Posts Tagged ‘Giulietta Iannone’

:: Un’intervista con Adrian McKinty a cura di Giulietta Iannone

12 dicembre 2012

1704421_0Grazie Adrian per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Adrian McKinty? Punti di forza e di debolezza.

Sono tutte debolezze, ho paura. Sono distratto, disordinato, pigro con un’etica del lavoro molto povera.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Carrickfergus, Irlanda del Nord, nel 1968 e sono andato alla scuola media locale. Sono cresciuto in un complesso residenziale pubblico durante il periodo della storia dell’Irlanda del Nord conosciuto come “The Troubles”: era un momento piuttosto interessante con un sacco di attentati, dirottamenti, sequestri di persona e omicidi a caso. Ho studiato giurisprudenza presso l’Università di Warwick in Inghilterra e poi, dopo sono andato a studiare filosofia presso l’Università di Oxford.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Qual è il momento in cui ti sei reso conto che la passione per la scrittura poteva diventare un vero lavoro?

Si tratta di un vero e proprio lavoro? Non sono ancora convinto di questo.

Scrivi a tempo pieno? Oppure dividi il suo tempo tra la scrittura e un altro lavoro?

Ho fatto vari lavori: insegnante, postino, camionista, barman ecc… Sono tra un lavoro e l’altro al momento.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime fiction?

I demoni nella mia testa.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

Oh merda si ‘. Molti, molti rifiuti. Solo la stupidità mi ha fatto andare avanti. Se fossi stato un individuo più centrato, con un miglior senso di prospettiva avrei smesso, ma io sono un pessimista ottimista così ho continuato a inviare il mio libro.

Hai scritto dodici libri, sei dei quali formano due trilogie. In Italia è uscito solo Ballata Irlandese con Rizzoli Editore. Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?

Penso che uscirà un libro l’anno prossimo. Una traduzione di The Cold Cold Ground (ma non sono sicuro di questo)

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Amo l’Italia quindi mi piacerebbe tornare.

Parlami della tua routine di scrittura. Descrivimi una  tua tipica giornata di lavoro?

Purtroppo per me non è routine. Ho una grande ammirazione per quegli scrittori che scrivono 1000 parole prima di colazione ogni giorno, ma non sono mai stato uno di quelle persone. Scrivo quando posso, durante il giorno. Un’ora qui o là, talvolta nel mezzo della notte. Il mio non è il sistema migliore ad essere onesti.

Puoi dirci qualcosa della casa editrice che pubblica i tuoi libri?

Sono stato pubblicato da Scribner che è abbastanza famoso per aver pubblicato i primi libri di Hemingway e F. Scott Fitzgerald quindi sono molto onorato di essere pubblicato da loro.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Tanti. Cormac McCarthy, James Ellroy, Evelyn Waugh, JG Ballard, Angela Carter ecc ecc

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Molto spesso. Dead I Well May Be  era vero all’80%. The Cold Cold Ground una percentuale simile.

Sei un autore acclamato dalla critica. Ha ricevuto recensioni negative?

Stai scherzando? Mi hanno gettato merda addosso per tutto il tempo. Se vuoi leggere alcune recensioni terribili puoi leggere quello che hanno detto del mio libro Deviant su Good Reads. Wow.

Parlami del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni  che il tuo stile sia cinematografico?

Sono stato influenzato molto dal cinema. Soprattutto dal cinema europeo d’essai. Mi piacciono le scene dei film che non hanno musica o dialogo. Alcuni film recenti che ho ammirato sono Fish Tank, Mulholland Drive, In The Mood For Love

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

No.

Sei stato criticato per l’uso esplicito della violenza nei tuoi romanzi. Cosa rispondi a queste critiche?

La violenza fa parte della vita, in particolare la mia vita quindi se voglio dire la verità bisogna che ne parli.

Ti piace fare tour letterari? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Mi piace incontrare i miei lettori. Mi sento come se fossi in una cella di prigione quando sto scrivendo un romanzo quindi è fantastico per me uscire e incontrare qualcuno che abbia letto i miei libri. Non ho mai avuto una brutta esperienza con un fan. Ho fatto piuttosto poche letture pubbliche, alcune dove nessuno aveva voglia di vedermi. Questo mi rende triste.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il nuovo Zadie Smith che non è altro che brillante.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Charles Willeford, George V. Higgins, Ross Mc Donald, Raymond Chandler, Dashiell Hammett, Ken Bruen, Declan Hughes e John Connolly.

Ellroy: brillante; Woolrich: grande, Goodis: cool; Crumley: cinetico; Thompson: Il Maestro; Willeford: buono; Higgins: sottovalutato; McDonald: sopravvalutato; Chandler: Il Re; Dashiell Hammett: Dio; Bruen: il mio padrino; Dec Hughes: una cosa superba, John Connolly: in realtà non mi piace questa roba soprannaturale, ma apprezzo la sua abilità …

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando ad una storia vera di un omicidio avvenuto tra un gruppo di nudisti tedeschi emigrati in un’isola in Nuova Guinea nel 1906, in modo da poter costruire una comune lì.

:: Recensione di Ai piani bassi di Margaret Powell (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

11 dicembre 2012

Ai pianiPrima dello sceneggiato televisivo inglese girato tra il 1971 e il 1975 Upstairs, Downstairs, molto prima di Gosford Park e di Downton Abbey uscì in Gran Bretagna, nel 1968, un libro di memorie scritto da una cuoca di nome Margaret Langley Powell, dal titolo emblematico Ai piani bassi (Below Stairs, 1968).
Ritratto impietoso di un mondo rigidamente diviso in classi contrapposte, da una parte gli aristocratici ricchi e privilegiati, dall’altra la servitù, Ai piani bassi ci permette di gettare un’ occhiata su quanto accadeva dietro le quinte della grande recita che si ripeteva ogni giorno nelle case della classe dominante in cui l’etichetta, le tradizioni, il ferreo cerimoniale congelava e mascherava un intrecciarsi di vizi e tensioni sotterranee.
L’ingiustizia  e l’insita immoralità di un sistema sociale in cui ad alcuni era permesso di non lavorare, di vivere in case riscaldate, eleganti, nutriti con pasti vari e abbondanti ed altri erano gravati dall’amaro compito di fungere da servi, sottopagati, umiliati, senza tempo libero da dedicare a se stessi, emergono netti ancora più grazie al fatto che l’autrice non utilizza toni drammatici o cattivi. Margaret Powell infatti si limita a descrivere il mondo dal punto di vista della servitù, dal basso, dalle cucine, permettendole di avere una visuale personale e nello stesso tempo obiettiva. La sua analisi è lucida, a tratti ironica o divertita come quando per esempio riporta la bizzarria di essere costretta a stirare le stringhe delle scarpe dei suoi padroni, a tratti impietosa e anche dura.
Oltre al valore oggettivo di documento storico e sociologico, di affresco di un mondo, quello degli anni Venti e Trenta e poi Quaranta dello scorso secolo, di testimone dei cambiamenti, Ai piani bassi è un libro scritto sorprendentemente bene, con un linguaggio colorito e spontaneo, saporito e dotato di verve e di umorismo. L’immediatezza e la facilità con cui il lettore si trova a condividere i pensieri e a parteggiare per l’intraprendente testimone silenziosa di un mondo che infondo non disprezza ma di cui non ignora le debolezze e le disuguaglianze elevate a rango di privilegi acquisiti, è sicuramente la dote maggiore di questo libro, breve ma ricco di umanità.
Non è un manifesto politico, la Powell non sogna una rivoluzione cruenta che spazzi via ingiustizie e disparità, sebbene per un attimo fantastichi al riguardo, e pur tuttavia la sua voce emerge autentica e personale, e la forza silenziosa con cui espone le sue riflessioni con limpida oggettività, non è priva di una potente carica critica e accusatoria. La giovane sguattera, che prima di diventare cuoca e poi scrittrice di successo ha dovuto provare sulla sua pelle le più dolorose contraddizioni e fatiche dell’ultimo scalino della classe sociale, emerge da questo ritratto come una vittoriosa eroina capace di piegare la sorte facendo emergere  e trionfare i suoi meriti. Un bellissimo ritratto femminile.
Einaudi ha vinto l’ asta per acquistarne i diritti in Italia soprattutto dopo il grande successo della serie tv Downton Abbey di cui il romanzo è stato fonte di ispirazione per Julian Fellowes nella stesura della sceneggiatura. Traduzione di Carla Palmieri e Anna Maria Martini.

Margaret Powell, nacque a Hove, in Gran Bretagna, nel 1907. A quattordici anni ottenne un posto nella lavanderia di un albergo, poi lavorò come sguattera e dopo come cuoca presso alcune famiglie dell’ alta società inglese. Il suo Below Stairs, uscito nel 1968, divenne un caso editoriale in patria. Alla morte, nel 1984, la scrittrice lasciò un ricco patrimonio.

:: La ragazza del Sunset Strip di Joseph Hansen (Elliot, 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2012

ragazza sunset“Vuoi dire che sono stati loro a ucciderlo?” chiese Amanda sbigottita.
“Non loro, la loro rispettabilità. Sai che cos’è? No, sei troppo giovane, non puoi saperlo. Un tempo tutti tenevano in grandissimo conto la rispettabilità, oggi invece la parola è quasi priva di significato perché un concetto troppo lontano dalla realtà. Ormai se ne sono accorti quasi tutti: questa scoperta, che è già costata la vita a Gerald Dawson, adesso distruggerà anche quella di sua moglie e di suo figlio”.
“Il senso del decoro” azzardò Amanda.
“No, non decoro, ma rispettabilità”. Dave rimase un attimo ad osservare Delgado che toglieva dal fuoco le fette di bacon e buttava in padella le uova sbattute. “L’importante non è quello che sei, ma quello che i vicini pensano di te. Solo che adesso i vicini di casa non esistono più, e , anche quando esistono, non si occupano certo di te, ma dei fatti loro”.

La ragazza del Sunset Strip (Skinflick, 1979), traduzione dall’inglese di Maria Luisa Vesentini Ottolenghi, 5° romanzo della serie Dave Brandstetter Mysteries, fu pubblicato a New York da Holt Rinehart & Winston. In Italia arrivò pochi anni più tardi, nel 1981, grazie a “Il Giallo Mondadori” con lo stesso titolo scelto da Elliot edizioni che, dopo Scomparso e Atto di morte, ci porterà tutti i dodici romanzi dedicati da Joseph Hansen al suo più celebre investigatore assicurativo.
Joseph Hansen, a mio avviso uno tra i grandi maestri del genere hardboiled, scelse la California e prevalentemente Los Angeles come scenario per le sue storie che vedono come indiscusso protagonista Dave Brandstetter, investigatore privato dichiaratamente gay al servizio di una agenzia assicurativa, ricco quando basta da poter vivere senza lavorare, se solo lo volesse, o abitare in una mega villa di quelle che scintillano al sole di Los Angeles. Sobrio, sbarbato di fresco, educato, sempre con una camicia pulita, moralmente onesto, amante degli uomini, sembra infrangere uno ad uno gli stereotipi che caratterizzano l’investigatore classico e proprio per questo con caparbia originalità si è conquistato un posto di assoluta unicità nel genere. Dave Brandstetter è indubbiamente una persona più che un personaggio, e questo poche volte avviene nella storia della letteratura. Joseph Hansen oltre che romanziere è soprattutto un poeta, la cui liricità mai sentimentale, mai sdolcinata, arricchisce le sue pagine “poliziesche” di una eleganza e di una bellezza evocativa e profonda.
La ragazza del Sunset Strip ci porta nel lato più buio, e ben poco glamour, della Los Angeles fine anni Settanta, fatto di droga, pornografia, prostituzione, motel di second’ordine pieni di piatti sporchi, cinematografi a luci rosse, set di film porno dove si girano pellicole senza valore per campagnoli senza il senso dell’umorismo, sexy shop e locali equivoci, un mondo in cui squallore e corruzione fanno da contraltare al lato rispettabile ed edificante, ai surfisti abbronzati e atletici che popolano le dorate spiagge affacciate sull’oceano, ai probi uomini e donne frequentatori delle innumerevoli chiese che popolano la città che a volte si trasformano in vigilantes contro il vizio e la depravazione. Ed è a quest’ultimo genere che appartiene Gerald Dawson, commerciante di materiale cinematografico, trovato ucciso con il collo spezzato davanti al portico di casa.
Accusato dell’omicidio Lon Tooker, proprietario di una libreria per adulti Keyhole, oggetto dei raid punitivi contro il vizio proprio di Dawson. Il dubbio che a commettere il delitto siano stati proprio i beneficiari della polizza assicurativa sottoscritta da Dawson chiama in causa Dave Brandstetter, che inizia a indagare sentendo che niente è quello che dovrebbe essere. Gerald Dawson non è l’integerrimo paladino della probità e moralità, Lon Tooker non è un depravato violento, assetato di vendetta, moglie e figlio non sono così limpidi come sembrano arrivando a considerare la rispettabilità ben più importante della ingiustizia di vedere pagare un innocente per un delitto che non ha commesso. Poi, anche grazie all’aiuto di Randy Van, un travestito che sembra aver fatto breccia nel cuore di Dave Brandstetter, a cui Hansen dedica una scena di grande tenerezza, le tracce portano verso una prostituta scomparsa Charleen Sims, probabile testimone del delitto, l’unica che sa veramente come le cose siano andate.
Forse il più violento dei romanzi dedicati a Dave Brandstetter letti da me finora, e per i temi trattati decisamente il più amaro e crudo, La ragazza del Sunset Strip conferma le doti narrative di Hansen, su tutte la capacità di ricreare l’atmosfera anni Settanta, la cura per i dettagli delle ambientazioni, la scrittura poetica e dolente, l’abilità di caratterizzare i personaggi da piccoli particolari, non solo i principali, come per esempio il vecchio guardiano che offre il caffè a Dave Brandstetter con le sue dita artritiche e i gesti lenti ma precisi, o il vecchio padre di Charleen Sims che fa il rappresentante Avon e mangia purè di patate in una casa povera e spoglia.
Tra scambi di persona, rapimenti, orge a base di sesso e droga, ricatti organizzati da soci di affari, la storia si dipana alternando brutali aggressioni a sprazzi di umorismo, caratterizzati da una vena di tristezza che fa arrivare il protagonista alla dolente consapevolezza che gli anni migliori sono alle sue spalle. Ormai Hansen si sta conquistando un posto tutto suo tra le mie letture preferite di sempre.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Recensione di Una notte di Natale a New York di Henry Kane (Polillo – I Mastini, 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2012

una notteUna notte di Natale a New York (A Corpse for Christmas, 1951) di Henry Kane, traduzione di Giovanni Viganò, è il quarto romanzo della serie dedicata all’investigatore privato Peter Chambers, comprendente ben 28 romanzi e diversi racconti. Originariamente pubblicato in America nel 1951 da J. B. Lippincott, fu ristampato con il titolo The Deadly Doll nel 1959, poi come Homicide at Yuletide, da Signet nel 1966, e infine con il titolo originale da Lancer nel 1971. In Italia uscì nel dicembre 1953 con il titolo Un Mistero per Natale con il Giallo Mondadori. Laurence Block, amico di Kane, si lamentava anni fa che le sue opere fossero fuori stampa e ormai disponibili solo negli store online dell’usato, per cui è una bella notizia che la Polillo nella collana I Mastini ne abbia ripreso la pubblicazione – è già uscito nel 2011 Una rossa e quattro dentisti morti  (Too French and Too Deadly, 1955) –. Negli anni 50 e 60 era sicuramente un autore famoso e considerato di prim’ ordine, grazie soprattutto alla serie dell’investigatore Chambers, ma non solo se consideriamo che scrisse qualcosa come una sessantina di romanzi per non contare i racconti sparsi nelle più prestigiose riviste di settore dell’epoca. Poi negli anni 70 il lento declino con romanzi erotici di suspense considerati semi pornografici, The Shack Job, The Glow Job, The Escort Job, e The Tail Job fino all’oblio e alla morte. Ho potuto trovare nella mia collana di gialli Mondadori Spara per primo, Peter Chambers!, Omicidio a tempo di jazz e Destinazione: obitorio, ma sono certa che se cerco bene, troverò anche gli altri. Sicuramente i primi della serie Peter Chambers, e Una notte di Natale a New York è uno di questi, sono ottimi harboiled anni 50, forse considerati minori, ma ben scritti e decisamente divertenti. L’ironia, lo spirito sagace e acuminato e il linguaggio brillante e fantasioso sono sicuramente le caratteristiche più personali e rilevanti, oltre naturalmente alle trame ben ideate e ad una spruzzata di indagine psicologica mai eccessivamente predominante sull’azione. In Una notte di Natale a New York il nostro detective Peter Chambers si trova catapultato in un caso quasi controvoglia. E’ la vigilia di Natale e un poliziotto dell’Omicidi suo amico, che sa quanto sempre abbia bisogno di soldi, gli telefona in uno dei suoi dopo sbornia e gli annuncia che una collega Gene Tiny, forse una delle prime investigatrici donne della storia dell’harboiled, ha bisogno del suo aiuto. Ex modella, affascinante, con un vero certificato da investigatrice sempre pronto da esibire ai vari scettici, Gene era impegnata in un caso quando sfortunatamente la polizia l’arresta per guida in stato d’ebbrezza. Non potendo portare avanti il suo caso fino all’udienza per il suo rilascio, incarica Chambers, pagandolo profumatamente, di mettersi in contatto il suo cliente un gangster di nome Barney Bernandino e con un tale Sheldon Talbot, un eccentrico scienziato che vive sotto falso nome e che tutti credevano morto in un incidente a Chicago. Chambers si reca da Talbot e questa volta lo trova morto sul serio e come se non bastasse trova la figlia di lui con una pistola in mano e in stato di shock. Naturalmente non è lei l’assassina, e Chambers per discolparla non può fare altro che lasciarsi coinvolgere in questo ginepraio che vede coinvolti alcuni gangster e un nutrito gruppo di vedove nere tutti allegramente uniti in una vicenda che ruota intorno ad antichi gioielli rubati. Il giorno di Natale, come nella più pura tradizione del mystery classico, tutti gli indagati saranno riuniti e Chambers smaschererà il colpevole, non esattamente un colpo di scena, ma la giusta conseguenza del concatenarsi degli indizi. Esce il 6 dicembre e io vi consiglio di non perderlo, si legge in un pomeriggio e se come me considerate il Natale uno dei periodi più tristi dell’anno, me lo terrei da parte da leggere per quella ricorrenza. Vi assicuro vi farà passare un Natale molto, ma molto divertente.

Henry Kane (1908-1988), nato a New York, svolse per alcuni anni la professione di avvocato prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. L’esordio avvenne nel 1947 con A Halo for Nobody (intitolato anche Martinis and Murder) nel quale fece la sua prima apparizione il suo personaggio per eccellenza, l’investigatore privato Peter Chambers che sarebbe comparso in ventotto romanzi e in alcuni racconti. La produzione di Kane fu molto copiosa, una sessantina di opere, alcune delle quali firmate con diversi pseudonimi (Anthony McCall, Kenneth R. McKay, Mario J. Sigola e Katharine Stapleton), e numerosissimi racconti pubblicati su vari periodici tra i quali Esquire, Redbook, Saturday Evening Post, Cosmopolitan. Grande appassionato ed esperto di jazz, nel 1962 diede alle stampe How to Write a Song, un volume di interviste a celebri protagonisti del mondo musicale come Duke Ellington, Hoagy Carmichael, Johnny Mercer, Dorothy Fields, Noël Coward. Per la televisione Kane scrisse la sceneggiatura di alcuni episodi di The Alfred Hitchcock Hour, mentre per il grande schermo curò la riduzione di due romanzi della serie dell’87° Distretto di Ed McBain.

:: Un’intervista con Giuseppe Merico a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2012

Ciao Giuseppe e bentornato su Liberi di scrivere. Pugliese, classe 1974, scrittore e curatore della rivista Argo. Mancavi sul nostro blog dal 2009, data della nostra ultima intervista. Stilaci un bilancio. Cosa è cambiato da allora? Come si è evoluto il tuo stile di scrittura? Quali sono le conquiste più significative di questi anni?

Ciao e grazie per l’ospitalità. Ho iniziato a scrivere nel 2007 e dopo un approccio divertente e nemmeno tanto impegnativo che ha portato alla luce la raccolta di racconti Dita amputate con fedi nuziali (Giraldi), ho scritto il romanzo Io non sono esterno (Castelvecchi, 2011), durante la stesura di quest’ultimo non mi sono chiesto nulla, ho tirato dritto come un fuso, era ed è una storia molto sentita, scritta di getto in una manciata di mesi e presa in nemmeno dieci giorni dalla casa editrice romana, quest’anno è stato pubblicato Il guardiano dei morti (Perdisa Pop). Questa è una breve illustrazione del mio lavoro che chiarisce un po’ le idee innanzitutto a me in modo da rispondere alla tua domanda. Bilanci, non credo di volerne fare, nel senso che al di là dei lettori conquistati credo che la mia scrittura serva innanzitutto a me per sciogliere dei nodi che mi porto dentro, quindi non è il caso di usare strumenti di peso, al posto di questi preferisco le lenti di ingrandimento, diciamo che ho adottato una lente sempre più precisa che mi ha permesso di vedere meglio e di conoscere ciò che mi muove nelle relazioni e nel comportamento. Per quel che riguarda lo stile invece credo di esser passato da una forma “ingenua”, passami il termine, di narrazione, quella di Dita amputate con fedi nuziali a una forma più decisa, ben visibile in Io non sono esterno, dove le frasi sono brevi e anche i periodi lo sono, il tutto è stato funzionale alla durezza della storia e ancora a un’altra forma leggermente più complessa  dove alterno periodi di ampio respiro a tempi concitati soprattutto nelle scene pulp del Guardiano dei morti.

Sei nato a San Pietro Vernotico in provincia di Brindisi. Ci hai vissuto? Che ricordi hai dei luoghi della tua infanzia?

Il mio paese non è solo il luogo dell’infanzia ma anche il posto dove trascorro quasi tutte le estati e ci torno spesso anche durante l’inverno, una parte della mia famiglia d’origine è ancora lì, dunque non rappresenta un ricordo ma una cosa viva che vedo mutare negli anni, è il posto delle radici ed è il posto che amo di più, nonostante le sue brutture ben identificabili nel Guardiano dei morti. I luoghi della mia giovinezza sono strade piene di polvere e vento o con l’asfalto che si scioglie sotto un sole fortissimo, pomeriggi sospesi a dormire anche quando non ne avevo voglia, spremute d’arancia alle sei del pomeriggio, odore di miscela del Mini Chic di mio padre, panni stesi su terrazze piatte, campi incolti e cani randagi, lo schianto del pallone Tango contro i garages usati come porte durante le partite di pallone, pistole o proiettili trovati per caso durante i giochi nei pressi della ferrovia e ancora chiodi messi sui binari ad aspettare che passassero i treni e ne ricavassimo poi delle piccole lance, quegli stessi treni sui quali ho viaggiato centinaia di volte e che mi hanno portato via dal mio sud per una scelta radicata fin da subito nella mia testa e poi quel mare e quel cielo che riconosco come miei. Quindi se dico di amare tanto la mia terra, perché ho deciso di lasciarla? Mi chiedo e credo che questa domanda nasca spontaneamente a chi legge quest’intervista. Una specie di disagio, come se sapessi che per realizzarmi in qualche modo sarei dovuto andar via, un posto più grande dove poter scomparire e riaffiorare a piacimento, la città dunque, Bologna, il posto in cui vivo da più di quindici anni.

Se ti va mi piacerebbe parlare con te del tuo ultimo romanzo appena edito da Perdisa, Il guardiano dei morti. Inizierei col chiederti come è nato. Quale è stato il punto di partenza del tuo processo creativo?

Il Guardiano è nato subito dopo aver saputo che Castelvecchi mi avrebbe pubblicato Io non sono esterno. Covavo dentro ancora molta rabbia e amarezza per come la vita finiva, uscivo da una situazione normalissima eppure drammatica, ovvero la malattia di mio padre e la sua conseguente morte. Decisi quindi di afferrare questa spinta intessuta di disagio e angoscia e mi chiesi come buttare tutto fuori. C’era un modo, violentare la morte, ucciderla. Così è nato il personaggio di Mimino che rappresenta una parte nera di me e del mio vissuto. Era lui che si sarebbe ribellato alla morte, che l’avrebbe sfidata, che si sarebbe ammalato per colpa di lei, che avrebbe giocato con lei  la sua partita a scacchi nel mio personalissimo e non tanto più privato Settimo Sigillo.

Quanto tempo hai impiegato per creare e ideare la trama, trasferirla sua carta, limare i dialoghi, correggere le imperfezioni? E’ stato nelle mani  di un editor?

Il romanzo pur essendo corposo, 380 pagine, è filato via bene, sapevo cosa stavo scrivendo e non ho tentennato mai, nel giro di quattro o cinque mesi l’ho terminato e sì, alla fine, prima della pubblicazione come tutti i libri è stato nelle mani del mio editor che si è limitato ad aggiungere qualche virgola e non perché non sappia fare il suo lavoro, anzi, ma proprio perché andava già bene così. Devo dire che in entrambi i romanzi, sia la Castelvecchi che la Perdisa Pop non hanno ritoccato il mio lavoro, né mi hanno chiesto di farlo.

Il guardiano dei morti ha per protagonista Mimino, Mimì, un giovane che lavora in un cimitero. Spoglia i cadaveri ed è l’ultimo a vederli prima che la bara sia chiusa. Vive ancora con la madre e il padre è appena morto lasciandolo ad affrontare questa assenza, questa privazione affettiva, che lui somatizza compiendo gesti estremi e ripugnanti. I suoi comportamenti sono una forma di ribellione contro la morte? Quale è l’interpretazione più autentica di questi atti?

Credo di averti risposto prima. Assolutamente sì, una forma di ribellione.

Mimino cerca nella famiglia e negli affetti l’unica via di salvezza. E’ dotato di grande umanità, è un uomo fondamentalmente buono anche se danneggiato. Ama Carmela, che non giudica e rispetta, vuole bene a Mirko non ostante sospetti (e poi ne ha la conferma dal prete) che abbia compiuto una cosa terribile, cura e accudisce la madre malata. La sua idea di famiglia non è proprio convenzionale, comunque. In che misura questa necessità, questa fame di sentimenti caratterizza il personaggio?

Direi che ne è intriso, Mimino è corda vibrante, tutti i suoi movimenti sono dettati da una grande emotività e fragilità e fame di affetto, è un perdente per nascita ed educazione ma cerca in tutti i modi di ribellarsi a questa sua condizione. Cerca il contatto con la madre, lo ha cercato con il padre e la negazione di questo senso di unione, proprio fisica col genitore ha creato in lui un vuoto, un pozzo dal quale a fatica cerca di emergere, lotta in tutti i modi per far capire alla madre che lui ce la può fare, è in grado, ha la capacità di dar vita a qualcosa di buono e vuole trasmettere questo messaggio anche al padre, figura dalla quale riesce a staccarsi con fatica tanto che in una parte del romanzo sente la voce del genitore che gli parla nella testa dal mondo dei morti, da qui la sua idea di costruzione di un tessuto familiare che lo liberi da quello malato nel quale è cresciuto e dal quale vuole scappare.

Carmela, la donna amata da Mimino, è una creatura ferita e vittima di abusi nell’infanzia; fa la prostituta ma in un certo senso ricorda quei personaggi felliniani, sognanti, ingenui e inconsapevolmente diventa lo strumento con cui Salvatore, un mafioso del luogo vuole dare una lezione a Mimino, per uno sgarbo, per una ragione non chiaramente identificabile. Parlami del personaggio di Carmela, delle sue luci, delle sue ombre.

Ci tengo a precisare che il signor Salvatore è innamorato di Carmela, per quanto il suo amore sia più un insieme di movimenti che lo portano a non renderle la vita facile, soprattutto dettati da una forma di brama, di sete di possesso, è un uomo abituato a prendersi ciò che vuole, non parlerei di ragione non chiaramente identificabile come suggerisci tu. Di lei posso dire che è una donna sostanzialmente forte e bella e che quando cede chiede aiuto a Mimino, riconosce in lui un’onestà che non riesce a trovare e che forse nemmeno cerca negli altri uomini. Serba dentro di sé il desiderio di trovare una via d’uscita dalla vita che conduce e Mimino questo sembra saperlo. Nel romanzo una scena chiave che indica la completa realizzazione di Carmela come donna è quando viene accettata dalla madre di Mimino che dapprima la rifiuta, ha la benedizione di questa donna e l’amore di Mimino e del piccolo Mirko.

Ambienti la storia in un piccolo paesino del Salento. Un luogo arretrato e degradato, in cui il tempo è cadenzato dalla festa del patrono, dal mercato coperto, dai morti per mafia che richiamano due poliziotti da Roma. Uno di essi ti permette di avere uno sguardo esterno. Cosa vede?

Il poliziotto che viene giù da Roma assieme al suo collega che ho chiamato “il malato” e che ho voluto fosse un po’ una spalla tragicomica del primo, mi ha permesso di utilizzare la terza persona che si addice, come suggerisci tu a uno sguardo un po’ più distaccato negli eventi laddove lo sguardo di Mimino è molto più addentro, con lui uso un Io narrante. Mimino e il poliziotto si assomigliano molto, entrambi inquieti e tutt’e due solcati da una sorta di malinconia che è proprio del Salento che ho voluto descrivere. Il poliziotto è anche il tentativo di descrivere l’avvicinamento a un luogo, il Salento appunto che a primo impatto trova ostile e che non capisce ma che impara ad amare e sono proprio i fatti che gli accadono che lo portano a questa scoperta o epifania.

Ritornando all’ambientazione: come hai deciso di ricrearla? Quali sono i particolari ai quali hai voluto dare maggiormente risalto?

Il romanzo è completamente intriso di sud, mentirei se dicessi che ho cercato di focalizzare l’attenzione su un particolare piuttosto che un altro. Quando ho iniziato il Guardiano venivo fuori da un’esperienza narrativa estremamente claustrofobica, il precedente romanzo, Io non sono esterno, nel quale togliendo le descrizioni della spiaggia nella parte finale e del posto desolato nei pressi della ferrovia dove viveva la famiglia del bambino protagonista della storia, mi riportava sempre in un luogo angusto, chiuso e dove c’era poca luce o nessuna luce, la cantina dove era tenuto prigioniero dal padre, avevo quindi bisogno di spazio, molta aria, libertà di descrizione di paesaggi che in qualche modo ho voluto riportare nelle pagine del Guardiano dei morti.

E’ un romanzo pulp, con venature horror, caratterizzato da una scrittura molto emozionale. Quali scrittori pensi abbiano influenzato il tuo stile?

Ti rispondo dicendo che non riesco a discernere, è un po’ come chiedere, quali alimenti tra quelli di cui ti sei nutrito hanno fatto di te quello che sei come persona. Ogni libro che ho letto ha lasciato un po’ di sé nel mio modo di scrivere, ci sono poi elementi che appaiono più evidenti e altri che rimangono “covert”. Da Bret Easton Ellis a Jonathan Coe a Cormac McCarthy a Raymond Carver e  non solo, una fonte di suggestione me la forniscono la musica e il cinema.

Alcune scene sono estreme, veramente disturbanti. Non hai mai avuto il dubbio di aver travalicato qualche limite, di aver infranto qualche tabù?

Guarda, non credo si possa come dici tu “travalicare limiti” nella fiction, ovvero nella narrazione tutto è possibile, non mi sono posto quasi nessun problema nello scrivere le scene di necrofagia o violazione dei corpi dei morti, tranne una che non dico e che ho tolto dalla versione che è stata pubblicata, non tanto perché ho immaginato o mi sono posto il problema di come avrebbero potuto reagire i lettori o la critica, ma proprio perché non mi “suonava” più, era una scena che nella prima stesura reggeva e nelle successive letture non più. Ne ho parlato anche con l’editor riguardo al possibile taglio di alcune scene cruente e entrambi siamo stati d’accordo che il romanzo andava bene così.

Ogni lettore leggendo un libro dà una propria personale interpretazione del narrato. Avendo l’occasione di parlare con lo scrittore del romanzo mi piacerebbe scoprire se le mie conclusioni sono corrette. E’ vero che, non ostante l’apparente sconfitta, Mimino incarna una speranza, una luce, un atto di amore per la vita?

Direi di sì, la tua lettura del personaggio finora è stata la più centrata. Invito quindi i lettori a leggere la recensione apparsa su Liberi di scrivere.

Quale è il personaggio che ti ha creato maggiori problemi nel delinearlo?

Forse Aldo, il poliziotto che entra nel romanzo nella parte finale o superata la metà della storia, dopo la morte del “malato”. Volevo intervenire con un personaggio che sostituisse la sua dipartita così ho pensato a una possibile altra spalla del poliziotto, Aldo rimane un personaggio non ben definito, dapprima sembra un tipo spavaldo che ci sa fare con le donne, si diverte e ci tiene a farlo sapere in giro, un po’ leggero quindi, poi però in lui si scopre un’anima più profonda ed estremamente altruista, infatti quando non lavora fa volontariato in una casa di riposo. Probabilmente con lui ho voluto suggerire al lettore l’ambivalenza caratteriale delle persone, cosa che faccio anche con Mimino, credo si possa essere in un modo ma contemporaneamente in molti altri e vivere in un mondo ma nello stesso tempo in molti altri. Tramite Aldo, il poliziotto entrerà in contatto con gli anziani della casa di riposo e troverà uno scopo inaspettato e che lo spingerà ad andare avanti nella sua permanenza in questo sud profondo.

Passi da un punto di vista esterno a quello interno, alternandoli in maniera funzionale e naturale. Parlaci di questa scelta.

Sì, credo di averti risposto prima quando ti ho parlato del poliziotto e del ruolo che gioca nella struttura del romanzo, attraverso lui e aggiungo anche con l’intervento di Carmela ho potuto diluire la storia, allungarla, volevo allontanarmi dalla prima persona molto presente nel precedente romanzo, dove la terza è stata funzionale soltanto a raccontare i ricordi del ragazzino quando viveva nel mondo di sopra, e volevo spingermi a scrivere molte più pagine delle 120 di Io non sono esterno. Nel Guardiano l’Io narrante di Mimino resta il punto di vista più vicino alla parte biografica e si presta a una lettura psicologica laddove il punto di vista esterno mi è servito per creare una sovrastruttura nella quale mescolo fiction e descrizione del paesaggio.

Grazie della disponibilità. Nel salutarti mi piacerebbe sapere se stai lavorando ad un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?     

Ho da poco iniziato a scrivere una nuova storia, in questi mesi ne ho provate almeno tre, ma il risultato non mi sembrava soddisfacente non tanto per la qualità della scrittura, rileggendo questi tentativi di storia lunga ho trovato parti buone in tutto quello che ho scritto, le storie tenevano e mi dispiace aver dovuto abbandonare il materiale buttato giù, ma mi son chiesto se ero veramente onesto, se quello a cui stavo lavorando era veramente ciò che volevo dire o che mi portavo dentro o mi tormentava. Ho questa spinta a partire da una base profonda, inconscia quasi, solitamente sono nodi irrisolti nella mia personalità e li uso per dare avvio alla narrazione e così è stato in questo nuovo tentativo di scrittura che ha già un titolo e ci tengo a precisare, provvisorio, che è Maternalia. A grandi linee e per quanto ne posso capire fin dove sono arrivato, tratta della parte nera, oscura del Femminile o delle interpretazioni che può fornire il protagonista, giuste o sbagliate non lo sappiamo, una sorta di nigredo che è costretto ad attraversare per realizzarsi come uomo nella sua interezza. Credo di aver in parte preso l’ispirazione dopo aver letto Madreferro, il bel romanzo che la narratrice e poetessa Laura Liberale ha pubblicato con Perdisa Pop nel 2012, poco prima dell’uscita del Guardiano dei Morti.

Grazie a te per queste domande attente che mi hanno permesso di confrontarmi ancora una volta con questa storia.

:: Recensione di Il giorno della locusta di Nathanael West (Mattioli 1885, 2012) a cura di Giulietta Iannone

14 novembre 2012

Clicca sulla cover per l’acquisto

Lasciò la strada e salì lungo la spina dorsale della collina per guardare dall’altra parte. Da lì potè vedere una decina di ettari di campo di loglio, macchiati da ciuffi di girasoli e gomma naturale. Nel centro del campo c’era un gigantesco mucchio di fondali e oggetti di scena. Mentre li osservava, un camion che trasportava dieci tonnellate venne ad aggiungere altro carico. Era la discarica finale. Pensò al Mar dei Sargassi di Janvier. Proprio come quell’immaginario complesso d’acqua rappresentava la storia di una civiltà sotto forma di deposito di rottami marini, quel posto lo era in forma di discarica di sogni. Un Mar dei Sargassi della fantasia! E la discarica cresceva continuamente, perché non c’era sogno che galleggiasse da qualche parte che prima o poi non sarebbe finito lì, dopo essere stato reso fotogenico con gesso, tela, listelli e vernice. Molte navi affondano e non raggiungono mai i Sargassi, ma nessun sogno scompare mai del tutto. Da qualche parte turba uno sfortunato e un giorno, quando la persona in questione sarà stata sufficientemente travagliata, ecco che il sogno sarà riprodotto nello studio.  

Il giorno della locusta (The Day of the Locust, 1939), quarto e ultimo romanzo dello scrittore e sceneggiatore americano Nathanael West, – dopo La vita in sogno di Balso Snell, Signorina Cuorinfranti, e Un milione tondo tondo -, è forse la più lucida e feroce satira che sia mai stata scritta sullo scintillante e vuoto mondo del cinema della Hollywood degli anni Trenta, (che stigmatizza con il lapidario: Mangiavano cibo di cartone di fronte ad una cascata di cellophane) descritto come una vera e propria discarica emozionale e popolato da falliti di ogni risma, nutriti da falsi e corrotti valori morali, assetati di fama e felicità e destinati invece a vedere i propri sogni infranti dallo spietato meccanismo che regola quel mondo che essi stessi hanno contribuito a creare.
Tradotto da Nicola Manuppelli per la collana Originals, delle edizioni Mattioli 1885, dopo la precedente traduzione di Carlo Fruttero per Einaudi e la successiva di Marina Morpurgo per et al. – ma se avete occasione cercatelo anche in versione originale – e impreziosito dalla riproduzione della copertina originale del 39, Il giorno della locusta è un romanzo che non attrae, ne spinge a provare empatia per i vari personaggi che lo animano, anzi volontariamente crea un’algida barriera di sconcerto e repulsione che, solo se superata, permette di comprenderlo e apprezzarlo.
Non lasciatevi ingannare dalla raffinata ed elegante ricchezza espositiva, Il giorno della locusta è un romanzo permeato di violenza e di crudeltà: immaginata, (la scena in cui Tod fantastica di stuprare Faye, interrotto dal cameriere, spoglia il personaggio di ogni eroicità e pietà); rappresentata metaforicamente; mostrata nella realtà.
La tensione puramente sessuale è un altro filo conduttore incanalato nel personaggio di Faye, donna bellissima ma senza alcuna qualità morale, vivificata solo dall’ambizione di diventare attrice, e disponibile con tutti tranne che, immotivatamente, con il protagonista al quale si nega con un semplice: non ti amo.
Ambientato durante la Grande Depressione, in una Hollywood fatiscente e degradata, (molto lontana dall’immaginario comune fatto di lustrini, luci della ribalta, dive platinate, feste senza fine, ville milionarie quint’essenza simbolo del sogno americano), Il giorno della locusta narra le gesta ben poco eroiche di alcuni personaggi appartenenti al sottobosco che gravita intorno al mondo dorato del cinema degli anni d’oro.
Troviamo Tod Hackett, artista di un certo talento che sogna di diventare un pittore di successo e si accontenta di lavorare come costumista e scenografo nelle retrovie di una grande casa di produzione, alter ego dell’autore e voce critica di quel mondo che, seppure disprezza inarrestabilmente, lo affascina e lo attrae.
Poi c’è Harry Greener, l’anziano attore d’avanspettacolo gravemente malato e prossimo alla morte, che si arrabatta vendendo a porta a porta lucido per l’argenteria, sicuramente il personaggio più tragico del già doloroso affresco westiano e sua figlia Faye, una bellezza biondo platino che sogna di diventare una diva, totalmente priva di talento e di moralità, capace delle crudeltà più sgradevoli e ripugnanti, la cui sostanziale innocenza rasenta la stupidità e la cui unica dote è attrarre gli uomini e manipolarli per il suo interesse.
Infine, tra i personaggi maggiori, svetta per patetica intensità drammatica Homer Simpson, un provinciale del Middle West, sessualmente represso, un uomo che con Hollywood non ha nessun legame, è infatti in California per riposarsi, per riprendersi da un traumatico avvenimento che l’ha scosso nel profondo mentre faceva il contabile d’albergo a Wayneville nello Iowa e il cui unico vero errore, che lo porterà alla follia e alla distruzione, sarà innamorarsi di Faye.
A corollario una folla di personaggi minori: il nano Abe Kusich, la signora Jenning, attrice a fine carriera reciclatasi come tenutaria di bordello, il messicano Miguel, allevatore di galli da combattimento (la scena del combattimento nel garage è di un tale macabro sadismo da risultare raccapricciante almeno quanto la corrida ne Il serpente piumato di Lawrence), il cowboy Earle Shoop, simile a tante oscure comparse che popolano i film western del periodo, la signora Loomis, madre dell’aspirante divo bambino Adore che sarà protagonista e vittima nella maestosa scena finale della rivolta davanti al Persian Palace Theatre.
Il giorno della locusta è un libro complesso, e seppure breve, molti temi sono trattati, altri solo sfiorati o sottintesi. C’ un mondo travolto dalla povertà che la Grande Depressione ha portato in America, molti vanno in California a morire, un mondo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, in cui la violenza, che West profeticamente solo intuisce, si manifesterà in tutto il suo potere distruttivo.
Il messaggio è chiaro: il sogno americano è una sordida menzogna per addomesticare le folle e Hollywood è il simulacro imbiancato di questo tragico inganno.
Bellissimo.

Nathanael West (1903-1940) Svolse in vita diverse attività, dal vicedirettore d’albergo allo sceneggiatore per la Columbia Pictures. Morì, semisconosciuto, a causa di un incidente d’auto e vide la propria fama incrementarsi sempre più a partire dagli anni ’50, quando venne riscoperto come uno degli autori più dotati della propria generazione. La sua opera è considerata profetica e il suo stile precursore di molti linguaggi moderni, come quello dei fumetti. È autore di quattro romanzi, fra cui La vita in sogno di Baiso Snell e Signorina Cuorinfranti.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mattioli1885.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Mandorle amare di Laurence Cossé (e/o, 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2012

Mandorle amare (Les amandes amères, 2011) di Laurence Cossé, edito in Italia da Edizioni e/o e tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca, è un breve romanzo sull’amicizia che nasce tra due donne diverse in tutto eppure legate da un legame fortissimo e commovente. E’ una storia delicata, lieve, a tratti drammatica ma nello stesso tempo capace di parlare di solidarietà, altruismo, e apertura all’altro in un mondo dove l’indifferenza e l’egoismo sembrano prevalere.
Siamo a Parigi, poco prima dell’elezione di Nicolas Sarcozy. Edith, donna colta e progressista, madre di famiglia e traduttrice di romanzi, assume come domestica a ore Fadila, un’immigrata marocchina sessantenne, madre della portinaia Aicha. Presto Edith scopre che Fadila è analfabeta e perciò incapace di svolgere autonomamente le più elementari incombenze come usare il bancomat, prendere la metropolitana, compilare un bollettino postale.
Nell’evoluta e civilizzata Francia esistono ancora analfabeti e illetterati, Edith impara la differenza tra le due denominazioni, e in un certo senso ne rimane colpita e offesa. Non può restarsene con le mani in mano e così la donna decide di intervenire: insegnerà a Fadila a leggere e scrivere. Pian piano nei ritagli di tempo le lezioni proseguono e Edith e Fadila iniziano a conoscersi, a confrontarsi sui temi di più stretta attualità, a imparare l’una dall’altra cose altrettanto importanti che l’alfabeto o i numeri. Finale amarissimo.
Laurence Cossé, già autrice del bellissimo La libreria del buon romanzo, affronta in questo libro, con pudore e grande delicatezza, un tema di stretta attualità che tocca da vicino non solo i francesi. I flussi migratori, provenienti dall’Africa, dall’Asia, dai paesi in guerra, che stanno raggiungendo l’Europa rendono necessario e urgente un processo di integrazione che per prima cosa parta dall’alfabetizzazione.
Conoscere la lingua del paese in cui si trova ospitalità, saper leggere e scrivere, per gli immigrati diventano le chiavi indispensabili per inserirsi in realtà molto spesso diversissime dai paesi di origine. Che l’analfabetismo sia ancora diffuso anche in Italia l’ho toccato con mano anche solo partecipando al censimento della popolazione. Numerosi stranieri, anziani anche italiani non erano in grado di leggere i moduli da compilare e necessitavano che io li compilassi per loro.
In Mandorle amare lo sforzo di Edith non viene premiato, Fadila fatica ad apprendere, a riconoscere i caratteri, a poggiare la biro sul foglio; un po’ per fatica, un po’ per rassegnazione. Non che sia poco intelligente, anzi è acuta, dotata di opinioni proprie radicate e fiere, forse influenzate dal credo religioso e dalla cultura d’origine, che la femminista Edith trova retrograde e insostenibili, ma anche personali e coraggiose.
L’autrice usa uno stile semplice, spezzato, alternando gli sforzi di Edith nell’insegnamento a lampi di vita dei due personaggi. Così veniamo ad apprendere che Fadila abita in un monolocale, esce di notte per strada perché i muri la opprimono e non la fanno respirare, si lava nei bagni pubblici, prende l’autobus perché riconoscendo i monumenti, riconosce le fermate, i suoi figli invece che aiutarla le chiedono ancora soldi che il suo cuore materno non gli nega, tifa per la Francia, pensa che Nicolas Sarkozy deve vincere contro Ségolène Royal perché è un uomo. E conosciamo il suo sogno: tornare in Marocco. Di Edith conosciamo che è moglie di Gilles, il quale da anni dedica molto tempo all’associazione Solidarietès Nouvelles face au Chomage, e prima di Fadila aiutava la moglie nelle faccende domestiche ma non amava stirare le tovaglie e le federe, che il lavoro di Edith è tradurre romanzi e a volte fare l’interprete, che è una madre soddisfatta, colta, raffinata, femminista, solidale, ostinata, con un forte senso della giustizia.
Entrambe sono forti, si somigliano, il rapporto madre-figlia che le lega sopravvive agli ostacoli, alle differenze, alla vita. Amaro il senso di fallimento che accompagnerà questo incontro tra due civiltà, quest’amicizia tutta al femminile, questo tentativo mancato di integrazione. Ma la vita è così, non perfetta, spesso ingiusta, spesso crudele e Laurence Cossè si limita a descriverla.        

Laurence Cossé è autrice di numerosi romanzi di successo in Francia, per i quali ha ricevuto vari premi tra cui il Prix de la Table Ronde française, il Prix du jury Jean Giono, il Prix Roland de Jouvenel e il Prix Ciné Roman Carte Noire. Vive a Parigi. Nel 2010 le Edizioni E/O hanno pubblicato La libreria del buon romanzo e nel 2011 L’incidente.

:: Recensione di La vicina di Lisa Gardner (Marcos Y Marcos, 2012) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2012

Ha chiuso gli occhi, per un attimo ho sentito il suo dolore.”Verità o penitenza”ho intimato.
“Verità”disse quasi in un lamento.
“Quale è la cosa più brutta che hai fatto?”
“Che vuol dire?”
“Quale è la cosa più brutta che hai fatto? Dai. Una bugia? Un furto? Hai sedotto la sorellina del tuo migliore amico? Hai ucciso qualcuno? Dimmelo Jason. Voglio sapere chi sei. Siamo sposati per Dio. Non puoi negarmelo”.
Mi ha scoccato un’occhiata strana.
“Sandra…”
“No. Non girarci intorno. Rispondimi e basta. Hai mai ucciso qualcuno?”
“Sì”.
“Eh?”ho chiesto sinceramente stupita.
“Sì ho ucciso qualcuno. Ma non è la cosa più brutta che ho fatto”.

South Boston. Un quartiere tranquillo, pittoresco. I Jones vi abitano vicino al lungomare, in un cottage panna e beige, anni Cinquanta, con un praticello e un acero spoglio. I Jones sono una famigliola felice, che trasmette un senso di rassicuranti valori familiari, di pace, di amore condiviso. Il padre Jason, sulla trentina, bello come un divo della tv, giornalista nel più importante quotidiano cittadino, emana sicurezza, forza, dedizione. La madre Sandra, ventitre anni, insegnate delle medie, dolce, bellissima, amata dai suoi studenti, rispettata dai colleghi, un raggio di sole. Poi c’è Ree, una bambina splendida di quattro anni, molto matura per la sua età, amata, protetta, circondata da tutti i personaggi delle fiabe dell’infanzia, dai suoi giochi, da Coniglietta, golosa di oreo al cioccolato. Infine come dimenticarsi di Mr Smith, il fulvo gatto di casa. Pigro e viziato compagno di giochi della piccola Ree, forse il suo migliore amico.
Questa è l’immagine che la famiglia Jones trasmette, questo è ciò che proietta all’esterno. Luci senza ombre. La classica famigliola americana tutta casa e lavoro. Spesa al supermercato, serate davanti alla tv, partite di basket da guardare sugli spalti, sorrisi e tanta tranquilla convinzione che tutto sia normale, sotto controllo, sicuro. Forse per questo la loro casa ha porte blindate, e perni di sicurezza alla finestra. Forse anche nel tranquillo quartiere in cui vivono esistono mostri, e non sempre si nascondono sotto il letto. Forse il male abita anche lì a South Boston, in quel cottage panna e beige, con un praticello e un acero spoglio. Forse i Jones non sono quello che sembrano, forse nascondono segreti.
Tutto sembra esplodere con la scomparsa di Sandra. La polizia entra nella loro vita con il volto della ruvida e determinata D.D. Warren, sergente della omicidi, pronta a giurare che la bella Sandra sia stata uccisa dal suo recalcitrante marito. Già Jason non fa niente per aiutarli a  ritrovare sua moglie. Oltre al sincero attaccamento per la figlia, non sembra quasi umano. Non si dispera, anzi fa resistenza, li ostacola, nasconde il computer di casa, si comporta da colpevole.
Ma di colpo spuntano come funghi nuovi indiziati: un vicino di casa, ex galeotto per reati sessuali, un poliziotto troppo solerte ad incastrare Jason per presunti crimini perpetrati tramite internet, un alunno di Sandra, esperto informatico, che anche lui sa più cose di quante ne dica alla polizia tutto per coprire la bella Sandra di cui è innamorato. E poi c’è il suocero di Jason, il giudice Maxwell Black, che vuole a tutti i costi la custodia della piccola Ree e Jason in galera. D.D. Warren è sul punto di non capirci più niente, mentre il lettore, conoscendo pian piano i pensieri dei protagonisti, scopre l’orrore sotto la falsa apparenza di una famiglia perfetta.
Ecco a voi La vicina (The Neighbor, 2009) terzo episodio della serie dedicata al personaggio di D.D. Warren dalla scrittrice americana Lisa Gardner. Pubblicato in Italia da Marcos Y Marcos e tradotto da Daniele Petruccioli, La vicina è un poliziesco piuttosto anomalo. Più indagine psicologica che indagine poliziesca, è innanzitutto un romanzo che fa luce sulla violenza perpetrata sui bambini che si ripercuote sulla loro vita da adulti. Violenza di genitori, di maniaci pedofili, di ragazzi cresciuti con il fisico ma non ancora adulti che pagheranno per tutta la vita per il loro crimine.
Lo stile della Gardner è immaginifico e ricco, con un amore assoluto per i dettagli, le descrizioni dei particolari più minuti della vita quotidiana. Costruisce i personaggi dalle loro azioni, con una tecnica molto istintiva che risale da un dettaglio alla percezione di uno stato d’animo, di un ricordo del passato che si fa presente. L’autrice pare avere un profondo interesse per le violenze perpetrate sui bambini e sui meccanismi della giustizia americana che bolla in modo troppo generico i crimini sessuali accomunando pedofili violenti e veri propri criminali a ragazzi che magari hanno avuto rapporti con minorenni consenzienti per fragilità caratteriali. Punto di vista molto critico anche riguardo al sistema mediatico americano, pronto a speculare sulle tragedie per alzare semplicemente gli indici di ascolto.
Seguirò questa autrice, senza dubbio. Un ottimo libro.

:: Recensione di Il giorno del sacrificio di Mark Roberts (Nord, 2012)

19 ottobre 2012

Il giorno del sacrificio (The Sixth Soul, 2013), traduzione di Paolo Scopacasa, portato in Italia da Editrice Nord in anteprima mondiale, libro di esordio di Mark Roberts, professore di scuola superiore per quasi trent’anni di Liverpool prima di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa, è decisamente un buon thriller tutto ritmo, suspense e inquietudine.
Roberts ha uno stile di scrittura molto diretto, va subito al punto, non si perde in fumose descrizioni ma catapulta nell’azione, cosa che rende il suo thriller poliziesco decisamente efficace e privo di tempi morti.
Si legge in un fiato, ci ho messo davvero poco, meno di un giorno, e sebbene il tema del serial killer, per giunta non in ambiente americano, non mi entusiasmi particolarmente devo dire che l’autore è stato bravo a creare una storia originale e ricca di fascino, con una buona caratterizzazione dei personaggi, cosa che quasi sempre si trascura quando l’azione prende il sopravvento.
Dicevo c’è un serial killer, denominato Erode, che nel pieno centro di Londra rapisce donne incinte e fa sparire i feti. Fino ad oggi ha rapito 5 donne. L’ultima l’ha rapita in casa passando dalla casa accanto che era disabitata. A seguire le indagini l’ispettore capo David Rosen, un poliziotto non giovanissimo ma dannatamente ostinato, che si dibatte dietro indizi che non sembrano portare a nulla. Sulle scene del crimine giusto la parziale impronta di un orecchio, nulla più.
Finché non entra in scena padre Sebastian Flint, un prete esorcista con un oscuro passato in Kenya, che occupandosi di occultismo è sicuro che il killer imiti gli omicidi di un negromante italiano vissuto a Firenze alla fine del XIII secolo, tale Alessio Capaneo che evocava i morti per apprendere i segreti del paradiso e dell’inferno e uccideva per celebrare un rituale che comprendeva il sacrificio di sei donne a cui rimuoveva i bambini dal loro grembo. Da questo momento in poi i colpi di scena si susseguono, nulla è come sembra, fino ad una soluzione davvero impensata dove Rosen, dopo momenti di autentico panico, che un po’ attraversa la pagina per arrivare al lettore devo ammetterlo, risolve il caso.
Interessante e inquietante il tema trattato, ovvero la stretta correlazione tra possessione diabolica e follia.

:: Recensione di Il sangue dell’orchidea di James Hadley Chase (Polillo Editore I Mastini, 2012) a cura di Giulietta Iannone

17 ottobre 2012

James Hadley Chase, scrittore britannico di hard boiled molto americani, è senz’altro un nome che non lascerà indifferenti i lettori appassionati del genere. Di libri il buon James ne ha scritti davvero tanti, quasi tutti pubblicati in Italia grazie al Giallo Mondadori, come The Flesh of the Orchid pubblicato per la prima volta in Italia con il titolo La carne dell’orchidea nel 1966 per I Neri Mondadori e ora riproposto dalla Polillo –The crime collection I Mastini- con il titolo Il sangue dell’orchidea, tradotto da Giovanni Viganò. E’ difficile che gli appassionati non l’abbiano già letto o visto nella trasposizione cinematografica di Patrice Chereau, con protagonista una luminosa Charlotte Rampling, ma a chi fosse sfuggito è un’occasione davvero da non perdere per recuperarlo in una traduzione riveduta e corretta.
Seguito del celeberrimo No Orchids for Miss Blandish, edito in Italia con il titolo Niente orchidee per Miss Blandish, libro con cui James Hadley Chase esordì nel 1939, Il sangue dell’orchidea è un classico hard boiled d’azione con venature noir in cui rapinatori di banca, sicari di professione, giornalisti intraprendenti, artisti del circo, testimoni da far tacere per sempre, amministratori corrotti, fanciulle fuggiasche si rincorrono tra vendetta, sete di soldi, ci sono ben sei milioni di dollari in gioco, e rapimenti.
Come i migliori hard boiled anni Quaranta Chase ricorda Hammet e Chandler, anche se forse con più cattiveria e disperazione, e trascina il lettore in una storia nerissima dove non c’è speranza né di lieto fine né di redenzione. E’ tutto un susseguirsi di colpi di scena, inseguimenti, uccisioni, in un vorticoso luna park di cinismo e violenza con sullo sfondo un’ America amara e disincantata, ai limiti del grottesco e quasi del caricaturale, che James Hadley Chase ricreò praticamente trasfigurandola dai romanzi americani che era solito leggere.
Tutto ruota intorno a Carol, la bellissima figlia dell’Orchidea, ora cresciuta e chiusa in manicomio per le sue crisi di violenza. Morto il nonno, re della carne, diventa la virtuale ereditiera di sei milioni di dollari, al momento amministrati da un avido curatore deciso a tenerseli tutti per sè. Se non fosse che nel testamento una clausola stabilisce che se la ragazza riuscisse a uscire dal manicomio per 15 giorni automaticamente diventerebbe la sola amministratrice della sua eredità.
Carol scappa e da quel momento è una corsa contro il tempo. Inseguita da sceriffi, giornalisti, sicari, la ragazza riuscirà anche ad innamorarsi del gentile Steve Larson, prima di fare i conti con il suo destino e la cattiva stella che sembra splendere sulla sua testa.
I “fratelli” Sullivan, ex lanciatori di coltelli e ora killer a pagamento, meritano senz’altro una menzione per l’ironia e l’incisività con cui Chase li delinea e sono forse i veri protagonisti del romanzo.

James Hadley Chase (pseudonimo di René Brabazon Raymond, Londra 1906 – Ascona 1985) è stato definito «il maestro del thriller di un’intera generazione» e «il re di tutti gli scrittori di thriller». Prima di diventare un autore di noir lavorò a lungo come piazzista di enciclopedie e grossista di libri. La sua produzione è sconfinata: più di novanta titoli, sotto vari pseudonimi (James L. Docherty, Ambrose Grant, e Raymond Marshall).
In Italia, Feltrinelli ha pubblicato Inutile prudenza (2008), Eva (2007) e Una splendida mattina d’estate (2007), mentre Niente orchidee per Miss Blandish, il suo romanzo d’esordio che gli diede il successo, è uscito per Polillo nel 2004.

:: Recensione di Assassini di Philippe Djian (Voland, 2012) a cura di Giulietta Iannone

12 ottobre 2012

Marc era convinto che ce l’avessi proprio con lui per l’imprecisato numero di tonnellate di veleni riversatosi nel fiume. Certo, lì per lì avevo avuto uno scatto. Come chiunque altro. Ma l’indomani mattina ero tornato al lavoro alla Camex- Largaud. Come qualunque abitante di Héno­ch­ville. Una piccola arrabbiatura che non esplodeva, anzi andava spegnendosi prima ancora di uscire di bocca. Quanto a me, se gli avevo dato”dell’assassino”era per ragioni vaghe, perse nei meandri dell’amicizia. Riguardo ai pesci morti, certo, lo ritenevo un assassino. Ma non meno di me o Thomas, non meno di un qualsiasi impiegato della Camex-Largaud, non meno del più piccolo negoziante della città. Tutto qui. Eravamo invischiati in questa situazione da talmente tanto tempo che preferivamo non pensarci.

Benvenuti a Héno­ch­ville, ridente cittadina francese di montagna, in cui la natura sembra essersi impegnata al suo meglio per farne un piccolo paradiso: boschi di abeti, un fiume ricco d’acqua e di pesci, la  Sainte-Bob, cieli azzurri. Il posto ideale dove vivere se non fosse per il fatto che una fabbrica, la Camex-Largaud, di proprietà di Marc Largaud, riversando da anni rifiuti tossici nel fiume, inquinandolo inarrestabilmente, ne sta segnando la morte.
La gravità della situazione sembra impensierire il Ministero dell’Ambiente che ad ogni incidente manda nuovi ispettori a fare il punto della situazione. Di norma grazie a bustarelle e signorine compiacenti tutto si sistema, finché non capita l’imponderabile. Arriva in città Victor Brasset. Accetta i soldi, va a letto con la bella Luarence, ma poi sul punto di chiudere l’accordo risulta irremovibile: la Camex-Largaud deve chiudere.
Per gli abitanti di Héno­ch­ville la fabbrica è praticamente l’unica fonte di reddito, chiuderla significherebbe gettare sul lastrico intere famiglie, così un po’ perché la situazione gli prende la mano, un po’ perché Luarence colpisce in testa Victor Brasset, Marc e il suo migliore amico Patrick Shea­han, narratore in prima persona della storia, rapiscono l’ispettore e lo portano in una baita di proprietà di Marc. Il caso vuole che anche alcuni amici in gita gli facciano visita, così Thomas e sua moglie Jackie e la bella irlandese dai capelli rossi Eilen Mac Keogh, inquilina di Patrick Shea­han, si trovano imprigionati nella baita, perché nel frattempo un vero e proprio diluvio si è abbattuto nella zona rendendo impraticabili tutte le vie d’accesso.
Inizia così un soggiorno coatto, allietato da candele, ottimi vini e cibi raffinati, in cui emergono tutti i conflitti irrisolti tra i protagonisti, mentre la forza dell’acqua è sul punto di spazzare via tutto.
Assassini (Assassins, 1994) di Philippe Djian, primo volume di una trilogia composta anche da Criminels e Sainte-Bob, sebbene tratti di un argomento di stretta attualità, uscì in Francia per Gallimard ben 18 anni fa e solo oggi, grazie all’editore romano Voland, possiamo leggerlo anche in Italia, tradotto da Daniele Petruccioli.
A dispetto del titolo non ci sono veri assassini o un vero delitto, non almeno nel senso normale del termine. Certo i pesci del fiume muoiono e Marc Largaud, la sua fabbrica e tutti quelli che ci lavorano sono coinvolti, ma la presunta vittima che potrebbe rendere veramente assassini i personaggi, seppure dolorante e malridotta, continua a respirare per tutto il romanzo.
Può essere considerato lo stesso un noir a tutti gli effetti? Come in tutte le opere di Djian è lecito porsi questa domanda che inevitabilmente porterà a ponderare il fatto che come dice Djian stesso, i suoi lavori sono un qualcosa che nessuno aveva mai osato o voluto scrivere. Per me sono noir. Anche senza fiumi di sangue, pistole fumanti, e tutto il corollario a cui siamo abituati. Il noir nasce quando si sonda l’oscurità dei personaggi, e di oscurità in questo romanzo ce ne è parecchia.
Un attimo di spiazzamento quando a pagina 161 dalla prima persona passa alla terza ma “Non ho cercato di capire, ero troppo occupato a lottare contro Patrick Sheahan, con il quale tentavamo di strozzarci a vicenda” mi sembra un buon consiglio da seguire.

:: Recensione di Atto di morte di Joseph Hansen (Elliot, 2012) a cura di Giulietta Iannone

3 ottobre 2012

Atto-di-morteAtto di morte (Death Claims, 1973), tradotto da Manuela Francescon, secondo volume della serie “The Dave Brandstetter Mysteries”, scritta a partire dal 1970 da Joseph Hansen, e composta da dodici romanzi, di cui abbiamo già potuto apprezzare Scomparso, pubblicato sempre da Elliot nei mesi scorsi, è sicuramente un poliziesco di stampo classico con al centro la figura dell’investigatore, questa volta assicurativo, nato sulla scia dell’hardboiled riveduto e corretto da Ross MacDonald.
Hansen sembra prediligere infatti le storie famigliari, il crimine commesso non da veri delinquenti, mafiosi, assassini seriali, ma da uomini normali mossi da invidie, gelosie, avidità, verità inconfessate. La California degli anni 70 con la sua luce accecante, la sua profonda solitudine, fa da sfondo a  tutto questo e riflette il buio e la tristezza dei paesaggi e degli interni, nascosta dall’apparente luccichio e sfarzo, nell’anima dei personaggi. Una salsedine corrosiva, intacca cose e persone, mentre il protagonista, Dave Brandstetter, si muove in cerca della sua verità.
L’indagine questa volta ruota intorno alla morte di John Oats, ritrovato annegato sulla sabbia bianchissima di Arena Blanca dalla sua compagna April Stannard, ex libraio, ferito nel copro e nell’anima, un uomo generoso. Una polizza di 20.000 dollari sembra essere alla base di questo presunto omicidio, troppo affrettatamente classificato incidente dalla polizia. Ma Dave Brandstetter non crede all’incidente, e né tanto meno al suicidio, ipotesi scartate anche da April, e si butta a capo fitto in un’ indagine dove tutti quelli che incontra sembrano nascondere doppie verità e grande dolore.
Il beneficiario doveva essere il figlio Peter, anche se John poco prima di morire aveva avviato le pratiche per cambiarlo, e questo sommato alla scomparsa del ragazzo sembra rendere evidente la sua colpevolezza. Oltre a Peter, attori cinematografici, ex soci, ex mogli, si susseguono come i personaggi di una tragedia in cui spesso uccidere è inevitabile, quanto respirare, in cui spesso la colpa non è così ovvia come potrebbe sembrare in un primo tempo.
Dave Brandstetter investigatore pacato e gentile, tormentato dai fantasmi di un antico amore, lo sa e con ostinata compostezza scava nelle vite di tutti coloro che avevano una buona ragione per uccidere, e naturalmente scopre il colpevole, anche se non può evitare che altri paghino il prezzo.
La capacità di Hansen di tratteggiare i personaggi, da uno sguardo, un modo di porsi, un tremore della mano, i dialoghi efficaci, le descrizioni accurate e poetiche dei paesaggi, delle case, dei colori, rendono questo libro affascinante e a tratti struggente. Davvero un piccolo gioiello da riscoprire.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.