad essere guardata con sospetto da tutti e a venire soprannominata la “Pantera Nera”. Elena Hoehn polacca, residente in Italia perché sposata con un italiano (il loro matrimonio celebrato con rito civile ebbe vita breve) finì nel ciclone della giustizia con l’accusa di aver nascosto Giovanni Frignani (suo amante), l’ufficiale dei Carabinieri che arrestò Mussolini e che poi fu inserito nella lista di coloro che persero la vita nelle Ardeatine. Due figure femminili da subito ambigue, dai destini separati fino a quando Celeste e Elena si incontrarono nel carcere delle Mantellate, dove nacque un rapporto che le portò a diventare amiche e ad avvicinarsi a Chiara Lubich e al nascente Movimento dei Focolari. Leggendo il libro di Anna Foa e Lucetta Scaraffia si ha la netta sensazione che la maggior parte della narrazione sia incentrata sulla figura della Hoehn e, effettivamente, è molto dettagliata la parte del saggio nella quale sono raccolte tante testimonianze attorno alla donna e alla sue relazioni, utili per comprendere quanto fosse fondata l’accusa di spionaggio per aver dato riparo al carabiniere ricercato per aver arrestato Mussolini dopo la sua rimozione. Elena e Celeste, due donne diverse tra loro, ma con relazioni e intrecci di vita che portarono i loro destini ad incrociarsi e a influenzarsi, tanto è vero che fu proprio durante la detenzione che la Di Porto si convertì al cattolicesimo (madrina al suo battesimo fu la Hoehn) evidenziando la volontà di prendere i voti, anche se poi il passo completo non lo fece. Messe alle strette dall’evidenza dei fatti Elena e Celeste cercarono di dare una svolta decisiva rivolta al cambiamento totale per quanto riguarda le loro esistenze. Dalla lettura del saggio sembra proprio che la Hoehn ebbe un ruolo fondamentale nella conversione della Di Porto. Resta sempre un dubbio e qualche domanda: le due donne cambiarono veramente, o nel loro io più profondo rimasero sempre quelle persecutrici che con il loro agire portarono la fine nella vita di molte persone nel marzo del 1944? Certo è che quello che le due autrici riescono a compiere nel loro libro ricostruendo le vite della Hoehn e della Di Porto è dare voce a storie umane per troppo tempo nascoste e rimaste sconosciute. Grazie alla Anna Foa e a Lucetta Scaraffia in “Anime nere. Due destini nella Roma Nazista” il lettore di oggi riesce a conoscere un nuovo frammento degli eventi bellici in Italia e le vite di due donne tra loro diverse, ma forse simili, che con il loro agire influenzarono il corso e gli eventi della Storia.
Anna Foa (Torino, 1944) ha insegnato Storia moderna all’Università La Sapienza di Roma. Autrice di numerosi volumi sulla storia degli ebrei in Europa e in Italia, recentemente ha pubblicato Portico d’Ottavia 13. Una casa del ghetto nel lungo inverno del ’43 (2016) e La famiglia F. (2018).
Lucetta Scaraffia (Torino, 1948), storica e giornalista, docente di Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, è stata editorialista dell’«Osservatore Romano», di cui ha fondato e diretto dal 2012 al 2019 il mensile «Donne Chiesa Mondo». Con Marsilio ha pubblicato Dall’ultimo banco. La Chiesa, le donne, il sinodo (2016), Tra terra e cielo. Vita di Francesca Cabrini (2017), Storia della liberazione sessuale (2019) e il giallo La donna cardinale (2020)
Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa Marsilio.



Le biografie e le autobiografie sono un genere letterario che apprezzo perché permettono a noi lettori di conoscere le vite di personaggi più o meno famosi, vissuti nel presente ma, soprattutto nel passato. L’ultima del genere che ho letto è quella dedicata a “Goffredo di Buglione”, scritta da Sergio Ferdinandi, edita da Graphe.it. Goffredo di Buglione, colui che guidò la prima Crociata, lo abbiamo trovato nei libri di storia, negli scritti di Dante e nella “Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso, ma nel libro di Ferdinandi, l’autore procede proprio ad un dettagliata ricostruzione della vita del condottiero, dall’infanzia alla maturità. Il volume è inserito nella collana “I condottieri” nella quale l’editore raccoglie le vite di quelle personalità che, nel corso della storia, riuscirono a conquistare la fiducia della massa e Buglione, l’incarnazione del cavaliere perfetto, fu una di loro. Si ma chi era Buglione? Goffredo di Buglione nato verso il 1060 (1060 circa-1100), fu Duca di Bassa Lotaringia, e da subito, ne libro si scopre l’importanza delle origini genealogiche del crociato che era figlio di Eustachio II di Boulogne, protagonista nella battaglia di Hastings, e Ida di Lorena, nipote di Matilde di Canossa e, giusto per non farsi mancare nulla, pure discendente di Carlo Magno. Il testo di Ferdinandi ci racconta la formazione del giovane Goffredo, la sua crescita umana, religiosa e militare, fino alla partenza per la missione da compiere. Quella svoltasi tra il 1096 e il 1099 (la Prima Crociata) per la restituzione ai Cristiani del tanto amato e venerato Sepolcro di Cristo, da secoli sotto la dominazione musulmana. Quello che emerge da questa biografia è l’immagine di un condottiero che divenne, per il suo modo di agire, per i racconti su di lui presenti nelle chansons de geste e anche per un consistente agire propositivo della Chiesa Romana, l’incarnazione del modelle ideale del “Cavaliere perfetto, di colui” che in sé aveva profonda umanità, pietà religiosa, eroismo e grande abilità militare. Sergio Ferdinandi è riuscito a creare una biografia di piacevole lettura, molto approfondita e con un taglio didattico-scientifico che mostra il Buglione nel suo essere condottiero e uomo di grande fede e forza. Non solo, perché grazie alla ricostruzione della vita del Buglione, il lettore ha la possibilità di avere allo stesso tempo una visione del quadro storico dell’epoca della Prima Crociata, sia in Europa che in Terra Santa. Goffredo morì giovanissimo, a soli 40 anni, certo è che fu un uomo delle qualità rare e uniche, le stesse che gli permisero di essere scelto dai suoi compagni d’armi come primo sovrano latino di Gerusalemme, adottando anche il titolo di Advocatus Sancti Sepulchri (Difensore del Santo Sepolcro) e di entrare nella leggenda arrivando fino ai giorni nostri.
La rosa, un fiore di una bellezza disarmante. La rosa però non è solo uno dei componenti del mondo vegetale, essa è un elemento che accompagna l’uomo fin dal passato. A raccontarci il valore culturale della rosa ci pensa il libro “Rosa. Storia culturale di un fiore”, di Claudia Gualdana, edito da Marietti 1820. Il saggio ripercorre il valore che il fiore ha avuto nel corso dei secoli negli ambiti letterario, figurativo, storico e favolistico. Un libro interessante che permette di comprendere la molteplicità di significati e valori che il delicato fiore ha assunto anche nelle differenti culture dove esso è passato. La lettura del libro della Gualdana è avvincente, perché si parte dagli albori della civiltà umana e già nell’ “Iliade” di Omero si trova l’accenno alla rosa e al suo olio, usato da Venere per ungere il corpo senza vita di Ettore. Dagli scritti dell’antica Grecia, dove la rosa veniva usata anche per decorare gli altari delle divinità (Venere), si passa all’epoca dei Romani, quando il fiore era il simbolo della passione, della vita e del trionfo militare. Nel primo Cristianesimo la rosa assunse il significato del dolore e del martirio, non a caso più che i petali, prevalsero le sue spine e sarà solo col passare del tempo che ci si rese conto di come il Cristianesimo non era solo dolore, ma anche amore per la vita e speranza. Pensiamo alla rappresentazione della Madonna, madre di Gesù, spesso è accompagnata da fiori e tra di essi spiccano le rose, un’eredità di epoca pagana, che nel cristianesimo assume valore di carità, purezza e santità. Nel libro della Gualdana si fa riferimento anche al valore simbolico del fiore in rapporto ai numeri e si pone l’attenzione su quello che accadde in epoca medievale, quando la rosa visse un momento di oblio, nel senso che il suo valore erotico e sensuale la portò ad essere messa un po’ in disparte. Successivamente il fiore ebbe il suo riscatto quando venne elevato fiore l’emblema della figura di Cristo. La rosa come Cristo, da amare e rispettare. Non a caso il colore rosso dei petali veniva spesso equiparato a quello del sangue versato da Gesù nel momento della Passione in croce. Come emerge dal libro, la rosa visse un vero e proprio cammino culturale, che la portò a popolare il mondo delle cultura e, ad un certo punto, anche i giardini di case e monasteri, poichè la si riteneva un fiore in grado di curare i malumori e le infezioni. Religione, arte e anche letteratura. Nelle opere letterarie la rosa è protagonista di poesie. È simbolo di amore, di passione, di bellezza e spesso la donna amata e desiderata dal poeta è paragonata ad una rosa. Non solo, perché nel corso della storia della letteratura, il delicato fiore è stato protagonista di più e più scritti e caricato di tanti significati da indagare e scoprire. In questo la Gualdana ci aiuta dandoci interessanti informazioni e creando spunti per nuove ricerche. Alla fine del libro ci sono una serie di poesie che fanno compiere un vero e proprio cammino nella letteratura alla scoperta dei valori simbolici e metaforici che la rosa assunse per i poeti che la fecero protagonista dei propri testi. “Rosa. Storia culturale di un fiore” di Claudia Gualdana è un interessante saggio che permette al lettore di comprendere la molteplicità di significati, interpretazioni, valori simbolici e metaforici di ieri e di oggi, che si celano nei profumati petali di una rosa.
Noi siamo la nostra storia.
Dragan Velikić è uno dei più importanti autori della letteratura serba e con “Bonavia” è riuscito a creare un grande romanzo dal respiro europeo. La narrazione prende il via a Belgrado, poco dopo la fine della guerra, dove si ritrovano anime solitarie pronte a mescolarsi tra loro per ridare vita alla città. Tra coloro che vivono a Belgrado ci sono Marko e Marija. Lui è davanti ad un consolato straniero per richiedere il visto di espatrio, mentre lei dice di essere lì di passaggio dopo aver accompagnato un’amica (Kristina) all’aeroporto, dove è salita su un aereo diretto a Boston, negli Stati Uniti, per realizzare il suo sogno. I due giovani si conoscono e in quel breve tempo che stanno nello stesso spazio il lettore ha la netta sensazione che il loro incontro non sia casuale. Il tempo passa, Marko e Marija li ritroviamo anni dopo e si scopre che quell’incontro causale ha dato vita a quella che sembra essere una relazione, un po’ complicata, ma vera. L’altra città dove si sviluppa la tra è Vienna, e qui, oltre ai due protagonisti, il lettore ritroverà anche Kristina tornata dagli USA e Miljan il padre acciaccato di Marko. Quello che emerge dalle parole dei personaggi, dalle loro azioni e relazioni, mette in evidenza pezzi di vita di un tempo trascorso umano pieno di dolori e sofferenze. Per esempio Marko è accanto al padre Miljan nonostante un passato di lontananza. Dallo ieri
“L’intendente Sanshō” di Mori Ōgai è la versione più nota di una leggenda antica del Giappone, con protagonisti sorella e fratello vissuti nel periodo Heian. La storia, pubblicata dall’editore Marietti 1820, ha al centro della narrazione Tanaki, Zushio e Anju, moglie e figli di un governatore spodestato dal suo ruolo perché ritenuto troppo buono e umano dai suoi superiori. Ad un certo punto le vite della madre e dei figli si separano. La donna viene venduta al mercato di Sado, mentre i due fratelli, che sono dei bambini, finiscono nelle terre dell’intendente Sanshō. Qui, i due, uniti dal profondo legame fraterno, metteranno a assieme le loro forze per sopravvivere e per sopportare le angherie dell’intendente. Il loro intento è quello di fuggire e di andare a trovare la madre, un desiderio che i due giovani nutrono sempre più nel loro cuore, e che diventa ancora più intenso quando sento una canto di una voce femminile arrivare da lontano. Una dolce voce che intona la stessa canzone che cantava sempre loro Tanaki. Grazie a quella melodia eseguita da un’anziana, i due fratelli organizzano una fuga per loro e per la donna che canta, però tutto viene mandato in fumo dagli uomini di Sanshō. Zushio non demorde e, anche su spinta della sorella, decide di partire per andare ad ottenere giustizia e promette ad Anju di tornare a prenderla, ma la ragazza, impensierita dalle pressioni che potrebbe subire nell’attesa del ritorno del fratello, compirà un gesto che lascerà il lettore senza parole. Zushio, trova aiuto in Taro, figlio di Sanshō, del tutto all’oscuro dei loschi traffici del padre. Solo dopoa ver esposto le sue ragioni al Primo Ministro di Tokyo, Zushio partirà per Sado alla ricerca della madre. Il romanzo breve, o racconto lungo, di Ōgai ci porta dentro al Giappone del passato, dentro all’intreccio della storia antica e permeata di un’atmosfera in perenne bilico tra Storia e leggenda. Quello che emerge è la coralità della vicenda, nel senso che i protagonisti incarnano sentimenti comuni vissuti da chi si era vittima di soprusi da parte dei potenti. Tra le pagine de “L’intendente Sanshō” di Mori Ōgai emergono altri temi, ancora attuali oggi, come l’importanza dei legami familiari; il valore degli insegnamenti morali per un vita degna e rispettosa e anche un’acuta e attenta riflessione sulle violenze, le vessazioni e le angherie dei potenti corrotti, verso coloro che cercavano di vivere onestamente. Testo curato da Matilde Mastrangelo con introduzione di Maria Teresa Orsi. Traduzione di Matilde Mastrangelo.
“La sartoria di via Chiatamone” è il romanzo d’esordio di Marinella Savino, edito da Nutrimenti. La vicenda è una storia di vita e di sopravvivenza ambientata a Napoli dal 1938 fino alla fine della guerra. La narrazione si apre con l’arrivo di Hitler a Napoli. La folla lo attende con trepidazione, lo saluta col classico gesto romano e, in quella massa di persone e bandiere che sventolano, c’è Carolina, l’unica che sembra aver chiaro che la venuta di quell’uomo non promette nulla di buono. La protagonista è una sarta e abile ricamatrice che intuisce come da quel momento in poi lei, la sua famiglia, e il resto della popolazione italiana, più che vivere, dovranno imparare a resistere ai tempi bui e cupi in arrivo. Il libro della Savino non si limita narrare le ristrettezze e i pericoli che la popolazione partenopea e la famiglia della protagonista devono sopportare. Il romanzo dell’autrice napoletana, attraverso la figura di Carolina, ci mostra una donna intraprendente che, da semplice cucitrice, apre una propria bottega in via Chiatamone, nella quale realizza vestiti di alta qualità e ricamo. Con lei, oltre all’amica Irene, lavorano anche altre ragazze, segno evidente di un’attività che le impiega per molto tempo al giorno. Le cose cambieranno con l’arrivo della guerra. Carolina è imprenditrice, moglie e madre e non solo, perché comincia a pensare a come salvaguardare le entrate economiche e a come sfamare la famiglia. Carolina cosa fa? Compra e mette da parte scorte di cibo e lo fa in quantità industriale. Le derrate alimentari le nasconde proprio per andarle a recuperare quando la guerra porterà – e ne è sicura- sfacelo, distruzione, morte e fame per tutti. La protagonista è previdente, pensa a sé e alle persone che ama. La donna ama molto il marito Arturo e i figli, ma non esita a prendersi cura e ad accogliere sotto il proprio tetto gli amici che hanno perso la casa a causa delle bombe. È vero Carolina è consapevole delle bocche in più da sfamare, ma basta restringere un po’ le porzioni per garantire cibo a ogni persona. La guerra è il nemico di Carolina e della gente di Napoli. È la guerra che li assedia giorno e notte, bomba su bomba, fino al culmine con le quattro giornate di Napoli. Tutti i personaggi rimangono profondamente traumatizzati dal conflitto che ha scompaginato il loro vivere quotidiano. C’è chi si si dispera, chi fugge, chi perde l’uso della parola a causa dello shock e chi cade in una dolorosa preoccupazione, per il timore che il figlio al fronte possa essere morto. Sì, perché il senso di fine e distruzione sono la costante del romanzo “La sartoria di via Chiatamone”, nel quale, allo stesso tempo, il laboratorio della sarta e la sua cantina diventano una specie di arca della salvezza. Una sorta di grande cassaforte dove trovare cibo, riparo e conforto da tutto il male che c’è. La trama della storia è coinvolgente e a rendere la narrazione ancora più appassionante e verosimili e vivi i personaggi, come ne “L’amica geniale” della Ferrante per citarne uno, c’è l’utilizzo del dialetto. Il romanzo d’esordio di Marinella Savino è una storia di amore per la vita e di lotta contro il turbinio delle violenze della Seconda guerra mondiale che travolse l’Italia e il mondo intero. “La sartoria di via Chiatamone” è la coraggiosa battaglia di una donna – Carolina- che con intelligenza e con la speranza della libertà sempre nel cuore, agisce per salvaguardare il suo mondo fatto di affetti e persone.
Marcel de La Tache è un giovane giornalista di belle speranze nella Parigi del 1786 e un giorno, mentre si sta recando al lavoro, assiste nella piazza della Cour du Mai ad un atroce supplizio: una donna, giovane e bella, viene fustigata e marchiata con la V di voleuse, ladra. Marcel scopre che la condannata altri non è che Jeanne de La Motte Valois, nobildonna di oscure origini implicata nello scandalo della collana, che ha coinvolto anche la regina Maria Antonietta e il cardinale di Rohan con l’acquisto a rate di una costosissima collana, non fatto dalla sovrana ma portato avanti con l’inganno dalla contessa raggirando anche Rohan.


























