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:: Recensione di Il respiro del buio di Nicolai Lilin a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2012

Non capivo come si potesse vivere così tranquillamente, preoccupandosi dei problemi quotidiani, circondati da mille cose create nell’interesse del proprio corpo, quando soltanto a qualche centinaio di chilometri da lì, in quello stesso paese, altre persone vivevano il più grande dramma che il genere umano abbia mai conosciuto: la guerra. Tutto mi sembrava un enorme show televisivo, una corsa verso l’apocalisse su un autobus strapieno, dove la gente se ne stava aggrappata alle maniglie sorridendo, con tenace azzardo e spirito sportivo.
Vedevo la voglia di trasformare l’esistenza in un’ eterna festa, di semplificarla, di ridurre le profondità umane a una bottiglia vuota, di prendere l’angelo della morte per i capelli e dipingerlo con colori ridicoli, trasformando la sua figura fatale in quella di un clown. Questo pensiero mi faceva paura e mi confondeva. Cosa centravo io con questa vita?

Il ritorno del reduce, magistralmente descritto da William Faulkner in La paga del soldato, ha sicuramente illuminato la mia lettura di Il respiro del buio di Nicolai Lilin. È forse un azzardo accostare due romanzi così diversi ma le sensazioni provate durante la loro lettura, almeno per me, sono state molto simili. Il ritorno a casa di un uomo che ha vissuto sulla propria pelle i traumi e il dolore che la guerra porta con sé è sicuramente il cuore di questo romanzo incredibilmente ben scritto se pensiamo che l’autore è russo, vive da pochi anni in Italia e ha scelto di scrivere i suoi libri nella lingua del paese che ora lo ospita. Molto si è discusso a proposito dei suoi libri precedenti Educazione siberiana e Caduta libera, se nascano da esperienze reali e autobiografiche dell’autore o siano semplicemente frutto di fantasia. L’autore ci tiene a far notare, e lo scrive chiaramente, che i suoi libri sono romanzi in cui la verità è come riflessa e i fatti narrati sono legati alla sua esperienza o a quella di persone che ha conosciuto, per cui l’onestà di fondo che si respira può sicuramente tranquillizzare i puristi della “verità storica” a tutti i costi. Un romanziere ha diritto di creare il suo mondo letterario e così Lilin fa. Penso per esempio all’incontro del protagonista su un albero con una lince, può parere bizzarro, forse è trasfigurato in una favola, forse la lince è un simbolo, lo spirito del bosco, della natura che lo circonda e lo cura. Svelare questo mistero toglierebbe bellezza alla scrittura e perciò non voglio soffermarmi più di tanto. Il respiro del buio inizia in modo pacato, composto, il frastuono della guerra cecena è lontano e il protagonista attraversa la Russia in treno per tornare a casa. Il paesaggio scivola fuori dal vetro del finestrino e il reduce si interroga sulla differenza tra la pace e la guerra e sente che la guerra se la porta dentro come un bagaglio invisibile e dolorosamente presente. Nella vita pacifica ogni cosa è grigia e smorta riflette inquieto accorgendosi che tutto intorno a lui rispecchia una realtà distorta e deformata. Reinserirsi nella società civile superando i disturbi post traumatici da stress diventa la sua preoccupazione principale, ma subito si accorge che un ex cecchino che ha combattuto per le forze speciali è visto più come una minaccia che come un eroe. A curare la sua anima e a ridargli il suo equilibrio psichico compromesso ci penserà il suo viaggio in Siberia, dal nonno cacciatore, ruvido e semplice, amato come un padre, e queste pagine sono sicuramente venate di un lirismo e di una bellezza che difficilmente lasceranno indifferenti i lettori. Il ritorno poi a San Piertoburgo, il suo arruolamento in un organismo paramilitare di sicurezza di un oligarca inviso al regime, riporterà il protagonista alla sua dimensione di combattente, di soldato anche senza divisa, anche senza più nobili ideali per cui combattere. Nella vita civile solo i soldi smuovono le persone e questa lezione porterà il protagonista a cercare di conservare l’antica purezza che la vita in Siberia gli aveva trasmesso. Il respiro del buio è un libro che trasmette sensazione positive, quasi catartiche, quasi come una fiaba fa portando il lettore in un mondo altro, almeno nella parte centrale, poi si torna nel mondo reale fatto di violenza e corruzione e il contrasto è stridente, velenoso, immancabile un soffio di malinconia per l’amore impossibile per Anna, giusto un soffio niente di più e tanta amarezza e anime che diventano cenere perché chi uccide in realtà quando lo fa muore anche lui.

Nicolai Lilin è nato nel 1980 a Bender, in Transnistria, vive in Italia dal 2003 e scrive in italiano. Presso Einaudi ha pubblicato i romanzi Educazione siberiana (2009), tradotto in ventitre Paesi, Caduta libera (2010 e 2011), Il respiro del buio (2011 e 2013), Storie sulla pelle (ulitima edizione 2016), Il serpente di Dio (2014), Trilogia siberiana (2014, che raccoglie Educazione siberiana, Caduta libera e Il respiro del buio), Spy Story Love Story (2016 e 2017), Favole Fuorilegge (2017) e Il marchio ribelle (2018 e 2019).
Da Educazione siberiana Gabriele Salvatores ha tratto un film, interpretato tra gli altri da John Malkovich e prodotto da Cattleya con Rai Cinema, uscito nel 2013.

:: Recensione di Scomparso di Joseph Hansen (Elliot 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 aprile 2012

Gli sudavano le mani mentre guidava. Perchè? Sul suo volto apparve un sorriso amaro. Che senso aveva tanta cautela? Non aveva forse desiderato solo morire nelle ultima sei settimane? Serrò la bocca. Era finita. Adesso doveva adattarsi a vivere. Che altro poteva fare? Vivere e dimenticare, almeno finchè non fosse stato in grado di ripensarci senza soffrire. E prima o poi ci sarebbe riuscito. Ma certo. Lo dicevano tutti i libri. La summa dell’ umana saggezza. Nel frattempo, era di nuovo al lavoro.

Sembra banale iniziare una recensione dicendo che il libro che si è appena letto è bellissimo, già banale, mi perdoneranno quindi quelli che non lo farebbero mai, ma Scomparso di Joseph Hansen, edito da Elliot, titolo originale Fadeout, tradotto con sensibilità e limpidezza da Manuela Francescon, è davvero un libro bellissimo, dal ritmo perfetto, che apprezzeranno tutti gli amanti dell’ hardboiled con venature psicologiche e crepuscolari quanto lo può permettere l’impietoso sole della California, molto alla Ross Mcdonald per intenderci, e non solo.
Innanzitutto questo romanzo ha un’ impostazione classica, un buon equilibrio tra parti descrittive e caratterizzazione dei personaggi, dialoghi incisivi e sempre impeccabili, senza sbavature o parole superflue, poi è doveroso evidenziare che ha i suoi bei 40 anni, fu infatti pubblicato in America nel 1970 e ambientato qualche anno prima, e per finire ha un protagonista gay, cosa che se può sembrare normale oggi, negli anni in cui fu scritto, e pubblicato, non lo era affatto, anzi fervevano i primi tentativi di liberazione sessuale ed essere gay era ancora un marchio infamante capace di precludere carriere e ghettizzare nel vero senso della parla.
Hansen ci mise tanto a pubblicarlo, perché non voleva fare del suo libro un manifesto gay, voleva semplicemente pubblicare un libro le cui tendenze sessuali del protagonista fossero marginali e unicamente atte a evidenziare la sua psicologia, il suo carattere e la sua personalità.
Dave Brandstetter, protagonista di Scomparso, è infatti un investigatore assicurativo dell’agenzia del padre, vedovo del suo compagno Rod, appena morto di cancro all’intestino, e basta questo particolare a stendere un velo di malinconia e tristezza rendendo meno vivido il sole accecante della Los Angeles di fine anni 60.
Per sopravvivere al lutto si butta nel lavoro e il primo caso che deve affrontare riguarda la presunta morte di Fox Olson, stella del Fox Olson show, programma radiofonico della radio locale di Pima, amena cittadina persa in un canyon non lontano da Los Angeles. Presunta morte perché tutto quello che resta è l’auto, una Thunderbird bianca, precipitata da un ponte alla fine di una strada tutta tornanti, in una grigia giornata di pioggia.
Del corpo di Olson nessuna traccia e basta questo a mettere in allarme la compagnia assicurativa, che rischia di sborsare alla vedova l’assicurazione sulla vita di centocinquantamila dollari – un sacco di soldi – come dirà lo stesso Brandstetter all’affranta vedova, già pronta a farsi consolare tra le braccia di un aitante riccone del luogo.
Come nei migliori romanzi di Ross Mcdonald intrighi famigliari, soldi e potere si intrecciano portando a galla una storia terribile nella sua semplicità e dolorosa in cui i sentimenti sono i soli sconfitti, in cui i più sensibili pagano per tutti.
Il meccanismo dell’indagine è impeccabile, Brandstetter con umanità e comprensione si lascia coinvolgere in una storia in cui non c’è nessun vero colpevole, ma solo uomini e donne dolorosamente occupati a sopravvivere al male di vivere.
Scomparso è il primo romanzo di una serie di dodici episodi che la Elliot pubblicherà in Italia per la prima volta. Sono certa che se lo leggerete non potrete, come me, non aspettare il prossimo della serie previsto prima dell’estate.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Intervista con Charlotte Link a cura di Giulietta Iannone

1 aprile 2012

Grazie Charlotte di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Allora parlaci di te, raccontati ai nostri lettori. Sei nata a Francoforte nel 1963, sei una scrittrice tedesca tra le più amate, hai un cane, sei un membro attivo del PETA. Chi è Charlotte Link? Punti di forza e di debolezza.

Intanto i cani sono tre! Per quanto riguarda i miei studi, ho cominciato legge per diventare avvocato, perché mio padre era un giudice. Mi ci è voluto molto tempo prima di diventare una scrittrice professionista. Ma la giurisprudenza è sempre stata fra i miei interessi, tant’è che poi ho scritto dei thriller, perché con un padre giudice avevo accesso a tante informazioni. Per quanto riguarda la mia infanzia leggevo tantissimo, quindi se in genere ai bimbi si dice “dai forza, leggi”, a me i miei dicevano: “fa’ qualcos’altro, smetti di leggere”. Forse quello è stato il primo passo verso il mio futuro mestiere.

Sei tra le scrittrici di maggior successo oggi in Germania. Ci parli della situazione letteraria tedesca contemporanea. C’è qualche nuovo autore da tenere d’occhio?

Negli ultimi anni leggo soprattutto letteratura scandinava e inglese.

Lo psicothriller sembra un genere molto congeniale tra gli scrittori tedeschi, pensiamo a Sebastian Fitzek, Wulf Dorn. In cosa pensi risieda il vostro punto di forza. Cosa vi differenzia dalla detective novel psicologica più di stampo anglosassone?

Credo che gli autori di thriller tedeschi scrivano buoni romanzi quando li scrivono esattamente come gli inglesi.

E’ appena uscito in Italia per Corbaccio il tuo nuovo romanzo Oltre le apparenze. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

L’idea iniziale nasce da un articolo comparso su un importante giornale tedesco che trattava la questione di Second life, vale a dire che esistono delle persone che, insoddisfatte della propria esistenza, cercano la rivincita in rete, costituendosi lì una sorta di nuova vita. Questo articolo è stato per me la scintilla che ha fatto scattare l’idea di questa storia.

Oltre alle apparenze è un thriller davvero agghiacciante per la tua capacità di descrivere la vita consueta di tutti i giorni e nello stesso tempo delineare scenari di disagio e vero proprio orrore. E’ questo il tuo segreto?

Una parte del segreto è che i protagonisti dei miei romanzi sono persone  assolutamente normali, con vite assolutamente normali. Il lettore è quindi portato ad identificarsi facilmente con questi personaggi, ed è in questa normalità che all’improvviso s’innesca l’orrore, ed è questo che desta paura e timore, la sensazione cioè che una cosa simile potrebbe realmente accadere.

Il personaggio di Samson mi è piaciuto particolarmente, è un osservatore abusivo delle vite degli altri, certo a livelli patologici, ma anche gli scrittori non sono un po’ osservatori delle vite degli altri?

Sì, è vero. E forse anche loro lo sono in maniera patologica. Ma poi, per poter essere costruttivi, questa osservazione non porta agli stessi esiti di Samson.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Leggo tanti autori gialli inglesi e direi che gli influssi su di me sono costituiti dal loro insieme e non da uno in particolare. Inoltre le mie preferenze cambiano in continuazione.

Per concludere nel ringraziarti della tua disponibilità mi piacerebbe ancora chiederti se stai lavorando ad un nuovo romanzo?

Effettivamente ho appena finito di scrivere un nuovo romanzo e sto facendo progetti per il prossimo. Però di concreto non ho ancora niente, quindi non posso ancora parlarne. Grazie anche a lei per l’intervista.

Traduzione a cura di Francesca Ilardi

:: Recensione di Amnesia di Jean-Christophe Grangè a cura di Giulietta Iannone

16 marzo 2012

A poco a poco la situazione le diventava chiara: l’assassino non poteva essere un barbone o uno spacciatore e tanto meno l’uomo che aveva perso la memoria. Era un killer folle, freddo, razionale. Un essere dai nervi d’acciaio che si era preparato accuratamente in vista del sacrificio. Non era un macellaio né un allevatore e neppure un veterinario, lei ne era sicura. Aveva acquisito quell’abilità soltanto per allestire la sua messinscena.
Anais fremeva all’idea di affrontare un avversario simile, non sapeva se di paura o di eccitazione; probabilmente di entrambe. Era consapevole che nella maggior parte dei casi gli omicidi psicopatici venivano arrestati perché commettevano un errore o perché la polizia aveva un colpo di fortuna. Nel caso del killer, non poteva contare sul fatto che facesse errori; quanto alla fortuna…

Mathias Freire, psichiatra al centro ospedaliero specializzato Pierre-Janet di Bordeaux, e protagonista del nuovo romanzo edito in Italia da Garzanti di Jean-Christophe Grangè Amnesia, titolo originale Le passager tradotto dal francese da Doriana Comerlati, riceve una telefonata in piena notte sul suo cellulare del dottor Fillon, medico di guardia nel quartier Saint-Jean Belcier, che lo informa di un caso singolare avvenuto alla stazione Saint-Jean: verso mezzanotte i guardiani notturni si sono imbattuti in un uomo, un vagabondo nascosto in una cabina all’altezza del punto di ingrassaggio, sui binari. Uno sconosciuto, un uomo completamente privo di memoria, un colosso, alto almeno due metri, di centotrenta kili di peso con indosso un vero Stetson da texano e stivali da cowboy di lucertola. Quella stessa notte il capitano di polizia Anais Chatelet viene chiamata sul luogo di ritrovamento di un cadavere. Un giovane nudo, con diverse ferite. Una messinscena aberrante. Qualcosa che puzzava di follia e crudeltà lontano un miglio. Non una banale rissa finita male né un volgare furto di denaro. Roba seria. Il morto, rinvenuto in una fossa accanto ai binari della stazione di Saint-Jean, “ucciso” da un overdose di eroina, presenta un particolare aberrante: la sua testa non è quella di un uomo ma è inglobata nella testa di un toro. Subito le indagini portano ad un collegamento tra lo sconosciuto senza memoria e il delitto. I casi sono due: o lui è il principale sospettato, o ha assistito al delitto e per lo shock ha perso la memoria. Amnesia inizia così  presentando due personaggi Mathias Freire e Anais Chatelet, che si incontrano casualmente e ci accompagnano per le ben 750 pagine del romanzo facendoci affrontare un viaggio avventuroso e interessante nella psiche umana e nei segreti racchiusi nella memoria ancor più quando è ferita, frammentata, lacerata. Innanzitutto non fatevi spaventare dalla mole del libro, sarà per le frasi brevi, per lo stile incisivo e pulito di Grangè, ma si legge molto velocemente. Se amate i thriller, pieni di colpi di scena, dove nulla è come sembra, dove l’autore sa escogitare trame vertiginose praticamente impossibili da svelare prima che sia lui stesso a farlo, troverete pane per i vostri denti. Se avete amato L’impero dei lupi vi troverete a casa. Senza svelare troppo della trama labirintica e davvero complessa, comunque per sommi capi presente nel risvolto di copertina, sicuramente è un libro in cui un uomo si interroga su chi sia realmente, su quali siano davvero i suoi ricordi, angosciato dalla paura di poter essere un assassino freddo e spietato e minacciato da un reale pericolo del quale non riesce in nessun modo ad individuarne l’origine. Il personaggio di Anais Chatelet, tipica eroina alla Grangè, è sicuramente una coprotagonista riuscita e agguerrita che compete ad armi pari con Mathias Freire. Sin dai tempi di Fiumi di porpora, l’autore ama presentare donne forti, volitive, capaci di reggere il confronto con i personaggi maschili, quasi sempre più problematici pensiamo a Pierre Niemans di Fiumi di porpora appunto o Jean-Louis Schiffer de L’impero dei lupi. Grangè unisce il thriller psicologico al romanzo di azione puro e lo fa conservando il suo stile particolare e tipicamente francese alla Besson per intenderci e dato che ogni romanzo di Grangè ha il destino quasi segnato di diventare un film non ci vedrei male proprio Besson alla regia.

:: Recensione di Stoner di John Williams (Fazi 2012) a cura di Giulietta Iannone

14 marzo 2012

Stoner non aveva mai pensato a come potesse apparire agli occhi di un estraneo, o del mondo. Per un momento si immaginò dal di fuori: quel che vide in parte corrispondeva alle parole di Edith. Scorse una figura in volo tra i pettegolezzi di una sala fumatori e le pagine di un romanzo di appendice, un patetico individuo prossimo alla mezz’età, incompreso dalla moglie, che nella speranza di trovare l’energia di un tempo frequentava una ragazza più fresca di lui, scimmiottando goffamente la giovinezza che non poteva più avere. Un fatuo, chiassoso pagliaccio di cui il mondo rideva con imbarazzo, pietà e disgusto. Contemplò quella figura, più da vicino possibile, ma più la guardava, meno gli sembrava familiare. Non era se stesso che vedeva, e all’improvviso capì che non vedeva nessuno.  

Il destino dei libri è strano: possono passare inosservati pur essendo capolavori, possono vivere uno stato di eterna giovinezza ristampati in continuazione anno dopo anno con il successo dell’esordio, o possono venire stampati per poi essere per lungo tempo dimenticati e infine risorgere dalle proprie ceneri come un’araba fenice guadagnandosi l’attenzione e l’amore incondizionato del pubblico e della critica unita nell’osannarli in un susseguirsi quasi iperbolico di aggettivi che toccano tutte le sfumature possibili del meraviglioso. Quest’ultima sorte, forse la più insolita, è toccata a Stoner di John Edward Williams. Pubblicato per la prima volta nel 1965 dalla Viking Press, ne esistono ancora esemplari vintage in circolazione, dimenticato per lunghissimi anni e poi riscoperto nel giugno del 2006 dalla New York Review Books, Stoner merita senza dubbio un posto di rilievo tra i libri segnati da un destino bizzarro, libri che forse ignorati al tempo in cui furono scritti perché troppo innovativi, troppo “altri”, trovano la loro giusta collocazione in un futuro forse non migliore ma semplicemente adatto ad ospitarli. Data l’aura di eccezionalità che caratterizza questo libro, che ora la Fazi pubblica, con postfazione di Peter Cameron e traduzione di Stefano Tummolini, mi sembra doveroso spendere due parole sull’autore. John Edward Williams nacque il  29 Agosto del 1922, in Texas,  per la precisione a Clarksville, comunità rurale nel nord est del paese. Dopo esperienze varie nei giornali e nelle stazioni radio, e dopo un infelice tentativo al college,  si arruolò nel 1942 nell’Army Air Corps combattendo durante la guerra come sergente in India e Birmania. Proprio in questo periodo scrisse la prima bozza del suo primo romanzo Nothing But the Night che verrà poi pubblicato nel 1948. Iscritto all’Università di Denver,  si laureò alternando allo studio anche la sua attività di poeta. Nel 1950 si trasferì alla University of Missouri dove insegnò e ottenne un dottorato di ricerca. Nell’autunno del l955 Williams assunse la direzione del programma di scrittura creativa presso l’Università di Denver. Da questo momento in poi pubblicò diversi romanzi: Crossing Butcher nel 1960, poi Stoner nel 1965 e Augustus nel 1973 romanzo che gli valse il prestigioso National Book Award. Dopo il pensionamento nel 1985 si ritirò con la moglie a Fayetteville, Arkansas, dove morì il 3 marzo 1994 per insufficienza respiratoria, lasciando il suo quinto romanzo The Sleep of Reason incompiuto. Fatta un po’ di luce sull’autore passiamo al romanzo. William Stoner, Bill per gli amici,  protagonista, eroe, antieroe, ombra che passa nella vita senza voler disturbare e senza lasciare alcuna traccia, nasce nel 1891 “in una piccola fattoria al centro del Missouri, vicino a Booneville”. Il padre, un povero contadino sfiancato dal lavoro dei campi, con le mani che raccolgono nelle pieghe della pelle strie di terra che non andrà più via, decide di mandarlo alla facoltà di Agraria dell’Università di Columbia perché impari a far fruttare quella terra sempre più arida e sempre più improduttiva ogni anno che passa. Stoner accetta senza tanto entusiasmo ma durante un corso proforma di letteratura inglese capisce che è quello che vuole studiare e senza dire niente ai suoi genitori cambia corso di studi, si laurea e inizia a insegnare. La sua vita da questo momento inizia a scorrere lenta e costellata da un infinita serie di piccoli drammi e delusioni: i suoi genitori diventano per lui estranei, si sposa infelicemente, ha una figlia, la sua carriera, caratterizzata da un senso continuo di inadeguatezza, verrà ostacolata da un collega che non lo stima granché. Poi un amore per una studiosa nasce e finisce per paura dello scandalo riportandolo a vivere la sua solitaria condizione di reietto. Muore nel 1956 non superando mai il grado di ricercatore e “pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi serbarono di lui un ricordo nitido”.  Ecco in breve la trama di questo strano romanzo, probabilmente autobiografico, che scorre come un lungo fiume tranquillo nel quale solo ogni tanto qualche sasso rimbalza creando onde concentriche che subito si spengono. Non ci sono eventi rilevanti, è tutto un susseguirsi di piccoli avvenimenti senza importanza che accadono intorno al protagonista, essenzialmente malato di solitudine. Sua unica ambizione è “essere felice di tanto in tanto”, suo unico desiderio è essere lasciato tranquillo, in pace. La sua mitezza, la sua incapacità di difendersi e di lottare in un mondo freddo e spietato, acquistano quasi un valore simbolico, mitico, un’epicità che non ha nulla a che fare con il grande sogno americano. Una malinconia scura e grumosa avvolge le pagine e non si capisce se l’autore nutra amore o meno per il suo personaggio. Pur tuttavia ci si affeziona Stoner, lo si vorrebbe come amico, si prova un’intima comunanza, un’ universale fratellanza con quest’uomo fragile e ostinatamente buono. Infondo c’è qualcosa di Stoner in ognuno di noi.

:: Recensione di Oltre le apparenze di Charlotte Link (Corbaccio, 2012) a cura di Giulietta Iannone

13 marzo 2012

Spiava tante di quelle persone…! S’imprimeva il modo in cui trascorrevano le loro giornate, le loro abitudini, si sforzava di esplorare a fondo le loro esistenze. Non sarebbe riuscito a spiegare  a nessuno cosa l’affascinasse tanto in quella attività: era come un vortice in cui sprofondare. Non era possibile smettere una volta che si fosse cominciato.  Un’altra vita accanto all’esistenza vera. Destini in cui era possibile sognare di intrufolarsi. Ruoli in cui calarsi. Conferiva in quel modo smalto e gioia alla vita di ogni giorno e, anche se qualcuno lo avesse giudicato pericoloso o comunque spostato – e intuiva che uno psicologo avrebbe trovato un mucchio di definizioni allarmanti per il suo hobby- quell’attività restava comunque per lui l’unica possibilità di sopportare la tristezza che lo circondava.

Oltre le apparenzeDer Beobachter” titolo originale che tradotto in italiano significa L’osservatore edito in Italia da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Umberto Gandini nuovo romanzo di Charlotte Link è un thriller molto particolare che scava nelle paure più profonde che affliggono le donne. E’ cronaca recente, suffragata dalle statistiche, che molto spesso gli stalker si trasformano in assassini, quasi che la strada che porta a perseguitare, tormentare una donna porti anche inevitabilmente al delitto. E questo dubbio, è il nucleo centrale del romanzo che ci porta a chiederci sin dall’inizio se davvero Samson Segal, l’osservatore del titolo originale, è anche un assassino, colpevole delle barbare uccisioni di donne che si susseguono in una fredda Londra invernale. Samson è un osservatore abusivo delle vite degli altri. Una malattia lo divora, la curiosità di conoscere tutto quel che succede nel segreto della privacy delle donne che attirano il suo sguardo. Samson scruta, spia le donne, ne trascrive maniacalmente le vite, i movimenti, i tic, finchè la sua malata curiosità non si fissa su un’unica donna Gillian Ward, una donna di successo, realizzata sia nel lavoro che nella vita privata, sposata felicemente con Tom, con una figlia di dodici anni, una donna che suscita in lui un sentimento-surrogato molto simile all’amore. Ma le apparenze a volte ingannano, a volte la facciata perfetta che si mostra al mondo nasconde crepe, ragnatele, inganni e più Samson prende coscienza di questo, più la sua vita va in pezzi. Parallelamente una serie di omicidi si susseguono apparentemente senza connessioni, le vittime hanno solo la caratteristica comune di essere tutte donne sole, uccise in modo spietato e assurdamente crudele, dopo aver vissuto l’incubo di essere perseguitate e minacciate. Inquietante l’ascensore che perseguita Carla, che giunge fino al suo piano abitato solo da lei, senza che nessuno esca. Da particolari come questi la Link crea la sua ragnatela di tensione che imprigiona il lettore generando abilmente ansia, angoscia, terrore in un crescendo sempre più soffocante. L’abilità della Link è soprattutto evidente nella sua capacità di accostare la vita quotidiana dei personaggi, normale, quasi banale, descritta fin nei minimi dettagli consueti, la colazione la mattina, la preparazione dei muffins in linde cucine super attrezzate, il the con le amiche, all’orrore che nasce quando ci si ritrova vittime di persone profondamente disturbate e capaci di tutto. Altro tema fondamentale del libro su cui l’autrice gioca molto pur senza barare apertamente con il lettore è la infondatezza delle apparenze, niente è come sembra, tutto si trasforma, anche quando si arriva ad una certezza, poi inevitabilmente succede che si riveli infondata, fluttuante, alienante. L’autrice parte da paure reali, molto concrete e costruisce una trama fitta di autentica angoscia più psicologica, che generata dalla descrizione di efferatezze o violenze esibite. Oltre le apparenze è il primo libro della Link che leggo, ma sembra che in Germania sia molto amata e addirittura chiamata Lady bestseller e che anche in Italia si sia guadagnata una schiera di lettori affezionati. La sua produzione è piuttosto nutrita e spazia dai romanzi storici agli psicothriller molti dei quali editi da Corbaccio e riediti da Tea. L’uscita nelle librerie di Oltre le apparenze è prevista per il 15 marzo e grazie all’editore Corbaccio abbiamo provveduto a mandare alcune domande alla Link in visita in Italia dal 20 al 22 marzo per la pubblicazione del libro. Non mi resta che recuperare anche i suoi vecchi romanzi. Particolare che mi piace segnalare è la strepitosa copertina scelta da Corbaccio sui toni del bronzo, una delle più belle viste quest’anno.

:: Recensione di Orchidee nere di Rex Stout (Beat 2012) a cura di Giulietta Iannone

11 marzo 2012

Se Chandler ne La semplice arte del delitto in “Atlantic Monthly”, Boston 1944, scrisse di Hammett che tirò furori “il delitto dal vaso di cristallo e lo buttò in mezzo alla strada”, restituì  “il delitto alla gente che lo commette per ragioni concrete, e non semplicemente per fornire un cadavere a dei lettori”, mise “sulla carta i personaggi com’erano” e li fece “parlare e pensare nella lingua che si usava di soliti per questi scopi” proclamando al mondo i caposaldi indiscutibili dell’ hardboiled, in netta seppur educata polemica con il giallo classico affollato di investigatori dilettanti, maggiordomi infidi, vecchiette pettegole e intriganti con l’hobby dell’ uncinetto, delle rose e del delitto, Rex Stout creando Nero Wolfe riprese a piene mani dalla tradizione più consolidata del giallo classico dell’età dell’oro che vede nello Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle un modello indiscusso e nume tutelare del celebre Detection Club inglesissimo circolo che racchiude tra i suoi membri tutti i più importanti autori del genere poliziesco. Rex Stout non era inglese ma americano, e la nazionalità in questo caso ha un peso non trascurabile se pensiamo che non scelse la campagna inglese, i castelli, alternando le vicende dei personaggi a the delle 5 e caccia alla volpe, ma come scenario al centro delle sue storie predilesse l’ambiente metropolitano newyorkese, pur tuttavia Nero Wolfe non è certo un investigatore che utilizzi la forza bruta o batta le strade in cerca di testimoni e colpevoli, per questo c’è Archie Goodwin, suo braccio “armato” se vogliamo pronto a sporcarsi le mani mentre lui se ne sta al sicuro nel suo palazzo “fortezza” di arenaria situato al numero 918 della 35a strada, a curare come figli le sue adorate orchidee, a bere birra e ad assaporare le prelibatezze da gourmet che gli prepara il suo fidato cuoco svizzero, bizzarria questa abbastanza singolare se pensiamo che sarebbe stato molto più facile trovargli una nazionalità francese più in sintonia con il personaggio. Ma anche Nero Wolfe non è americano ma montenegrino, e questa sua esotica caratteristica forse singolarmente definisce e giustifica nella mentalità tipicamente americana le bizzarrie che lo caratterizzano: la sua inveterata misoginia, il pessimismo uggioso con cui guarda i suoi simili, il suo fare burbero e scostante, il suo narcisismo imbarazzante figlio di un egocentrismo che tocca picchi davvero grotteschi e quasi caricaturali. Ma pur tuttavia Nero Wolfe suscita simpatia e perché no rispetto, le sue debolezze diventano paradossalmente punti di forza che ne evidenziano la spiccata personalità e lo delineano in modo inequivocabile, non solo per la sua mole, nel panorama degli investigatori del giallo. La nuova collana Giallobeat di Beat edizioni riporta le indagini di Nero Wolf all’attenzione dei suoi numerosi lettori ed estimatori. A novembre abbiamo avuto modo di guastare  Fer-de-lance, a cui seguono dieci nuove avventure caratterizzate da nuove traduzioni e per ciascun volume da una prefazione diversa scritta dalle penne di alcuni dei più famosi intenditori del nostro prode detective, ora è il turno di Orchidee nere con prefazione di Carlo Lucarelli e traduzione della mitica Laura Grimaldi. Il volume contiene due racconti lunghi Orchidee nere (Black Orchids) e Cordialmente invitati ad incontrare la morte (Cordially invited to Meet Death) apparsi insieme nel 1942. Archie Goodwin, voce narrante delle storie, ci porta a conoscere come in una vera e propria indagine nuove peculiarità del nostro eroe montenegrino sempre pronto a rivelare nuove facce di sé. In Orchidee nere succede un fatto straordinario , Wolfe lascia la sua casa–rifugio e per amore di un rarissimo ibrido di orchidea nera si reca ad un’esposizione floreale. Cosa ancora più inusitata lo vediamo blandire Lewis Hewitt, lui di norma burbero e scorbutico, lo vediamo mentire, nascondere testimoni, pur di accaparrarsi i suoi agognati tre rari esemplari, sotto gli occhi sempre più esterrefatti del suo assistente, factotum, amico Archie Goodwin. Questa volta hanno ucciso un giardiniere Harry Gould in un modo tanto astruso e improbabile, che per incastrare il colpevole Wolfe sarà pronto quasi a  rischiare la vita in una camera a gas. In Cordialmente invitati ad incontrare la morte sarà il triste destino di Bess Huddleston, la miglior organizzatrice di ricevimenti per ricchi che New York avesse mai avuto, morta di tetano lunedì 25 agosto ad incuriosire il nostro. Riuscirà Nero Wolfe a dimostrare che è stato commesso un omicidio e a incastrare il colpevole? Non vi dico di più. Il divertimento è assicurato.

Rex Stout nasce nel 1886 e muore nel 1975 negli Stati Uniti. Nel 1934 pubblica Fer-de-Lance (BEAT 2011), il primo volume delle inchieste di Nero Wolfe. Il successo si ripete regolarmente per tutti i 42 successivi volumi, sfornati pressappoco al ritmo di uno all’anno. In BEAT sono usciti anche Orchidee nere (2012), Non abbastanza morta (2012), Entra la morte (2013), Palla avvelenata (2014) e la raccolta di ricette ispirate ai suoi libri Crimini e ricette (2013). Nel 1959 viene premiato con il Mistery Writers of America Grand Master.

:: Un’intervista con Remo Bassini a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2012

Bentornato Remo su Liberi di scrivere. Da pochi mesi è uscito per Perdisa il tuo nuovo libro Vicolo del Precipizio, un libro scomodo se vogliamo, che mette a nudo molti mali dell’editoria italiana, ma penso che all’estero le cose non siano più rosee, mali che si vorrebbe nascondere, scopare sotto il tappeto, perché tolgono nobiltà alla professione di scrivere. Il personaggio di Giovanni esprime bene questo malessere. Ce ne vuoi parlare?

Da anni vado dicendo una cosa, che per me è importantissima ma che passa inosservata. Vado dicendo che per chi scrive il momento più importante, più bello, più intimo è quello della scrittura. I ricordi più belli che ho io li ho descritti nel primo capitolo di Vicolo del precipizio: gli attimi che precedono la scrittura e poi la scrittura, per ore, magari bevendo caffè e fumando sigari o pipa, come faccio io, con il gatto che mi si strofina ai piedi. Giovanni è lo scrittore che ha perso la passione per la scrittura. Lui fa parte del meccanismo: pubblica libri, si affida agli editor, frequenta altri scrittori, usa la maschera dello scrittore per abbordare donne, chiede anticipi eccetera. Ma non si sente più affascinato dalla scrittura. Giovanni, insomma, è come una malattia: da cui stare in guardia.

Tiziano il doppio protagonista, voce narrante e autore del libro nel libro intitolato guarda caso Vicolo del precipizio è un editor speciale, un ghostwriter, che riscrive a volte di sana pianta testi scritti da altri che sarebbero oggettivamente impubblicabili, e ci mette il “veleno” che il personaggio giudica il suo unico talento. Il mondo delle italiche lettere è davvero così diviso, frantumato tra apparenza e sostanza, tra chi lavora nell’ombra e chi recita pirandellianamente la parte dello scrittore di successo?

Credo che col passare del tempo sia sempre più apparenza, ma in tutto, e non solo nel settore editoriale. Tempo fa un editore (che stimo, perché pubblica libri di qualità) su facebook ha scritto che uno scrittore, se vuole sfondare, deve essere sfacciato. Un po’ rompicoglioni, insomma. Invadente. Questo vuol dire che uno scrittore timido, o anche solo non invadente, e corretto, che non fa operazioni di lecchinaggio frequentando scrittori ed editor, rischia di rimanere tagliato fuori dal mercato editoriale? Lascio il quesito così, senza proseguire…

Tiziano non fa sconti con nessuno né con il mondo editoriale, che in un certo senso disprezza perché penalizza libri che a suo modo andrebbero pubblicati, prendo ad esempio quello della scrittrice veneta, e esalta e idolatra magari altri scritti a tavolino solo per fare cassetta, né con se stesso, giudicandosi marcio, arrivando fino a meditare il suicidio. E’ un personaggio ambiguo, che suscita simpatia e nello stesso repulsione, penso all’eccitazione che prova verso Cristina durante i suoi attacchi epilettici, alle voci che mette in giro sul conto del padre roso dalla gelosia verso Mariano, alla crudeltà quando consegna il manoscritto ad Alice chiaramente innamorata di lui. Costruendo questo personaggio gli hai dato qualcosa di te o è solo una creazione letteraria?

Flaubert diceva che bisogna pensare come dei pazzi e io, quando scrivo, lo faccio. A Tiziano io ho prestato solo i miei ricordi, le mie turbe no. Proprio oggi ho scoperto, leggendo una recensione su Vicolo del precipizio, che Tiziano è il mio alter ego. Allora, a me sta bene tutto: lettori e critici possono dire qualsiasi cosa dei libri in generale e quindi anche dei miei, ci mancherebbe. Ma quando mi vengono a dire che io sono coma Anna Antichi, protagonista de La donna che parlava con i morti, o come Tiziano, di Vicolo del precipizio, dico di no, che potrebbe essere ma non è così.

A capitoli alternati osserviamo Tiziano dall’esterno, e dall’interno come voce narrante del libro che sta scrivendo. Nel cinema penso a Effetto notte di  François Truffaut, amano fare film nel film. E’ un gioco di specchi, in cui la membrana che separa la realtà dalla creazione letteraria si fa sempre più sottile, ci si confonde, si ha la sensazione di leggere un diario. Come hai creato questa sensazione di vertigine?

Il libro è un metalibro. Nei capitoli intitolati Torino, Luglio (e poi Torino, agosto, nel finale) c’è, in terza persona, il presente di Tiziano. Nei capitoli intitolati Vicolo del precipizio c’è invece il passato, ma fino a un certo punto: a un certo punto arriva il precipizio. Tiziano precipita nella sua stessa mente. Al posto del passato arrivano le fantasie e i ripensamenti sulla propria vita. Da qui il senso di vertigine.

Ho amato molto il personaggio di Mimma, generosa, materna, allegra, depositaria di una saggezza contadina che va scomparendo, che consegna i suoi quaderni, lei quasi analfabeta, lontana da ogni gioco editoriale, per dare a Tiziano la materia grezza dei suoi libri I racconti della vecchia osteria prima e Vicolo del precipizio poi. Che il giorno di una presentazione se ne sta in disparte, quasi vergognosa, e arrossisce quando la madre di Tiziano con uno sguardo segnala a tutti i partecipanti che è lei la donna che lui ringrazia. Esiste davvero a Cortona, una Mimma con un altro nome, un altro volto, o nasce come mille facce di altri che ti hanno ispirato?

Mimma è stato il personaggio più facile da creare. Mimma, che nel libro è l’amica di famiglia ed è la madrina di Tiziano, esiste davvero, ed è mia madre. Tiziano, a un certo punto, riceve un regalo dalla Mimma, un quaderno. Dove lei ha scritto storie, anche boccaccesche, dove lei ha trascritto le canzoni dei cantastorie. E’ successo anche a me, nella vita reale: un giorno mia madre mi ha regalato un bloc notes con storie e ballate. Mimma è una contadina sensibile, forse troppo, anche mia madre è così. Piangeva quando ammazzavano il maiale che lei aveva nutrito. Mimma, che ha fatto solo la terza elementare, ha letto solo due libri: La storia dei fratelli Cervi e I promessi sposi. Allora, mia madre ha letto La storia dei fratelli Cervi, I promessi sposi, Il vangelo e i libri che ho scritto io.

I luoghi: Cortona e Torino. Cortona la tua Toscana dell’infanzia: “Cortona è un libro che qui posso raccontare” ha pensato Tiziano guardando le ultime finestre illuminate dei palazzi severi di Torino. Cortona è il profumo dell’olio d’oliva sul pane, è il volto duro di vecchi che giocano a carte in un bar e che ti guardano male se entri e vedono che non sei del posto”. Torino la grande città dove fuggire dove costruirsi una carriera. Parlami di questi luoghi. Come hanno influito sulla narrazione?

Cortona è il ricordo delle mie estati spensierate, dei miei primi amori, è il ricordo dei racconti, spesso fantasiosi, che ascoltavo, con attenzione. Cortona, oggi, è il luogo degli infiniti ritorni: appena posso ci vado, Ogni capodanno ci vado, ci andrò tra pochi giorni, spesso vado lì a scrivere. A Cortona incontro il ragazzo che ero, rivedo i suoi sogni. E poi c’è Torino che ha lo stesso valore di Cortona: nel 1982 cominciai ad andarci, tutti i giorni, per frequentare l’università. Lavoravo in fabbrica allora. Prendevo il treno da Vercelli tutte le mattine all’alba per arrivare a Torino. Un’ora all’andata e una al ritorno. All’inizio era la grande città che mi frastornava: troppo grigia, incasinata. Troppa gente. Piano piano, invece, ho cominciato ad apprezzarla. Torino è bella. E poi: se vuoi nasconderti, se non vuoi vedere nessuno non c’è nulla di meglio che una città grande. E la mia mente oscilla, come quella di Tiziano (qui sì che gli somiglio): certi giorni vorrei essere a Torino, e camminare camminare, ascoltando solo il rumore dei miei passi e del traffico, altri giorni vorrei essere a Cortona, magari in piazza, che di sera si riempie di gente e di voci.

C’è molto Buzzati, Chiara, Fenoglio, Calvino che mi pare aver letto che non ti piace molto. Che libri leggevi durante la stesura di Vicolo del precipizio? Quali autori ti hanno ispirato?

Quando scrivo o riscrivo non leggo mai un libro intero. Magari leggo qualche pagina di qualche autore che, a mio avviso, ha una scrittura musicale. Mi sembra di ricordare che tra la prima stesura di Vicolo del precipizio e la seconda ci fu una pausa in cui lessi i racconti di Yates, ma non ne sono certo.

Per concludere, nel salutarti e ringraziarti per la tua disponibilità vorrei chiederti se attualmente stai scrivendo. Progetti per il futuro? 

Sto rivedendo tre racconti neri, che ho scritto qualche mese fa. Li sto anche spedendo a qualche editore. Poi spero di continuare a scrivere, perché io se scrivo vivo meglio, vivo due volte, vivo la mia vita e quella dei miei libri.

:: Recensione di Vicolo del Precipizio di Remo Bassini a cura di Giulietta Iannone

8 marzo 2012

Ecco il foglio bianco, solo il titolo sporca la pagina e io a riflettere su come iniziare la recensione di Vicolo del Precipizio di Remo Bassini. Di solito non mi mancano le parole, anzi si affollano nella mia mente e mi tocca ordinarle, disciplinarle, privarle in un certo modo del loro anarchico fluire. Esercitare insomma il mestiere di scrivere, mestiere che Bassini fa così bene, sa raccontare, sa partire da un dettaglio e costruirci una storia, sa partire da un piatto tipico toscano, da una strada fatta di scalini, dallo sguardo ombroso di un personaggio e creare parole che diventano una musica, che vanno scritte così e non in un’altra maniera. Vicolo del Precipizio è un libro duro, in certe parti anche cattivo decisamente non afflitto da alcuna sorta di autocompiacimento. Il personaggio principale, il soggetto centrale intorno a cui ruota, sgorgando come da una sorgente avvelenata, torbida, la storia è un uomo di quasi cinquant’anni, un uomo che non si ama, come non ama il suo lavoro di scrittore impuro, di ghostwriter di scrittori che hanno bisogno del suo talento per sopravvivere in una giungla letteraria che non fa sconti per nessuno, che divora, fagocita avidamente chi non accetta le regole del gioco. Tiziano, questo è il suo nome, dopo aver intrapreso la nobile professione scrivendo giovanissimo un libro di racconti I racconti della vecchia osteria dando voce alla tradizione della sua terra, ai canti dei contadini, alla memoria di gente umile ma piena di dignità e moralità, ottenendo anche un discreto successo, ha scelto di dare il suo talento, rifuggendo il successo che lui giudica privo di senso e inutile, in cambio di un ben remunerato ruolo di comprimario oscuro, di nascosto demiurgo della fortuna letteraria altrui. Forse grazie al suo carattere schivo, al fatto che balbetta quando troppo emozionato, al suo umbratile caratteraccio toscano, è uno dei migliori nel suo lavoro, rispettato dal suo capo, un importante e influente agente letterario, che in fondo ha paura di lui, lo teme per il suo modo disinvolto di svelare i segreti, di parlare troppo. Quando un ghost ha come prima regola il silenzio, l’auto eliminazione, lo scomparire sullo sfondo per lasciare tutta la luce allo scrittore famoso, a chi deve rifulgere in pubblico. Ma Tiziano è stanco, basterà un’estate, due mesi, luglio e agosto, in un’afosa Torino che lo costringe a scrivere sul terrazzino, o a farsi rinfrescare i piedi nudi da un ventilatore, e messi da parte i lavori altrui scriverà finalmente per sé, perché a volte per un libro basta un lettore solo, e scrivere è terapeutico, anche se fa soffrire, quando si scava troppo in fondo. Ma un impulso autodistruttivo ha risvegliato l’antica fiamma e ora deve scrivere di sua madre, di suo padre, di suo nonno comunista e mangiapreti, delle donne della sua vita Magda, Cristina, della sua seconda madre Mimma, della sfortunata Andreina, degli amici. Deve fare pace con i suoi fantasmi, con suo padre per cui ha abbandonato Cortona, e solo allora potrà tornare a casa, riacquistando se stesso. Sullo sfondo il personaggio di Alice, la dirimpettaia curiosa, l’innamorata, il pubblico silenzioso che assiste alla sua arte di comporre, la donna che capisce di essere stata rifiutata ancora prima di essersi offerta, che non può far altro che cercare di dimenticare. Vicolo del precipizio è un libro così, con il fascino antico della novella raccontata, tramandata oralmente di bocca in bocca, tante schegge di attimi, racconti che si incastrano tra loro come i tasselli di un puzzle, tanti personaggi minori, che per un attimo hanno tutta la luce su di sé e diventano protagonisti: il sagrestano vendicativo, il prete con moglie, la Nina, il Lucarone, Mariano e i suoi maglioni verdi, la Clara, è strano sembra doveroso nominarli tutti fino all’agente letterario, a Lucetta, a Giovanni. Tutti coralmente impegnati a recitare la loro parte nel mondo creato dall’autore. Tanti personaggi da commedia dell’arte e che Bassini abile capocomico sa far comparire e scomparire, lasciando echi dietro di sé, perché la scrittura è un gioco di memoria, e i personaggi anche quelli totalmente inventati sono veri, nascono da verità profonde per lo meno. E uno scrittore impara questo prima ancora di scrivere su un foglio bianco. Impara l’umiltà, la disciplina, la sofferenza e perché no impara che una storia una volta scritta non è più sua, ma diventerà vita nella mente dei lettori che la leggeranno.

:: Un’intervista con Derek Nikitas a cura di Giulietta Iannone

1 marzo 2012

Ciao Derek. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Derek Nikitas? Punti di forza e di debolezza.

Vivo la letteratura e il cinema come, professionista, insegnante, consumatore e tossicodipendente. Sono uno scrittore che letteralmente si dedica completamente alla propria attività, ma scrivo troppo lentamente, e revisiono troppo, così impiego un sacco di tempo per completare un progetto.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto nel New Hampshire e a New York, sono andato al New York State College alle superiori, e poi all’ University of North Carolina a Wilmington per la mia formazione universitaria. Wilmington è stato il momento migliore. E ‘una cittadina turistica sull’oceano, ma ha anche un’ industria cinematografica piccola ma fiorente. Blue Velvet, Firestarter e The Crow sono stati girati lì,  fatto che sempre amo ricordare. Dopo la scuola, ho trascorso qualche tempo a Praga (tipico), e poi sono tornato a New York per alcuni anni. Ora vivo in Kentucky, e dirigo un programma MFA della mia città (The Bluegrass Writers Studio presso la Eastern Kentucky University).

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

Ho cominciato a scrivere quando avevo circa sette anni. Ecco il motivo: i miei genitori erano divorziati, e mia madre era piuttosto severa su quali film potevo vedere in TV. Mio padre era permissivo, così mi lasciò vedere un sacco di film horror e simili, ma io lo potevo vedere solo una volta ogni paio di mesi. Così potevo vedere questi film con lui che facevano volare la mia immaginazione, ma poi dovevo aspettare settimane senza un’ altra “dose”. Così ho iniziato a scrivere le mie personali bizzarre storie dell’orrore. Così è davvero come è cominciata. Ricordo di essere stato particolarmente influenzato da Red Dawn, e continuavo a scrivere varie versioni di storie in cui i terroristi assaltavano la mia scuola elementare. Sono sempre stato attratto dalle storie di suspense, sebbene l’ horror e il dark fantasy siano stati i miei generi preferiti mentre crescevo. Mi sono interessato alla crime fiction all’università tramite un corso sulle crime stories classiche, ma in un primo momento stavo veramente solo cercando di scrivere storie letterarie interessanti. Non mi sono reso conto di scrivere crime fiction fino a quando i miei racconti non hanno iniziato ad essere accettati  nell’ Ellery Queen Mystery Magazine, e non l’ho realmente accettato fino a quando non sono stato nominato per un Edgar Award. Allora ho capito, “okay, sono uno scrittore di genere”.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Sono stato molto fortunato con Pyres. Un editor di Minotaur Books (l’editore americano originale) ha visto una storia che avevo pubblicato e mi chiese se avevo pronto un romanzo. Ero appena a metà, ma a lui è piaciuto, così quando ho finito il suo editore mi ha fatto un’offerta. Quindi non ho mai dovuto affrontare rifiuti con Pyres. Detto questo, ho centinaia e centinaia di rifiuti accumulati scrivendo racconti. Ho usato i racconti per sviluppare la mia tecnica, e ci sono voluti anni. Col senno di poi, probabilmente stavo presentando i racconti alle riviste sbagliate, perché non scrivevo esattamente narrativa tradizionale e mainstream o narrativa sperimentale, ma c’è anche da dire che non ci sono troppi spazi per gli scrittori di racconti.

Hai conseguito un MFA alla UNC di Wilmington e stai ottenendo un dottorato di ricerca presso la Georgia State. Hai avuto un insegnante che ti sia stato di particolare ispirazione?

Certamente. Ho dedicato il mio secondo romanzo all’ insegnante di scrittura creativa più incoraggiante e di sostegno che abbia mai avuto, Wendy Brenner. Anche lei è una scrittrice di racconti, e mi ha insegnato ad amare la scrittura a livello di frase, come delineare realmente l’immagine fisica, come realmente abitare la psiche del personaggio, come evitare i cliché. Ho avuto altri insegnanti, come Bob Reiss e Clyde Edgerton, che mi hanno insegnato la struttura e gli elementi fondamentali della scrittura dei romanzi, e tutto ciò che eventualmente viene dopo.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Immagino che ben poche persone possano rispondere a questa domanda in modo molto eccitante. Sono diventato molto più disciplinato negli ultimi due anni, però. Scrivo la mattina, di solito per circa tre o quattro ore, nel tentativo a volte vano di evitare di controllare la mia posta elettronica e di navigare in internet. Sono diventato sempre più un pianificatore, così ora mi prendo mesi per delineare un racconto o romanzo prima di iniziare a scrivere.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

L’unica qualità che cito sempre ai miei studenti è l’empatia. Se non è possibile autenticamente entrare nella psiche di un’altra persona, anche se fittizia, allora finirete per creare una cosa che è morta fin dall’inizio. Troppa scrittura amatoriale è auto-espressiva: questi sono i miei intensi sentimenti, o questa è la mia filosofia sul mondo. La scrittura è in parte espressione di sé, ma molto di più dovrebbe essere esplorazione, un tentativo di sfuggire alla propria visione miope e vivere altro.

Sei un autore amato dalla critica. Hai mai ricevuto recensioni negative?

Oh, sì. Ho ricevuto una recensione particolarmente caustica su Pyres nel quotidiano della città in cui vivevo all’epoca, Atlanta. Ora mi è quasi cara perché in realtà ha colto nel segno quello che stavo facendo male in Pyres (troppo prolisso), e credo di aver davvero imparato da essa. Altre recensioni negative tendono a dire che sono troppo “letterario” per essere uno scrittore di crime o viceversa, a quelle non penso molto.

Il tuo primo romanzo Pyres, ora edito in Italia con il titolo I fuochi del nord, nominato per un premio Edgar per il miglior romanzo d’esordio è un libro formidabile. Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

I miei romanzi tendono a iniziare con una mezza dozzina di idee diverse che alla fine confluiscono in una narrazione organicamente organizzata. Volevo scrivere delle mie esperienze essendo stato un “dark” quando ero adolescente, ma non volevo scrivere di me, così ho inventato questo personaggio femminile, Luc. Volevo scrivere delle mie origini svedesi e del mio interesse per la mitologia norrena. Allo stesso tempo, rimasi affascinato da alcune storie vere di crimini che lessi sui giornali o vidi in uno di quelle trasmissioni giornalistiche televisive. Ed ero allo stesso tempo interessato al comportamento criminale di alcuni dei gruppi più duri di biker nell’ area di Rochester e pian piano tutti questi elementi hanno cominciato a unirsi.

 Puoi riassumere il tuo libro in non più di 25 parole?

Una ragazza adolescente ribelle scopre una cospirazione dietro l’omicidio di suo padre e diventa il bersaglio della gang di motociclisti fuorilegge che lo ha ucciso.

Il primo capitolo presenta la protagonista. Potresti raccontarci cosa succede?

Lucia “Luc” Moberg è un adolescente un po ‘ribelle ma in fondo tenera che sta per compiere 16 anni. Sono i primi anni ‘90. Un pomeriggio chiede al padre, professore universitario, di portarla al centro commerciale e, mentre lui è in una libreria, ruba un CD da un negozio di musica ed è inseguita dagli agenti di sicurezza del centro commerciale. Luc trova il padre e lo convince ad andare via. Proprio mentre stanno per allontanarsi dal parcheggio, un uomo misterioso appare a fianco della macchina e spara al padre uccidendolo, di punto in bianco, con Lucia che guarda con orrore dal sedile posteriore.

Parlaci dei personaggi principali del libro?

Tema centrale del libro è il rapporto spezzato tra genitori e figli. La storia di Luc ruota intorno al raggiungimento della sua maggiore età colpita da un profondo dolore e minacciata da un concreto pericolo. Lei deve cavarsela prendendosi cura della madre devastata e suicida, grazie anche all’ “intervento” degli esseri magici del folklore svedese, che sono o il frutto della sua immaginazione o gli emissari di suo padre morto.
Greta Hurd è l’investigatore della polizia assegnata al caso di omicidio del padre di Luc. E’ una poliziotta indurita che ha dato la sua vita alla carriera, anche a scapito della sua famiglia. Ma questo caso, e le sue interazioni con Luc, cominciano a riaccendere qualcosa nel suo cuore. Ha una figlia che è in procinto di sposarsi, ormai un’ estranea, così lei afferra la possibilità di riscattarsi con la sua famiglia.
Tanya Yasbeck è una ragazza di diciannove anni, ex-tossica che ha vissuto una vita dura, ed è ora incinta di nove mesi del figlio di un biker fuorilegge. Lei vuole disperatamente vivere una vita normale e credere che il suo ragazzo gliela possa dare, anche se le sue attività criminali sono sempre più disperate e pericolose.

Il personaggio di Mason è molto negativo. Ci puoi parlare di lui?

All’inizio della mia ricerca, ho appreso che i bikers fuorilegge commettono alcuni dei peggiori e  più barbari atti criminali relativi a gang che si possa immaginare. Gran parte di Mason (e della sua cultura) proviene da precisi racconti di bikers fuorilegge (anche se il 99% dei bikers  sono bravi ragazzi, e rispettosi della legge!). Non volevo rivestire di zucchero la sua brutalità, la sua misoginia, il suo razzismo, la sua insensibilità. D’altra parte, egli è un padre in attesa molto ansioso, pieno di speranze e di sogni, deciso a crescere il “suo ragazzo” in base al codice d’onore in cui crede. Non credo nel male astratto, così ho voluto far si che tutti i comportamenti di Mason nascessero dalla sua capacità di valutare ciò che è giusto.

Quale è o sono le tue scene preferite in Pyres?

Immagino le principali scene che narrano punti di svolta perché quelle scene sono la ragione principale per cui si scrive il romanzo. Così la scena del parcheggio nel primo capitolo, certamente, e quando Luc trova i soldi sotto la lavatrice, o la scena in camera di Quinn e il ritorno a casa dopo, e naturalmente il finale, a cominciare dall’ ultima conversazione risolutiva tra Luc e Tanya, forse la scena di dialogo che ho preferito scrivere. Queste sono le scene che ho rivisto di più, anche solo per assicurarmi che il tono fosse proprio quello giusto.

In Pyres quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Non posso parlare troppo del personaggio più difficile, senza regalare troppi colpi di scena, ma diciamo che la doppiezza è una motivazione molto difficile da rendere. Luc è stata un personaggio anche difficile per molti versi, soprattutto perché il suo carattere è così simile al mio, quando avevo la sua età. E ‘pericoloso scrivere di “se stessi” perché si vuole dare al personaggio una vitalità sua, e non si vuole diventare troppo auto-indulgenti ampliando la propria interiorità, solo per dar voce al proprio punto di vista. Al contrario, Tanya è stato stranamente il personaggio più facile da scrivere perché la sua prospettiva era così diversa dalla mia. Volevo continuamente tornare da lei per esplorare le sue motivazioni e reazioni perché ero davvero curioso di vedere come avrebbe reagito, basandomi sulla dissonanza cognitiva estrema della sua situazione.

Perché hai ambientato la storia a Rochester? In che modo questo luogo ha influenzato la tua scrittura?

Rochester, New York e soprattutto le piccole città che la circondano, è dove sono cresciuto e dove ho ambientato la maggior parte dei miei racconti pubblicati finora. Essere intimamente legato alla zona mi ha aiutato a scrivere, ma Rochester ha anche l’atmosfera perfetta per il romanzo poliziesco hardboiled. E’ un posto ghiaioso, freddo, sterile, arrugginito, nevoso, grigio, ruvido, una sorta di distopia. Questa zona di New York è anche chiamata il “Rust Belt”, perché è essenzialmente un deserto economico di fabbriche chiuse e industrie obsolete. Ovunque si guardi, ci sono metafore ricche e suggestive per rispecchiare il tumulto interiore dei personaggi.

Il tuo libro è caratterizzato da un forte realismo e nello stesso tempo utilizzi uno stile lirico, molto poetico. Quali poesie ritornano più spesso nel corso della tua vita?

In questo momento, sto scrivendo un romanzo in cui W.B. Yeats appare come personaggio, così la sua poesia è sempre al centro della mia mente, in particolare le poesie che alludono alla sua visione occulta. I miei preferiti in assoluto sono John Berryman, Philip Larkin (“Aubade”, soprattutto), e Thomas Hardy, anche se mi ricordo di essere stato ossessionato da Whitman durante la scrittura di Pyres, quindi probabilmente ci sono elementi del suo verso libero. Lo staccato di Gerard Manley Hopkins lo stile “sprung verse ” ha preso il potere sulla mia immaginazione nel secondo libro, The  Long Division.

Parlaci del tuo secondo libro, The  Long Division.

E’ ancora narrativa d’ “ensemble” che segue diversi personaggi, ma l’evento principale riguarda una cameriera che ruba una macchina e cinquemila dollari ad un cliente, con l’intenzione di attraversare i confini di stato e ricongiungersi con il figlio adolescente che ha dato in adozione quando è nato .

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy (paranoico), Cornell Woolrich (carico di tensione), David Goodis (malinconico), Flannery O’Connor (ironico), James Crumley (pesante), Jim Thompson (grintoso), Charles Willeford (tragicomico), Joseph Wambaugh (autentico), Ross McDonald (non ho mai letto il suo lavoro!), Dashiell Hammett (tagliente), Joyce Carol Oates (lussureggiante), Nabokov (labirintico), Cormac McCarthy (profetico).

Parlaci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico?

Assolutamente. Sono ossessionato dall’immagine visiva, dal mostrare e non dire, e sono sempre alla ricerca di quel dettaglio interessante che funzioni essenzialmente come una fotografia o un film. Tendo a scrivere in scene, e ho imparato molto sulla costruzione delle trame dai manuali di sceneggiatura (stranamente, molto più che dai manuali per scrittura per i romanzieri). E ‘per questo tendo a scrivere in terza persona, che sento più come “una cinepresa” che in prima persona. Non mi sorprende, che molti film svedesi abbiano influenzato lo stile grandioso e magico di Pyres (Ingmar Bergman, Lasse Hallstrom, Bille August). Lo stile del mio secondo romanzo ha lo scopo di imitare, il più fedelmente possibile, la “Nouvelle Vague francese” lo stile visivo di Goddard e Truffaut. Eppure, c’è l’interiorità del personaggio che non può essere resa così tanto in un film, questa è la grande gioia del romanzo, la vita interiore.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

L’ elenco di nomi da te forniti sopra è un ottimo inizio. Il mio preferito è Nabokov a causa del suo gioco continuo con il linguaggio e la struttura, anche se non posso pretendere di essere stato influenzato da lui. E ‘troppo grande da raggiungere. Joyce Carol Oates, Denis Johnson, James Ellroy, Thomas Hardy  tutti hanno influenzato il mio scrivere in grande misura. Più di recente ho scoperto Daniel Woodrell, uno spirito affine, credo. E siccome la mia scrittura si evolve nel territorio dell’ horror e del fantasy, sono sempre più affascinato da gente come George RR Martin (il più grande narratore di storie che ho letto da Ellroy).

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe visitare l’Italia (non ci sono mai stato prima). Vedremo cosa succede.

Infine per concludere: a cosa stai lavorando ora?

Il mio progetto attuale su cui sto lavorando è un lungo romanzo su un devoto professore cattolico che scopre che una setta omicida sta prendendo di mira la figlia autistica perché credono che la bambina sia una messia, con enormi poteri soprannaturali che vogliono sfruttare. Sto ampliando il mio campo di riferimento includendo più elementi horror e fantasy, e voglio approfondire periodi e luoghi diversi (tra cui alcuni italiani che coinvolgono collegamenti con l’abbazia di Aleister Crowley a Thelema in Sicilia e i resti mancanti di Cagliostro per esempio). The Historian di Kostova è probabilmente un buon analogo del tuo connazionale Umberto Eco, anche se io non sono nemmeno lontanamente paragonabile a lui!

:: Recensione di Le rose di Axum di Giorgio Ballario (Hobby & Work 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 febbraio 2012

“Vanno le carovane del Tigrai /verso una stella che oramai brillerà/ e più splenderà d’amor…”

Anche noi andavamo nel Tigrai, come i cammellieri della canzonetta: di stelle ne avevamo viste a migliaia, pensai ma di amore manco a parlarne. Laggiù infuriava una guerra senza tregua e semmai ci saremmo imbattuti in cadaveri insepolti, villaggi bruciati, sangue e dolore. E avremmo dovuto rischiare la pelle per garantire l’incolumità a un gruppo di topi di biblioteca e consentire loro di svolgere non meglio precisati scavi archeologici… Non capivo, ma ero costretto ad adeguarmi. L’uniforme che indossavo ogni giorno, e quasi sempre con orgoglio, non permetteva di porsi troppe domande e di avere dei dubbi.

Chai il tè eritreo, un bicchierino d’anice, la birra Melotti, le sigarette Macedonia, bastano pochi riferimenti per sentirsi di colpo trasportati a Massaua nell’Eritrea degli anni Trenta in compagnia del maggiore dei Regi Carabinieri Aldo Morosini, del maresciallo Barbagallo, dello scium-basci Tesfaghì, personaggi che abbiamo iniziato a conoscere in Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni 2008) e Una donna di troppo (Edizioni Angolo Manzoni 2009) e ora ritroviamo in Le rose di Axum pubblicato da Hobby & Work nella collana Giallo & nero.
Nuova casa editrice, respiro più ampio, per Giorgio Ballario autore piemontese raffinato e colto, una vita nel giornalismo a dedicarsi di cronaca nera per la Stampa di Torino e ora autore di noir coloniali intrisi di spleen e fascino retrò.
Siamo a Massaua nel caldo e afoso febbraio del 1936. Sul soffitto le pale del ventilatore ruotano stancamente e il maggiore Morosini se ne sta a riflettere nel suo ufficio sul ritrovamento nelle Saline  Eritree di un uomo barbaramente torturato e ucciso.
Un delitto misterioso, che colpisce per la crudeltà e l’efferatezza con cui è stato portato a termine: un corpo martoriato da profonde coltellate immerso nel sale a contatto della carne viva. Perché accanirsi così tanto su un essere umano? Questa è la domanda che inquieta e tormenta il maggiore nella cui mente risuonano le ultime parole del morente tra cui l’unica comprensibile “Axum”.
L’identità del morto è sconosciuta, non ci sono effetti personali che aiutino nell’identificazione, la testa è stata dilaniata dai corvi ed è per giunta un indigeno chiaramente di pelle nera, trovare il suo assassino non diventa una priorità. Nessuno dall’alto avrebbe chiesto conto di un delitto maturato in una probabile faida tra clan locali, che certo non avrebbe interferito con l’avanzata delle nostre truppe ad Addis Abeba.
Già è la guerra con l’Abissinia ad impensierire gli alti comandi i cui echi giungono smorzati nella sonnolenta provincia del Bassopiano. Gli echi di una guerra fortemente voluta da Mussolini per dare all’Italia il suo irrinunciabile impero coloniale i cui esiti porteranno l’annessione dell’Abissinia all’Italia e la creazione del nuovo possedimento coloniale chiamato Africa Orientale Italiana che riunirà  Eritrea, Abissinia e Somalia Italiana sotto un unico Governatore.
Ma il fato o il destino ha deciso che questa morte non deve restare impunita, questo delitto rimanere insoluto e quando Morosini viene incaricato di accompagnare alcuni archeologi tedeschi fino alle antiche rovine di Axum avrà modo di scoprire l’identità del morto, di innamorarsi di una affascinante fotografa dagli occhi verdi e di imbattersi in un ginepraio fatto di spionaggio, sette esoteriche naziste, tesori trafugati e altre morti. Tra pericoli e avventure riuscirà a risolvere il mistero, perdendo un pezzo di sé, ma queste sono le regole del gioco anche nell’Africa del 1936.
Aldo Morosini è un bel personaggio, educato, vecchio stile, che fa ancora il baciamano quando incontra una signora, con una sua morale ma non privo di un’ anima noir fatta di tristezza, disillusione, scetticismo, capace di accettare l’amore mercenario dei bordelli di madame Chantale, capace per orgoglio di non chiedere di restare alle donne della sua vita.
E’ un uomo comune, ma non convenzionale, non il classico super eroe tutto muscoli e forza bruta, Morosini ama il ragionamento pacato, l’intuizione fulminea, il sondare le persone, non è razzista, ha lo stesso rispetto per i suoi subalterni indigeni e per i suoi compatrioti, non è volgare, grezzo, opportunista, non farà mai carriera, come dice con un pizzico di divertita rassegnazione il suo autore, pur tuttavia è simpatico, uomo del suo tempo pur con tutte le sue contraddizioni il suo gusto per le canzonette in voga, la comica tenerezza con cui si innamora.
Forse Barbagallo è più scaltro e gioviale, a lui i kartoffeln non piacciono da subito, forse il suo sentimentalismo demodé non ne fa un duro da letteratura hardboiled, comunque Aldo Morosini resta impresso nell’immaginario giallo proprio per tutte le ragioni che non ne fanno un super uomo a tutti i costi.
Le rose di Axum riconferma a mio avviso le doti narrative di Ballario, caratterizzate da uno stile pacato, dai toni sfumati e mai eccessivi, molto salgariano, molto understatement. Con un grande lavoro di ricostruzione storica, di attenzione per le ambientazioni, per il colore locale che non scade mai in una foto patinata e nostalgica del tempo che fu.  Non ci resta che aspettare la quarta indagine del maggiore Morosini e dato che l’autore rispetta una cronologia temporale non potrà non ambientarsi nel 1937. La Seconda Guerra mondiale si avvicina.

Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi: Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Il volo della cicala (2010), Le rose di Axum (2012), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa Hobby & Work.

:: Intervista a Riikka Pulkkinen a cura di Giulietta Iannone

23 febbraio 2012

Grazie Riikka di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Ringrazio anche la traduttrice Raffaella Marchese che rende possibile questa intervista. Allora parlaci di te, raccontati ai nostri lettori. Chi è Riikka Pulkkinen?

Mi chiamo Riikka, sono una donna. Ho 31 anni. Sono nata e vivo ad Helsinki. Ho condotto studi di filosofia all’Università di Helsinki che sicuramente hanno influenzato molto anche la mia scrittura. Le problematiche temporali sono presenti in tutti i miei libri.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Ci sono tanti scrittori che amo forse il mio preferito è lo scrittore sudafricano John Maxwell Coetzee che vinse nel 2003 il Nobel per la letteratura. E Ian McEwan che tratta molti dei miei temi preferiti come le interferenze tema sempre presente nei miei libri come in Atonement (Espiazione) un testo che amo molto.

L’armadio dei vestiti dimenticati, uscito in Italia per Garzanti, è il tuo secondo romanzo. Il titolo originale è costituito da una sola parola  “verità”. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Ci sono voluti 4 anni per scriverlo. Non so perché ci ho messo così tanto, forse perché era il secondo libro e perché trattava temi importanti come l’amore, la morte, il significato della vita. Ho svolto un grande lavoro di ricerca e ho anche sperimentato nuove tecniche narrative come l’uso del presente in prima persona per tutta la parte che ha al centro Eeva come protagonista. Parla di dolore ma anche di speranza, soprattutto di speranza.

Parlaci un po’ di più delle tue donne protagoniste, quale è il personaggio che hai più amato?

Anna trova un oggetto, un vestito dimenticato in un armadio, un vestito di Eeva che le permetterà di indagare sulla vita di questa donna. Lo indossa e  indossando quest’abito assume l’identità di Eeva. Eeva è il personaggio principale, e sicuramente quello che mi è più caro. Ma c’è anche il personaggio di Elsa che amo molto, è pieno di speranza, anche se sta morendo, e grazie a lei che emergono i temi centrali del libro come il senso della vita e dell’amore.

Stai lavorando ad un nuovo romanzo?

Sì, ho appena completato la prima fase di stesura del mio nuovo romanzo. Lo riscriverò parecchie volte. Ha per protagonista una donna prete che scappa dalla sua vita e va dall’altra parte del mondo.

Riikka Pulkkinen è nata nel 1980 a Tampere, Finlandia.
Il suo romanzo di debutto, Raja, inedito in Italia, è stato accolto come uno dei migliori romanzi finlandesi del 2006. Con L’armadio dei vestiti dimenticati ha raggiunto il grande successo, scalando le classifiche dei bestseller in patria e diventando un’autrice nota e pubblicata in tutto il mondo.