Dopo un periodo di separazione Davide e Valentina sono alle prese con un lento tentativo di rimettere in piedi il loro matrimonio. L’estate è agli sgoccioli e i due rubano ritagli di tempo alle loro giornate e al loro lavoro per passare qualche minuto insieme. Il 26 agosto, la data che Davide non scorderà mai più, i due si trovano in un Hot Mugs di Milano per la pausa pranzo. Neanche mezz’ora dopo entra nel locale un adolescente qualunque e discute animatamente con la cameriera al banco. In realtà quel ragazzo all’apparenza così comune è Rasib Anwar e il suo nome riecheggerà per gli anni a venire in tribunale, su giornali, televisioni e social come il nome del sequestratore dell’Hot Mugs.
In quella caffetteria, insieme a Davide e a Valentina ci sono altre diciannove persone: vite che corrono su binari diversi, alcune sono intrecciate tra loro, come quelle dei protagonisti, altre no, ma tutte per un giorno si bloccano, prigioniere dietro le porte a vetri di un locale a marchio americano.
Matteo Ferrario torna sugli scaffali delle librerie dopo “Dammi tutto il tuo male” (Harper Collins Italia 2017) e si conferma un abile indagatore dell’animo umano. Se nel libro precedente la storia era più intima, racchiusa nella dimensione familiare, in questo nuovo romanzo lo sguardo dell’autore si allarga. La narrazione procede in un continuo alternarsi di passato e presente, dove i ricordi si accumulano e si riferiscono a piani temporali diversi. Parte di questi ovviamente sono legati ai due protagonisti, Davide e Valentina: il loro incontro, l’inizio della loro storia, la crisi, la consapevolezza di non poter fare a meno l’uno dell’altra e il tentativo di ripartire da zero.
«Vale, aiutami, ho bisogno di te.»
Era l’unica frase che mi girava in testa, e che fui in grado di formulare a voce alta dopo che mi ebbe chiesto perché le telefonavo.
«Mi manchi» ammise lei. «Però, Davide, ascolta» aggiunse subito dopo, come dettando la sua unica condizione per accettare di rivedermi. «Voglio tornare a quello che eravamo prima.»
A me sarebbe bastata una nuova versione di noi nel futuro, e la volevo così disperatamente che non le dissi fino a che punto si stava illudendo.
Mi limitai ad assecondarla, e riportarla da me.
Se “l’azione” della storia, quella che muove l’intera vicenda, si concretizza nelle prime 80-90 pagine, molto interessante è da quale punto di vista l’autore decide di guardare a quella che comunemente i media definirebbero “la tragedia”. Proprio a questo punto lo sguardo dell’autore si allarga e abbraccia quella che è la società contemporanea. La tragedia di Davide, ma anche di Jacopo, il compagno di Lorenzo, il responsabile della caffetteria, è una tragedia privata, che sconvolge le loro vite, rendendoli deboli, confusi, insicuri e svuotati. Invece quella sbandierata dai mezzi di informazione, dai programmi tv e ovviamente dai social trasforma il loro dolore in rabbia e frustrazione. Un dolore che dovrebbe essere privato viene osservato sotto la lente di una telecamera, pronta a isolarne dettagli, a vivisezionarne parti, per poi lasciarlo inerme tra le mani di chi è pronto a giudicarlo facendosi scudo dello schermo di un pc.
“La mancanza di compassione che sentivo attorno alla fine di Valentina era come un prolungamento indefinito della follia di cui era rimasta vittima. Era come se le armi da fuoco non avessero mai smesso di sparare. Come se all’Hot Mugs fosse partita una catena umana di idiozia, che attraverso le strade e gli account personali era approdata in ogni casa, nei notiziari e format televisivi guardati con distrazione dalle famiglie a tavola. Per loro era un intrattenimento appena più accattivante del normale, un’alternativa insolita alle serie tv. Per me, invece, era la nuova realtà con cui fare i conti ogni giorno.“
Ferrario mette nero su bianco il voyeurismo per le tragedie tipico della contemporaneità, la facilità con cui alcuni politici approfittano di eventi drammatici per portare acqua al loro mulino, la spregiudicatezza con cui si riesca a lucrare sul dolore. Tutto questo è accompagnato dall’assoluta convinzione da parte di molti di indossare sempre la veste del giudice, di avere cioè la piena e totale libertà di giudicare e incolpare, meglio se è possibile farlo online, tramite un account o un nickname. Una tecnologia facile e pronta a l’uso che spesso non porta a chiederci se pronunceremmo davvero quella frase ad alta voce e davanti a qualcuno; un continuo bisogno di comunicare ed esprimerci che non ci fa capire che a volte la migliore risposta davanti al dolore è un rispettoso silenzio.
Matteo Ferrario è nato nel 1975. Architetto, giornalista e traduttore, a partire dai primi anni Duemila ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie Via dei matti numero zero (Terre di Mezzo, 2002), Racconti diversi (Stampa Alternativa, 2004), Q’anto ti amo (Damster, 2014) e Biblioteca vivente. Narrazioni fuori e dentro il carcere (Altreconomia edizioni, 2016). È autore dei romanzi: Buia (2014) e Il mostro dell’hinterland (2015), usciti entrambi per Fernandel editore. Con Harper Collins Italia ha pubblicato Dammi tutto il tuo male (2017) e Il silenzio che rimane (2019).
Source: libro del recensore.

Romanzo d’esordio per Silvia Ranfagni, scrittrice e sceneggiatrice. Romanzo potente e devastante, che racconta l’essere madre in modo diretto, a volte crudo. Beatrice si trova quarantenne a desiderare un bambino. Lo vuole davvero o lo “deve” avere perché così si fa? Beatrice non si è curata di vizi e stravizi in gioventù, ha sofferto tanto, è rimasta legata ai ricordi più brutti ma ha cercato di vivere come le pareva, scansando il dolore. Ora, non ha un uomo, non ha un compagno, nessuno che possa condividere con lei questo progetto di vita. Che fare? Lo scoprirete in corso di lettura.
Roma non è interessata al fatto che la madre di Lorenzo abbia dato inizio alle pratiche di divorzio, come non è interessata al fatto che suo padre non lo accetti, perché ancora innamorato.
“La figlia dell’assassina” di Giuliana Facchini, edito da Sinnos, è un storia per ragazzi che tratta di vita vissuta nella quale il bullismo e il pregiudizio mettono in crisi i personaggi, in particolar modo la protagonista. Rachele Clarke è una ragazzina esile e molto turbata, anche se non lo dà a vedere. Lei vive in una roulotte nel giardino di Magda e Leone, amici di famiglia. Rachele ci abita con il padre Gerald e il fratellino Joshua, perché hanno dovuto lasciare la loro casa in centro a Roma. Motivo? Eva, la mamma della protagonista e proprietaria di una famosa azienda fashion di guanti per l’alta moda, in un raptus improvviso ha assassinato la sua contabile, una donna della quale Eva si fidava e che invece ha usato il capitale dell’azienda, per giocare d’azzardo. Il risultato è drammatico: un cadavere, Eva in prigione, l’azienda fallita e due famiglie distrutte. Rachele è sola, tormentata dai fatti accaduti e dalle chiacchiere continue della gente, perché tutti sanno quello che è accaduto, ma conoscono la vicenda alla loro maniera o attraverso i media e questo tipo di conoscenza è quello che li porta a giudicare senza sapere. Rachele vuole molto bene al fratellino e anche al padre, ma soffre e nessuno sembra davvero comprendere quelli che sono i suoi bisogni e i diversi pettegolezzi che girano sulla sua famiglia non la aiuteranno per niente, anzi, peggioreranno sempre più il senso di sconfitta che tormenta la ragazzina. Rachele è un po’ depressa, non dorme, così per rilassarsi legge i classici della letteratura dell’infanzia e lo fa salendo su un albero, quando la dispettosa Daria (sua coetanea) le scatta una foto all’improvviso, la posta sul web, definendo Rachele la “Ragazza Licantropo”. Un gesto, pensa Daria, banale, una mera stupidaggine, ma la bulletta della situazione non si rende conto che quella foto messa sui social trasformerà la già fragile Rachele in un vero e proprio bersaglio per la derisione e lo scherno. Tutto poi si complica perché Rachele scompare e sarà proprio Daria, ricca, viziata, insoddisfatta di tutto, a ritrovare la protagonista. Tra le due ci sarà un acceso confronto. Da una parte Daria che ha ogni cosa e non è contenta di nulla e per tale ragione la sua insoddisfazione e incoscienza la spingono a cercare l’eccesso, comprese quelle situazioni che mettono a repentaglio la sua incolumità. Rachele è l’opposto ha un animo sensibile, tormentato, cerca pace nei libri e nella solitudine, vuole bene a Eva ed è consapevole che il fatto di cronaca con protagonista sua madre influenzerà per sempre loro esistenze familiari. Ad un certo punto dal dialogo delle due ragazze emerge questo:
Dopo le edizioni brasiliane e la prima italiana, risalente al 1997, Massimo Canevacci decide di riproporre il suo saggio sull’antropologia della comunicazione urbana La città polifonica, che viene pubblicato a settembre 2018 da Rogas Edizioni.

Johnny Stompanato è una delle tante figure, probabilmente nemmeno la più bizzarra o carismatica, apparsa nella Hollywood-Babilonia del secondo dopoguerra e prismaticamente riscritta in decenni di mitologie e narrazioni, a malapena una comparsa nei romanzi losangelini di James Ellroy e lontana ispirazione per opere tra loro diversissime (un riferimento, seppure molto sfumato, ai fatti di Stompanato e Turner è contenuto anche nel film Settembre di Woody Allen).
In una torrida estate romana un passante scopre il cadavere di un uomo atrocemente torturato e mutilato. Sul terreno insanguinato gli arti amputati disegnano una celebre formula fisica. È il primo di una serie di omicidi rituali che coinvolgono vittime senza alcun legame apparente. A tentare di risolvere il caso è chiamato il commissario Ansaldi, professionista integerrimo ma tormentato dall’ansia e dagli attacchi di panico. Ad accompagnarlo in questa avventura verso il male, il vice ispettore Loy, una ragazza con un forte disturbo antisociale di personalità, e altri tre membri del commissariato di Monteverde. Tenteranno insieme di venire a capo di quello che ormai i media hanno battezzato come “il caso delle formule mortali”, un’indagine dopo la quale nessuno dei protagonisti sarà più lo stesso.
“I genitori sanno che i figli sbagliano e che bisogna educarli a non sbagliare. Ma certi, credo, sanno che anche dagli errori si impara. Molti altri non ne vogliono sapere nulla e tuttavia lo sanno ugualmente perché così è capitato a loro. Mia madre invece sa che se commetti un errore, puoi essere spacciata. Per questo non deve educare solo sua figlia a non sbagliare, deve impedirgli che sbagli, qui e ora. Per questo mia madre, finché io sbaglio, non potrà ritenere compiuto il suo compito di educatrice. E io sbaglierò sempre, lo farò solo ai suoi occhi o per davvero, così come lei stessa che, nonostante tutto, commette degli errori. E il senso di impotenza che le viene dal fatto di saperlo accresce il suo zelo e la sua furia. Per questo mia madre non educa, ma addestra”.

























