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:: Il silenzio che rimane di Matteo Ferrario (Haper Collins Italia, 2019) a cura di Eva Dei

10 marzo 2019

Il-silenzio-che-rimane_hm_cover_bigDopo un periodo di separazione Davide e Valentina sono alle prese con un lento tentativo di rimettere in piedi il loro matrimonio. L’estate è agli sgoccioli e i due rubano ritagli di tempo alle loro giornate e al loro lavoro per passare qualche minuto insieme. Il 26 agosto, la data che Davide non scorderà mai più, i due si trovano in un Hot Mugs di Milano per la pausa pranzo. Neanche mezz’ora dopo entra nel locale un adolescente qualunque e discute animatamente con la cameriera al banco. In realtà quel ragazzo all’apparenza così comune è Rasib Anwar e il suo nome riecheggerà per gli anni a venire in tribunale, su giornali, televisioni e social come il nome del sequestratore dell’Hot Mugs.
In quella caffetteria, insieme a Davide e a Valentina ci sono altre diciannove persone: vite che corrono su binari diversi, alcune sono intrecciate tra loro, come quelle dei protagonisti, altre no, ma tutte per un giorno si bloccano, prigioniere dietro le porte a vetri di un locale a marchio americano.
Matteo Ferrario torna sugli scaffali delle librerie dopo “Dammi tutto il tuo male” (Harper Collins Italia 2017) e si conferma un abile indagatore dell’animo umano. Se nel libro precedente la storia era più intima, racchiusa nella dimensione familiare, in questo nuovo romanzo lo sguardo dell’autore si allarga. La narrazione procede in un continuo alternarsi di passato e presente, dove i ricordi si accumulano e si riferiscono a piani temporali diversi. Parte di questi ovviamente sono legati ai due protagonisti, Davide e Valentina: il loro incontro, l’inizio della loro storia, la crisi, la consapevolezza di non poter fare a meno l’uno dell’altra e il tentativo di ripartire da zero.

«Vale, aiutami, ho bisogno di te.»
Era l’unica frase che mi girava in testa, e che fui in grado di formulare a voce alta dopo che mi ebbe chiesto perché le telefonavo.
«Mi manchi» ammise lei. «Però, Davide, ascolta» aggiunse subito dopo, come dettando la sua unica condizione per accettare di rivedermi. «Voglio tornare a quello che eravamo prima.»
A me sarebbe bastata una nuova versione di noi nel futuro, e la volevo così disperatamente che non le dissi fino a che punto si stava illudendo.
Mi limitai ad assecondarla, e riportarla da me.

Se “l’azione” della storia, quella che muove l’intera vicenda, si concretizza nelle prime 80-90 pagine, molto interessante è da quale punto di vista l’autore decide di guardare a quella che comunemente i media definirebbero “la tragedia”. Proprio a questo punto lo sguardo dell’autore si allarga e abbraccia quella che è la società contemporanea. La tragedia di Davide, ma anche di Jacopo, il compagno di Lorenzo, il responsabile della caffetteria, è una tragedia privata, che sconvolge le loro vite, rendendoli deboli, confusi, insicuri e svuotati. Invece quella sbandierata dai mezzi di informazione, dai programmi tv e ovviamente dai social trasforma il loro dolore in rabbia e frustrazione. Un dolore che dovrebbe essere privato viene osservato sotto la lente di una telecamera, pronta a isolarne dettagli, a vivisezionarne parti, per poi lasciarlo inerme tra le mani di chi è pronto a giudicarlo facendosi scudo dello schermo di un pc.

La mancanza di compassione che sentivo attorno alla fine di Valentina era come un prolungamento indefinito della follia di cui era rimasta vittima. Era come se le armi da fuoco non avessero mai smesso di sparare. Come se all’Hot Mugs fosse partita una catena umana di idiozia, che attraverso le strade e gli account personali era approdata in ogni casa, nei notiziari e format televisivi guardati con distrazione dalle famiglie a tavola. Per loro era un intrattenimento appena più accattivante del normale, un’alternativa insolita alle serie tv. Per me, invece, era la nuova realtà con cui fare i conti ogni giorno.

Ferrario mette nero su bianco il voyeurismo per le tragedie tipico della contemporaneità, la facilità con cui alcuni politici approfittano di eventi drammatici per portare acqua al loro mulino, la spregiudicatezza con cui si riesca a lucrare sul dolore. Tutto questo è accompagnato dall’assoluta convinzione da parte di molti di indossare sempre la veste del giudice, di avere cioè la piena e totale libertà di giudicare e incolpare, meglio se è possibile farlo online, tramite un account o un nickname. Una tecnologia facile e pronta a l’uso che spesso non porta a chiederci se pronunceremmo davvero quella frase ad alta voce e davanti a qualcuno; un continuo bisogno di comunicare ed esprimerci che non ci fa capire che a volte la migliore risposta davanti al dolore è un rispettoso silenzio.

Matteo Ferrario è nato nel 1975. Architetto, giornalista e traduttore, a partire dai primi anni Duemila ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie Via dei matti numero zero (Terre di Mezzo, 2002), Racconti diversi (Stampa Alternativa, 2004), Q’anto ti amo (Damster, 2014) e Biblioteca vivente. Narrazioni fuori e dentro il carcere (Altreconomia edizioni, 2016). È autore dei romanzi: Buia (2014) e Il mostro dell’hinterland (2015), usciti entrambi per Fernandel editore. Con Harper Collins Italia ha pubblicato Dammi tutto il tuo male (2017) e Il silenzio che rimane (2019).

Source: libro del recensore.

:: Il vicolo dell’Immaginario di Simona Baldelli (Sellerio 2019) a cura di Nicola Vacca

7 marzo 2019
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Simona Baldelli è una scrittrice che ha una grande qualità. Riesce già dalle prime pagine a creare una forte empatia tra i personaggi e i lettori.
Nel precedente La vita a rovescio Caterina Vizzani con la sua storia incredibile e straordinaria mi aveva immediatamente colpito a lettura appena iniziata.
Così è accaduto anche per Clelia/Amalia, la protagonista del nuovo romanzo di Simona.
Questa ragazza di vent’anni che vive nella provincia emiliana entra subito nel cuore di chi si perde nella sua storia.
Simona Baldelli inventa un ritratto di donna davvero singolare, incastrata in un romanzo doppio, in cui la protagonista si troverà a vivere due esistenze.
Amalia e Clelia che sono la stessa persona, l’Italia degli anni Sessanta e Settanta e il desiderio di fuggire in Portogallo per ripensare la propria vita dopo una tragedia personale.
Il vicolo dell’Immaginario è una piccola e stretta strada di Lisbona in cui accadono cose strane rapite da una magia che mischia il mondo dei vivi con quello dei morti. Luogo che diventerà per Clelia /Amalia decisivo per la ricerca di se stessa.
Tra le righe di questo romanzo doppio si alternano le vicende di Clelia con i problemi della sua famiglia, la vita in fabbrica e la triste storia del suo grande amore.
Poi c’è la fuga a Lisbona, la voglia di ricominciare una nuova vita e le atmosfere magiche della città lusitana che faranno da cornice alla ricerca interiore e all’inquietudine della protagonista.
C’è la Lisbona di Tabucchi e di Pessoa e un mondo in cui la realtà si sposa con l’onirico. Questo accade nelle pagine portoghesi di Vicolo dell’Immaginario.
Sono emozionanti le vicende della protagonista e della sua piccola ombra che si perdono nei labirinti di una città affascinante. Lisbona con il suo carico di magia offre suggestioni forti e coinvolgenti che finiscono per affascinare il lettore e condurlo in un vortice di passioni che incantano e spiazzano.
Vicolo dell’Immaginario racconta la storia di due donne che sono la stessa persona. Simona Baldelli convince con la narrazione dei due piani temporali. Tra l’Italia e il Portogallo, Clelia che diventa Amalia tra vivi e morti, paesaggi oscurati dalla nebbia, si manifesta insieme all’ombra di se stessa con tutta la consapevolezza di donna che ha deciso di perdersi nell’inquietudine per ritrovarsi insieme al peso dei suoi ricordi senza ignorare quella lezione del passato da cui ripartire.
Lisbona, la sua storia, le sue atmosfere oniriche. Parte da qui la rinascita di Clelia/Amalia. La donna e la sua piccola ombra scoprono che ci vuole un’immaginazione per vedere un vicolo dove c’era soltanto un buco fra le case.
In quel vicolo accade di tutto: la realtà incontra la fantasia e ogni cosa si fa letteratura e vita.

Simona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Il suo primo romanzo, Evelina e le fate (2013), è stato finalista al Premio Italo Calvino e vincitore del Premio Letterario John Fante 2013. Il tempo bambino (2014) è stato finalista al Premio Letterario Città di Gubbio. Nel 2016 ha pubblicato La vita a rovescio (Premio Caffè Corretto-Città di Cave 2017), ispirato alla storia vera di Caterina Vizzani (1735) – una donna che per otto anni vestì abiti da uomo – e nel 2018 L’ultimo spartito di Rossini.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Sellerio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Corpo a Corpo di Silvia Ranfagni (Edizioni e/o 2019) a cura di Federica Belleri

25 febbraio 2019

1Romanzo d’esordio per Silvia Ranfagni, scrittrice e sceneggiatrice. Romanzo potente e devastante, che racconta l’essere madre in modo diretto, a volte crudo. Beatrice si trova quarantenne a desiderare un bambino. Lo vuole davvero o lo “deve” avere perché così si fa? Beatrice non si è curata di vizi e stravizi in gioventù, ha sofferto tanto, è rimasta legata ai ricordi più brutti ma ha cercato di vivere come le pareva, scansando il dolore. Ora, non ha un uomo, non ha un compagno, nessuno che possa condividere con lei questo progetto di vita. Che fare? Lo scoprirete in corso di lettura.
Il suo Corpo si confronta e si scontra con il piccolo Corpo uscito da lei, i suoi seni lo nutrono, i suoi pianti la annullano. Cosa prova per suo Figlio, cosa vuole per il suo futuro? Ma soprattutto, cosa desidera per sé e solamente per sé questa donna? Quali sono i suoi bisogni quando la sua mente fa troppo rumore e si sente annullata?
Corpo a Corpo sbatte il lettore al muro, lo inchioda alle responsabilità genitoriali. Lo catapulta nell’egoismo necessario per sopravvivere, nel disagio delle fragilità, nella paura di non poter controllare tutto. Intanto la vita scorre in centocinquantasei pagine, questa madre evolve e si accascia su se stessa e questo bambino, che si chiama Arturo, cresce. Ottimo editing, ottima trama, ottima lettura.

Silvia Ranfagni insegna sceneggiatura e scrittura creativa alla Rome University of Fine Arts. Ha lavorato nelle troupe di diversi registi, tra cui Amelio, Bertolucci, Tornatore, e scritto sceneggiature con Verdone e Ozpetek. Corpo a corpo è il suo primo romanzo. Come tanti mammiferi, ha anche prodotto vita, un’impresa estenuante.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Il giorno in cui Lorenzo morì di Paolo Marati (Ponte Sisto 2018) a cura di Federica Belleri

5 febbraio 2019

lormorRoma non è interessata al fatto che la madre di Lorenzo abbia dato inizio alle pratiche di divorzio, come non è interessata al fatto che suo padre non lo accetti, perché ancora innamorato.
Roma non si preoccupa se Giacomo, il fratello maggiore di Lorenzo, sia gay e vicino all’anoressia. Roma, infine, rimane indifferente quando scopre che Lorenzo è epilettico …
Queste sono le basi da cui parte questa storia, raccontata con schiettezza, con un linguaggio forte e senza sconti per nessuno. Storia di giovani pseudo-intellettuali che si preoccupano solo di se stessi, ma faticano a confrontarsi nel quotidiano. Capaci solamente di discutere di ciò che hanno appreso dai libri e di poco altro. Sembrano ragazzi inadeguati e inaffidabili, egoisti e saccenti nel modo sbagliato. Fra loro c’è chi è despota e arrogante, chi è irascibile e manesco, chi vuole piacere a tutti i costi ed essere accettato. In questo gruppo fa la sua comparsa Lorenzo, che li conosce tutti da diversi anni e che si trova, suo malgrado, a fare i conti con la propria sensibilità e la sua malattia. Lorenzo, che vorrebbe aiutare ma viene offeso. Lorenzo, che a volte risulta “pesante” da ascoltare ma ne avrebbe un gran bisogno.
Cosa succede nella giornata in cui Lorenzo muore? Non sta a me dirlo, ma a voi leggerlo in questo libro.
Una maniera originale per raccontare l’inquietudine, senza giudicare nessuno.
Buona lettura.

Source: inviato dall’editore al recensore.

:: La figlia dell’assassina, Giuliana Facchini (Sinnos 2018) a cura di Viviana Filippini

11 gennaio 2019

la-figlia-dellassassinaLa figlia dell’assassina” di Giuliana Facchini, edito da Sinnos, è un storia per ragazzi che tratta di vita vissuta nella quale il bullismo e il pregiudizio mettono in crisi i personaggi, in particolar modo la protagonista. Rachele Clarke è una ragazzina esile e molto turbata, anche se non lo dà a vedere. Lei vive in una roulotte nel giardino di Magda e Leone, amici di famiglia. Rachele ci abita con il padre Gerald e il fratellino Joshua, perché hanno dovuto lasciare la loro casa in centro a Roma. Motivo? Eva, la mamma della protagonista e proprietaria di una famosa azienda fashion di guanti per l’alta moda, in un raptus improvviso ha assassinato la sua contabile, una donna della quale Eva si fidava e che invece ha usato il capitale dell’azienda, per giocare d’azzardo. Il risultato è drammatico: un cadavere, Eva in prigione, l’azienda fallita e due famiglie distrutte. Rachele è sola, tormentata dai fatti accaduti e dalle chiacchiere continue della gente, perché tutti sanno quello che è accaduto, ma conoscono la vicenda alla loro maniera o attraverso i media e questo tipo di conoscenza è quello che li porta a giudicare senza sapere. Rachele vuole molto bene al fratellino e anche al padre, ma soffre e nessuno sembra davvero comprendere quelli che sono i suoi bisogni e i diversi pettegolezzi che girano sulla sua famiglia non la aiuteranno per niente, anzi, peggioreranno sempre più il senso di sconfitta che tormenta la ragazzina. Rachele è un po’ depressa, non dorme, così per rilassarsi legge i classici della letteratura dell’infanzia e lo fa salendo su un albero, quando la dispettosa Daria (sua coetanea) le scatta una foto all’improvviso, la posta sul web, definendo Rachele la “Ragazza Licantropo”. Un gesto, pensa Daria, banale, una mera stupidaggine, ma la bulletta della situazione non si rende conto che quella foto messa sui social trasformerà la già fragile Rachele in un vero e proprio bersaglio per la derisione e lo scherno. Tutto poi si complica perché Rachele scompare e sarà proprio Daria, ricca, viziata, insoddisfatta di tutto, a ritrovare la protagonista. Tra le due ci sarà un acceso confronto. Da una parte Daria che ha ogni cosa e non è contenta di nulla e per tale ragione la sua insoddisfazione e incoscienza la spingono a cercare l’eccesso, comprese quelle situazioni che mettono a repentaglio la sua incolumità. Rachele è l’opposto ha un animo sensibile, tormentato, cerca pace nei libri e nella solitudine, vuole bene a Eva ed è consapevole che il fatto di cronaca con protagonista sua madre influenzerà per sempre loro esistenze familiari. Ad un certo punto dal dialogo delle due ragazze emerge questo:
Mia madre era una madre come le altre prima di diventare un’assassina” dice Rachele.
La mia non la sopporto. Certe volte devo tenerla lontana, altrimenti mi metto a urlare” dice Daria.
Rachele e Daria, protagonista e antagonista, sono la rappresentazione di due approcci diversi alla vita, utilizzati dall’autrice per mettere in scena i tormenti e le insicurezze degli adolescenti alla ricerca del loro posto nel mondo. Giuliana Facchini affronta con tatto sensibile e attenzione i temi del bullismo, del rapporto conflittuale che i figli hanno con i genitori e anche con i loro coetanei (non sempre veri amici), la paura del domani visto come un qualcosa di sconosciuto e indefinito. Non solo, perché attraverso la storia di Rachele e Eva, l’autrice ci mostra quanto i pettegolezzi, le chiacchiere di paese e i media (giornali, tv, web) manipolino la realtà delle cose, facendo passare dei messaggi non sempre veritieri, scatenando spesso giudizi e pregiudizi che possono ledere i protagonisti della vicenda. “La figlia dell’assassina” di Giuliana Facchini è un po’ un giallo, ma è anche un romanzo di formazione e di riflessione sulla contemporaneità dove non sempre tutto è certo e dove non sempre le persone e le cose sono davvero quello che sembrano.

Giuliana Facchini è nata a Roma. Qui ha frequentato la facoltà di Lettere e ha ottenuto un attestato della Regione Lazio come Segretaria di Edizione Cinematografica. Ha seguito corsi di recitazione e doppiaggio ed è stata interprete di teatro amatoriale e semiprofessionale, occupandosi anche di teatro per ragazzi. Ha vissuto a Roma e a Lussemburgo e ora abita in un paese tra Verona e il Lago di Garda. Da anni scrive libri per ragazzi. Ha vinto nel 2008 il “Premio Montessori”, nel 2012 il “Premio Arpino” e nel 2015 il “Premio Giovanna Righini Ricci”.

Source: grazie a Emanuela Casavecchi e all’ufficio stampa Sinnos.

:: “La città polifonica”, il saggio sull’antropologia della comunicazione urbana di Massimo Canevacci (Rogas, 2018) a cura di Irma Loredana Galgano

2 gennaio 2019

La città polifonicaDopo le edizioni brasiliane e la prima italiana, risalente al 1997, Massimo Canevacci decide di riproporre il suo saggio sull’antropologia della comunicazione urbana La città polifonica, che viene pubblicato a settembre 2018 da Rogas Edizioni.
Un testo a cui l’autore sembra essere particolarmente legato, sarà per il fatto che narra dell’indagine grazie alla quale ha «appreso a stare sul campo». Un campo davvero complesso, la metropoli di São Paolo, che ha stimolato al massimo il suo “stupore metodologico”. Un viaggio profondo nella megalopoli che ne ha scaturito un altro, più intimo e personale, alla ricerca di se stesso e delle proprie emozioni, sensazioni. Lo stupore di questi sentimenti provati ha consentito a Canevacci di trovare la giusta apertura verso la ricerca, la comprensione, l’indagine e l’analisi. Aprirsi verso l’ignoto ha rappresentato la svolta e la buona riuscita dell’indagine sul campo.
Uno spaesamento che provano tutti gli etnografi, maggiormente se alla prima esperienza sul campo, uno smarrimento che tale non è, piuttosto un passaggio per arrivare all’altro attraverso se stessi.
Polifonia, comunicazione e ubiquità sono le parole chiave per seguire e interpretare l’indagine sul campo dell’autore, condotta in una metropoli che oggi è certamente diversa, sul piano sociale e architettonico, rispetto al tempo della ricerca ma non al punto da inficiarne gli esiti. E proprio la permanente validità sembra avere spinto Canevacci alla ripubblicazione del testo, con qualche accorgimento e una nuova premessa introduttiva.
Nella prima parte del testo l’autore richiama i grandi antropologi, ne rammenta i lavori, le indagini e le riflessioni. E sembra farlo, più che per edurre il lettore alla comprensione, per ritrovare in questi i prodromi delle conclusioni cui egli stesso giunge.
E così l’antropologia interpretativa di Clifford Geertz, le notevoli opere di Claude Lévi-Strauss come anche la critica letteraria di Michail Bachtin si fondono alle riflessioni dello stesso Canevacci generando una sorta di voce corale, anch’essa polifonica come la città indagata dall’autore.
L’esotico e il comune, l’architettura e i suoni si mescolano nel resoconto di Canevacci esattamente come tutto ciò i suoi occhi hanno osservato e le sue orecchie ascoltato nel periodo trascorso a São Paolo.
Nella seconda parte ci si addentra sempre più nei meandri di questa enorme megalopoli come anche nelle riflessioni dell’autore. Un percorso dove l’occhio sembra farla da padrone. L’osservazione è fondamentale e prioritaria al punto che, per rendere meglio l’idea di quanto narrato, Canevacci inserisce nel testo numerose foto di angoli, installazioni, architetture, soggetti, persone, simboli e quant’altro può servire a definire i contorni di questa immensa capitale del consumismo, sociale prima ancora che economico e commerciale.
Un saggio antropologico, La città polifonica di Massimo Canevacci, senz’altro interessante, anche per chi non studia o non conosce le linee guida di un resoconto etnografico. Un saggio sull’antropologia della comunicazione urbana che dimostra il forte legame che unisce una metropoli, che può essere São Paolo come una qualsiasi altra capitale mondiale, a un remoto villaggio Bororo. Comunicazione che nell’era digitale diventa subito connessione. Trasformazione. Evoluzione. E tutto a una velocità che non smette di sorprendere, esattamente come lo studio antropologico ma non antropocentrico condotto anche da Canevacci in Terra Brasilis.

:: L’Etichettario – Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi di Antonio Zoppetti (Franco Cesati Editore 2018) a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2018
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Facciamo un gioco: prendete un quotidiano cartaceo o in rete, scegliete un articolo a caso ed evidenziate quanti anglicismi o pseudo anglicismi trovate.
Fatto?
Ora contateli e magari circolettateli con il pennarello giallo.
Quanti ce ne sono? Nessuno? Meno di cinque? Più di cinque? Conoscete di ogni termine il reale significato, anche di quei termini economici da cui dipendono le sorti della nostra vita? Conoscete parole italiane che li equivalgono?
Antonio Zoppetti, già autore di Diciamolo in italiano: l’abuso dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla (Hoepli 2017), deve aver fatto un gioco simile, e deve essersi spaventato. Certo sì usiamo parole straniere (non c’è niente di male in questo) se non c’è un’alternativa nella nostra lingua, ma se invece questa alternativa c’è, e pure con maggiori sfumature di significato, perché ostinarci a usare termini stranieri o pseudo tali (ammettiamolo certe parole sono davvero tremende: perché usare appetizer? quando c’è stuzzichino o antipasto) dei quali, forse, non ne conosciamo nemmeno appieno il significato?
E così il nostro simpatico Zoppetti, ormai paladino di questa crociata per la difesa della lingua italiana, ha fatto una specie di contro guida, di dizionario dei sinonimi (se scrivete per lavoro o per svago usateli, sono fantastici per arricchire lessico e precisione di termini) e l’ha intitolata L’Etichettario – Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi. Un testo divertente, di agile lettura e nello stesso tempo serio e completo, impaginato in maniera molto originale e ricco di aneddoti, curiosità, precisazioni linguistiche e culturali.
Se avete in mente di fare come regalo di Natale per un vostro figlio o nipote che studia al Liceo o all’Università, un regalo utile e non banale, beh con questo libro andate sul sicuro. Ha una copertina vivace e colorata ed anche un oggetto libro assai piacevole.
L’utilizzo di sinonimi arricchisce il nostro lessico e il nostro linguaggio, e più pensiamo bene, più parliamo bene, più scriviamo bene migliorando le nostre capacità intellettive e di interazione con gli altri.
L’appiattimento dell’utilizzo acritico di questi termini stranieri o finto stranieri coniati ad hoc può avere ripercussioni anche negative sulla comprensione del narrato, o sull’annacquamento di certi termini che invece hanno valenze molto gravi e serie.
Pensiamo solo al termine offshore, quando lo si usa c’è quasi un intento ironico, alla moda, neutro quando in realtà si parla di società con sedi in paradisi fiscali, che svolgono azioni fraudolente evadendo le tasse. Detto in italiano non vi dà maggiore senso della gravità del problema?
E prendiamo un altro termine come hacker, usato in italiano quasi sempre con valenze negative e dispregiative, quando può averne anche di positive nel senso di esperto informatico, mago del computer, quando l’etica e la filosofia hacker non prevede il danneggiamento, il furto di dati, lo sfruttamento personale per ottenere guadagni illeciti, in questo caso c’è il termine cracker a definire il vero pirata il ladro o criminale informatico.
Lascio a voi scoprire la grande ricchezza di questo testo, che vi consiglio di tenere sempre a portata di mano.

Antonio Zoppetti si occupa di lingua italiana come redattore, autore e insegnante. Nel 1993 ha curato il riversamento digitale del Devoto-Oli, il primo dizionario elettronico italiano. Nel 2004 ha vinto il Premio “Alberto Manzi” per la comunicazione educativa. Ha scritto vari libri di linguistica e alcuni manuali di italiano pubblicati da Hoepli.

Source: libro inviato dall’ editore. Si ringrazia l’ Ufficio Stampa Cesati.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Eva era africana di Rita Levi-Montalcini con Giuseppina Tripodi (Gallucci Editore, 2018) a cura di Giulietta Iannone

11 dicembre 2018
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Carlo Gallucci Editore presenta in un’edizione rinnovata un testo scritto da Rita Levi- Montalcini con la collaborazione di Giuseppina Tripodi e le illustrazioni di Giuliano Ferri, dal titolo Eva era africana. Un testo scientificamente documentato e attendibile e nello stesso tempo di piacevole e facile lettura indicato ai ragazzi dai 10 anni in su, per sfatare alcune cose non vere ancora diffuse in quest’epoca di fake news in cui la scienza, e il sapere hanno toccato se possibile il suo più basso grado di popolarità.
Utile quindi fare una controinformazione corretta e puntuale, e chiarire ai più giovani concetti semplici ma fondamentali per il loro processo di crescita ed evoluzione intellettuale. Ma questo testo non è solo interessante per questo, è nello stesso tempo un nuovo tassello nella costruzione di un nuovo mondo in cui l’emancipazione femminile, specie delle donne del sud del mondo, diviene un punto fondamentale per il progresso e il benessere dell’umanità intera.
Il libro si compone di quattro parti: Da dove veniamo, Africane di ieri, … e di oggi, e infine Voci dall’Africa.
La prima parte veicola concetti come l’evoluzionismo, (da alcuni, sembra strano, ancora avversato in favore del creazionismo per una non corretta interpretazione letterale della Bibbia), la non scientificità del concetto di razze umane, quando le differenze esistenti tra le persone sono solo il frutto dell’adattamento alle condizioni climatiche o ambientali, la vera età del pianeta terra (voi adulti la sapete, senza sbirciare su Google?), la trasmissione del patrimonio genetico attraverso una linea unicamente materna e femminile (il DNA mitocondriale si trasmette solo così) avversando un’ idea errata di una superiorità genetica maschile e anzi avvalorando quasi il contrario. Per giungere a una scoperta affascinante e fondamentale, che tramite gli studi fatti si è giunti alla certezza che sia esistita una madre comune a tutto il genere umano (geneticamente parlando) denominata Eva, e di cui sappiamo pure la provenienza geografica: era africana.
Dopo una parte introduttiva decisamente didattica e scientifica il libro presenta una carrellata di donne africane che letteralmente hanno fatto la storia da Eva, a Lucy, alle regine d’Africa dell’Antico Egitto, fino alle donne africane di oggi che si sono distinte per meriti sociali, scientifici e culturali: Assia Djebar, Josephine Ouedraogo, Wangari Maathai, Aminata Traoré, Celina Cossa, Fatou Ndiaye Sow, Hawa Aden Mohamed, Nahid Toubia. Tutte donne che hanno potuto studiare, per la lungimiranza dei loro genitori, in paesi dove l’istruzione femminile è ancora avversata. Donne intelligenti, coraggiose, solidali, modelli per le nuove generazioni. Donne capaci per le loro doti morali e intellettuali di diventare ministri, chirurghi, dirigenti sindacali, scrittrici, di vincere il Nobel.
Se le avversità temprano nella dura lotta per le sopravvivenza e l’adattamento, queste donne ne hanno affrontate tante e non si sono mai arrese, un monito per tutte le donne, non solo africane.

Rita Levi-Montalcini (Torino, 1909 – Roma, 2012), Premio Nobel per la Medicina nel 1986, senatore a vita, membro dell’Accademia dei Lincei e dell’Accademia Pontificia. L’omonima Fondazione porta avanti il suo costante impegno a favore dell’emancipazione delle giovani donne africane attraverso l’istruzione. Con Gallucci, ha pubblicato Eva era africana e il best-seller dedicato alle ragazze e ai ragazzi: Le tue antenate.

Giuseppina Tripodi è nata a Reggio Calabria nel 1951. Per oltre quarant’anni ha collaborato con Rita Levi-Montalcini. Insieme hanno scritto numerosi libri divulgativi tra cui Eva era africana e Le tue antenate, pubblicati da Gallucci.

Giuliano Ferri è nato a Pesaro nel 1965. Ha cominciato a disegnare prestissimo, imitando i fumetti “spaziali” giapponesi. Poi ha studiato arte e si è dedicato all’illustrazione. La fantasia gli viene dalla mamma sarta, l’umorismo dal babbo, l’ispirazione dai bambini che incontra nelle scuole. Ma anche da se stesso. I suoi personaggi sono quasi degli amici, figure che gli sembra di avere conosciuto. Giuliano suona la chitarra e divide il proprio talento tra i libri e una Onlus di sostegno a persone con problemi mentali. Anche con loro gli acquerelli hanno successo. Per Gallucci ha illustrato Firenze/Florence, Eva era africana, La pulce d’acqua, Le tue antenate, La ballata di Geordie, Le filastrocche della Melevisione, I racconti delle fate, Regina reginella, Rime del fare e non fare, Rime di fiaba e realtà e Principi e principesse.

:: Johnny degli angeli di Athos Bigongiali (MdS Editore, 2018) a cura di Fabio Orrico

6 dicembre 2018

Copertina_Johnny_degli_AngeliJohnny Stompanato è una delle tante figure, probabilmente nemmeno la più bizzarra o carismatica, apparsa nella Hollywood-Babilonia del secondo dopoguerra e prismaticamente riscritta in decenni di mitologie e narrazioni, a malapena una comparsa nei romanzi losangelini di James Ellroy e lontana ispirazione per opere tra loro diversissime (un riferimento, seppure molto sfumato, ai fatti di Stompanato e Turner è contenuto anche nel film Settembre di Woody Allen).
Chi era Johnny Stompanato? Un italo-americano dalla vita avventurosa, gran seduttore, malavitoso nonché guardia del corpo del boss Mickey Cohen (altra icona ellroyana) e, negli ultimi anni della sua vita, amante della diva Lana Turner (ma non solo, pare che addirittura Frank Sinatra abbia avuto da ridire sulle attenzioni che Johnny riservava ad Ava Gardner).
Il 4 aprile del 1958 Johnny Stompanato muore a Beverly Hills, nella villa di Lana Turner, pugnalato con un coltello da cucina. L’inchiesta appurerà che ad uccidere Johnny è stata Cheryl Crane, la quindicenne figlia di Lana, anche se la verità di quanto realmente successo resterà uno dei grandi misteri hollywoodiani e in molti daranno per assodata la colpevolezza di Lana e l’incriminazione di Cheryl come un escamotage della madre per evitare una condanna che, nel caso di una donna adulta, sarebbe senz’altro stata più grave.
Athos Bigongiali mette, fin dal titolo, Stompanato al centro del suo ultimo romanzo, Johnny degli angeli, e ne racconta la storia in maniera molto originale. Nel leggere questo romanzo viene in mente una frase pronunciata da Michael Cimino a proposito del suo sfortunato film su Salvatore Giuliano Il siciliano che, più o meno, suona così: “Raccontare la vita di un uomo partendo dai sogni e non dai fatti”.
Bigongiali si concentra sugli ultimi istanti di vita di Johnny. Se è vero che in punto di morte ci passa tutta la nostra vita davanti, e Bigongiali sembra voler tener fede a quest’assunto, è anche vero che il film della nostra esistenza non è esente da bilanci, contestazioni e nostalgie. E in effetti la visione di Johnny è insieme critica e partecipe ma, è bene dirlo, non risolve il mistero della sua morte. Fin dalle prime pagine il delitto viene descritto come consumato da un fantasma, una donna con una camicia da notte, la cui identità non è sicura nemmeno per la vittima. Le 130 pagine di Johnny degli angeli sono compresse in un attimo, ma quest’attimo si dilata esponenzialmente come cerchi nell’acqua. Johnny viene inquadrato nella sua piccola statura di uomo qualunque che la sorte spinge a toccare la vetta di determinati ambienti, crimine e show business, raccontati con precisa unità di intenti. Bisogna dire che Bigongiali non conosce maniera né folklore nel descrivere questi scenari ma anzi trova un’efficacissima distanza poetica proprio nel monologo di Johnny, reso in una terza persona soggettiva abilissima nel variare piani temporali e punti di vista sempre però trattenuti saldamente nella prospettiva del protagonista.
Ad affiancare poi Stompanato, quasi come una sorta di grillo parlante, ecco Nick Battaglia, sceneggiatore vittima del maccartismo, personaggio immaginario che in sé racchiude la cupezza e lo squallore di un’epoca. Psicopompo nel mondo del cinema, Nick è un controcanto leggermente più consapevole alla vicenda umana di Johnny. Libro magnificamente disordinato e stratificato (il sottotitolo recita, molto puntualmente, Un delirio hollywoodiano) Johnny degli angeli è il canto funebre, perfettamente bilanciato su un panorama di catastrofe generazionale, di un uomo che ha tentato di padroneggiare gli eventi e che, dal suo soggiorno americano, ha tratto la morale definitiva: È questo che vuole l’America dagli italiani, la bellezza e il sangue.

Athos Bigongiali è nato a San Giuliano Terme (Pisa) nel 1945. Ha pubblicato racconti su varie riviste e raccolte antologiche. Con questa casa editrice ha pubblicato i racconti Avvertimenti contro il mal di terra (1990) e Una città proletaria (1989). Da Una città proletaria è stato tratto uno spettacolo teatrale che è andato in scena nel 1992.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: Formule mortali di François Morlupi (Croce Libreria, 2018)

24 novembre 2018

imagesIn una torrida estate romana un passante scopre il cadavere di un uomo atrocemente torturato e mutilato. Sul terreno insanguinato gli arti amputati disegnano una celebre formula fisica. È il primo di una serie di omicidi rituali che coinvolgono vittime senza alcun legame apparente. A tentare di risolvere il caso è chiamato il commissario Ansaldi, professionista integerrimo ma tormentato dall’ansia e dagli attacchi di panico. Ad accompagnarlo in questa avventura verso il male, il vice ispettore Loy, una ragazza con un forte disturbo antisociale di personalità, e altri tre membri del commissariato di Monteverde. Tenteranno insieme di venire a capo di quello che ormai i media hanno battezzato come “il caso delle formule mortali”, un’indagine dopo la quale nessuno dei protagonisti sarà più lo stesso.

Formule mortali, opera prima di François Morlupi, è un thriller ambientato tra Roma e la Corsica, che vede protagonista una squadra investigativa di Roma, capitanata dal commissario Ansaldi. Efferati delitti, collegati tra loro da misteriose ed enigmatiche formule matematiche, si susseguono in una Roma estiva e torrida per portare nel web sommerso, dove persone apparentemente irreprensibili accedono a pagamento su siti di torture e snuff movie, che terminano con la reale morte della vittima.
Insomma tanta carne al fuoco, e forti emozioni diciamo. In sostanza ormai scrivere un thriller originale è diventata un’impresa e François Morlupi ha scelto una strada abbastanza poco dibattuta, un po’ anche perché il tema di per sé fa paura davvero, i pericoli della rete sono tanti e soprattutto i più giovani e indifesi vi sono esposti. La polizia postale ne vede di tutti i colori, e ha affinato anche armi informatiche sempre più aggiornate e moderne, arrivando ad assoldare veri e propri hacker, diciamo passati dalla parte buona. Quindi l’argomento trattato è interessante, e questo è un punto di forza del libro.
L’altra cosa che mi è piaciuta molto è l’ambientazione romana: sia l’accenno alle sue problematiche, le buche, i rifiuti abbandonati, etc… che la parte più leggera: i quartieri, i locali pittoreschi, l’aria che si respira nella Capitale. Insomma ho gradito tutte queste sfumature di sano realismo.
La parte macabra non è eccessiva, suvvia François Morlupi è un bravo ragazzo.
Certo i personaggi sono ancora un po’ grezzi e stereotipati, deve ancora imparare a caratterizzare meglio pregi e difetti di ciascuno, insomma deve imparare a renderli unici e subito riconoscibili, ma per un’ opera di esordio è una cosa abbastanza scontata.
Non valorizza ancora a pieno le sue capacità e conoscenze (per esempio per quanto riguarda l’accenno ai film coreani, un suo hobby, un autore più scafato se la sarebbe giocata meglio).
Lo stile è piano e discorsivo, pulito, adatto a un thriller.
C’è infine da dire che è bilingue, parla e scrive sia in italiano che in francese, e con l’aiuto di un buon editor che conosca oltre all’italiano anche il francese questa caratteristica potrebbe rientrare più nei pregi che nei difetti, diventando una sua peculiarità, quindi valorizzerei anche alcuni francesismi. Il personaggio, per esempio, del vice ispettore Eugénie Loy si presterebbe molto bene a questo gioco stilistico.
Tutto sommato quindi è un onesto thriller investigativo, con finale aperto come si conviene quando si vuole renderlo aperto a un futuro seguito. Correggerei solo alcune debolezze lessicali e redazionali, ma niente che non si possa risolvere con un veloce editing.

François Morlupi (Roma, 1983), italo-francese, lavora in ambito informatico in una scuola francese di Roma. Grande appassionato di gialli in generale, e in particolare di quelli scandinavi, di storia contemporanea e di film coreani. Formule Mortali, il suo esordio letterario, è un noir ambientato nei luoghi e fra la gente della Roma che frequenta quotidianamente.

Source: pdf inviato dall’autore.

:: Lezioni di tenebra di Helena Janiczek (Guanda 2011) a cura di Daniela Distefano

18 novembre 2018

HELENA JANECZEK- Lezioni di tenebraI genitori sanno che i figli sbagliano e che bisogna educarli a non sbagliare. Ma certi, credo, sanno che anche dagli errori si impara. Molti altri non ne vogliono sapere nulla e tuttavia lo sanno ugualmente perché così è capitato a loro. Mia madre invece sa che se commetti un errore, puoi essere spacciata. Per questo non deve educare solo sua figlia a non sbagliare, deve impedirgli che sbagli, qui e ora. Per questo mia madre, finché io sbaglio, non potrà ritenere compiuto il suo compito di educatrice. E io sbaglierò sempre, lo farò solo ai suoi occhi o per davvero, così come lei stessa che, nonostante tutto, commette degli errori. E il senso di impotenza che le viene dal fatto di saperlo accresce il suo zelo e la sua furia. Per questo mia madre non educa, ma addestra”.

Con il libro “Lezioni di tenebra” (Guanda, 2011) Helena Janiczek ci trasporta nel cuore nero della Storia: Auschwitz. E lo fa dal peculiare punto di vista di chi appartiene alla generazione successiva, di chi esiste grazie a superstiti come la madre, l’unica di due famiglie numerose a essere sopravvissuta alla Shoah, insieme al padre: ebrei polacchi, vissuti in Germania, dove Helena è cresciuta sentendosi estranea al mondo tedesco e alla sua cultura.

“Non credo che mia madre abbia mai deciso di affidarmi la sua storia, neanche nella versione più stringata. Ha invece deciso di tornare in Polonia, una volta almeno, e io ho voluto accompagnarla: rivedere la sua casa, la casa di mio padre, la città. Ma è un caso che siamo partite con quel gruppo, che il giorno della partenza fosse il giorno della deportazione di sua madre, suo padre, suo fratello”.

Quasi le uniche visitatatrici a Birkenau, il cui territorio è enorme, le due donne – madre e figlia – si sono incamminate tra le rovine dei crematori.
E l’impressione è stata abnorme, per entrambe. Strideva il tepore del cielo di quel giorno con l’inverno dei giorni nel lager. Raccontare a volte serve ad elaborare un ricordo, ma quando si fanno certe epserienze fatali mescolate alla morte, solo gli occhi possono parlare, dire tutto l’orrore dell’inferno che viene sprigionato dalla Terra. Il libro si propone di descivere l’oscurità marmorea del Male che non potrà essere mai più cancellato e rimane nella memoria di chi l’ha affrontato e vinto. Forse per questo l’astio nel rapporto madre-figlia è così stringente, così pauroso anche se non manca l’amore, anche se fiorisce l’affetto. La generazione di Helena è succube di questo fardello, rivive con gli sguardi smarriti dei genitori la giara di azioni disumane, compiute perché questo fosse destino, sofferenza, atavica propensione all’autodistruzione umana. Un resoconto delicato, gonfio di rimandi sensoriali, aggrappato al desiderio che tutto un giorno sarà relegato in fondo al cestino dei fatti irripetibili, delle catene che mai più scatteranno ai polsi del nostro pensiero. Un giorno ci sveglieremo e sapremo con certezza che tutto quello che accadde, non accadrà mai più. Speriamo.

Helena Janeczek, nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da oltre trent’anni. E’ autrice dei romanzi Le rondini di Montecassino (vincitore di prestigiosi premi) e La Ragazza con la Leica (2017) che quest’anno ha vinto il Premio Strega e Il Premio Bagutta.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Guanda”.

:: Tremante di Massimiliano Città (Castelvecchi 2018) a cura di Fabio Orrico

8 novembre 2018
Tremante - Castelvecchi Editore

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Giunto al quarto romanzo Massimiliano Città ci consegna un’opera complessa e stratificata. Questo Tremante (edito da Castelvecchi) evoca fin dal titolo il nome del protagonista, Tommaso Tremante, rockstar mancata, felicemente vagabonda in una provincia non ben precisata ma precisamente descritta: un mondo di piccoli paesi, abitati da personaggi descritti con mano icastica. Da un lato l’iperbole, dall’altro il tedio. Tutto inizia con il ritrovamento del cadavere del giovane Tremante, una leggenda del luogo. Perché Tommaso Tremante è una leggenda? Perché canta e suona da dio, ha ventiquattro anni al momento della morte, nell’anno del signore 1970, e malgrado lui (e chi leggerà questo libro si renderà conto che è decisamente il caso di dirlo) si è trovato anche ad amministrare una piccola fama. E, cosa più importante, il suo talento non lo porterà mai a firmare un contratto con una casa discografica né a incidere un disco, che sia 45 giri o long playing. La vicenda di Tremante è incastonata in un giro d’anni cruciali: siamo nel decennio dei ’60 che vede l’imporsi dei cantautori in Italia, quindi un modo tutto nuovo di intendere la canzone che viene traghettata da semplice veicolo commerciale a vero e proprio manufatto culturale; per non parlare poi del rock e del pop provenienti dal mondo angloamericano con Bob Dylan che proprio in questo periodo compie la sua clamorosa quanto contestata svolta elettrica. Anche la scelta di Tremante di abbandonare la vita di strada per esibirsi nei locali ha lo stesso peso, seppure rapportato su uno scenario assai meno ampio. Con alle spalle una vita familiare disastrata, con tanto di patrigno a (dis)incarnare la figura paterna, Tremante compie un calvario da vero idolo pop, comprensivo di droghe e abuso di alcool e un amore dolente e destinato al naufragio, quello per Lara, musa ispiratrice ma anche compagna intrepida e ciononostante trascurata. Il fatto è che Tremante imbocca il suo destino nel segno di un’autodistruzione dolce, un arrendersi preventivo che ne fa un perdente nel segno della solitudine ma anche un vincente proprio perché lui questo isolamento decide di abitarlo come un sovrano, se di decisione poi si tratta visto che la strategia esistenziale di Tremante sembra avere l’immanenza come condizione preesistente. A dare un ulteriore tocco di originalità a questa storia è la lingua di Città, capace di accogliere e sintetizzare più registri (dall’articolo di giornale all’oralità “psichedelica” di Tommaso) e la struttura particolarissima del romanzo. La vicenda di Tremante infatti è descritta da lui in prima persona ma anche intervallata dai testi delle sue canzoni e soprattutto da un reportage dedicatogli post mortem dal giornalista Attanzio Speriti, vero e proprio indagatore dell’eredità umana e artistica del protagonista, con la curiosità e forse anche la grossolanità del segugio di provincia. Un piccolo uomo insomma raccontato secondo il modello archetipico del wellesiano Quarto potere, dove i contorni della leggenda emergono perché probabilmente è la verità la prima categoria ad essere messa in crisi.

Massimiliano Città Scrittore e cantante in un gruppo blues, ha esordito con il romanzo Keep Yourself Alive (2009), cui sono seguiti Il Funambolo (2012) e Pane raffermo (2015).

Source: libro invoato dall’autore al recensore.

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