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:: Intervista a Massimo Carlotto a cura di Giulietta Iannone

30 aprile 2012

Bentornato Massimo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia nuova intervista. E’ appena uscito per Einaudi il tuo nuovo romanzo Respiro corto. Nella tua precedente intervista ci avevi anticipato che in questo romanzo, a cui tieni molto, avresti superato le frontiere geografiche e di genere e ci sarebbe stata una donna molto “intensa”. Dunque hai mantenuto le promesse?

Penso di sì. Anzi di donne intense ce ne sono almeno un paio e la storia viaggia in lungo e il largo per il mondo. E anche il genere, a mio avviso, travalica i confini del noir italiano.

Come è nata l’idea di scriverlo? Cosa ti ha ispirato?

Da un lato la consapevolezza che il “sapere” viene applicato all’agire criminale, dato che ora i mafiosi di tutto il mondo iniziano a concepire l’università come luogo di formazione. Dall’altro la percezione della velocità con cui gli affari criminali si innestano con le dinamiche dell’economia legale.

La Marsiglia di Jean Claude Izzo non c’è più. Com’è la nuova Marsiglia?

In mano agli immobiliaristi, infognata in una guerra di bande e saccheggiata da cordate politico-affaristiche con forti legami con il gangsterismo corso-marsigliese. Non a caso la situazione difficile, e per certi versi insostenibile, è diventata una delle bandiere agitate dalla destra  lepenista durante la campagna presidenziale. La Marsiglia di Izzo non esiste più. Purtroppo.

Anche la criminalità sta cambiando. La vecchia mala marsigliese, l’idea stessa di un potere gestito verticalmente con leggi d’onore fisse, ordine, disciplina, vive ancora solo nella mente di alcuni vecchi boss, incarni bene questo in Armand Grisoni. Ora non c’è più niente di romantico, sono solo numeri, conti svizzeri, asettiche transazioni finanziarie, speculazioni in borsa, affari edilizi, traffici illeciti di tutti i generi. I criminali vogliono diventare uomini d’affari a tutti gli effetti?

Esatto. La globalizzazione ha aperto nuovi mercati agli affari criminali ma ha determinato anche una sorta di rivoluzione necessaria nell’universo dell’illegalità che ha eliminato regole e modelli di comportamento.

Le nuove alleanze, le nuove associazioni criminali, si creano davvero a livello universitario? I nuovi protagonisti sono davvero i figli dei boss arrivati da ogni parte del mondo che studiano economia, vestono alla moda, disprezzano i loro padri e si sentono al di là di ogni legge?

Sì, la corsa al sapere è una necessità vitale perché il crimine è stratificato per livello culturale, appunto. Solo i più “ignoranti” si limitano a gestire solo i vecchi affari come droga e prostituzione  e soprattutto non hanno le conoscenze necessarie per riciclarli e investirli in modo vincente.

In Respiro corto tra tutti emerge il personaggio di Bernadette Bourdet. E’ lei la vera protagonista? Come è nato il suo personaggio?

Osservando il portone del comando della BAC a Marsiglia. Ho visto uscire una signora molto, molto simile, salutata con rispetto dal piantone e mi è scattata l’idea di B.B. Non è la vera protagonista anche se è fondamentale nella narrazione perché ho preferito costruire un intreccio complesso dove i personaggi entrano ed escono con grande velocità e …il respiro corto.

C’è un patto tra il commissario e i suoi superiori: conserva il distintivo solo se non tocca la “cricca Bremond”. Non approfondisci la cosa, lasci nel vago, ma la polizia è complice di questo asfissiante sistema di corruzione che impantana la società? E’ questo il messaggio che vuoi trasmettere? C’è un messaggio che vuoi trasmettere?

Non sono una novità, soprattutto in Francia, le inchieste insabbiate. Quando il paziente lavoro di un poliziotto rischia di mettere in crisi gli equilibri sociali, economici e politici su cui si regge una città dedita al malaffare, è molto facile che tutto finisca in una bolla di sapone. La storia, quella vera di Marsiglia, può contare su diversi esempi. Anche recenti.

A Marsiglia si combatte ogni giorno una guerra per i territori tra bande criminali. Ogni giorno si muore per le strade di Marsiglia, cadono i piccoli spacciatori, cadono i poliziotti, i giudici, i giornalisti. E’ una guerra silenziosa che si protrae all’infinito. Perché non se ne parla, perché questa situazione non scuote l’opinione pubblica, la cosiddetta gente per bene? Sì ha quasi paura di toccare l’argomento?

In Francia il silenzio è durato fino alla campagna elettorale, nel resto d’Europa continua. Il conflitto criminale di Marsiglia è un effetto collaterale della crisi economica. Parlarne significherebbe provocare allarme in un’opinione pubblica confusa e sempre più ostile alla politica. I governi non fanno altro che difendere se stessi.

E’ un romanzo ma parla di episodi reali, concreti, che presuppongono anche uno studio meno superficiale che il semplice elenco dei fatti. Come ti sei documentato per scrivere questo libro?

Viaggi, interviste, letture, internet. E fonti. Ormai sono indispensabili per raccogliere materiale utile a un plot complesso.

A un certo punto nel romanzo alcuni membri della Dromos gang vanno in un particolare locale dove le prostitute sono donne comuni, casalinghe, mogli di disoccupati, con a casa figli piccoli. Proprio l’altro giorno ho sentito per televisione che aumentano i furti e le rapine e si è diffuso il furto per necessità, se prima rubavano caviale e gioielli ora rubano scatole di fagioli. Quanto incide la crisi economica nella diffusione così capillare della corruzione, del crimine?

Certo. La corruzione sta dilagando grazie alla crisi e al timore di soffrirne le conseguenze. Siamo di fronte a una vera e propria modificazione antropologica sulla percezione sociale dei reati. Alcuni, come la corruzione appunto, sono stati “depenalizzati” nel sentire comune. La Grecia inoltre insegna che la necessità comporta spesso disperazione ma la microcriminalità non è pericolosa…

Respiro corto termina in modo piuttosto improvviso, il finale sembra quasi troncato, molti nodi rimangono irrisolti. Prevedi di scrivere una continuazione? Conosceremo come procede la lotta tra Bernadette Bourdet e la cricca Bremond?

I nodi rimangono apparentemente irrisolti ma non è detto che in futuro non ci sia BB alle prese con Bremond e magari la Dromos Gang…

L’intervista è finita, nel ringraziarti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere se attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?   

Sí e uscirà tra un anno, ambientato a Roma e sarà una vera sorpresa… non vedo l’ora!

:: Recensione de L’impiccato di Russel D. McLean (Revolver, 2012) a cura di Giulietta Iannone

30 aprile 2012

Presi il sentiero che Robertson aveva percorso la sera in cui aveva scoperto il cadavere del fratello. Lo seguii lentamente. Superai i resti del nastro della scena del delitto, lasciati disseminati sul lato del sentiero. Impigliati nel fitto della vegetazione. Un brutto ricordo di quello che era accaduto lì.
Abbandonai il sentiero, spingendo via rami spessi e foglie.
Di fronte a me c’era l’albero a cui era stato trovato appeso il cadavere di Daniel Robertson. Uno spregevole e nero scherzo di natura, eruttato dalla terra come se si fosse fatto strada artigliandola direttamente dall’inferno. L’albero stava là: una cosa morta al centro della foresta viva. Foglie ricoprivano il terreno fangoso alla sua base. Crocchiavano e si rompevano sotto il mio peso.
Chiusi gli occhi, tentai di visualizzare il copro che aveva dondolato dai rami anneriti.
Il vento si alzò.
La silhouette del cadavere di Daniel apparve e scomparve come un fantasma che non voleva essere visto.

L’impiccato (The Good Son, 2008), edito in Italia nella collana Revolver di Edizioni BD e tradotto da Matteo Strukul, è il romanzo di esordio dello scrittore scozzese Russel D McLean con cui ha ottenuto una nomination allo Shamus Award 2010 nella categoria migliore opera prima, premio letterario assegnato annualmente dall’associazione Private Eye Writers of America a quei romanzi gialli che hanno un investigatore privato come protagonista. Autore di due romanzi, oltre a L’impiccato anche di The Lost Sister, sempre con protagonista il detective privato John “Steed” McNee ancora inedito in Italia, Russel D. McLean arriva da noi accompagnato dall’entusiasmo di numerosi suoi colleghi del calibro di John Connolly, Tony Black e Ken Bruen tra gli altri, e dalle recensioni a dir poco esaltanti dei maggiori giornali e riviste di settore. Basta questo per suscitare una certa curiosità tra gli appassionati di noir e hardboiled, che vedono nel tartan noir, termine coniato da quel mattacchione di James Ellroy, una scuola di indubbio interesse, e sicuramente nella sottoscritta più che propensa a vedere l’evoluzione di un genere che sembrava già con Raymond Chandler aver detto tutto. L’America degli anni Trenta è ben lontana, ma la Scozia degli anni Duemila non è da meno come scenario di una storia torbida e traboccante violenza con al centro i classici stilemi e le iconografie tipiche del genere. Non mancano un detective privato tormentato, un cliente che non la racconta giusta, una vittima che decisamente non era uno stinco di santo, una dark lady troppo truccata e quasi grottesca, un poliziotto stronzo ma infondo onesto, vecchi gangster riciclatici come cittadini onesti e killer psicopatici destinati a fare una ben brutta fine. Sullo sfondo Dundee ex città industriale in via di trasformazione situata sull’estuario del fiume Tay a un centinaio di chilometri a nord-est della più affascinante e suggestiva Edimburgo. La storia raccontata non presenta picchi di eccessiva eccentricità anzi si adegua in modo quasi certosino alle regole della detective story proponendo uno stile lineare e uniforme che stranamente ha la capacità di sedurre il lettore attirandolo pagina dopo pagina in un vortice di oscura bellezza. John “Steed” McNee, ex poliziotto burbero e solitario, ora riciclatosi come investigatore privato, ancora in lutto per la fidanzata Elaine, la sola capace di vedere qualcosa di buono in lui, e afflitto dal senso di colpa per la sua morte che si somatizza in una zoppia quasi invalidante, riceve la visita di un cliente James Robertson, un agricoltore con coppola in testa deciso a fare chiarezza sul suicidio del fratello Daniel, trovato impiccato ad un albero della foresta di Tentsmuir nei dintorni della sua fattoria. Robertson dichiara di non vedere il fratello da trent’anni, quando aveva lasciato Dundee per fare fortuna a Londra ed era finito a fare lo scagnozzo e il buttafuori di un gangster di un certo prestigio di nome Gordon Egg. McNee non esita a credergli desideroso di tenersi un lavoro sicuro, uno di quelli che pagano subito e inizia a investigare consapevole che: “In Gran Bretagna la vita di un investigatore di rado è considerata affascinante. Non godiamo della stessa aura da lupo solitario che contraddistingue i nostri colleghi americani. Quando la gente pensa a noi, pensa a una squallida, modesta ultima spiaggia. E in Scozzia la gente a noi non pensa proprio”. Lo strano atteggiamento della polizia troppo solerte nel chiudere la cosa come un suicidio senza importanza, l’arrivo della moglie di Egg con cui la vittima aveva una relazione e che morirà in modo violento poco dopo, il coinvolgimento di David Burns, un imprenditore coinvolto in affari sia legali che illegali, una strana aria restia in Robertson che è troppo evidente nasconde qualcosa, spingono McNee, oltre a combattere con i suoi demoni interiori, senza riuscire a fare chiarezza nel rapporto irrisolto con suo suocero e con la poliziotta Susan che ha conservato per lui una parvenza di amicizia e forse qualcos’altro, ad andare in fondo alla faccenda anche a rischio di vedersela esplodere tra le mani. Tutto si giocherà in un cimitero sotto una pioggia torrenziale, in uno scontro decisivo in cui McNee dovrà decidere se l’oscurità sia la parte che ha prevalso nella sua anima.

:: Recensione di Tabula rasa di Danila Comastri Montanari (Mondadori, 2011) a cura di Giulietta Iannone

29 aprile 2012

Uscito lo scorso ottobre Tabula rasa, edito da Mondadori nella collana Omnibus e sedicesimo romanzo di Danila Comastri Montanari con protagonista l’eccentrico senatore e investigatore romano Publio Aurelio Stazio, personaggio che ha raccolto dalla prima uscita Mors tuala simpatia e l’apprezzamento di una nutrita schiera di lettori sia in Italia che all’estero, è un mistery storico ambientato nel I secolo d. C. durante il regno dell’imperatore Claudio che vede questa volta non più Roma ma Alessandria d’Egitto come scenario di una storia ricca di intrighi e complicate cospirazioni. La trama complessa e la grande quantità di personaggi che reggono l’azione rendono la lettura sicuramente impegnativa ma l’humour dell’autrice, che tra ironia e sprazzi di autentica comicità alleggerisce una materia che in mano meno lievi e capaci avrebbe potuto apparire tediosa, sicuramente farà passare ore piacevoli a tutti gli appassionati di storia antica e di delitti. Caratteristica fondamentale dei gialli di Danila Comastri Montanari è l’accuratezza storica e la grande dovizia di particolari intrecciati alla narrazione in modo spiritoso e naturale, che hanno la capacità di arricchire il lettore senza annoiarlo e questo suo talento innato penso sia la cifra distintiva del consenso di pubblico e di critica che è riuscita a raccogliere negli anni. L’imperatore Claudio invia il nostro Aurelio Stazio ad Alessandria d’Egitto per una delicatissima missione segreta al fine di portare la pace tra Roma e i bellicosi Parti. In una pausa del suo complicato lavoro diplomatico il senatore che ha appena ristrutturato un’antica villa sul delta del Nilo, che preferisce alla sfarzosa abitazione che ha ad Alessandria, rinviene il cadavere di una ragazza, unico indizio una fibula che lega la vittima al culto di Bast, la Dea- Gatta. E non sarà l’unica morte misteriosa. Altre morti infatti apparentemente slegate si susseguono, e il dubbio che ci sia un’unica trama legata alla sua missione spinge Aurelio Stazio ad indagare con ancora più impegno del solito. Tra cortigiane e soldati emissari dei Parti, spie e infidi delatori, Aurelio Stazio arriverà a rischiare la vita e il coccodrillo sacro che tiene in giardino, e per cui tutti lo prendevano in giro, avrà un suo ruolo decisamente… provvidenziale.  Che dire di più, buona lettura.

Nata a Bologna nel 1948, laureata in Pedagogia e in Scienze politiche, per due decenni Danila Comastri Montanari ha insegnato e viaggiato ai quattro angoli del mondo. Dal 1990, anno in cui è uscito il suo primo romanzo, Mors Tua, vincitore del premio Tedeschi, si dedica a tempo pieno alla narrativa. Scrive soprattutto gialli storici, tra cui si ricordano La campana dell’arciprete (1996), sullo sfondo delle campagne bolognesi della Restaurazione, e Terrore (2008) dedicato alla Parigi rivoluzionaria del 1793. Ma la sua fama è legata soprattutto al personaggio di Publio Aurelio Stazio, senatore-detective dell’antica Roma protagonista di diciannove gialli di grande successo, tutti con i titoli rigorosamente in latino, tradotti in decine di lingue. A questo genere ha dedicato anche il saggio Giallo antico. Come si scrive un poliziesco storico (2007).

:: Recensione di La società degli animali estinti di Jeffrey Moore (Isbn, 2012) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2012

Quando il fucile sparò di nuovo, lo seppi. Capii perché ero venuto qui, che cosa dovevo fare. Ogni cosa divenne chiara come il vasto cielo azzurro. Non ero venuto al Nord per un nuovo inizio, per sfuggire alla città per trovare la pace e la felicità nella natura. Il mio destino non era di essere felice; non ero stato programmato per esserlo. Non ero nemmeno venuto al Nord per salvare qualcuno, anche se quella era una parte di quanto dovevo fare, una parte importante. No, ero venuto qui per uccidere qualcuno.

La società degli animali estinti (The Extinction Club, 2010), edito in Italia nella collana Special Books di Isbn Edizioni e tradotto da Dafne Calgaro, è il terzo romanzo dello scrittore canadese Jeffrey Moore dopo Una catena di rose e Gli artisti della memoria, libri che i lettori che hanno avuto la fortuna di leggerli avranno sicuramente apprezzato per la bellezza poetica che contengono, per l’ironia sottile e dissacrante, per lo stile ricercato, che fa di ogni frase, cesellata e perfezionata quasi esasperatamente, un piccolo capolavoro che rasenta quasi la perfezione. Amo molto Jeffrey Moore e quando mi è stato proposto questo nuovo libro ho accettato di recensirlo con un certo entusiasmo e con idee precise su cosa avrei trovato. Come al solito Moore mi ha spiazzato proponendomi una favola ambientalista amara e dolorosa, sì resa più sopportabile dallo humour pieno di vita che caratterizza l’autore, ma con sfumature più malinconiche e arrabbiate rispetto ai libri precedenti. La società degli animali estinti è la storia di un’ amicizia tra un uomo, Nile Nightingale, e una ragazzina, Celeste Jonqueres, e di un amore verso la natura incontaminata, che è ancora possibile trovare nelle terre del Nord del Canada, minacciata da uomini senza scrupoli mossi unicamente dal profitto e dalla stupidità. Oltre che una favola nera il romanzo è anche un atto di denuncia efficace e lontano dalla retorica ambientalista che molti praticano per essere alla moda, e politicamente corretti. Moore riesce nel difficile compito di essere educativo e morale senza appesantire la sua opera con intenti propagandistici o demagogici. La delicatezza con cui delinea il rapporto tra l’adulto e la ragazzina più che commuovere cercando facili scorciatoie, emoziona e intenerisce lasciando nel lettore un senso di pulito e di incorrotto. La società degli animali estinti inizia con l’incontro tra i due protagonisti, avvenuto in circostanze drammatiche. Nile trova Celeste rinchiusa in un sacco, ferita e gettata in una palude a morire dissanguata. Abituato a fare sempre la cosa sbagliata l’uomo la raccoglie e la porta a casa sua. La cura, e si chiede le ragioni di quella aggressione così feroce. Celeste non vuole che sia avvisata la polizia, mente scrivendo (non può parlare avendo la laringe compromessa) che è stata aggredita da dei bulli che la pensano una ragazzina secchiona. Ma la verità emerge e i due si trovano alleati nella lotta contro i bracconieri che la ragazzina combatte con coraggio per salvare gli animali in via di estinzione e l’ambiente naturale del Quebec. Il finale è inevitabile. Bellissimo.

Jeffrey Moore divide il suo tempo tra Montreal, dov’è nato, e Val Morin, in Québec. Ha studiato all’Università di Toronto e all’Università della Sorbona (Parigi). Svolge professionalmente l’attività di traduttore, insegna al dipartimento di francese dell’Università Concordia e al dipartimento di traduzione dell’Università di Montreal, ma attualmente si dedica prevalentemente alla scrittura.
Con il suo primo romanzo “Una catena di rose” ha vinto il Commonwealth Writers Prize e si è fatto amare dai lettori di tutto il mondo.

:: Un’intervista con Enrico Pandiani a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2012

Bentornato Enrico su Liberidiscrivere è sempre un piacere ospitare il più francese dei noiristi italiani. Un autore ormai di culto, padre del mitico Mordenti, un Jean Paul Belmondo giovane oserei dire. Come ti senti da torinese schivo e riservato ad indossare i panni dello scrittore affermato?

Grazie a te per l’invito, mi piace infilarmi nei posti dove sono già stato. Non credo di essere troppo schivo, non avrei potuto inventare un tipo come Mordenti se lo fossi. Forse un po’ riservato, quello sì. E, più che affermato, come scrittore direi che mi sono consolidato. Affermato, d’altronde, è una parola impegnativa, che presuppone risultati che non credo di avere ancora raggiunto. Però è una bella avventura, sempre più coinvolgente e ricca di gratificazioni. I panni, poi, sono sempre gli stessi, siamo sempre les italiens e io. Continuiamo a raccontarci delle storie per viverle assieme divertendoci molto. Scrivere sapendo che molta gente ti leggerà è un’esperienza esaltante ma impegnativa. Sai che i tuoi lettori hanno delle aspettative e soddisfarle non è sufficiente, devi rinnovarti e lo stesso devono fare i tuoi personaggi. Di conseguenza sei sempre al lavoro e questo mi piace, è stimolante.

Da Instar a Rizzoli, ormai hai poche scuse, sei uno scrittore famoso, osannato dalla critica, amato dai lettori, corteggiato dalle fiere letterarie. Raccontaci come è andata veramente. Parlaci del dietro le quinte, delle segrete cose del mondo editoriale.

Essere cercati da un editore come Rizzoli è stato come per un delinquente finire nei Most Wanted dell’FBI; ti da un certo prestigio. Per me ha significato molto, qualcosa tipo la consapevolezza che stavo facendo un buon lavoro. In realtà dopo il primo contatto ci siamo visti parecchie volte, sia per definire il contratto, sia per decidere che tipo di storia pubblicare. Nel frattempo doveva uscire il terzo romanzo da Instar, Lezioni di tenebra, e questo mi ha lasciato il tempo di lavorare su Pessime scuse per un massacro per perfezionarlo. In realtà l’inquietudine era dovuta al dover lasciare un’intimità nella quale mi ero trovato molto bene, per entrare in un mondo più vasto del quale ignoravo regole e protocollo. In realtà sono stato accolto in modo molto cameratesco, abbiamo lavorato sul romanzo senza forzature e nel massimo rispetto dell’opera. Ognuno ha messo la sua esperienza e il risultato è stato il bellissimo volume che è uscito in libreria il 25 gennaio di quest’anno. Anche l’attenzione per la pubblicità e il supporto alle presentazioni è stata perfetta. Io sono un casinista, mi hanno evitato di ritrovarmi con tre eventi diversi lo stesso giorno, alla stessa ora e a cinquecento chilometri l’uno dall’altro.

Dopo Les italiens, Troppo piombo e Lezioni di tenebra con Pessime scuse per un massacro siamo ormai alla quarta avventura di Les italiens. Nei romanzi seriali c’è il rischio di perdere in freschezza e in spontaneità, e accumulare una certa stanchezza man mano che passa il tempo, cosa che a te non è successa. Quale è il tuo segreto?

Guarda, non so se sia un segreto, è probabile di no. Quando un autore decide di scrivere una serie di romanzi con gli stessi protagonisti, per prima cosa dovrebbe porsi un paio di domande: questi personaggi invecchieranno? E se sì, come cambieranno le loro vite? Il tipo di relazione che si crea tra uno scrittore e i personaggi dei suoi romanzi è molto forte. Se decidi di farli invecchiare, corri il rischio, nel giro di qualche anno, di ritrovarti con un branco di sbirri anziani che vanno aiutati anche a traversare la strada. Magari si sono sposati, hanno una moglie che rompe, dei figli, il cane, il mutuo da pagare. Va tutto bene, naturalmente, ma è una strada senza ritorno, che con il tempo potrebbe annoiare pure chi la scrive. Io ho deciso che les italiens non invecchiano. O meglio, invecchiano come i cani, un anno ogni sette. Questo mi permette di averli sempre a disposizione, pronti a soddisfare il mio infantilismo facendo nei loro romanzi tutto ciò che io non potrei mai fare nella vita reale; però c’è un prezzo da pagare. Per non renderli noiosi mi devo occupare del loro carattere, delle loro manie e del loro umore. Ciò che rende piatto un personaggio è la mancanza di cambiamento, l’assenza di evoluzione. Io mi concentro molto su questo aspetto, nei miei romanzi i personaggi maturano, cambia il loro umore, la loro reattività, il loro modo di pensare. Credo sia questo a mantenerli vivi e interessanti. Del resto nemmeno io so per certo quale sarà il loro stato d’animo la prossima volta, quale aspetto del loro carattere emergerà di più e perchè. Dipende da quello che succederà, da chi incontreranno e da quel che si diranno.

Come è nato il titolo del tuo nuovo romanzo? Ho subito sentito echi scerbanenchiani, penso a I ragazzi del massacro. C’è in qualche modo un tentativo di lasciare la scuola francese del polar per una dimensione più italiana?

Il titolo è cambiato diverse volte. Durante la stesura del manoscritto io lo avevo già corretto perché non mi convinceva. Quando ci siamo messi a lavorare sul romanzo, anche gli amici di Rizzoli hanno cominciato a pensare quale potesse essere il titolo più adatto a questo tipo di storia. A un certo punto eravamo certi che il titolo sarebbe stato Questa notte che corre, poi tutto quanto è stato rimesso in discussione. Anche perché cambiavano pure le copertine. Alla fine è saltato fuori Pessime scuse per un massacro, titolo che ha messo d’accordo tutti quanti. Era abbastanza forte per essere una storia del commissario Mordenti, ma allo steso tempo dava la sensazione di non essere soltanto un romanzo poliziesco. In effetti la trama e i fatti di cui si parla si allontanano un poco dall’azione pirotecnica dei tre precedenti. Non credo ci fossero reminiscenze scerbanenchiane, il titolo tendeva piuttosto verso un’assonanza con Bagatelle per un massacro, il terribile pamphlet di Louis-Ferdinand Céline. Quindi, ammesso che di scuola francese si tratti, la risposta è no, non c’è un tentativo di lasciare il solco tracciato dai primi tre romanzi. C’è, piuttosto, una ricerca per esplorare le tante possibilità offerte da quel territorio mai uguale che è il romanzo di genere.

Tra gli amanti dell’ hardboiled ci sono due scuole di pensiero: quelli che amano più Raymond Chandler e quelli che amano più Dashiell Hammett. Come me immagino che anche tu prediliga Chandler. Cosa ami di più di quest’autore e in che misura ha influenzato il tuo modo di scrivere?

Sono così diversi, Chandler e Hammett, mi viene da pensare a una morbida cravatta di seta per il primo e una rigida striscia di carta vetrata per il secondo. Lo stesso vale per Marlowe e Spade, due duri ma con un ripieno molto differente. Letteratura e sentimentalismo per Marlowe, piombo e passione per Spade. Entrambi mi hanno dato tantissimo, sia nei romanzi, che ho letto e riletto dozzine di volte, sia negli indimenticabili film. Assurdo, per esempio, aver affidato entrambi i protagonisti allo stesso attore, Humprey Bogart, che interpreta nello stesso modo Marlowe in The big sleep e Spade in The Maltese falcon. C’è voluta la figura affaticata di Robert Mitchum, nel più tardo Farewell my lovely, per far percepire la malinconica umanità del detective di Chandler. Comunque è vero, preferisco lui al suo algido collega, sono del tutto chandleriano. Ma è a entrambi che devo dire grazie per avermi estasiato e, soprattutto, per aver sempre alimentato il mio desiderio di scrivere.

Ormai il libro è uscito a gennaio, sono passati alcuni mesi e puoi avere una visione di insieme più complessiva: che bilancio hai tratto? Deluso, entusiasta, ti aspettavi qualcosa di diverso?

Che ti posso dire, non credo che negli ultimi trent’anni ci sia stato un periodo più sfavorevole, come autore, per uscire in libreria con un editore di grosso calibro. Da voci di corridoio, in questi ultimi mesi l’editoria ha perso il 30% del proprio mercato. Questo, in un paese dove il sessanta per cento della gente non legge manco un libro all’anno, è di certo una bella botta. Immagino che tutto ciò si sia piuttosto riflesso sulle vendite di autori medio piccoli, quale sono io, che non sui mostri sacri o comunque su quegli scrittori che hanno consolidato il loro nome in anni più floridi. Comunque, anche per me tutto si è amplificato, la richiesta di presentazioni, la visibilità e, soprattutto, la risposta dei lettori e della stampa che hanno, a quanto pare, apprezzato il mio romanzo. Tutti speriamo di poter vendere di più, però la strada verso il paradiso è a volte più ripida e meno agevole di quanto ci si possa immaginare. Bisogna saperla affrontare senza perdersi d’animo. Io ho molte idee e la possibilità di pubblicare con un editore come Rizzoli; non penso di potermi lamentare.

Parliamo ora del libro, della trama. Come è nata? C’è stato un punto di origine che ti ha portato a svilupparla in questa determinata maniera? Ora a mente lucida cambieresti qualcosa, riscriveresti alcune scene o sei soddisfatto?

Se vogliamo fare un po’ di leggenda, ma nemmeno poi tanta, l’idea di Pessime scuse per un massacro ha cominciato a germogliare il giorno che ho ascoltato per la prima volta Dance me to the end of love, cantata da Madeleine Peyroux. Mi ha talmente stregato che a furia di sentirla si è andata formando l’idea di un romanzo nel quale il motivo della canzone fosse il filo conduttore della storia. La malinconia nostalgica del brano era la stessa che volevo nel romanzo, così hanno cominciato a confluirvi tutte le passioni della mia giovinezza, gli aeroplani della Seconda guerra mondiale, la resistenza, i fumetti e anche le vecchie armi. La canzone (è di Leonard Cohen ma io, contrariamente a molti, preferisco la versione Peyroux) mi ha molto ispirato durante la stesura del romanzo. Ogni volta che l’ascoltavo mi forniva nuovi spunti e mi suggeriva idee interessanti. In qualche modo continuava a parlarmi. In realtà ho avuto molto tempo per rimasticare la storia, per farla leggere alle persone del cui giudizio mi fidavo e per rinforzare la trama piuttosto complessa. Quindi sono molto soddisfatto del risultato finale. Anche se so bene quanto tutto sia perfettibile.

La provincia francese e la resistenza sono due temi al centro del libro. Ho letto un bel noir francese La teoria dell’1% di Frederic H. Fajardie, stesso humour, stessi temi. Che libri o film francesi ti hanno ispirato?

La resistenza francese mi ha sempre molto interessato, vuoi per il suo nome molto romantico, il Maquis, vuoi perchè lo zoccolo duro della liberazione in Europa è avvenuto proprio lì. Tuttavia non ne sapevo molto, le mie nozioni arrivavano da film straordinari del passato che avevo visto e apprezzato in cineteca. Les portes de la nuit di Carné, Jéricho di Calef, Le Train di Frankenheimer, L’Armée des ombres di Melville, Lacombe Lucien di Malle e tanti altri. Addirittura quel capolavoro della risata che è stato La Grande Vadrouille di Oury, del quale Louis de Funès e Bourvil sono diventati icone indimenticabili. Però tutto questo non bastava, si perdeva indietro nel tempo tra le nebbie della giovinezza. Di conseguenza mi sono letto alcuni grossi libri francesi sull’argomento che oltre a farmi capire il funzionamento della macchina partigiana francese, mi hanno dato delle bellissime idee per la storia. Per esempio Meurtres au maquis, di Pierre Broué et Raymond Vacheron, René, maquisard, di Dominique Poulachon o l’agghiacciante Livre noir du Vercors, di Albert Béguin. Man mano che notizie e informazioni si accumulavano, il fascino di questo periodo ancora controverso della Francia spingeva autonomamente per emergere dalla narrazione. Partigiani, nazisti, eroi, collaborazionisti, persone del passato che poco alla volta si mescolavano allo spirito contemporaneo dei miei personaggi. Farli convivere è stato molto divertente.

Sempre parlando di cinema. Se potessi proiettare un film immaginario, chi ne sarebbe il regista, chi reciterebbe la parte di Mordenti? Massima libertà anche registi e attori del passato.

Sognare non costa nulla, no? Bene, alla regia vorrei Jean-Pierre Melville o Jean-Luc Godard, perché ai tempi della Nouvelle Vague il cinema lo sapevano fare. Per la parte di Mordenti la faccenda diventa più difficile. Dovrei averlo in mente in maniera più definita, invece lui è un tipo sfuggente, che non si lascia troppo inquadrare. Però, visto che siamo nell’ambito del sogno, potrei valutare Louis-Ronan Choisy o un Yves Montand giovane (l’ironia nello sguardo, lui l’aveva di brutto). A pensarci bene, anche Maurice Ronet sarebbe perfetto. Mentre Daniel Auteuil me lo terrei per fare Servandoni. Vedremo cosa ci riserverà il futuro, potrebbero esserci delle sorprese.

Mordenti e le sue donne. Ma ci sarà una donna capace di fargli mettere la testa a posto. Lo vedremo mai sposato, e magari padre?

Sarò breve; se quello che vogliono i lettori e vedere Mordenti che tutte le sere torna a casa distrutto,  si prende una scenata dalla moglie che gli trova del rossetto sul colletto della camicia, dà la pappa al pupo che gli vomita l’omogeneizzato sui pantaloni, porta a pisciare il cane a mezzanotte e, per finire si infila sotto le coperte mentre la signora Mordenti si gira dall’altra parte, be’, in questo caso farò il possibile per trovare una che se lo voglia sposare.

Parlami dell’elefantino Babar, è un tuo personale portafortuna? Cosa ci puoi dire del suo ruolo nel libro?

Da che mi ricordo, i libri di Babar sono sempre stati in famiglia. Era uno dei personaggi preferiti di noi bambini. Le storie dell’elefantino di Jean de Brunhoff sono senza tempo, divertivano noi allora come divertono oggi mio figlio. La delicatezza e la poesia, oltre al fatto che si tratta di un elefante, fanno di Babar un personaggio unico. Proprio perchè mi è sempre piaciuto, mi ero comprato un pupazzetto di resina in un negozietto di Parigi e lo tenevo sulla mia scrivania. Stava sempre lì a fissarmi, con il suo vestitino verde, il cravattino rosso e la coroncina gialla. Un giorno, mentre stavo lavorando alla trama di Pessime scuse per un massacro, l’ho guardato e mi sono chiesto: Chissà come starebbe la figurina di Babar sulla scatola dell’otturatore di una vecchia mitragliatrice pesante? Così è saltato fuori il cattivo del romanzo, che uccide abbandonando poi Babar a sorvegliare l’orrore che ogni volta lascia dietro di sé. Mi piace molto il contrasto tra il personaggio delicato dell’elefantino, l’immagine stessa dell’innocenza, e l’assassino crudele e determinato della storia, che non conosce pietà e rincorre una vendetta terribile che il tempo rischia di portargli via.

Le armi sono sempre al centro della scena, c’è una cura certosina nel descriverle, utilizzarle. Quali sono le armi di Pessime scuse per un massacro?

Te le elenco o preferisci una risposta generalista? Scherzi a parte, in questa vicenda le armi sono come i mobili nelle case anni ’50, danno l’immediata sensazione del periodo storico nel quale si svolge una delle due storie parallele del romanzo. Les italiens devono infatti lavorare nel presente, ma per scoprire cosa è successo, sono costretti a indagare in un passato lontano. Sono quindi le armi che trovano sulla loro strada a parlare di questo passato. La Browning, la Luger, lo Schmeisser, la Mauser, sono armi usate in battaglia durante la Seconda guerra mondiale. E sono anche la pista che Mordenti e i suoi devono seguire per arrivare alla soluzione. Tra l’altro facendo le mie brave ricerche su Internet e sui libri specializzati, ho scoperto particolari molto interessanti che mi hanno aiutato dandomi alcune ottime idee per lo svolgimento della narrazione. Per quanto possa sembrare assurdo o immorale, queste vecchie armi hanno un fascino molto particolare. Viene dal metallo logoro, dal legno consunto e da quella patina che tempi terribili hanno lasciato su di loro. La bellezza di questi oggetti parla di un epoca nella quale l’efficienza tollerava ancora una certa eleganza nella forma. Oggi non è più così.

Come procede la quinta avventura di Les italiens? Hai già scritto i primi capitoli?

La quinta avventura sta andando avanti, la trama è praticamente finita e mi piace molto. Ho già scritto alcune parti, qualche dialogo, ma ancora devo cominciare con la stesura vera e propria. Però ne ho una gran voglia perchè la storia mi intriga e ho dei bellissimi personaggi. Potrei dire che sarà una via di mezzo tra Les italiens, il primo romanzo della serie, e Pessime scuse per un massacro. Ci sarà una lunga parte parigina très noir e piena di movimento. Questa volta la squadra scende in campo al completo dall’inizio alla fine. L’ultimo terzo del romanzo sarà ambientato nel centro della Francia e anche lì se ne vedranno delle belle. In tutto questo ci sarà un colpo di scena del tutto inaspettato.

Altri progetti letterari oltre alla serie di Mordenti?

Ho in cantiere un romanzo tutto torinese con nuovi personaggi, un noir un tantino più asciutto della serie degli italiens. Stò ancora lavorando su un’idea embrionale. Sarà naturalmente un’altra cosa rispetto alle storie di Mordenti, ma penso che Torino ne verrà fuori come un luogo concitato e cosmopolita dove cultura e bellezza, amore e odio, vita e morte si incrociano in un carosello mozzafiato. Esiste già una sorta di episodio pilota che ho scritto per una delle più antiche distillerie di grappa del Nord-Est. Un romanzo di 160 pagine che non uscirà in libreria. Per averlo, dalla settimana prossima, bisognerà andare nei negozi di liquori e nelle enoteche. A condurre il gioco, questa volta, è l’ispettore Bosdaves della Mobile. Ricordatevi questo nome.

:: Recensione di Le bianche braccia della Signora Sorgedahl di Lars Gustafsson (Iperborea 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2012

La memoria sceglie un testo particolare e io ignoro come chiunque altro il perché.
E perché non il resto? Tutto il resto che ho senza dubbio dimenticato? Lo spazio tra i caratteri, dice Wittgenstein, è parte di ciò che da ai caratteri un senso. Se qualcuno ricordasse tutto, non gli rimarrebbe nessun presente in cui vivere. O vivrebbe in un eterno presente?
Ho la strana sensazione che la memoria scelga per proprio conto. E mi domando che cos’è è che vuole.
Ricordo la signora Sorgedahl così bene. Pensate! Nei cinquant’anni che sono trascorsi, non ho mai fatto stranamente nessun tentativo di rintracciare la signora Sorgedahl, non ho neanche cercato il suo nome nell’elenco del telefono.

Le bianche braccia della Signora Sorgedahl di Lars Gustafsson, Iperborea edizioni, tradotto dallo svedese da Carmen Giorgetti Cima, è un libro particolare, onirico quasi, che richiama alla memoria suggestioni tenui e delicate miste ad un fascino tutto nordico fatto di lentezza, silenzio, quiete. Un omaggio a Alla ricerca del tempo perduto di Proust e a L’educazione sentimentale di Flaubert, tutto filtrato attraverso la luce rarefatta del grande Nord, in cui l’autore definito il più internazionale tra gli scrittori scandinavi contemporanei, fluttua tra picchi autobiografici e riflessioni colte, utilizzando uno stile raffinato e cesellato come un merletto antico. Il tempo è denso e dilatato in questo romanzo-monologo, non c’è azione, non è una storia che si dipana in un crescendo narrativo è più che altro un viaggio nella memoria, nei meccanismi che portano un uomo a rivedere il passato con gli occhi velati dalla malinconia e una sorta di rimpianto per l’adolescenza e freschezza perduta. La storia ha come protagonista un ex professore di filosofia a Oxford, alter ego dell’autore che anch’esso insegnò per vent’anni Storia del pensiero europeo a Austin, Texas, che come tutte le persone anziane ricorda il passato con una vividezza e una messa a fuoco più intensa del presente, e la sua mente non può che tornare nella nativa Vasteras nel 1954, quando nella sua vita entrò la Signora Sorgedahl, il suo primo amore, la prima donna della sua vita. Per ricostruire questo avvenimento, per lui fondamentale percorso di passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta, non può fare a meno che rievocare l’intera sua adolescenza in Svezia negli anni Cinquanta  in cui molto spesso la fantasia trasfigura il ricordo e rende dorato un periodo di formazione e di crescita di un ragazzo non molto diverso dagli altri che si affaccia alla vita con curiosità, spirito critico, e intelligenza.

:: Recensione di Il respiro del buio di Nicolai Lilin a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2012

Non capivo come si potesse vivere così tranquillamente, preoccupandosi dei problemi quotidiani, circondati da mille cose create nell’interesse del proprio corpo, quando soltanto a qualche centinaio di chilometri da lì, in quello stesso paese, altre persone vivevano il più grande dramma che il genere umano abbia mai conosciuto: la guerra. Tutto mi sembrava un enorme show televisivo, una corsa verso l’apocalisse su un autobus strapieno, dove la gente se ne stava aggrappata alle maniglie sorridendo, con tenace azzardo e spirito sportivo.
Vedevo la voglia di trasformare l’esistenza in un’ eterna festa, di semplificarla, di ridurre le profondità umane a una bottiglia vuota, di prendere l’angelo della morte per i capelli e dipingerlo con colori ridicoli, trasformando la sua figura fatale in quella di un clown. Questo pensiero mi faceva paura e mi confondeva. Cosa centravo io con questa vita?

Il ritorno del reduce, magistralmente descritto da William Faulkner in La paga del soldato, ha sicuramente illuminato la mia lettura di Il respiro del buio di Nicolai Lilin. È forse un azzardo accostare due romanzi così diversi ma le sensazioni provate durante la loro lettura, almeno per me, sono state molto simili. Il ritorno a casa di un uomo che ha vissuto sulla propria pelle i traumi e il dolore che la guerra porta con sé è sicuramente il cuore di questo romanzo incredibilmente ben scritto se pensiamo che l’autore è russo, vive da pochi anni in Italia e ha scelto di scrivere i suoi libri nella lingua del paese che ora lo ospita. Molto si è discusso a proposito dei suoi libri precedenti Educazione siberiana e Caduta libera, se nascano da esperienze reali e autobiografiche dell’autore o siano semplicemente frutto di fantasia. L’autore ci tiene a far notare, e lo scrive chiaramente, che i suoi libri sono romanzi in cui la verità è come riflessa e i fatti narrati sono legati alla sua esperienza o a quella di persone che ha conosciuto, per cui l’onestà di fondo che si respira può sicuramente tranquillizzare i puristi della “verità storica” a tutti i costi. Un romanziere ha diritto di creare il suo mondo letterario e così Lilin fa. Penso per esempio all’incontro del protagonista su un albero con una lince, può parere bizzarro, forse è trasfigurato in una favola, forse la lince è un simbolo, lo spirito del bosco, della natura che lo circonda e lo cura. Svelare questo mistero toglierebbe bellezza alla scrittura e perciò non voglio soffermarmi più di tanto. Il respiro del buio inizia in modo pacato, composto, il frastuono della guerra cecena è lontano e il protagonista attraversa la Russia in treno per tornare a casa. Il paesaggio scivola fuori dal vetro del finestrino e il reduce si interroga sulla differenza tra la pace e la guerra e sente che la guerra se la porta dentro come un bagaglio invisibile e dolorosamente presente. Nella vita pacifica ogni cosa è grigia e smorta riflette inquieto accorgendosi che tutto intorno a lui rispecchia una realtà distorta e deformata. Reinserirsi nella società civile superando i disturbi post traumatici da stress diventa la sua preoccupazione principale, ma subito si accorge che un ex cecchino che ha combattuto per le forze speciali è visto più come una minaccia che come un eroe. A curare la sua anima e a ridargli il suo equilibrio psichico compromesso ci penserà il suo viaggio in Siberia, dal nonno cacciatore, ruvido e semplice, amato come un padre, e queste pagine sono sicuramente venate di un lirismo e di una bellezza che difficilmente lasceranno indifferenti i lettori. Il ritorno poi a San Piertoburgo, il suo arruolamento in un organismo paramilitare di sicurezza di un oligarca inviso al regime, riporterà il protagonista alla sua dimensione di combattente, di soldato anche senza divisa, anche senza più nobili ideali per cui combattere. Nella vita civile solo i soldi smuovono le persone e questa lezione porterà il protagonista a cercare di conservare l’antica purezza che la vita in Siberia gli aveva trasmesso. Il respiro del buio è un libro che trasmette sensazione positive, quasi catartiche, quasi come una fiaba fa portando il lettore in un mondo altro, almeno nella parte centrale, poi si torna nel mondo reale fatto di violenza e corruzione e il contrasto è stridente, velenoso, immancabile un soffio di malinconia per l’amore impossibile per Anna, giusto un soffio niente di più e tanta amarezza e anime che diventano cenere perché chi uccide in realtà quando lo fa muore anche lui.

Nicolai Lilin è nato nel 1980 a Bender, in Transnistria, vive in Italia dal 2003 e scrive in italiano. Presso Einaudi ha pubblicato i romanzi Educazione siberiana (2009), tradotto in ventitre Paesi, Caduta libera (2010 e 2011), Il respiro del buio (2011 e 2013), Storie sulla pelle (ulitima edizione 2016), Il serpente di Dio (2014), Trilogia siberiana (2014, che raccoglie Educazione siberiana, Caduta libera e Il respiro del buio), Spy Story Love Story (2016 e 2017), Favole Fuorilegge (2017) e Il marchio ribelle (2018 e 2019).
Da Educazione siberiana Gabriele Salvatores ha tratto un film, interpretato tra gli altri da John Malkovich e prodotto da Cattleya con Rai Cinema, uscito nel 2013.

:: Recensione di Scomparso di Joseph Hansen (Elliot 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 aprile 2012

Gli sudavano le mani mentre guidava. Perchè? Sul suo volto apparve un sorriso amaro. Che senso aveva tanta cautela? Non aveva forse desiderato solo morire nelle ultima sei settimane? Serrò la bocca. Era finita. Adesso doveva adattarsi a vivere. Che altro poteva fare? Vivere e dimenticare, almeno finchè non fosse stato in grado di ripensarci senza soffrire. E prima o poi ci sarebbe riuscito. Ma certo. Lo dicevano tutti i libri. La summa dell’ umana saggezza. Nel frattempo, era di nuovo al lavoro.

Sembra banale iniziare una recensione dicendo che il libro che si è appena letto è bellissimo, già banale, mi perdoneranno quindi quelli che non lo farebbero mai, ma Scomparso di Joseph Hansen, edito da Elliot, titolo originale Fadeout, tradotto con sensibilità e limpidezza da Manuela Francescon, è davvero un libro bellissimo, dal ritmo perfetto, che apprezzeranno tutti gli amanti dell’ hardboiled con venature psicologiche e crepuscolari quanto lo può permettere l’impietoso sole della California, molto alla Ross Mcdonald per intenderci, e non solo.
Innanzitutto questo romanzo ha un’ impostazione classica, un buon equilibrio tra parti descrittive e caratterizzazione dei personaggi, dialoghi incisivi e sempre impeccabili, senza sbavature o parole superflue, poi è doveroso evidenziare che ha i suoi bei 40 anni, fu infatti pubblicato in America nel 1970 e ambientato qualche anno prima, e per finire ha un protagonista gay, cosa che se può sembrare normale oggi, negli anni in cui fu scritto, e pubblicato, non lo era affatto, anzi fervevano i primi tentativi di liberazione sessuale ed essere gay era ancora un marchio infamante capace di precludere carriere e ghettizzare nel vero senso della parla.
Hansen ci mise tanto a pubblicarlo, perché non voleva fare del suo libro un manifesto gay, voleva semplicemente pubblicare un libro le cui tendenze sessuali del protagonista fossero marginali e unicamente atte a evidenziare la sua psicologia, il suo carattere e la sua personalità.
Dave Brandstetter, protagonista di Scomparso, è infatti un investigatore assicurativo dell’agenzia del padre, vedovo del suo compagno Rod, appena morto di cancro all’intestino, e basta questo particolare a stendere un velo di malinconia e tristezza rendendo meno vivido il sole accecante della Los Angeles di fine anni 60.
Per sopravvivere al lutto si butta nel lavoro e il primo caso che deve affrontare riguarda la presunta morte di Fox Olson, stella del Fox Olson show, programma radiofonico della radio locale di Pima, amena cittadina persa in un canyon non lontano da Los Angeles. Presunta morte perché tutto quello che resta è l’auto, una Thunderbird bianca, precipitata da un ponte alla fine di una strada tutta tornanti, in una grigia giornata di pioggia.
Del corpo di Olson nessuna traccia e basta questo a mettere in allarme la compagnia assicurativa, che rischia di sborsare alla vedova l’assicurazione sulla vita di centocinquantamila dollari – un sacco di soldi – come dirà lo stesso Brandstetter all’affranta vedova, già pronta a farsi consolare tra le braccia di un aitante riccone del luogo.
Come nei migliori romanzi di Ross Mcdonald intrighi famigliari, soldi e potere si intrecciano portando a galla una storia terribile nella sua semplicità e dolorosa in cui i sentimenti sono i soli sconfitti, in cui i più sensibili pagano per tutti.
Il meccanismo dell’indagine è impeccabile, Brandstetter con umanità e comprensione si lascia coinvolgere in una storia in cui non c’è nessun vero colpevole, ma solo uomini e donne dolorosamente occupati a sopravvivere al male di vivere.
Scomparso è il primo romanzo di una serie di dodici episodi che la Elliot pubblicherà in Italia per la prima volta. Sono certa che se lo leggerete non potrete, come me, non aspettare il prossimo della serie previsto prima dell’estate.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Intervista con Charlotte Link a cura di Giulietta Iannone

1 aprile 2012

Grazie Charlotte di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Allora parlaci di te, raccontati ai nostri lettori. Sei nata a Francoforte nel 1963, sei una scrittrice tedesca tra le più amate, hai un cane, sei un membro attivo del PETA. Chi è Charlotte Link? Punti di forza e di debolezza.

Intanto i cani sono tre! Per quanto riguarda i miei studi, ho cominciato legge per diventare avvocato, perché mio padre era un giudice. Mi ci è voluto molto tempo prima di diventare una scrittrice professionista. Ma la giurisprudenza è sempre stata fra i miei interessi, tant’è che poi ho scritto dei thriller, perché con un padre giudice avevo accesso a tante informazioni. Per quanto riguarda la mia infanzia leggevo tantissimo, quindi se in genere ai bimbi si dice “dai forza, leggi”, a me i miei dicevano: “fa’ qualcos’altro, smetti di leggere”. Forse quello è stato il primo passo verso il mio futuro mestiere.

Sei tra le scrittrici di maggior successo oggi in Germania. Ci parli della situazione letteraria tedesca contemporanea. C’è qualche nuovo autore da tenere d’occhio?

Negli ultimi anni leggo soprattutto letteratura scandinava e inglese.

Lo psicothriller sembra un genere molto congeniale tra gli scrittori tedeschi, pensiamo a Sebastian Fitzek, Wulf Dorn. In cosa pensi risieda il vostro punto di forza. Cosa vi differenzia dalla detective novel psicologica più di stampo anglosassone?

Credo che gli autori di thriller tedeschi scrivano buoni romanzi quando li scrivono esattamente come gli inglesi.

E’ appena uscito in Italia per Corbaccio il tuo nuovo romanzo Oltre le apparenze. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

L’idea iniziale nasce da un articolo comparso su un importante giornale tedesco che trattava la questione di Second life, vale a dire che esistono delle persone che, insoddisfatte della propria esistenza, cercano la rivincita in rete, costituendosi lì una sorta di nuova vita. Questo articolo è stato per me la scintilla che ha fatto scattare l’idea di questa storia.

Oltre alle apparenze è un thriller davvero agghiacciante per la tua capacità di descrivere la vita consueta di tutti i giorni e nello stesso tempo delineare scenari di disagio e vero proprio orrore. E’ questo il tuo segreto?

Una parte del segreto è che i protagonisti dei miei romanzi sono persone  assolutamente normali, con vite assolutamente normali. Il lettore è quindi portato ad identificarsi facilmente con questi personaggi, ed è in questa normalità che all’improvviso s’innesca l’orrore, ed è questo che desta paura e timore, la sensazione cioè che una cosa simile potrebbe realmente accadere.

Il personaggio di Samson mi è piaciuto particolarmente, è un osservatore abusivo delle vite degli altri, certo a livelli patologici, ma anche gli scrittori non sono un po’ osservatori delle vite degli altri?

Sì, è vero. E forse anche loro lo sono in maniera patologica. Ma poi, per poter essere costruttivi, questa osservazione non porta agli stessi esiti di Samson.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Leggo tanti autori gialli inglesi e direi che gli influssi su di me sono costituiti dal loro insieme e non da uno in particolare. Inoltre le mie preferenze cambiano in continuazione.

Per concludere nel ringraziarti della tua disponibilità mi piacerebbe ancora chiederti se stai lavorando ad un nuovo romanzo?

Effettivamente ho appena finito di scrivere un nuovo romanzo e sto facendo progetti per il prossimo. Però di concreto non ho ancora niente, quindi non posso ancora parlarne. Grazie anche a lei per l’intervista.

Traduzione a cura di Francesca Ilardi

:: Recensione di Amnesia di Jean-Christophe Grangè a cura di Giulietta Iannone

16 marzo 2012

A poco a poco la situazione le diventava chiara: l’assassino non poteva essere un barbone o uno spacciatore e tanto meno l’uomo che aveva perso la memoria. Era un killer folle, freddo, razionale. Un essere dai nervi d’acciaio che si era preparato accuratamente in vista del sacrificio. Non era un macellaio né un allevatore e neppure un veterinario, lei ne era sicura. Aveva acquisito quell’abilità soltanto per allestire la sua messinscena.
Anais fremeva all’idea di affrontare un avversario simile, non sapeva se di paura o di eccitazione; probabilmente di entrambe. Era consapevole che nella maggior parte dei casi gli omicidi psicopatici venivano arrestati perché commettevano un errore o perché la polizia aveva un colpo di fortuna. Nel caso del killer, non poteva contare sul fatto che facesse errori; quanto alla fortuna…

Mathias Freire, psichiatra al centro ospedaliero specializzato Pierre-Janet di Bordeaux, e protagonista del nuovo romanzo edito in Italia da Garzanti di Jean-Christophe Grangè Amnesia, titolo originale Le passager tradotto dal francese da Doriana Comerlati, riceve una telefonata in piena notte sul suo cellulare del dottor Fillon, medico di guardia nel quartier Saint-Jean Belcier, che lo informa di un caso singolare avvenuto alla stazione Saint-Jean: verso mezzanotte i guardiani notturni si sono imbattuti in un uomo, un vagabondo nascosto in una cabina all’altezza del punto di ingrassaggio, sui binari. Uno sconosciuto, un uomo completamente privo di memoria, un colosso, alto almeno due metri, di centotrenta kili di peso con indosso un vero Stetson da texano e stivali da cowboy di lucertola. Quella stessa notte il capitano di polizia Anais Chatelet viene chiamata sul luogo di ritrovamento di un cadavere. Un giovane nudo, con diverse ferite. Una messinscena aberrante. Qualcosa che puzzava di follia e crudeltà lontano un miglio. Non una banale rissa finita male né un volgare furto di denaro. Roba seria. Il morto, rinvenuto in una fossa accanto ai binari della stazione di Saint-Jean, “ucciso” da un overdose di eroina, presenta un particolare aberrante: la sua testa non è quella di un uomo ma è inglobata nella testa di un toro. Subito le indagini portano ad un collegamento tra lo sconosciuto senza memoria e il delitto. I casi sono due: o lui è il principale sospettato, o ha assistito al delitto e per lo shock ha perso la memoria. Amnesia inizia così  presentando due personaggi Mathias Freire e Anais Chatelet, che si incontrano casualmente e ci accompagnano per le ben 750 pagine del romanzo facendoci affrontare un viaggio avventuroso e interessante nella psiche umana e nei segreti racchiusi nella memoria ancor più quando è ferita, frammentata, lacerata. Innanzitutto non fatevi spaventare dalla mole del libro, sarà per le frasi brevi, per lo stile incisivo e pulito di Grangè, ma si legge molto velocemente. Se amate i thriller, pieni di colpi di scena, dove nulla è come sembra, dove l’autore sa escogitare trame vertiginose praticamente impossibili da svelare prima che sia lui stesso a farlo, troverete pane per i vostri denti. Se avete amato L’impero dei lupi vi troverete a casa. Senza svelare troppo della trama labirintica e davvero complessa, comunque per sommi capi presente nel risvolto di copertina, sicuramente è un libro in cui un uomo si interroga su chi sia realmente, su quali siano davvero i suoi ricordi, angosciato dalla paura di poter essere un assassino freddo e spietato e minacciato da un reale pericolo del quale non riesce in nessun modo ad individuarne l’origine. Il personaggio di Anais Chatelet, tipica eroina alla Grangè, è sicuramente una coprotagonista riuscita e agguerrita che compete ad armi pari con Mathias Freire. Sin dai tempi di Fiumi di porpora, l’autore ama presentare donne forti, volitive, capaci di reggere il confronto con i personaggi maschili, quasi sempre più problematici pensiamo a Pierre Niemans di Fiumi di porpora appunto o Jean-Louis Schiffer de L’impero dei lupi. Grangè unisce il thriller psicologico al romanzo di azione puro e lo fa conservando il suo stile particolare e tipicamente francese alla Besson per intenderci e dato che ogni romanzo di Grangè ha il destino quasi segnato di diventare un film non ci vedrei male proprio Besson alla regia.

:: Recensione di Stoner di John Williams (Fazi 2012) a cura di Giulietta Iannone

14 marzo 2012

Stoner non aveva mai pensato a come potesse apparire agli occhi di un estraneo, o del mondo. Per un momento si immaginò dal di fuori: quel che vide in parte corrispondeva alle parole di Edith. Scorse una figura in volo tra i pettegolezzi di una sala fumatori e le pagine di un romanzo di appendice, un patetico individuo prossimo alla mezz’età, incompreso dalla moglie, che nella speranza di trovare l’energia di un tempo frequentava una ragazza più fresca di lui, scimmiottando goffamente la giovinezza che non poteva più avere. Un fatuo, chiassoso pagliaccio di cui il mondo rideva con imbarazzo, pietà e disgusto. Contemplò quella figura, più da vicino possibile, ma più la guardava, meno gli sembrava familiare. Non era se stesso che vedeva, e all’improvviso capì che non vedeva nessuno.  

Il destino dei libri è strano: possono passare inosservati pur essendo capolavori, possono vivere uno stato di eterna giovinezza ristampati in continuazione anno dopo anno con il successo dell’esordio, o possono venire stampati per poi essere per lungo tempo dimenticati e infine risorgere dalle proprie ceneri come un’araba fenice guadagnandosi l’attenzione e l’amore incondizionato del pubblico e della critica unita nell’osannarli in un susseguirsi quasi iperbolico di aggettivi che toccano tutte le sfumature possibili del meraviglioso. Quest’ultima sorte, forse la più insolita, è toccata a Stoner di John Edward Williams. Pubblicato per la prima volta nel 1965 dalla Viking Press, ne esistono ancora esemplari vintage in circolazione, dimenticato per lunghissimi anni e poi riscoperto nel giugno del 2006 dalla New York Review Books, Stoner merita senza dubbio un posto di rilievo tra i libri segnati da un destino bizzarro, libri che forse ignorati al tempo in cui furono scritti perché troppo innovativi, troppo “altri”, trovano la loro giusta collocazione in un futuro forse non migliore ma semplicemente adatto ad ospitarli. Data l’aura di eccezionalità che caratterizza questo libro, che ora la Fazi pubblica, con postfazione di Peter Cameron e traduzione di Stefano Tummolini, mi sembra doveroso spendere due parole sull’autore. John Edward Williams nacque il  29 Agosto del 1922, in Texas,  per la precisione a Clarksville, comunità rurale nel nord est del paese. Dopo esperienze varie nei giornali e nelle stazioni radio, e dopo un infelice tentativo al college,  si arruolò nel 1942 nell’Army Air Corps combattendo durante la guerra come sergente in India e Birmania. Proprio in questo periodo scrisse la prima bozza del suo primo romanzo Nothing But the Night che verrà poi pubblicato nel 1948. Iscritto all’Università di Denver,  si laureò alternando allo studio anche la sua attività di poeta. Nel 1950 si trasferì alla University of Missouri dove insegnò e ottenne un dottorato di ricerca. Nell’autunno del l955 Williams assunse la direzione del programma di scrittura creativa presso l’Università di Denver. Da questo momento in poi pubblicò diversi romanzi: Crossing Butcher nel 1960, poi Stoner nel 1965 e Augustus nel 1973 romanzo che gli valse il prestigioso National Book Award. Dopo il pensionamento nel 1985 si ritirò con la moglie a Fayetteville, Arkansas, dove morì il 3 marzo 1994 per insufficienza respiratoria, lasciando il suo quinto romanzo The Sleep of Reason incompiuto. Fatta un po’ di luce sull’autore passiamo al romanzo. William Stoner, Bill per gli amici,  protagonista, eroe, antieroe, ombra che passa nella vita senza voler disturbare e senza lasciare alcuna traccia, nasce nel 1891 “in una piccola fattoria al centro del Missouri, vicino a Booneville”. Il padre, un povero contadino sfiancato dal lavoro dei campi, con le mani che raccolgono nelle pieghe della pelle strie di terra che non andrà più via, decide di mandarlo alla facoltà di Agraria dell’Università di Columbia perché impari a far fruttare quella terra sempre più arida e sempre più improduttiva ogni anno che passa. Stoner accetta senza tanto entusiasmo ma durante un corso proforma di letteratura inglese capisce che è quello che vuole studiare e senza dire niente ai suoi genitori cambia corso di studi, si laurea e inizia a insegnare. La sua vita da questo momento inizia a scorrere lenta e costellata da un infinita serie di piccoli drammi e delusioni: i suoi genitori diventano per lui estranei, si sposa infelicemente, ha una figlia, la sua carriera, caratterizzata da un senso continuo di inadeguatezza, verrà ostacolata da un collega che non lo stima granché. Poi un amore per una studiosa nasce e finisce per paura dello scandalo riportandolo a vivere la sua solitaria condizione di reietto. Muore nel 1956 non superando mai il grado di ricercatore e “pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi serbarono di lui un ricordo nitido”.  Ecco in breve la trama di questo strano romanzo, probabilmente autobiografico, che scorre come un lungo fiume tranquillo nel quale solo ogni tanto qualche sasso rimbalza creando onde concentriche che subito si spengono. Non ci sono eventi rilevanti, è tutto un susseguirsi di piccoli avvenimenti senza importanza che accadono intorno al protagonista, essenzialmente malato di solitudine. Sua unica ambizione è “essere felice di tanto in tanto”, suo unico desiderio è essere lasciato tranquillo, in pace. La sua mitezza, la sua incapacità di difendersi e di lottare in un mondo freddo e spietato, acquistano quasi un valore simbolico, mitico, un’epicità che non ha nulla a che fare con il grande sogno americano. Una malinconia scura e grumosa avvolge le pagine e non si capisce se l’autore nutra amore o meno per il suo personaggio. Pur tuttavia ci si affeziona Stoner, lo si vorrebbe come amico, si prova un’intima comunanza, un’ universale fratellanza con quest’uomo fragile e ostinatamente buono. Infondo c’è qualcosa di Stoner in ognuno di noi.

:: Recensione di Oltre le apparenze di Charlotte Link (Corbaccio, 2012) a cura di Giulietta Iannone

13 marzo 2012

Spiava tante di quelle persone…! S’imprimeva il modo in cui trascorrevano le loro giornate, le loro abitudini, si sforzava di esplorare a fondo le loro esistenze. Non sarebbe riuscito a spiegare  a nessuno cosa l’affascinasse tanto in quella attività: era come un vortice in cui sprofondare. Non era possibile smettere una volta che si fosse cominciato.  Un’altra vita accanto all’esistenza vera. Destini in cui era possibile sognare di intrufolarsi. Ruoli in cui calarsi. Conferiva in quel modo smalto e gioia alla vita di ogni giorno e, anche se qualcuno lo avesse giudicato pericoloso o comunque spostato – e intuiva che uno psicologo avrebbe trovato un mucchio di definizioni allarmanti per il suo hobby- quell’attività restava comunque per lui l’unica possibilità di sopportare la tristezza che lo circondava.

Oltre le apparenzeDer Beobachter” titolo originale che tradotto in italiano significa L’osservatore edito in Italia da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Umberto Gandini nuovo romanzo di Charlotte Link è un thriller molto particolare che scava nelle paure più profonde che affliggono le donne. E’ cronaca recente, suffragata dalle statistiche, che molto spesso gli stalker si trasformano in assassini, quasi che la strada che porta a perseguitare, tormentare una donna porti anche inevitabilmente al delitto. E questo dubbio, è il nucleo centrale del romanzo che ci porta a chiederci sin dall’inizio se davvero Samson Segal, l’osservatore del titolo originale, è anche un assassino, colpevole delle barbare uccisioni di donne che si susseguono in una fredda Londra invernale. Samson è un osservatore abusivo delle vite degli altri. Una malattia lo divora, la curiosità di conoscere tutto quel che succede nel segreto della privacy delle donne che attirano il suo sguardo. Samson scruta, spia le donne, ne trascrive maniacalmente le vite, i movimenti, i tic, finchè la sua malata curiosità non si fissa su un’unica donna Gillian Ward, una donna di successo, realizzata sia nel lavoro che nella vita privata, sposata felicemente con Tom, con una figlia di dodici anni, una donna che suscita in lui un sentimento-surrogato molto simile all’amore. Ma le apparenze a volte ingannano, a volte la facciata perfetta che si mostra al mondo nasconde crepe, ragnatele, inganni e più Samson prende coscienza di questo, più la sua vita va in pezzi. Parallelamente una serie di omicidi si susseguono apparentemente senza connessioni, le vittime hanno solo la caratteristica comune di essere tutte donne sole, uccise in modo spietato e assurdamente crudele, dopo aver vissuto l’incubo di essere perseguitate e minacciate. Inquietante l’ascensore che perseguita Carla, che giunge fino al suo piano abitato solo da lei, senza che nessuno esca. Da particolari come questi la Link crea la sua ragnatela di tensione che imprigiona il lettore generando abilmente ansia, angoscia, terrore in un crescendo sempre più soffocante. L’abilità della Link è soprattutto evidente nella sua capacità di accostare la vita quotidiana dei personaggi, normale, quasi banale, descritta fin nei minimi dettagli consueti, la colazione la mattina, la preparazione dei muffins in linde cucine super attrezzate, il the con le amiche, all’orrore che nasce quando ci si ritrova vittime di persone profondamente disturbate e capaci di tutto. Altro tema fondamentale del libro su cui l’autrice gioca molto pur senza barare apertamente con il lettore è la infondatezza delle apparenze, niente è come sembra, tutto si trasforma, anche quando si arriva ad una certezza, poi inevitabilmente succede che si riveli infondata, fluttuante, alienante. L’autrice parte da paure reali, molto concrete e costruisce una trama fitta di autentica angoscia più psicologica, che generata dalla descrizione di efferatezze o violenze esibite. Oltre le apparenze è il primo libro della Link che leggo, ma sembra che in Germania sia molto amata e addirittura chiamata Lady bestseller e che anche in Italia si sia guadagnata una schiera di lettori affezionati. La sua produzione è piuttosto nutrita e spazia dai romanzi storici agli psicothriller molti dei quali editi da Corbaccio e riediti da Tea. L’uscita nelle librerie di Oltre le apparenze è prevista per il 15 marzo e grazie all’editore Corbaccio abbiamo provveduto a mandare alcune domande alla Link in visita in Italia dal 20 al 22 marzo per la pubblicazione del libro. Non mi resta che recuperare anche i suoi vecchi romanzi. Particolare che mi piace segnalare è la strepitosa copertina scelta da Corbaccio sui toni del bronzo, una delle più belle viste quest’anno.