Posts Tagged ‘letteratura americana’

:: I piccoli fuochi, Ben Pastor (Sellerio, 2016) a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2016
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Francia occupata, autunno 1940.
Proseguono le indagini di Martin Bora, ufficiale della Wehrmacht, prestato al Abwehr, servizio di controspionaggio militare del Terzo Reich. Personaggio complesso, creato dalla scrittrice italiana, naturalizzata americana, Ben Pastor, di cui in questa avventura conosceremo nuove sfumature e sfaccettature.
L’ordine non cronologico delle storie ci permette infatti di andare avanti e indietro nel tempo, sempre nel lasso temporale che vide l’Europa trasformarsi in un cumulo di macerie durante la Seconda Guerra Mondiale, e questa volta ci consente di approfondire la psicologia giovanile di Bora, ancora non temprata da anni e anni di guerra, sempre combattuta sul fronte interno, a indagare su singoli delitti, che quasi svaniscono sullo sfondo dei milioni di morti della guerra vera, quella di trincea, quella del deserto dell’Africa, o dello sconfinato e gelido fronte russo.
Ma le storie di Ben Pastor più che essere storie belliche di grandi battaglie militari sono storie di personaggi, di tormenti interiori, di battaglie etiche e morali per la maggior parte combattute nell’animo del protagonista, Martin Bora, di cui, anche grazie all’espediente interno della scrittura del diario, stiamo imparando a conoscere ogni piega, anche la più nascosta e poco marziale.
Dopo aver recensito Il cielo di stagno, Luna bugiarda, La strada per Itaca, e Kaputt Mundi, è la volta di I piccoli fuochi (The Little Fires, 2016) edito sempre da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito.
Credo che i romanzi di Ben Pastor creino dipendenza, e soprattutto si fanno rileggere sempre con vivo interesse data la complessità che racchiudono, che non si esaurisce con la classica scoperta del colpevole.
Finita la lettura de I piccoli fuochi, già mi chiedo quale sarà il prossimo, quale periodo tratterà quasi con la lente di ingrandimento sempre sviluppando l’evolversi del personaggio, cosa non facile se consideriamo appunto che va avanti e indietro nel tempo, creando uno svolgimento in fieri, di stampo sperimentale. Un gioco che si presta a nuove revisioni e approfondimenti e se vogliamo adeguamenti per omogeneizzare le trame passate a quelle presenti.
Questo sforzo narrativo, sempre sul filo teso del funambolo, credo faccia dei Ben Pastor una degli autori più interessanti e originali del panorama contemporaneo, sia italiano, che straniero, considerata anche la sua peculiarità di essere a cavallo dei due mondi. Ciò che colpisce, in modo netto e vivido, è la grande verosimiglianza psicologica del protagonista, che forse solo chi ha vissuto con un militare può percepire pienamente in tutta la sua portata.
Niente è trattato con leggerezza o superficialità, e questa è senz’altro la parte che maggiormente apprezzo, che quasi relega a una dimensione incidentale la parte poliziesca della trama. Sì, certo ci sono delitti, ci sono indagini, più o meno ostacolate, ci sono i colpevoli, ma soprattutto ci sono i luoghi, le atmosfere, le ricostruzioni minuziose, e certosine, e lo studio dei caratteri, dei personaggi, che fanno dei suoi romanzi non mera letteratura gialla, alla maniera classica.
Non che sia facile leggere i suoi libri, ho perso il filo parecchie volte, un po’ perché la vita di tutti i giorni ci assorbe, e i suoi libri sarebbe meglio leggerli quando si ha tempo continuativo da dedicargli. Magari in queste vacanze di Natale, perché no. Ho forse divagato troppo scrivendo questa recensione, tralasciando la trama, ma cercherò di rimediare, senza dare troppe indicazioni su chi possa essere l’assassino o gli assassini.
Dunque Bora è a Parigi, sulla strada per il quartier generale dell’ Abwehr su boulevard Raspail, in arrivo dalla Germania. Ad accoglierlo, in modo quasi dimesso, la Francia occupata dell’ottobre del 1940. Molto diversa dalla Parigi gioiosa della sua giovinezza cosmopolita.
La missione che lo porta a Parigi è da lui definita di routine, di mera sorveglianza. Deve pedinare Ernst Junger, capitano dell’esercito e famoso scrittore dell’epoca, inviso al regime hitleriano. Missione che accetta quasi controvoglia, per l’autentica ammirazione che prova per Der Krieger, (Il Guerriero), begnamino tra gli eroi della Grande Guerra.
Ma per spirito di dovere, e stanca accettazione, è lì a Parigi, senza avere ben chiara l’idea di cosa consistano davvero i suoi compiti: mera sorveglianza, raccolta di indizi, tentativo di screditarlo e ucciderlo, per lo meno socialmente?
Il primo che incontra è il colonnello dell’Abwehr Hans Kinzel, sempre in abiti civili, che lo aspetta in una libreria, e al quale dovrà riferire per tutta l’indagine, alla quale si aggiunge una missione, questa puramente investigativa, sull’omicidio della moglie bretone del commodoro della Marina Militare Arno Hansen-Jacobi, il brutto incidente di Landernau.
Prima di lasciare Parigi per la Bretagna (dove anche Junger sembra essersi rifugiato) Bora incontra un misterioso polacco (terza indagine che dovrà seguire, anche se questa più sfumata), Zawadski, rigattiere proprietario di un negozio di Strumenti d’epoca, brocantage e spartiti che gli parlerà dei fatti di Katyń.
Tanti sono i piccoli fuochi che Bora incontrerà sul suo cammino, non ve li cito, vi lascio il piacere di scoprirli durante la lettura, posso invece dire che in questo romanzo la Pastor sperimenta anche nuove vie narrative, utilizzando sfumature horror, (L’uomo di Mont Velerien giaceva nella fossa, con barba e le unghie che crescevano ancora), una punta di sovrannaturale, con gli inspiegabili rumori notturni a Les Trepasses, tra leggende bretoni, e mitologia, e una più forte connotazione erotica, specie nelle scene che vedono Bora e la cantante Mome Chouette, (al secolo Nadine Lisieux, cantante di Cabaret e informatrice della Gestapo), protagonisti.
Che dire d’altro, dicevo che sono romanzi che creano dipendenza, e io infatti, con ancora l’eco dei mondi creati da questo romanzo, aspetto il prossimo. Buona lettura.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014) e Kaputt Mundi (2015).

Nota: In copertina Acquarello e gouache su carta di Aleksandr Deineka 1934 (particolare). Collezione privata.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio e l’autrice.

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:: Le ragazze, Emma Cline (Einaudi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

28 ottobre 2016
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La storia.
La notte dell’ 8 agosto 1969 alcuni membri della setta di Charles Manson entrarono nella casa di Roman Polanski e Sharon Tate, al 10050 di Cielo Drive su a Los Angeles, e uccisero cinque persone, tra cui la moglie di Polanski all’ottavo mese di gravidanza. Niente riti satanici, niente di così stravagante, lo fecero semplicemente per vendetta (un contratto discografico sfumato) e per una svista (credevano che fosse ancora la casa del produttore Terry Melcher, oggetto del loro odio, che invece l’aveva affittata a Polanski). Privata della leggenda e dell’aura che forse per alcuni questa vicenda ancora possiede, resta una storia squallida e terribile, atrocemente infantile per certi versi e inutile.
Parte da questo episodio reale, e diciamo mitologico della fine degli anni Sessanta, trasfigurandolo, Emma Cline per le sue Ragazze. O meglio lo fa diventare un avvenimento periferico del suo romanzo, il culmine di un’ attesa, di un crescendo che ci aspettiamo deflagri da un momento all’altro. Ma Le ragazze (The Girls, 2016) parla d’altro, narra la storia di una ragazzina di quattordici anni, Evie Boyd e del suo traumatico rito di iniziazione alla vita. Un lungo flusso di coscienza, tra passato e presente, in cui la voce di Evie Boyd ci accompagna senza darci il tempo riflettere dove e se esista un confine netto tra bene e male, tra giusto e ingiusto e soprattutto vero e falso. Per farlo l’autrice si serve di uno stile letterario complesso e coraggioso, tutt’altro che semplice da imitare, la cui diversità e alterità è subito evidente anche a una semplice lettura superficiale.
E sicuramente lo stile, forse anche prima dei temi toccati, ha sorpreso e eccitato la fantasia di molti critici, scrittori o semplici lettori, (insolito data anche la così giovane età della scrittrice). Non avendo letto il testo originale, ma unicamente tradotto da Martina Testa, parlerò di un libro che probabilmente non esiste, ma è la traduzione che ho letto, e la traduzione che recensisco, come sempre capita in questi casi. Echi e rimandi forse si perdono o in alcuni casi si acquistano, chi può dirlo per ora. Tornando a noi, spenderò ancora alcune parole per lo stile, l’elemento che maggiormente ha colpito anche me. Uno stile barocco, immaginifico, festoso come una pioggia di glitter esploso da una scatola di preziosi, spiazzante come un elefante rosa. Con sovrabbondanza di tutto, di aggettivi, verbi, avverbi sottilmente concatenati, senza soluzione di continuità. Una scrittura impegnativa, anche pesante, che se ti distrai anche un attimo solo, ciao, sei perduto.
Ma così è quando si entra nell’anima e nei pensieri di qualcuno che impariamo a conoscere senza aver altro come punto di ferimento che il suo punto di vista, anche se è solo un personaggio letterario. La voce dell’autrice, (commenti, giudizi, osservazioni esterne al personaggio) si stempera e scompare, è Evie Boyd la voce solista, la nostra guida spirituale. Evie ci appare in due età della vita: matura badante ospite nella casa di amici e quattordicenne reduce dal divorzio dei suoi genitori e alla ricerca della propria identità e del ruolo nel mondo. Tra una Evie e l’altra il fatto criminoso, amplificato da media, televisione, internet, giornali. Ma soprattutto un amore assoluto, malato, destabilizzante per un’altra ragazza della corte di Russell, del mitico ranch (a metà tra una comune hippie e un circolo di pazzi). L’amore per Suzanne, la venerazione per Suzanne, è il punto focale del caleidoscopio. Un amore così totalizzante che fa sembrare il magnetismo del guru Russell quasi ridicolo. Ridicolo come il suo ostinato desiderio di diventare musicista (senza talento), la sua sconclusionata capacità di plagiare, sedurre, affascinare i suoi seguaci (o anche uno sconosciuto che incontra per caso a cui estorce soldi, auto, case in cui risiedere come ospite), il suo modo di vestire, di dipingersi le basette con il rimmel, di implorare attenzione, di pretendere sesso dalle sue adepte.
La sua corte dei miracoli, che cerca cibo nei cassonetti, o ruba, o fuma droga, o fa sesso promiscuo, nel mito del libero amore, lasciando i piccoli nati a razzolare nel fango, con la testa piena di pidocchi, senza veramente qualcuno che si occupi di loro. Ecco questo è il regno della libertà, la casa che Evie non ha mai avuto, l’ideale di comune che nella San Francisco del 69, dell’ultima estate degli anni ’60 aveva un senso. Ed è agghiacciante pensarlo, mettere questo ranch in parallelo alla famiglia disfunzionale di provenienza della ragazza. Il padre andato via di casa con la segretaria più giovane, la madre in cerca di un nuovo amore, infantile e new age più della figlia.
Emma Cline ricostruisce quegli anni, quel periodo, senza eccessivo romanticismo o nostalgia (come potrebbe, è nata nel 1989), i gilet di pelle, gli abiti sfrangiati e ricamati, i simboli di pace, i fiori stilizzati, o il cuore dipinto sul muro tutto ci porta in un altrove credibile e terribile, dove la decomposizione e la sporcizia, smitizzano ogni cosa, come se tutto quello che ci fosse di bello fosse solo un sogno fatto di acidi. Evie adulta guarda quel mondo senza rimpianti, quasi felice di essersi salvata, per caso, quasi contro la sua volontà. Fu Suzanne a farla scendere dall’auto mentre il gruppetto si dirigeva festoso alla villa per compiere il massacro.
Tra le riflessioni che Evie fa sulla vita, sull’amore, sul rapporto tra i sessi, tutto è contagiato e infettato da un spesso strato di scetticismo e tragico disincanto se non cinismo. Più ancora nella sua verde età che nel presente narrativo dove una certa maturità e rassegnazione ne ha appesantito i tratti. L’Evie adulta è ormai molto lontana, da il sé di allora e non solo per una dimensione temporale o fisica. Certo i tempi sono cambiati, i sogni di allora, le illusioni di quegli anni sono forse del tutto scomparse, combattere il sistema, pretendere la più assoluta libertà come un diritto, idealizzare ciò che l’orrore dovrebbe farti detestare, tutto si inserisce in una nuova dimensione, più strettamente connessa con il reale, o con la percezione che abbiamo di esso.
L’Evie adulta è quasi come l’albatro di Baudelaire che goffamente cammina sul ponte. Mentre l’Evie di allora, con tutto il suo bagaglio di tristezza e di disperazione, quella sì camminava alta sui sogni e sulle sconfitte.

Emma Cline è nata in California. Le ragazze è il suo primo romanzo (2016, Stile Libero Grande).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Il forte della vendetta, Gordon D. Shirreffs (Corriere della Sera, 2016)

22 ottobre 2016

gftCredo che il più famoso scrittore di westerm (della letteratura, almeno) fu Holly Martins, personaggio non secondario de Il terzo uomo, e suo malgrado al centro di una piccola e divertita diatriba letteraria (un inside joke di Greene) che poneva la letteratura alta (di cui Holly Martins ne sapeva poco o niente) accanto alla letteratura di genere (di cui a tutti gli effetti il genere western, o più in senso lato il genere avventuroso, fanno parte). Holly Martins era un mediocre scrittorucolo senza ambizioni certo, ma è divertente vederlo scambiare per un autore di prestigio da una platea di sconcertati lettori convenuti per un reading. Che molta letteratura western sia dozzinale e standardizzata e soprattutto veicoli un immaginario forse superato e per certi versi reazionario (ci ha pensato la cinematografia degli anni 70 in poi a dare giusta dignità agli indiani per esempio e un giusto contesto storico, sempre più realistico) è pur vero, ciò non toglie che anche la peggiore è divertente e rilassante, insomma capace di intrattenere senza troppe fisime o snobistiche pretese intellettualistiche. Quando ho voglia di rilassarmi, e non riflettere sui massimi sistemi, insomma un buon western fa al caso mio, con buona pace di chi la ritiene letteratura spazzatura. Ed è così che quando mi è giunto tra le mani Il forte della vendetta (Fort Vengeance, 1957) di Gordon D. Shirreffs, tradotto da Alda Carrer, in una edizione speciale per Corriere della Sera, su licenza di Meridiano Zero di Odoya, l’ho letto con piacere. Lo stile è semplice, scorrevole, quasi ipnotico, i personaggi simpatici, l’ambientazione tipicamente western: l’Arizona selvaggia tra pini messicani, robinie e fichi d’india, fiumi e altipiani del 1870. (Non dimentichiamoci che Shirreffs scrisse anche il celebre Rio Bravo (1956), e per la sua vasta produzione è considerato a tutti gli effetti uno dei maestri del genere). Sarà che per me il western cinematografico ha il faccione sornione di John Wayne, mi è difficile non dare ai personaggi del romanzo le sembianze dei tipici attori western hollywoddiani anni ’50, ma lascio a ognuno di voi di sceglierli, se diverte anche voi questo gioco. Il forte della vendetta ha per protagonista il maggiore Dan Fayes, inviato quasi per punizione (ha un passato alquanto turbolento) a Fort Costain, uno sperduto avamposto della Frontiera, in cui i soldati invece di vivere in un regime di ordine e severa disciplina si lasciano andare alle più estreme (per l’epoca) dissipatezze: alcool, donne e gioco d’azzardo. Mettere un barlume di ordine è insomma il suo compito principale, e Dan Fayes lo prende molto seriamente, anche se diventa subito l’oggetto delle avance della seducente Melva sorella del medico militare. Anche Harriett, la figlia del padrone dello spaccio vicino al Forte, è molto gentile ed educata, insomma beato tra le donne si direbbe. Ma invece il nostro insospettito dal comportamento di alcuni soldati ha altro a cui pensare, e pian piano inizia a sospettare che ci sia davvero qualcosa di losco sotto. Infatti gli Apache di Vento Nero sono troppo aggressivi, muniti di troppe armi. Forse qualcuno all’interno del Forte li rifornisce? Dan con l’aiuto di una guida indiana, e dopo molte peripezie, (come di pragmatica), scopre cosa c’è sotto. Dunque una trama semplice e lineare, per un onesto romanzo di avventura. Buona lettura.

Gordon D. Shirreffs (Chicago 1914 – Granada Hills, Los Angeles 1996) È uno dei più celebri scrittori western, con oltre 100 romanzi all’attivo, spesso trasposti in pellicola, oltre che autore di polizieschi e romanzi di avventura per ragazzi che in qualche caso firma con diversi pseudonimi. La sua passione per il genere si sviluppò mentre militava nell’esercito, di stanza a Fort Bliss. Ben 60 dei suoi lavori trovano ambientazione nell’assolato Sudovest. Per Meridiano Zero ha pubblicato anche Troppo duro per morire (2015).

Source: acquisto personale.

:: Il bazar dei brutti sogni, Stephen King (Sperling & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone

22 luglio 2016
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Stephen King è come il buon vino, invecchiando migliora. Per cui non dispiace molto rivedere, tra i venti racconti che costituiscono la raccolta Il bazar dei brutti sogni, alcuni magari usciti già altrove, e anche solo poco rimaneggiati e arricchiti. “Miglio 81” per esempio è stato già pubblicato in Italia con lo stesso titolo da Sperling & Kupfer nel 2011, per la traduzione di Giovanni Arduino. Sempre anche in Italia sono stati pubblicati “The Dune”, originariamente su Granta, (“La duna” su Granta Italia n°5 traduzione a cura di Letizia Sacchini; “A Death” originariamente su The New Yorker, (“Una morte” su Internazionale, traduzione di Diana Corsini), “Herman Wouk Is Still Alive”, originariamente su The Atlantic (“Herman Wouk è ancora vivo”, su Internazionale n° 911, traduzione di Wu Ming). Questi ultimi solo in America: “Premiun Harmony”, su The New Yorker; “Batman e Robin” su Harper’s Magazine; “The Bone Church” su Play Boy; “Morality” su Esquire; “Afterlife” su Tin House; “Tommy” su Play boy; “The Bus is another World” su Esquire e “Summer Thunder” su Cemetery Dance. Tutti gli altri sono inediti.
Ma il valore aggiunto, ciò che davvero rende questo libro imperdibile, che siate o non siate lettori storici di King, sono le premesse ad ogni racconto, una letteratura a parte, che ho sempre adorato, in autori come Asimov. Leggevo infatti i suoi libri per leggere queste premesse, anche Chandler non si ritraeva. Scoprire insomma cosa portò al racconto, facendo luce sulla stessa vita dell’autore, ma con pudore, come se si accendesse una luce discreta, e nulla più, beh è un’ esperienza piacevole e molto istruttiva. Stephen King hai il pregio del narratore accanto al fuoco, mentre i marshmallow sfrigolano sul fuoco, una notte di luna piena. In campeggio, sì, quando giunge l’ora, superata la mezzanotte, in cui i racconti di paura prendono vita. Anche noi, che non siamo americani, non facciamo fatica a immaginarci la scena e l’atmosfera. E non credo di sbagliarmi molto ne di essere irrispettosa. Ma King non è un autore da salotto, ecco. Con lui si sente l’odore della terra dopo la pioggia, si sentono i grilli e le rane toro che gracidano, c’è poco da fare.
Il bazar dei brutti sogni a mio avviso è un libro riuscito, che mi sento di consigliarvi senza esitazione. Comunque l’esperienza di lettura è diversa per ogni lettore, mi limiterò a raccontarvi la mia. Prima dei racconti ho letto tutte le premesse ai racconti, in un pomeriggio, con molto gusto e divertita curiosità. Poi i racconti. Non che ve lo consiglio, non che sia un’esperienza ortodossa, ma tant’è così ho fatto io. Prima dei racconti vorrei però parlarvi del curatore e dei traduttori. La traduzione infatti ha richiesto un lavoro collettivo che ha coinvolto Giovanni Arduino, Chiara Brovelli, Alfredo Colitto e Christian Pastore. La curatela del libro è di Loredana Lipperini. Essendo venti racconti sarà difficile che possa parlarvi estesamente di ognuno, ma posso sen’zaltro dirvi quelli che mi sono più piaciuti e mi hanno fatto più paura. Sebbene non l’orrore in senso stretto, traspaia da questi racconti. Se “Miglio 81” è uno dei suoi preferiti, o il finale de La duna addirittura è da lui definito “uno dei miei finali preferiti in assoluto”, tra i miei preferiti citerei senz’altro Il bambino cattivo, Herman wouk è ancora vivo e Il piccolo dio verde del dolore. Probabilmente a voi poco importa, e i vostri preferiti saranno altri, ma il bello è che questo descrive l’ora, l’adesso. Magari già domani avrò cambiato idea. Buona lettura.

Stephen King vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha e la figlia Naomi. Da più di quarant’anni le sue storie sono bestseller che hanno venduto 500 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Stanley Kubrick, Brian De Palma, Rob Reiner, Frank Darabont. Oltre ai film tratti dai suoi romanzi, vere pietre miliari come Shining, Stand by meRicordo di un’estate, Le ali della libertà,Il miglio verde ¿ per citarne solo alcuni ¿ sono seguitissime anche le sue serie TV, ultima in ordine di apparizione quella tratta da The Dome, trasmessa da RAI2. Recentemente King si è dedicato ai social media e in breve tempo ha conquistato centinaia di migliaia di follower su Facebook e soprattutto su Twitter.
Nel 2015 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama gli ha conferito la National Medal of Arts.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

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:: Presunto innocente, Scott Turow (Mondadori, 1991) a cura di Giulietta Iannone

9 luglio 2016
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Alla fine degli anni ’80 un giovane avvocato di Chicago, allora trentottenne, esordì con un romanzo destinato a diventare una pietra miliare del legal thriller, un sottogenere piuttosto felice all’interno del thriller, specialmente statunitense. Si intitolava Presunto innocente (Presumed innocent, 1987), e l’autore avvocato era l’allora sconosciuto Scott Turow.
Probabilmente, (anzi è quasi certo) manco Turow era del tutto consapevole della portata che avrebbe avuto il suo libro, mentre lo stava scrivendo sul treno dei pendolari che lo portava ogni giorno in ufficio (un’ abitudine, quella di scrivere in treno, che portò avanti per decenni).
Non che prima di allora non esistessero casi di polizieschi o noir ambientati nelle aule di tribunale, nel vasto panorama della letteratura nordamericana, pensiamo al bellissimo Anatomia di un omicidio di Robert Traver (era il 1958) o addirittura ai polizieschi di Erle Stanley Gardner, scritti ancora prima, fin dagli inizi degli anni ’30, e c’è chi si arrischia, andando ancora più indietro nel tempo, pure a fare il nome di Wilkie Collins (se siete interessanti a una breve storia del legal thriller è disponibile online: qui), ma dopo Presunto innocente le cose non furono più le stesse.
Sicuramente nessuno prima di Turow aveva messo mai una tale tensione, tra contenuti sessualmente espliciti, paura e violenza, in un thriller a sfondo legale, forte di una struttura narrativa prettamente letteraria. Insomma sdoganò un genere e il successo che travolse l’autore resta per certi versi ancora misterioso, pensiamo solo che per ben 45 settimane restò nella lista dei best seller del NY Times. Un piccolo miracolo, se vogliamo.
Neanche Turow riuscì a scrivere niente di simile dopo, niente perlomeno di così innovativo, estremo, disperato. Quello che è certo il legal thriller esplose letteralmente grazie a questo romanzo. Schiere di avvocati di giorno, scrittori di notte, si lanciarono a emularlo, con alterne fortune, ma sempre avendo ben chiaro che la materia legale, seppur apparentemente caotica, se non proprio complessamente noiosa, si prestava invece inaspettatamente a diventare un humus narrativo di prim’ordine per mettere in luce dissidi etici, scrupoli morali, impegno sociale e civile.
La storia del vice procuratore capo della contea immaginaria di Kindle, Rozat “Rusty” Sabich, della bella e sexy collega Carolyn Polhemus, di Nico della Guardia, Sandy Stern, Tommy Molto, è difficile che non la conosciate, il film diretto da Alan J. Pakula, interpretato da Harrison Ford e Greta Scacchi, ha abbondantemente colmato ogni lacuna. Ciò non toglie che è un piacere rileggere questo libro, (dopo anni) pure se si conosce la storia, pure se già si sa il nome dell’assassino, le sue motivazioni, la sua rabbia. La bravura dell’autore è così manifesta nel costruire una trama perfetta, e perfettamente plausibile, oltre che psicologicamente inattaccabile, che è decisamente un piacere vedere la sua arte di “stratega” e costruttore di indizi, falsi indizi, prove presunte, all’opera.
Scott Turow non aveva grandi successi recenti con cui competere, per cui andò decisamente a mano libera e piazzò il funerale della Polhemus subito all’inizio (scelta interessante) dopo un breve preambolo (di una pagina, fronte retro) in cui rifletteva sul “mestiere” di pubblico accusatore (lo stesso che svolgeva nella vita l’autore nell’ambito della pratica legale) e sul sistema giudiziario nel suo insieme.
Veniamo così a conoscere le modalità della morte della donna (Law & order – Unità vittime speciali, non era ancora di moda, non si era soliti parlare di dettagliati referti ginecologici, quindi l’effetto era ancora più destabilizzante), come era considerata dai colleghi e che era l’amante di Rusty Sabich, a cui rovinò il matrimonio per poi lasciarlo per il suo superiore, (movente più che plausibile per fargli vincere il posto di presunto colpevole, data l’ossessione che l’uomo aveva per questa donna) a cui viene affidato il caso come pubblica accusa.
Scelta anche coraggiosa se vogliamo, che innesca una serie di spiegazioni a ritroso, filtrate dalle sedute con Robinson, lo psichiatra da cui Rusty andò quando tutto finì, capaci di generare la giusta suspense. Pian piano, (subito dopo l’elezioni che incoronano Della Guardia nuovo procuratore distrettuale) Rusty Sabich (di padre serbo, figlio della periferia, senza privilegi) viene incriminato, (accusato di stupro e omicidio), ed è a questo punto che le dinamiche interne della procura saltano, vendette, inimicizie, invidie, fanno da detonatore a una storia che molto deve alla personalità carismatica della morta (e alla sua disinvolta vita sessuale).
A questo punto tutto si giocava sull’ambiguità (morale) del personaggio, “mi augurai disperatamente che fosse morta” e di tutti i comprimari che ha intorno.
Essere accusati di un delitto non commesso, (specie in America in cui in alcuni stati si rischia tranquillamente la pena di morte) è sicuramente una paura concreta, ancora più per un avvocato che sulla vita e sulla morte di colpevoli e innocenti basa la sua carriera e la sua credibilità. Per non parlare dell’ aspetto mediatico di un processo (Il mio caso è uno di quelli che fanno parlare i giornali scandalistici venduti nei supermercati) e delle falle di un sistema penale (tema molto caro a Grisham e perché no, anche a Connelly) fatto anche di errori e troppo burocratizzato. Questa parte è dannatamente realistica, e cosciente. Insomma Turow sa di cosa parla.
Rusty Sabich per dimostrare la sua innocenza (ma è davvero innocente?, o è un inguaribile bugiardo che ci ha preso in giro per tutto il romanzo?) deve scoprire a tutti i costi come sono andate le cose, perché alcuni particolari proprio non tornano, (l’indizio del bicchiere viene posto in bella mostra già nei primi capitoli, senza alcuna enfasi, come si sa le cose in piena luce sono le cose a cui si dà minore o nessuna importanza), chi c’è dietro a quella apparentemente perfetta macchinazione (ai suoi danni?). I sensi di colpa non giocano a suo favore, (verso il figlio, verso la moglie, verso Carolyn stessa) ma anche i meccanismi più perfetti hanno falle e punti deboli, e l’assassino non è così freddo e infallibile come può sembrare. Per chi non conosce ancora la sua identità, scoprirla è sicuramente spiazzante, e in un certo senso il punto più riuscito del romanzo.
Oltre al meccanismo giallo, Turow è straordinario nel delineare caratteri, il capitolo in cui il giovane Marty parla della madre, o la descrizione della sensibilità della vittima nel trattare con i bambini, sono di una sottigliezza e lucidità disarmanti. Turow scava nelle motivazioni, anche le più banali. Evita digressioni superflue e rende necessaria quasi ogni frase. Insomma non può che lasciare ammirati e stupiti per la sua bravura.
Turow ci riprovò anni dopo con Innocent a dare un seguito al romanzo (ne fecero pure un film), non l’ ho letto quindi non do giudizi, ma credo questo sì, che una cosa perfetta vada lasciata così com’è. E Presunto innocente ha davvero il fascino delle cose perfette, o per lo meno delle cose che pericolosamente vi si avvicinano a questa chimerica perfezione. Ogni scrittore penso si meriti uno stato di grazia, almeno una volta nella vita, che gli permetta di scrivere un libro davvero riuscito. A Scott Turow è capitata questa fortuna.
Traduzione di Roberta Rambelli.

Scott Turow è autore di nove dei maggiori best seller di fiction, tra cui Presunto innocente, La legge dei padri, Prova d’appello, Innocente e L’onere della prova, tutti pubblicati da Mondadori. Si è cimentato anche con la saggistica in Harvard, facoltà di legge, incentrato sulla sua esperienza di studente universitario. I suoi libri sono stati tradotti in oltre venticinque lingue, hanno venduto più di trenta milioni di copie nel mondo e hanno fornito spunto per film e produzioni televisive. L’autore pubblica saggi e articoli su “The New York Times”, “The Washington Post”, “Vanity Fair”, “The New Yorker” e “The Atlantic”. Sito web: www.ScottTurow.com

Source: acqusito personale.

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:: I sei giorni del Condor, James Grady (Rizzoli, 1975) a cura di Giulietta Iannone

18 Maggio 2016
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Maronick abbassò gli occhi sulla figura ai suoi piedi. “Addio Condor. Un ultimo consiglio. Continua a fare il lettore. La tua fortuna si è esaurita. E quando la fortuna ti abbandona, non vali gran che”. Scomparve nel bosco.                     

È quasi impossibile leggere I sei giorni del Condor (Six Days of the Condor, 1974) senza immaginarsi Robert Redford nei panni del protagonista, con la sua facciona da bravo ragazzo, i capelli biondo sporco, le giacche di velluto a coste.
È infatti difficilmente pensabile che ci sia ancora qualcuno che nel 2016 non abbia visto I tre giorni del Condor di Sydney Pollack, adattamento cinematografico del romanzo di James Grady. Viene passato nelle tv in chiaro praticamente a cadenza fissa, c’è una nuova versione restaurata che esce in DVD a circa 10,00. Insomma non si hanno molte scuse, il film è da vedere.
Per quanto riguarda il libro invece ci sono maggiori possibilità di non averlo letto, ed è un peccato, perché merita, merita davvero ed è per certi versi diverso dal film. Ci sono cambiamenti sostanziali nella trama, i nomi dei personaggio sono quasi tutti diversi, è molto più crudo e sovversivo, per certi versi, del film che è stato fatto.
Sia chiaro io adoro il film di Pollack, e per me è una delle migliori spy-story che abbia visto, ma il libro è diverso. Chiarito questo, non farò in questa recensione una comparazione puntuale tra libro e film (anche se sarebbe divertente) ma mi limiterò di fare un veloce cappello al film e approfondire il libro, con ampi spoiler, per cui se non avete letto il libro, o non amate anticipazioni sulle trame forse è bene che vi fermiate qui e che torniate a lettura avvenuta.
Allora I tre giorni del Condor è un classico film di denuncia e impegno civile, tipico della filmografia anni 70 post Watergate. Sotto le mentite spoglie della spy-story, o forse proprio usando il genere come grimaldello per scardinare sicurezze o illusioni, ci narra una generazione che ha perso l’innocenza e la fiducia nel sistema tipica degli anni ‘50 o ’60.
In questo il film è un capolavoro del genere, per quanto non sia privo di debolezze nella trama e sulla inverosimiglianza torneremo più approfonditamente nell’analisi del libro. Ciò che mi preme dire invece è che questa storia pur con i suoi difetti funziona, piace, ed è terribilmente efficace nel porre un uomo qualunque (un lettore di libri gialli) contro le derive del sistema, i meccanismi perversi che regolano il potere occulto, che è infondo il vero potere.
Nel film si parla di petrolio e Medio Oriente, nel libro di droga, ma insomma la sostanza non varia di molto. Ci sono poteri deviati, sottocellule non controllate dalla base capaci di commettere crimini, di uccidere, di essere al di sopra della legge. Ma noi abbiamo il nostro Davide contro Golia, il nostro Joe Turner/ Ronald Malcolm dotato di una fortuna sfacciata (ma anche di doti di adattamento e di improvvisazione non da ridere) che da topo di biblioteca (senza uno specifico addestramento per interventi sul campo) si trasforma in eroe. Nel libro non a caso a un certo punto Maronick/Jubert gli dice “La tua fortuna si è esaurita. E quando ti abbandona, non vali gran che”.
E il film, forse più del libro, è un autentico manifesto di tutto ciò con un finale tipico della cieca fiducia liberal nei media e nella carta stampata. Celeberrimo il finale davanti agli uffici del New York Times, con un lungo e ibrido “se”. Puntini di sospensione. Certamente un finale aperto più pessimistico del libro.
Detto questo veniamo al libro diviso in sei giorni da un mercoledì a quello seguente. Siamo a Washington, e non a New York, in primavera e non in autunno e il nostro Ronald Malcolm è un tipo forse più grezzo del Joe Turner /Robert Redford. Scoreggia, bestemmia, soffre di raffreddori ricorrenti e molto invasivi. E soprattutto non è lui a scoprire che qualcosa non va alla sezione, ma a farlo è un incolore economo, di nome Heidegger, (alcune discrepanze nelle casse di libri).
Segue la scena più geniale, e incisiva che abbia mai potuto leggere su carta o vedere al cinema: l’assalto armato all’ American Literary Historical Society, mentre Ronald Malcolm è fuori sotto la pioggia a comprare le colazioni (uscito da una porta sul retro, una vecchia carbonaia). Malcolm si salva, avventurosamente (è l’inizio della sua bizzarra fortuna) ma naturalmente “deve morire”.
E inizia la caccia.
Chi vuole ucciderlo? Perché?
Saranno le domande che ci accompagneranno nella vertiginosa caccia all’uomo. Parlavo di inverosimiglianza, e naturalmente c’è e è anche evidente, ma è giocata sul limite del credibile, in un modo così naturale e repentino, che sembra quasi inevitabile. Ricordiamoci che la parte più incredibile del libro, la sezione di Malcolm della CIA, il Gruppo 54/12, pur con altri nomi e le operazioni di Open source INTelligence, rispecchiano la realtà. Esistono davvero ricercatori che scartabellano giornali e libri, in cerca di fughe di notizie, suggerimenti, notizie utili. Già Lyndon Johnson disse:

“(…) i successi più importanti non vengono dalle operazioni di spionaggio condotte nell’ombra e nell’ mistero, ma nascono dalla paziente lettura, per ore e ore, di periodici tecnici altamente specializzati. Essi [i ricercatori della CIA] sono veri e propri studiosi professionali. E la loro opera è tanto oscura quanto inestimabile”.

Quindi dato questo assunto per vero, tutto il resto passa in secondo piano, il topo di biblioteca che compete con killer professionisti (senza un reale addestramento), la donna (Wendy) che viene rapita, gli crede, se ne innamora e lo aiuta, tutto in una manciata di ore, l’allacciamento dei telefoni per non farsi rintracciare (aveva fatto un lavoretto estivo per la Compagnia dei telefoni), l’incontro fortuito al Campidoglio tra Macolm e Wendy e Atwood e Maronick, Maronick stesso che nel finale gli salva la vita, sperando che questo venga considerato dalla Compagnia un suo gesto di amicizia che gli permetta poi di non essere a sua volta braccato. Insomma se sospendete l’incredulità la storia funziona, e funziona alla grande. E questa sospensione non necessita poi neanche di un grande sforzo (e in questo sta la bravura di Grady).
Va bene il finale non lo racconto, anche se sarei tentata, ma è certamente più ottimistico del film. Ronald Malcolm ormai è cambiato, non è più il lettore di gialli entrato nella CIA per aver fatto una lunga dissertazione su Nero Wolfe nelle sue prove di laurea.
Forse il punto in cui libro e film maggiormente divergono sta nel fatto che nel libro abbiamo un vecchio e Kevin Powell a ridare al sistema una legittimità e un’aura positiva, a fungere da anticorpi in un sistema tutto sommato sano che sa curare le sue ferite, saranno loro infatti a salvare o perlomeno ad aiutare Malcolm, anche se in realtà fa tutto da solo.
Insomma il sistema ha falle grandi come il traforo del Monte Bianco, ma esisteranno sempre uomini capaci di fare la differenza, schegge impazzite forse o non omologate, capaci di sfuggire dalle maglie oppressive del sistema e lottare per il bene. O ciò che resta del bene, in questo nostro mondo adulterato da debolezze e corruzione. E questo è il messaggio che resta invariato negli anni, che fa attraversare questo libro il tempo senza accusare grandi colpi.
Da leggere. Traduzione di Argia Micchettoni.

Leggete anche questi articoli di Davide Mana: qui (un altro punto di vista sul libro) e qui (sul film).

James Grady (1949) è giornalista e scrittore. È stato reporter investigativo, sceneggiatore per il cinema e la tv e ha pubblicato diversi romanzi che gli hanno valso numerosi premi tra i quali una nomination all’Edgar Award nel 1997, il Grand Prix du Roman Noir nel 2001 e il Raymond Chandler Award nel 2003. Dal primo episodio della trilogia, I sei giorni del Condor, è stato tratto il capolavoro di Sydney Pollack con Robert Redford. Il ritorno del Condor, l’ultimo romanzo della serie, è disponibile in BUR.

Nota: intervista a James Grady, qui.

Source: acquisto personale.

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:: Il buio oltre la siepe, Harper Lee (Feltrinelli, 2015) a cura di Giulietta Iannone

23 aprile 2016
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Nell’estate del 1960 una giovane scrittrice dell’Alabama, nata a Monroeville, pubblicò un libro destinato non solo a mettere scompiglio nelle afose serate di quel lontano luglio, ma a trasformare definitivamente la letteratura in un reale strumento per sensibilizzare le coscienze sulla questione razziale in America (e lasciatemi dire anche nel resto del mondo).
Il libro di cui parlo è naturalmente Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird, 1960), e l’autrice, l’allora trentaquattrenne Harper Lee. Bianca, figlia di un avvocato segregazionista, amica di infanzia e assistente di Truman Capote, la Lee resta assieme a Harriet Beecher Stowe, autrice di La capanna dello zio Tom, una scrittrice mito, emblema di quanto la sensibilità femminile, e il coraggio, abbiano sempre precorso i tempi nella dura guerra contro il razzismo, la segregazione, la disparità e l’ingiustizia non solo sancita dalle leggi, ma dal senso comune della più bieca opinione pubblica.
Per primo vidi l’omonimo film, uscito nel 1962 e diretto da Robert Mulligan, con un fantastico Gregory Peck nella parte dell’avvocato Atticus Finch, solo più tardi lessi la versione italiana, edita da Feltrinelli nella storica traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer giunta alla quarantaquattresima edizione, nel settembre del 2015. La mia vecchia edizione la prestai, e non la vidi più tornare in dietro (comprensibile), e in occasione della morte dell’autrice, in sua memoria, ho preso quella che ora tengo in mano.
Quale occasione per rileggere un libro di per sé bellissimo, anche spogliato delle sue valenze morali e etiche. Infondo è, e resta, un bellissimo libro per ragazzi, ragazzi moderni, evoluti che conoscono il significato di termini come “violenza sessuale” “razzismo”, “ingiustizia”. Che sanno che la vita è una costante lotta tra il bene e il male, e che a un certo punto bisogna decidersi da che parte stare.
Prima di parlare del libro, vorrei ancora parlare del contesto in cui fu scritto, del fatto che nel 1960 erano ancora in vigore le leggi Jim Crow che di fatto tenevano insieme tutto quel sistema razzistico, intollerante e fanatico che ha inquinato la società americana di buona parte del secolo scorso. Ma si sa abrogata la legge (la fine della segregazione razziale negli Stati Uniti può essere fatta coincidere con l’abrogazione delle Jim Crow, con la firma da parte di Lyndon Johnson del Civil Rights Act del 1964 e l’ anno successivo del Voting Rights Act) non è immediato il cambiamento delle coscienze, se pensiamo solo che questo libro è ancora oggi bandito da numerose scuole e biblioteche americane.
Naturalmente i motivi addotti saranno che è un libro troppo violento per i ragazzi, non certo per difendere segregazione e razzismo, ciò non toglie che bandire un libro come Il buio oltre la siepe ha un che di scandaloso. A far paura è forse proprio la capacità dell’autrice di entrare nelle coscienze e metterle di fronte alle proprie debolezze.
Dicevo che Il buio oltre la siepe è un bellissimo libro per ragazzi, parla di amicizia, coraggio, altruismo, senso della famiglia, di giustizia, di lealtà, e tratta con rispetto i suoi lettori, non gli nasconde la povertà e il disagio sociale in cui possono fermentare le abiezioni più feroci, che i diversi sono sempre emarginati (anche oggi, qui, ora), e molte volte possono compiere gesti di grandissima umanità, proprio da loro da cui non si aspetta niente, che a volte bisogna fare ciò che è giusto, e ci detta la nostra coscienza, anche se va contro al senso comune o si mettono a repentaglio interessi personali o finanche la vita dei propri cari.
Insomma è un libro etico, e didattico nella sua più nobile accezione. Un libro che è piacevole leggere, che giunge a noi attraverso la voce chiara e argentina di Scout ormai cresciuta che ricorda episodi della sua infanzia. E Harper Lee fu proprio incoraggiata da Truman Capote a fare lo stesso, nel libro se vogliamo identificabile con il ragazzo di città loro amico.
Il buio oltre la siepe (e il titolo italiano è secondo me altrettanto bello quanto il titolo originale) e insomma un libro di cui non ci stancheremo mai di parlare, né di studiarlo. Un libro stilisticamente ricco, elegante, per cui non è affatto inappropriato spendere parole come luminoso, splendido, o commovente. Quando Tom Robinson viene ucciso durante il suo tentativo di fuga da una giustizia bianca iniqua, non posso smettere di piangere, sebbene sono perfettamente al corrente che così accadrà. Ma la Lee ha deciso che non sarebbe stato questo il finale, no la storia continua e in un certo senso si apre a un nuovo lieto fine.
Ecco concludo questo mio articolo dicendo che Il buio oltre la siepe è davvero un testo imprescindibile, bisogna averlo letto almeno una volta nella vita. Uscite, come se fuggiste da una casa in fiamme, andate nella prima biblioteca e procuratevelo. Poi la tentazione di rubarlo sarà grande, vi avverto.

Nelle Harper Lee  (Monroeville, 1926-2016). Originaria dell’Alabama, studiò legge e poi si impiegò a New York presso una compagnia aerea. Amica di Truman Capote da quando aveva tre anni, fu consigliata da lui a mettere per iscritto i racconti che lei gli andava facendo della propria infanzia. Un giorno, abbandonò l’impiego per scrivere il suo libro: nacque così Il buio oltre la siepe, pubblicato nel 1960 (tradotto in Italia da Feltrinelli nello stesso anno e attualmente disponibile anche in audiolibro), che le valse un immediato e strepitoso successo di pubblico e il premio Pulitzer 1960. Nel 2007 le è stata conferita dal presidente Bush la prestigiosa Medaglia della Libertà per i suoi meriti letterari. Feltrinelli ha anche pubblicato Va’, metti una sentinella (2015), il romanzo ritrovato di Harper Lee, ambientato vent’anni dopo il suo capolavoro.

Source: acquisto personale.

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:: Gli occhi neri di Susan, Julia Heaberlin (Newton Compton, 2016)

14 aprile 2016
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Rudbeckia hirta, comunemente chiamata in Americablack-eyed-susan”, è una pianta erbacea, altamente invasiva, simile alle nostre margherite, caratterizzata da petali gialli e un bottoncino nero al centro simile a un occhio, da cui prende il pittoresco nome. Una curiosità: è il fiore dello stato del Maryland.
Se leggerete Gli occhi neri di Susan, (Black-Eyed-Susans, 2015) di Julia Heaberlin, edito da Newton Compton e tradotto da Marianna Cozzi e Angela Ricci, questo fiore vi risulterà familiare. Lo troverete in copertina, lo troverete nelle pagine del romanzo. Ricopriva infatti la fossa e il prato in cui fu ritrovata negli anni Novanta Tessa Cartwright, un’ adolescente dai fiammanti capelli rossi, assieme a un mucchietto di ossa di ragazze uccise. Da un serial killer. Un serial killer che la credette morta e fece così uno dei suoi tanti, innumerevoli, errori. Per una malformazione cardiaca, la ragazza aveva un cuore i cui battiti erano molto inferiori della media. Facile perciò sbagliarsi. Facile crederla morta.
E soprattutto lo ritroverete sul davanzale della camera da letto di Tessa ormai adulta. Qualcuno ce l’ ha piantato, fuori stagione. Qualcuno che vuole mandarle un chiaro messaggio. Qualcuno che vuole istillarle il dubbio di non essere al sicuro, lei e sua figlia Charlie.
E se il serial killer fosse ancora a piede libero, e l’uomo in carcere, in attesa dell’ iniezione letale (siamo in Texas) fosse innocente? E’ questa la domanda che ormai l’ ossessiona.  Terrell Darcy Goodwin, è un nero, in uno stato razzista come il Texas, è normale che se ne stia nel braccio della morte. Le percentuali sono a suo sfavore. A credere alla sua innocenza solo un’ attivista che combatte la pena di morte, ormai morta, ma che ha instillato il dubbio in Tessa.
Nella sua memoria c’è il volto dell’assassino, ma la sua memoria è un buco nero, una cassaforte di cui nessuno conosce la combinazione. Né lo psichiatra che l’ ha in cura e la prepara al processo nel 1995, né lei stessa. Ma Tessa non vuole che sia giustiziato un innocente, e così inizia una corsa contro il tempo, aiutata da un giovane avvocato e da una dottoressa specializzata nel risalire dal DNA all’identità delle persone scomparse (sulle ceneri delle Torri gemelle, fece miracoli). E il mistero è chiuso nella sua mente, ancora popolata dalle voci senza pace delle povere Susan, alle quali si darà finalmente un nome.
In un alternarsi di passato e presente i capitoli di questo thriller psicologico si susseguono fino al colpo di scena finale, e alla (possibile) risoluzione della storia. Nulla sarà certo comunque, fino alla fine, e anche oltre. La mente umana è un labirinto o meglio è simile alle sabbie mobili, non solo quella dei serial killer.
La scrittura della Heaberlin mi è piaciuta, densa, fantasiosa, insolita. Caratterizzata da descrizioni approfondite di particolari anche quotidiani, consueti, e uno scavo paziente nella mente disturbata di Tessa, che deve affrontare e superare un trauma non comune in cerca della normalità per il bene di sé stessa e di sua figlia.
Lo scollamento tra passato e presente, normalità e malessere, crea un effetto straniante che ci impone di prendere con le molle i dati che si susseguono alla nostra attenzione.
Tra bugie, vere e proprie menzogne, rimozioni, occultamenti più o meno consapevoli, è difficile discernere la verità oggettiva, il reale concatenarsi di causa e effetto, e su questo gioca la penna dell’ autrice, dandoci appunto più verità secondo gli occhi di chi guarda. E proprio questo è contemporaneamente sia il punto di forza del romanzo, che la sua debolezza.
Per apprezzare questo romanzo bisogna fidarsi del proprio intuito, senza lasciarsi ingannare dalla più o meno simpatia che si prova per i vari personaggi. Dallo psichiatra, a Lydia, la migliore amica di Tessa adolescente. Da Terrell Darcy Goodwin, vittima o carnefice, a Tessa stessa.
Grande successo negli Stati Uniti, forse più sensibili a temi per loro strettamente attuali come la pena di morte, lo studio del DNA per risalire a persone di cui non si conosce l’identità, i meandri della giustizia con i giusti risarcimenti agli innocenti incarcerati e condannati ingiustamente e il razzismo che ancora determina molte condanne, alla fiducia che deve legare terapeuta e paziente, in un pese dove la psicanalisi è forse più comune che da noi, Gli occhi neri di Susan è tutto sommato un buon romanzo. Se ne trarrà presto un film. Consigliato soprattutto a chi ama sondare i misteri della mente umana, più che a chi ama inseguimenti, scazzottate, pericoli nascosti in ogni pagina.
La scrittura particolare della Heaberlin è comunque ben superiore della media dei thriller che siamo soliti leggere. E già solo per questo sicuramente una interessante scoperta.

Julia Heaberlin Nata in Texas, è una giornalista pluripremiata, che ha lavorato per varie testate locali («Fort-Worth Star Telegram», «The Detroit News» e «The Dallas Morning News»). Con Gli occhi neri di Susan è arrivata in vetta alle classifiche degli Stati Uniti e presto dal suo romanzo sarà tratto un grande film. Vive a Dallas. Per maggiori informazioni, visitate il sito juliaheaberlin.com.

Source: bozza non corretta inviata dall’editore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: L’invenzione dell’inverno, Adam Gopnik, (Guanda, 2016) a cura di Viviana Filippini

8 aprile 2016
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La primavera è arrivata e tra poco sarà il turno dell’estate, ma vi vorrei parlare di L’invenzione dell’inverno di Adam Gopnik, perché è una vera e propria analisi minuziosa della stagione che va da dicembre a marzo. Il saggio edito da Guanda è curioso e avvincente, in quanto l’autore, grazie ad elementi diversi, trascina noi lettori dentro alla stagione dominata dal freddo e dal gelo. Il testo è diviso in cinque intensi capitoli nei quali Gopnik narra e spiega i diversi modi di vivere il periodo stagionale invernale. Il tutto è un’analisi molto importante che evidenzia quanto l’inverno sia diventato soggetto e oggetto di studio dal Romanticismo in poi. A dire la verità, forse, fu proprio l’invenzione del riscaldamento centralizzato nell’Inghilterra del Settecento che permise di stare in un luogo caldo e protetto, per osservare e cominciare ad indagare il mondo niveo all’esterno. Dai ricordi d’infanzia dell’autore, nei quali l’inverno era, per lui bambino, un periodo di gioia e di serenità, il testo affonda le radici nelle diverse interpretazioni storiche, sociali e culturali che sono state fatte della stagione stessa. Per Gopnik c’è stato un periodo Romantico dell’inverno, nel quel gli artisti della pittura e letteratura proiettavano su di esso le loro emozioni e riflessioni sul mondo in evoluzione. Dopo di esso ci fu il periodo Estremo dell’inverno, da associare alla fase storica dell’umanità tra fine Ottocento e inizio del Novecento, quando molti uomini avventurieri sfidarono la stagione gelida per raggiungere i due Poli. Quello che emerge da queste missioni esplorative del passato evidenza la voglia dell’uomo di sfidare la natura e, allo stesso tempo, si scopre la non completa consapevolezza del genere umano nei confronti delle insidie presenti nel mondo dei ghiacci. Quello che lascia perplessi del periodo Estremo dell’inverno è il fatto gli uomini ad un certo punto capirono come fosse difficile contrastare l’inverno nella conquista dei Poli ma, nonostante tale barlume, gli esploratori continuarono nel loro assalto alle terre gelide, uscendone, in molti casi, sconfitti. L’autore si addentra anche nella dimensione familiare della stagione del freddo, e scrive di un inverno come Rigenerazione, compiendo una vera e propria indagine sulla tradizionale festa del Natale, alla scoperta del valore religioso e commerciale della festività (regali, addobbi, vischio), passando per un esame della nascita della figura barbuta di Babbo Natale che, in principio, non aveva la classica casacca rossa che lo distingue ancora oggi. Gopnik, non si ferma e ci porta ad un assaggio dell’inverno Ricreativo concentrato sul valore degli sport tipici della stagione con il ghiaccio e le temperature basse, seguito dall’inverno del Ricordo. Ricordo di cosa? L’inverno come una stagione ricca di eventi e fatti che ci toccano l’animo e che rimangono per sempre in noi. Nel saggio di Adam Gopnik ci son cinque dimensioni di indagine della stagione invernale, sviscerata attraverso l’arte pittorica romantica, la poesia, la letteratura, la scienza, la fede, l’antropologia e la sociologia che fanno di L’invenzione dell’inverno un saggio su come l’uomo abbia vissuto e plasmato, in base ai propri bisogni, costumi ed esigenze, quello che per Napoleone fu il “Generale Inverno”. Traduzione Isabella C. Blum.

Adam Gopnik scrive per il «New Yorker» dal 1986. Ha vinto tre volte il National Magazine Award for Essays and for Criticism e il George Polk Award for Magazine Reporting. Vive a New York con la moglie e i loro due figli. Guanda ha pubblicato Una casa a New York, Da Parigi alla luna, In principio era la tavola, Il sogno di una vita e L’invenzione dell’inverno.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: Non torna nessuno, Sophie Littlefield (Sperling & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2016
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Forse Sophie Littlefield è un nome che vi dice poco, ma se amate i gialli e i thriller dovreste segnarvelo. Di suo ho avuto modo di leggere Non torna nessuno (The Missing Place, 2014, Gallery Books), in questa pausa di marzo, e non me ne sono pentita. Vi invito a visitare il suo sito e a non farvi spaventare dal fatto che scriva anche woman fiction e libri per bambini e ragazzi.
Tradotto da Christian Pastore, per Sperling & Kupfer, Non torna nessuno è un thriller al femminile che vi porterà sulle piattaforme petrolifere del North Dakota alle prese con un’ indagine molto particolare, sulle tracce di due ragazzi scomparsi, entrambi dipendenti di una delle più grandi compagnie petrolifere della zona, la Hunter-Cole.
Ad indagare due improbabili investigatori, due madri disperate, due donne che non potrebbero essere più diverse sia per carattere che per ambiente sociale di provenienza, le sole che pensano che ritrovare Paul e Taylor sia possibile. La polizia del posto non fa niente, (troppo compromessa con le multinazionali), la multinazionale stessa ha molto da nascondere, soprattutto per le mancate politiche di sicurezza che già hanno causato incidenti e morti, e certo non vuole un polverone mediatico che metta in luce le loro irregolarità.
Sole, minacciate, ostacolate in ogni modo le due donne si troveranno a scoprire cose che forse non avrebbero voluto scoprire (soprattutto su sé stesse), ma la verità dopo tutto sale sempre a galla come le chiazze di petrolio sull’oceano.
Cosa mi è piaciuto di più? Su tutto l’ambientazione, realistica e inconsueta: cieli lividi, tavole calde, stazioni di servizio dove si fa la fila per fare una doccia, abitazioni ricavate dai container, supermercati che vendono prodotti scadenti, alberghi di catena dove non si trova una stanza se non con mesi di anticipo (le nostre vivono per buona parte del romanzo in una roulotte, senza acqua calda, con un generatore fuori dai termini di legge). Si sente l’odore del petrolio nell’aria, nonostante la neve, l’avidità e l’indifferenza, la lotta per la sopravvivenza di gente abituata a una vita dura (alcuni vivono in macchina) e senza tutele.
Poi lo stile della Littlefield, diretto, privo di sdolcinatezze, ruvido a tratti, ma piacevole e adatto a descrivere il mondo che ruota intorno alla vita durissima di gente abituata a vivere alle soglie della sopravvivenza. Un lato dell’America che forse non è così conosciuto e non compare certo nei depliant turistici, ma che la Littlefield descrive in modo quasi naturalistico, non dimenticando anche frecciate di critica sociale.
E infine sicuramente i personaggi, ben caratterizzati, con debolezze e difetti, non gli eroi senza macchia con cui vengono dipinti di solito coloro che sono nel giusto. E Shay e Colleen sono nel giusto, rivogliono i loro figli, e sono pronte a tutto anche a mostrare parti di sé delle quali non sono del tutto orgogliose.
Shay la dura, con una vita difficile alle spalle, pochi soldi, pochi privilegi, una che si è conquistato tutto da sola, crescendo i suoi figli da sola magari con un doppio o triplo lavoro. Una tipica donna di frontiera, con la scorza dura, anche se a tratti emergono caratteri di dolcezza e generosità che la rendono forse una madre e una donna migliore di Colleen, ricca signora del Massachusetts, moglie infelice di un avvocato, con un figlio che già da piccolo gli ha dato problemi e ora è fuggito in North Dakota per sfuggire al suo asfissiante controllo.
Ma naturalmente anche Colleen ha i suoi lati positivi, trova la forza in sé di trasformarsi da ricca e viziata madre di un figlio problematico, in una donna determinata e coraggiosa, capace di dare amicizia a una donna tanto diversa da lei. Naturalmente questa amicizia durerà il tempo del libro, sarà difficile vedere le due donne sorseggiare del the insieme o fare shopping, dopo.
Ma per la durata della storia sono le sole su cui possono contare, alleate, complici, amiche. E la vita non è perfetta, così non è perfetto il loro rapporto e la Littlefield non lo rende tale, evitando ogni leziosità. Ecco questo l’ho apprezzato molto, come ho apprezzato il finale, forse un po’ slegato dal contesto, e sicuramente diverso da cosa mi aspettavo.
Non anticipo altro, ho la tendenza di parlare troppo, ma vi consiglio di leggerlo. A me è piaciuto.

Sophie Littlefield è nata e cresciuta in Missouri, ha due figli ormai grandi e ha scelto di vivere in California. È autrice di diversi romanzi, che le hanno valso la candidatura al più prestigioso premio della narrativa gialla, l’Edgar Award.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

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Nota:  Vi invito anche a leggere i primi capitoli sul sito dell’editore: qui.

:: Il principe rosso, Qiu Xiaolong (Marsilio, 2016) a cura di Giulietta Iannone

3 aprile 2016
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Eccoci qui, noi “ricconi”, in un mese senza pioggia,
in un bar a forma di sampan, dove una giovane cameriera
raccomanda la specialità della casa, la carpa di Qianlong
con gli occhi che ancora roteano nel piatto.

Pagina 61 “Le poesie dell’ispettore Chen” Qiu Xiaolong

Non c’è niente di meglio per conoscere la Cina contemporanea che leggere un romanzo di Qiu Xiaolong, qualcosa di più di un giallo, e di giusto meno di un trattato di sociologia e politica. Per chi ama l’ Estremo Oriente, sempre in bilico tra tradizione e modernità, un’ occasione ideale per conoscere la Cina dall’ interno con le sue contraddizioni e la sua poesia, vista da occhi non filtrati dalla rigida censura governativa, ma di un cinese che vive nella “libera” America e può permettersi di delineare luci e ombre della più grande repubblica socialista ancora in piedi.
E’ crollato l’URSS, Cuba tentenna, la Cina resta rigorosamente e orgogliosamente rossa, con il suo statico governo centralizzato, la sua retorica rivoluzionaria rivisitata dalle canzoni patriottiche che risuonano dalle metropolitane ai locali pubblici, per riaccendere un fuoco forse sopito dopo anni di regime. Ma il sogno di Mao sembra resistere non ostante i compromessi, l’economia di mercato, l’inquinamento, i principi rossi, la corruzione diffusa, la burocrazia ceca, o il rampantismo carrierista.
E su tutto nello sfondo resiste la Cina antica con la sua poesia, con i suoi piatti tipici, le vecchie tradizioni dure a morire perché il socialismo reale in questo paese resta spiccatamente cinese, unico al mondo, forse improducibile in altri paesi anche dell’Asia.
Che Qiu Xiaolong provi nostalgia per la sua Shanghai è indubbio e come tutti gli esuli questa malinconia vela le sue pagine di rimpianto e aspettative. E tutto ciò è anche parte della bellezza dei suoi romanzi polizieschi, scevri da una rigida ortodossia, ma partecipi della vita che scorre in questa grande metropoli avveniristica per certi versi, ma che conserva angoli antichi dove bere una tazza di una delle miriadi varianti di pregiato tè. Ci sono i locali notturni, che scimmiottano i locali del vizio occidentali, frequentati dai ricchi oligarchi rossi e dai loro figli, e le trattorie tradizionali dove mangiare il pesce allevato, e non certo preso dai laghi inquinati, tragico strascico del boom economico.
Shanghai Redemption, in Italia Il Principe Rosso, edito da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella, è una nuova storia dell’ispettore Chen Cao.
Inizia in un cimitero per la festività di Qingming, quando Chen, sotto la pioggia, incontra una donna. Ormai non è più ispettore, per toglierlo di mezzo è stato promosso a una carica, creata forse su misura, che finge di essere una promozione e invece nasconde insidie, puro bizantinismo in salsa cinese. Fuori dalla polizia non può fare più danni, o almeno così sperano coloro che tramano nell’ombra e vogliono la sua fine sociale e politica.
Di questa tacita cospirazione, di cui Chen Cao non sa spiegarsene il motivo, ne ha le prove quando rischia di essere sorpreso in un locale notturno in atteggiamenti equivoci con procaci fanciulle. Una telefonata della madre lo salva, ma chi è il nemico senza volto, chi vuole la sua fine? Chen Cao lo scoprirà e nel farlo scoperchierà un vero vaso di Pandora di corruzione, e delitti nascosti in cui l’unica radice resta l’avidità e la sete incontenibile di privilegi e ricchezze.
Non vi anticipo troppo della trama, perché i lettori dei gialli possano scoprirla pagina dopo pagina, ma è solida, intricata e prevede una rivelazione finale sicuramente all’altezza delle aspettative. Donne affascinanti, pericoli, principi rossi che nascondono le ombre di carriere apparentemente irreprensibili dove la ricerca del potere non è esattamente tesa al benessere socialista di tutti.
Chen Cao si interroga, smaschera ipocrisie, si tormenta con il rimpianto di non essere diventato lo studioso che il padre voleva che fosse, ma a suo modo è un uomo del sistema, che cerca di bilanciarlo con il suo senso di giustizia e di verità. E in più ha da salvare la sua vita e la sua reputazione.
Liberamente ispirato a fatti e scandali realmente accaduti, Il Principe Rosso è una storia nera dove non mancano coraggio, lealtà amore e speranza. Dopo tutto Chen Cao il poliziotto poeta resta un ottimista, un figlio della Cina. Una buona serie, all’altezza con le migliori, soprattutto per chi ama l’Oriente e il poliziesco.

Xiaolong Qiu è scrittore e traduttore. Nato a Shanghai, dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna Letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Insieme ai nove episodi della serie dell’ispettore capo Chen Cao, pubblicata in venti paesi, di Qiu Marsilio ha pubblicato i romanzi Il Vicolo della Polvere Rossa e Nuove storie dal Vicolo della Polvere Rossa, oltre a un volumetto di poesie dedicate a Chen Cao.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

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:: Personal, Lee Child (Longanesi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

2 aprile 2016
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Mi hanno cercato la prima volta due giorni dopo che un uomo aveva tentato di uccidere il presidente della Repubblica francese. L’avevo letto sui giornali. Un colpo messo a segno da lontano, con un fucile, a Parigi. Nulla che mi riguardasse. Io ero a novemila chilometri di distanza, in California, con una ragazza conosciuta su un pullman. Lei voleva fare l’attrice, ma io no, quindi dopo quarantott’ore passate insieme a Los Angeles ognuno aveva ripreso la sua strada. Di nuovo su un pullman, ero andato a San Francisco, dove ero rimasto per un paio di giorni, poi avevo fatto tappa a Portland, nell’Oregon, fermandomi per altri tre, e infine avevo proseguito per Seattle. Arrivati a Fort Lewis, due donne in uniforme militare erano scese lasciando sul sedile vicino a me una copia dell’Army Times del giorno prima.

Che se ne fa Jack Reacher di un passaporto (nuovo di zecca e indubbiamente autentico)? Semplice, deve lasciare l’America per una missione all’ estero, richiamato in servizio (si fa per dire) per onorare un vecchio debito con un generale che non aveva detto tutto quello che aveva visto. Un favore, di quelli che si fanno per spirito di corpo tra membri della stessa arma, per solidarietà, rispetto, stima. Non si rovina un collega, insomma.
E sono cose che non vanno in prescrizione, per cui quando Reacher vede su una copia dell’Army Times, abbandonata su un pullman, un messaggio indirizzato proprio a lui, vede proprio al centro della pagina, un riquadro largo quanto un’intera colonna conteneva cinque parole stampate in grassetto: JACK REACHER CHIAMI RICK SHOEMAKER, non ha scelta, i vecchi debiti si onorano, nella rigida etica e scala di valori che da sempre rispetta.
Un tale, John Kott, un brutto ceffo, un cecchino infallibile, uno che Reacher aveva contribuito a mettere in galera sedici anni prima, è il miglior candidato per avere sparato al presidente francese da una distanza che lo inchioda. Solo lui, e altri pochi che si contano in una mano, sparano da così lontano, facendo centro. Poi naturalmente c’era il vetro antiproiettile, (tenete a bada questo dettaglio se volete capirci qualcosa) e il presidente è illeso. Ma Kott è in circolazione, uscito freso fresco di galera, e il G8 si presenta come la sua nuova grande occasione per dimostrare al mondo quanto vale.
Reacher viene in un primo tempo spedito a Parigi, sul luogo del delitto mancato, e qui grazie a un soffio di vento letteralmente la scampa. Poi assieme a Casey Nice viene spedito a Londra. La sua missione: catturare, e possibilmente uccidere, John Kott. Un altro generale americano lo pretende, una leggenda, un tipo abituato a farsi ubbidire.
Questo è quello che appare, ma naturalmente le cose non stanno così. Toccherà a Reacher scoprire le carte e salvarsi la pelle, (Kott ha nella sua casa in Arkansas sagome con la sua faccia, su cui si è esercitato) e tra cecchini, gangster serbi, mafiosi inglesi (tra cui un tizio alto più di due metri che si è costruito una casa a misura di gigante), e altre piacevolezze non sarà esattamente una passeggiata. Ma Reacher è il migliore, sia quando si tratta di prendere decisioni sul campo o di menar le mani, e Casey Nice è una valida spalla. Insomma il cattivo verrà sconfitto, è indubbio, e il nostro potrà continuare il suo viaggio solitario. Non ci sono dubbi.
Non si leggono i libri di Jack Reacher per scoprire se riuscirà a conservare la pelle fino alla parola fine, si leggono perché è divertente leggere le sue avventure, seguirlo e partecipare con lui a storie incredibili, dove l’eroe non delude.
Jack Reacher è un eroe all’antica, sa sempre cosa è la cosa giusta da fare e ha il coraggio di farla. Per uno che viaggia con come unico bagaglio uno spazzolino da denti nella tasca, non è poco. Non ha bisogno di carte di credito, prende i soldi ai cattivi di turno, quando capita e dorme nei migliori alberghi, viaggia in taxi, o in aerei privati, (o di linea quando il budget statale esige) trova le armi di cui ha bisogno, anche se preferisce una sana scazzottata (anche se il suo pugno uccide, non pochi possono confermare).
Insomma i suoi libri sono romanzi d’azione, con una trama e un lieto fine (se per lieto fine considerate che Jack Reacher riesce sempre a difendere la sua libertà). Ma Reacher non è un ingenuo, sa bene quali sono le regole del gioco, sa bene che si governa il mondo non esattamente con le buone maniere, prima l’ hanno fatto gli inglesi, (ricordiamo che Lee Child gioca in patria) e ora lo fanno gli americani.
Personal (Personal, 2014) edito sempre da Longanesi e tradotto da Adria Tissoni, è un romanzo che non delude gli storici fan di Jack Reacher che amano l’azione, l’avventura, e che questa volta allarga il campo di azione toccando Francia e Regno Unito. Lee Child non perde colpi con il passare del tempo, anzi aggiorna le sue storie, e si vede che ama il suo personaggio, e questo si trasmette ai lettori. Non vedo l’ora di una nuova avventura. Ormai sono Jack Reacher addicted. Uscito il 1 aprile, quindi già in libreria e negli store online.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.