:: Un’ intervista con Robert Littell

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Grazie Robert per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Robert Littell? Punti di forza e debolezza.

Robert Littell vive alla fine di una trafficata stradina in una vecchia casa su una collina che domina il fiume Dordogne in Francia. Trascorre le sue ore leggendo e scrivendo, anche se non necessariamente in questo ordine. Quando era più giovane ha studiato chitarra classica e, per sport, ha fatto  alpinismo. La cosa grandiosa di arrampicarsi sulle Alpi, vicino al Monte Bianco, è che ti dimentichi di leggere e scrivere, pensi solo a dove potrai mettere la punta delle dita o la punta dei tuoi piedi. In breve, l’alpinismo concentra la mente verso la cosa più essenziale: la sopravvivenza. Con l’età si è rassegnato a fare lunghe passeggiate in montagna ed a guardare le cime delle montagne che una volta saliva.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato, cresciuto e diseducato a Brooklyn, New York, nello stesso quartiere (e più o meno anche nello stesso periodo) di Woody Allen. Ho studiato letteratura alla New York University e ho trascorso quattro anni nella Marina degli Stati Uniti, la maggior parte del tempo a bordo di un cacciatorpediniere. All’età di 21-25 ho avuto così tante responsabilità (da ufficiale di plancia come navigatore della nave) che sogno ancora una nave incagliata a causa di un errore che ho fatto. L’esperienza in marina è stata molto difficile, sul momento – ero solito contare il numero di giorni che mi mancavano prima del congedo – ma guardando indietro, fù un periodo molto formativo. Ho anche scritto un romanzo (Sweet Reason) ambientato a bordo di un cacciatorpediniere. Dopo la Marina sono tornato all’ Università e, infine, ho fatto il giornalista, lavorando come scrittore per Newsweek. Nel 1970 ho lasciato il mio lavoro per trasferirmi in Francia e scrivere il mio primo romanzo. Grazie ad una grande fortuna ho potuto fare lo scrittore fino da allora.

Quando ti sei reso conto che volevi fare lo scrittore?

Pensa che quando ero molto giovane – avevo qualcosa come dieci anni – una volta ho aperto un quaderno e ho deciso di scrivere un romanzo (in inchiostro). Ricordo di aver pensato che se avessi potuto solo immaginare una prima frase, il resto sarebbe venuto. Non ho mai scritto quella prima frase, così il notebook è rimasto vuoto – fino a quando ho smesso per Newsweek e in qualche modo sono riuscito a scrivere quel romanzo.

Raccontaci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

I miei preferiti sono Mother Russia (ambientato a Mosca), The October Circle (ambientato in Bulgaria, in cui sono stato molte volte) e, più recentemente, The Stalin Epigram [L’epigramma a Stalin, Fanucci, 2010] (la storia del grande poeta russo Osip Mandel’stam, che disse la verità su Stalin e alla fine pagò per questo con la vita). Il mio libro attuale, Young Philby, [Il giovane Philby, Fanucci, 2012] vorrei metterlo proprio lì con questi altri. Amo molto ambientare romanzi in altri paesi e in altre epoche e ricreare quei luoghi e quei tempi – in Young Philby, ho ricreato la Vienna dei primi anni Trenta, la Spagna durante la guerra civile, l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Suppongo che il motivo del mio particolare interesse per gli anni Trenta sia che oggi siamo ossessionati dalla crisi economica mondiale, ma le preoccupazioni e i pericoli di oggi sono nulla in confronto a ciò che la gente, specialmente gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali – hanno dovuto affrontate durante il periodo in cui Hitler e il fascismo stavano per sorgere.

Sei stato ispirato da eventi reali nella creazione delle trame?

Sì, certo. Ma se un romanzo si basa in particolare su un particolare periodo storico o su un evento, tutti i romanzi – i personaggi, l’interazione dei personaggi, gli eventi – hanno le loro radici nella vita dello scrittore. Consciamente o inconsciamente. Sono sempre sorpreso di trovarmi a scrivere un dialogo che mi sembra in qualche modo familiare, quando ci penso mi rendo conto che era un frammento di conversazione che ho sentito quando ero bambino o adolescente o adulto. Forse è giusto dire che, in definitiva, uno scrittore è qualcuno che scava nella sua propria vita.

Ora parliamo del tuo nuovo romanzo Young Philby da poco distribuito in Italia da Fanucci con il titolo Il Giovane Philby e tradotto da Olivia Crosio. Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La miccia che mi diede l’idea di scrivere un romanzo su Kim Philby, chiaramente la più grande spia del suo secolo, fù una conversazione che ebbi a Gerusalemme alcuni anni fa con il sindaco emerito di quella città, Teddy Kollek. Racconto questa conversazione nell’epilogo di Il Giovane Philby. Kollek, un giovane austriaco socialista, era a Vienna quando Kim Philby,  giovane laureato di Cambridge, vi giunse nel 1933 – Kollek conosceva Philby di vista, e conosceva Litzi Friedman una radicale, che divenne l’ amante di Philby e più tardi la sua prima moglie. C’è un segreto sepolto in questa storia mi disse Kollek – un dettaglio su Philby che non avevo mai conosciuto prima e che ha gettato una nuova luce sull’intera storia di questo doppio agente britannico. Ma certamente non voglio svelarvi tutto!

Puoi raccontarci qualcosa della trama di questo libro?

Philby era un personaggio incredibilmente affascinante – insieme ai suoi compagni di classe provenienti da Cambridge, tutti molto di sinistra, tutti molto idealisti, tesserati comunisti- decise di cambiare il mondo, o almeno di aiutarlo a muoversi in una certa direzione. Il problema – il dilemma! – per Philby e per i suoi amici del college , negli anni Trenta, era se schierarsi dalla parte di Stalin al fine di lottare contro la marea fascista che minacciava di travolgere l’Europa. Ci deve essere stata certamente una grande quantità di sofferenza in questa scelta – già negli anni Trenta il mondo era a conoscenza del programma di collettivizzazione di Stalin che aveva provocato la morte di milioni di contadini (la prima fame “organizzata”al mondo fu opera di Stalin), sapevano anche che aveva eliminato molti avversari potenziali (Trotsky, Bucharin, Zinoviev, Kamenev, etc) nelle purghe e tramite esecuzioni. Era, sicuramente, per Philby e la sua generazione, il classico caso di sentirsi presi tra Scilla e Cariddi. È opera del romanziere quella di immaginare come navigarono tra i due(italiani!) pericoli per la navigazione. (Quando ero in Marina a bordo del mio destroyer, mi ricordo che stavo navigando attraverso lo stretto di Messina e passai quello che la carta di navigazione aveva etichettato come Scilla.) Forse tutta la vita è un problema di navigazione tra Scilla e Cariddi.

Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Un grande lavoro. Ho trascorso qualcosa come un anno leggendo quasi tutto ciò che è stato scritto su Philby (incluse le sue proprie “memorie”, pubblicate dopo che aveva cercato asilo in Unione Sovietica e quindi sospette dal momento che il manoscritto avrebbe dovuto essere approvato da parte della polizia segreta), e tanto materiale sugli anni Trenta e Quaranta e Cinquanta. Se si inizia a leggere di un soggetto, è difficile poi fermarsi. Ma ad un certo punto al ricercatore deve subentrare il romanziere e dire “Stop. E’ ora di scrivere “.

Quali sono le tue influenze?

Le mie influenze letterarie? In termini di fiction sono stato e rimarrò un grande ammiratore di F. Scott Fitzgerald – sia per la sua scrittura, la sua riscrittura, il suo perfezionismo, le sue trame intricate. Quello che ammiro – arrivando a riverire! – a proposito di Fitzgerald è che egli era sia un artista e che un artigiano. Troppi artisti non sono artigiani, troppi artigiani non sono artisti. La parte difficile è quella di essere entrambe le cose. Ho letto una grande quantità di libri di storia e biografie. Per la sezione che tratta della guerra civile spagnola in Il giovane Philby, per esempio, ho fatto affidamento su un libro magistrale dello storico inglese Antony Beevor, dal titolo The Battle for Spain. Per le sezioni del mio romanzo che riguardano  Stalin mi sono basato sulle più recenti biografie di Stalin (Stalin: The Court of the Red Tsar e Young Stalin) dello storico inglese Simon Sebag Montefiore.

Chi preferisci Robert Ludlum o John Le Carre?

Le Carre, certamente. Non perché scrive romanzi di spionaggio. Ma perché è uno scrittore raffinato e un romanziere meraviglioso. E’ una coincidenza che l’oggetto dei suoi romanzi sia molto spesso lo spionaggio. Ma io odio quando lo definiscono uno scrittore settoriale, cioè quando lo definiscono diversamente da un romanziere compiuto.

Pensi che ci sia una rinascita della spy story? Qual è il futuro della spy story?

Non ne ho idea. A mio modo di pensare Il giovane Philby è più di un romanzo storico (circa una figura centrale che è una spia) è un romanzo di spionaggio. Ma ancora una volta, perché limitare la definizione di qualsiasi romanzo …

Ci sono film in programma tratti dal tuo libro?

No.

Definiresti il terrorismo la contemporanea “Guerra fredda”? Sei d’accordo?

No. La guerra fredda era molto più semplice – e, finora, molto più pericolosa. Più semplice perché sapevamo chi fosse il nemico e dove il nemico fosse e più o meno quello che voleva. Più pericolosa perché ogni lato avrebbe potuto distruggere l’altro, insieme con la vita come la conosciamo sul Pianeta Terra. Oggi abbiamo solo una vaga idea di chi sia il nemico, non abbiamo idea di dove  sia – e abbiamo solo le nozioni più primitive di ciò che il nemico (per nemico mi riferisco all’Islam radicale) vuole. Ma questo nemico radicale, finora, ha mostrato solo la capacità di distruggere le Torri Gemelle, al contrario di distruggere l’America e le sue infrastrutture. Questo potrebbe cambiare se l’Islam radicale ottenesse, diciamo, le armi nucleari dal Pakistan.

Come possono i lettori entrare in contatto con te?

Il modo tradizionale è quello di scrivere lettere indirizzate a me tramite il mio editore. Ho sempre risposto alle lettere dei lettori.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

No.

Raccontami qualcosa sul tuo prossimo romanzo. A cosa stai lavorando in questo momento?

Mi dispiace. Sono superstizioso e non parlo mai di ciò che sto scrivendo. Ho paura che se ne parlo, possa sparire.

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Una Risposta to “:: Un’ intervista con Robert Littell”

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