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:: Recensione di I collezionisti di destini di Stephen J. Cannell (Gargoyle, 2012) a cura di Giulietta Iannone

6 luglio 2012

Mentre Arnold Schwarzenegger tiene paralizzata mezza Los Angeles per girare il suo ennesimo film a base di muscoli e azione il sergente Shane Scully del LAPD ha le sue grane. Per prima cosa si è preso in casa il figlio di un’informatrice Charles “Chooch” Sandoval, un quindicenne mezzo teppista, diffidente e arrabbiato, che quasi si fa sbattere fuori da scuola per aver venduto erba ai compagni, del quale deve conquistarsi il rispetto e la fiducia, scoprendo a sue spese che il ruolo di padre non è una passeggiata. Poi cosa ancora più grave si trova ad avere a che fare con gli Affari Interni seriamente intenzionati a mandare la sua vita a puttane. Ma andiamo con ordine. Una notte il telefono lo sveglia e Barbara Molar una sua ex ragazza, ora sposata ad un ex compagno di pattuglia, gli chiede disperatamente aiuto. Shane, senza scarpe si fionda a casa sua per difenderla dal marito violento e durante la colluttazione che ne segue è costretto ad ucciderlo sparandogli una pallottola in fronte per legittima difesa. Ray “Dente d’Acciaio” Molar ha sparato per primo e Shane non ha proprio avuto scelta ma sin da subito le cose si complicano. L’idea della legittima difesa viene scartata e invece fiocca una bella e buona accusa di omicidio con tanto di commissione Affari Interni decisa ad avere la sua testa e guidata da una sua vecchia conoscenza, Alexa Hamilton, una specie di mastino in tailleur che colleziona i distintivi dei colleghi come fossero trofei, il titolo originale The Tin Collectors  “I collezionisti di latta” si riferisce proprio nel gergo poliziesco a questo. Cosa ancora più strana è poi il fatto che Ray Molar poliziotto ottuso, violento e corrotto, il prototipo del cattivo poliziotto, siamo nel periodo poco successivo all’aggressione di Rodney King che viene citata un paio di volte, anche se autista e guardia del corpo del sindaco o forse proprio per questo, viene di colpo riabilitato e presentato come un’icona di coraggio e dedizione al lavoro con tanto di funerale con tutti gli onori. Shane è perplesso, a difenderlo il poliziotto in pensione DeMarco Saint una specie di hippy alcolizzato con di grigia coda di cavallo di ordinanza che vive in un bungalow sulla spiaggia. Non gli resta che iniziare una personale indagine che più prosegue e più scoperchia un intrico di corruzione e di fango che arriva fino alle alte stanze del sindaco. Inaspettato l’aiuto di Alexa da nemico ad alleato in un’ indagine che porterà l’intero Dipartimento della Polizia di Los Angeles a fare i conti con i suoi scheletri. I collezionisti di destini (The Tin Collectors, 2001) di Stephen J. Cannell, edito da Gargoyle nella collana Extra e tradotto da Benedetta Tavani, è il primo volume della serie di undici romanzi che vede protagonista il sergente della Polizia di Los Angeles Shane Cully e che probabilmente la Gargoyle pubblicherà nei prossimi anni. Poliziesco classico di tipo procedural con una solida struttura narrativa e una buona ricostruzione delle dinamiche e delle procedure del Dipartimento di Polizia di Los Angeles I collezionisti di destini è davvero un libro ben scritto, capitoli brevi che si susseguono come proiettili, aumentando in crescendo la suspense e conditi con divertita ironia che attenua un po’ la tristezza e la solitudine del protagonista un poliziotto il cui istinto investigativo è proporzionale ai suoi principi e al senso di giustizia che lo contraddistingue. Bellissimo e delicato il rapporto tra Shane e il giovane Chooch, un rapporto padre e figlio che arricchisce il personaggio di sfumature interiori come non succede spesso nei thriller di pura azione. Qui certo l’azione non manca dalla scena iniziale in poi sarà un susseguirsi di sparatorie, minacce, inseguimenti che lasceranno al lettore ben poco tempo per annoiarsi. Cannell è un narratore di razza, ha senso del ritmo e dei tempi dell’azione, usa l’ironia come un veleno che pian piano entra in circolo e non se ne può più fare a meno. La caratterizzazione dei personaggi è accurata, nitida senza sbavature e la Los Angeles che emerge è vivace e vitale. Bello il personaggio di Sandy Sandoval una madre che ha per il figlio grandi sogni e quello di Alexa Hamilton sergente tutto di un pezzo ma sinceramente intenzionata a fare pulizia nell’intrico di violenza e corruzione che appesta il sistema in cui ancora crede e a cui ha dedicato la vita. Cannell non ha certo la cattiveria di Ellroy ma un po’ le atmosfere di L.A. Confidential sono presenti e rendono la lettura davvero piacevole. Un ottimo poliziesco, da non perdere.

Stephen J. Cannell (Los Angeles, 1941 – Pasadena, 2010) è stato un maestro della narrativa seriale americana, con cui si è misurato in varie vesti (scrittore, sceneggiatore, produttore e attore). Malgrado una grave forma di dislessia, nel 1964 Cannell si laurea in Giornalismo e, di lì a qualche anno, inizia a collaborare con la Universal come autore free lance di alcuni episodi de “Il tenente Colombo” e “Ironside”. Dal 1971 la collaborazione con la major diventa stabile e Cannell si distingue quale sceneggiatore di serie tv di grido come “Agenzia Rockford” (vincitrice di tre Emmy Award nel 1977, 1979 e 1980) e “Ralph supermaxi eroe”. Nel 1979 fonda la Stephen J. Cannell Productions e nel 1986 i Cannell Studios, realizzando alcuni tra i successi seriali più significativi del ventennio a venire, tra cui “A-Team”, “21 Jump Street” e “Renegade”. Nel 1996 esce il suo primo romanzo, The Plan, un thriller sui tentacoli della mafia nella politica a stelle e strisce, che diventa subito un bestseller negli USA; segue un’altra mezza dozzina di libri in un crescendo di vendite. Nel 2001 Cannell inizia a scrivere il ciclo del detective Shane Scully: otto romanzi, tutti bestseller del New York Times, pubblicati tra il 2001 e il 2011, che vendono in totale circa un milione e mezzo di copie nei soli Stati Uniti. I collezionisti di destini, primo titolo del ciclo, resta quello di maggiore successo con 240.000 copie vendute.

:: Recensione di Quando chiama una sconosciuta di Margaret Millar (Polillo editore, 2012) a cura di Giulietta Iannone

2 luglio 2012

Attraversò il salotto e aprì la portafinestra che dava su un piccolo balcone. C’era posto appena per una sedia, e lì Miss Clarvoe si sedette per guardare il viale tre piani più sotto. Era pieno di luci e di automobili, e i marciapiedi brulicavano di gente. La notte era piena di vita. I rumori giungevano strani alle orecchie di Miss Clarvoe, come se provenissero da un altro pianeta.
Una stella apparve nel cielo. La prima stella della sera, alla quale si usa confidare un segreto desiderio. Ma Miss Clarvoe non aveva desideri. I tre piani che la dividevano dalla folla erano lontanissimi, come quella stella nel cielo.

Quando chiama una sconosciuta (Beast in view, 1955) di Margaret Millar, (moglie di Kenneth Millar, che proprio per non oscurare la fama della moglie scelse lo pseudonimo di Ross Macdonald), edito nella collana i Mastini della Polillo Editore nella traduzione di Giovanni Viganò, è un thriller psicologico molto hitchcockiano giocato sull’ambiguità e il dubbio.
Vincitore nel 1956 dell’Edgar, e presente nella lista dei migliori 100 romanzi crime di sempre, stilata dalla Mystery Writers of America, Quando chiama una sconosciuta è un romanzo scritto magnificamente, non a caso è considerato l’opera migliore della Millar. Forse solo un po’ accusa lo scorrere del tempo, (fu pubblicato nel 1955 epoca in cui le malattie mentali e l’omosessualità erano ancora un tabù e le prime venivano curate con la lobotomia e l’elettroshock), tuttavia possiede e conserva un fascino vintage che interesserà sicuramente gli appassionati.
Helen Clarvoe, la donna al centro di questa vicenda, ricca e disperata trentenne californiana chiusa dopo la morte del padre in un volontario isolamento in un albergo di terz’ordine di Hollywood, un giorno riceve la telefonata di una squilibrata che dice di chiamarsi Evelyn Merrick, di essere sua amica anche se lei non se la ricorda affatto e che la terrorizza con farneticanti dichiarazioni che la spingono a cercare l’ aiuto di Paul Blackshear amico di suo padre e suo consulente finanziario.
Paul sul momento è scettico, Helen Clarvoe non gli piace, tuttavia, un po’ per noia, un po’ perché nessuno si occuperebbe di aiutarla, tanto meno la polizia, si mette sulle tracce di questa Evelyn Merrick.
Prima si reca in una scuola per modelle, poi da alcuni fotografi e pittori che si occupano di foto e dipinti artistici, e intanto scopre che Helen Clarvoe non è la sola vittima delle telefonate assurde di Evelyn Merrick.
Recandosi poi dalla madre di Helen finalmente ne scopre anche l’identità. Sarebbe l’ex moglie di Douglas, fratello di Helen Clarvoe. Lo shock per la scoperta dell’omosessualità di Douglas, con conseguente annullamento del matrimonio, sembrano le cause del crollo psichico e nervoso di Evelyn o almeno così parrebbe. Ma la verità naturalmente è tutt’altra.
La bravura della Millar a mio avviso consiste nella creazione dei personaggi, nelle sfumature psicologiche che è capace di dare con pochi tratti e nel senso di minaccia, d’allarme, d’angoscia legato ad un vero senso di malessere che cresce più si va avanti nella lettura.
Più si crede di aver acquisito certezze, assolutamente non veicolate da falsi indizi, (la Millar seppure giochi un po’ con il lettore è tuttavia fondamentalmente leale e lascia varie tracce per la risoluzione del mistero legato alla personalità disturbata della presunta Evelyn Merrick), più queste sfuggono in un finale che se forse non sorprenderà più gli smaliziati lettori di oggi, pur tuttavia conserva un tristezza e una malinconia che ci accompagneranno fino all’ultima scena.

:: Recensione di La fabbrica delle vespe di Iain Banks (Meridiano Zero, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 giugno 2012

E dove sono adesso, dove io e Eric siamo seduti, sdraiati, a dormire, a guardare, in questa calda giornata d’estate, tra sei mesi cadrà la neve. Il ghiaccio e il gelo, la brina e la condensa, il vento ululante che arriva dalla Siberia, spinto sopra la Scandinavia a spazzare il Mare del Nord, le acque grigie del mondo e l’aria livida dei cieli. Tutte queste cose poggeranno le loro mani fredde e decise su questo posto e ne prenderanno possesso.
Voglio ridere, o piangere, o tutt’e due le cose, mentre sto qui a pensare alla mia vita, alle mie tre morti. Quattro, ora, visto che la verità di mio padre ha ucciso ciò che io ero. 

La fabbrica delle vespe (The Wasp Factory, 1984) libro d’esordio dell’autore scozzese Iain Banks, tradotto da Alessandra Di Luzio, (autrice anche della interessante postfazione da leggere rigorosamente dopo aver letto il romanzo fino all’ultima parola), fu edito per la prima volta in Italia con il titolo La fabbrica degli orrori da Fanucci nel 1996, per poi passare a Guanda e Tea alcuni anni dopo.
Ora, dopo che Alessandra Di Luzio ha rivisto e revisionato la traduzione, approda a Meridiano Zero e inaugura la collana “de te fabula narratur” punta di diamante del nuovo corso della gloriosa casa editrice padovana intrapreso con la acquisizione da parte di Odoya.
In più occasioni definito romanzo di culto La fabbrica delle vespe è un romanzo decisamente surreale e inquietante e per alcuni versi anche scioccante non tanto per gli aspetti macabri e per la violenza descritta fin nei minimi dettagli contro animali e bambini, sottolineata da abbondanti dosi di humour nero, ma per la totale naturalezza con cui il protagonista descrive il suo essere percepito come normale e deprivato quasi da ogni senso di colpa, sebbene abbia la consapevolezza di avere crimini spaventosi sulla coscienza.
Frank Cauldhame, il sedicenne antieroe e narratore in prima persona di questa terribile favola macabra, possiede o è posseduto dal Male nella sua forma più velenosa e eccessiva. La sua infanzia, la sua adolescenza sono dominati da un segreto che verrà rivelata nell’ultimo capitolo, forse nel finale più sconcertante che abbia mai letto.
La tentazione di rivelarvi questo segreto è tanta e la capacità della traduttrice di non fare trapelare nulla durante la traduzione è davvero eroica, per cui cercherò di resistere e di parlarvi di questo libro senza rovinarvi il salto sulla sedia che farete nel leggere di cosa Frank è vittima, fatto che ribalterà probabilmente in parte la pessima opinione che vi sarete fatti di lui o anche se non giustificherà del tutto il suo comportamento perlomeno gli darà una spiegazione comprensibile e quasi razionale.
Dite che è impossibile? Non conoscete il sottile amore per il paradosso di Iain Banks, conosciuto in Italia forse più per i suoi libri di fantascienza con il nome di Iain M. Banks, ma capace di costruire trame contaminate di horror e critica sociale davvero sinistre.
Frank Cauldhame adolescente complicato e fuori dalla società, non ha certificato di nascita né è mai andato a scuola, vive con il padre in una piccolissima isola della Scozia in uno stato di quasi completo isolamento sacerdote di un culto quasi religioso che implica le immolazioni come vittime di piccoli animali e anche di tre bambini, uccisi quando non aveva ancora compiuto dieci anni.
La sua sete di sangue e di dolore sembra avere origini oscure probabilmente legate a cosa succede dietro la porta dello studio di suo padre, sempre chiusa a chiave. La strana normalità in cui Frank è immerso sembra precipitare quando vengono avvertiti che il fratello Eric, piromane da anni rinchiuso in ospedale psichiatrico, è scappato e la polizia pensa che sia stia dirigendo nell’isola per tornare a casa.
Per palati forti.

Iain Banks (Dunfermline 1954-2013), grandissimo scrittore scozzese, è considerato dalla critica e dai lettori l’autore più significativo emerso nella fantascienza britannica contemporanea. Dopo aver girato l’intera Europa in autostop svolgendo i più svariati lavori, negli anni Ottanta è clamorosamente salito
alla ribalta letteraria con la pubblicazione del romanzo La fabbrica delle vespe (Meridiano Zero 2012). Fra le sue opere fantascientifiche magistrali sono i romanzi appartenenti al celebre “Ciclo della Cultura”.

:: Recensione di La notte che sono andata via di Cristiana Danila Formetta (MilanoNera, 2011) a cura di Giulietta Iannone

26 giugno 2012

Gli amanti hanno sempre qualcosa di speciale che li lega, un posto che ha un significato segreto, una canzone. Noi invece avevamo Godard, frammenti di bianco e nero senza musica. La nostra colonna sonora era la strada, le stazioni ferroviarie dove mi vedevi arrivare, il fischio monotono dei treni di passaggio, lo stridore delle rotaie, il frastuono del metallo che copriva le banali melodie da spot pubblicitario che entrambi fingevamo di odiare. Eravamo corpi in transito, viaggiatori distratti che si perdevano di stazione in stazione. Nessuno faceva caso a noi, nessuno pareva notare quanto lunghi fossero i nostri abbracci.

Parlare di erotismo è sempre difficile e complesso un po’ perché ognuno di noi ha una propria percezione di cosa sia erotico o meno, un po’ perché fa parte di qualcosa di così profondo e antico insito nell’uomo che è sempre necessario usare rispetto e sensibilità per definirlo. E sensibilità e rispetto utilizza Cristiana Danila Formetta in questo suo racconto/lettera/monologo La notte che sono andata via uscito in ebook per la collana pink di MilanoNera. Una donna per metabolizzare, spiegarsi, decifrare un amore che si è chiuso con un abbandono si espone in prima persona e tenta di raccogliere i frammenti di una storia fatta di sentimenti, necessità, sensualità, sesso e amore. Una storia semplice, anche se le persone coinvolte sono complesse, una storia che può richiamare alla mente nostre stesse storie conclusisi con un addio. E cosa c’è di più erotico dell’assenza, del desiderio che sempre ci sfugge, che ci eccita, ci emoziona, a volte ci fa soffrire perché implica scelte, decisioni non sempre facili non sempre prive di rischi. E l’autrice sfuma tutte queste gradazioni d’amore senza essere mai volgare, senza turbare la sensibilità di nessuno, con naturalezza, spontaneità, sincerità. Una bella storia, forse troppo breve, dove i protagonisti si materializzano come ombre che si trasformano in persone, persone reali, fatte di carne e sangue, fatte di ricordi, sogni, necessità, ma anche debolezze. La protagonista arriva ad analizzare il rapporto con il marito senza nascondere a se stessa la sua necessità di sicurezza, di stabilità, che con l’amante sfugge, perché anche lui è sposato, ha una figlia, si sente in colpa. Leggetela se ne avrete occasione, non ci sarà un lieto fine apparente, ci sarà una donna che forse è avvolta da un po’ di amarezza e rimpianto ma tuttavia lascerà qualcosa in noi, e non è poco.

:: Recensione de Il cammino del penitente di Susana Fortes (Nord Edizioni, 2012) a cura di Giulietta Iannone

16 giugno 2012

Nessuno può proteggere un altro per sempre. Prima o poi, anche lei sarebbe diventata grande, e avrebbe dovuto affrontare il mondo da sola. Ci pensava spesso, quando vedeva quei ragazzi, non ancora maggiorenni, che uscivano dalle discoteche stravolti, con lo sguardo perso, come se fossero stati catapultati fuori da un tunnel, ritrovandosi in un mondo sconosciuto e ostile. O quei gruppi di liceali che passavano il sabato sera a ubriacarsi accanto alla stazione, lasciando il piazzale coperto di bottiglie di birra vuote. In che momento i maghi abbandonavano la mente dei bambini, lasciando il posto alle forme astratte della notte o a quelle del crimine? Magari anche Patricia Palmer aveva avuto il suo mago vestito di verde, come quello appena descritto da Candela, con un cilindro pieno di stelle. Castro non riusciva ad immaginare lungo quali labirinti potesse perdersi una studentessa di Filosofia, ma ormai non aveva dubbi sul fatto che quella ragazza si fosse infilata da sola nella bocca del lupo cattivo.

Santiago de Compostela, cuore sacro della Galizia, con la sua cattedrale che conserva le reliquie dell’apostolo Giacomo il Maggiore, meta sin dal Medioevo di pellegrinaggi irrinunciabili per tutta la cristianità, è lo scenario principale del nuovo thriller a carattere religioso di Susana Fortes Il cammino del penitente (La Huella del Hereje, 2011) tradotto dallo spagnolo da Patrizia Spinato e edito in Italia da Nord Edizioni. Susana Fortes è un nome piuttosto noto tra i lettori di thriller che hanno al centro misteri che traggono le loro origini in periodi storici lontani, ha raggiunto infatti una certa fama internazionale con il suo thriller d’esordio Quattrocento edito dalla Nord nel 2008, con al centro la congiura dei Pazzi e la Firenze dei Medici.
Tutto ha inizio con il ritrovamento del cadavere di una giovane studentessa di Filosofia, Patricia Palmer, uccisa un venerdì di febbraio nella Cattedrale di Santiago de Compostela e depositaria e scopritrice di un segreto che sembra averne determinato la morte. Il commissario Lois Castro, poliziotto fuori dagli schemi, magro e spigoloso, divorziato e padre di una splendida bambina, si trova ad indagare sul suo omicidio incerto su come comportarsi. Non può dimenticare che la scena del delitto è un luogo di culto per milioni di fedeli, e pur non essendo credente sente che quel luogo rende il delitto diverso da tutti gli altri.
Primo sospettato il fidanzato della ragazza, Robin, improvvisamente scomparso e una traccia se pur esile sembra condurre le indagini verso il passato ambientalista della ragazza. Sembra infatti che Patricia Palmer, membro attivo di un piccolo gruppo ecologista L’arca di Noè, avesse passato alcune notti in commissariato per via di un incendio ad un’ azienda di fertilizzanti, la Ferticeltia, responsabile di uno dei più gravi disastri ecologici della Galizia e che questo le avesse attirato parecchi nemici.
A capitoli alterni le indagini di Castro si intervallano con quelle di una giovane giornalista Laura Marquez incaricata dal suo giornale l’Heraldo Gallego di indagare sulla scomparsa di un antichissimo manoscritto del Liber apologeticus, un testo del IV° secolo attribuito a Priscilliano, vescovo di Avila, condannato a morte per eresia dal concilio di Bordeaux. Laura sospetta che questa scomparsa nasconda un mistero ben più fitto e quando scopre che la ragazza uccisa nella Cattedrale fu l’ultima a visionare il testo i suoi dubbi diventano certezze.
Questa scoperta porta la ragazza ad affiancare il collega Villamil sul caso e da questo momento in poi le indagini del commissario e dei due giornalisti proseguono parallele. Tanti i possibili colpevoli, oscuro il movente poi inaspettatamente la confessione del vero colpevole, l’unico che aveva una ben valida ragione per uccidere, l’unico che vedeva in Patricia Palmer un pericolo che solo la morte avrebbe fermato.
Il cammino del penitente è un thriller ambientato ai giorni nostri in cui il movente dell’omicidio al centro della storia trae le sue origini addirittura nel IV° secolo, e in cui mistero, interessi economici e criminali, sette panteistiche, culti eretici, danno origine ad una vicenda per alcuni versi inquietante e ricca di suspense che in mani diverse avrebbe potuto essere ben ostica e indigesta, ma la Fortes ha dalla sua una leggerezza e semplicità espositiva che fanno del romanzo un testo piacevole e veloce da leggere.
Il cammino del penitente è un libro scritto bene, interessante, caratterizzato da descrizioni che quasi danno lampi visivi della narrazione: la pioggia che costantemente cade, le scalinate della cattedrale, la vita del commissariato, gli incontri nei caffè di Santiago, il rapporto tra Lois Castro e sua figlia, il senso di vita vissuta, rimandi letterari, versi di poesie. L’autrice ammette di essersi ispirata a Michael Blomkvist e Lisbeth Salander per i personaggi di Laura Marquez e Villamil, ma la somiglianza a mio avviso è molto velata, forse più accentuata per il personaggio femminile con un passato doloroso e un carattere molto solitario.

:: Un’intervista con Russel D. McLean a cura di Giulietta Iannone

12 giugno 2012

Ciao Russel. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Russel McLean? Punti di forza e di debolezza.

E ‘un piacere essere qui, e grazie per avermi invitato. Se volete scusarmi, mi limiterò a scivolare in terza persona per un momento:
Russel D McLean è uno scozzese di 31 anni con la barba e un amore sconfinato per la buona narrativa. Ama i libri, crede nel potere della parola scritta ed è assolutamente appassionato di buona narrativa convinto che possa cambiare il nostro modo di guardare il mondo. Sì, anche narrativa di genere. Ha una laurea specialistica in Filosofia, ha trascorso alcuni anni pensando che potrebbe essere un attore, e ha trascorso oltre un decennio nel settore del libro.
E’ appassionato, autoironico e orgoglioso della sua barba. Probabilmente rimugina troppo sulle cose come è un po’ troppo goloso di cibo. Condivide il suo appartamento con una maschera maledetta. Questa ultima parte è al cento per cento vera.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho avuto un’infanzia piuttosto comune per molti versi. Se stai cercando di chiedermi come sono diventato uno scrittore, mia madre e mio padre mi hanno incoraggiato nel mio amore per i libri e per la narrazione. Come hanno fatto i miei insegnanti. La mia scuola elementare forniva libri in estate permettendomi di leggere durante le vacanze, così ho letto molto velocemente e molto spesso. Mio padre ha scritto alcune storie per la BBC e fu allora che ho capito che si poteva essere pagati per scrivere storie. All’università ho studiato inglese, filosofia e psicologia per i primi anni. Il fattore principale nella scelta di questo è stato andare a vedere Iain Banks al Festival di Edimburgo. Sembrava una buona idea all’inizio, ma alla fine ho scartato inglese e psicologia. Ho trovato che  studiando inglese stavo distruggendo il mio apprezzamento per la narrativa. E la psicologia era molto più noiosa di quanto mi aspettassi (ho letto un sacco di statistiche). La filosofia era la cosa migliore che avrei potuto fare per la mia scrittura. Influenza una grande quantità di quello che faccio. E, naturalmente, Wittgenstein riteneva che ci fosse più filosofia in una rivista pulp che in volumi di discorso filosofico!

Quando hai capito che avresti voluto essere uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime?

Come molti scrittori, mi raccontavano storie da quando ero molto piccolo. Alle elementari avremmo dovuto tenere un diario, annotare ogni mattina quello che avevamo fatto il giorno prima. Ho usato il mio diario per raccontare storie. Di solito queste storie sarebbero dovute continuare il giorno successivo. Dopo un po ‘il mio maestro ha smesso di cercare di farmi scrivere la verità e mi ha incoraggiato a scrivere queste storie strane. Ma ho iniziato davvero a scrivere in vista della pubblicazione circa intorno all’età di quattordici o quindici anni. Mio padre scriveva racconti per la radio e quindi sapevo che era possibile guadagnare una certa somma di denaro scrivendo. A circa quattordici anni, mi resi conto che avere qualche soldo in tasca era una cosa utile, mi misi di impegno e scrissi il mio primo romanzo per la pubblicazione. E ‘stato un tie-in per per la serie tv della BBC Doctor Who. La Virgin Publishing stava, a quel tempo, pubblicando romanzi che avevano come protagonista il personaggio base del programma e accettavano contributi da scrittori esordienti. Naturalmente per quando finalmente presentai il mio libro, persero la licenza. Ma era troppo tardi, ormai ero deciso a continuare a scrivere. Volevo essere uno scrittore di fantascienza, e per anni, e stato questo il genere su cui mi sono concentrato. Fu solo più tardi, dopo mio padre mi fece conoscere le gioie della letteratura crime grazie a scrittori come Elmore Leonard, che mi sono dedicato al  crime. Dopo poche false partenze, sono riuscito a pubblicare una storia breve nel Alfred Hitchcock Mystery Magazine e il resto, come si dice, è storia …

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

La strada per la pubblicazione è durata circa quindici anni da quel primo tentativo di scrivere un romanzo per un’ eventuale pubblicazione. Quegli anni sono stati riempiti con un sacco di rifiuti. Alcuni di loro davvero dolorosi. Il peggiore è stato quello per una sceneggiatura originale SF che avevo presentato ad un produttore. Ha chiesto di vederlo dopo la mia lettera di presentazione che avevo inviato. Lo script mi è tornato indietro strappato a brandelli, con strani disegnini a matita in tutto le pagine che sono stati lasciati. Ho cercato invano nella busta una parola di spiegazione e finalmente ho trovato una nota scarabocchiata in fretta in fondo alla prima pagina: ” Come potete vedere, neanche ai miei figli piace”. Forse quello era il momento in cui avrei dovuto rinunciare. Ma non l’ho fatto. Ho lavorato per ottenere un risultato migliore. Ho lavorato per mostrare a questo stronzo arrogante (che sono portato a credere ora non sia più nel business, che liberazione, finalmente!) che ero meglio di quello che lui poteva immaginare. Ho ancora avuto un sacco di rifiuti. Una volta mi fu respinto un libro per e-mail, in quindici minuti, da un agente. Ma ho continuato a lavorare e imparare. Il rifiuto è molto utile e istruttivo per uno scrittore. Non sarei lo scrittore che sono oggi senza di essi. È per questo che mi preoccupa la facilità con cui alcuni scrittori possono ora auto-pubblicare il proprio lavoro molto tempo prima di essere effettivamente pronti. Un bravo scrittore, come un buon whisky o un buon formaggio, ha bisogno di tempo per maturare. Anche dopo la mia pubblicazione su Hitchcock, ci sono voluti alcuni anni e due agenti per ottenere che i miei romanzi crime finissero nelle mani degli editori. Ma a quel punto, ero pronto. Devi soffrire un sacco di calci nel culo e imparare da loro. Un successo immediato nel business della scrittura, credo, non sia del tutto positivo. Devi lavorare e imparare e migliorare.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Questa è una di quelle domande che potrebbero andare avanti per ore! Tuttavia, cercherò di essere più rapido ecco i  primi tre:
1) James Ellroy
2) Elmore Leonard
3) Philip K. Dick
Ellroy mi stupisce per come ha preso il romanzo crime e ha fatto quello che fatto. La politica, la storia, l’economia di parole combinate con le trame che si snodano e che si uniscono in modi inaspettati … è vero, di tanto in tanto è anche scivolato (con THE COLD SIX THOUSAND, forse), ma mi piacerebbe riuscire a trovare quel livello di dettaglio, quella voce e quell’autenticità che trasuda da ogni suo libro.
Leonard è stato uno dei primi scrittori crime che abbia amato. Per i personaggi, i dialoghi, il narratore invisibile è lui il ragazzo giusto. Credo fermamente nelle sue dieci regole di scrittura, sono fondamentali.
Philip K. Dick era il mio idolo adolescenziale. Amavo i suoi libri. Ancora li amo. La prosa lascia un po’ a desiderare, questo è vero ma il gran numero di idee che gettava fuori, e il potere che aveva di farti rivedere il tuo modo di guardare il mondo, sono semplicemente incredibili.

Parlami del tuo processo di scrittura.

Come molti autori, ho anche un lavoro di giorno. Nel mio caso, io lavoro per una libreria. Così ho la tendenza a scrivere la sera, anche se grazie al mio fidato netbook posso scrivere anche in movimento. Le prime bozze possono essere scritto ovunque, in qualsiasi momento, anche se preferisco la comodità della mia scrivania per la riformulazione del lavoro.
In termini di processo per ogni libro è diverso l’approccio. Ho occasionalmente fatto scalette, altre volte ho fatto tutto di getto e ha usato il primo progetto come una guida estesa a quello che volevo fare (andando indietro e rimontando alcune parti finchè il tutto non si avvicinasse ad un romanzo leggibile). Dipende molto su ciò che ritieni giusto per la storia. Seguo una struttura a cinque atti, almeno nelle bozze iniziali. Proviene da una ossessione che ho avuto con la scrittura per la TV. Ed è stato utile per avermi aiutato a trovare il flusso di lavoro. Anche se salto alcune parti senza una vera pianificazione, in genere dopo aver scritto qualche migliaio di parole, annoto i cinque punti essenziali che voglio coprire dall’inizio alla fine. Il resto, naturalmente, è un mistero, e in generale l’atto finale (e il finale) tendono ad essere completamente diversi da quelli che mi inizialmente avevo previsto. Stranamente, ho ideato i romanzi McNee seguendo una sorta di struttura in cinque atti. Non dico che non ci saranno più libri della serie dopo il quinto volume, ma il quinto romanzo certamente segnerà una sorta di conclusione di una storia più grande che ho raccontato con questi libri.

L’Impiccato (The Good Son, 2008), ora edito in Italia da Revolver di Edizioni BD e tradotto da Matteo Strukul è il tuo romanzo d’esordio. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Quando un agricoltore locale, James Robertson, trova il cadavere di suo fratello che non vedeva da anni appeso ad un albero, assume il detective privato J. McNee – un uomo con i suoi propri problemi profondamente radicati – per indagare sulla vita del morto, per scoprire ciò che ha portato al suo suicidio . McNee durante le indagini scopre una connessione con il mondo sotterraneo di Londra e una connessione ancora più pericolosa nella sua città di Dundee. Attira l’attenzione di un paio di pericolosi gangster di Londra, e fin troppo consapevole del fatto che tutti stanno nascondendo la verità, McNee si ritrova attratto inevitabilmente verso uno scontro sanguinoso che minaccia di non lasciare nessuno in vita.

Cosa ti ha ispirato a scrivere il libro? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Come tutte le cose, è iniziato con un’immagine. Ero fuori per una passeggiata nei boschi di Tentsmuir – dove si trova il corpo di Daniel Robertson– e mi sono imbattuto in questo albero che è stato inaspettatamente imponente. Basta guardare quei rami spessi che mi hanno fatto pensare a cadaveri appesi (lo so che suona un po’ psicotico, ma questo è il modo in cui funziona il cervello di uno scrittore di crime) e improvvisamente ho avuto questa idea di un uomo che trovava un cadavere appeso. Più tardi, l’idea ha preso forma e sapevo che l’uomo aveva trovato suo fratello … da lì, beh, il romanzo ha iniziato a svilupparsi.

Può dirci un po’ di più sul protagonista, John “Steed” McNee ? Cosa lo rende diverso da gli altri investigatori privati?

Quello che è davvero affascinante nel processo di traduzione è che sembra che McNee abbia subito un leggero cambiamento di nome. Nella versione in lingua inglese, c’è una battuta circa il fatto che non abbia nome. Abbiamo sempre e solo visto un altro personaggio che inizia a chiamarlo “Ja-” prima di essere interrotto. Eppure, un certo numero di riviste italiane che ho visto si riferiscono a lui come “John”. Io non sono in realtà troppo preoccupato che lui venga chiamato “John” per il mercato italiano, ma è un po ‘strano. Comunque, per rispondere alla domanda, penso che McNee sia un personaggio incredibilmente tornito. Un sacco di PI hanno un “espediente” che li fa sembrare diversi dal branco, ma per McNee credo dipenda dal carattere, e dove McNee si distingue per me è che lui non è semplicemente una “cinepresa” utilizzata per visualizzare l’inchiesta. Il libro riguarda tanto il suo viaggio emotivo quanto le cose che scopre o il suo caso in esame. E ‘complesso, e ammetto che ho corso un rischio, rendendolo a volte difficile da piacere. Può essere molto testardo e talvolta frustrante, ma sotto tutto questo è qualcuno che cerca di dare un senso a un mondo che ha preso così tanto lontano da lui.

Raccontaci qualcosa degli altri personaggi.

Mi piace il cast di supporto. Susan era inizialmente ispirata a qualcuno che conoscevo, ed è cresciuta in questo carattere brillante che persino mi sono un po ‘innamorato. Sembra che tutti vogliano che lei e McNee si mettano insieme. Vedremo cosa succederà … Susan è incredibilmente equilibrata e una professionista assoluto. Lei non lascia che le sue emozioni abbiano la meglio su di lei cosa che invece succede a McNee stesso e fa di lui un personaggio un po’ pazzo. Ma credo che si preoccupi troppo per certi versi, soprattutto di McNee, e ho la sensazione che c’è una vulnerabilità che può funzionare contro di lei un giorno. Spero di no, però.
George Lindsay è il tipo burbero, un detective anziano che era iniziato come uno scherzo ed è diventato, durante la continuazione della serie, uno dei miei personaggi preferiti. E ‘un professionista che si nasconde dietro questo muro di profanità. Egli non vuole come chiunque, non si fida di nessuno. E ancora alla fine della giornata, si vede in alcuni squarci che fuori dal lavoro è un uomo molto diverso.

David Burns è un duro che sta invecchiando. Amo questo tipo di personaggio – il delinquente pericoloso. Ai suoi occhi ogni sua azione è giustificata, non riesce a vedere che è un truffatore. Invece si vede come un padre di famiglia che fa quello che deve fare. E ‘veramente pericoloso proprio perché pensa di essere uno dei buoni.

In L’impiccato, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Quello più semplice e perché?

Penso che Susan sia stato un personaggio molto difficile da scrivere. Gli uomini hanno l’abitudine di scrivere personaggi femminili semplicemente come “interessi amorosi” in misura diversa, anche quando cercano di renderli qualcosa di più. Non volevo che Susan cadesse in questa trappola. Né volevo che diventasse un personaggio maschile vestito da donna. Un sacco di gente voleva che lei e McNee finissero a letto entro la fine del primo libro. Non potevo lasciare che questo accadesse, perché nella mia esperienza, una cosa del genere semplicemente non sarebbe successa soprattutto in considerazione delle situazioni che stanno dietro. Ma c’è speranza. E mai dire mai.

Quanti libri sono previsti per la serie?

Se riesco a farla franca, ci saranno cinque romanzi. Siamo di nuovo ad un atto definitivo di una struttura a cinque. So che più o meno è ciò che accade con ogni libro. E so quale sarà l’ ultima scena. Ma, naturalmente, tutto potrebbe cambiare radicalmente lungo la strada.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Charles Willeford, Joseph Wambaugh, James Lee Burke, John Connolly, Tony Black, Ken Bruen, Allan Guthrie.

Si prega di tenere presente che sto descrivendo il loro lavoro e non necessariamente la persona:
James Ellroy: geniale. Cornell Woolrich: da leggere (una lacuna scioccante nella mia carriera di lettore, lo so). David Goodis: influente. James Crumley: insostituibile. Jim Thompson: psicotico. Charles Willeford: unico. Joseph Wambaugh:  vero. James Lee Burke: che toglie il respiro, John Connolly: nervoso, Tony Black: grintoso, Ken Bruen: poetico, Allan Guthrie: intenso.

Dammi la tua definizione di “tartan noir”. Quali sono i migliori esponenti di questa scuola?

Io non sono un grande fan della definizione “Tartan Noir”. Penso che in realtà suoni un po’ “troppo delicata”. E ‘la giustapposizione di un cliché l’essere scozzese contro questa idea di qualcosa di molto oscuro e imponente. Ma io credo che il romanzo poliziesco scozzese sia tra i migliori al mondo e spesso tra i più oscuri. Alcuni dei miei lavori preferiti di narrativa scozzese noir proviene da nuovi autori che stanno cominciando a prendere i loro spunti dal noir classico degli Stati Uniti con l’aggiunta di un taglio distintivo scozzese. Ragazzi come Tony Black, Allan Guthrie e Ray Bank sono davvero formidabili. Di recente ho scoperto Denise Mina e penso che sempre di più avrebbe potuto adattarsi alla descrizione di noir. Direi che mentre sono dannatamente bravi, gente come Stuart MacBride e Ian Rankin, in realtà non scrivono “noir” tanto quanto io non scrivo hardboiled. Ma fanno bene accidenti. E ‘una definizione molto sottile. Fondamentalmente, non è possibile definire per iscritto il crime scozzese. Penso che per definirlo in modo esauriente sia troppo poco il tempo che abbiamo qui.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Ho letto le recensioni. Ma sono selettivo in quello che prendo da loro. Non prendo le lodi troppo sul serio, e sto attento a non prendere il negativo troppo sul personale. Credo che a volte le recensioni di Amazon siano un buon barometro anche se mettere uno o cinque stelle penso che sia un po’ povero e che alcune recensioni siano inutili o iper-critiche con l’autore nella misura in cui ti chiedi se la persona ha davvero letto il libro. Si prende il buono e il cattivo. Uno o due recensioni mi hanno davvero ferito e alcune mi hanno esaltato. Ma una volta che il libro è là fuori, non c’è niente che tu possa fare. Ma le ho letto tutte perché a volte si può imparare qualcosa di utile e perché è sempre interessante vedere quello che i lettori e i critici hanno da dire.

Qual è l’ultimo libro che hai letto?

L’ultimo libro che ho finito è stato Getway l’ottimo secondo romanzo di Lisa Brackman –ambientato in un resort messicano, con protagonista una recente vedova coinvolta accidentalmente  con bande di droga e spie della CIA. Mi ha fatto pensare un po’ a Don Winslow in uno dei suoi momenti più d’evasione – vale a dire che si tratta di intrattenimento di altissimo livello con alcuni sprazzi reali sotto tutte le azioni. Ora sto cercando il suo primo romanzo… In questo momento, però, sto leggendo YOU CAN DIE TRYING di Gar Anthony Haywood. E ‘un libro brillante. Ho amato le cose di Haywood per anni. Se si riuscisse a ottenere una traduzione dei libri di Haywood, sarebbe consigliabile leggerli. Assolutamente fantastico. Il suo PI, Aaron Gunner merita di essere riconosciuto come uno dei grandi.

È molto importante vincere premi letterari? Aiuta a vendere?

Sono incerto su questo. In alcuni casi, forse. In altri casi, no. Penso che è più importante per i professionisti del settore che per i lettori. Ma non può far male vincerne alcuni. Tuttavia, sono sicuro che se non fossi mai stato nominato per il Booker, molti lettori non mi avrebbero conosciuto. L’impiccato è stato nominato per un PWA Shamus Award nel 2010. Questo è stato un piccolo e prezioso pezzo di “kudos”. Ma penso importi più alla gente del settore che ai lettori, anche se aiuta a far si che il tuo libro sia notato. Fondamentalmente, finchè la gente continua a leggere e godersi i miei libri, non mi interessa come abbiano scoperto la loro esistenza. Preferisco i miei lettori di vincere premi ogni giorno.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come i lettori possono entrare in contatto con te?

Penso di avere un rapporto abbastanza buono con i miei lettori. Io preferisco incontrarli in occasione di eventi e conventions e in libreria. Online, è tutto un po’ strano, anche se parlo un sacco con la gente su Twitter (@ russeldmclean) e su facebook (ho una fan page e una pagina personale – basta cercare Russel D McLean). Il mio sito web deve essere aggiornato, e una volta che trovo il mio webmaster lo sarà (sembra essere svanito dalla faccia del pianeta – se ci stai leggendo, basta che ti metti in contatto, uomo). Ho anche un blog http://www.dosomedamage.com e meno frequentemente sono raggiungibile sul mio blog theseayemeanstreets.blogspot.com

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe venire in Italia per promuovere i libri e incontrare i lettori. Chiunque legga questo dovrebbe bombardare Revolver con le richieste per farmi venire in tour. Adoro fare eventi e parlare con la gente sui libri e la letteratura crime in generale.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho un progetto top secret in lavorazione al momento. Ma a settembre, scatenerò il terzo romanzo McNee sul Regno Unito. Sono molto, molto eccitato al riguardo. Spero che i miei lettori in Italia si divertano a leggere L’Impiccato, e, se il libro si rivelerà essere popolare, mi piacerebbe che anche il 2 e il 3 della serie trovassero la loro strada e fossero anche tradotti.

:: Recensione di Il bosco morto di James Sallis (Neri Pozza/Giano, 2008) a cura di Giulietta Iannone

9 giugno 2012

Avete presente il limbo? Quel ballo in cui si passa sotto un bastone che si abbassa sempre più. Così è la speranza solo che, ogni anno che passa, il bastone lo vediamo salire, non scendere.
“Tienila pure tu, la speranza. Io non credo di portarmela dietro.”
Arrivarono i nostri piatti, serviti dal proprietario del ristorante in persona. Nel corso dell’operazione Susan rimase in silenzio, e attese che con un altro viaggio in cucina l’uomo ci portasse un cestino di pane.
“Invece sì”disse infine.

Uscito in Italia nel 2004 con il titolo Cypress Groove Blues nella collana Nerogiano di Giano Il bosco morto (Cypress Groove, 2003), tradotto con la solita limpida naturalezza e sensibilità da Luca Conti, è il primo volume della trilogia dedicata da James Sallis a John Turner, trilogia che comprende oltre a questo titolo La strada per Memphis (Cripple Creek, 2006)  e Salt River ( Salt River, 2007) sempre editi Neri Pozza/Giano.
Con in sottofondo il suono di un banjo, non riesco a non pensare al virtuosismo del banjo che duella con la chitarra in Un tranquillo week end di paura, e sullo sfondo un panorama di campi immobili di granoturco, cappelli di paglia sfilacciati, il cigolio di una vecchia sedia a dondolo, una pompa di benzina arrugginita, zanzariere alle porte, il frinire delle cicale, verande dove passare le serate o aspettare il postino, si dipana una storia quasi sussurrata in cui l’amara bellezza non risiede nell’indagine, più che altro un pretesto narrativo, anche se c’è sì un morto, c’è uno sceriffo, c’è un colpevole, ma più che altro nei picchi lirici, nella costruzione dei personaggi con luci e soprattutto ombre, nell’atmosfera che si respira, nel passato che si intreccia con il presente e dona profondità ad un vissuto venato di tracce intime e introspettive.
John Turner, il protagonista e narratore in prima persona, a prima vista è il tipico eroe solitario di tanta letteratura americana epica in bilico tra la libertà degli hoboes e il ruvido isolamento di chi ha un passato ingombrante da nascondere e dimenticare. Ma grattando la superficie, scavando un po’ più a fondo emerge il profilo di un uomo che si staglia contro la luce accecante dell’orizzonte con una certa singolarità ben lontana dai classici stereotipi o cliché.
Il bosco morto è stato definito un noir, anzi un country noir, per quel retrogusto rurale e rustico che si insinua tra le pieghe di una storia apparentemente convenzionale, ma se ne osserviamo in filigrana le venature ci accorgiamo che i silenzi contano quanto i dialoghi, la lentezza cadenza una certa monotonia riflesso di un disagio esistenziale illuminato da passaggi poetici in cui la natura emerge potente e impenetrabile, il pessimismo non è così marcato e assoluto anzi se vogliamo ad infrangere quasi la legge fondamentale del noir c’è pure un lieto fine.
Essenziale la trama: Lonnie Bates sceriffo di uno sperduto e polveroso paesino nella campagna del Tennessee si trova ad indagare sull’omicidio di un vagabondo. Non venendocene a capo decide di chiedere aiuto al detective in pensione Turner, un uomo misterioso con un passato doloroso che vive in quasi completo isolamento in una capanna persa tra i boschi e un lago. Turner accetta di diventare suo consulente e pian piano, mentre avanza nell’indagine e fa i conti con il suo passato, ritorna alla vita civile iniziando una delicata amicizia, fatta di silenzi e profonda comunione, con Valerie Bjorn della Polizia di Stato.
Una curiosità: non ho potuto non vedere in John Turner il volto scavato e vissuto di Clint Eastwood.

:: Un’ intervista con Laura Liberale – Madreferro. Saga familiare minima a cura di Giulietta Iannone

5 giugno 2012

Grazie Laura per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Laura Liberale?

Sono nata a Torino il 15 maggio del 1969. Ho vissuto per trent’anni a Favria Canavese, il paese che nel romanzo è, mutatis mutandis, Fabrica. Da bambina, in un tripudio di tic nervosi, controllavo ossessivamente che le porte fossero chiuse e i quadri appesi dritti; ora l’ansia di controllo si manifesta principalmente nella revisione di quel che scrivo… E così abbiamo carinamente rotto il ghiaccio.

Come è nato il tuo amore per la scrittura?

Prime poesie in terza, quarta elementare. Primo tentativo di scrivere un romanzo a dodici anni. La “chiamata” è stata nitida e precoce. Un bel po’ più tardivi i frutti.

Dai tuoi studi si deduce che nutri un grande interesse per l’Estremo Oriente e per l’India in particolare. In che misura le letterature di questi paesi hanno influenzato il tuo lavoro?

Hanno influenzato e influenzano continuamente la mia vita. Dalle semplici citazioni del libro tibetano dei morti in Tanatoparty sono passata a disseminare il testo di Madreferro di precisi riferimenti alla cultura indiana. Lo stesso rosario delle Madri che compare alla fine del racconto si ispira alle litanie indù dei nomi divini, un’espressione cultuale che per il mio percorso di studi ha avuto un’importanza primaria.

Il 6 giugno esce il tuo nuovo romanzo Madreferro. Saga familiare minimaedito da Perdisa. Un romanzo breve, o lungo racconto come l’hai definito in un’intervista. Come è nata l’idea di scriverlo? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?

Parecchi anni fa scrissi un raccontino davvero breve con cui vinsi un viaggio-premio nel Maine di Stephen King. Al viaggio in America dovetti rinunciare per causa di forza maggiore, ma quel raccontino a un certo punto ha chiesto a gran voce di essere ripreso.

Puoi riassumerci brevemente la trama?

Più che brevemente. È il ritorno, raccontato in 28 giorni (il numero non è casuale), di una donna al paese d’infanzia, per dare aria agli scheletri stipati negli armadi.

Parlami del titolo, l’hai scelto tu o è nato discutendone con l’editore?

I titoli papabili erano: “Ferro” e “L’età del ferro”. Poi il mio caro amico poeta Federico Scaramuccia, leggendo le bozze, ha coniato questo titolo bellissimo e pertinente, che naturalmente ha subito spazzato via gli altri due. Ecco, colgo l’occasione per ringraziarlo pubblicamente.

Madreferro è un romanzo bellissimo ma anche molto personale e misterioso. Non hai paura che non sia compreso? Pensi che ogni lettore debba trovare una propria chiave di lettura nel decifrarlo?

Davvero grazie per l’apprezzamento. Paura no. Credo, anzi, che sia un testo semplice, dove con “semplicità” intendo una semplicità archetipale, e quindi universale. Spero piuttosto che, anche grazie alla sua brevità, “arrivi” intensamente al lettore.

In Tanatoparty la morte diventava una forma d’arte in Madreferro ritorna in modo meno paradossale. La morte comunque sembra un elemento centrale delle tue opere. Cosa ti affascina di più di questo tema che ai più ispira paura e repulsione?

Come disse Zolla: “Dovunque e sempre ogni individuo ha un suo particolare mito, una sua recita personale che lo mette in comunicazione estatica con l’archetipo che lo tormenta”.  Alla base c’è molto di “ossessivo”, quindi. Da bambina sognavo continuamente cimiteri ed esequie premature, e garantisco che non era un bel dormire. Crescendo ho fatto della morte, della mortalità, un oggetto di studio e riflessione costanti, alleggerendomi via via del fardello nevrotico. Visto che anche nel terzo romanzo bazzico sempre lì, direi che a tutti gli effetti posso meritarmi il titolo di “narratrice tanatologa”!

Dal punto di vista prettamente stilistico, quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzata, da cui hai più imparato?

I poeti, anzitutto. Ancora e sempre loro.

Laura, la protagonista, ritorna nel paese che l’ha vista bambina, figlia felice di due genitori che ha profondamente amato. Il tema del ritorno alle origini è un tema letterario ricorrente in narrativa, in che misura si differenzia per originalità nel tuo romanzo?

Nessuna particolare originalità. Soltanto l’evidenza che nel mio romanzo il ritorno alle origini si configura nettamente come un viaggio ctonio, una discesa infera incontro ai trapassati e ai demoni familiari.

Il paragone più immediato che mi viene in mente è con il realismo magico sudamericano per il tuo coniugare mito e realtà. Pensi che questo paragone abbia ragione d’essere?

L’intenzione di coniugare mito e realtà c’era tutta. Sì, a livello d’intenti può starci il paragone. I risultati poi, si sa, sono tutt’altra faccenda!

Parlami del rapporto tra realtà e memoria nel tuo romanzo?

Com’è stato perfettamente osservato in una recensione, il romanzo mette in scena una sorta di “reminiscenza allucinata”. I piani sono quelli di realtà, memoria, immaginazione\allucinazione, e i confini di ciascun piano sono volutamente sfumati.

Parlami di Laura, voce narrante del romanzo. E’ parte di te, ti somiglia, o è una creatura letteraria autonoma e indipendente?

È sicuramente parte di me. L’ho “costruita” affibbiandole elementi fortemente autobiografici. È l’Ombra che  andava portata alla luce e pacificata, ma è anche il puro piacere dell’invenzione.

Un libro non si scrive in un giorno. Molto spesso le cesure sono evidenti, nel tuo caso il narrato sembra invece molto fluido come in un unicum. Come hai reso ciò possibile?

Non l’ho reso possibile. È semplicemente avvenuto. Forse perché in Madreferro c’è  una nudità, una sincerità pressoché totale, a prescindere da quanto ho dovuto architettare in termini di finzione narrativa.

E’ un romanzo molto “femminista”. I personaggi principali sono donne, esiste un vero e proprio matriarcato, gli uomini quasi sfumano sullo sfondo. E stata una scelta cosciente, voluta, o è nata scrivendo, durante il cammino narrativo?

Già in Tanatoparty erano protagoniste delle donne. Credo che tutto questo mio “femminile” narrativo faccia parte di una personale elaborazione del mito della Magna Mater, mito che studio ormai da anni, soprattutto per ciò che concerne le forme assunte nel contesto indiano. E poi la mia infanzia è stata segnata per davvero da una specie di “matriarcato”, malgrado la presenza molto forte e positiva di mio padre.

Georgina de Martignac e il suo album di disegni, hanno un ruolo centrale nel romanzo, di guida. Pensi che i morti influiscano sulla vita dei vivi? Pensi che coloro che ci hanno amati in vita continuino a farlo anche da spiriti, che l’amore in una qualche misteriosa maniera sia davvero eterno?

Dei cantori mistici indiani hanno detto: “Fra ciò che è e ciò che non è lo spazio è l’amore”.

Finisci il romanzo con le parole “il mundus si è di nuovo aperto”. Il mondo dei vivi e dei morti è ritualmente in comunione. La vita è la morte sono un tutt’uno? E’ questo il significato nascosto del tuo libro?

Che vita e morte siano un tutt’uno non è il significato nascosto di un piccolo libro come il mio, ma IL significato. Tentare invano di tenerle separate, concepirle dualisticamente nei termini di un’opposizione equivale a votarsi alla sofferenza.

Oltre che narratrice, scrivi anche poesie. Il processo creativo è lo stesso o utilizzi strumenti e mezzi differenti? Da cosa nasce l’ispirazione poetica?

Ti rispondo con le splendide parole di Cortázar, che, per me, valgono sia in poesia che in prosa: “Mi avvicino alle Madri, mi collego con il Centro – qualsiasi cosa esso sia. Scrivere è disegnare il mio mandala e nello steso tempo percorrerlo, inventare la purificazione purificandosi”. D’accordo, il pezzo di Cortázar finisce con: “Compito da povero sciamano bianco con mutande di nylon”…

Infine per concludere ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando a un nuovo romanzo, intitolato Planctus, e a un progetto letterario “a due”, insieme alla bravissima amica Claudia Boscolo. Grazie di cuore a te per l’attenzione e lo spazio che hai voluto dedicarmi.

:: Recensione di Madreferro. Saga familiare minima di Laura Liberale (Perdisa, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 Maggio 2012

Arrivo in piazza costeggiando i tigli del castello. Il loro profumo per me è quello della festa patronale. Realizzo che mancano solo due settimane al 29 giugno SS. Pietro e Paolo, quindi festeggerò il mio ritorno con le giostre e i fuochi d’artificio, e questo pensiero, che immediatamente è anche ricordo (conta dei giorni, danza rituale contro lo spauracchio della pioggia rovinafeste, conquista della mezz’ora in più sull’orario di rientro, krapfen bisunti, ragazzi nuovi, musica, luci e ancora luci), spalanca la voragine del mezzogiorno, l’ora destata, l’ora tannica. Mi appoggio al muro settecentesco, chiudo gli occhi e aspetto che la vertigine passi, poi mi allontano svelta dall’assedio nauseante dei tigli e ritorno a casa.

Laura Liberale, dopo il suo esordio nel 2009 con Tanatoparty edito da Meridiano Zero, torna al romanzo con Madreferro. Saga familiare minima edito nella collana Arrembaggi diretta da Antonio Paolacci di Perdisa Editore e si assume la responsabilità di portare la scrittura ad un livello superiore e ben poco superficiale. Interpretando la scrittura come rituale catartico, come vera e propria cerimonia di iniziazione, l’autrice ci accompagna in un breve viaggio affascinati e quasi ipnotizzati dalla voce seducente e da sirena della protagonista, voce narrante del romanzo non privo di picchi inquietanti e delicati al tempo stesso, in cui il sangue, penso che ferro nel titolo richiami a questa sostanza, si fa veicolo di continuità e rugginosa percezione del reale attraverso gli occhi di una donna-bambina che cerca di comprendere cosa è difficilmente percepibile con la sola razionalità.
Laura, giovane ricercatrice alterego piuttosto manifesto dell’autrice o perlomeno sua incarnazione letteraria trasfigurata e liberatoria, grazie ad un congedo temporaneo di sei mesi torna a Fabrica piccolo paese della campagna canavesana in Piemonte, che l’ha vista bambina e ha abbandonato sette anni prima per la grande città. Apparentemente per svolgere delle ricerche per l’università, forse in realtà per iniziare a scrivere un romanzo, quello che non sa e che prenderà coscienza durante la narrazione, è che una chiamata l’ha attratta come una calamita in quel luogo di memoria e di ritorno, di rientro nel grembo materno, di riscoperta delle radici familiari e mitiche, dove le storie familiari si intrecciano indissolubilmente alla memorie fantastiche del luogo, alle masche, le streghe della mitologia piemontese, arse sul rogo secoli prima accusate di commerci con il Diavolo in persona, di cui esiste pure un’ immagine piuttosto inquietante nel sottotetto della canonica e che i bambini si divertono ad evocare nei loro giochi irriverenti Bade bade bade eh!.
Ora sono di nuovo a Fabrica, per inseguire orme vecchie di centosessant’anni, per parlare con i morti, visto che con i vivi non mi riesce più di farlo. Sono tornata da Angela, l’ultima donna di un mio matriarcato potente e invasivo. Dice la voce narrante e introduce i due temi centrali di questo misterioso romanzo breve: la morte o meglio i morti che come fantasmi affollano il mondo dei vivi e l’essere madre, condizione richiamata dal titolo, femminile potere vivificante e devastante nello stesso tempo che riflette quello ancora più terribile della Magna Mater.
Georgina de Martignac e il suo album di disegni, la zia Angela, la madre che riposa nell’urna a fiori viola che condivide con suo padre,  la giovane Elsa sono tutti personaggi femminili che declinano uno stesso volto di donna, la femminilità oscura e terribile che si autoafferma e porta a compimento una misteriosa missione di vita o di morte sta al lettore trovare la strada.
In libreria dal 6 giugno.

Giuseppe Iannozzi intervista Laura Liberale

:: Recensione di Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 Maggio 2012

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Spense l’autoradio e accese la ricetrasmittente. Gli parve che emettesse un suono concitato. Lo ascoltò: 1010, segnalazione ripetuta del ritrovamento di un cadavere. In West End Avenue. Era il suo distretto. Sarebbe passato davanti a quell’isolato tra un paio di minuti.
Tanto valeva fermarsi a dare un’occhiata. Se fosse arrivato in ufficio così presto, sarebbe stato solo d’intralcio. E probabilmente non sarebbe neanche riuscito a dormire, non si sentiva più stanco. Inoltre poteva essere interessato a rispondere a una chiamata, non lo faceva da tanto tempo. Si domandò se si ricordasse ancora qualcosa su come risolvere un crimine.

Io, Anna (I, Anna, 1984) edito in Italia da Corbaccio e tradotto dall’americano da Valeria Galassi è il romanzo d’esordio della scrittrice e psichiatra newyorkese Elsa Lewin.
Ambientato in una piovosa e crepuscolare New York anni ’80, ha per protagonista una donna Anna Welles, bibliotecaria divorziata, che vive con la figlia adolescente in un squallido bilocale, e tenta di ricostruirsi una vita ormai a cinquant’anni frequentando deprimenti feste per single.
Noir metropolitano di una bellezza sciupata e malinconica come Anna stessa, racchiude una struggente storia d’amore tra due persone fondamentalmente sole e disperate e un’indagine poliziesca insolita di cui conosciamo già dalle prime pagine il nome del primo colpevole.
La bellezza di questo romanzo sta nei dettagli e nell’atmosfera che riesce a ricreare, nella solitudine che si respira e imprigiona ogni personaggio dalle vittime, al poliziotto che indaga, alla figlia di Anna, ai partecipanti ai party per single, agli abitanti del palazzo dove viene rinvenuto il primo cadavere orrendamente mutilato.
Tutto ruota intorno ad un ombrello di plastica gialla, perduto, ritrovato, quasi gettato, ripreso, quasi un feticcio che accentra le ossessioni dei personaggi. Ci sono alcune scene piuttosto forti che turberanno forse i più sensibili per il resto è un romanzo garbato e pieno di una tristezza velata e non invadente e non per questo meno dolorosa.
La solitudine è senz’altro la protagonista silenziosa che increspa i volti dei personaggi, bellissimo a mio avviso quello di Bernie Bernstein, ispettore di polizia ebreo, padre infelice di un figlio celebroleso, marito disperato di una moglie che lo ha cacciato di casa, personaggio di cui è davvero difficile non innamorarsi. Cercherò di non dire troppo della trama, anche se la sua costruzione non prevede una suspense diretta dell’individuazione del colpevole, che come ho detto è subito evidente.
L’autorivelazione al colpevole stesso del suo crimine corrisponderà ad un punto di non ritorno. Non è previsto un lieto fine e dopo tutto è naturale e probabilmente avrebbe stonato anche se fino all’ultimo si spera che l’amore consenta una rinascita che naturalmente non ci sarà e la solitudine riprende la forma di una squallida camera d’albergo in cui piangere in silenzio.
Singolare il fatto che probabilmente in Italia ci saremmo persi questo gioiellino se l’anno scorso non ne avessero fatto un film con un cast internazionale tra cui Charlotte Rampling e Gabriel Byrne. Indimenticabile lo sguardo che si lanciano i due protagonisti incontrandosi per la prima volta e sfiorandosi fuori dall’ascensore.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Ilaria dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Dietro le sbarre di Allan Guthrie (Revolver, 2012) a cura di Giulietta Iannone

23 Maggio 2012

Dietro le sbarre (Slammer, 2009), edito in Italia da Revolver collana noir-crime diretta da Matteo Strukul delle Edizioni BD e tradotto da Marco Piva Dittrich, è l’ultimo romanzo dell’agente letterario e scrittore scozzese di romanzi crime Allan Guthrie, esponente del Tartan Noir. Ambientato nel carcere “Hotel” Hilton di Edimburgo,  ha per protagonista Nick “Cristallo” Glass una giovane e inesperta guardia carceraria schiacciata da troppe responsabilità e da un lavoro per cui non è portata che la porteranno a perdere il suo equilibrio mentale e a distruggere la sua vita. Usato e abusato dai suoi stessi colleghi e dai detenuti Nick infatti perderà sempre più i contatti con la realtà sprofondando in un abisso di disperazione e violenza che l’autore descrive in maniera così accurata e minuziosa che più si avanza con la lettura e più ci si sente come se una mano ci afferrasse alla gola. Asfissiante, claustrofobico, delirante più che un dramma carcerario è una tragedia della follia che descrive gli stadi in cui la psiche si disgrega disintegrata da varie forze oltre le quali si raggiunge un punto di rottura. Nick in fondo è un bravo ragazzo, onesto, pulito che vive per la sua famiglia, per sua moglie e per sua figlia, il suo mondo è elementare, semplice non ha grandi ambizioni, non è eccessivamente coraggioso o altruista, non vuole cambiare il mondo, vuole solo sopravvivere tra delinquenti e guardie non meno feroci e corrotte, ma naturalmente non gli sarà concesso con esiti del tutto inarrestabili. Tutto inizia quando Nick subisce un vero e proprio ricatto da parte di Cesare un detenuto che controlla la circolazione della droga all’interno del penitenziario. Fare da mulo non è decisamente coerente con le sue aspettative ma quando Cesare tramite il fratello di Mafia minaccia la sua famiglia, Nick è costretto ad accettare. Naturalmente Cesare non vuole da lui solo questo, il suo obbiettivo è la fuga. Il piano è ben congegnato, ma un evento imprevisto farà precipitare tutti gli equilibri in un vortice di violenza che non risparmierà nessuno. Dietro le sbarre  è un romanzo  angosciante, in cui il grado di violenza, più psicologica che fisica, ma anche quella non manca, e i meccanismi che rendono il più debole schiavo del più forte hanno ripercussioni drammatiche e terribili. Nick sarebbe in fondo un debole, incapace in circostanze normali di atti veramente violenti e invece arriva a commettere i crimini più atroci senza rendersene quasi conto. Il finale è piuttosto aperto, la follia del protagonista si presta a diverse interpretazioni, lascio a voi lettori di trovare la giusta chiave di lettura. Se amate le atmosfere cupe e malate di Irvine Welsh non potrete non amare anche questo libro. Sconsigliato alle guardie carcerarie fresche di diploma e in attesa del primo incarico.

:: Un’ intervista con Jeffrey Moore a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2012

Ciao, Jeffrey. Grazie per aver accettato la mia intervista e bentornato su Liberi di scrivere. La società degli animali estinti è il tuo terzo romanzo, ora pubblicato in Italia da ISBN Edizioni, dopo Una catena di rose (2000) e Gli artisti della memoria(2004), entrambi pubblicati da Marcos y Marcos. Come comincia? Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Comincia con un uomo di città del New Jersey spettacolarmente incasinato, che sta cercando di sfuggire ai suoi problemi, problemi di droga e alcol, emotivi, romantici, finanziari e giuridici, e cerca di trovare un po’ di pace e tranquillità nella natura. Quindi, dopo aver scoperto in vendita su Internet una chiesa abbandonata nel Quebec, si dirige a nord, oltre il confine illegalmente, e arriva nelle Laurentian Mountains a mezzanotte. Lì scopre non la pace e la tranquillità, ma un corpo insanguinato in una palude, avvolto in un sacchetto di tela. All’interno c’è una ragazzina di quindici anni, la cui testimonianza potrebbe mettere dietro le sbarre il leader di una banda locale di bracconieri.

Cosa ti ha ispirato a scrivere La società degli animali estinti ?

La morte di Huxley. Non l’autore britannico, ma il mio gatto che non c’è più. Non ho prove, ma ho il sospetto che la trappola d’acciaio di un cacciatore lo abbia ucciso. Ho trovato parecchie di queste trappole nelle Laurentians tutte illegali e tutte le ho smontate o almeno sabotate. E poi c’era il caso documentato in un noto film del 2004 chiamato Casuistry: the Art of Killing a Cat, in cui un gruppo di studenti di Toronto torturano e infine uccidono un gatto come un esperimento “artistico”. Questo ed altri eventi mi hanno spinto a esplorare il tema della crudeltà umana verso gli animali. Il maltrattamento del golden retriever in La società degli animali estinti, per esempio, può essere correlato a qualcosa che ho osservato nelle vicinanze. Un residente locale, era solito tenere un cane incatenato in una casa tutto l’anno, mai lasciandolo fuori e mai libero. Era la cosa più triste. Così ho lasciato un biglietto minaccioso, contro questo comportamento criminale, nella cassetta postale del proprietario. Il giorno dopo, e nei giorni successivi, ho notato che il cane era libero di vagare senza la sua catena fuori dalla sua prigione. Quindi suppongo che il romanzo sia un tentativo di fare qualcosa di simile, su scala più ampia.

Altri libri ti hanno ispirato a esplorare questo tema?

Sì, dopo aver deciso il tema generale, ho cominciato a leggere i mysteries di alcuni dei maestri del genere, un genere per cui avevo poco rispetto fino a quando non ho letto alcuni dei suoi migliori professionisti del settore, tra cui Elmore Leonard e PD James. E poi ho letto qualche eco-thriller di artisti del calibro di Carl Hiaasen e David Liss (The Ethical Assassin) e romanzi “ambientalistici”, tra cui due grandi: That Old Ace in the Hole di Annie Proulx e Libertàdi Jonathan Franzen.

Quanto tempo ci hai messo a scriverlo?

Quattro lunghi agonizzanti anni.

Che tipo di ricerche hai svolto?

Ho studiato le attività di bracconaggio in Quebec e in Nord America, e ho letto testi sulle pratiche di caccia in generale e sul mercato illegale di bile dell’orso bruno in particolare. E rapidamente ho scoperto che le leggi sul bracconaggio in Quebec non sono applicate veramente. Che non ci sono abbastanza agenti che lavorano sul campo, né vi è un desiderio reale da parte del Ministero della Fauna Selvatica di contrastare i cacciatori, dato che sono la fonte di reddito maggiore. Dai turisti, da chi vende attrezzature, dalle guide, dai diritti di licenza, questo genere di cose. E c’è corruzione e collusione, naturalmente, quella che vi è in molti ministeri.

Quanto è importante un buon titolo?

Spero che ponendomi questa domanda, stai implicando che  il mio titolo è buono. Penso che i titoli siano estremamente importanti. Anche se molti scrittori li trascurano, o lasciano che sia il loro editore a decidere. Quanti libri hanno titoli atroci, o blandi, come Bob and Jane? Non l’ho mai capito.

Può dirci un po’ di più sui protagonisti, Nile e Celeste?

Celeste è l’eroina  precoce, orfana e che va ancora a scuola del libro e la co-narratrice. Nile è un uomo in fuga proveniente da una misteriosa scuola americana di medicina abbandonato da una ricca famiglia. Egli decide di salvare Céleste quasi morta, un atto che può a sua volta salvarlo.

Quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Il più difficile è stato sicuramente Céleste. La cosa più difficile per la maggior parte degli scrittori è quella di creare un credibile personaggio in prima persona del sesso opposto. Il problema è stato aggravato in questo caso dal fatto che Celeste è un adolescente, una razza aliena per me. Non solo per me, ma per la maggior parte dei genitori. Così ho provato a fare Celeste un po’ stravagante, che non parla nel modo in cui parlano le altre ragazze della sua età, che non è stata plasmata dalla televisione o di Internet, dalla pubblicità ipersessualizzata, e così via. Il personaggio più semplice da scrivere è stato Nile, dal momento che io e lui abbiamo un paio di cose in comune. La misantropia, per esempio. Inoltre sono affascinato dai narratori inaffidabili nella finzione perché la maggior parte di noi siamo narratori inaffidabili nella vita reale. Con ogni storia che vi raccontano, dovete filtrare gli elementi soggettivi, le emozioni che la agitano, gli elementi personali, gli abbellimenti, le fioriture retoriche, e così via. Una volta che un lettore si rende conto che il narratore in un romanzo non è affidabile, allora come un autore sei introdotto in un regno di drammatica ironia. Un bel posto dove stare.

È per questo che il romanzo è così insolito, e utilizza una doppia voce in prima persona?

Bingo. Per drammatica ironia. Si vede una situazione in un modo, e l’altro la vede in un modo radicalmente diverso. Che cosa ne consegue è la commedia o l’ironia, almeno in teoria.

Da quello che hai detto a proposito di Nile, suppongo che ci siano elementi autobiografici in La società degli animali estinti?

E ‘difficile evitarli, anche se stai scrivendo fantascienza. Nel mio caso, come Nile, ho un grande amore per gli animali e una generale avversione per gli esseri umani. E come la quindicenne Céleste, sono un “evangelico ateo.”

Il tuo stile è molto particolare: un acuto senso del dettaglio, un amore per la semplicità, frasi poetiche, grande attenzione per le descrizioni. È uno stile naturale per te o nasce da numerose riscritture?

A me viene naturale, nel senso che è quello che ho subito ammirato in altri scrittori. Ma certamente non viene subito, completamente formato, la prima volta che scrivo. I miei testi sono rivisti, poi rivisti di nuovo, poi ancora e ancora … praticamente ad infinitum.

Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o uno in particolare che abbia influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro?

Stranamente, ho spesso detto che il mio stile è cinematografico, ma non ho mai cercato coscientemente di fare così. Tutti e tre i miei romanzi sono stati opzionati per il cinema, quindi ci può essere qualcosa di vero in questo…

Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro? Se Hollywood chiamasse, chi vedresti bene nelle parti di Nile e Celeste?

Ebbene, “l’Hollywood del Nord” ha chiamato, nella forma di un triumvirato che include il primo produttore del Canada, l’uomo dietro a Chicago e altri mega-hits. Vediamo. Per Nile, forse Michael Fassbinder o Clive Owen e Johnny Depp (perché ha bisogno di lavoro). Per Céleste, forse Abigail Breslin (Little Miss Sunshine) e Chloe Moretz (Kick-Ass) e Dakota Fanning.

Come è nato lo stile “poema in prosa” che utilizzi in La società degli animali estinti?

La poesia è di gran lunga la più alta forma d’arte letteraria, per cui la tua domanda è per me un grande complimento, per il quale ti ringrazio. Leggo sempre i grandi poeti, soprattutto quando sono a corto di ispirazione, perché possono fare cose che nessun’altro può fare e non farà mai.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Close Range di Annie Proulx e Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov.

Dal punto di vista artistico, piuttosto che economico, quale libro vorresti aver scritto?

La lista è lunga. The Collected Stories di William Trevor o The Collected Stories di Annie Proulx e Humboldt’s Gift (Bellow) o Pale Fire (Nabokov) o If on a Winter’s Night a Traveler (Calvino) o Cousine Bette (Balzac) o Orgoglio e pregiudizio (Austen).

Quali sono i tuoi punti di forza e di debolezza, come scrittore?

Punti di debolezza? Di che cosa stai parlando? Non ho punti deboli. Punti di forza? Un tocco comico, almeno mi piace pensare così.

Verrai in Italia ancora una volta per presentare i tuoi romanzi?

Lo farò certamente. Sarò a Torino per la Fiera del Libro 2012, il 12 e 13 maggio. Non vedo l’ora di visitare il mio paese preferito. E no, non dico questo di tutti i paesi.