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:: Recensione di Orchidee nere di Rex Stout (Beat 2012) a cura di Giulietta Iannone

11 marzo 2012

Se Chandler ne La semplice arte del delitto in “Atlantic Monthly”, Boston 1944, scrisse di Hammett che tirò furori “il delitto dal vaso di cristallo e lo buttò in mezzo alla strada”, restituì  “il delitto alla gente che lo commette per ragioni concrete, e non semplicemente per fornire un cadavere a dei lettori”, mise “sulla carta i personaggi com’erano” e li fece “parlare e pensare nella lingua che si usava di soliti per questi scopi” proclamando al mondo i caposaldi indiscutibili dell’ hardboiled, in netta seppur educata polemica con il giallo classico affollato di investigatori dilettanti, maggiordomi infidi, vecchiette pettegole e intriganti con l’hobby dell’ uncinetto, delle rose e del delitto, Rex Stout creando Nero Wolfe riprese a piene mani dalla tradizione più consolidata del giallo classico dell’età dell’oro che vede nello Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle un modello indiscusso e nume tutelare del celebre Detection Club inglesissimo circolo che racchiude tra i suoi membri tutti i più importanti autori del genere poliziesco. Rex Stout non era inglese ma americano, e la nazionalità in questo caso ha un peso non trascurabile se pensiamo che non scelse la campagna inglese, i castelli, alternando le vicende dei personaggi a the delle 5 e caccia alla volpe, ma come scenario al centro delle sue storie predilesse l’ambiente metropolitano newyorkese, pur tuttavia Nero Wolfe non è certo un investigatore che utilizzi la forza bruta o batta le strade in cerca di testimoni e colpevoli, per questo c’è Archie Goodwin, suo braccio “armato” se vogliamo pronto a sporcarsi le mani mentre lui se ne sta al sicuro nel suo palazzo “fortezza” di arenaria situato al numero 918 della 35a strada, a curare come figli le sue adorate orchidee, a bere birra e ad assaporare le prelibatezze da gourmet che gli prepara il suo fidato cuoco svizzero, bizzarria questa abbastanza singolare se pensiamo che sarebbe stato molto più facile trovargli una nazionalità francese più in sintonia con il personaggio. Ma anche Nero Wolfe non è americano ma montenegrino, e questa sua esotica caratteristica forse singolarmente definisce e giustifica nella mentalità tipicamente americana le bizzarrie che lo caratterizzano: la sua inveterata misoginia, il pessimismo uggioso con cui guarda i suoi simili, il suo fare burbero e scostante, il suo narcisismo imbarazzante figlio di un egocentrismo che tocca picchi davvero grotteschi e quasi caricaturali. Ma pur tuttavia Nero Wolfe suscita simpatia e perché no rispetto, le sue debolezze diventano paradossalmente punti di forza che ne evidenziano la spiccata personalità e lo delineano in modo inequivocabile, non solo per la sua mole, nel panorama degli investigatori del giallo. La nuova collana Giallobeat di Beat edizioni riporta le indagini di Nero Wolf all’attenzione dei suoi numerosi lettori ed estimatori. A novembre abbiamo avuto modo di guastare  Fer-de-lance, a cui seguono dieci nuove avventure caratterizzate da nuove traduzioni e per ciascun volume da una prefazione diversa scritta dalle penne di alcuni dei più famosi intenditori del nostro prode detective, ora è il turno di Orchidee nere con prefazione di Carlo Lucarelli e traduzione della mitica Laura Grimaldi. Il volume contiene due racconti lunghi Orchidee nere (Black Orchids) e Cordialmente invitati ad incontrare la morte (Cordially invited to Meet Death) apparsi insieme nel 1942. Archie Goodwin, voce narrante delle storie, ci porta a conoscere come in una vera e propria indagine nuove peculiarità del nostro eroe montenegrino sempre pronto a rivelare nuove facce di sé. In Orchidee nere succede un fatto straordinario , Wolfe lascia la sua casa–rifugio e per amore di un rarissimo ibrido di orchidea nera si reca ad un’esposizione floreale. Cosa ancora più inusitata lo vediamo blandire Lewis Hewitt, lui di norma burbero e scorbutico, lo vediamo mentire, nascondere testimoni, pur di accaparrarsi i suoi agognati tre rari esemplari, sotto gli occhi sempre più esterrefatti del suo assistente, factotum, amico Archie Goodwin. Questa volta hanno ucciso un giardiniere Harry Gould in un modo tanto astruso e improbabile, che per incastrare il colpevole Wolfe sarà pronto quasi a  rischiare la vita in una camera a gas. In Cordialmente invitati ad incontrare la morte sarà il triste destino di Bess Huddleston, la miglior organizzatrice di ricevimenti per ricchi che New York avesse mai avuto, morta di tetano lunedì 25 agosto ad incuriosire il nostro. Riuscirà Nero Wolfe a dimostrare che è stato commesso un omicidio e a incastrare il colpevole? Non vi dico di più. Il divertimento è assicurato.

Rex Stout nasce nel 1886 e muore nel 1975 negli Stati Uniti. Nel 1934 pubblica Fer-de-Lance (BEAT 2011), il primo volume delle inchieste di Nero Wolfe. Il successo si ripete regolarmente per tutti i 42 successivi volumi, sfornati pressappoco al ritmo di uno all’anno. In BEAT sono usciti anche Orchidee nere (2012), Non abbastanza morta (2012), Entra la morte (2013), Palla avvelenata (2014) e la raccolta di ricette ispirate ai suoi libri Crimini e ricette (2013). Nel 1959 viene premiato con il Mistery Writers of America Grand Master.

:: Un’intervista con Remo Bassini a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2012

Bentornato Remo su Liberi di scrivere. Da pochi mesi è uscito per Perdisa il tuo nuovo libro Vicolo del Precipizio, un libro scomodo se vogliamo, che mette a nudo molti mali dell’editoria italiana, ma penso che all’estero le cose non siano più rosee, mali che si vorrebbe nascondere, scopare sotto il tappeto, perché tolgono nobiltà alla professione di scrivere. Il personaggio di Giovanni esprime bene questo malessere. Ce ne vuoi parlare?

Da anni vado dicendo una cosa, che per me è importantissima ma che passa inosservata. Vado dicendo che per chi scrive il momento più importante, più bello, più intimo è quello della scrittura. I ricordi più belli che ho io li ho descritti nel primo capitolo di Vicolo del precipizio: gli attimi che precedono la scrittura e poi la scrittura, per ore, magari bevendo caffè e fumando sigari o pipa, come faccio io, con il gatto che mi si strofina ai piedi. Giovanni è lo scrittore che ha perso la passione per la scrittura. Lui fa parte del meccanismo: pubblica libri, si affida agli editor, frequenta altri scrittori, usa la maschera dello scrittore per abbordare donne, chiede anticipi eccetera. Ma non si sente più affascinato dalla scrittura. Giovanni, insomma, è come una malattia: da cui stare in guardia.

Tiziano il doppio protagonista, voce narrante e autore del libro nel libro intitolato guarda caso Vicolo del precipizio è un editor speciale, un ghostwriter, che riscrive a volte di sana pianta testi scritti da altri che sarebbero oggettivamente impubblicabili, e ci mette il “veleno” che il personaggio giudica il suo unico talento. Il mondo delle italiche lettere è davvero così diviso, frantumato tra apparenza e sostanza, tra chi lavora nell’ombra e chi recita pirandellianamente la parte dello scrittore di successo?

Credo che col passare del tempo sia sempre più apparenza, ma in tutto, e non solo nel settore editoriale. Tempo fa un editore (che stimo, perché pubblica libri di qualità) su facebook ha scritto che uno scrittore, se vuole sfondare, deve essere sfacciato. Un po’ rompicoglioni, insomma. Invadente. Questo vuol dire che uno scrittore timido, o anche solo non invadente, e corretto, che non fa operazioni di lecchinaggio frequentando scrittori ed editor, rischia di rimanere tagliato fuori dal mercato editoriale? Lascio il quesito così, senza proseguire…

Tiziano non fa sconti con nessuno né con il mondo editoriale, che in un certo senso disprezza perché penalizza libri che a suo modo andrebbero pubblicati, prendo ad esempio quello della scrittrice veneta, e esalta e idolatra magari altri scritti a tavolino solo per fare cassetta, né con se stesso, giudicandosi marcio, arrivando fino a meditare il suicidio. E’ un personaggio ambiguo, che suscita simpatia e nello stesso repulsione, penso all’eccitazione che prova verso Cristina durante i suoi attacchi epilettici, alle voci che mette in giro sul conto del padre roso dalla gelosia verso Mariano, alla crudeltà quando consegna il manoscritto ad Alice chiaramente innamorata di lui. Costruendo questo personaggio gli hai dato qualcosa di te o è solo una creazione letteraria?

Flaubert diceva che bisogna pensare come dei pazzi e io, quando scrivo, lo faccio. A Tiziano io ho prestato solo i miei ricordi, le mie turbe no. Proprio oggi ho scoperto, leggendo una recensione su Vicolo del precipizio, che Tiziano è il mio alter ego. Allora, a me sta bene tutto: lettori e critici possono dire qualsiasi cosa dei libri in generale e quindi anche dei miei, ci mancherebbe. Ma quando mi vengono a dire che io sono coma Anna Antichi, protagonista de La donna che parlava con i morti, o come Tiziano, di Vicolo del precipizio, dico di no, che potrebbe essere ma non è così.

A capitoli alternati osserviamo Tiziano dall’esterno, e dall’interno come voce narrante del libro che sta scrivendo. Nel cinema penso a Effetto notte di  François Truffaut, amano fare film nel film. E’ un gioco di specchi, in cui la membrana che separa la realtà dalla creazione letteraria si fa sempre più sottile, ci si confonde, si ha la sensazione di leggere un diario. Come hai creato questa sensazione di vertigine?

Il libro è un metalibro. Nei capitoli intitolati Torino, Luglio (e poi Torino, agosto, nel finale) c’è, in terza persona, il presente di Tiziano. Nei capitoli intitolati Vicolo del precipizio c’è invece il passato, ma fino a un certo punto: a un certo punto arriva il precipizio. Tiziano precipita nella sua stessa mente. Al posto del passato arrivano le fantasie e i ripensamenti sulla propria vita. Da qui il senso di vertigine.

Ho amato molto il personaggio di Mimma, generosa, materna, allegra, depositaria di una saggezza contadina che va scomparendo, che consegna i suoi quaderni, lei quasi analfabeta, lontana da ogni gioco editoriale, per dare a Tiziano la materia grezza dei suoi libri I racconti della vecchia osteria prima e Vicolo del precipizio poi. Che il giorno di una presentazione se ne sta in disparte, quasi vergognosa, e arrossisce quando la madre di Tiziano con uno sguardo segnala a tutti i partecipanti che è lei la donna che lui ringrazia. Esiste davvero a Cortona, una Mimma con un altro nome, un altro volto, o nasce come mille facce di altri che ti hanno ispirato?

Mimma è stato il personaggio più facile da creare. Mimma, che nel libro è l’amica di famiglia ed è la madrina di Tiziano, esiste davvero, ed è mia madre. Tiziano, a un certo punto, riceve un regalo dalla Mimma, un quaderno. Dove lei ha scritto storie, anche boccaccesche, dove lei ha trascritto le canzoni dei cantastorie. E’ successo anche a me, nella vita reale: un giorno mia madre mi ha regalato un bloc notes con storie e ballate. Mimma è una contadina sensibile, forse troppo, anche mia madre è così. Piangeva quando ammazzavano il maiale che lei aveva nutrito. Mimma, che ha fatto solo la terza elementare, ha letto solo due libri: La storia dei fratelli Cervi e I promessi sposi. Allora, mia madre ha letto La storia dei fratelli Cervi, I promessi sposi, Il vangelo e i libri che ho scritto io.

I luoghi: Cortona e Torino. Cortona la tua Toscana dell’infanzia: “Cortona è un libro che qui posso raccontare” ha pensato Tiziano guardando le ultime finestre illuminate dei palazzi severi di Torino. Cortona è il profumo dell’olio d’oliva sul pane, è il volto duro di vecchi che giocano a carte in un bar e che ti guardano male se entri e vedono che non sei del posto”. Torino la grande città dove fuggire dove costruirsi una carriera. Parlami di questi luoghi. Come hanno influito sulla narrazione?

Cortona è il ricordo delle mie estati spensierate, dei miei primi amori, è il ricordo dei racconti, spesso fantasiosi, che ascoltavo, con attenzione. Cortona, oggi, è il luogo degli infiniti ritorni: appena posso ci vado, Ogni capodanno ci vado, ci andrò tra pochi giorni, spesso vado lì a scrivere. A Cortona incontro il ragazzo che ero, rivedo i suoi sogni. E poi c’è Torino che ha lo stesso valore di Cortona: nel 1982 cominciai ad andarci, tutti i giorni, per frequentare l’università. Lavoravo in fabbrica allora. Prendevo il treno da Vercelli tutte le mattine all’alba per arrivare a Torino. Un’ora all’andata e una al ritorno. All’inizio era la grande città che mi frastornava: troppo grigia, incasinata. Troppa gente. Piano piano, invece, ho cominciato ad apprezzarla. Torino è bella. E poi: se vuoi nasconderti, se non vuoi vedere nessuno non c’è nulla di meglio che una città grande. E la mia mente oscilla, come quella di Tiziano (qui sì che gli somiglio): certi giorni vorrei essere a Torino, e camminare camminare, ascoltando solo il rumore dei miei passi e del traffico, altri giorni vorrei essere a Cortona, magari in piazza, che di sera si riempie di gente e di voci.

C’è molto Buzzati, Chiara, Fenoglio, Calvino che mi pare aver letto che non ti piace molto. Che libri leggevi durante la stesura di Vicolo del precipizio? Quali autori ti hanno ispirato?

Quando scrivo o riscrivo non leggo mai un libro intero. Magari leggo qualche pagina di qualche autore che, a mio avviso, ha una scrittura musicale. Mi sembra di ricordare che tra la prima stesura di Vicolo del precipizio e la seconda ci fu una pausa in cui lessi i racconti di Yates, ma non ne sono certo.

Per concludere, nel salutarti e ringraziarti per la tua disponibilità vorrei chiederti se attualmente stai scrivendo. Progetti per il futuro? 

Sto rivedendo tre racconti neri, che ho scritto qualche mese fa. Li sto anche spedendo a qualche editore. Poi spero di continuare a scrivere, perché io se scrivo vivo meglio, vivo due volte, vivo la mia vita e quella dei miei libri.

:: Recensione di Vicolo del Precipizio di Remo Bassini a cura di Giulietta Iannone

8 marzo 2012

Ecco il foglio bianco, solo il titolo sporca la pagina e io a riflettere su come iniziare la recensione di Vicolo del Precipizio di Remo Bassini. Di solito non mi mancano le parole, anzi si affollano nella mia mente e mi tocca ordinarle, disciplinarle, privarle in un certo modo del loro anarchico fluire. Esercitare insomma il mestiere di scrivere, mestiere che Bassini fa così bene, sa raccontare, sa partire da un dettaglio e costruirci una storia, sa partire da un piatto tipico toscano, da una strada fatta di scalini, dallo sguardo ombroso di un personaggio e creare parole che diventano una musica, che vanno scritte così e non in un’altra maniera. Vicolo del Precipizio è un libro duro, in certe parti anche cattivo decisamente non afflitto da alcuna sorta di autocompiacimento. Il personaggio principale, il soggetto centrale intorno a cui ruota, sgorgando come da una sorgente avvelenata, torbida, la storia è un uomo di quasi cinquant’anni, un uomo che non si ama, come non ama il suo lavoro di scrittore impuro, di ghostwriter di scrittori che hanno bisogno del suo talento per sopravvivere in una giungla letteraria che non fa sconti per nessuno, che divora, fagocita avidamente chi non accetta le regole del gioco. Tiziano, questo è il suo nome, dopo aver intrapreso la nobile professione scrivendo giovanissimo un libro di racconti I racconti della vecchia osteria dando voce alla tradizione della sua terra, ai canti dei contadini, alla memoria di gente umile ma piena di dignità e moralità, ottenendo anche un discreto successo, ha scelto di dare il suo talento, rifuggendo il successo che lui giudica privo di senso e inutile, in cambio di un ben remunerato ruolo di comprimario oscuro, di nascosto demiurgo della fortuna letteraria altrui. Forse grazie al suo carattere schivo, al fatto che balbetta quando troppo emozionato, al suo umbratile caratteraccio toscano, è uno dei migliori nel suo lavoro, rispettato dal suo capo, un importante e influente agente letterario, che in fondo ha paura di lui, lo teme per il suo modo disinvolto di svelare i segreti, di parlare troppo. Quando un ghost ha come prima regola il silenzio, l’auto eliminazione, lo scomparire sullo sfondo per lasciare tutta la luce allo scrittore famoso, a chi deve rifulgere in pubblico. Ma Tiziano è stanco, basterà un’estate, due mesi, luglio e agosto, in un’afosa Torino che lo costringe a scrivere sul terrazzino, o a farsi rinfrescare i piedi nudi da un ventilatore, e messi da parte i lavori altrui scriverà finalmente per sé, perché a volte per un libro basta un lettore solo, e scrivere è terapeutico, anche se fa soffrire, quando si scava troppo in fondo. Ma un impulso autodistruttivo ha risvegliato l’antica fiamma e ora deve scrivere di sua madre, di suo padre, di suo nonno comunista e mangiapreti, delle donne della sua vita Magda, Cristina, della sua seconda madre Mimma, della sfortunata Andreina, degli amici. Deve fare pace con i suoi fantasmi, con suo padre per cui ha abbandonato Cortona, e solo allora potrà tornare a casa, riacquistando se stesso. Sullo sfondo il personaggio di Alice, la dirimpettaia curiosa, l’innamorata, il pubblico silenzioso che assiste alla sua arte di comporre, la donna che capisce di essere stata rifiutata ancora prima di essersi offerta, che non può far altro che cercare di dimenticare. Vicolo del precipizio è un libro così, con il fascino antico della novella raccontata, tramandata oralmente di bocca in bocca, tante schegge di attimi, racconti che si incastrano tra loro come i tasselli di un puzzle, tanti personaggi minori, che per un attimo hanno tutta la luce su di sé e diventano protagonisti: il sagrestano vendicativo, il prete con moglie, la Nina, il Lucarone, Mariano e i suoi maglioni verdi, la Clara, è strano sembra doveroso nominarli tutti fino all’agente letterario, a Lucetta, a Giovanni. Tutti coralmente impegnati a recitare la loro parte nel mondo creato dall’autore. Tanti personaggi da commedia dell’arte e che Bassini abile capocomico sa far comparire e scomparire, lasciando echi dietro di sé, perché la scrittura è un gioco di memoria, e i personaggi anche quelli totalmente inventati sono veri, nascono da verità profonde per lo meno. E uno scrittore impara questo prima ancora di scrivere su un foglio bianco. Impara l’umiltà, la disciplina, la sofferenza e perché no impara che una storia una volta scritta non è più sua, ma diventerà vita nella mente dei lettori che la leggeranno.

:: Un’intervista con Derek Nikitas a cura di Giulietta Iannone

1 marzo 2012

Ciao Derek. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Derek Nikitas? Punti di forza e di debolezza.

Vivo la letteratura e il cinema come, professionista, insegnante, consumatore e tossicodipendente. Sono uno scrittore che letteralmente si dedica completamente alla propria attività, ma scrivo troppo lentamente, e revisiono troppo, così impiego un sacco di tempo per completare un progetto.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto nel New Hampshire e a New York, sono andato al New York State College alle superiori, e poi all’ University of North Carolina a Wilmington per la mia formazione universitaria. Wilmington è stato il momento migliore. E ‘una cittadina turistica sull’oceano, ma ha anche un’ industria cinematografica piccola ma fiorente. Blue Velvet, Firestarter e The Crow sono stati girati lì,  fatto che sempre amo ricordare. Dopo la scuola, ho trascorso qualche tempo a Praga (tipico), e poi sono tornato a New York per alcuni anni. Ora vivo in Kentucky, e dirigo un programma MFA della mia città (The Bluegrass Writers Studio presso la Eastern Kentucky University).

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

Ho cominciato a scrivere quando avevo circa sette anni. Ecco il motivo: i miei genitori erano divorziati, e mia madre era piuttosto severa su quali film potevo vedere in TV. Mio padre era permissivo, così mi lasciò vedere un sacco di film horror e simili, ma io lo potevo vedere solo una volta ogni paio di mesi. Così potevo vedere questi film con lui che facevano volare la mia immaginazione, ma poi dovevo aspettare settimane senza un’ altra “dose”. Così ho iniziato a scrivere le mie personali bizzarre storie dell’orrore. Così è davvero come è cominciata. Ricordo di essere stato particolarmente influenzato da Red Dawn, e continuavo a scrivere varie versioni di storie in cui i terroristi assaltavano la mia scuola elementare. Sono sempre stato attratto dalle storie di suspense, sebbene l’ horror e il dark fantasy siano stati i miei generi preferiti mentre crescevo. Mi sono interessato alla crime fiction all’università tramite un corso sulle crime stories classiche, ma in un primo momento stavo veramente solo cercando di scrivere storie letterarie interessanti. Non mi sono reso conto di scrivere crime fiction fino a quando i miei racconti non hanno iniziato ad essere accettati  nell’ Ellery Queen Mystery Magazine, e non l’ho realmente accettato fino a quando non sono stato nominato per un Edgar Award. Allora ho capito, “okay, sono uno scrittore di genere”.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Sono stato molto fortunato con Pyres. Un editor di Minotaur Books (l’editore americano originale) ha visto una storia che avevo pubblicato e mi chiese se avevo pronto un romanzo. Ero appena a metà, ma a lui è piaciuto, così quando ho finito il suo editore mi ha fatto un’offerta. Quindi non ho mai dovuto affrontare rifiuti con Pyres. Detto questo, ho centinaia e centinaia di rifiuti accumulati scrivendo racconti. Ho usato i racconti per sviluppare la mia tecnica, e ci sono voluti anni. Col senno di poi, probabilmente stavo presentando i racconti alle riviste sbagliate, perché non scrivevo esattamente narrativa tradizionale e mainstream o narrativa sperimentale, ma c’è anche da dire che non ci sono troppi spazi per gli scrittori di racconti.

Hai conseguito un MFA alla UNC di Wilmington e stai ottenendo un dottorato di ricerca presso la Georgia State. Hai avuto un insegnante che ti sia stato di particolare ispirazione?

Certamente. Ho dedicato il mio secondo romanzo all’ insegnante di scrittura creativa più incoraggiante e di sostegno che abbia mai avuto, Wendy Brenner. Anche lei è una scrittrice di racconti, e mi ha insegnato ad amare la scrittura a livello di frase, come delineare realmente l’immagine fisica, come realmente abitare la psiche del personaggio, come evitare i cliché. Ho avuto altri insegnanti, come Bob Reiss e Clyde Edgerton, che mi hanno insegnato la struttura e gli elementi fondamentali della scrittura dei romanzi, e tutto ciò che eventualmente viene dopo.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Immagino che ben poche persone possano rispondere a questa domanda in modo molto eccitante. Sono diventato molto più disciplinato negli ultimi due anni, però. Scrivo la mattina, di solito per circa tre o quattro ore, nel tentativo a volte vano di evitare di controllare la mia posta elettronica e di navigare in internet. Sono diventato sempre più un pianificatore, così ora mi prendo mesi per delineare un racconto o romanzo prima di iniziare a scrivere.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

L’unica qualità che cito sempre ai miei studenti è l’empatia. Se non è possibile autenticamente entrare nella psiche di un’altra persona, anche se fittizia, allora finirete per creare una cosa che è morta fin dall’inizio. Troppa scrittura amatoriale è auto-espressiva: questi sono i miei intensi sentimenti, o questa è la mia filosofia sul mondo. La scrittura è in parte espressione di sé, ma molto di più dovrebbe essere esplorazione, un tentativo di sfuggire alla propria visione miope e vivere altro.

Sei un autore amato dalla critica. Hai mai ricevuto recensioni negative?

Oh, sì. Ho ricevuto una recensione particolarmente caustica su Pyres nel quotidiano della città in cui vivevo all’epoca, Atlanta. Ora mi è quasi cara perché in realtà ha colto nel segno quello che stavo facendo male in Pyres (troppo prolisso), e credo di aver davvero imparato da essa. Altre recensioni negative tendono a dire che sono troppo “letterario” per essere uno scrittore di crime o viceversa, a quelle non penso molto.

Il tuo primo romanzo Pyres, ora edito in Italia con il titolo I fuochi del nord, nominato per un premio Edgar per il miglior romanzo d’esordio è un libro formidabile. Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

I miei romanzi tendono a iniziare con una mezza dozzina di idee diverse che alla fine confluiscono in una narrazione organicamente organizzata. Volevo scrivere delle mie esperienze essendo stato un “dark” quando ero adolescente, ma non volevo scrivere di me, così ho inventato questo personaggio femminile, Luc. Volevo scrivere delle mie origini svedesi e del mio interesse per la mitologia norrena. Allo stesso tempo, rimasi affascinato da alcune storie vere di crimini che lessi sui giornali o vidi in uno di quelle trasmissioni giornalistiche televisive. Ed ero allo stesso tempo interessato al comportamento criminale di alcuni dei gruppi più duri di biker nell’ area di Rochester e pian piano tutti questi elementi hanno cominciato a unirsi.

 Puoi riassumere il tuo libro in non più di 25 parole?

Una ragazza adolescente ribelle scopre una cospirazione dietro l’omicidio di suo padre e diventa il bersaglio della gang di motociclisti fuorilegge che lo ha ucciso.

Il primo capitolo presenta la protagonista. Potresti raccontarci cosa succede?

Lucia “Luc” Moberg è un adolescente un po ‘ribelle ma in fondo tenera che sta per compiere 16 anni. Sono i primi anni ‘90. Un pomeriggio chiede al padre, professore universitario, di portarla al centro commerciale e, mentre lui è in una libreria, ruba un CD da un negozio di musica ed è inseguita dagli agenti di sicurezza del centro commerciale. Luc trova il padre e lo convince ad andare via. Proprio mentre stanno per allontanarsi dal parcheggio, un uomo misterioso appare a fianco della macchina e spara al padre uccidendolo, di punto in bianco, con Lucia che guarda con orrore dal sedile posteriore.

Parlaci dei personaggi principali del libro?

Tema centrale del libro è il rapporto spezzato tra genitori e figli. La storia di Luc ruota intorno al raggiungimento della sua maggiore età colpita da un profondo dolore e minacciata da un concreto pericolo. Lei deve cavarsela prendendosi cura della madre devastata e suicida, grazie anche all’ “intervento” degli esseri magici del folklore svedese, che sono o il frutto della sua immaginazione o gli emissari di suo padre morto.
Greta Hurd è l’investigatore della polizia assegnata al caso di omicidio del padre di Luc. E’ una poliziotta indurita che ha dato la sua vita alla carriera, anche a scapito della sua famiglia. Ma questo caso, e le sue interazioni con Luc, cominciano a riaccendere qualcosa nel suo cuore. Ha una figlia che è in procinto di sposarsi, ormai un’ estranea, così lei afferra la possibilità di riscattarsi con la sua famiglia.
Tanya Yasbeck è una ragazza di diciannove anni, ex-tossica che ha vissuto una vita dura, ed è ora incinta di nove mesi del figlio di un biker fuorilegge. Lei vuole disperatamente vivere una vita normale e credere che il suo ragazzo gliela possa dare, anche se le sue attività criminali sono sempre più disperate e pericolose.

Il personaggio di Mason è molto negativo. Ci puoi parlare di lui?

All’inizio della mia ricerca, ho appreso che i bikers fuorilegge commettono alcuni dei peggiori e  più barbari atti criminali relativi a gang che si possa immaginare. Gran parte di Mason (e della sua cultura) proviene da precisi racconti di bikers fuorilegge (anche se il 99% dei bikers  sono bravi ragazzi, e rispettosi della legge!). Non volevo rivestire di zucchero la sua brutalità, la sua misoginia, il suo razzismo, la sua insensibilità. D’altra parte, egli è un padre in attesa molto ansioso, pieno di speranze e di sogni, deciso a crescere il “suo ragazzo” in base al codice d’onore in cui crede. Non credo nel male astratto, così ho voluto far si che tutti i comportamenti di Mason nascessero dalla sua capacità di valutare ciò che è giusto.

Quale è o sono le tue scene preferite in Pyres?

Immagino le principali scene che narrano punti di svolta perché quelle scene sono la ragione principale per cui si scrive il romanzo. Così la scena del parcheggio nel primo capitolo, certamente, e quando Luc trova i soldi sotto la lavatrice, o la scena in camera di Quinn e il ritorno a casa dopo, e naturalmente il finale, a cominciare dall’ ultima conversazione risolutiva tra Luc e Tanya, forse la scena di dialogo che ho preferito scrivere. Queste sono le scene che ho rivisto di più, anche solo per assicurarmi che il tono fosse proprio quello giusto.

In Pyres quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Non posso parlare troppo del personaggio più difficile, senza regalare troppi colpi di scena, ma diciamo che la doppiezza è una motivazione molto difficile da rendere. Luc è stata un personaggio anche difficile per molti versi, soprattutto perché il suo carattere è così simile al mio, quando avevo la sua età. E ‘pericoloso scrivere di “se stessi” perché si vuole dare al personaggio una vitalità sua, e non si vuole diventare troppo auto-indulgenti ampliando la propria interiorità, solo per dar voce al proprio punto di vista. Al contrario, Tanya è stato stranamente il personaggio più facile da scrivere perché la sua prospettiva era così diversa dalla mia. Volevo continuamente tornare da lei per esplorare le sue motivazioni e reazioni perché ero davvero curioso di vedere come avrebbe reagito, basandomi sulla dissonanza cognitiva estrema della sua situazione.

Perché hai ambientato la storia a Rochester? In che modo questo luogo ha influenzato la tua scrittura?

Rochester, New York e soprattutto le piccole città che la circondano, è dove sono cresciuto e dove ho ambientato la maggior parte dei miei racconti pubblicati finora. Essere intimamente legato alla zona mi ha aiutato a scrivere, ma Rochester ha anche l’atmosfera perfetta per il romanzo poliziesco hardboiled. E’ un posto ghiaioso, freddo, sterile, arrugginito, nevoso, grigio, ruvido, una sorta di distopia. Questa zona di New York è anche chiamata il “Rust Belt”, perché è essenzialmente un deserto economico di fabbriche chiuse e industrie obsolete. Ovunque si guardi, ci sono metafore ricche e suggestive per rispecchiare il tumulto interiore dei personaggi.

Il tuo libro è caratterizzato da un forte realismo e nello stesso tempo utilizzi uno stile lirico, molto poetico. Quali poesie ritornano più spesso nel corso della tua vita?

In questo momento, sto scrivendo un romanzo in cui W.B. Yeats appare come personaggio, così la sua poesia è sempre al centro della mia mente, in particolare le poesie che alludono alla sua visione occulta. I miei preferiti in assoluto sono John Berryman, Philip Larkin (“Aubade”, soprattutto), e Thomas Hardy, anche se mi ricordo di essere stato ossessionato da Whitman durante la scrittura di Pyres, quindi probabilmente ci sono elementi del suo verso libero. Lo staccato di Gerard Manley Hopkins lo stile “sprung verse ” ha preso il potere sulla mia immaginazione nel secondo libro, The  Long Division.

Parlaci del tuo secondo libro, The  Long Division.

E’ ancora narrativa d’ “ensemble” che segue diversi personaggi, ma l’evento principale riguarda una cameriera che ruba una macchina e cinquemila dollari ad un cliente, con l’intenzione di attraversare i confini di stato e ricongiungersi con il figlio adolescente che ha dato in adozione quando è nato .

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy (paranoico), Cornell Woolrich (carico di tensione), David Goodis (malinconico), Flannery O’Connor (ironico), James Crumley (pesante), Jim Thompson (grintoso), Charles Willeford (tragicomico), Joseph Wambaugh (autentico), Ross McDonald (non ho mai letto il suo lavoro!), Dashiell Hammett (tagliente), Joyce Carol Oates (lussureggiante), Nabokov (labirintico), Cormac McCarthy (profetico).

Parlaci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico?

Assolutamente. Sono ossessionato dall’immagine visiva, dal mostrare e non dire, e sono sempre alla ricerca di quel dettaglio interessante che funzioni essenzialmente come una fotografia o un film. Tendo a scrivere in scene, e ho imparato molto sulla costruzione delle trame dai manuali di sceneggiatura (stranamente, molto più che dai manuali per scrittura per i romanzieri). E ‘per questo tendo a scrivere in terza persona, che sento più come “una cinepresa” che in prima persona. Non mi sorprende, che molti film svedesi abbiano influenzato lo stile grandioso e magico di Pyres (Ingmar Bergman, Lasse Hallstrom, Bille August). Lo stile del mio secondo romanzo ha lo scopo di imitare, il più fedelmente possibile, la “Nouvelle Vague francese” lo stile visivo di Goddard e Truffaut. Eppure, c’è l’interiorità del personaggio che non può essere resa così tanto in un film, questa è la grande gioia del romanzo, la vita interiore.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

L’ elenco di nomi da te forniti sopra è un ottimo inizio. Il mio preferito è Nabokov a causa del suo gioco continuo con il linguaggio e la struttura, anche se non posso pretendere di essere stato influenzato da lui. E ‘troppo grande da raggiungere. Joyce Carol Oates, Denis Johnson, James Ellroy, Thomas Hardy  tutti hanno influenzato il mio scrivere in grande misura. Più di recente ho scoperto Daniel Woodrell, uno spirito affine, credo. E siccome la mia scrittura si evolve nel territorio dell’ horror e del fantasy, sono sempre più affascinato da gente come George RR Martin (il più grande narratore di storie che ho letto da Ellroy).

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe visitare l’Italia (non ci sono mai stato prima). Vedremo cosa succede.

Infine per concludere: a cosa stai lavorando ora?

Il mio progetto attuale su cui sto lavorando è un lungo romanzo su un devoto professore cattolico che scopre che una setta omicida sta prendendo di mira la figlia autistica perché credono che la bambina sia una messia, con enormi poteri soprannaturali che vogliono sfruttare. Sto ampliando il mio campo di riferimento includendo più elementi horror e fantasy, e voglio approfondire periodi e luoghi diversi (tra cui alcuni italiani che coinvolgono collegamenti con l’abbazia di Aleister Crowley a Thelema in Sicilia e i resti mancanti di Cagliostro per esempio). The Historian di Kostova è probabilmente un buon analogo del tuo connazionale Umberto Eco, anche se io non sono nemmeno lontanamente paragonabile a lui!

:: Recensione di Le rose di Axum di Giorgio Ballario (Hobby & Work 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 febbraio 2012

“Vanno le carovane del Tigrai /verso una stella che oramai brillerà/ e più splenderà d’amor…”

Anche noi andavamo nel Tigrai, come i cammellieri della canzonetta: di stelle ne avevamo viste a migliaia, pensai ma di amore manco a parlarne. Laggiù infuriava una guerra senza tregua e semmai ci saremmo imbattuti in cadaveri insepolti, villaggi bruciati, sangue e dolore. E avremmo dovuto rischiare la pelle per garantire l’incolumità a un gruppo di topi di biblioteca e consentire loro di svolgere non meglio precisati scavi archeologici… Non capivo, ma ero costretto ad adeguarmi. L’uniforme che indossavo ogni giorno, e quasi sempre con orgoglio, non permetteva di porsi troppe domande e di avere dei dubbi.

Chai il tè eritreo, un bicchierino d’anice, la birra Melotti, le sigarette Macedonia, bastano pochi riferimenti per sentirsi di colpo trasportati a Massaua nell’Eritrea degli anni Trenta in compagnia del maggiore dei Regi Carabinieri Aldo Morosini, del maresciallo Barbagallo, dello scium-basci Tesfaghì, personaggi che abbiamo iniziato a conoscere in Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni 2008) e Una donna di troppo (Edizioni Angolo Manzoni 2009) e ora ritroviamo in Le rose di Axum pubblicato da Hobby & Work nella collana Giallo & nero.
Nuova casa editrice, respiro più ampio, per Giorgio Ballario autore piemontese raffinato e colto, una vita nel giornalismo a dedicarsi di cronaca nera per la Stampa di Torino e ora autore di noir coloniali intrisi di spleen e fascino retrò.
Siamo a Massaua nel caldo e afoso febbraio del 1936. Sul soffitto le pale del ventilatore ruotano stancamente e il maggiore Morosini se ne sta a riflettere nel suo ufficio sul ritrovamento nelle Saline  Eritree di un uomo barbaramente torturato e ucciso.
Un delitto misterioso, che colpisce per la crudeltà e l’efferatezza con cui è stato portato a termine: un corpo martoriato da profonde coltellate immerso nel sale a contatto della carne viva. Perché accanirsi così tanto su un essere umano? Questa è la domanda che inquieta e tormenta il maggiore nella cui mente risuonano le ultime parole del morente tra cui l’unica comprensibile “Axum”.
L’identità del morto è sconosciuta, non ci sono effetti personali che aiutino nell’identificazione, la testa è stata dilaniata dai corvi ed è per giunta un indigeno chiaramente di pelle nera, trovare il suo assassino non diventa una priorità. Nessuno dall’alto avrebbe chiesto conto di un delitto maturato in una probabile faida tra clan locali, che certo non avrebbe interferito con l’avanzata delle nostre truppe ad Addis Abeba.
Già è la guerra con l’Abissinia ad impensierire gli alti comandi i cui echi giungono smorzati nella sonnolenta provincia del Bassopiano. Gli echi di una guerra fortemente voluta da Mussolini per dare all’Italia il suo irrinunciabile impero coloniale i cui esiti porteranno l’annessione dell’Abissinia all’Italia e la creazione del nuovo possedimento coloniale chiamato Africa Orientale Italiana che riunirà  Eritrea, Abissinia e Somalia Italiana sotto un unico Governatore.
Ma il fato o il destino ha deciso che questa morte non deve restare impunita, questo delitto rimanere insoluto e quando Morosini viene incaricato di accompagnare alcuni archeologi tedeschi fino alle antiche rovine di Axum avrà modo di scoprire l’identità del morto, di innamorarsi di una affascinante fotografa dagli occhi verdi e di imbattersi in un ginepraio fatto di spionaggio, sette esoteriche naziste, tesori trafugati e altre morti. Tra pericoli e avventure riuscirà a risolvere il mistero, perdendo un pezzo di sé, ma queste sono le regole del gioco anche nell’Africa del 1936.
Aldo Morosini è un bel personaggio, educato, vecchio stile, che fa ancora il baciamano quando incontra una signora, con una sua morale ma non privo di un’ anima noir fatta di tristezza, disillusione, scetticismo, capace di accettare l’amore mercenario dei bordelli di madame Chantale, capace per orgoglio di non chiedere di restare alle donne della sua vita.
E’ un uomo comune, ma non convenzionale, non il classico super eroe tutto muscoli e forza bruta, Morosini ama il ragionamento pacato, l’intuizione fulminea, il sondare le persone, non è razzista, ha lo stesso rispetto per i suoi subalterni indigeni e per i suoi compatrioti, non è volgare, grezzo, opportunista, non farà mai carriera, come dice con un pizzico di divertita rassegnazione il suo autore, pur tuttavia è simpatico, uomo del suo tempo pur con tutte le sue contraddizioni il suo gusto per le canzonette in voga, la comica tenerezza con cui si innamora.
Forse Barbagallo è più scaltro e gioviale, a lui i kartoffeln non piacciono da subito, forse il suo sentimentalismo demodé non ne fa un duro da letteratura hardboiled, comunque Aldo Morosini resta impresso nell’immaginario giallo proprio per tutte le ragioni che non ne fanno un super uomo a tutti i costi.
Le rose di Axum riconferma a mio avviso le doti narrative di Ballario, caratterizzate da uno stile pacato, dai toni sfumati e mai eccessivi, molto salgariano, molto understatement. Con un grande lavoro di ricostruzione storica, di attenzione per le ambientazioni, per il colore locale che non scade mai in una foto patinata e nostalgica del tempo che fu.  Non ci resta che aspettare la quarta indagine del maggiore Morosini e dato che l’autore rispetta una cronologia temporale non potrà non ambientarsi nel 1937. La Seconda Guerra mondiale si avvicina.

Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi: Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Il volo della cicala (2010), Le rose di Axum (2012), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa Hobby & Work.

:: Intervista a Riikka Pulkkinen a cura di Giulietta Iannone

23 febbraio 2012

Grazie Riikka di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Ringrazio anche la traduttrice Raffaella Marchese che rende possibile questa intervista. Allora parlaci di te, raccontati ai nostri lettori. Chi è Riikka Pulkkinen?

Mi chiamo Riikka, sono una donna. Ho 31 anni. Sono nata e vivo ad Helsinki. Ho condotto studi di filosofia all’Università di Helsinki che sicuramente hanno influenzato molto anche la mia scrittura. Le problematiche temporali sono presenti in tutti i miei libri.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Ci sono tanti scrittori che amo forse il mio preferito è lo scrittore sudafricano John Maxwell Coetzee che vinse nel 2003 il Nobel per la letteratura. E Ian McEwan che tratta molti dei miei temi preferiti come le interferenze tema sempre presente nei miei libri come in Atonement (Espiazione) un testo che amo molto.

L’armadio dei vestiti dimenticati, uscito in Italia per Garzanti, è il tuo secondo romanzo. Il titolo originale è costituito da una sola parola  “verità”. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Ci sono voluti 4 anni per scriverlo. Non so perché ci ho messo così tanto, forse perché era il secondo libro e perché trattava temi importanti come l’amore, la morte, il significato della vita. Ho svolto un grande lavoro di ricerca e ho anche sperimentato nuove tecniche narrative come l’uso del presente in prima persona per tutta la parte che ha al centro Eeva come protagonista. Parla di dolore ma anche di speranza, soprattutto di speranza.

Parlaci un po’ di più delle tue donne protagoniste, quale è il personaggio che hai più amato?

Anna trova un oggetto, un vestito dimenticato in un armadio, un vestito di Eeva che le permetterà di indagare sulla vita di questa donna. Lo indossa e  indossando quest’abito assume l’identità di Eeva. Eeva è il personaggio principale, e sicuramente quello che mi è più caro. Ma c’è anche il personaggio di Elsa che amo molto, è pieno di speranza, anche se sta morendo, e grazie a lei che emergono i temi centrali del libro come il senso della vita e dell’amore.

Stai lavorando ad un nuovo romanzo?

Sì, ho appena completato la prima fase di stesura del mio nuovo romanzo. Lo riscriverò parecchie volte. Ha per protagonista una donna prete che scappa dalla sua vita e va dall’altra parte del mondo.

Riikka Pulkkinen è nata nel 1980 a Tampere, Finlandia.
Il suo romanzo di debutto, Raja, inedito in Italia, è stato accolto come uno dei migliori romanzi finlandesi del 2006. Con L’armadio dei vestiti dimenticati ha raggiunto il grande successo, scalando le classifiche dei bestseller in patria e diventando un’autrice nota e pubblicata in tutto il mondo.

:: Recensione di I fuochi del nord di Derek Nikitas a cura di Giulietta Iannone

22 febbraio 2012

Luc tolse il coperchio all’urna, rivelando la grigia cenere screziata all’interno. Il peso dei suoi errori le rovinò addosso con una forza che avrebbe potuto affondare la barca con tutti loro dentro. “C’era una volta” non era abbastanza. Voleva disperatamente rivivere il giorno in cui suo padre era stato ucciso, ancora una volta, per impedirne la morte. Voleva ritrovarselo su quella barca, vivo, che l’aiutasse a rimettere a posto i cocci del terribile disastro che aveva combinato. Ma quelle erano fantasie, realistiche quanto quei tomten (ndr gnomo barbuto in svedese) che le scorrazzavano nel seminterrato rubacchiandole briciole di patatine.

Periferia di Rochester, stato di New York. Tralicci ferroviari, enormi parcheggi, centri commerciali, insegne luminose, villette con giardino. La livida e desolata provincia americana al suo meglio, o al suo peggio a secondo dei punti di vista. Dicembre, Natale nell’aria, la gente si riversa nei centri commerciali, per fare spese, combattere la noia o rubare CD come fa Luc, una quindicenne magrolina, un metro e mezzo d’altezza, Dr Martens viola ai piedi. La testa rotonda, grandi occhi umidi che la facevano sembrare sempre sorpresa. Neri i capelli tinti, nera la gonna sgualcita, nero lo smalto alle unghie. Occhiali da miope, giacca di pelle nera con spille da balia. Magliette sbiadite di complessi rock, un po’ dark un po’ punk, una ragazzina come tante innamorata di suo padre Oscar Moberg, professore universitario di letteratura, nato in Svezia, appassionato di mitologia norrena, e di Quinn Cutler, qualche anno più grande, neri e lucidi capelli da cherokee, appassionato di moto, conosciuto nel quartiere per i suoi atti vandalici da piccolo teppista. Luc non sa che quello è l’ultimo giorno della sua vita normale, dopo tutto cambierà, l’inferno verrà a farle visita giocando con lei fino alla fine, fino alla sua rinascita, fino alla nuova Luc adulta capace di curare le sue ferite, di risorgere come un dio vichingo. Ma andiamo con ordine. Cosa succede in quel piovoso giorno di dicembre? Luc è spaventata, ha paura che la sicurezza interna del centro commerciale la blocchi per il suo piccolo furto, ma suo padre l’ha accompagnata, suo padre la toglierà dai guai. Insieme raggiungono il parcheggio e si apprestano a tornare a casa, quando qualcuno bussa al finestrino: Come va doc? E’ una rapina, una pistola spianata si materializza all’altezza della testa di Oscar Moberg, uno sparo, due spari, sangue dappertutto, frammenti di vetro, materia celebrale. La fine. Il mondo di Lucia “Sankta Lucia” con le candele accese e l’abito bianco nella più pura tradizione svedese si dissolve per sempre. Ora c’è il detective Greta Hurd del Dipartimento di Polizia di Rochester e il suo collega Moe che vogliono aiutarla e non credono all’aggressione a scopo di rapina. Ora c’è Tanya Yasbeck ex tossica, ora incinta al nono mese, una vita di violenza e disperazione, compagna di Mason, un violento, un teppista malato che fa di tutto per far parte di una gang sanguinaria e spietata che ha come simbolo un teschio umano. Ora c’è Blair sua madre che dopo un tentato suicidio, vive una vita devastata. Ora Luc dovrà capire, difendersi, sopravvivere, perdonare. I fuochi del nord titolo originale Pyres stupendamente tradotto da Carlo Crudele è un noir bellissimo, acido e tagliente, scritto senza sbavature, che leggendolo dici: “cazzo come scrive bene questo”, aldilà della trama, della struttura, dell’ansia che ti assale già dalle prime pagine di voler capire, volere dare un senso, una definizione alle cose che accadono, è la scrittura che ti seduce e ti fa provare pure un po’ di invidia. C’è talento vero e non fatevi incantare dalla faccia da bravo ragazzo di Derek Nikitas, è uno scrittore tosto, duro, fulminante, poco adatto ai lettori troppo sensibili e impressionabili. Hanno azzardato paragoni con Cormac McCarthy e Daniel Woodrell di Un gelido inverno io ho pensato ad alcuni poeti su tutti a And Death Shall Have No Dominion  di Dylan Thomas, e a molta letteratura nordica antica alla quale l’autore occhieggia quando fa scorrazzare per la lavanderia uno gnomo barbuto: allucinazione, sogno, premonizione? Non mi aspettavo un libro così potente, dove Matteo Strukul sia andato a scovarlo non riesco a immaginarlo, forse ha seguito le tracce di Joyce Carol Oates, e non si è sbagliato.

:: Un’ intervista con Danilo Arona a cura di Giulietta Iannone

21 febbraio 2012

Benvenuto Danilo su Liberi di scrivere. E’ la prima volta che io ti intervisto ma non è la prima volta che sei ospite sulle nostre pagine: Valentino G. Colapinto ti ha già fatto alcune domande per noi a proposito di zombi. Parlaci un po’ di te, descriviti pensando di rivolgerti a un ipotetico lettore che non avesse mai sentito pronunciare il tuo nome.

Grazie prima di tutto per l’opportunità. Allora… in maggio andrò a compiere 62 anni e, restando confinati nel recinto della scrittura, ho cominciato a scrivere nel ’74, più che altro saggistica, e il mio primo libro per una casa editrice “vera” (Gammalibri, Guida al fantacinema) è del ’78. Andò molto bene, anche perché allora c’era pochissima concorrenza. Da quel momento a oggi, fra alti e bassi, fra assenze intenzionali anche prolungate e momenti di produzione sin troppo intensa, ho siglato una quarantina di titoli fra saggistica tout court, critica cinematografica e narrativa, lavorando per più editori, grandi e piccoli, direi quasi sempre con buone soddisfazioni reciproche. Scriverò sino a quando mi divertirà il farlo. Altrimenti, siccome i libri non mi danno affatto da vivere, si può tranquillamente appendere la tastiera al chiodo. Però al momento mi diverto ancora.

Giornalista, scrittore, musicista, critico, dee-jay, nella vita hai fatto davvero molte cose. Ti piace viaggiare? Sei un turista o un viaggiatore?

Viaggiare? E come se mi piace. Purtroppo il mio lavoro di pagnotta mi costringe a una coatta e pigra staticità. E oggi, con il momento storico in cui siamo immersi, c’è da poco sa scherzare e pure da viaggiare. In ogni caso sarei un viaggiatore. Perché sono un curioso, Gemelli con ascendente Scorpione, e questo spiega in parte le mie diverse facce professionali. In realtà non sopporto la noia. Alla fine della fiera, se e quando posso, viaggio. L’ultima volta che sono riuscito a farlo ho attraversato i fiordi norvegesi sino a Capo Nord.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quali libri leggi?

Alla prima domanda la risposta è sempre quella, documentata nel libro L’estate di Montebuio. Ovvero l’incontro all’età di 12 anni con una mastodontica macchina da scrivere di proprietà di un mio prozio parroco in un paesino di media montagna sull’Appennino Ligure, Montemaggio di Savignone. Era estate, quella del ’62, e quella cosa nera mi sembrò un bel giocattolo con cui misurarmi. E così iniziai a scrivere le mie prime sciocchezze. Non sono pochi, soprattutto tra coloro che hanno letto L’estate di Montebuio, a pensare che io mi sia inventato questa specie di iniziazione “alla King” giusto per scimmiottare l’omone del Maine. Non ho nulla da ribattere. Questa è la verità, e ne avrei di testimoni… Ma poi, che mi si creda  meno, non ha molta importanza. Le cose sono andate così. Per la seconda domanda posso dirti che leggo di tutto, evitando con cura alcune cose da alta classifica con cui non mi sento affatto in sintonia. Purtroppo non leggo tutto quello che vorrei, perché esce troppa roba interessante e posso dedicarmici solo a notte. Altrimenti, quando scrivo e lavoro? Non è il caso di sottolinearlo, ma la precedenza è sempre riservata ai libri degli amici. Che non sono pochi e che hanno una produzione forsennata (vedi il grande Stefano Di Marino…), ma l’amicizia per me è una cosa vera.

Ho letto da poco Rock. I delitti dell’uomo nero di cui avevo già sentito parlare come di una leggenda metropolitana. Il rock è più realtà o leggenda? Ha ancora il valore rivoluzionario della tua giovinezza, della fine degli anni 60? O si è ammorbidito, addomesticato, piegato alle regole dello showbiz? Ricchezza, potere, successo, invece di sesso, droga e rock ‘n’ roll?

Il rock, per quel che percepisco, continua a essere un astuto impasto di realtà e leggenda. Astuto perché oggi, a differenza dei miei anni giovanili “on the road”, è assai manipolabile e si gestisce in buona parte dall’alto.  Non vedo alcuna rivoluzione oggi che possa essere veicolata dal rock. Però i rischi di bruciarsi le penne con delle “vite spericolate” da rocker sono ancora alti. Ma questi alla fine sono i rischi del mestiere. Ricchezza, potere e successo? Ma, sai… quando sei “dentro”, c’è tutto un sistema che lavora con e per te. La vera sfida è non farsi contagiare mentalmente e continuare a fare il tuo lavoro in modo onesto, preparandoti al limite una “uscita” dignitosa. In questo il mondo musicale e quello editoriale dimostrano parecchie affinità. Droga e rock possono tranquillamente non convivere, anche se spesso capita. Il sesso andrebbe invece esteso per obbligo di legge a ogni dimensione artistica, anche non strettamente musicale. Insomma, viverlo il più possibile con serenità e intelligenza.

Sei un musicista, anzi un chitarrista. Con i Privilege  hai fatto tournée e con la famigerata Cobra Record hai inciso addirittura un 45 giri. Quanto c’è di autobiografico, di vita on the road in Rock?

Tutta la prima parte, per capirci quella intitolata Gli anni del Serpente, è assolutamente, visceralmente direi, autobiografica. Qualche tocco romanzesco, giusto, per incorniciare le vicende nel tema di fondo. Ma tutte le disavventure dei Privileges (con la “s”) di Rock sono sostanzialmente autentiche, dal feroce scherzo del carro agricolo fissato al terreno con dei ganci alla surreale serata all’aperto in Val d’Aosta in pieno ottobre. Poi ci sono i membri del gruppo, che non sono proprio “loro”, ma una sintesi dei vari “loro” con cui ho suonato. Io lavoro così, basandomi su cose, eventi, location e personaggi che conosco bene e che devono per forza provenire dalla mia vita. Quegli anni da musicista, il primo blocco quasi ininterrotto dal ’65 al ’74, sono ancora un deposito di storie da sfruttare.

Ma il liscio, la musica campagnola di cui parla Sam Hain, è davvero l’autentica musica del male? Penso ai balli a palchetto fatti per trovare ragazze, a quelle trasmissioni su Telesubalpina, con tanti simpatici vecchietti accaldati e un po’ brilli. Alle fiere paesane, retaggio di tradizioni contadine ancora vive almeno nel nostro Piemonte, con il vino quello buono, il fritto misto, il salame fatto in cascina.

Ma no, insomma… è un paradosso, uno scherzo, giusto per non dimenticare che qui, in Piemonte, ci troviamo e non a Nashville. Però è un dato di fatto: per tutta la seconda metà degli anni Sessanta, i posti che offrivano lavoro e possibilità di esibizione per un gruppo come i Privilege (quelli veri) erano autentiche “chiese” del liscio dove ti guardavano storto se cantavi in americano e se facevi distorcere le chitarre. Qualsiasi musicista di quell’epoca che abbia girato i balli a palchetto e le balere di paese può renderne testimonianza. La cosa difficile da trovare era il giusto mix tra trasgressione e tradizione. In molti posti all’inizio ti sopportavano, ma poi dovevi darci dentro – e tanto – con valzer, mazurche, tanghi e paso doble. Altrimenti rischiavi persino di non essere pagato. Però, siamo sinceri, esisteva un lato divertentissimo in questa sorta di disfida sottintesa. Da qui proviene l’idea del tutto ironica di equiparare il liscio italiano alla cultura reazionaria – si può ancora dire “reazionaria”? –  americana espressa dai Grandi Fustigatori.

Sam Hain bel personaggio, il personale babau di Jimi Hendrix bambino, una versione cattiva e distorta del grande mito del rock, un po’ un suo alter ego diabolico. Da musicista in cosa era grande Jimi Hendrix? C’è attualmente in circolazione in Italia o all’estero qualche musicista che gli somigli?

Nessuno assomiglia a Jimi Hendrix, neppure da lontano. Lui è stato unico. E l’ha pagata. Quell’unicità è veramente un dono diabolico per il quale devi pagar pegno, e piuttosto presto. Okay, è simbolismo, non prendermi alla lettera. Hendrix ha rivoluzionato il modo di suonare la chitarra con tutta una serie di componenti che potrei stare qui a elencare e analizzare, che so, la tecnica della mano destra (lui era mancino), gli effetti, il feedback degli altoparlanti, l’uso della leva del vibrato, i volumi e persino i testi, straordinari e fantascientifici, di cui spesso ci si dimentica. Ci sono stati e ci sono alcuni hendrixiani in giro molto bravi, ma penso che neppure costoro si siano mai sognati di “assomigliare” al nostro. E’ stato, è il numero 1, punto.

Funghi allucinogeni, peyote, acidi, lsd, eroina, ne circola davvero tanta di droga nel mondo del rock o è tutta propaganda di improvvisati Grandi Fustigatori, crociati della domenica che strillano di messaggi subliminali, contenuti satanici, e chi più ne ha ne metta? Perché il rock fa ancora paura?  

Oggi la droga, in qualsiasi forma, circola dappertutto. Il pianeta tutto è un’immensa riserva di consumo per coltivatori, spacciatori, cartelli e mafie, senza scomodare il rock. Che il rock faccia ancora paura,  mi pare solo più una tesi strumentale ai vari Padri Amorth per  tutte le volte che tirano in ballo Marilyn Manson e affini come gruppi demoniaci che favoriscono  la possessione o l’iniziazione al satanismo. Possiamo chiuderla velocemente con il solito e un po’ trito commento: non servono i demoni per praticare il male in terra… L’uomo ci riesce benissimo da solo. Per quanto sui demoni, a mio parere, quanto meno su quelle entità che potremmo scambiare per tali, servirebbe un approccio il più scientifico possibile. Perché sono realtà invisibili, ma realtà con cui ogni tanto qualcuno si connette e interagisce. Lo dice un laico.

Rock e horror un vero matrimonio d’amore. La storia del rock è costellata di tragedie, e c’è quasi un gusto macabro nel celebrarle, muore una star a 27 anni o meno, e subito dietrologie, mistero, eccessivo clamore specie da parte dei mass media più che dei fan. L’horror ama fare paura, indagare il lato oscuro, giocare con la morte. Da maestro dell’horror da dove nasce la paura?

In senso lato, la paura nasce proprio dal rapporto fantasmatico che l’uomo ha con la morte. E’ per questo che la paura è il sentimento che primeggia nella quotidianità, ancor più dell’amore (purtroppo, andrebbe rimarcato…). Paura che domina lo spazio dell’attesa, l’anticlimax della vita ancor prima degli scrittori. E’ questo vuoto pneumatico che, tanto nella vita reale che in letteratura, si riempie di “presenze”, non importa se endogene o esogene (per capirci). Il vero terrore – questo è il mio parere – nasce appunto in una regione della mente dove la morte incombente (perché incombe ogni giorno, ci piaccia o meno) è costantemente visualizzata e annunciata da “signs” alla Shyamalan. In gergo cinematografico e anche musicale è un “levare” continuo che potrebbe quasi persino fare a meno del “battere” – anche se il battere, poi, per una questione di simmetrie e di circolarità motivazionali deve arrivare perché così impongono i meccanismi. A dirla con sincerità, sogno da tempo di scrivere in tutta libertà un testo tutto “in levare” che possa continuare a far paura anche quando l’hai rimesso al suo posto, nello scaffale o sul comodino. Però prima devo conoscere l’editore che voglia occuparsene.

Si è discusso che l’horror senza soprannaturale non è horror. Tu che ne pensi?

Mah… sono discussioni accademiche fra addetti ai lavori e fan. Altrimenti staremmo qui ad        arrovellarci se Hannibal the Cannibal, il predicatore pazzo de La morte corre sul fiume o la      famiglia di Faccia di Cuoio siano o non siano horror. Wrong Turn, Le colline hanno gli     occhi, L’ultima casa a sinistra, i vari Hostel… come dovremmo chiamarli? Splatter, slasher,     blood and gore? Posso dichiarare un sincero chissenefrega di tutta questa voglia di     etichettare che poi ci ritroviamo per altri versi nelle altre varie declinazioni di quella     affollatissima narrativa simil-horror con vampiri adolescenti, licantrope lolite e guerriglie     urbane – edulcorate per ragazzine di buon famiglia – tra le varie creature della notte?     Paranormal romance, urban fantasy, young adults, new gothic, dark neo-romantic, miriadi di     etichette per una quantità inverosimile di libri tutti uguali che in libreria affollano, a torto,     scaffali sopra i quali zelanti commessi hanno appiccicato l’etichetta “horror”. E di horror,     quello quanto meno recensito da giornali come “Fangoria” o prodotto dai membri della     Horror Writers Association, neanche l’ombra. Questa narrativa parallela, partita  in serie     dopo     Twilight, toglie in verità spazio e ossigeno all’horror “vero”. Come il rock,  l’horror     non è un genere per anime sensibili. Anzi, come il rock, l’horror deve farti perdere la     verginità. Metafora sufficientemente comprensibile?

Se ti definissero lo Stephen King della bassa padana, sorridi o ti arrabbi? Quale libro di King ami di più? In cosa ti somiglia e in cosa no?

Siccome sono nato nella bassa padana e ancora ci vivo, so bene che quando si dice una cosa del genere, di reale c’è soltanto la presa per i fondelli. Quindi, essendo fatto in un certo modo, parteciperei allo scherzo con una sana e grassa risata. Poi ritengo che non sia affatto un bene tentare di assomigliare a King. E’ una sublime sciocchezza che penso di non dover spiegare. Purtroppo esistono territori narrativi che sono specifici di una generazione e della letteratura horror tout court, che so… gli adolescenti degli anni Sessanta alle prese con i mostri che simboleggiano le difficoltà di accesso all’età adulta. Questa non è un’esclusiva kinghiana, anche se King ne ha fatto arte imperitura e immortale. Siamo nel regno degli archetipi che, come tali, appartengono a tutti. E non si scimmiotta King se altri scrittori, tanto in America quanto in Italia, si cimentano con moduli narrativi che fanno un po’ Stand By Me, per capirci. E che tutti – quanto meno tutti quelli che scrivono horror – hanno da qualche parte, nella loro biografia giovanile, una “estate della paura”. Basta prendere in considerazione la produzione del nostro, straordinario Eraldo Baldini, che oggi è uno scrittore mainstream con un’anima profondamente gotica.

Cos’è Onryo? Ce ne vuoi parlare?

Un progetto un po’ folle e audace nato da una serie di scambi di opinione incrociati tra me, Alan Altieri e Massimo Soumaré. Ovvero, un’antologia di ghost stories che mettesse a confronto la “scuola” giapponese con la nostra. L’abbiamo intitolata Onryo – che è il nome nipponico degli spettri furiosi che non vogliono lasciare la nostra dimensione – per doveri di ospitalità. Ci sono sei autori, contattati e curati da Massimo, che sono fra i massimi esponenti della letteratura tout court nel Sol Levante, contro altrettanti che qui  però abbiamo dovuto “pescare” dalla narrativa di genere (e la differenza di status è evidente – in Giappone, se scrivi di fantasmi, nessuno ti confina in un ghetto…). Che posso dirti? Massimo e io ne siamo fieri. La risposta è stata buona e i racconti sono piaciuti. Dato che le antologie sono di per sé oggetti “difficili”, si può cantare vittoria. Resta il problema di fondo che caratterizza in negativo la narrativa di cui mi occupo assieme a tanti altri in Italia: siamo sempre un po’ figli di un dio minore e all’occhio attento non sfugge che Onryo è stata ospitata nella collana “Urania”, con qualche borborigmo di disappunto da parte dei puri della fantascienza. Costoro avranno anche ragione. L’antologia era stata pensata per EPIX, che purtroppo ha chiuso (secondo me prematuramente), lasciando sul terreno tanti altri, ottimi titoli “acquistati” e per i quali non s’intravede sbocco.  All’imprenditore che non sonnecchia  affatto dentro di me sembra una follia, ma da Segrate potrebbero pure rispondermi che la cosa non mi riguarda.

Solo da alcuni anni c’è stato una sorta di sdoganamento, almeno in Italia, dell’ horror, da fenomeno underground ha acquistato una sua dignità letteraria per molto tempo ignorata: scrittori interessanti lo frequentano, editori importanti lo pubblicano, lettori forti ne seguono le uscite con costanza e cercando qualità, idee nuove, contaminazioni anche con altri generi. Dal pulp americano anni 30 ne ha fatta di strada? Ottimista per il futuro?

Sì, lo sdoganamento c’è stato. Persino Einaudi ha pubblicato degli horror notevoli. E c’è stato il grande lavoro propedeutico di case come Gargoyle, con puntate niente affatto casuali di Fanucci, Perdisa, Newton Compton, Marsilio e altre ancora. Adesso però le cose mi paiono un po’ (troppo) in fase di stallo, come dimostra il recente cambiamento di linea editoriale proprio da parte di Gargoyle. In un mercato culturalmente colonizzato come il nostro,  dove si acquistano a carissimo prezzo altisonanti sconosciuti americani, gli autori italiani devono faticare il doppio per piazzare i loro prodotti. Un po’ per colpa di quella narrativa simil-horror di cui parlavamo prima che ha usurpato lo spazio in libreria. E un po’ perché da parte del grosso pubblico l’autore dal cognome italiano è giudicato privo di appeal e di credibilità.  Un pregiudizio vecchio e stantio che ci ributta in quel Medio Evo in cui Sergio Leone doveva firmarsi Bob Robertson, purtroppo equamente condiviso fra lettori, librai e distributori (non tutti, ovvio, ma la maggioranza sì…). Persino un autore americanissimo com Tom Piccirilli non trova quote nel nostro mercato a causa del suo cognome… Che è un paradosso demenziale se pensi a tutte le eccellenze italiche diffuse nel mondo. Pensa te che io tutti i giorni, nel mio lavoro imprenditoriale (mi occupo di prodotti biologici), ho a che fare con clienti che si mi dicono con fervore: “Mi raccomando, che sia italiano”, e hanno ragione visto che dall’America, dalla Cina o dall’Est adesso arrivano pure vino barbera e parmigiano… In editoria, per la nostra narrativa, le cose viaggiano agli antipodi. Un festival conclamato dell’ignoranza strettamente collegato a mio parere al fatto che in Europa, su quindici paesi, siamo scivolati al penultimo posto per acquisti in libreria.

Edizioni XII mi ha dato grandi soddisfazioni, tanti giovani talenti nostrani da tenere d’occhio. Tra le donne, forse ancora un po’ trascurate, che autrici italiane consiglieresti di leggere?

Mah, trascurate non direi. Lorenza Ghinelli è stata premiata dal pubblico. E giustamente, direi: Il divoratore è stupendo, un vero horror senza fronzoli che colpisce nelle parti molli. Ma le donne bisogna leggerle tutte perché, lo dico da sempre, avete una marcia in più, sin dai tempi di Daphne Du Maurier… Teodorani, Palazzolo, Santamaria, Manni, Baraldi, Astori, Salvatori… Mamma mia, odio gli elenchi perché ti dimentichi sempre di qualcuno, Comunque sì, sempre più spazio alle penne femminili. E sui XII è noto che il mio cuore batte per loro e li consideri degli ideali compagni di strada (tra le tenebre…).

Attualmente stai scrivendo ? Puoi anticiparci i tuoi progetti a breve e lungo termine?

Guarda, vorrei stupirti. Sto soltanto elaborando “progetti”. Corposi, quel che basta perché si capiscano, si apprezzino e spero “si vendano”. Dal 2012 lavoro così. Quindi, se mi vedrai in libreria, è perché li ho venduti oppure qualcuno mi ha telefonato per farmi lavorare su commissione. Non ho più voglia di scrivere al buio. Siccome gli anni che mi restano da vivere non sono tanti come quelli che andrò a compiere in maggio, voglio amministrare il mio tempo in maniera differente. Credo di potermelo concedere dopo quaranta titoli. Sul piano personale, quello creativo e autoriale, credo di non avere ancora espresso il mio meglio, soprattutto quello riferentesi a una parte qualitativa resa preziosa dalla maturità e da una vita intensamente vissuta e ricca di esperienze. Ma, senza presunzione, smetto di andare in giro a fare il rappresentante di me stesso. Chi mi vuole, sa dove e come trovarmi. Ciò detto, ho da scrivere quattro racconti per altrettanti lavori di gruppo. E questi sono lavori commissionati. Significa che da qualche parte, nella giungla editoriale, qualcuno mi ama, completamente ricambiato.

:: Recensione di Sinfonia di piombo di Victor Gischler a cura di Giulietta Iannone

15 febbraio 2012

A volte la mafia aveva bisogno di dare una scrollata alla concorrenza, ma non voleva prendersene la responsabilità. Mike non faceva nemmeno finta di capire le politiche della malavita. Sapeva solo che si facevano bei soldi spazzando via certa gente.

Sinfonia di piombo (Shotgun Opera 2006), finalista all’Anthony Award quinta opera di quel vulcano di creatività e icona del pulp-noir che è Victor Gischler di cui Joe Lansdale dice che “porta la scrittura a danzare sull’orlo dell’abisso”, tanto per intenderci e se lo dice lui c’è da credergli, tradotto da Marco Piva Dittrich e pubblicato da Revolver nuova collana di BD, è un romanzo decisamente, ma decisamente impressionante non solo per capacità tecnica, inventiva, umorismo, senso del ritmo ma perché prende un genere, il noir di mafia, e lo rivolta come un calzino, infarcendolo di tutta la stralunata bizzarria del pulp più spinto e provocatorio. E’ un romanzo frenetico, surreale, maleducato con venature anche hard in cui la violenza forse eccessiva ed esasperata non scade mai però nel grottesco ma contribuisce a dare una certa crudezza all’azione che proprio sul punto di diventare insopportabile viene stemperata da dosi massicce di umorismo e autentica comicità. Forse in questo consiste “il danzare sull’orlo dell’abisso” forse in questo c’è il segreto che rende Gischler un autore a suo modo eccezionale e sopra le righe. Tutto ha inizio ad Harlem, quartiere nero di New York, nel lontano 1965. Due fratelli Dan e Mike Foley, due ragazzi irlandesi, due sicari di basso livello che si guadagnavano da vivere risolvendo problemi per conto dei mangiapasta sono seduti sulla loro Buick e aspettano dietro ad un club prima di dare una lezione a una gang di Harlem colpevole di  avere sconfinato nel mercato di eroina della mafia. Ne seguirà una sparatoria, una vera sinfonia di piombo, al suono di mitragliatrici Thompson calibro 45, pistole automatiche e fucili più l’esplosione di una piccola bomba a mano tanto per dare inizio alle danze. Tra schegge di vetro, corpi crivellati, sangue dappertutto, Mike intravede una piccola gamba bruna, magra, con un calzino increspato rosa sul piede, e lo shock per questo evento imprevisto segnerà la fine della sua carriera nel crimine e l’inizio di un volontario esilio nella pace agreste dell’Oklahoma a coltivare la terra e produrre vino per scontare nella più profonda solitudine le colpe commesse. Ma quarant’anni dopo il destino, che non si è scordato di lui, torna a bussare alla sua porta sotto le sembianze di suo nipote Andrew, figlio di Dan ormai morto anni prima di cancro dopo essersi ritirato anche lui dal crimine per aprire un bar nel Queens. Andrew studente al primo anno di conservatorio di Manhattan e sempre a corto di denaro questa volta si è ficcato davvero in un brutto, ma brutto guaio per dare retta a due amici aspiranti mafiosi che gli avevano presentato un lavoretto senza impegno per un piuttosto necessario guadagno facile. Tutti quelli invischiati in quel traffico, lo sbarco clandestino in un container di un terrorista arabo, iniziano a morire come mosche per mano della donna più pericolosa del mondo, la killer Nikki Enders, una donna che uccide come respira, intenzionata a seguire Andrew anche ai confini del mondo per portare a termine la sua missione. Andrew si ricorda allora delle ultime parole del padre sul letto di morte: rivolgiti a zio Mike solo se sei con l’acqua alla gola. Trova una vecchia foto, che cazzo poteva anche prendere e portarsi con sè e non farla trovare alla bella Nikki ma tanto di vi fa capire quanto sia balordo, su cui sta scritto il numero di telefono dello zio, gli telefona chiedendogli aiuto e prende il primo autobus per fiondarsi nel nulla dell’Oklahoma. Da questo momento è il caos, una sarabanda allucinata con dialoghi al fulmicotone di un umorismo acido e cattivo, piena di personaggi bizzarri e stravaganti, una sconclusionata manica di assassini che piombano nella vita di Mike e lo costringono con la forza a tornare ai vecchi tempi. Non vi dico il finale se no farei una brutta fine ma vi assicuro che è inevitabile e anche un po’ triste seppure nell’epilogo un barlume di speranza si intravede all’orizzonte.

:: Recensione di L’uomo che uccise Texas Jones di Fabio Novel a cura di Giulietta Iannone

8 febbraio 2012

L’uomo che uccise Liberty Valance, pardon ma la citazione è d’obbligo e non ho resistito, L’uomo che uccise Texas Jones è un breve racconto uscito per MilanoNera Ebooks di Fabio Novel un autore piuttosto eclettico, che trova nella narrativa breve la sua forma privilegiata di scrittura, e inoltre capace di spaziare dalla fantascienza, alla spy story, dal noir, al fantasy con estrema disinvoltura coniugando tutte le forme dell’avventura. Oltre ad essere reperibili in rete, vi consiglio di leggere quelli pubblicati su Fantasy Magazine , i suoi racconti sono usciti sia in antologia in libreria che in edicola suo per esempio è il racconto Il raccolto uscito in appendice a Febbre di Bill Pronzini numero 3031 del Giallo Mondadori di cui l’amico Fabio Lotti dice grandi cose. Tornando a L’uomo che uccise Texas Jones  è un racconto ibrido, caratterizzato da una sorta di contaminazione tra western e noir che ha trovato i suoi maggiori esponenti in autori come James Lee Burke, Elmore Leonard,  o Joe Lansdale figli che hanno nobilitato una tradizione che vede le sue origini nei Pulp Magazine degli anni 30 e 40 quelle riviste da quattro soldi stampate su carta di infima qualità in cui si potevano leggere storie western, o poliziesche prevalentemente, caratterizzate da un alto tasso di iperbolica violenza e da uno stile di scrittura rozzo e imbastardito. Per gli amanti del western questo sito sicuramente riserverà sorprese: http://westerncampfire.blogspot.com/. Texas Jones è un fuorilegge, a capo di una banda di dannati che vagabonda per l’America assaltando banche. Poi un imprevisto, un incontro con il destino e una resa dei conti cambia le carte in tavola ribaltando i vinti e i vincitori. E’ un racconto breve, poche pagine, se dico ancora un po’ della trama finisco per togliervi tutto il divertimento. Posso dirvi solo ancora che c’è un colpo di scena finale, un’amara beffa per un uomo che sognava da giovane di fare il cowboy e che conserva nell’anima ancora un briciolo di quel sogno e un briciolo di umanità. Il racconto è disponibile sia in formato kindle su Amazon che in formato epub su BookRepublic.

Recensione di Come vento nelle risaie di Carlo Molinari (Castelvecchi, 2011) a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2012

I giorni continuarono a trascorrere. Più tranquilli visto che di aerei e di bombe non se ne sentivano più. L’odore di kerosene e di polvere era sostituito, lentamente, da quello che i ragazzi ricordavano appena. Ibisco, loto. Odore di erba fresca. Della loro grassa terra. E del tempo. Che sembrava si potesse fermare per sempre.

Come il vento delle risaie Il contadino di Pol Pot di Carlo Molinari edito nel febbraio del 2011 da Castelvecchi Editore è un romanzo poetico e doloroso uscito quasi in punta di piedi, senza clamore, e che probabilmente mi sarebbe sfuggito se l’autore non me l’avesse segnalato facendomene inviare una copia. Ho cercato in rete recensioni, segnalazioni, anche solo un accenno, e stranamente, a parte i siti che vendono libri, nessuno ne fa menzione. Ed è un peccato, avrebbe meritato più visibilità non fosse altro perché è scritto bene, con un soffio di delicatezza tutta orientale, sebbene l’autore sia italianissmo e tratti temi drammatici come la guerra, le torture, le deportazioni, i campi di rieducazione. Con la collaborazione di Claudio Bussolino, curatore di un sito estremamente interessante sulla Cambogia e non solo , che ha curato la parte storico-topografica, Molinari ci accompagna in un viaggio doveroso e necessario tra le pieghe della storia aiutandoci a fare luce su alcuni fatti e retroscena di un paese antico e misterioso come la Cambogia fatti che stranamente sembrano avvolti da una fitta coltre di silenzio e oblio. Il 17 aprile del 1975 i guerriglieri comunisti passati alla storia con il nome di Khmer rossi  entrarono a Phnom Penh ponendo di fatto fine alla guerra civile e dando inizio al regime di Pol Pot. La Cambogia divenne “Kampuchea Democratica” per un periodo che durò tre anni, otto mesi e venti giorni, fino alla conquista del paese da parte del Vietnam nel gennaio del 1979. Ricordo un documentario piuttosto agghiacciante visto qualche anno fa su Rai 3 che mi aveva reso meno asettico quello che avevo letto nei libri di storia. Come il vento delle risaie con lo stile e la lievità di un racconto tradizionale buddista ci porta a vedere la storia attraverso gli occhi di un umile contadino analfabeta Samang, un uomo semplice, nobile nel suo culto per la famiglia e l’amicizia, la cui massima aspirazione è vivere in pace coltivando le sue amate risaie e suo malgrado si trova catapultato in eventi drammatici di cui non è responsabile. Le nere bombe che cadono dal cielo, bombe americane, quando lui non sa neanche chi siano gli americani o dove vivano, gli portano via sotto gli occhi la giovane moglie Bopha, la moglie più dolce che un uomo potesse desiderare, i soldati Khmer gli portano via suo figlio facendolo diventare uno di loro. Punto culminante della storia è l’incontro tra Samang e Pol Pot, incredibile, forse anche impossibile perché è decisamente improbabile che un contadino avesse potuto avvicinarsi al Fratello Numero 1 senza pagare con la vita. Tuttavia nelle brevi parole che si scambiano, dettate dal coraggio di chi non ha più nulla da perdere, traspare la forza dei sentimenti che si contrappone alla ferocia e alla violenza del potere. Educativo.

Carlo Molinari nasce a Roma nel 1958, dove svolge la professione di chirurgo urologo. Artisticamente, come cantautore, cresce tra le stanze polverose del Folk-Studio di via Sacchi, nel cuore di Trastevere, fucina del cantautorato romano. È autore di testi e musiche. Il cd “La fortuna di un giorno qualunque”, è stato prodotto e pubblicato dall’etichetta indipendente Storie di Note nel 2001.

Source: libro inviato dall’autore.

:: Recensione di Quando cadono gli angeli di Tracy Chevalier a cura di Giulietta Iannone

6 febbraio 2012

Devo essermi addormentata perchè quando mi sono svegliata era buio e di stelle ce ne erano tantissime. Poi ho visto un angelo che cadeva, e poi un altro! Li ho indicati a Maude, anche se naturalmente quando lei si è girata non c’erano più.
Maude ha detto che si chiamano stelle cadenti ma che in realtà sono pezzi di qualche vecchia cometa che si incendiano, e per la precisione si chiamano meteoriti. Ma io so cosa sono in realtà e cioè degli angeli che inciampano mentre viaggiano per portarci i messaggi di Dio. Le loro ali lasciano delle strisce nel cielo finchè non riescono a riprendere l’equilibrio.

Forse più conosciuta grazie al successo di La ragazza con l’orecchino di perla,  Tracy Chevalier, scrittrice americana di romanzi storici molto british style, è anche l’autrice di un romanzo piuttosto particolare intitolato Quando cadono gli angeli, Falling angels, tradotto dall’inglese da Luciana Pugliese e pubblicato per la prima volta in Italia nel 2002 da Neri Pozza Editore. Ripubblicato quest’anno dalla sua consociata BEAT Biblioteca Editori Associati di Tascabili, Quando cadono gli angeli è particolare perché descrive il breve periodo edoardiano, (il romanzo inizia nel 1901 nel giorno della morte della regina Vittoria e finisce nel maggio del 1910 nel giorno della morte di Edoardo VII), da un punto di vista insolito se non decisamente eccentrico: tutto ruota intorno ad un cimitero e al culto tributato ai morti dalla compassata buona società britannica del tempo. L’autrice ha consultato libri come The Victorian Celebration of Death di James Steven Curl, Death, Heaven and the Victorians di Pat Jalland, On the Laying Out, Planting, and Managing of Cemeteries, and on the Improvement of Churchyards di JC Loundon e come se non bastasse, per rendere maggiormente realistica la sua storia, come afferma in un’ intervista al Corriere della Sera del 24 maggio del 2002, per sei mesi si è fatta persino assumere come addetta alla manutenzione nel cimitero londinese di Highgate. «Ho fatto da guida, ho sistemato le piante, ho lucidato le tombe – racconta -. Il cimitero non è molto lontano da casa mia, l’ idea di ambientare lì il romanzo mi è venuta proprio facendo una passeggiata per quei viali. Mi sono completamente tuffata nella storia di questo luogo e mi sono resa conto di come, nei primi anni del Novecento, sia avvenuto un grosso cambiamento nelle celebrazioni funebri, nel modo di vivere il lutto». Al centro  della vicenda due bambine, Maude e Lavinia, e le loro rispettive famiglie, e le persone che man mano incontrano col passare degli anni. Ogni personaggio descrive la sua vicenda in prima persona, in un alternarsi di voci che riflettono la vita nel periodo edoardiano da differenti punti di vista, specchio delle loro classi sociali, e dei loro caratteri. Jenny la cameriera abbandonata con un bambino; Simon il giovane addetto a scavare tombe; Kitty, la madre di Maud, infelice e prigioniera di un matrimonio senza amore che trova la sua strada diventando una suffraggetta; John il direttore del cimitero con cui Kitty consumerà un goffo adulterio; Richard, Albert, i mariti simbolo di una società ancora maschilista e limitata, minata però dal nuovo che avanza sotto forma di progresso, la luce elettrica, le automobili, movimenti sociali, lotta per i diritti delle donne; Gertrude, la paciosa e integrata madre di Lavinia, forse poco brillante e intelligente ma equilibrata e rassicurante. Con leggerezza e  un tocco di frivolezza Tracy Chevalier costruisce un affresco d’epoca, la fine della victorian age e l’inizio del nuovo secolo, un periodo di transizione ancora venato di ottimismo e non ancora oscurato dagli eventi drammatici della Prima Guerra Mondiale. In questo romanzo piccoli drammi ci sono, ma sono familiari, piccoli segreti, tradimenti, anche morti, che lasciano il tempo di domandarsi quale sfumatura di nero si addice al lutto e quanto tempo conservarlo per una cugina di secondo grado. Non mancano scene di sesso tra le tombe e scambi di coppia la notte di capodanno, forse forzature eccessive che avrei evitato, ma piccoli difetti per un romanzo che ha il suo fascino, specie se si è giovani e romantici e si amano i romanzi storici.