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:: Il silenzio che rimane di Matteo Ferrario (Haper Collins Italia, 2019) a cura di Eva Dei

10 marzo 2019

Il-silenzio-che-rimane_hm_cover_bigDopo un periodo di separazione Davide e Valentina sono alle prese con un lento tentativo di rimettere in piedi il loro matrimonio. L’estate è agli sgoccioli e i due rubano ritagli di tempo alle loro giornate e al loro lavoro per passare qualche minuto insieme. Il 26 agosto, la data che Davide non scorderà mai più, i due si trovano in un Hot Mugs di Milano per la pausa pranzo. Neanche mezz’ora dopo entra nel locale un adolescente qualunque e discute animatamente con la cameriera al banco. In realtà quel ragazzo all’apparenza così comune è Rasib Anwar e il suo nome riecheggerà per gli anni a venire in tribunale, su giornali, televisioni e social come il nome del sequestratore dell’Hot Mugs.
In quella caffetteria, insieme a Davide e a Valentina ci sono altre diciannove persone: vite che corrono su binari diversi, alcune sono intrecciate tra loro, come quelle dei protagonisti, altre no, ma tutte per un giorno si bloccano, prigioniere dietro le porte a vetri di un locale a marchio americano.
Matteo Ferrario torna sugli scaffali delle librerie dopo “Dammi tutto il tuo male” (Harper Collins Italia 2017) e si conferma un abile indagatore dell’animo umano. Se nel libro precedente la storia era più intima, racchiusa nella dimensione familiare, in questo nuovo romanzo lo sguardo dell’autore si allarga. La narrazione procede in un continuo alternarsi di passato e presente, dove i ricordi si accumulano e si riferiscono a piani temporali diversi. Parte di questi ovviamente sono legati ai due protagonisti, Davide e Valentina: il loro incontro, l’inizio della loro storia, la crisi, la consapevolezza di non poter fare a meno l’uno dell’altra e il tentativo di ripartire da zero.

«Vale, aiutami, ho bisogno di te.»
Era l’unica frase che mi girava in testa, e che fui in grado di formulare a voce alta dopo che mi ebbe chiesto perché le telefonavo.
«Mi manchi» ammise lei. «Però, Davide, ascolta» aggiunse subito dopo, come dettando la sua unica condizione per accettare di rivedermi. «Voglio tornare a quello che eravamo prima.»
A me sarebbe bastata una nuova versione di noi nel futuro, e la volevo così disperatamente che non le dissi fino a che punto si stava illudendo.
Mi limitai ad assecondarla, e riportarla da me.

Se “l’azione” della storia, quella che muove l’intera vicenda, si concretizza nelle prime 80-90 pagine, molto interessante è da quale punto di vista l’autore decide di guardare a quella che comunemente i media definirebbero “la tragedia”. Proprio a questo punto lo sguardo dell’autore si allarga e abbraccia quella che è la società contemporanea. La tragedia di Davide, ma anche di Jacopo, il compagno di Lorenzo, il responsabile della caffetteria, è una tragedia privata, che sconvolge le loro vite, rendendoli deboli, confusi, insicuri e svuotati. Invece quella sbandierata dai mezzi di informazione, dai programmi tv e ovviamente dai social trasforma il loro dolore in rabbia e frustrazione. Un dolore che dovrebbe essere privato viene osservato sotto la lente di una telecamera, pronta a isolarne dettagli, a vivisezionarne parti, per poi lasciarlo inerme tra le mani di chi è pronto a giudicarlo facendosi scudo dello schermo di un pc.

La mancanza di compassione che sentivo attorno alla fine di Valentina era come un prolungamento indefinito della follia di cui era rimasta vittima. Era come se le armi da fuoco non avessero mai smesso di sparare. Come se all’Hot Mugs fosse partita una catena umana di idiozia, che attraverso le strade e gli account personali era approdata in ogni casa, nei notiziari e format televisivi guardati con distrazione dalle famiglie a tavola. Per loro era un intrattenimento appena più accattivante del normale, un’alternativa insolita alle serie tv. Per me, invece, era la nuova realtà con cui fare i conti ogni giorno.

Ferrario mette nero su bianco il voyeurismo per le tragedie tipico della contemporaneità, la facilità con cui alcuni politici approfittano di eventi drammatici per portare acqua al loro mulino, la spregiudicatezza con cui si riesca a lucrare sul dolore. Tutto questo è accompagnato dall’assoluta convinzione da parte di molti di indossare sempre la veste del giudice, di avere cioè la piena e totale libertà di giudicare e incolpare, meglio se è possibile farlo online, tramite un account o un nickname. Una tecnologia facile e pronta a l’uso che spesso non porta a chiederci se pronunceremmo davvero quella frase ad alta voce e davanti a qualcuno; un continuo bisogno di comunicare ed esprimerci che non ci fa capire che a volte la migliore risposta davanti al dolore è un rispettoso silenzio.

Matteo Ferrario è nato nel 1975. Architetto, giornalista e traduttore, a partire dai primi anni Duemila ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie Via dei matti numero zero (Terre di Mezzo, 2002), Racconti diversi (Stampa Alternativa, 2004), Q’anto ti amo (Damster, 2014) e Biblioteca vivente. Narrazioni fuori e dentro il carcere (Altreconomia edizioni, 2016). È autore dei romanzi: Buia (2014) e Il mostro dell’hinterland (2015), usciti entrambi per Fernandel editore. Con Harper Collins Italia ha pubblicato Dammi tutto il tuo male (2017) e Il silenzio che rimane (2019).

Source: libro del recensore.