Johnny Stompanato è una delle tante figure, probabilmente nemmeno la più bizzarra o carismatica, apparsa nella Hollywood-Babilonia del secondo dopoguerra e prismaticamente riscritta in decenni di mitologie e narrazioni, a malapena una comparsa nei romanzi losangelini di James Ellroy e lontana ispirazione per opere tra loro diversissime (un riferimento, seppure molto sfumato, ai fatti di Stompanato e Turner è contenuto anche nel film Settembre di Woody Allen).
Chi era Johnny Stompanato? Un italo-americano dalla vita avventurosa, gran seduttore, malavitoso nonché guardia del corpo del boss Mickey Cohen (altra icona ellroyana) e, negli ultimi anni della sua vita, amante della diva Lana Turner (ma non solo, pare che addirittura Frank Sinatra abbia avuto da ridire sulle attenzioni che Johnny riservava ad Ava Gardner).
Il 4 aprile del 1958 Johnny Stompanato muore a Beverly Hills, nella villa di Lana Turner, pugnalato con un coltello da cucina. L’inchiesta appurerà che ad uccidere Johnny è stata Cheryl Crane, la quindicenne figlia di Lana, anche se la verità di quanto realmente successo resterà uno dei grandi misteri hollywoodiani e in molti daranno per assodata la colpevolezza di Lana e l’incriminazione di Cheryl come un escamotage della madre per evitare una condanna che, nel caso di una donna adulta, sarebbe senz’altro stata più grave.
Athos Bigongiali mette, fin dal titolo, Stompanato al centro del suo ultimo romanzo, Johnny degli angeli, e ne racconta la storia in maniera molto originale. Nel leggere questo romanzo viene in mente una frase pronunciata da Michael Cimino a proposito del suo sfortunato film su Salvatore Giuliano Il siciliano che, più o meno, suona così: “Raccontare la vita di un uomo partendo dai sogni e non dai fatti”.
Bigongiali si concentra sugli ultimi istanti di vita di Johnny. Se è vero che in punto di morte ci passa tutta la nostra vita davanti, e Bigongiali sembra voler tener fede a quest’assunto, è anche vero che il film della nostra esistenza non è esente da bilanci, contestazioni e nostalgie. E in effetti la visione di Johnny è insieme critica e partecipe ma, è bene dirlo, non risolve il mistero della sua morte. Fin dalle prime pagine il delitto viene descritto come consumato da un fantasma, una donna con una camicia da notte, la cui identità non è sicura nemmeno per la vittima. Le 130 pagine di Johnny degli angeli sono compresse in un attimo, ma quest’attimo si dilata esponenzialmente come cerchi nell’acqua. Johnny viene inquadrato nella sua piccola statura di uomo qualunque che la sorte spinge a toccare la vetta di determinati ambienti, crimine e show business, raccontati con precisa unità di intenti. Bisogna dire che Bigongiali non conosce maniera né folklore nel descrivere questi scenari ma anzi trova un’efficacissima distanza poetica proprio nel monologo di Johnny, reso in una terza persona soggettiva abilissima nel variare piani temporali e punti di vista sempre però trattenuti saldamente nella prospettiva del protagonista.
Ad affiancare poi Stompanato, quasi come una sorta di grillo parlante, ecco Nick Battaglia, sceneggiatore vittima del maccartismo, personaggio immaginario che in sé racchiude la cupezza e lo squallore di un’epoca. Psicopompo nel mondo del cinema, Nick è un controcanto leggermente più consapevole alla vicenda umana di Johnny. Libro magnificamente disordinato e stratificato (il sottotitolo recita, molto puntualmente, Un delirio hollywoodiano) Johnny degli angeli è il canto funebre, perfettamente bilanciato su un panorama di catastrofe generazionale, di un uomo che ha tentato di padroneggiare gli eventi e che, dal suo soggiorno americano, ha tratto la morale definitiva: È questo che vuole l’America dagli italiani, la bellezza e il sangue.
Athos Bigongiali è nato a San Giuliano Terme (Pisa) nel 1945. Ha pubblicato racconti su varie riviste e raccolte antologiche. Con questa casa editrice ha pubblicato i racconti Avvertimenti contro il mal di terra (1990) e Una città proletaria (1989). Da Una città proletaria è stato tratto uno spettacolo teatrale che è andato in scena nel 1992.
Source: libro inviato dall’editore al recensore.
In una torrida estate romana un passante scopre il cadavere di un uomo atrocemente torturato e mutilato. Sul terreno insanguinato gli arti amputati disegnano una celebre formula fisica. È il primo di una serie di omicidi rituali che coinvolgono vittime senza alcun legame apparente. A tentare di risolvere il caso è chiamato il commissario Ansaldi, professionista integerrimo ma tormentato dall’ansia e dagli attacchi di panico. Ad accompagnarlo in questa avventura verso il male, il vice ispettore Loy, una ragazza con un forte disturbo antisociale di personalità, e altri tre membri del commissariato di Monteverde. Tenteranno insieme di venire a capo di quello che ormai i media hanno battezzato come “il caso delle formule mortali”, un’indagine dopo la quale nessuno dei protagonisti sarà più lo stesso.
“I genitori sanno che i figli sbagliano e che bisogna educarli a non sbagliare. Ma certi, credo, sanno che anche dagli errori si impara. Molti altri non ne vogliono sapere nulla e tuttavia lo sanno ugualmente perché così è capitato a loro. Mia madre invece sa che se commetti un errore, puoi essere spacciata. Per questo non deve educare solo sua figlia a non sbagliare, deve impedirgli che sbagli, qui e ora. Per questo mia madre, finché io sbaglio, non potrà ritenere compiuto il suo compito di educatrice. E io sbaglierò sempre, lo farò solo ai suoi occhi o per davvero, così come lei stessa che, nonostante tutto, commette degli errori. E il senso di impotenza che le viene dal fatto di saperlo accresce il suo zelo e la sua furia. Per questo mia madre non educa, ma addestra”.

Luigi Bernardi è stato molte cose: scrittore, editor, editore, traduttore, talent scout. Ma soprattutto è stato un uomo libero e un intellettuale con la spada sguainata. Nel mondo marcio della letteratura nostrana ha lavorato e vissuto a testa alta senza mai scendere a compromessi e senza lasciarsi sedurre dal sempre in voga mercimonio.
Con La ragazza che chiedeva vendetta (La Corte Editore, pagine 317, euro 17, 90) Pierluigi Porazzi torna sulle tracce di Alex Nero, l’ex poliziotto già protagonista di alcuni romanzi precedenti, impegnato nel duello con Azrael, il criminale incallito che in queste pagine più che mai rappresenta il volto del male.
Tra pochi giorni arriverà in libreria il nuovo libro di Elisabetta Gnone: “Misteriosa” per Le storie di Olga di carta. Prima di leggerlo e raccontarvelo, volevo parlarvi di “Jum fatto di buio”, perché anche Jum è frutto della penna della Gnone e, allo stesso tempo, è una delle storie che Olga Papel ama raccontare agli abitanti di Balicò. Questa volta a riscaldare il freddo inverno che attanaglia il villaggio c’è un’avventurosa vicenda che Olga ha pensato prendendo spunto dal vuoto lasciato da un bosco abbattuto. Olga guardando quel desolante buco pensa a Jum fatto di buio. E chi è Jum? Jum è un misterioso essere dalla forma indefinita, dai movimenti lenti e impacciati. Jum ha una caratteristica inquietante: più la gente piange, più lui si nutre delle lacrime delle persone, più diventa grande e grosso. Olga comincia a dire la storia di Jum agli abitanti del suo villaggio e tutti, ancora una volta, restano ammaliati e conquistati dal modo in cui la piccola riesce a narrare la vicenda di quel losco figuro. In realtà, pagina dopo pagina, il lettore troverà Jum in tante storie, perché questo libro della Gnone mi ha ricordato una matrioska russa, nel senso che il volume edito da Salani è una storia che contiene tante altre piccole storie. In “Jum fatto di buio” Olga racconta e lo fa mettendo in evidenza quelle che sono le paure, i tormenti, le ansie che assillano i diversi personaggi dei suoi fantasiosi racconti. A volte noi, come i diversi personaggi presenti nelle vicende narrate da Olga, soffriamo per la perdita di una persona amata, per un progetto andato a monte, per una situazione che ci fa sentire a disagio e spesso diventa davvero difficile riuscire a trovare una via di uscita a quello che ci tormenta. Questa impossibilità di ritrovare la pace è quella che nel libro di Elisabetta Gnone spinge il misterioso Jum a scatenare angosce e dolori nel cuore delle persone, perché più gli umani soffrono, più Jum si nutre del loro dolore. Le storie narrate da Olga Papel, accompagnata sempre dal suo fidato amico Valdo, agli abitanti di Balicò – e a noi lettori – ci dimostrano che nel buio pesto, dove crediamo di esserci persi per sempre, è possibile trovare una soluzione, perché come scrive Elisabetta Gnone in “Jum fatto di buio”: “Siamo lumini che attendono di splendere, il buio non ci appartiene”. Una luce di speranza nascosta in ognuno di noi, tutta da riscoprire per iniziare un cammino di rinascita.
Eurosia Fabris Barban, da tutti conosciuta come “mamma Rosa”, nacque il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino, un piccolissimo comune nella provincia di Vicenza, in Veneto. Era una donna semplice e umile, che con la forza della fede fece grandi cose nella sua vita e per le persone che la circondavano.
Capitolo conclusivo della “Trilogia dei Codici” di Sergio Fanucci, Codice Lumière, uscito quest’estate per Time Crime di Fanucci è un’inattesa scoperta.
Giorgio Caproni non è stato solo un grande poeta. È tutta da scoprire la sua attività di prosatore e di collaboratore di quotidiani e riviste.
“Il treno ripartì proprio in quel momento. Con la coda dell’occhio lo vidi sfilare, lento e poi più veloce e non capii cosa, esattamente cosa, ma a bordo di quel treno lasciammo molte cose, tutto, probabilmente tutto quello che c’era stato e quello che sarebbe potuto essere.”
























