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:: Un’ intervista con Serge Quadruppani a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2012

Serge QuadruppaniCiao Serge, bentornato su Liberi di Scrivere. Cosa sarebbe la tua vita senza letteratura?

Cosa sarebbe la mia vita senza la mia vita? Non riesco ad immaginarlo.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Un buon scrittore è un scrittore che scrive buoni libri: non riesco ad interessarmi alla personalità dello scrittore a prescindere dai suoi libri. Soltanto se sono catturato da una grande opera mi può capitare di pormi delle domande sull’autore.

Pensi che alcuni scrittori siano “cattivi maestri”? Puoi farmi un esempio.

“Cattivi maestri” è un’ espressione giornalistica strapiena di presupposti ideologici. E’ stata usata in un contesto molto particolare (i famosi anni 70) per attribuire a certe persone delle responsabilità che appartenevano ad una buona parte di un’ intera generazione. Tra i presupposti a cui alludevo, c’è l’idea che la gente abbia bisogno di maestri. Nella valle di Susa, mi sono comprato una maglietta: “Padrone di niente, servo di nessuno”.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Ormai, visto le scelte che ho fatto nella mia vita, le posizioni pubbliche che ho preso, il campo in cui mi sono fatto riconoscere, sono catalogato in un modo che fa si che mi danno lavoro, un certo tipo di lavoro, ma a nessuno verrà in mente di propormi una medaglia o di far parte della giuria di un premio, di una commissione che distribuisce sovvenzioni, di scrivere in un media dominante: non mi regaleranno mai l’occasione di rifiutarlo con disdegno!  Sono in un’ isola felice di non-potere, e mi ci trovo bene.

Viviamo in un periodo di crisi, anche in Francia penso l’editoria soffra di questa crisi. Quali sono i rimedi più efficaci che consiglieresti e quali i veri mali tanto da guardarli in faccia?

Il rimedio più efficace sarebbe di pubblicare sempre più libri di qualità: nei momenti di crisi, la cultura è uno dei settori che resiste meglio. Anche perché la cultura è un appoggio per la resistenza in generale.

Sei sempre alla ricerca di nuovi talenti per la collana delle Editions Métailié che curi. Cosa deve avere un libro per convincerti a pubblicarlo?

Uno stile, un punto di vista sul mondo, uno spessore del racconto.

Il più bel noir in assoluto che hai letto?

La posizione del tiratore scelto, di Jean-Patrick Manchette.

Ci sono autori francesi, non ancora conosciuti in Italia, che ti piacerebbe vedere tradotti?

Tanti. Per esempio Jérôme Leroy, che ha scritto un romanzo noir sull’arrivo al potere dei fascisti in Francia che ha avuto un bel successo oltralpi; Hannelaure Cayre una donna avvocato che ha scritto tre romanzi molto divertenti con un personaggio di avvocato corrotto ma simpaticissimo; Pascal Garnier, un grande.

Cosa pensi degli ebook? Il libro cartaceo resisterà all’attacco della tecnologia?

Penso che il libro cartaceo continuerà ad esistere accanto all’e-book. Quanto spazio per l’uno e per l’altro, per ora, nessuno lo può prevedere.

Saturne uscirà quest’anno per Einaudi Stile Libero? Ce ne vuoi parlare?

E un romanzo ambientato tra Francia e Italia che inizia con una strage nelle terme di Saturnia, in cui un gruppo di familiari delle vittime prova a capire cosa sia successo mentre la commissaria Tavianello, che avete conosciuto nella Rivoluzione delle Api, minaccia di dimettersi perché è stufa dei giochi dei poteri sporchi (in Madame Courage, il terzo della serie appena uscito in Francia, lei si dimette veramente), in cui il killer è molto più umano dei suoi mandanti, che sono tra l’altro all’origine della crisi dei subprimes… Se questo non ti ha ancora convinto di leggerlo, posso aggiungere che il Maestro Camilleri fa una apparizione breve ma decisiva…

Stai curando attualmente una traduzione? E quale autore, se c’è, avresti voluto tradurre ma per qualche ragione non l’hai fatto?

Sto traducendo I materiali del killer di Biondillo, dopo sarà il turno di Gioacchino Criaco, American Taste e Massimo Carlotto,  Respiro Corto. Mi sarebbe piaciuto tradurre tanti libri di Valerio Evangelisti che non abbiamo potuto comprare…

Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Sono computerizzato da 20 anni.

Durante la stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Non posso dire se preferisco una cosa o un’ altra, sono tutte in un rapporto organico.

Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento?

I miei autori preferiti sono tanti, e le mie scelte non sono molto originali nella letteratura francese e mondiale. In questo momento sto leggendo Philip Roth, Pastorale americana, ma è un caso, perché sono in giro tra Francia e Italia e ho preso a casa di mio fratello quello che ho trovato tra le 8 e le 8 e cinque minuti, quando dovevo partire per l’aeroporto… Questo è il bello dei libri cartacei: un oggetto che senti nella mano e metti nella tasca, lo puoi fare mentre l’altra mano prende la maniglia della valigia… non è la stessa cosa che toccare uno schermo con l’indice.

A quarant’anni dalla morte di André Héléna l’editore italiano Aisara pubblicherà un’antologia di racconti ispirata ai suoi romanzi. Tu scriverai la prefazione. Ce ne vuoi parlare?

La prefazione è scritta. E anche tradotta da Maruzza Loria: “La poisse, « la sfiga », è il titolo di una collana creata negli anni Ottanta del secolo scorso per rieditare alcuni romanzi d’André Héléna caduti nell’oblio, ed è anche la materia con la quale egli trama i suoi racconti, il piombo del reale da cui estrae l’oro della sua arte.”: questo è l’inizio, per leggere il seguito, dovrai avere il libro!

L’intervista è finita, nel ringraziarti per la disponibilità, mi piacerebbe ancora chiederti se stai lavorando ad un nuovo romanzo? Altri progetti?

Per ora, sto traducendo. Progetti, tanti: un romanzo epistolare con Jérôme Leroy su due ex della lotta armata che, parlando parlando, si eccitano di nuovo contro l’epoca  e alla fine, si scrivono dalla galera. Un altro libro, testi di viaggio e non solo. Un altro di Simona Tavianello…

:: Un’ intervista con Anthony Riches a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2012

Salve Anthony. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Anthony Riches? Punti di forza e di debolezza.

Ho cinquant’anni e sono un consulente di Project Management che è anche occasionalmente uno scrittore di romanzi storici. Sono sposato con tre figli, 25, 23 e 15 anni, e vivo nella periferia nord di Londra. Punti di forza? Non provo mai panico, non importa quanto la situazione si faccia brutta, sono molto razionale e ho una grande etica del lavoro. Punti di debolezza? Un debole per le auto sportive tedesche, le armi da fuoco ad alta potenza e gli orologi costosi!

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato a Derby (nelle Midlands inglesi) nel 1961, e mi sono trasferito a Worthing (sulla costa sud) con i miei genitori nel 1967, dove ho vissuto fino a quando sono andato all’università nel 1980. Ho avuto un’infanzia felice, nonostante l’assenza di fratelli e sorelle. Mio padre era un genitore anziano, aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, e fu grazie al fatto che parlai molto con lui della guerra che nacque il mio profondo interesse per la storia militare e la psicologia. Alcuni bambini ossessionano i genitori con i dinosauri in quegli anni di formazione (come ha fatto un mio figlio), o con i calciatori (come ha fatto il mio figlio più piccolo), io li ho ossessionati con le attrezzature militari di tutte le nazioni ed epoche.
Questo interesse è presto sbocciato in un profondo amore per la storia, e così andai a Manchester a studiare Studi Militari, dove frequentai il corso di Studi Russi e Americani, un corso orrendo in cui la facoltà di lettere puniva chi fosse abbastanza di destra da dimostrare interesse per l’esercito facendogli seguire il 50% in più dei corsi rispetto agli studenti normali. I docenti di Studi Russi erano persone normali, i docenti di Studi Americani erano profondamente di sinistra e ci vedevano con sospetto come un gruppo di babykillers (ricordate, questo era meno di 10 anni dopo la fine della guerra del Vietnam). Questo, naturalmente, è servito a unirci, e l’esperienza è stata utile per la vita futura.
Dopo aver cercato di scrivere un thriller tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, nel 1996, sono andato a Housesteads, dove ci sono i resti incredibili del forte di una coorte ausiliaria sul Vallo di Adriano, e sono stato colpito da quello che doveva essere la dura realtà della vita nel secondo secolo. Per un ragazzo romano inviato in Britannia, mi sono reso conto, questo sarebbe stato l’equivalente del fronte orientale! Sei mesi dopo la prima stesura di ‘L’impero, la spada, l’onore’ era completa, anche se probabilmente non era pronta per la pubblicazione. Era un testo troppo accademico, ho il sospetto con il vantaggio del senno di poi. Dal 1999 sono stato project manager a contratto, andavo dove c’era lavoro (e preferibilmente con buoni salari), e negli ultimi dieci anni ho gestito una serie di progetti in tutto il mondo, in Asia, America Latina, Australia, Africa ed Europa. Per un po’ ho lasciato da parte il mio bisogno di scrivere, fino ad un fatidico giorno alla fine del 2007. Lavoravo a Belfast, e mi è capitò di incontrare un uomo che aveva auto pubblicato diversi libri, e gli chiesi di leggere ‘L’impero, la spada, l’onore’, per vedere se riteneva fosse abbastanza buono da essere auto pubblicato. La volta seguente che lo incontrai mi disse di non auto pubblicarlo, ma di inviarlo ad alcuni agenti ed editori.
Scelsi sei agenti, sulla base dell’alto livello scientifico necessario per leggere  romanzi storici e ricevetti alcune proposte tramite e-mail, mi accordai con Robin Wade di RWLA – e poi accettai un’ offerta di Hodder and Stoughton. La serie dell’Impero ha avuto finalmente un editore …

Quando hai deciso di diventare uno scrittore? Qual è stato il momento in cui ti sei reso conto che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Non è proprio un lavoro per me, dato che lavoro ancora a tempo pieno, è più  un hobby. Quando mi sono reso conto che volevo scrivere? Alla fine del 1980, quando facevo diventare matta la mia giovane moglie ritirandomi a scrivere ogni sera una volta che i bambini erano stati sistemati per la notte. Quando mi sono reso conto che stava diventando una cosa seria? In piedi, in un campo di grano nel sud della Germania, in primo luogo, suppongo ascoltando il mio agente delineare i termini del mio contratto editoriale. Un momento incredibile per ogni autore, e anche un po’ surreale per il luogo (ero andato a fare una passeggiata sotto il sole d’autunno dal momento che era una bella serata).

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Gli autori di cui aspetto sempre i nuovi lavori sono Iain M Banks (SF), Richard K Morgan (SF), Christian Cameron (romanzo storico), Joe Abercrombie (fantasy) e Lee Childs (thriller). Strani gusti per uno scrittore di romanzi storici? Mi piace solo quello che mi piace, credo! E l’autore che mi ha più influenzato? Un scrittore di thriller della seconda metà del 20 ° secolo di nome Adam Hall – essenziale, grintoso ed emozionante, il modo in cui spero di scrivere.

Cosa ti ha ispirato a scrivere la serie di Marco Valerio Aquila?

Quel momento magico sul Vallo di Adriano mentre stavo congelando sotto la pioggia (nel mese di agosto!) Con i due bambini piccoli che mi fissavano increduli che li stessi sottoponendo a quella esperienza, credo. Successe all’improvviso, guardai il posto con gli occhi di un romano …

Quanti libri sono previsti per la serie di Marco Valerio Aquila?

Venticinque. Partendo dal 182 a.d. alla morte di Settimio Severo  nel 211 a.d., a York (Britannia settentrionale).

Perché hai ambientato la serie nell’Antica Roma? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Il ‘perché’ è abbastanza evidente, credo. E la ricerca? Beh, la mia laurea è stata in parte sulla guerra antica, e ho letto molto. E c’è tanta roba buona su internet, non sono mai a corto di dati.

Il tuo romanzo, L’impero, la spada, l’onore (Wounds of Honour), il primo della serie, è ora disponibile in Italia grazie alla Newton Compton Editore. Ci puoi parlare di questo romanzo?

Attualmente ci sono cinque libri della serie pubblicati nel Regno Unito. L’impero, la spada, l’onore è la storia del figlio di un senatore, il cui padre sa che sta per essere giustiziato con una falsa accusa di tradimento, e manda suo figlio, un centurione Pretorio, via in Britannia in modo che la sua stirpe continui. Marcus deve combattere, in primo luogo per trovare il suo posto nell’ ambiente ostile di una coorte ausiliaria, e poi per sopravvivere in una guerra feroce con i barbari alla frontiera settentrionale dell’impero di Roma.

Puoi dirci qualcosa in più della trama?

Un  figlio privilegiato costretto a combattere per sopravvivere nel bel mezzo di una rivolta tribale in Britannia, che per tutto il tempo sogna di vendicarsi degli assassini di suo padre.

Quale è la tua scena preferita in L’impero, la spada, l’onore?

Il momento in cui, avanti nel libro, i Tungri (la coorte di Marcus), vengono tratti in salvo dal resto della 6 ° legione (che è stata tradita e ha avuto la loro aquila catturata), e il tribuno al comando grida l’ordine in un momentaneo silenzio che attraversa il campo di battaglia ‘ Sesta legione! Per l’onore dei vostri caduti! Nessun prigioniero! “I peli sul mio collo erano ritti mentre scrivevo!

In L’impero, la spada, l’onore, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Il più difficile? Marcus, perché dovevo farlo sia vulnerabile e nello stesso tempo abbastanza forte da sopravvivere alla sua situazione. Il personaggio più facile? Dubnus, perché è stato molto divertente da scrivere, dice quello che pensa e fa ciò che sa essere giusto. Anche se sono molto affezionato a Rufo, un cinico centurione in pensione.

C’è un’ opera  che ti ha ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Sì, principalmente ‘Gates of Fire’ di Stephen Pressfield. Geniale.

Parlaci del tuo protagonista.

E’ il  figlio di un senatore che viene strappato via dalla sua posizione e dai suoi agi  dopo l’assassinio del padre, e si trova catapultato in una coorte ausiliaria, costretto a combattere per la sua sopravvivenza. E ‘un dimacherius, mortale con le due spade, è intelligente e (questa è sia la sua forza che la sua debolezza), una volta provocato è capace di accettare i rischi più terribili sul campo di battaglia. Come si vede nel terzo libro quando… ah, ma questo non ve lo devo raccontare!

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

No. C’è troppa roba romana là fuori; il fatto è che i produttori tendono a scrivere i propri script per evitare di dover pagare i diritti. Un giorno forse …

Com’è il tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Parlo molto con i miei lettori. Il mio sito web ha una pagina di commenti e mi piace ricevere feedback, anche critiche. Se non ascolti le critiche, non potrai mai imparare!

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Mi piacerebbe pensare che sarò in grado di diventare uno scrittore a tempo pieno a un certo momento nei prossimi anni, ma le mie vendite attuali non supportano ancora la mia passione per le auto sportive tedesche! Ho intenzione di continuare a scrivere fino a quando avrò 70-75, e ho altri 20 libri della serie  Impero che mi piacerebbe scrivere.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Purtroppo, sì lo faccio! A volte rispondo pure, soprattutto a quelle cattive, ma solo se sento che il recensore è stato ingiusto o non ha letto il libro in modo corretto. E bisogna ascoltare le critiche! Recentemente mi è stato detto che uso troppo nei libri le espressioni facciali (sopracciglia sollevate, per lo più), che è un’ osservazione vera.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito di rileggere The Heroes  di Abercrombie, e ora sto aspettando con impazienza che Poseidon’s Spear di Christian Cameron arrivi sul mio Kindle.

C’è stato un insegnante che ti è stato particolarmente d’ ispirazione?

Non in termini di scrittura, no. Ho avuto diversi insegnanti però che mi hanno aiutato a capire il modo in cui un uomo dovrebbe scegliere di vivere.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Non ho programmi di presentazioni attualmente, anche se amo il vostro paese e mia moglie ed io stiamo organizzando una settimana a Roma il prossimo anno, quindi chi lo sa? Ad essere onesti, non ho idea se L’impero, la spada, l’onore abbia avuto successo in Italia, ma spero di sì!

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sì, sto lavorando sodo per completare il 6°  libro della serie Impero (The Eagle’s Vengeance), e dopo scriverò il 7° (The Emperor’s Knives), che vede il nostro eroe a Roma per vendicare l’assassinio del padre. E poi ho un’altra serie nella mia testa, ma è piuttosto diversa da Roma! Solo il tempo ci dirà se riuscirò a farla pubblicare.

:: Un’intervista con Andrea Frediani a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2012

Benvenuto, Andrea, su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Presentati ai nostri lettori. Chi è Andrea Frediani?

Io mi definisco un “divulgatore storico”. Mi piace far sapere agli altri che la storia è bella e avvincente, e non è quella, fatta di date e dati, che si studia spesso a scuola. La storia è fatta di uomini e delle loro emozioni, e io cerco di farlo capire attraverso le mie quattro declinazioni di romanziere, saggista, consulente e articolista.

Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Mio padre, che era un militare, mi portava spesso al cinema a vedere film di guerra, da bambino. Inoltre, ai miei tempi non c’erano playstation, wii o cose del genere e i maschietti giocavano a soldatini. Ho finito quindi per visualizzare i contesti in cui ambientavo le mie battaglie e per sviluppare una passione per la storia, che poi ho concretizzato negli studi universitari.

Quando hai deciso per la prima volta di diventare uno scrittore?

A nove anni ho letto “La storia di Roma” di Indro Montanelli, e ho pensato che da grande avrei fatto la stessa cosa: avrei spiegato la storia agli altri attraverso i libri.

Come è nato il tuo amore per l’Antica Roma?

A me la storia piace tutta, senza grosse distinzioni. Mi interesso di più di antica Roma perché mi viene più richiesta.

Ho iniziato a conoscerti come autore leggendo Dictator: L’ombra di Cesare-Il nemico di Cesare-Il trionfo di Cesare, poi ho avuto modo di leggere La dinastia. Il romanzo dei cinque imperatori entrambi editi per Newton ComptonC’è una sorta di continuità tra i due libri, un progetto che ha accomunato la dinastia Giulio- Claudia. Ce ne vuoi parlare?

In realtà, sono nati ciascuno per conto suo, ma ora nuovi romanzi creeranno una linea narrativa comune. A suo tempo, mi è stato chiesto di scrivere una trilogia su Cesare, e in un primo momento avevo rifiutato, perché sembrava che su di lui fosse stato scritto di tutto. Poi mi è venuto in mente che della sua amicizia/rivalità con Tito Labieno non aveva mai parlato nessuno, e ho incentrato la trilogia su questo aspetto. La Dinastia è nata invece da una mia intuizione: adesso vanno molto le serie televisive sulle grandi famiglie storiche (I Tudor, I Borgia), ma mai nessuno aveva parlato della più importante di tutte, la Giulio-claudia. Così, ho pensato di scriverne un libro concepito come un serial Tv, strutturato attraverso 17 episodi pressoché autoconclusivi con personaggi di volta in volta diversi.

Cosa ti ha ispirato a scrivere La dinastia? Quale stato il punto di partenza del processo di scrittura?

Il potere. Non dovevano esistere personaggi del tutto positivi, perché il messaggio che volevo lanciare era che il potere corrompe e droga anche il più idealista degli uomini. Tutto, nel libro, ruota intorno a questo concetto.

Come hai fatto a gestire così tanti personaggi, dai protagonisti ai comprimari. Come sei riuscito a non farti sovrastare dalla complessità delle loro vicende?

Questo è stato infatti il motivo per cui avrei preferito farne una trilogia. I personaggi sono tanti, spesso con nomi uguali: ve ne sono ben 450, di cui solo 6 inventati, sebbene solo una trentina siano i veri protagonisti. Le vicende legate alle loro gesta sono infinite, naturalmente, e ho dovuto operare delle scelte, che tenessero conto dello scopo che mi prefiggevo, ovvero del messaggio che volevo lanciare. Ma non ho mai avuto dubbi che ciascun lettore avesse il proprio eroe e le proprie fissazioni, e che magari avrebbe preferito che sviluppassi una linea narrativa piuttosto che un’altra, un personaggio piuttosto che un altro…

Come ti sei documentato? Che testi hai consultato? Hai fatto ricerche in rete? Visto sceneggiati e film?

In rete è sempre meglio non attingere. Troppe bufale. Le fonti sono abbondanti, per quell’epoca: Cassio Dione, Svetonio, Tacito, o almeno quello che di loro sopravvive, ci forniscono molti spunti, che però vanno sviluppati perché permangono molte zone d’ombra. Ed è lì che entra in gioco la “immaginazione scientifica” di un romanziere, che deve rispettare i paletti posti dalle fonti e riempire i tanti vuoti con vicende verosimili, se non vere. E ho scelto di dare credito alle voci di pettegolezzo sulle nefandezze di imperatori come Caligola e Nerone; dove c’è fumo, come vediamo oggi con i nostri politici, spesso c’è anche arrosto…

La dinastia è un romanzo strutturato come un serial tv. Che tipo di strumenti tecnici hai mutuato dalla televisione e dal cinema?

Come in tutti i miei romanzi, non ho fatto uso della voce narrante. Ogni capitolo è una scena cinematografica, vissuta “in soggettiva” da uno dei personaggi. Il lettore vive la vicenda sempre attraverso gli occhi dei singoli protagonisti. Il linguaggio è semplice, essenziale, non descrittivo, proprio come una sceneggiatura. I capitoli sono strutturati sempre con montaggio parallelo tra le scene, secondo una tecnica cinematografica che assicura allo spettatore il ritmo e una cadenza serrata.

Quale è stata la parte più laboriosa durante la stesura del libro?

L’evitare la confusione tra personaggi e generazioni e che tutti somigliassero troppo l’uno all’altro. Evitare che il lettore si perdesse tra i tanti personaggi e gli infiniti gradi di parentela tra loro. Mi sono dovuto mettere in continuazione nei panni del lettore, per assicurarmi che fosse sempre tutto chiaro. Il rischio di ripetersi o di sovrapporre i protagonisti era sempre dietro l’angolo: una specie di incubo…

Quali sono i tuoi scrittori contemporanei preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Quando ho iniziato a scrivere romanzi, dopo tanti anni di saggi, mi sono posto il problema di come scrivere, e ho deciso di ispirarmi agli scrittori anglosassoni dai cui romanzi sono stati tratti film: gente che magari non ha un grande spessore letterario, ma che sa come farsi capire e come rendere avvincente un romanzo,. Sto parlando in special mondo di Ken Follett e Michael Chrichton.

Progetti di traduzioni per l’estero?

I miei libri sono già tradotti in diversi paesi. La Dinastia dovrebbe finalmente arrivare anche al mercato anglosassone, almeno in formato elettronico.

Cosa stai leggendo al momento?

Leggo sempre più cose contemporaneamente, tra saggi e romanzi. Soprattutto testi che mi servono per documentarmi sul mio romanzo in stesura. Per evadere, mi rilasso con qualche thriller o noir.

Sempre quest’anno è uscito Le grandi battaglie di Alessandro Magno. L’inarrestabile marcia del condottiero che non conobbe sconfitte. Ce ne vuoi parlare?

Alessandro Magno è una ristampa di un mio saggio uscito diversi anni fa. Molti dicono che sia stato il più grande condottiero della storia, ma forse è stato soprattutto il più fortunato, perché il padre gli ha messo a disposizione un regno coeso e una Grecia finalmente unita, e perché l’impero persiano era in decadenza, nonché retto da un re che scappava ad ogni battaglia. Se il valore di un condottiero lo si vede anche dalle condizioni in cui costretto a operare e dallo spessore degli avversari che incontra, allora quello di Alessandro va un po’ ridimensionato. Il che poco toglie all’enormità delle sue imprese, comunque…

Cosa pensi degli ebook?

Sono stato molto diffidente nei loro confronti, ma siccome non abito in un castello, mi sto decidendo a leggere almeno i romanzi in formato elettronico, perché ormai ho libri anche in bagno. Ho paura che in futuro prenderanno il sopravvento e il mestiere del libraio sarà destinato a sparire. Ovviamente, io appartengo a una generazione legata al libro-oggetto, e sono restio ad accoglierlo con entusiasmo. Ma se servono a indurre alla lettura gente che non legge o che ha avuto il suo imprinting con l’elettronica, ben venga…

Infine, nel ringraziarti per la disponibilità, mi piacerebbe chiederti se stai scrivendo un nuovo libro. Altri progetti?

Ovviamente, non posso parlarne in dettaglio. Ma qualche indizio l’ho fornito nel corso dell’intervista. Intanto, comunque, a brevissimo uscirà un nuovo saggio cui tengo molto: “Le grandi battaglie tra greci e romani. Falange contro legione”, con 16 pagine di ricostruzioni a colori degli scontri, dei soldati e degli equipaggiamenti.

:: Recensione di Nero criminale – I segreti di una città corrotta di Stefano Di Marino (Edizioni della Sera, 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 settembre 2012

Era il ‘nero criminale’, una mia elaborazione dell’hard-boiled ispirata un po’ a Richard Stark, un po’ a Josè Giovanni e a Melville, parecchio al poliziottesco e al cinema del milieu di Fernando Di Leo che poi era una sua rivisitazione personale di Scerbanenco.

Io racconto storie criminali, come questa in cui si trovano persone di ogni etnia e ceto sociale in un intrico che lega tutti perché a volte, la sera, quando guardo il traffico cittadino scorrere nelle grandi arterie tutte quelle luci mi sembrano far parte di un unico disegno, un unico piano. Non so se criminale ma, con la fantasia, di certo lo è.

Ma, in questa foto al nero della mia città c’è anche fortissima la passione per il ‘polar’ francese degli ultimi anni. Di quello cinematografico e televisivo ma anche quello reale. La storia dei Manouches è una storia vera e ci riporta all’epopea dei ‘flic e dei caid’ che hanno creato la leggenda criminale della banlieue francese. [1]

Chance Renard, alias il Professionista, torna in libreria con Nero criminale – I segreti di una città corrotta, grazie a Edizioni della Sera e a Enzo Carcello, che l’ha voluto nella sua collana Calliphora, dopo Rock – I delitti dell’uomo nero di Danilo Arona.
L’autore, Stefano Di Marino, con una bibliografia importante, qualcosa come più di 80 romanzi pubblicati oltre a numerosi racconti, saggi e traduzioni, è indubbiamente un maestro del “nero criminale” e soprattutto uno scrittore di talento capace di nobilitare un genere che ha avuto anche i suoi grezzi eccessi pieni di stereotipi ed effettacci da z movie.
Con una solida scrittura e grazie all’insolita capacità di unire il senso dell’azione a lampi introspettivi venati anche di malinconia, Di Marino si colloca tra gli scrittori in grado di dare spessore e realistica profondità ad un genere che è riduttivo definire solo “noir”. E’ molto di più, è letteratura senza categorie e limitazioni.
La sua capacità di dare vita all’anima più nascosta di Milano, con pochi tratti, con poche frasi essenziali e illuminanti, facendo si che i luoghi diventino parte viva della narrazione e protagonisti essi stessi, è a mio avviso cosa meglio definisce il suo stile ed è sicuramente la parte che ho amato di più di questo libro. Tutto scorre come nel fiume di auto che scivola tra i grattacieli, tra i grandi palazzi dalle sagome più bizzarre costruiti in vista dell’Expo 2015. Un torrente di luci in movimento che supera i navigli, i rioni con le case basse, quelli delle fabbriche abbandonate. Cartelloni pubblicitari e insegne di locali notturni, grandi magazzini e scure abitazioni popolari. Gangland, appunto. La mia città.
L’utilizzo della prima persona, canale diretto tra il protagonista, alter ego dell’autore e il lettore, aggiunge ad una storia dannatamente seria e violenta se vogliamo, connotazioni intime e private capaci di suscitare suggestioni ed emozioni che nascono dalla spontaneità e dalla sincerità che traspare come in filigrana tra le pagine.
Non è certo un testo dichiaratamente politico o con intenti sociali, pur tuttavia emerge un quadro sociologico che necessità di una lettura ben più approfondita di una semplice lettura superficiale. Nel testo sono presenti messaggi, riflessioni, considerazioni dell’autore, che denotano la volontà di parlare di cose serie pur sotto la forma di letteratura di intrattenimento e di svago. Ma svago intelligente, che trasmette qualcosa, non si limita a parlare del nulla.


:: Un’ intervista con Ben Pastor a cura di Giulietta Iannone

29 agosto 2012

Benvenuta, Ben, su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Ben Pastor? Punti di forza e di debolezza.

Grazie dell’invito. Personalmente, parto dal principio che chi scrive è nel bene e nel male rappresentato dal proprio lavoro, e che le sue forze e debolezze si intuiscono nel lavoro stesso. Interessi, affetti, paure, preoccupazioni, desideri vengono metabolizzati o sublimati in questo modo: leggere un romanzo è conoscere chi l’ha ideato. Confronto alle storie dei miei personaggi, la mia vita è del tutto banale!

Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, dei luoghi in cui hai vissuto.

Come sopra. Un’infanzia tipica degli anni ’50 e ’60, in un’Italia che cambiava rapidamente. Padre medico, madre che era stata giornalista e scrittrice. Studi classici, che hanno continuato a formarmi ed affascinarmi, e di cui non sarò mai abbastanza grata ai miei genitori. Sono stata sposata per molti anni con un ufficiale dell’Aviazione americana e ho una figlia, Alexandra detta Alex. Ho vissuto in provincia di Roma, nel Friuli, e poi nell’Illinois, nel Texas, nell’Ohio e nel Vermont; risiedo parte dell’anno negli USA e parte nell’Oltrepo pavese. Per me l’importante, psicologicamente è avere un confine vicino.

Scrittrice italiana naturalizzata statunitense. Perché questa scelta? È stata una scelta d’amore?

Mi sembra che tutte le vere scelte volontarie siano nel nocciolo scelte d’amore per qualcosa o qualcuno, dalla fuga romantica all’emigrazione al tranquillo e cortese passo avanti che fece il conte Beauharnais (“Perdonatemi, madame, è la prima volta che vi passo avanti”) quando si offrì alla ghigliottina per salvare l’ex-moglie, poi imperatrice di Francia, Giuseppina. Senza essere così drammatici, sono andata negli Stati Uniti sia perché ero sposata con un americano, sia perché a ventiquattro anni l’avventura sembrava stupenda.

Come è nato il tuo amore per la letteratura e per la scrittura in particolare?

Direi che sono prima di tutto una lettrice. Proprio la passione per la lettura, insieme all’esempio materno, mi ha portato a scrivere. Ho cominciato a scrivere quel che mi sarebbe interessato leggere, e che non trovavo necessariamente in libreria o in biblioteca.

Quali sono stati gli scrittori che hai più amato durante i tuoi anni formativi e che inevitabilmente poi dopo hanno influenzato il tuo lavoro di scrittrice?

Fortunatamente a casa c’era una vasta biblioteca (mia sorella e io facevamo il picnic in cima a uno degli scaffali). Le mie prime letture sono state quelle dei ragazzi della mia generazione, dal Corriere dei Piccoli (Mino Milani illustrato da Uggeri e Sergio Toppi!) a Calvino e ai classici della letteratura giovanile della generazione prima della nostra (De Amicis, Wamba, i Grimm, tutta la Alcott, Walter Scott, Stevenson, Salgari, Andersen, Twain…). Ben presto ho cominciato a leggere anche romanzi per adulti — i grandi italiani, i francesi, i russi, gli spagnoli, gli anglosassoni: da Verga a Pirandello alla Serao e alla Deledda, da Bassani a Pasolini; da Balzac e Zola a Mallarmé e de Maupassant; da Cechov e Tolstoj a Lermontov, Gorky e Dostoyevsky; da Cervantes a Lorca a Blasco Ibanez; da Dickens a Melville a Emily Dickinson, da Caldwell ed Heminway a Stephen Crane. Non sempre le traduzioni erano all’altezza dell’originale, come poi ho scoperto, ma la formazione è stata ampia e utilissima. Non posso raccomandare abbastanza la frequentazione di questi autori!

Hai esordito scrivendo racconti per le principali riviste americane di letteratura poliziesca tra cui Alfred Hitchcock’s Magazine, The Strand Magazine e Ellery Queen’s Mystery Magazine. Il racconto è un genere difficilissimo da scrivere, e anche un po’ sottovalutato. Come nascono i tuoi racconti? Parlaci del passaggio tra l’idea e la stesura del testo.

È vero, il racconto sembra passato di moda in Italia, chissà perché. Per fortuna nei Paesi anglosassoni è ancora un genere rispettato e seguito, tanto che lo ospitano riviste di ogni tipo; inoltre, l’esistenza di riviste accademiche e letterarie di grande circolazione favorisce la coltivazione della storia breve come esercizio di inventiva e di stile. Ho spesso partecipato e sono stata pubblicata anche nell’ambito di concorsi stilistici sulla scrittura “minima”: un racconto in cento parole, per esempio. Quello sì che costituisce una prova di disciplina e stringatezza! Non so se sia più difficile scrivere un racconto o un romanzo: richiedono un lavoro diverso, ecco tutto. I pericoli insiti nei due generi sono pure diversi e speculari: nel caso del racconto, si può cadere nella banalità compiaciuta (ciò che gli americani definiscono “Who cares?”), mentre un romanzo rischia di venire abbondantemente annacquato da ripetizioni o elementi estranei per aumentarne la foliazione. In entrambi i casi, poi, il pericolo maggiore è, secondo me, l’autobiografismo — peggio se di tipo terapeutico.
Per quel che mi riguarda, il racconto deve avere un’idea forte e un perché. Spesso nasce da un’immagine che implica un significato (le strade diritte della Prussia Orientale ne Il giaciglio d’acciaio, per esempio, o la teiera vittoriana a forma di scimmietta in uno dei racconti per lo Strand). Per il resto, il suo andamento deve essere proporzionale alla lunghezza, dato che può variare da quattro-cinque pagine a trenta e più. Nel dubbio, tagliare piuttosto che aggiungere, raffinare verbi e sostantivi per ridurre al minimo gli avverbi (specie in italiano, dove i “-mente” moltiplicati appesantiscono il testo). The proof is in the pudding, dicono gli inglesi: la validità del racconto, come quella di un buon budino, è nel risultato stesso. Dopo un racconto chi legge dovrebbe sentirsi cambiato un po’ dalla lettura stessa: il divertimento o la commozione, il coinvolgimento nei confronti dei personaggi e dell’ambiente dovrebbero arricchirne il bagaglio emotivo.

Alcune scrittrici si lamentano che l’editoria sia in mani maschili, che se sei donna è più difficile pubblicare e farsi conoscere, devi insomma essere brava il doppio di un uomo per avere metà della sua considerazione. Ti riconosci in questa affermazione o pensi che finalmente uomini e donne abbiano le stesse possibilità, sia in Italia che negli Stati Uniti dal tuo punto privilegiato di osservazione, conoscendo entrambe le realtà?

Posso solo parlare della mia esperienza. Il tempo che mi è stato necessario per pubblicare e farmi conoscere non mi sembra essere stato legato al fatto di essere donna. Non credo peraltro che una scrittrice debba essere più capace di un uomo per essere apprezzata. Forse in Italia quel che fa la differenza sono le aderenze politiche, le presenze televisive e mediatiche come sportivi/e o intrattenitori/intrattenitrici… tutte cose che non hanno niente a che vedere con la creatività e che esulano totalmente dall’appartenenza all’uno o all’altro sesso. Da una parte e dall’altra dell’oceano vedo donne che scrivono thrillers e gialli di successo, che vincono prestigiosi premi fino al Nobel. Certo negli USA la grande tradizione femminista ha spianato la via per tre generazioni di donne: in Italia non vedo femminismo, e anzi mi cruccia che tante ragazze sembrino fare a gara per rinforzare gli stereotipi maschilisti. È forse anche la mancanza di un pensiero e di una sorellanza femminista che fa sentire sole tante scrittrici italiane!

Nel 2000 hai pubblicato negli USA Lumen, il primo romanzo della serie poliziesca di Martin Bora, che comprende anche: Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora e Il signore delle cento ossa. L’ordine cronologico di pubblicazione non corrisponde all’ordine cronologico delle storie. Perché questa scelta così peculiare?

Mi è sempre piaciuto cominciare in medias res, nel mezzo. Una volta che “vedo” un personaggio nel suo mondo, alle prese con la sua vita, ne posso ricostruire il passato: è una specie di chiromanzia al contrario, una lettura di ciò che è stato e che ha formato il protagonista. Il romanzo di formazione implica uno sviluppo della personalità descritta. Nel caso di Martin Bora, che per ragioni storiche si trova a vivere in un mondo dove tutto è in deformazione a causa della guerra, ho la possibilità di sviluppare la personalità del personaggio, che al contrario di quanto accade in molti romanzi di detection non è mai uguale, né si comporta nell’identico modo; ma ho pure l’opportunità di mostrarne il graduale disfacimento delle illusioni (non degli ideali). Poiché ciò che Martin Bora è non è prescindibile dal suo passato e dalla sua educazione, ecco che per “spiegarlo” è utile e necessario fare occasionali passi indietro, presentandolo a chi legge come era qualche anno prima di una data esperienza. Ogni romanzo è indipendente, e – per così dire – gli album di famiglia di Bora possono essere sfogliati indipendentemente, anche in presenza di incidenti irrimediabili come le ferite o la separazione dalla moglie Benedikta.

Seguendo il tuo consiglio, ho seguito l’ordine storico e l’impressione generale è che attraverso gli occhi del protagonista tu voglia delineare un accurato affresco storico molto personale. La parte di detection quanto è complementare? In che misura incide sull’economia dei romanzi?

È vero, insieme all’archeologia, la storia è un mio antico amore. Per quanto possibile, mi interessa raccontare un periodo storico attraverso gli occhi di chi lo vive ed esperisce. Spero che l’aggettivo “personale” sia più giustamente ascrivibile alla visione individuale che ha Martin Bora dei suoi tempi che alla mia: i fatti storici sono e restano tali, anche se ognuno di noi li carica di valenze diverse. Quanto al fattore detection all’interno dei romanzi, costituisce un’utile disciplina formale, ma non cambia il significato che cerco di dare a ogni romanzo; la risoluzione del crimine mi interessa soprattutto in funzione dell’effetto che ha sul protagonista stesso. Ovviamente in un giallo che vuole essere letterario, gli elementi tipici della detection non possono mancare, e occupano spazio: questo deve essere garantito tutto, ma la forma che tale spazio ha può e deve servire anche le esigenze stilistiche della narrazione.

Nell’epigrafe di Il signore delle cento ossa citi Junichiro Tanizaki: Ci rassegniamo all’ombra, invero, e /senza disgusto. E’ la luce fievole? / Lasciamo che il buio ci ingoi e scopriamo in esso la bellezza.  In che misura il buio e la bellezza ti hanno influenzato nella stesura di questo libro?

Ho letto molta poesia, specialmente in passato. Nella buona poesia mi piacciono non solo le immagini, ma anche la concisione estrema e l’eleganza formale con cui sono espresse. Un’enorme lezione per chi scrive romanzi. Gli haiku giapponesi, nella loro brevità, sono esemplari. La bellezza, sia pure intesa in modo quanto mai idiosincratico e individuale (Beauty is in the eye of the beholder, “La bellezza risiede nell’occhio di chi vede…” o, in parole povere, è bello ciò che piace), è necessaria al mondo. La mancanza di bellezza, l’abitudine al brutto, possono uccidere. Quanto al buio, lo apprezzo ma non lo amo particolarmente: amo invece molto la penombra, confine fra luce e buio, in cui scopro la bellezza più prontamente che nell’oscurità completa. Spesso i miei personaggi si muovono nella penombra del dubbio e delle difficili decisioni morali. Nel caso de Il signore delle cento ossa, il giovane Bora crede di muoversi nella luce delle certezze, mentre è già assediato dalla notte della sua scelta politica.

Come sono nate le trame? Quali sono stati i punti di partenza narrativi?

Ogni trama è naturalmente un caso a sé. Di rado mi ispiro a fatti realmente accaduti, tanto più che l’ambiente della Seconda guerra mondiale è di per sé realistico. Spesso, per quel che mi riguarda, la trama nasce da un dialogo (Lumen), da un proverbio (Luna bugiarda), a volte addirittura da un quadro (La Venere di Salò) o da una fotografia (I misteri di Praga) che fungono da metafora: in nuce, la storia vi è contenuta per ragioni di associazione mentale, e poi si tratta di svilupparla in modo credibile, popolandola di personaggi ed episodi. Faulkner parlava dell’immagine a volte apparentemente fuori contesto che lo ispirava a creare: senza paragonarmi a lui, mi riconosco nel fenomeno.

La ricostruzione storica molto accurata è sicuramente la parte che ti ha richiesto più tempo per il reperimento e la selezione delle fonti. Hai proceduto metodologicamente come per la scrittura di un saggio? Puoi raccontarci a quali fonti hai fatto riferimento?

La storiografia sul Secondo conflitto mondiale (come sulla romanità e la Mitteleuropa) è sconfinata. Preferisco le fonti primarie a quelle secondarie, resoconti e diari ai saggi a posteriori; se conosco il linguaggio, scelgo le fonti nell’originale. E poi viaggi, sopralluoghi, cartine, foto, letteratura, musica e arte d’epoca, meglio se originali, e naturalmente i siti internet di buona reputazione. Il bagaglio accademico mi aiuta nella selezione dei testi, anche se fatalmente si finisce col partire per questa o quella tangente a seconda di dove porta la propria curiosità: da questo punto di vista le ricerche per il prossimo romanzo di Elio Sparziano (La traccia del vento, in uscita in Italia a fine ottobre 2012) e di Martin Bora (Il cielo di stagno, in uscita a maggio 2013) sono emblematiche: per il Bora “russo” (che si svolge a Kharkov nel 1943), oltre alle fonti citate sopra mi sono anche affidata a scrittori come Isaak Babel (Armata a cavallo), un ebreo di Odessa che fu intellettuale, rivoluzionario, epurato e fucilato nel giro di ventun anni; per La traccia del vento, che ha come setting la Britannia del Tardo Impero, ho errato dalla Historia Augusta ai diari di viaggiatori nel nord dell’Inghilterra edoardiana…

Sei stata influenzata anche da film, sceneggiati, canzoni d’epoca?

Senza dubbio. Sono un’amante dell’opera e dell’operetta, e in generale della musica, sia classica che popolare. Come il 1914 non è immaginabile senza Strauss, Schoenberg e Stravinsky, così gli anni Quaranta italiani non sono tali se si ignorano film come Giarabub o Ossessione. A volte ci sono citazioni specifiche nel romanzo, da Zarah Leander in Lumen a La strada nel bosco in Luna Bugiarda. D’altra parte, come scrittrice non posso prescindere da film moderni come Apocalypse Now di Coppola, Sentieri Selvaggi (The Searchers) di Ford, e L’ultimo treno di Alexei German. È un patrimonio ricchissimo!

La figura di Martin Bora è liberamente ispirata a Claus von Stauffenberg, il colonnello della Wehrmacht che attentò alla vita di Hitler, e a Oskar Schindler, come citi nella nota finale a Lumen. Come hai costruito il suo personaggio? Che tipo di maturazione e presa di coscienza lo caratterizzano?

Mi faccio scrupolo di usare come protagonisti personaggi realmente vissuti. Se necessario, li faccio apparire come comprimari o comparse. Detto questo, la costruzione del personaggio di Martin Bora deve molto al conte Stauffenberg, come pure a diversi altri ufficiali del circolo degli attentatori. La loro cultura classica e internazionale, le loro idee religiose (protestanti o cattoliche), il milieu sociale da cui provenivano mi hanno dato ampio materiale da cui creare un personaggio composito eppure a se stante, complesso e piuttosto originale. Una volta disegnato il tipo fisico e morale, gli ho attribuito educazione, talento, interessi, esperienze di viaggio. La personalità di Bora è quella di un giovane colto dei suoi tempi, nel quale istinto e repressione, coscienza di classe e pietà umana convivono con molta difficoltà.

La sua anima sarà mai salva?

La questione posta nel poscritto di Lumen è ancora valida: si può salvare l’anima di chi, come Bora, appartiene, sia pure come militare, al mondo del Terzo Reich? Mi sembra che negli otto titoli finora portati a termine Bora abbia dato prova della sua tenuta etica e mentale, anche in circostanze terribili come la guerra civile spagnola o l’assedio di Stalingrado. Ho buone speranze che continuerà, peraltro a suo rischio e pericolo, a percorrere la via retta nonostante gli ostacoli che incontra sul cammino.

Vedremo mai Martin Bora al cinema o alla tv?

Mi farebbe piacere… anche se mi pare di capire che poi si ponga il problema di come il personaggio viene modificato per il grande o piccolo schermo, dalla scelta dell’attore che lo interpreti alle variazioni operate in sceneggiatura. Ci siamo tutti detti spesso: “Bello, ma non somiglia affatto al romanzo…”

Oltre alla serie dedicata a Martin Bora ha avuto grande successo anche la tua serie ambientata nel IV secolo d.C., dedicata al soldato dioclezianeo Elio Spaziano, che comprende: Il ladro d’acqua, La Voce del fuoco e Le Vergini di Pietra. Dalla Germania nazista all’Antica Roma, quali sono state le difficoltà maggiori nel reperire le fonti?

Certo è meno complicato (quantitativamente, non qualitativamente) reperire fonti affidabili per gli anni 40 del Novecento che non per il IV secolo dopo Cristo. In realtà però esiste un’ottima saggistica sul Tardo Impero – o Dominato, come lo definiscono gli studiosi anglosassoni – da cui trarre informazioni. Da esperta di archeologia in diversi contesti di scavo ho il grande vantaggio di poter letteralmente toccare con mano siti e reperti tardoantichi. A volte la difficoltà è legata alla lingua dei testi di ricerca: le mie scarsissime conoscenze di russo e ucraino non mi permettono per esempio di fruire della saggistica di Mosca o Kiev, che devo leggere in traduzione. Fortunatamente me la cavo in quattro altre lingue moderne, più due antiche…

I misteri di Praga e La camera dello scirocco sono un omaggio alla Praga della vigilia della Prima Guerra Mondiale. Cosa ti ha affascinato maggiormente di questo luogo e di questo periodo storico?

Credo di avere essenzialmente un’anima mitteleuropea. Dopo aver vissuto in Friuli, ho cominciato a interessarmi di cultura, arte e letteratura austroungarica: da quello al subire il fascino di Praga, dell’ebraismo dell’Est e della ricca tradizione folkloristica che va da Vienna a Varna, il passo è stato breve. Praga magica di Angelo Maria Ripellino, e poi le opere di Kafka, Meyrink, Jan Neruda, Hrabal, Hacek, Capek, le poesie di Nezval, hanno fatto il resto. I miei viaggi a Praga e in Boemia sono stati compiuti quando già sapevo di dover cercare il Golem nella soffitta della Sinagoga Vecchio-Nuova, e i lacerti della Belle Epoque a Karlovy Vary/Karlsbad. Un’epoca creativa, fragile, appassionata, per sempre stroncata dalle trincee della Grande Guerra.

La tua lingua letteraria è l’inglese, e tua traduttrice ufficiale è Paola Bonini. Hai avuto modo di rileggere le avventure di Martin Bora in italiano? Che sensazioni hai provato?

Paola e io siamo in grande sintonia; la sua sensibilità e cultura sono squisite. Leggere le sue traduzioni dei romanzi di Bora è un piacere e allo stesso tempo una scoperta: rendere immagini, sentimenti, espressioni idiomatiche in una lingua del tutto diversa dall’inglese è un’impresa in cui lei eccelle. Ho il vantaggio naturalmente di parlare italiano, e di poter giudicare da lettrice la qualità della sua traduzione. Questo non è necessariamente vero per le altre lingue in cui sono tradotti i miei romanzi: devo fidarmi ciecamente di chi mi traduce in polacco o ungherese, per esempio!

Hanno annunciato la pubblicazione di The Tin Sky, per il 2013. Ce ne vuoi parlare?

È da parecchio tempo che pianificavo di scrivere dell’esperienza di Bora sul fronte sovietico. Ho cercato di dare un assaggio ai lettori sia attraverso i ricordi del protagonista descritti in altri titoli che nel racconto “Il giaciglio d’acciaio” per l’antologia natalizia di Sellerio Natale in giallo. Il cielo di stagno, ambientato nell’estate del ‘43, intende dare un’immagine del fronte russo piuttosto diversa da quella che conosciamo attraverso la memorialistica (Il sergente nella neve, L’armata tradita, Centomila gavette di ghiaccio). Bora è, sì, reduce da Stalingrado, ed è circondato dalla follia della guerra. Ma si trova nell’assolata Ucraina dove, tanto per cambiare, niente è come sembra, la morte è letteralmente in agguato e il passato è legato al presente in modo imprevedibile. Le ricerche sono state lunghe e complesse, non ultimo perché la storia della “Piccola Russia” negli ultimi quattrocento anni è intrisa di dramma, sangue e leggenda.

Infine, nel salutarti  ringraziandoti per la disponibilità, mi piacerebbe chiederti: stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Ad ottobre uscirà il nuovo titolo di Sparziano, La traccia del vento (in cui il Vallo di Adriano è più simile a un forte del Far West o ad una guarnigione in Iraq che al tipico castrum romano, e a volte Elio ed il suo amico-nemico Baruch ben Matthias somigliano alla “Strana Coppia” dell’omonimo film). Seguirà per Sellerio Il cielo di stagno nel 2013. Mi sto preparando al prossimo romanzo di ambiente romano, probabilmente ancora più eterodosso dell’ultimo, e non mi dispiacerebbe ritagliarmi un po’ di tempo libero per un viaggio attraverso la Moravia e la Slovacchia: la Mitteleuropa continua a mandare il suo richiamo!

:: Un’intervista con Robert Littell a cura di Giulietta Iannone

11 agosto 2012

Grazie Robert per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Robert Littell? Punti di forza e debolezza.

Robert Littell vive alla fine di una trafficata stradina in una vecchia casa su una collina che domina il fiume Dordogne in Francia. Trascorre le sue ore leggendo e scrivendo, anche se non necessariamente in questo ordine. Quando era più giovane ha studiato chitarra classica e, per sport, ha fatto  alpinismo. La cosa grandiosa di arrampicarsi sulle Alpi, vicino al Monte Bianco, è che ti dimentichi di leggere e scrivere, pensi solo a dove potrai mettere la punta delle dita o la punta dei tuoi piedi. In breve, l’alpinismo concentra la mente verso la cosa più essenziale: la sopravvivenza. Con l’età si è rassegnato a fare lunghe passeggiate in montagna ed a guardare le cime delle montagne che una volta saliva.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato, cresciuto e diseducato a Brooklyn, New York, nello stesso quartiere (e più o meno anche nello stesso periodo) di Woody Allen. Ho studiato letteratura alla New York University e ho trascorso quattro anni nella Marina degli Stati Uniti, la maggior parte del tempo a bordo di un cacciatorpediniere. All’età di 21-25 ho avuto così tante responsabilità (da ufficiale di plancia come navigatore della nave) che sogno ancora una nave incagliata a causa di un errore che ho fatto. L’esperienza in marina è stata molto difficile, sul momento – ero solito contare il numero di giorni che mi mancavano prima del congedo – ma guardando indietro, fù un periodo molto formativo. Ho anche scritto un romanzo (Sweet Reason) ambientato a bordo di un cacciatorpediniere. Dopo la Marina sono tornato all’ Università e, infine, ho fatto il giornalista, lavorando come scrittore per Newsweek. Nel 1970 ho lasciato il mio lavoro per trasferirmi in Francia e scrivere il mio primo romanzo. Grazie ad una grande fortuna ho potuto fare lo scrittore fino da allora.

Quando ti sei reso conto che volevi fare lo scrittore?

Pensa che quando ero molto giovane – avevo qualcosa come dieci anni – una volta ho aperto un quaderno e ho deciso di scrivere un romanzo (in inchiostro). Ricordo di aver pensato che se avessi potuto solo immaginare una prima frase, il resto sarebbe venuto. Non ho mai scritto quella prima frase, così il notebook è rimasto vuoto – fino a quando ho smesso per Newsweek e in qualche modo sono riuscito a scrivere quel romanzo.

Raccontaci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

I miei preferiti sono Mother Russia (ambientato a Mosca), The October Circle (ambientato in Bulgaria, in cui sono stato molte volte) e, più recentemente, The Stalin Epigram [L’epigramma a Stalin, Fanucci, 2010] (la storia del grande poeta russo Osip Mandel’stam, che disse la verità su Stalin e alla fine pagò per questo con la vita). Il mio libro attuale, Young Philby, [Il giovane Philby, Fanucci, 2012] vorrei metterlo proprio lì con questi altri. Amo molto ambientare romanzi in altri paesi e in altre epoche e ricreare quei luoghi e quei tempi – in Young Philby, ho ricreato la Vienna dei primi anni Trenta, la Spagna durante la guerra civile, l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Suppongo che il motivo del mio particolare interesse per gli anni Trenta sia che oggi siamo ossessionati dalla crisi economica mondiale, ma le preoccupazioni e i pericoli di oggi sono nulla in confronto a ciò che la gente, specialmente gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali – hanno dovuto affrontate durante il periodo in cui Hitler e il fascismo stavano per sorgere.

Sei stato ispirato da eventi reali nella creazione delle trame?

Sì, certo. Ma se un romanzo si basa in particolare su un particolare periodo storico o su un evento, tutti i romanzi – i personaggi, l’interazione dei personaggi, gli eventi – hanno le loro radici nella vita dello scrittore. Consciamente o inconsciamente. Sono sempre sorpreso di trovarmi a scrivere un dialogo che mi sembra in qualche modo familiare, quando ci penso mi rendo conto che era un frammento di conversazione che ho sentito quando ero bambino o adolescente o adulto. Forse è giusto dire che, in definitiva, uno scrittore è qualcuno che scava nella sua propria vita.

Ora parliamo del tuo nuovo romanzo Young Philby da poco distribuito in Italia da Fanucci con il titolo Il Giovane Philby e tradotto da Olivia Crosio. Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La miccia che mi diede l’idea di scrivere un romanzo su Kim Philby, chiaramente la più grande spia del suo secolo, fù una conversazione che ebbi a Gerusalemme alcuni anni fa con il sindaco emerito di quella città, Teddy Kollek. Racconto questa conversazione nell’epilogo di Il Giovane Philby. Kollek, un giovane austriaco socialista, era a Vienna quando Kim Philby,  giovane laureato di Cambridge, vi giunse nel 1933 – Kollek conosceva Philby di vista, e conosceva Litzi Friedman una radicale, che divenne l’ amante di Philby e più tardi la sua prima moglie. C’è un segreto sepolto in questa storia mi disse Kollek – un dettaglio su Philby che non avevo mai conosciuto prima e che ha gettato una nuova luce sull’intera storia di questo doppio agente britannico. Ma certamente non voglio svelarvi tutto!

Puoi raccontarci qualcosa della trama di questo libro?

Philby era un personaggio incredibilmente affascinante – insieme ai suoi compagni di classe provenienti da Cambridge, tutti molto di sinistra, tutti molto idealisti, tesserati comunisti- decise di cambiare il mondo, o almeno di aiutarlo a muoversi in una certa direzione. Il problema – il dilemma! – per Philby e per i suoi amici del college , negli anni Trenta, era se schierarsi dalla parte di Stalin al fine di lottare contro la marea fascista che minacciava di travolgere l’Europa. Ci deve essere stata certamente una grande quantità di sofferenza in questa scelta – già negli anni Trenta il mondo era a conoscenza del programma di collettivizzazione di Stalin che aveva provocato la morte di milioni di contadini (la prima fame “organizzata”al mondo fu opera di Stalin), sapevano anche che aveva eliminato molti avversari potenziali (Trotsky, Bucharin, Zinoviev, Kamenev, etc) nelle purghe e tramite esecuzioni. Era, sicuramente, per Philby e la sua generazione, il classico caso di sentirsi presi tra Scilla e Cariddi. È opera del romanziere quella di immaginare come navigarono tra i due(italiani!) pericoli per la navigazione. (Quando ero in Marina a bordo del mio destroyer, mi ricordo che stavo navigando attraverso lo stretto di Messina e passai quello che la carta di navigazione aveva etichettato come Scilla.) Forse tutta la vita è un problema di navigazione tra Scilla e Cariddi.

Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Un grande lavoro. Ho trascorso qualcosa come un anno leggendo quasi tutto ciò che è stato scritto su Philby (incluse le sue proprie “memorie”, pubblicate dopo che aveva cercato asilo in Unione Sovietica e quindi sospette dal momento che il manoscritto avrebbe dovuto essere approvato da parte della polizia segreta), e tanto materiale sugli anni Trenta e Quaranta e Cinquanta. Se si inizia a leggere di un soggetto, è difficile poi fermarsi. Ma ad un certo punto al ricercatore deve subentrare il romanziere e dire “Stop. E’ ora di scrivere “.

Quali sono le tue influenze?

Le mie influenze letterarie? In termini di fiction sono stato e rimarrò un grande ammiratore di F. Scott Fitzgerald – sia per la sua scrittura, la sua riscrittura, il suo perfezionismo, le sue trame intricate. Quello che ammiro – arrivando a riverire! – a proposito di Fitzgerald è che egli era sia un artista e che un artigiano. Troppi artisti non sono artigiani, troppi artigiani non sono artisti. La parte difficile è quella di essere entrambe le cose. Ho letto una grande quantità di libri di storia e biografie. Per la sezione che tratta della guerra civile spagnola in Il giovane Philby, per esempio, ho fatto affidamento su un libro magistrale dello storico inglese Antony Beevor, dal titolo The Battle for Spain. Per le sezioni del mio romanzo che riguardano  Stalin mi sono basato sulle più recenti biografie di Stalin (Stalin: The Court of the Red Tsar e Young Stalin) dello storico inglese Simon Sebag Montefiore.

Chi preferisci Robert Ludlum o John Le Carre?

Le Carre, certamente. Non perché scrive romanzi di spionaggio. Ma perché è uno scrittore raffinato e un romanziere meraviglioso. E’ una coincidenza che l’oggetto dei suoi romanzi sia molto spesso lo spionaggio. Ma io odio quando lo definiscono uno scrittore settoriale, cioè quando lo definiscono diversamente da un romanziere compiuto.

Pensi che ci sia una rinascita della spy story? Qual è il futuro della spy story?

Non ne ho idea. A mio modo di pensare Il giovane Philby è più di un romanzo storico (circa una figura centrale che è una spia) è un romanzo di spionaggio. Ma ancora una volta, perché limitare la definizione di qualsiasi romanzo …

Ci sono film in programma tratti dal tuo libro?

No.

Definiresti il terrorismo la contemporanea “Guerra fredda”? Sei d’accordo?

No. La guerra fredda era molto più semplice – e, finora, molto più pericolosa. Più semplice perché sapevamo chi fosse il nemico e dove il nemico fosse e più o meno quello che voleva. Più pericolosa perché ogni lato avrebbe potuto distruggere l’altro, insieme con la vita come la conosciamo sul Pianeta Terra. Oggi abbiamo solo una vaga idea di chi sia il nemico, non abbiamo idea di dove  sia – e abbiamo solo le nozioni più primitive di ciò che il nemico (per nemico mi riferisco all’Islam radicale) vuole. Ma questo nemico radicale, finora, ha mostrato solo la capacità di distruggere le Torri Gemelle, al contrario di distruggere l’America e le sue infrastrutture. Questo potrebbe cambiare se l’Islam radicale ottenesse, diciamo, le armi nucleari dal Pakistan.

Come possono i lettori entrare in contatto con te?

Il modo tradizionale è quello di scrivere lettere indirizzate a me tramite il mio editore. Ho sempre risposto alle lettere dei lettori.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

No.

Raccontami qualcosa sul tuo prossimo romanzo. A cosa stai lavorando in questo momento?

Mi dispiace. Sono superstizioso e non parlo mai di ciò che sto scrivendo. Ho paura che se ne parlo, possa sparire.

:: Un’intervista con Brian McGilloway autore di Terra di confine (Revolver, 2012) a cura di Giulietta Iannone

10 agosto 2012

Ciao Brian. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Brian McGilloway? Punti di forza e di debolezza.

Grazie per avermi invitato. Sono un padre di 38 anni di quattro ragazzi che lavora a tempo pieno come insegnante di inglese. Il mio primo romanzo crime, Borderlands, è uscito nel 2007 e  da allora ho pubblicato un libro all’anno.

Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

Ho sempre amato la scrittura. La cosa che mi ha spinto a scrivere Borderlands, che è il mio primo romanzo, è stato il fatto che molte delle serie che mi piaceva leggere, Rebus, Robicheaux, e Morse per esempio, sembrava stessero volgendo al termine, con gli investigatori che o morivano o erano vicini alla morte o erano in via di pensionamento. Ho deciso di scrivere il libro che mi sarei divertito a leggere se avessi perso quegli amici immaginari. Borderlands è stato scritto come il tipo di romanzo crime che avrei voluto leggere.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Penso che i buoni scrittori dovrebbero portarti in luoghi in cui non sei mai stato prima, dovrebbero far si che nuovi luoghi e personaggi prendano vita, conservando sempre una voce autentica.

Parlami del tuo processo di scrittura?

Quando sto fisicamente scrivendo un libro, cerco di scrivere 1000 parole al giorno. Scrivo per circa due ore e, in una buona giornata, supero questo obiettivo. In una brutta giornata potrei scrivere 200 parole. Tendo a scrivere ogni libro un terzo alla volta. Ideato il primo terzo della trama inizio a scrivere. Poi mi fermo, torno su quello che ho già fatto e pianifico la sezione successiva. Questa è spesso la parte più lenta da scrivere perché devo far sì che tutti i fili si tendano intorno alla vicenda. La terza parte finale tende ad essere molto veloce da scrivere, perché a quel punto so dove tutto sta andando.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho scritto Borderlands nel 2003/2004. L’ho presentato ad un certo numero di editori e agenti e ho sì avuto qualche feedback positivo, ma niente di fatto. Infine, l’ho presentato a Macmillan come parte della loro New Writing Imprint. Circa quattro mesi dopo la presentazione, ho saputo che lo volevano pubblicare. Era il 2006 e il libro è uscito nel 2007, circa tre anni dopo aver finito la prima bozza.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Sono un grande lettore di crime ed amo il lavoro di James Lee Burke, Ian Rankin, John Connolly, Michael Connelly, Dennis Lehane … Inoltre c’è un intero gruppo di grandi scrittori irlandesi – Adrian McKinty, Declan Burke, Tana French, Declan Hughes, Stuart Neville, Arlene Hunt e William Ryan per citarne alcuni. Suppongo come un sacco di autori di crime, che i luoghi siano una parte vitale della storia, al punto che un detective diventa strettamente connesso con il suo ambiente. Certo che hanno influenzato la mia scrittura.

Ti capita mai di utilizzare una qualsiasi delle tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Tutto il tempo. Ho descritto Devlin come un uomo sposato e padre di famiglia perché al momento della scrittura, ero sposato e mia moglie aveva il nostro primo figlio. Ciò ha fatto sì che il mio personaggio mi permettesse di riflettere ed esplorare le questioni che mi riguardavano. Cosa che ho continuato a fare per tutta la serie.

Ora, parlaci di Borderlands da poco pubblicato in Italia da Revolver BD con il titolo Terra di confine e tradotto da Marco Piva Dittrich. Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Come ho già detto, ho voluto scrivere un romanzo poliziesco che prendesse il posto di tutti quei romanzi delle serie che sembravano essere finite. L’idea originale è nata effettivamente mentre stavo camminando con il mio cane lungo il confine. Mi chiedevo cosa sarebbe successo se avessi trovato un corpo. Poi ho lavorato a ritroso – come mai il corpo si trovava li, il suo posizionamento era intenzionale o accidentale, come la persona era morta, perché? La storia è cresciuta da questo. Ho cambiato molto nella scrittura e riscrittura, ma l’ idea originale, di un corpo sul confine, è restata l’apertura del libro.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Il libro parla del ritrovamento di un corpo sul confine e di come è collegato con la scomparsa di una donna nel 1970. Suppongo che ciò sia per l’impatto del passato sul presente, che è qualcosa di cui siamo acutamente consapevoli nell’Irlanda del Nord.

Il primo capitolo presenta la scoperta del corpo di Angela Cashell. Potresti dire ai nostri lettori cosa succede?

Questa scena è stata volutamente scritta per fare due cose – in primo luogo introdurre Ben Devlin il detective della Garda. Il suo primo pensiero quando vede il corpo nudo della vittima è quello di coprirlo con il suo cappotto. Volevo questo per delineare il personaggio come un uomo ricco di bontà e di empatia – è spinto anche  a rendere sicuri i confini, non solo per la sua famiglia, ma perché è moralmente la cosa giusta da fare. Il secondo scopo in quella scena è stato quello di presentare al lettore il territorio e il fatto che è sorvegliato da due diverse forze di polizia su entrambi i lati del confine. Queste due forze stanno lavorando insieme dopo anni in cui tradizionalmente non sempre furono cooperative l’una con l’ altra. E ‘stato un modo per me di esaminare la natura mutevole della vita in Irlanda del Nord attraverso il microcosmo della natura mutevole della polizia della frontiera.

Puoi dirci qualcosa in più sul protagonista, Ben Devlin?

Ben è un padre di due bambini abbastanza felicemente sposato. E ‘un ispettore dell’ An Garda della Repubblica d’Irlanda, con sede a Lifford sul confine irlandese. E’ un cattolico, frequenta regolarmente la messa e deve equilibrare la vista delle scene del crimine con la lettura di fiabe della buonanotte ai suoi figli. Deliberatamente non è il tipico anticonformista alcolizzato e divorziato che è un classico della letteratura poliziesca. Sono più interessato a come un uomo normale bilanci tutti i diversi aspetti della sua vita.

Raccontaci gli altri personaggi del libro.

In aggiunta alla sua famiglia, il personaggio principale di questo libro, che caratterizza tutta la serie è la controparte di Devlin nel PSNI, Jim Hendry. Jim è un personaggio più divertente di Devlin e più incline a piegare le regole un po’ per soddisfare se stesso. Il loro rapporto di lavoro è quello che mi interessa maggiormente. Il libro parla anche di una coppia di sposi Johnnie e Sadie Cashell la cui figlia è la vittima ritrovata sul confine. Johnnie è un delinquente, ma Devlin sente una grande pietà per la moglie, Sadie, che sembra non avere altra scelta che subire la vita che non ha scelto.

Quale è la tua scena preferita in Borderlands?

Sono passati alcuni anni da quando l’ho riletto, ma mi piaceva l’apertura. C’è anche una bella scena con Devlin e Sadie durante la veglia funebre per la figlia. E c’è una scena che coinvolge una caccia ad un gatto selvatico, che mi è piaciuto molto scrivere.

In Borderlands quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più facile e perché?

Ad essere onesti, mi è piaciuto scrivere tutti i personaggi – nessuno è stato particolarmente difficile da delineare. Detto questo, sto trovando sempre più difficile scrivere ogni libro successivo, ma penso che sia un’ esperienza abbastanza comune. In ogni libro, si vuole migliorare e costruire su quello che si è fatto prima, e dare ai lettori qualcosa di diverso.

Perché hai raccontato una storia di confine? Come il posto ha influenzato la tua scrittura?

I libri esplorano il fatto che non c’è mai niente di bianco o di nero – tutto è sempre fatto di varie tonalità di grigio, sia se sei un eroe o un cattivo. Le terre di confine rappresentano questo. Inoltre, la zona dà la sensazione del selvaggio West e questo tema attraversa tutti i miei libri – il terzo libro tratta proprio di una miniera d’oro al confine.

Raccontaci qualcosa del noir irlandese. Chi sono i migliori esponenti di questa scuola?

C’è stata di recente un’esplosione della letteratura crime irlandese. Oltre agli scrittori che ho citato sopra, ci sono Alan Glynn, Jane Casey, Gene Kerrigan, Gerard O’Donovan e Alex Barclay, che hanno goduto di grande successo. Conor Fitzgerald è uno scrittore irlandese, i cui libri davvero superbi sono ambientati in Italia. C’è anche un piccolo, ma laborioso movimento irlandese di crime comici, oltre a Declan Burke, c’è Colin Bateman, Ruth Dudley Edwards e Garbhan Downey come esempi indiscussi. Nuovi nomi si aggiungono quasi ogni settimana, in questo momento si è aggiunto al gruppo dei crime irlandesi il nuovo libro di Claire McGowan, The Fall, che ha avuto un feedback fantastico e Louise Phillips ha un nuovo romanzo in uscita a settembre, Red Ribbons, che sembra davvero interessante.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

In realtà ero in Italia a luglio in vacanza con la mia famiglia ma non ho partecipato a nessun evento promozionale, temo.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Sia la serie di Devlin e una seconda serie di libri basati su un personaggio chiamato Lucy Black sono stati opzionati per la TV qui in Irlanda. Sono a diversi stadi di produzione e sono fiducioso, almeno uno di loro ce la farà ad arrivare sullo schermo. Detto questo, ci crederò solo quando vedrò scorrere i titoli di coda dopo il primo episodio.

Leggi altri scrittori contemporanei? Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo un libro intitolato Eye Contact di uno scrittore che si chiama Fergus McNeill. Dopo di che ho intenzione di leggere Belle Creole di James Lee Burke.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Ross Mc Donald, Dashiell Hammett, Raymond Chandler, James Joyce, John Connelly, Tony Black, Ken Bruen.

Potrei diventare molto ripetitivo. Stai elencando un sacco di maestri. Connelly e Bruen sono due grandi scrittori che sono stati molto generosi con quelli di noi che sono venuti dopo di loro, e sono stati ispirati dalla loro scrittura.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su questi incontri.

La scrittura è un lavoro solitario, ma la promozione è completamente l’opposto. Può essere un po’ deprimente quando nessuno si presenta per un evento. Una delle mie presentazioni più recenti è stata organizzata la notte stessa della partita dell’Irlanda durante i campionati europei. Sono rimasto scioccato che ci fosse qualcuno. Tendo a non vedere questi eventi come promozione ma semplicemente come un modo per parlare dei miei libri con i lettori ringraziandoli per il sostegno.

Leggi le recensioni dei tuoi libri? Hai ricevuto recensioni negative? Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Tendo a leggere sia le recensioni buone che quelle cattive. Penso che se una critica è stata fatta più e più volte, potrebbe essere necessario considerarne la sua validità. In ogni caso, sia nel bene che nel male, si deve ricordare che è la considerazione di una singola persona. Intendiamoci, è più facile a dirsi che a farsi e si tende a fissarsi sulle recensioni negative a discapito di quelle eventualmente positive. I propri libri sono come figli – si è orgogliosi di ciascuno, e si è profondamente consapevoli dei punti di forza e di debolezza di ciascuno. Quando qualcun altro mette in luce i punti deboli può essere difficile a volte!

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Mi piace sentire i miei lettori e sono sempre incredibilmente grato che qualcuno possa passare il suo tempo, non solo a leggere i miei libri, ma anche a volere entrare in contatto con me. Posso essere contattato attraverso il mio sito www.brianmcgilloway.com

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Il quinto romanzo Devlin, The Nameless Dead è uscito qui in Irlanda pochi mesi fa. Sto lavorando ora ad un secondo romanzo con Lucy Black, che è il seguito di Little Girl Lost.

:: Un’intervista con Ben Kane autore della serie La legione dimenticata a cura di Giulietta Iannone

9 agosto 2012

Grazie Ben per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi Di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Ben Kane? Punti di forza e di debolezza.

Ben Kane: sono un irlandese, un padre, un ex veterinario, e uno scrittore best-seller di romanzi storici. Punti di forza: Sono molto concentrato sulla mia scrittura. Non ho mai rinunciato. Punti di debolezza: posso farmi distrarre da cose come Twitter e Facebook. Non faccio abbastanza esercizio fisico.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Nairobi, in Kenya, dove ho vissuto fino all’età di sei anni. Il resto della mia infanzia l’ho trascorsa in Irlanda. Ho letto un gran numero di libri sin dalla più tenera età, soprattutto fantasy e romanzi storici. Quando ho lasciato le superiori, ho studiato medicina veterinaria, quello era tutto quello che avevo sempre voluto fare. Quella è stata la mia carriera per sedici anni, fino a quando sono diventato uno scrittore.

Quando hai deciso di diventare uno scrittore? Qual è stato il momento in cui hai capito che la passione della scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Decisi di diventare scrittore una notte quando ero ancora in servizio come veterinario, ed ero così occupato che stavo ancora lavorando a mezzanotte. In precedenza avevo avuto idee di scrivere su Roma, ma quello è stato il momento in cui ho iniziato.
Seppi che si era trasformato in un vero e proprio lavoro quando ottenni il mio primo contratto editoriale, nel mese di agosto del 2007!

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Quelli che hanno maggiormente influenzato la tua scrittura?

Preferiti:
Rosemary Sutcliff, autrice di The Eagle of the Ninth, JRR Tolkien, Michael Scott Rohan, autore di The Winter of the World trilogy. Guy Gavriel Kay.
Influenze:
Bernard Cornwell, Wilbur Smith e altri.

Cosa ti ha ispirato a scrivere la serie de La Legione dimenticata?

Il mio amore per Roma, il desiderio di raccontare la storia della battaglia di Carre del 53 aC in gran parte sconosciuta, e quello che è successo ai soldati romani che sono stati fatti prigionieri dopo.

Quanti libri comprende la serie Legione dimenticata?

Solo tre. Figli A Roma è il libro finale.

Perché hai ambientato la serie nell’Antica Roma? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Ho dovuto decidere tra vichinghi e Roma, e Roma ha vinto! Fin da quando ero ragazzo, ho amato tutte le cose che avevano a che fare con l’antica Roma.

Ho letto con molto piacere The Silver Eagle, pubblicato in Italia da Piemme. Puoi riassumerci la trama?

Si riprende la storia dei personaggi principali dopo la fine del primo libro, The Forgotten Legion. Tre di loro sono in Margiana (l’attuale Turkmenistan / Afghanistan), con migliaia di legionari che erano stati fatti prigionieri dopo la battaglia di Carre. Si trovano ad affrontare una lotta feroce per la sopravvivenza contro i nemici dal di fuori e dentro il campo. Fabiola, la sorella del protagonista, affronta la sua lotta per sopravvivere a Roma.

Quale è stata la tua scena preferita in The Silver Eagle?

La scena finale è la mia preferita, a causa di ciò che accade (non voglio dire niente, nel caso in cui i lettori non abbiano ancora letto il libro.)

In The Silver Eagle, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più facile e perché?

Tarquinio è stato il più difficile, perché volevo che avesse molte più difficoltà di quante ne aveva avute nel primo libro. Brenno è stato il più facile, perché è un uomo di gusti semplici, come me!

Parlaci un po’ dei personaggi.

Romolo è il personaggio principale. E’ qualcuno che ha un profondo senso del giusto e dello sbagliato, ma la vita lo ha reso uno schiavo, e qualcuno che subisce la vita, piuttosto che il contrario. Egli brucia dal desiderio di essere libero, e di ritornare a Roma.
Fabiola, sua sorella, è il personaggio più oscuro. Cosa le è successo (è stata venduta a un bordello), l’ha trasformata in una persona molto manipolativa e intrigante. Il suo intero scopo nella vita è quello di scoprire chi è suo padre, e ucciderlo.
Tarquinio, l’indovino, è il personaggio più enigmatico. E’ pieno di conoscenza, ma non sa veramente dove il futuro lo porterà. Odia Roma per quello che ha fatto al suo popolo, ma si assoggetta al suo potere.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Avrei voluto dire di sì, ma non al momento.

Raccontaci qualcosa di Hannibal : Enemy of Rome e Spartacus: The Gladiator.

Hannibal è il primo di quattro libri ambientati al tempo della seconda guerra punica. Ha sia personaggi romani che cartaginesi, e mostra come i due popoli erano sì molto simili, ma anche diversi. Comincia poco prima dell’inizio della guerra, e continua fino alla battaglia presso il fiume Trebbia.
Spartacus: Il Gladiatore è il primo di due libri sull’ uomo che ha guidato la rivolta degli schiavi più grande nella storia antica. Si ripercorre la sua storia dalla Tracia alla scuola dei gladiatori di Capua, e continua fino all’inizio della sua rivolta. Spartacus è il personaggio centrale, ma lo è anche sua moglie, e un giovane romano che diventa suo amico. Il sequel, Spartacus: Rebellion, esce nel Regno Unito il 16 agosto.

Com’ è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Molto molto buono. Mi piace sentire i miei lettori – da qualsiasi parte del mondo. Essi possono sempre mettersi in contatto con me tramite e-mail ben@benkane.net, su Twitter @ BenKaneAuthor o sulla mia pagina di Facebook: https://www.facebook.com/benkanebooks

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Wow, che domanda! Immagino che continuerò a scrivere per un tempo molto lungo. Speriamo che i miei libri diventino ancora più di successo, così sarò in grado di scrivere su qualsiasi periodo storico che voglio.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Qualche volta, ma molto meno di quanto facevo appena pubblicato. Per fortuna, ho così tante email e tweet da parte di persone che amano i miei libri che non soffro più molto quando vedo una recensione negativa.

Hai avuto un insegnante che ti è stato particolarmente di ispirazione?

Non di storia o di inglese, no.

Infine, nel salutarti  ringraziandoti per la disponibilità mi piacerebbe chiederti: stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Attualmente, sto scrivendo il secondo libro della serie di Hannibal. Saranno quattro libri alla fine. Presto inizierò pure a scrivere due libri sul disastro di Kalkriese in Germania nel 9 dC.

:: Recensione di Il respiro del drago di Michael Connelly (Piemme 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 agosto 2012

Il respiro del drago (Nine Dragons, 2009), tradotto da Stefano Tettamanti e Giuliana Traverso ed edito da Piemme, è la quattordicesima avventura giunta in Italia che Michael Connelly dedica all’amatissimo Harry Bosch, ne esistono ancora due pubblicate negli Usa tra cui l’ultima The black box sarà pubblicata il 26 novembre per onorare il 20° anniversario del personaggio. Questa volta Harry Bosch è coinvolto in un caso che lo tocca nei suoi affetti più cari arrivando a colpire la sua ex moglie e sua figlia Maddie, e costringendolo a lasciare Los Angeles per recarsi ad Hong Kong per liberare quest’ultima. Tutto ha inizio con una chiamata di ordinaria amministrazione. L’omicidio di un commerciante cinese di liquori  John Li avvenuto nella periferia sud di LA una delle zone più pericolose della città. Quando Harry si reca sul posto assieme al suo compagno Ferras, subito riconosce l’emporio di liquori e si ricorda dell’anziano proprietario con cui fece amicizia o meglio scambiò qualche parola e quest’ultimo gli offrì l’ultima sua sigaretta durante la rivolta di Los Angeles del 1992. Basta questo per fargli sentire un’ intima comunione con la vittima e a spingerlo ad impegnarsi ancora di più sul caso. Le apparenze fanno pensare ad una rapina ma alcune cose non tornano. Intanto se fosse stato un membro delle bande che infestano il quartiere si sarebbe impossessato come trofeo del costoso liquore alle spalle della vittima, poi il fatto che Li pur possedendo un’ arma non abbia tentato neanche di difendersi subito gli sembra per lo meno insolito. Dal figlio della vittima scopre che il negozio non navigava in buone acque e dalle registrazioni dell’ impianto di sorveglianza capisce che era solito pagare una tangente ad un emissario delle Triadi Cinesi. Appena arrestato l’uomo apparso nel dvd nel momento in cui ritira una mazzetta Bosch riceve prima una telefonata di minaccia poi sul telefonino un video della figlia legata e imbavagliata. Il messaggio è apparentemente chiaro o smette di indagare sul caso o non rivedrà più la figlia. Ma le apparenze come sempre in questo libro sono lontane dalla verità. Comunque ha disposizione solo poche ore per recarsi ad Hong Kong e liberare la figlia prima che il presunto colpevole venga rilasciato e lasci per sempre gli Stati Uniti. Gli basteranno? C’è davvero un nesso tra il rapimento e l’omicidio del commerciante Li? E soprattutto riuscirà tornato a Los Angeles a risolvere il caso? Vi basterà leggere Il respiro del drago per dare una risposta a queste domande.Come lettura estiva è un libro di certo consigliato. Forse non è un Connelly al suo meglio, i primi a mio avviso sono sempre i migliori e tra tutti ho molto amato Il poeta della serie con Jack McEvoy, forse la narrazione è un po’ troppo lenta nella prima parte rispetto agli standard a cui siamo abituati e la parentesi hongkonghese è un po’ slegata dal resto della narrazione, con un evento drammatico non necessario all’economia della storia ed evitabile o per lo meno le cui ripercussioni sono gestite un po’ troppo frettolosamente, tuttavia Connelly è sempre Connelly, il libro si legge, ci si interroga quale colpo di cena l’autore abbia in mente per spiazzare il lettore, e il ruvido ma infondo paterno Bosch come sempre si fa valere. Ho amato molto l’evoluzione che Connelly ha fatto vivere al suo personaggio, ormai vecchio e stanco, appassionato di jazz e diffidente verso colleghi e amici, forse ancora innamorato dell’ex moglie, costretto a combattere con le unghie e coi denti per sua figlia, un po’ mi ha ricordato la malinconia dell’ultimo Wallander di  Mankell.

:: Un’intervista con Piergiorgio Pulixi a cura di Giulietta Iannone

30 luglio 2012

Benvenuto Piergiorgio su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Nato a Cagliari nel 1982, vivi a Padova. Editor, scrittore. Chi è Piergiorgio Pulixi?

Grazie a voi. Chi sono… Essenzialmente sono un grande lettore, e un drogato di storie che assumo nelle più svariate forme: libri, graphic novel, cinema, serie tv, manga, etc. Un anno fa circa avevo più o meno una vita normale con tanto di un bel lavoro con contratto a tempo indeterminato, poi ho fatto la pazzia di mollare tutto, cambiare città e provare a puntare tutto sulla scrittura e sul mondo che le gira intorno. Inevitabilmente questo ti porta a dare il meglio di te e tirare fuori le più belle parole che hai… e anche le parolacce migliori.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho fatto studi classici e il mio approccio alle lezioni era abbastanza anarchico e intermittente, nel senso che prediligevo alcune materie – e nemmeno sempre – e altre le ignoravo quasi del tutto con grande gioia dei professori. Inoltre facevo altro mentre alcuni insegnanti spiegavano – altro come leggere e disegnare – però mi volevano bene perchè tutto sommato entravo in modalità ninja e risultavo quasi invisibile e li lasciavo in pace. La cosa curiosa è che una mia insegnante di lettere quando avevo più o meno quindici anni dopo l’ennesimo sei in un tema, mi disse che studiavo e avevo buone argomentazioni ma non andavo oltre al sei e non sarei andato oltre al sei perchè non avevo quella cosa in più che da spessore e profondità a uno scritto. Non mi offesi, però mi chiesi perchè e se aveva ragione. Iniziai a leggere Stephen King stando attento a come scriveva e come narrava. Feci lo stesso con Connelly ed Edgar Allan Poe… un paio di mesi dopo presi il primo dieci. Poi ne presi parecchi altri… La mia infanzia è stata interessante… nella mia mente! Fino ai nove anni non avevo molti amici, ma ne avevo parecchi nella mia testa non nel senso che sono uno schizofrenico paranoico (non allora perlomeno) ma perchè in quel periodo mi piaceva creare storie e mondi miei, popolati da personaggi alla Huckelberry Finn e Tom Sawyer. Poi iniziai a frequentare amici in carne e ossa ma  l’abitudine non l’ho mai persa, e questo  tende a farmi essere una persona apparentemente silenziosa e distaccata… in realtà quando sono così e perchè sono in un altro mondo, accidenti a me.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Da quali letture? Quali persone ti hanno incoraggiato, spronato, consigliato?

Ripeto: un po’ da quella “sfida” con la professoressa di Lettere, un po’ perchè leggevo già tanto. Prima di incontrare Massimo Carlotto e quella che poi sarebbe stata la mia agente, Colomba Rossi, mi hanno spronato e incoraggiato parecchie fidanzate, questo è un dato curioso. Poi dall’incontro con Massimo, la scoperta del noir e l’ingresso nel Collettivo Sabot tutto è cambiato e ha assunto contorni più professionali… Sulle letture: tutto Stephen King, fino ai vent’anni tutti i thriller su cui riuscivo a mettere le mani, in cima: Thomas Harris, Michael Connelly, Robert Crais. E poi tutti i grandi classici da Omero a Dickens, passando per Tolstoj e Alexander Dumas che rimane uno dei miei scrittori preferiti in assoluto.

Parlaci del tuo debutto, della tua strada verso la pubblicazione. C’è un consiglio che ti sentiresti di dare ai giovani esordienti che a te è stato utile, o che hai compreso grazie alla tua esperienza?

Guarda, se c’è una cosa che accomuna gli scrittori esordienti – da quello che ho vissuto personalmente, dalle esperienze che ho sentito in questi anni, e da quello che ho imparato lavorando sui libri degli altri – è la fretta e un bel po’ di ambizione che sfocia in presunzione. La seconda ci starebbe anche, se però non andasse a braccetto con la prima, la fretta, che invece rende il connubio fastidioso per gli editori, e odioso per i critici. La fretta per uno scrittore o uno che vorrebbe diventarlo è deleteria. La fretta ti spinge tra le braccia dell’editoria a pagamento che nel 99 % dei casi ti rovina, perchè ti porta a veder pubblicato “il più grande capolavoro del mondo” senza editing, senza revisioni, senza un minimo di critica costruttiva; e questo non serve a nulla. Chi crede che comunque un libro pubblicato anche solo da una casa editrice a pagamento faccia curriculum, si sbaglia; non sono quelle le cose che un editor e una casa editrice guardano. Il mio consiglio è aspettare, farsi leggere da più persone possibili che possano consigliare e indicare dove migliorare il proprio lavoro. Per fare seriamente questo lavoro bisogna avere solide basi di grammatica, sintassi e  un po’ di drammaturgia. Bisogna leggere tanto e ricacciare dentro la presunzione di essere migliori degli altri. Su nove casi su dieci non lo si è. Quindi: umiltà, pazienza, studio, preparazione e costanza. Queste credo che siano le strade che portano alla pubblicazione. Per lo meno per me e per parecchie persone che conosco sono state queste.

Fai parte del collettivo di scrittura Sabot, nato grazie a Massimo Carlotto. Parlaci di questa esperienza. Come sei stato “reclutato”? Come è strutturato?

Massimo stava lavorando a un grosso progetto – quello che sarebbe divenuto il romanzo Perdas de Fogu – che lo vedeva impegnato in un’indagine e in una raccolta di materiale davvero estenuante e pressochè infinita. Così decise di mettere insieme un gruppo di giovani autori che gravitavano intorno ai suoi lavori e che condividevano la sua “poetica” e si è fatto aiutare nell’indagine sul Poligono del Salto di Quirra. Ha sfruttato quest’occasione per insegnarci come svolgere un’inchiesta giornalistica e formarci dal punto di vista della letteratura noir. Abbiamo avuto un lungo periodo di formazione che prosegue tutt’ora e poi l’esperienza si è arricchita con altre pubblicazioni collettive e singole. La nostra formazione si concentra soprattutto sullo studio e l’elaborazione delle trame in una maniera quasi scientifica/cinematografica.

Hai esordito pubblicando insieme a Carlotto e ai Sabot il romanzo Perdas de Fogu (edizioni E/O 2008). Ce ne vuoi parlare?

E’ stato un romanzo molto importante che ha avuto qualche problemino perchè toccava  temi scottanti come quello delle servitù militari, delle società miste stato/multinazionali delle armi sulla sperimentazione di nuovi sistemi d’arma molto pericolose, e perchè abbiamo tirato in mezzo persone pericolose. Alla fine però la magistratura ci sta dando ragione perchè il poligono ora è sotto sequestro giudiziario e sta per partire un processo con indagati eccellenti.

Successivamente hai pubblicato Un amore sporco inserito nel trittico noir Donne a Perdere (edizioni E/O 2010). Raccontaci in breve la trama.

Anche se non sembra è una storia d’amore. Un ragazzo soccorre per strada una bellissima ragazza. Capisce subito che è una prostituta albanese. Stando con lei in ospedale scopre che in realtà il suo destino è ancora peggiore: è una schiava sessuale, costretta a prostituirsi contro la sua volontà per conto della mafia albanese che l’ha comprata come un sacco di grano. Il ragazzo scopre anche di essersi innamorato di Miriana, questo è il suo nome. Decide così di portarla via agli aguzzini e scappare in Australia. Ma quelli scoprono tutto e si vendicano uccidendo la ragazza. Credono di avere ucciso anche lui. Si sbagliano… da qui parte la storia.

Parliamo ora del romanzo Una brutta storia edito da E/O nella collana Sabotage diretta da Colomba Rossi. A cosa ti sei ispirato? Prevalentemente fatti di cronaca, o altri romanzi, film, telefilm, fumetti?

Il romanzo parte da uno spunto reale, quello dell’arresto di un’intera Sezione di Polizia, o quasi. Quello mi ha fatto scattare l’idea di una famiglia di poliziotti corrotti e delle dinamiche che si vengono a creare tra loro. Dopo la ricerca sulla corruzione delle forze di polizia in Italia e quindi fatti di cronaca realmente avvenuti, mi sono poi lasciato influenzare da tanto altro; in particolare scrittori come Piergiorgio Di Cara, Mauro Marcialis, De Cataldo, Angelo Petrella e Massimo Carlotto, le serie tv The Shield e Sons of Anarchy, tutti i libri di Ellroy e Don Winslow, film come Training Day e Il Padrino, e un fumetto italiano di grande spessore a mio avviso, una sorta di romanzo per immagini, chiamato Rusty Dogs, disponibile su Internet gratuitamente, che mi ha insegnato a osare.

Raccontaci in breve la trama.

Quella dell’ispettore Biagio Mazzeo non è una famiglia normale. E una famiglia composta solo da poliziotti. Un clan molto unito. Un branco dove si combatte insieme contro il crimine. Ma Mazzeo e i suoi ragazzi non sono poliziotti comuni: sono una banda di sbirri corrotti in seno alla Narcotici, che hanno preso il controllo delle strade col pugno di ferro. Mazzeo guida i suoi come se fosse un patriarca mafioso e farebbe qualsiasi cosa pur di salvaguardare l’integrità della sua famiglia: anche andare contro i suoi superiori o uccidere. Quando si presenta loro il colpo della vita, quello che potrebbe renderli tutti dei milionari, Mazzeo e la sua squadra non si tirano indietro. Ma il caso vuole che sulla loro strada spunti il cadavere di un criminale ceceno, non un delinquente qualsiasi, bensì il fratello di Sergej Ivankov, un potente mafioso ex leader della guerriglia di liberazione della Cecenia. Ivankov e il suo clan si recano in Italia in cerca di vendetta: quella che scateneranno contro Mazzeo e i suoi uomini sarà una guerra senza pietà che colpirà i poliziotti negli affetti più cari, e li costringerà a sfruttare fino all’ultima stilla il potere che un distintivo può dare.

Quali generi di ricerche sono state necessarie?

Articoli giudiziari e di cronaca. Interviste e consulenze con persone del settore. Una buona serie di fonti interne. Questo per quanto riguarda le procedure poliziesche.

C’è stata una gestazione piuttosto impegnativa, hai impiegato tre anni per scriverlo. Quale è stata la parte più laboriosa durante il processo di scrittura?

L’elaborazione, il tratteggio e la profondità dei personaggi. Cioè, quello a cui tenevo di più.

Parliamo adesso del protagonista Biagio Mazzeo. Raccontaci come è nato questo personaggio e come si è evoluto durante i tre anni di scrittura.

Biagio è un personaggio complesso, contraddittorio, forte e sanguigno. Un giornalista l’ha definito “un Don Corleone con un distintivo” e onestamente ci ha preso abbastanza. E’ ispirato a una figura reale di un poliziotto che aveva costruito intorno a sé un clan, una famiglia composta solo da poliziotti, grazie al suo carisma e alla sua forza. Io lo vedo un po’ come un patriarca disposto a tutto pur di proteggere la sua famiglia.

Nel capitolo di apertura in cui avviene un fatto che darà il via a tutta la vicenda lo incontriamo alle prese con una scelta che necessita una rapida presa di posizione. Puoi raccontarci cosa succede?

Certo. Lui e la sua squadra negli anni hanno preso il controllo delle strade e del narcotraffico in città. Quando una piccola banda di ragazzini nigeriani mette in pericolo la sua sicurezza, li uccide e insabbia tutto, fabbricando prove false. Ma non basterà, perchè il destino si accanirà su lui e la sua squadra sotto le sembianza di Sergej Ivankov, padrino della mafia cecena.

Biagio Mazzeo è a capo di una squadra narcotici composta da poliziotti violenti e corrotti. Come hai gestito tanti personaggi? L’approccio corale era voluto, o è nato col tempo?

Era assolutamente voluto. Volevo una storia di ampio respiro, corale, epica e tragica in un certo senso, che avesse il ritmo e il respiro di una serie televisiva o di un romanzo ottocentesco con tanti intrighi, tanti segreti e tante scelte drammatiche. Per farlo era necessario avere tanti personaggi e portare ognuno di loro ai limiti.

Dove è ambientato? C’è una città del nord est in cui possiamo collocare la storia? Padova forse?

Ti direi sicuramente nel Nord, Nord-Est, ma non in una città particolare. La città che racconto in realtà è un concentrato di più città. Volevo che il lettore si immaginasse la sua città, che fosse lui a delineare i contorni di questa metropoli.

Il finale aperto fa presumere che ci sarà una continuazione. Puoi parlarcene? Hai in mente una trilogia o una serie più lunga?

Sì, Biagio e i suoi sono protagonisti di una lunga serie; per ora ho in mente altri due libri, ma  se avrò l’appoggio dei lettori e quello di un editore, ma soprattutto l’energia, vorrei continuare anche più a lungo perchè Una brutta storia in realtà getta le basi per delle storie più grandi e complesse dove i protagonisti sono tanti.

Dammi una tua personale definizione di noir. Come si colloca Una brutta storia in questo genere? Possiamo definirlo un poliziesco, una saga criminale?

Il noir a mio avviso racconta la discesa agli inferi di un personaggio che diventa paradigamtico di una società che genera mostri ed è incapace di rendersi conto che sta guidando bendata, con l’acceleratore schiacciato a tavoletta verso uno strapiombo. Racconta le storture e le distorsioni delle nostre città. Sono tragedie moderne, possiamo dire, dove i personaggi entrano in conflitto diretto con l’ambiente in cui vivono… E’ difficile definire a che genere appartiene “Una brutta storia” perchè la mia idea era proprio quella di contaminare più generi possibili: è sicuramente noir, così come è un poliziesco, ma ci sono venature di thriller, action, ed elementi derivanti dalle tragedie di autori come Euripide e Shakespeare.

Dimmi un aggettivo per ciascuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, James M Cain, Jean- Patrick Manchette,  Jean- Claude Izzo, Ross Macdonald, Massimo Carlotto, Giorgio Scerbanenco, Loriano Macchiavelli, Donald E Westlake.

James Ellroy: cazzuto. Cornell Woolrich: disturbante. James M Cain: tagliente. Jean- Patrick Manchette: cinico.  Jean- Claude Izzo: malinconico. Ross Macdonald: duro. Massimo Carlotto: sconvolgente. Giorgio Scerbanenco: magistrale. Loriano Macchiavelli: coraggioso. Donald E Westlake: folle.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Quelli che hanno maggiormente influenzato la tua scrittura?

Impossibile rispondere a questa domanda. Sono davvero troppi… Stephen King, Dumas, Dickens, Carlotto, Lansdale, Lucarelli, Simenon, James Lee Burke e Derek Raymond sono solo alcuni dei tanti.

Ci sono progetti cinematografici legati al tuo libro? Edizioni per l’estero?

Non lo so e non ho voluto chiedere niente. Preferisco concentrarmi sulla scrittura.

Quanto è importante un buon titolo?

Moltissimo. A volte i titoli sono propulsivi a livello commerciale. Pensa a “Va dove ti porta il cuore”, “La solitudine dei numeri primi” o “L’oscura immensità della morte”.

Cosa stai leggendo al momento?

“Dove tutto brucia” di Mauro Marcialis. Avevo letto tempo fa il suo romanzo d’esordio “La strada della violenza” e dopo poche pagine avevo capito che avevo davanti un autore dal talento naturale bruciante. Quest’ultimo lavoro è una conferma della sua scrittura corrosiva e sconvolgente. Negli Usa uno come lui verrebbe osannato.

Quale è il segreto di un buon racconto?

Se intendi per racconto una storia breve, direi l’incisività della scrittura e la capacità di entrare sotto la pelle del lettore con poche parole. Se invece alludi all’arte di narrare in generale allora direi l’assoluta mancanza di noia.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità mi piacerebbe sapere se hai in uscita un nuovo libro e se stai scrivendo al momento.

Sì, sto scrivendo al momento il seguito di “Una brutta storia” che spero uscirà presto, editore e tempi editoriali permettendo, e un romanzo collettivo con i Sabot su una storia molto bella e dura che parte dall’Italia per arrivare all’estero dov’è è totalmente ambientata. E’ un noir veloce e scattante per gli amanti di Don Winslow, Il Padrino e Scarface. Entrambe sono storie di perdizione e redenzione dove l’onore e l’amore sono armi a doppio taglio… Grazie a voi, è stato un grande piacere.

:: Recensione di L’aquila d’Oriente di Ben Kane (Piemme, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 luglio 2012

l'aquila dimenticataPer gli appassionati di romanzi storici ambientati nell’Antica Roma consiglio la lettura di un autore che ho scoperto quasi per caso trovando un suo libro su una bancarella dell’usato. Facendo un po’ di ricerche ho scoperto che L’aquila d’Oriente  (The Silver Eagle, 2009) uscito per Piemme nella collana economica Piemme bestseller nel marzo di quest’anno è il secondo volume della trilogia della Legione dimenticata che comprende anche La legione dimenticata, (The Forgotten Legion, 2007) già pubblicato per Piemme nel 2011 e Road To Rome ancora inedito in Italia. Oltre a questa trilogia Ben Kane ha anche pubblicato Hannibal : Enemy of Rome e Spartacus: The Gladiator uscito nel gennaio 2012 in versione originale. Ecco la trama di L’aquila d’Oriente: dopo la sconfitta di Crasso a Carre nella Margiana Orientale i superstiti, divenuti la Legione dimenticata, per sopravvivere devono accettare di combattere per i Parti. Tra questi soldati ci sono anche Romolo, Brenno e Tarquinio che essendo schiavi si erano arruolati a Roma. Intanto in Occidente Fabiola sorella di Romolo, decide di partire per la Gallia in cerca del fidanzato Bruto partito a sua volta al seguito di Cesare. Ricongiunta a Bruto assiste all’orrenda fine della città di Alesia che viene conquistata e distrutta da Cesare. Intanto i legionari che sono in Margiana grazie ad una visione concessa dal dio Mitra trovano una via di fuga in Occidente. Ad Alessandria d’Egitto dove Fabiola ha seguito Bruto al seguito di Cesare nella campagna contro Pompeo, riesce a vedere il suo gemello Romolo ma viene separata da lui quasi subito. Sogno di tutti i personaggi è di ricongiungersi a Roma e il titolo dell’ultimo capitolo della trilogia Road To Rome fa ben sperare. Che dire scritto bene, scorrevole, storicamente molto accurato, anche se l’autore ammette di aver unito parti storiche e parti di fantasia. I personaggi sono simpatici e caratterizzati in modo interessante e l’avventura domina su tutto. Per la qualità della scrittura e l’amore per i particolari decisamente superiore alla norma. Consigliato.

:: Recensione di Viva la muerte! di André Héléna (Aisara, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 luglio 2012

Viva la muerte! (J’aurai la peau de Salvador, 1949) è un bellissimo e amaro noir di André Héléna, pubblicato da Aisara e tradotto dal francese da Giovanni Zucca.
Ambientato in Spagna durante la Guerra Civile, e subito dopo l’avvento di Franco, e scritto qualche anno prima di Massacres à l’anisette (1955), altro noir di Héléna con ambientazione spagnola, ha per protagonista Josè Ruiz un delinquente di strada abituato sin da ragazzo a cavarsela con espedienti, furti e piccole rapine.
Nel prologo assistiamo all’incontro di Josè con un uomo in un bistrot di esuli di Montmartre.
Sarà per nostalgia, sarà per l’alcool, Josè inizia a raccontare allo sconosciuto la sua vita, la sua giovinezza in Spagna, il suo amore tormentato per Conchita, il suo odio per Salvador, un ex complice di una rapina al Banco de España scappato con buona parte del bottino.
Viva la muerte! è infondo la storia di una vendetta perseguita come unica ragione di vita da un uomo che infondo ha perso tutto, non in ultimo l’amore di Conchita, suo grande amore adolescenziale, divenuta proprio la donna di Salvador.
E’ la storia narrata in prima persona di un uomo votato alla solitudine nella più autentica tradizione noir.

Ero come un lupo solitario che vaga, d’inverno, nei boschi ormai spogli. Non può avvicinarsi a niente e a nessuno. Qualunque essere incontri, è un nemico. E’ votato alla solitudine. Era proprio così. Ero condannato a restare solo. In trincea contro il mondo, un indesiderabile, un uomo da abbattere, un lupo rabbioso. Insomma, niente per cui essere contenti e rendere grazie al Cielo.

Amarezza, melanconia, disincanto si uniscono ad un soffio poetico che quasi stride con il linguaggio duro, basso, anche volgare sicuramente inconsueto per il periodo in cui fu scritto.
La modernità di Héléna è senz’altro la caratteristica più rilevante e quasi sconcertante. Pensare che questo libro fu pubblicato nel 1949 lascia in effetti una sensazione di stupore misto a meraviglia.
L’abilità con cui alterna il registro sentimentale e poetico a riflessioni amare e non prive di un certo cinismo, pensiamo solo alle considerazioni che fa fare al protagonista sulle donne, velate di pura misoginia, è senz’altro la cifra distintiva del suo stile personale e originale che gli ha fatto giustamente guadagnare il titolo di Prince Noir.
Non ci sono ideali politici a nobilitare i comportamenti dei personaggi: Josè quasi per caso si unisce a degli anarchici, Salvador per interesse diviene falangista.
Héléna non ammanta la storia di retorica comune, e lo si nota specialmente nel suo antimilitarismo dichiarato che gli fa dire frasi lapidarie come:

appena un uomo ha una divisa addosso, diventa un malvivente.

Per gli appassionati di Héléna e del noir, da non perdere.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.