:: Un’ intervista con Danilo Arona a cura di Giulietta Iannone

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Benvenuto Danilo su Liberi di scrivere. E’ la prima volta che io ti intervisto ma non è la prima volta che sei ospite sulle nostre pagine: Valentino G. Colapinto ti ha già fatto alcune domande per noi a proposito di zombi. Parlaci un po’ di te, descriviti pensando di rivolgerti a un ipotetico lettore che non avesse mai sentito pronunciare il tuo nome.

Grazie prima di tutto per l’opportunità. Allora… in maggio andrò a compiere 62 anni e, restando confinati nel recinto della scrittura, ho cominciato a scrivere nel ’74, più che altro saggistica, e il mio primo libro per una casa editrice “vera” (Gammalibri, Guida al fantacinema) è del ’78. Andò molto bene, anche perché allora c’era pochissima concorrenza. Da quel momento a oggi, fra alti e bassi, fra assenze intenzionali anche prolungate e momenti di produzione sin troppo intensa, ho siglato una quarantina di titoli fra saggistica tout court, critica cinematografica e narrativa, lavorando per più editori, grandi e piccoli, direi quasi sempre con buone soddisfazioni reciproche. Scriverò sino a quando mi divertirà il farlo. Altrimenti, siccome i libri non mi danno affatto da vivere, si può tranquillamente appendere la tastiera al chiodo. Però al momento mi diverto ancora.

Giornalista, scrittore, musicista, critico, dee-jay, nella vita hai fatto davvero molte cose. Ti piace viaggiare? Sei un turista o un viaggiatore?

Viaggiare? E come se mi piace. Purtroppo il mio lavoro di pagnotta mi costringe a una coatta e pigra staticità. E oggi, con il momento storico in cui siamo immersi, c’è da poco sa scherzare e pure da viaggiare. In ogni caso sarei un viaggiatore. Perché sono un curioso, Gemelli con ascendente Scorpione, e questo spiega in parte le mie diverse facce professionali. In realtà non sopporto la noia. Alla fine della fiera, se e quando posso, viaggio. L’ultima volta che sono riuscito a farlo ho attraversato i fiordi norvegesi sino a Capo Nord.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quali libri leggi?

Alla prima domanda la risposta è sempre quella, documentata nel libro L’estate di Montebuio. Ovvero l’incontro all’età di 12 anni con una mastodontica macchina da scrivere di proprietà di un mio prozio parroco in un paesino di media montagna sull’Appennino Ligure, Montemaggio di Savignone. Era estate, quella del ’62, e quella cosa nera mi sembrò un bel giocattolo con cui misurarmi. E così iniziai a scrivere le mie prime sciocchezze. Non sono pochi, soprattutto tra coloro che hanno letto L’estate di Montebuio, a pensare che io mi sia inventato questa specie di iniziazione “alla King” giusto per scimmiottare l’omone del Maine. Non ho nulla da ribattere. Questa è la verità, e ne avrei di testimoni… Ma poi, che mi si creda  meno, non ha molta importanza. Le cose sono andate così. Per la seconda domanda posso dirti che leggo di tutto, evitando con cura alcune cose da alta classifica con cui non mi sento affatto in sintonia. Purtroppo non leggo tutto quello che vorrei, perché esce troppa roba interessante e posso dedicarmici solo a notte. Altrimenti, quando scrivo e lavoro? Non è il caso di sottolinearlo, ma la precedenza è sempre riservata ai libri degli amici. Che non sono pochi e che hanno una produzione forsennata (vedi il grande Stefano Di Marino…), ma l’amicizia per me è una cosa vera.

Ho letto da poco Rock. I delitti dell’uomo nero di cui avevo già sentito parlare come di una leggenda metropolitana. Il rock è più realtà o leggenda? Ha ancora il valore rivoluzionario della tua giovinezza, della fine degli anni 60? O si è ammorbidito, addomesticato, piegato alle regole dello showbiz? Ricchezza, potere, successo, invece di sesso, droga e rock ‘n’ roll?

Il rock, per quel che percepisco, continua a essere un astuto impasto di realtà e leggenda. Astuto perché oggi, a differenza dei miei anni giovanili “on the road”, è assai manipolabile e si gestisce in buona parte dall’alto.  Non vedo alcuna rivoluzione oggi che possa essere veicolata dal rock. Però i rischi di bruciarsi le penne con delle “vite spericolate” da rocker sono ancora alti. Ma questi alla fine sono i rischi del mestiere. Ricchezza, potere e successo? Ma, sai… quando sei “dentro”, c’è tutto un sistema che lavora con e per te. La vera sfida è non farsi contagiare mentalmente e continuare a fare il tuo lavoro in modo onesto, preparandoti al limite una “uscita” dignitosa. In questo il mondo musicale e quello editoriale dimostrano parecchie affinità. Droga e rock possono tranquillamente non convivere, anche se spesso capita. Il sesso andrebbe invece esteso per obbligo di legge a ogni dimensione artistica, anche non strettamente musicale. Insomma, viverlo il più possibile con serenità e intelligenza.

Sei un musicista, anzi un chitarrista. Con i Privilege  hai fatto tournée e con la famigerata Cobra Record hai inciso addirittura un 45 giri. Quanto c’è di autobiografico, di vita on the road in Rock?

Tutta la prima parte, per capirci quella intitolata Gli anni del Serpente, è assolutamente, visceralmente direi, autobiografica. Qualche tocco romanzesco, giusto, per incorniciare le vicende nel tema di fondo. Ma tutte le disavventure dei Privileges (con la “s”) di Rock sono sostanzialmente autentiche, dal feroce scherzo del carro agricolo fissato al terreno con dei ganci alla surreale serata all’aperto in Val d’Aosta in pieno ottobre. Poi ci sono i membri del gruppo, che non sono proprio “loro”, ma una sintesi dei vari “loro” con cui ho suonato. Io lavoro così, basandomi su cose, eventi, location e personaggi che conosco bene e che devono per forza provenire dalla mia vita. Quegli anni da musicista, il primo blocco quasi ininterrotto dal ’65 al ’74, sono ancora un deposito di storie da sfruttare.

Ma il liscio, la musica campagnola di cui parla Sam Hain, è davvero l’autentica musica del male? Penso ai balli a palchetto fatti per trovare ragazze, a quelle trasmissioni su Telesubalpina, con tanti simpatici vecchietti accaldati e un po’ brilli. Alle fiere paesane, retaggio di tradizioni contadine ancora vive almeno nel nostro Piemonte, con il vino quello buono, il fritto misto, il salame fatto in cascina.

Ma no, insomma… è un paradosso, uno scherzo, giusto per non dimenticare che qui, in Piemonte, ci troviamo e non a Nashville. Però è un dato di fatto: per tutta la seconda metà degli anni Sessanta, i posti che offrivano lavoro e possibilità di esibizione per un gruppo come i Privilege (quelli veri) erano autentiche “chiese” del liscio dove ti guardavano storto se cantavi in americano e se facevi distorcere le chitarre. Qualsiasi musicista di quell’epoca che abbia girato i balli a palchetto e le balere di paese può renderne testimonianza. La cosa difficile da trovare era il giusto mix tra trasgressione e tradizione. In molti posti all’inizio ti sopportavano, ma poi dovevi darci dentro – e tanto – con valzer, mazurche, tanghi e paso doble. Altrimenti rischiavi persino di non essere pagato. Però, siamo sinceri, esisteva un lato divertentissimo in questa sorta di disfida sottintesa. Da qui proviene l’idea del tutto ironica di equiparare il liscio italiano alla cultura reazionaria – si può ancora dire “reazionaria”? –  americana espressa dai Grandi Fustigatori.

Sam Hain bel personaggio, il personale babau di Jimi Hendrix bambino, una versione cattiva e distorta del grande mito del rock, un po’ un suo alter ego diabolico. Da musicista in cosa era grande Jimi Hendrix? C’è attualmente in circolazione in Italia o all’estero qualche musicista che gli somigli?

Nessuno assomiglia a Jimi Hendrix, neppure da lontano. Lui è stato unico. E l’ha pagata. Quell’unicità è veramente un dono diabolico per il quale devi pagar pegno, e piuttosto presto. Okay, è simbolismo, non prendermi alla lettera. Hendrix ha rivoluzionato il modo di suonare la chitarra con tutta una serie di componenti che potrei stare qui a elencare e analizzare, che so, la tecnica della mano destra (lui era mancino), gli effetti, il feedback degli altoparlanti, l’uso della leva del vibrato, i volumi e persino i testi, straordinari e fantascientifici, di cui spesso ci si dimentica. Ci sono stati e ci sono alcuni hendrixiani in giro molto bravi, ma penso che neppure costoro si siano mai sognati di “assomigliare” al nostro. E’ stato, è il numero 1, punto.

Funghi allucinogeni, peyote, acidi, lsd, eroina, ne circola davvero tanta di droga nel mondo del rock o è tutta propaganda di improvvisati Grandi Fustigatori, crociati della domenica che strillano di messaggi subliminali, contenuti satanici, e chi più ne ha ne metta? Perché il rock fa ancora paura?  

Oggi la droga, in qualsiasi forma, circola dappertutto. Il pianeta tutto è un’immensa riserva di consumo per coltivatori, spacciatori, cartelli e mafie, senza scomodare il rock. Che il rock faccia ancora paura,  mi pare solo più una tesi strumentale ai vari Padri Amorth per  tutte le volte che tirano in ballo Marilyn Manson e affini come gruppi demoniaci che favoriscono  la possessione o l’iniziazione al satanismo. Possiamo chiuderla velocemente con il solito e un po’ trito commento: non servono i demoni per praticare il male in terra… L’uomo ci riesce benissimo da solo. Per quanto sui demoni, a mio parere, quanto meno su quelle entità che potremmo scambiare per tali, servirebbe un approccio il più scientifico possibile. Perché sono realtà invisibili, ma realtà con cui ogni tanto qualcuno si connette e interagisce. Lo dice un laico.

Rock e horror un vero matrimonio d’amore. La storia del rock è costellata di tragedie, e c’è quasi un gusto macabro nel celebrarle, muore una star a 27 anni o meno, e subito dietrologie, mistero, eccessivo clamore specie da parte dei mass media più che dei fan. L’horror ama fare paura, indagare il lato oscuro, giocare con la morte. Da maestro dell’horror da dove nasce la paura?

In senso lato, la paura nasce proprio dal rapporto fantasmatico che l’uomo ha con la morte. E’ per questo che la paura è il sentimento che primeggia nella quotidianità, ancor più dell’amore (purtroppo, andrebbe rimarcato…). Paura che domina lo spazio dell’attesa, l’anticlimax della vita ancor prima degli scrittori. E’ questo vuoto pneumatico che, tanto nella vita reale che in letteratura, si riempie di “presenze”, non importa se endogene o esogene (per capirci). Il vero terrore – questo è il mio parere – nasce appunto in una regione della mente dove la morte incombente (perché incombe ogni giorno, ci piaccia o meno) è costantemente visualizzata e annunciata da “signs” alla Shyamalan. In gergo cinematografico e anche musicale è un “levare” continuo che potrebbe quasi persino fare a meno del “battere” – anche se il battere, poi, per una questione di simmetrie e di circolarità motivazionali deve arrivare perché così impongono i meccanismi. A dirla con sincerità, sogno da tempo di scrivere in tutta libertà un testo tutto “in levare” che possa continuare a far paura anche quando l’hai rimesso al suo posto, nello scaffale o sul comodino. Però prima devo conoscere l’editore che voglia occuparsene.

Si è discusso che l’horror senza soprannaturale non è horror. Tu che ne pensi?

Mah… sono discussioni accademiche fra addetti ai lavori e fan. Altrimenti staremmo qui ad        arrovellarci se Hannibal the Cannibal, il predicatore pazzo de La morte corre sul fiume o la      famiglia di Faccia di Cuoio siano o non siano horror. Wrong Turn, Le colline hanno gli     occhi, L’ultima casa a sinistra, i vari Hostel… come dovremmo chiamarli? Splatter, slasher,     blood and gore? Posso dichiarare un sincero chissenefrega di tutta questa voglia di     etichettare che poi ci ritroviamo per altri versi nelle altre varie declinazioni di quella     affollatissima narrativa simil-horror con vampiri adolescenti, licantrope lolite e guerriglie     urbane – edulcorate per ragazzine di buon famiglia – tra le varie creature della notte?     Paranormal romance, urban fantasy, young adults, new gothic, dark neo-romantic, miriadi di     etichette per una quantità inverosimile di libri tutti uguali che in libreria affollano, a torto,     scaffali sopra i quali zelanti commessi hanno appiccicato l’etichetta “horror”. E di horror,     quello quanto meno recensito da giornali come “Fangoria” o prodotto dai membri della     Horror Writers Association, neanche l’ombra. Questa narrativa parallela, partita  in serie     dopo     Twilight, toglie in verità spazio e ossigeno all’horror “vero”. Come il rock,  l’horror     non è un genere per anime sensibili. Anzi, come il rock, l’horror deve farti perdere la     verginità. Metafora sufficientemente comprensibile?

Se ti definissero lo Stephen King della bassa padana, sorridi o ti arrabbi? Quale libro di King ami di più? In cosa ti somiglia e in cosa no?

Siccome sono nato nella bassa padana e ancora ci vivo, so bene che quando si dice una cosa del genere, di reale c’è soltanto la presa per i fondelli. Quindi, essendo fatto in un certo modo, parteciperei allo scherzo con una sana e grassa risata. Poi ritengo che non sia affatto un bene tentare di assomigliare a King. E’ una sublime sciocchezza che penso di non dover spiegare. Purtroppo esistono territori narrativi che sono specifici di una generazione e della letteratura horror tout court, che so… gli adolescenti degli anni Sessanta alle prese con i mostri che simboleggiano le difficoltà di accesso all’età adulta. Questa non è un’esclusiva kinghiana, anche se King ne ha fatto arte imperitura e immortale. Siamo nel regno degli archetipi che, come tali, appartengono a tutti. E non si scimmiotta King se altri scrittori, tanto in America quanto in Italia, si cimentano con moduli narrativi che fanno un po’ Stand By Me, per capirci. E che tutti – quanto meno tutti quelli che scrivono horror – hanno da qualche parte, nella loro biografia giovanile, una “estate della paura”. Basta prendere in considerazione la produzione del nostro, straordinario Eraldo Baldini, che oggi è uno scrittore mainstream con un’anima profondamente gotica.

Cos’è Onryo? Ce ne vuoi parlare?

Un progetto un po’ folle e audace nato da una serie di scambi di opinione incrociati tra me, Alan Altieri e Massimo Soumaré. Ovvero, un’antologia di ghost stories che mettesse a confronto la “scuola” giapponese con la nostra. L’abbiamo intitolata Onryo – che è il nome nipponico degli spettri furiosi che non vogliono lasciare la nostra dimensione – per doveri di ospitalità. Ci sono sei autori, contattati e curati da Massimo, che sono fra i massimi esponenti della letteratura tout court nel Sol Levante, contro altrettanti che qui  però abbiamo dovuto “pescare” dalla narrativa di genere (e la differenza di status è evidente – in Giappone, se scrivi di fantasmi, nessuno ti confina in un ghetto…). Che posso dirti? Massimo e io ne siamo fieri. La risposta è stata buona e i racconti sono piaciuti. Dato che le antologie sono di per sé oggetti “difficili”, si può cantare vittoria. Resta il problema di fondo che caratterizza in negativo la narrativa di cui mi occupo assieme a tanti altri in Italia: siamo sempre un po’ figli di un dio minore e all’occhio attento non sfugge che Onryo è stata ospitata nella collana “Urania”, con qualche borborigmo di disappunto da parte dei puri della fantascienza. Costoro avranno anche ragione. L’antologia era stata pensata per EPIX, che purtroppo ha chiuso (secondo me prematuramente), lasciando sul terreno tanti altri, ottimi titoli “acquistati” e per i quali non s’intravede sbocco.  All’imprenditore che non sonnecchia  affatto dentro di me sembra una follia, ma da Segrate potrebbero pure rispondermi che la cosa non mi riguarda.

Solo da alcuni anni c’è stato una sorta di sdoganamento, almeno in Italia, dell’ horror, da fenomeno underground ha acquistato una sua dignità letteraria per molto tempo ignorata: scrittori interessanti lo frequentano, editori importanti lo pubblicano, lettori forti ne seguono le uscite con costanza e cercando qualità, idee nuove, contaminazioni anche con altri generi. Dal pulp americano anni 30 ne ha fatta di strada? Ottimista per il futuro?

Sì, lo sdoganamento c’è stato. Persino Einaudi ha pubblicato degli horror notevoli. E c’è stato il grande lavoro propedeutico di case come Gargoyle, con puntate niente affatto casuali di Fanucci, Perdisa, Newton Compton, Marsilio e altre ancora. Adesso però le cose mi paiono un po’ (troppo) in fase di stallo, come dimostra il recente cambiamento di linea editoriale proprio da parte di Gargoyle. In un mercato culturalmente colonizzato come il nostro,  dove si acquistano a carissimo prezzo altisonanti sconosciuti americani, gli autori italiani devono faticare il doppio per piazzare i loro prodotti. Un po’ per colpa di quella narrativa simil-horror di cui parlavamo prima che ha usurpato lo spazio in libreria. E un po’ perché da parte del grosso pubblico l’autore dal cognome italiano è giudicato privo di appeal e di credibilità.  Un pregiudizio vecchio e stantio che ci ributta in quel Medio Evo in cui Sergio Leone doveva firmarsi Bob Robertson, purtroppo equamente condiviso fra lettori, librai e distributori (non tutti, ovvio, ma la maggioranza sì…). Persino un autore americanissimo com Tom Piccirilli non trova quote nel nostro mercato a causa del suo cognome… Che è un paradosso demenziale se pensi a tutte le eccellenze italiche diffuse nel mondo. Pensa te che io tutti i giorni, nel mio lavoro imprenditoriale (mi occupo di prodotti biologici), ho a che fare con clienti che si mi dicono con fervore: “Mi raccomando, che sia italiano”, e hanno ragione visto che dall’America, dalla Cina o dall’Est adesso arrivano pure vino barbera e parmigiano… In editoria, per la nostra narrativa, le cose viaggiano agli antipodi. Un festival conclamato dell’ignoranza strettamente collegato a mio parere al fatto che in Europa, su quindici paesi, siamo scivolati al penultimo posto per acquisti in libreria.

Edizioni XII mi ha dato grandi soddisfazioni, tanti giovani talenti nostrani da tenere d’occhio. Tra le donne, forse ancora un po’ trascurate, che autrici italiane consiglieresti di leggere?

Mah, trascurate non direi. Lorenza Ghinelli è stata premiata dal pubblico. E giustamente, direi: Il divoratore è stupendo, un vero horror senza fronzoli che colpisce nelle parti molli. Ma le donne bisogna leggerle tutte perché, lo dico da sempre, avete una marcia in più, sin dai tempi di Daphne Du Maurier… Teodorani, Palazzolo, Santamaria, Manni, Baraldi, Astori, Salvatori… Mamma mia, odio gli elenchi perché ti dimentichi sempre di qualcuno, Comunque sì, sempre più spazio alle penne femminili. E sui XII è noto che il mio cuore batte per loro e li consideri degli ideali compagni di strada (tra le tenebre…).

Attualmente stai scrivendo ? Puoi anticiparci i tuoi progetti a breve e lungo termine?

Guarda, vorrei stupirti. Sto soltanto elaborando “progetti”. Corposi, quel che basta perché si capiscano, si apprezzino e spero “si vendano”. Dal 2012 lavoro così. Quindi, se mi vedrai in libreria, è perché li ho venduti oppure qualcuno mi ha telefonato per farmi lavorare su commissione. Non ho più voglia di scrivere al buio. Siccome gli anni che mi restano da vivere non sono tanti come quelli che andrò a compiere in maggio, voglio amministrare il mio tempo in maniera differente. Credo di potermelo concedere dopo quaranta titoli. Sul piano personale, quello creativo e autoriale, credo di non avere ancora espresso il mio meglio, soprattutto quello riferentesi a una parte qualitativa resa preziosa dalla maturità e da una vita intensamente vissuta e ricca di esperienze. Ma, senza presunzione, smetto di andare in giro a fare il rappresentante di me stesso. Chi mi vuole, sa dove e come trovarmi. Ciò detto, ho da scrivere quattro racconti per altrettanti lavori di gruppo. E questi sono lavori commissionati. Significa che da qualche parte, nella giungla editoriale, qualcuno mi ama, completamente ricambiato.

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8 Risposte to “:: Un’ intervista con Danilo Arona a cura di Giulietta Iannone”

  1. Rock. I delitti dell'uomo nero | Edizioni della Sera Says:

    […] Un’intervista con Danilo Arona, 21 febbraio 2012 – fonte: Liberi di scrivere {lang: 'it'} […]

  2. wolfghost Says:

    Accidenti, un’intervista tosta, con domande (e risposte) che spaziano in tanti campi 🙂
    Complimenti a Danilo per la vita che, nonostante il “lavoro per la pagnotta”, come dice lui, sa di avventuroso e di eclettico 😉
    In quanto a paura e amore, il maestro era il buon Poe, che a domanda sul perche’ nei suoi romanzi c’erano sempre eroine che morivano, rispose che l’uomo e’ colpito da due cose: le donne e la morte, per cui ce le metteva sempre entrambe! 😛

    • liberdiscrivere Says:

      Grazie Wolf, spero di non aver esagerato, comunque Danilo non si è tirato indietro, davvero belle risposte di un grande della nostra letteratura non solo horror! Se non l’hai letto leggi anche Malapunta 🙂

  3. Agostino Says:

    UNA INTERVISTA A 380 GRADI, complimenti davvero.

  4. indicedilettura Says:

    Intervista interessante ad un autore la cui serietà è pari alla bravura. Grazie ad entrambi! Antonello

  5. indicedilettura Says:

    “è pari” 🙂 ciao!

  6. liberdiscrivere Says:

    Grazie, Antonello. Corretto 🙂

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