Vincitore lo scorso 22 maggio del Premio Calvino 2018, è uscito da circa un mese nelle librerie per Mondadori L’inverno di Giona di Filippo Tapparelli. La giuria, composta da Teresa Ciabatti, Luca Doninelli, Maria Teresa Giaveri, Vanni Santoni e Mariapia Veladiano, ha premiato il romanzo d’esordio dello scrittore veronese
“per la sua grande forza visionaria: nel testo, con stile rarefatto, un allucinato mondo mentale si trasforma in un mondo fisico insieme minuziosamente reale e sottilmente simbolico. Un potente e struggente giallo analitico in cui la verità si sfrangia in tanti rivoli, toccando i temi della colpa, del castigo, del bisogno umano di riconoscimento”.
Giona vive con il nonno Alvise in un paese arroccato su una montagna. Un paese dove il cielo è sempre grigio perché la luce del sole non riesce a filtrare, dove le case sono di pietra viva, umida. Per qualche ragione inspiegabile tutti lì sembrano avere timore del vecchio Alvise, che si erge quasi a capo dell’intero paese.
“Il paese funziona così e lo capisci solo se ci sei nato o se sei stato chiamato ad abitarci. Non è un luogo crudele. Non vi albergano malvagità, felicità o qualsiasi altro sentimento. Il paese si comporta come i suoi abitanti: elimina tutto ciò che non è utile o necessario alla sopravvivenza. Dalla morte di don Giovanni il paese non ha più avuto un prete. Ora è mio nonno a guidare tutto e tutti. Un pastore senza dio e senza rimorsi.”
Un posto ai limiti dell’onirico, specchio e immagine dei suoi abitanti, ai cui destini sembra inesorabilmente legato. Un luogo, ma allo stesso tempo un personaggio della narrazione dal cuore pulsante, cupo, spietato e che per questo un po’ ci ricorda Le Case di Sacha Naspini.
Qui Alvise da sempre esercita con violenza il suo controllo su Giona, convinto che solo con il dolore si impara. Un’educazione instillata a suon di punizioni, ma soprattutto di pugni, calci, ferite e sangue. Ma un giorno, davanti all’ennesima sfida, qualcosa nella testa di Giona si risveglia. All’inizio è solo una voce, qualcuno con cui si confronta, qualcuno che lo spinge a riprendersi la sua libertà, la sua vita. Mettendo da parte per la prima volta la paura, quella paura che lo ha sempre accompagnato, Giona scopre qualcosa che era convinto di non avere, qualcosa di prezioso: i suoi ricordi.
“Non ho ricordi di quando ero piccolo, non ne ho nemmeno uno. Eppure deve essere stato bambino anch’io, ma di quegli anni non mi è rimasto niente. Mi ricordo di ieri, del giorno prima e di quello prima ancora. Ricordo le cose che faccio, e come devo farle ma non il momento in cui ho imparato le più importanti. Quando ho cominciato a camminare, o a parlare. Quando mi sono fatto male per la prima volta e non ho pianto. Vivo in un tempo fermo dove i ricordi non esistono, dove non esiste un prima.”
I ricordi dell’infanzia arrivano come i lampi prima di un temporale: improvvisi, scollegati, non del tutto chiari, si rivelano e prendono forma solo con il tempo. Sono però sufficienti per mettere in discussione l’autorità di Alvise, ma anche l’esistenza stessa di quel paese che sembra bloccato nel tempo; non è un caso che con la loro comparsa la montagna inizi a spaccarsi e a sgretolarsi.
Solo una resa dei conti con Alvise può essere risolutiva, solo in questo modo Giona, può uscire da questo mondo che lo imprigiona (così come il Giona biblico era imprigionato nel ventre del pesce) per tornare nel mondo reale e ritrovare il vero sé stesso.
Dopo questo confronto, il registro cambia completamente; al capitolo tredici passiamo da una narrazione in prima persona a una in terza, abbandoniamo qualsiasi ambientazione simbolica e onirica e ci ritroviamo nella concretezza di un mondo reale, ma non per questo meno angosciante o claustrofobico.
Tapparelli ci regala un capovolgimento inaspettato e ben congeniato, ma proprio quando siamo convinti di avere in mano la verità, qualcosa ci spiazza ancora. Da leggere fino all’ultima pagina.
“La realtà è migliore della malattia, dottore? E cos’è la pazzia, se non aver guardato in faccia la realtà senza mentirsi? Non ci sono cose più fragili della verità. Per questo motivo va detta a bassa voce. Le parole la sporcano, non sanno riportarla in modo fedele. La verità è fatta di silenzio. Un silenzio che riesce a rendere sordo il mondo, quando ciò che cela è troppo grande per essere compreso.”
Filippo Tapparelli (Verona, 1974) lavora in un’azienda veronese. In passato è stato istruttore di scherma, pilota di parapendio e artista di strada. Ha studiato letteratura inglese e russa all’università. Questo è il suo primo romanzo.
Source: libro del recensore.
Una nuova edizione per questo libro d’esordio di Stefano Bonazzi, pubblicato nel 2014. È la storia di una famiglia dove nessuno viene identificato da un nome proprio, quasi la si volesse proteggere dagli estranei, che invece vengono chiamati per nome. È la storia di un luogo qualsiasi, perché potrebbe svolgersi ovunque. È la storia di un bambino costretto a vivere durante i mesi estivi a casa dei nonni. Costretto, a rimanere solo con il nonno, mentre nonna esce per andare a lavorare. Il nonno ha smesso di guidare il camion, la salute non glielo permette più, quindi … perchè permettere al suo unico nipote di crescere sereno e di fare esperienze?

Dopo un periodo di separazione Davide e Valentina sono alle prese con un lento tentativo di rimettere in piedi il loro matrimonio. L’estate è agli sgoccioli e i due rubano ritagli di tempo alle loro giornate e al loro lavoro per passare qualche minuto insieme. Il 26 agosto, la data che Davide non scorderà mai più, i due si trovano in un Hot Mugs di Milano per la pausa pranzo. Neanche mezz’ora dopo entra nel locale un adolescente qualunque e discute animatamente con la cameriera al banco. In realtà quel ragazzo all’apparenza così comune è Rasib Anwar e il suo nome riecheggerà per gli anni a venire in tribunale, su giornali, televisioni e social come il nome del sequestratore dell’Hot Mugs.
Romanzo d’esordio per Silvia Ranfagni, scrittrice e sceneggiatrice. Romanzo potente e devastante, che racconta l’essere madre in modo diretto, a volte crudo. Beatrice si trova quarantenne a desiderare un bambino. Lo vuole davvero o lo “deve” avere perché così si fa? Beatrice non si è curata di vizi e stravizi in gioventù, ha sofferto tanto, è rimasta legata ai ricordi più brutti ma ha cercato di vivere come le pareva, scansando il dolore. Ora, non ha un uomo, non ha un compagno, nessuno che possa condividere con lei questo progetto di vita. Che fare? Lo scoprirete in corso di lettura.
Roma non è interessata al fatto che la madre di Lorenzo abbia dato inizio alle pratiche di divorzio, come non è interessata al fatto che suo padre non lo accetti, perché ancora innamorato.
“La figlia dell’assassina” di Giuliana Facchini, edito da Sinnos, è un storia per ragazzi che tratta di vita vissuta nella quale il bullismo e il pregiudizio mettono in crisi i personaggi, in particolar modo la protagonista. Rachele Clarke è una ragazzina esile e molto turbata, anche se non lo dà a vedere. Lei vive in una roulotte nel giardino di Magda e Leone, amici di famiglia. Rachele ci abita con il padre Gerald e il fratellino Joshua, perché hanno dovuto lasciare la loro casa in centro a Roma. Motivo? Eva, la mamma della protagonista e proprietaria di una famosa azienda fashion di guanti per l’alta moda, in un raptus improvviso ha assassinato la sua contabile, una donna della quale Eva si fidava e che invece ha usato il capitale dell’azienda, per giocare d’azzardo. Il risultato è drammatico: un cadavere, Eva in prigione, l’azienda fallita e due famiglie distrutte. Rachele è sola, tormentata dai fatti accaduti e dalle chiacchiere continue della gente, perché tutti sanno quello che è accaduto, ma conoscono la vicenda alla loro maniera o attraverso i media e questo tipo di conoscenza è quello che li porta a giudicare senza sapere. Rachele vuole molto bene al fratellino e anche al padre, ma soffre e nessuno sembra davvero comprendere quelli che sono i suoi bisogni e i diversi pettegolezzi che girano sulla sua famiglia non la aiuteranno per niente, anzi, peggioreranno sempre più il senso di sconfitta che tormenta la ragazzina. Rachele è un po’ depressa, non dorme, così per rilassarsi legge i classici della letteratura dell’infanzia e lo fa salendo su un albero, quando la dispettosa Daria (sua coetanea) le scatta una foto all’improvviso, la posta sul web, definendo Rachele la “Ragazza Licantropo”. Un gesto, pensa Daria, banale, una mera stupidaggine, ma la bulletta della situazione non si rende conto che quella foto messa sui social trasformerà la già fragile Rachele in un vero e proprio bersaglio per la derisione e lo scherno. Tutto poi si complica perché Rachele scompare e sarà proprio Daria, ricca, viziata, insoddisfatta di tutto, a ritrovare la protagonista. Tra le due ci sarà un acceso confronto. Da una parte Daria che ha ogni cosa e non è contenta di nulla e per tale ragione la sua insoddisfazione e incoscienza la spingono a cercare l’eccesso, comprese quelle situazioni che mettono a repentaglio la sua incolumità. Rachele è l’opposto ha un animo sensibile, tormentato, cerca pace nei libri e nella solitudine, vuole bene a Eva ed è consapevole che il fatto di cronaca con protagonista sua madre influenzerà per sempre loro esistenze familiari. Ad un certo punto dal dialogo delle due ragazze emerge questo:
Dopo le edizioni brasiliane e la prima italiana, risalente al 1997, Massimo Canevacci decide di riproporre il suo saggio sull’antropologia della comunicazione urbana La città polifonica, che viene pubblicato a settembre 2018 da Rogas Edizioni.


























