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:: Un’ intervista con Mariagrazia Villa, autrice di Professione Food Writer, a cura di Giulietta Iannone

26 dicembre 2018

copertina_M.Villa_Benvenuta Mariagrazia su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Ci parli di lei dei suoi studi, del suo percorso professionale.

R: Ho una formazione scolastica e professionale che, apparentemente, sembra incongruente, ma se mi volto indietro, posso unire i puntini e vedere un’immagine di me del tutto coerente con chi sono ora. Ogni esperienza mi ha insegnato qualcosa: la laurea in architettura mi ha trasmesso l’attitudine a vedere ogni attività come un progetto; la collaborazione ventennale, come giornalista culturale, con Gazzetta di Parma e altre testate locali e nazionali, mi ha preparato al valore della parola scritta; la pratica, come foodwriter, per uno dei più importanti gruppi alimentari italiani, mi ha permesso di approfondire la creatività e la passione per l’enogastronomia; la docenza universitaria in etica della comunicazione allo IUSVE mi consente ogni giorno di riflettere sulle responsabilità che abbiamo, ogni volta in cui entriamo in relazione con gli altri.

È l’autrice di Professione Food Writer: Ricettario di scrittura con esercizi sodi strapazzati e a la coque, edito da Dario Flaccovio Editore, il primo manuale italiano dedicato appositamente al food writing. Ci parli di come è nata l’idea di scrivere questo libro.

R: Da qualche anno, desideravo mettere nero su bianco quanto ho imparato nella mia lunga esperienza di scrittrice enogastronomica e di docente al master Food & Wine 4.0 – Web marketing and Digital communication dello IUSVE, dove non insegno solo Sostenibilità agroalimentare e conscious eating, ma conduco anche un laboratorio di Food Writing and Web Content Management. L’obiettivo del volume è fare in modo che chiunque voglia diventare food writer o desideri migliorare la propria professione, sotto l’aspetto della cura dei testi, possa trovare tanti utili suggerimenti e consigli testati sul campo. Ragiono come uno chef, infatti: quando scrivo un manuale, non propongo una ricetta, se prima non l’ho realizzata di persona e non mi sono accertata che effettivamente funzioni.

Perché secondo lei questo ritardo in lingua italiana? Prima erano presenti manuali similari adatti perlopiù al mondo statunitense, o perlomeno di lingua inglese. La realtà italiana è particolare e le sue indicazioni e i suoi consigli sono pertinenti proprio alla nostra terra, patria dopotutto della cucina mediterranea.

R: Credo che, paradossalmente, il motivo stia proprio nel fatto che la nostra terra è la patria della cucina mediterranea. Come ha osservato Maria Pia Favaretto, la pubblicitaria ed esperta di communication strategy, durante la presentazione del mio libro a Venezia, il ritardo di un manuale come il mio in Italia è forse da attribuirsi al fatto che chi è completamente immerso in un contesto ritiene di conoscerlo a menadito e di saperlo anche raccontare alla perfezione. Pertanto, può essere che nel nostro Paese non si sia sentita finora l’esigenza di migliorare la scrittura enogastronomica, nell’illusione di non averne necessità. In realtà, penso ce ne sia un gran bisogno. Come spesso accade, essere troppo dentro una situazione ci rende ciechi e talvolta incapaci di evolvere.

Non solo un manuale di cultura enogastronomica, ma proprio un manuale di scrittura, che può essere usato trasversalmente da tutti coloro che scrivono per lavoro. Ci sono indicazioni ed esercizi pratici con i tempi di esecuzione. La sua dimensione di insegnante ha prevalso?

R: Essere un’insegnante ha senz’altro condizionato la struttura di questo volume, che prevede anche una quarantina di esercizi di scrittura creativa e logico-razionale per approfondire la propria scrittura, dallo stile al metodo. È un vero e proprio manuale, che può servire, come lei giustamente osserva, a chiunque scriva di mestiere. La food writing è una delle molte scritture professionali che caratterizzano il nostro tempo, ma le indicazioni e gli esercizi proposti nel libro possono essere declinati ad ambiti differenti da quello enogastronomico ed essere ugualmente utili.

Grazie al digitale ormai le professioni legate al food writing sono innumerevoli, e occupano per la gran parte donne, in che misura pensa questo filone abbia aiutato a svilupparsi il lavoro femminile?

R: Dall’avvento dei blog ai social network, effettivamente le donne hanno assunto un peso via via maggiore nella creazione e nel mantenimento di un proprio personal brand in rete. È interessante notare che, se ancora oggi la maggior parte degli chef è di sesso maschile, la maggior parte dei food blogger, dei food writer e dei food influencer è donna. Non so se questo corrisponda a un maggior sviluppo del lavoro femminile, in termini di retribuzione economica e di riconoscimento sociale, ma sul piano dell’autoaffermazione certamente sì. A patto, naturalmente, che scrivere di cibo sul web non diventi una sorta di uncinetto 2.0, ma una reale professione, per la quale curare la scrittura è fondamentale.

Scrivere in modo professionale implica tante competenze, che consigli darebbe a chi ha ancora una approccio diciamo amatoriale ma vorrebbe accostarsi al professionismo?

R: Consiglio di studiare, studiare, studiare. Che significa leggere buoni libri, seguire le conferenze o i corsi di autori capaci, confrontarsi con scrittori già affermati. E, soprattutto, ricordarsi del Nulla dies sine linea, massima attribuita da Plinio il Vecchio al pittore Apelle, quel figlio di Apollo che fece una palla di pelle di pollo eccetera eccetera, ossia di non far trascorrere nemmeno un giorno senza scrivere: l’allenamento quotidiano è fondamentale! Anche se dobbiamo preparare la lista della spesa, cerchiamo di scriverla bene e, perché no, con un guizzo creativo.

Utilizza un approccio informale e anche divertente, se pur rigoroso. Perché questa scelta? Pensa che l’umorismo aiuti di più a veicolare concetti anche seri?

R: L’umorismo è vitale e, soprattutto in un campo come l’enogastronomia, tradizionalmente legato alla gioia dei sensi, non deve mai essere dimenticato. In generale, comunque, ritengo che l’ironia sia una grande maestra: ci permette di vedere il mondo da altri punti di vista e di rovesciare pregiudizi e falsificazioni. Non è un caso che, nella cultura dei nativi americani, il Sacro Buffone, l’Heyoka, sia colui che permette al ricercatore spirituale di arrivare più velocemente alla verità.

Nell’ultimo capitolo Tiramisù perbene con peccato di gola, dà voce alla dimensione etica di questo affascinante mestiere. Insomma il cibo non è solo gusto, nutrimento materiale, al massimo golosità, ma ha una dimensione realmente spirituale, perlomeno rituale. Ha inoltre un valore culturale, e anche religioso. Come sintetizza tutta questa complessità?

R: Il cibo ci sostiene, e non sostiene solamente il nostro corpo, ma anche la nostra anima. È una constatazione a cui sono arrivate tutte le tradizioni spirituali del mondo. Non a caso, l’atto del nutrirsi è un atto rituale in tutte le culture. Solo la nostra, sempre più mondana, ha confinato il momento del pasto a una mera attività pratica, più o meno gaudente, senza rintracciarne più alcun significato simbolico e interiore. Poiché il cibo è anche nutrimento per lo spirito, la sua costituzionale dimensione etica risulta fondamentale e inalienabile. La stessa affermazione vale per la comunicazione che non può non essere moralmente qualificata e, come ho messo in luce nel mio manuale “Il giornalista digitale uno stinco di santo. 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico”, edito da Dario Flaccovio Editore nel 2018, deve utilizzare le opportunità della rete per migliorare.

Siamo quello che mangiamo, molte malattie dipendono da ciò che mangiamo, pensa anche lei che i cibi bio dovrebbero essere i solo commercializzabili o è un idea troppo estremista?

R: Credo che prima o poi dovremo tutti ritornare al cibo prodotto dalla terra. Siamo invasi da cibi di produzione industriale, ottenuti da un’agricoltura convenzionale che non rispetta la natura e da una zootecnia intensiva che non rispetta il benessere degli animali. Ci stiamo nutrendo di un cibo vuoto e abbiamo bisogno di ritornare a un cibo pieno. La scelta dell’agricoltura biologica è senz’altro la strada che ci permetterà di rimettere contenuti nutrizionali, organolettici e anche spirituali nel nostro cibo quotidiano.

La coscienza ecologica ovvero l’attenzione per l’ambiente quanto gioca in queste professioni legate al food & beverage?

R: Oggi è impensabile essere dei food writer senza una coscienza ecologica. La sostenibilità economica, sociale e ambientale del cibo è la base da cui partire per raccontare l’enogastronomia. Non serve più valutare se un piatto è buono oppure no, se le materie prime sono fresche e di qualità oppure no, se uno chef è sperimentatore oppure no; serve indagare il perché profondo di un piatto: la sua storia, la sua preparazione, la sua influenza sulla nostra salute e su quella del pianeta. Il cibo è in relazione con tutti gli esseri viventi, e chi si occupa di food writing non deve mai dimenticarsene.

La fame nel mondo è ancora lontana da essere debellata, e ormai la denutrizione si sta diffondendo anche nei paesi così detti del primo mondo. Ormai cibarsi sta diventando quasi un privilegio: poter mangiare tre pasti al giorno, poter mangiare cibi sani, acqua pulita non contaminata da plastiche o additivi vari. Cosa può fare un food writer a questo proposito?

R: Un food writer può contribuire a rendere le persone più consapevoli che l’atto alimentare non è più – semmai lo è stato – un atto privato, ma un atto pubblico. Ogni volta in cui scegliamo di mangiare un determinato cibo, influiamo direttamente sui sistemi di produzione, di commercializzazione e di comunicazione di quel cibo. Abbiamo un grande potere, anche grazie alle nuove tecnologie digitali che ci permettono di comunicare con le aziende, e dovremmo esercitarlo, proprio per migliorare la qualità di vita nel mondo. In particolare, di quello in cui non si mangia a sufficienza o non si ha ancora accesso a cibi nutrienti e salutari.

Per concludere, ringraziandola del suo tempo e della sua disponibilità, vorrei che mi elencasse quali sono le tre doti principali che dovrebbe avere un food writer, e cosa pensa i giovani stiano apportando a questo mondo vasto e variegato.

R: Sono io che ringrazio Liberi di scrivere per questa bella intervista! Di doti, il food writer ne deve possedere tante, proprio perché il cibo coinvolge un universo amplissimo. Per rimanere sul piano della scrittura: non utilizzare troppi aggettivi, che considero il vero crack della food writing; non adottare un linguaggio generico, ma cercarne uno specifico, come qualsiasi scrittore professionale dovrebbe fare; essere onesto e trasparente con se stesso e con gli altri perché senza una missione etica non potrà mai andare da nessuna parte, anche se dovesse avere molto successo. Per quanto riguarda i giovani, da quest’anno insegno Giornalismo enogastronomico all’Università di Parma e posso dire che i ragazzi stanno apportando a questa professione molto entusiasmo; confido che siano anche in grado di convogliarlo in una scrittura innovativa, efficace ed eticamente sostenibile.

C’è infine un indirizzo che vuole segnalare dove i suoi lettori la possano contattare?

R: Curiosamente, non ho un blog personale perché non avrei il tempo di seguirlo come vorrei. È possibile, però, trovarmi su Facebook, su Instagram e su LinkedIn e all’indirizzo: gdigiornalismo@gmail.com. Con i miei tempi, confesso non sempre rapidi, riesco a dare risposta a tutti. E sono felice di aiutare, per quel che posso, chiunque voglia chiedermi suggerimenti o consigli di scrittura. Che si tratti di scrittura enogastronomica o di scrittura tout court.

:: Un’ intervista ad Antonio Zoppetti a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2018

antonio-zoppetti-etichettario-anglicismiBentornato Antonio su Liberi di scrivere, è passato circa un anno dalla nostra ultima intervista e ti ritrovo per l’uscita del tuo nuovo libro L’Etichettario – Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi per Cesati Editore. Diciamo un volume complementare a Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, un manuale dei sinonimi ma con un taglio più divertente, scanzonato, forse rivolto a un pubblico di lettori più giovane. Come è nata l’idea di scriverlo?

R: In Diciamolo in italiano ho provato a dimostrare e a quantificare, con numeri e statistiche, l’anglicizzazione selvaggia della nostra lingua. Negli ultimi trent’anni il fenomeno ha oggettivamente superato i livelli di guardia, anche se la mia denuncia è un po’ in controtendenza rispetto al pensiero di molti studiosi che continuano a negare che ci sia un problema. Il pensiero dominante, però, è ormai sempre più in crisi: anche studiosi del calibro del presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini o di Luca Serianni hanno espresso le loro preoccupazioni e nel 2015, in seno alla Crusca, è sorto il Gruppo incipit con lo scopo di proporre alternative italiane agli anglicismi incipienti, prima che si radichino definitivamente. In questo scenario, in Italia mancava un lavoro organico che quantificasse e catalogasse tutte le parole inglesi che circolano sulla stampa e nel linguaggio comune ed è per questo che ho provato a colmare questa lacuna. A settembre ho pubblicato in Rete il più grande lavoro di raccolta e classificazione attualmente esistente, il dizionario AAA, cioè delle Alternative Agli Anglicismi, che raccoglie ormai più di 3.600 parole inglesi. Da questo immane lavoro è nato l’Etichettario, un dizionario cartaceo dal taglio sbarazzino e divulgativo in cui ho scelto le 1.800 parole inglesi “imprescindibili”, cioè quelle più frequenti e che a tutti noi capita di usare o di sentire e leggere nella vita di tutti i giorni, volenti o nolenti. In questa selezione sono stati volutamente omessi i termini privi di alternative, come quark o rock, così come i tecnicismi o le parole troppo settoriali. Non c’è infatti alcuna pretesa di proporre sostitutivi in modo puristico, o di inventare parole che non siano in circolazione come il guardabimbi di Arrigo Castellani al posto di baby sitter. Accanto alle spiegazioni dei significati sono raccolte solo le alternative in uso o possibili. È insomma un manuale pratico, utile sia per capire le parole inglesi non sempre comprensibili a tutti (spin-off, quantitative easing) sia per ricordare gli equivalenti italiani che tendono a regredire davanti all’inglese anche quando esistono, per esempio competitor, che si può dire benissimo anche competitore, rivale, avversario

Quanto tempo hai dedicato alla stesura di questo libro? Quanto ti hanno impegnato le ricerche?

R: Le ricerche sono il frutto di due anni di lavoro. La stesura del libro è stata invece relativamente veloce: partendo dal mio mastodontico archivio, in un paio di mesi ho selezionato le parole più comuni, ho lavorato sulle definizioni e sulle alternative per renderle più affilate e incisive e ho consegnato tutto all’editore che ha fatto un meraviglioso lavoro di illustrazione, ricerca iconografica e impaginazione, per rendere il libro divertente e bello anche da guardare e da sfogliare.

Per spiegare in breve ai nostri lettori come è strutturato il libro che parole useresti?

R: È semplicemente un dizionario strutturato in ordine alfabetico per rintracciare una parola inglese di cui non si conosce il significato o di cui si cerca un sinonimo italiano. Ma il valore aggiunto sta nelle illustrazioni. Oltre a utile, le parole che meglio lo definiscono sono illuminante: i marshmallow nelle strisce di Charlie Brown erano tradotte con toffolette, e qualcuno le chiama anche cotone dolce, ma se accanto c’è l’immagine tutto diventa più comprensibile e immediato. Evocativo: non disclosure agreement è semplicemente una clausola di riservatezza, ma se è accostata a Stanlio e Olio che con il dito sulle labbra fanno shhh… ha tutto un altro impatto. Divertente: la vendita door to door non è altro che il porta a porta, ma se l’espressione è affiancata da Bruno Vespa nell’omonima trasmissione è impossibile non sorridere.

Leggendolo un dubbio mi ha attraversato la mente: ma conosciamo davvero il reale significato degli anglicismi che spesso usiamo anche a sproposito? Spesso sono addirittura delle storpiature, delle parole inventate non utilizzate nei paesi anglofoni. Questa improvvisazione non pregiudica anche la comunicazione? Non lo percepisci come un vero pericolo?

R: Spesso si ricorre all’inglese proprio per mascherare volutamente il reale significato delle parole, pensiamo a voluntary disclosure che suona bene rispetto a un più onesto ma meno funzionale condono, oppure a jobs act, a proposito di pseudoanglicismi, che poi ha rappresentato l’abolizione dell’articolo 18, dietro la manipolazione delle parole. Questo è il pericolo, ma c’è anche il ridicolo, per esempio nell’aumento della frequenza di parole come volley che sta soppiantando pallavolo. Crediamo di essere moderni o internazionali? Falso: in inglese si dice volleyball. E quando facciamo outing? Crediamo di elevare il registro rispetto a uscire allo scoperto o fare pubbliche ammissioni? Peccato che in inglese significhi rivelare l’omosessualità altrui, e senza il suo consenso. Così come testimonial in inglese non è un patrocinatore o sostenitore (dunque un padrino o una madrina) famoso, ma è un promotore comune, cioè un testimone; i personaggi noti che prestano la loro immagine sono endorser! La cosa importante sembra non che sia inglese, ma che “suoni” inglese per darci un tono, ciò ricorda l’alberto-sordità di Un americano a Roma, anche se fuori dal cinema c’è poco da ridere e tanto da vergognarci…

Quali anglicismi hai trovato più divertenti se non ridicoli durante le tue ricerche?

R: Quando abbreviamo spending review (che poi sarebbe semplicemente il taglio della spesa) in spending stiamo dicendo esattamente il contrario di quello che vorremmo esprimere. Per decurtare dovremmo dire semmai review, cioè revisione, se invece diciamo “la spending” stiamo indicando “la spesa”, non la sua riduzione! Ciò è divertente o ridicolo? Se fosse un caso isolato sarebbe divertente, ma poiché il ricorso all’inglese è diventato una strategia comunicativa che riguarda ormai il 50% dei neologismi del nuovo Millennio (dai dati di Zingarelli e Devoto Oli), mi pare poco divertente. Anzi, credo che puntare sulla ridicolizzazione di chi usa questo tipo di linguaggio sia l’arma più potente per cambiare la rotta e far riflettere sulle conseguenze del nostro complesso d’inferiorità che ci porta a dire le cose in inglese: stiamo facendo regredire la nostra lingua e stiamo andando verso l’itanglese. Che senso ha in ambito aziendale fregiarsi di dire mission e vision invece di missione e visione? Che senso ha dire influencer invece di influenti o hater invece di odiatori? Trovo ridicolo pensare che dirlo in inglese sia più tecnico o più evocativo, è solo da provinciali e un po’ stupido.

Quali anglicismi invece reputi indispensabili usare anche in italiano?

R: Non esistono parole “intraducibili”, “necessarie” o “indispensabili”. Questa è la più grande menzogna linguistica in circolazione. Usare le vecchie categorie ingenue di prestiti di lusso e di necessità significa non comprendere cosa sta accadendo oggi, è un falso storico e logico. Davanti a una parola che non c’è, oltre a ricorrere ai forestierismi è possibile anche tradurre, adattare o coniare nuove parole. Basta volerlo. Bisogna premettere che le lingue evolvono da sempre anche per l’influsso delle parole straniere e ciò è un bene, ma se si adattano. Non c’è nulla di male anche a importare forestierismi non adattati, sia chiaro, a patto che il loro numero non sia tale da stravolgere il nostro idioma, i nostri suoni, le nostre regole grammaticali. Gli anglicismi hanno superato abbondantemente ogni ragionevole possibilità di sopportazione di queste cose, non si possono trattare come gli altri forestierismi che non incidono sulla nostra lingua. Dalle marche del Devoto Oli, per esempio, la metà dei termini informatici è in inglese. È indispensabile e normale tutto ciò o è una moda deleteria che porta alla colonizzazione lessicale? All’estero non è così. Forse dovremmo riflettere sulle cosiddette parole indispensabili: l’italiano ha perso la capacità di esprimere l’informatica con parole proprie, con buona pace dell’Olivetti, considerata l’azienda pioniera del personal computer (ma non lo chiamava di certo così) o di Roberto Busa, che con i suoi lavori ha creato gli ipertesti 30 anni prima che Ted Nelson ne teorizzasse il concetto. E allora la domanda che poni va ben precisata. Poiché è l’uso che fa la lingua, gli anglicismi “indispensabili” sono quelli che, a posteriori, si sono affermati senza alternative: jeans, per esempio, anche se nella Wikipedia inglese è annoverato tra gli italianismi (visto che deriva da Genova per mediazione del francese che chiamava questa città Gênes). Ma non è una parola indispensabile e necessaria in sé, e infatti in Spagna si dice vaqueros, semplicemente noi abbiamo preferito dirla in inglese. Mouse è necessario? Certo, visto che nessuno dice topo. Ma tutti i nostri vicini lo chiamano topo: souris in francese, ratón in spagnolo, rato in portoghese, Maus in tedesco, e chi ricorre all’inglese lo adatta al proprio sistema, di solito, dallo svedese mus al giapponese mausu. Ciò che è “indispensabile” (come sport, in spagnolo deporte, film, che inizialmente era “la film” perché vuol dire solo pellicola o bar) è il frutto di ragioni storiche, di mancati adattamenti, di mancate traduzioni. Il problema non è estromettere anglicismi ormai storici, ma fermare quello che sta accadendo oggi e che accadrà domani. In gioco c’è l’italiano o l’itanglese del futuro. Ogni anglicismo non è “innocente”, le radici inglesi stanno formando una rete che si espande nel nostro lessico come un cancro: dopo fast food (1982) è arrivato il food design (l’arte dell’impiattare), lo street food (cibo di strada) il junk food (cibo spazzatura) e oggi food indica il settore dell’alimentazione. Questa ricombinazione si allarga sempre più. C’è il pet food (cibo per animali) perché c’è anche il pet sitter, che insieme al cat sitter e al dog sitter esistono senza traduzioni perché a loro volta si sono innestati su baby sitter… Molte parole inglesi, inoltre, diventano “prestiti sterminatori” che fanno morire le parole italiane: computer ha ucciso calcolatore ed elaboratore come si diceva fino agli anni Ottanta, serial killer ha simbolicamente ucciso pluriomicida o assassino seriale, pusher sta soppiantando spacciatore… e il problema che le parole italiane sono sempre meno utilizzabili e tutto ciò che è nuovo si dice in inglese. Queste cose emergano finalmente in modo chiaro nell’Etichettario: gli anglicismi non sono semplici “prestiti”, sono l’assimilazione e l’importazione dell’inglese che diventa un modello virale. La maggior parte degli studiosi si ferma al concetto di “prestito” e non comprende che qui siamo di fronte a un fenomeno ben più ampio che ho chiamato la “strategia degli etruschi” che si sono sottomessi alla romanità, che consideravano evidentemente una cultura superiore, fino a scomparire.

Nel periodo fascista si italianizzava tutto, finanche i nomi propri nelle pellicole cinematografiche straniere o nei libri. Ora linguisticamente non viviamo un’autarchia al contrario?

R: A dire il vero l’italianizzazione delle parole straniere non appartiene al fascismo e non è intrinseca ad alcuna ideologia. Ecco l’ennesimo falso stereotipo che molti ripetono in modo superficiale o tendenzioso. Adattare è un fenomeno naturale e storico che c’è sempre stato, e che appartiene ancora oggi a tutte le lingue sane. Revolver? Il popolo ha già deciso per rivoltella, recitava un vecchio dizionario di fine Ottocento. In francese, oggi, anglicismi come football e camping sono tra i pochi molto più diffusi che in Italia, ma li pronunciano alla francese non all’inglese, così come wi-fi. Noi al contrario cerchiamo di pronunciare tutto in inglese, persino francesismi come stage, che in inglese significa palcoscenico, non tirocinio. Il fascismo ha scatenato una guerra ai forestierismi soprattutto ideologica e patriottica, con modalità sbagliate. Ma avere una politica linguistica, e l’Italia non ce l’ha dai tempi del fascismo, non significa ripercorrere quella politica linguistica. Significa guardare cosa avviene oggi in Francia, in Spagna e persino in Cina. Significa vedere cosa avviene all’estero nei Paesi civili che si pongono il problema della lingua come identità nazionale di fronte alla globalizzazione. La Svizzera ha politiche linguistiche e un’attenzione per la lingua italiana superiore alla nostra, lì il question time parlamentare si dice l’ora delle domande. Da noi invece c’è l’inglese talvolta emulato per darci un tono, e spesso imposto dall’espansione delle multinazionali, dalle pubblicità, dalla nostra classe dirigente, dal mondo del lavoro, dall’informatica, dai giornali. E così si diffonde e si impone senza alternative e colonizza ogni ambito e settore. Difendere la nostra lingua non ha nulla a che vedere con il fascismo, viceversa è la resistenza alla dittatura del’inglese e ha che fare con la libertà di scelta delle parole nostrane.

Riflettevo anche solo per una mera questione estetica certe parole sono davvero brutte tipo appetizer, molto meglio il suo omologo italiano stuzzichino o antipasto. Non è quindi una questione di sonorità, armonia, o piacevolezza.

R: Il concetto di bello e brutto non esiste in linguistica. Cito Leopardi: “L’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara.” La questione vera è allora quella che chiami la sonorità più che la bellezza o l’estetica: le parole inglesi violano le nostre regole ortografiche e i nostri suoni. Per alcune fasce della popolazione, purtroppo quelle che fanno la lingua, dai giornali alle tecno-scienze, dal mondo del lavoro alla pubblicità, questi “corpi estranei” sono preferiti; e la gente che altro può fare se non ripeterli, se le alternative non si fanno circolare? Ma questa rinuncia all’italiano, diventata una regola, sta portando a un italiano ibrido. Bello o brutto dipende dai gusti e dall’assuefazione, per dirla con Leopardi. Siamo sempre più assuefatti e sedotti dai suoni inglesi e ci vergogniamo sempre più di usare la nostra lingua che facciamo morire.

Che tipo di reazioni provochi quando inviti le persone a utilizzare meno anglicismi e più parole italiane? Tra i giovani soprattutto.

R: A dire il vero io non “invito” di solito, ognuno parla come vuole. Cerco semplicemente di fare riflettere sulla questione, di denunciare quel che sta accadendo, e molto spesso questo basta per far cambiare l’atteggiamento e per acquisire un po’ di consapevolezza che poi ci fa decidere su come sia il caso di parlare. Poi c’è anche una schiera di persone convinta che l’inglese sia preferibile. Gli anglomani sono tanti e si annidano soprattutto nella classe dirigente, nei fautori del nuovo aziendalese che usano l’inglese per distinguersi dalle masse ed elevarsi, molto meno nella “popolazione”, che subisce. Tra i giovani mi sono trovato a volte a discutere con ragazzi dei centri sociali che mi guardavano con sospetto come se le mie posizioni fossero “fasciste”; ma dopo il confronto se ne andavano con la consapevolezza che la difesa della lingua davanti alla globalizzazione è qualcosa di “sinistra”, e che non è tanto diversa da difendere la biodiversità davanti agli organismi geneticamente modificati. Insomma, il problema è che sulla questione degli anglicismi girano un sacco di luoghi comuni, di stereotipi e di falsità. E molti linguisti, anche importanti, sono colpevoli della diffusione di queste sciocchezze. Con il dialogo, con i dati e i numeri, i miei argomenti risultano di solito vincenti e persuasivi anche tra i giovani, perché fanno cadere le bufale che circolano e spingono alla consapevolezza.

L’utilizzo di sinonimi arricchisce il nostro lessico e il nostro linguaggio, e più pensiamo bene, più parliamo bene, più scriviamo bene migliorando le nostre capacità intellettive e di interazione con gli altri ho scritto nella mia recensione al tuo libro, concordi?

R: Concordo. Ai tempi di Dante ragionare e parlare erano sinonimi, perché parlare significa prima pensare (almeno in teoria). Senza la circolazione di alternative italiane tendiamo a ripetere ciò che sentiamo dai mezzi di informazione, dagli addetti ai lavori e dalle aziende multinazionali e perdiamo la capacità di pensare in italiano. Siamo convinti che parole come touch screen sia intraducibile solo perché nessuno dice più schermo tattile… e per dire stanziamento o tetto di spesa al posto di budget dobbiamo ormai pensarci un po’: l’italiano non ci esce più naturale e spontaneo, dobbiamo sforzarci. E questo è grave e triste.

Attualmente stai tenendo corsi nelle scuole? Ti piace lavorare coi ragazzi, anche delle elementari? È vero che hai ricevuto il premio Alberto Manzi?

R: Paradossalmente ho appena terminato un corso di “italiano di professione” e scrittura all’interno di un corso di storytelling in una scuola di digital art and communication e ho provato a far riflettere tutti sull’anglicizzazione imperante anche nell’ambito della scuola e della formazione. Tra gli studenti ho registrato più successo che non tra i professori e dirigenti scolastici, anglomani schierati e convinti della superiorità dell’inglese. In nome del mito (spesso falso) dell’internazionalità parlano volutamente di homework invece che di compiti, e i corsi di recitazione si trasformano in acting. Comunque mi piace insegnare, e sono molto legato alla figura di Alberto Manzi, che con la sua trasmissione Non è mai troppo tardi negli anni Sessanta ha contribuito all’affermazione della lingua italiana negli strati sociali meno alfabetizzati. Il ruolo della RAI nell’unificazione linguistica è ormai noto, anche se oggi i mezzi di informazione stanno distruggendo con l’abuso dell’inglese ciò che un tempo avevano unificato. Manzi fu anche un grande pedagogista, e proprio per i miei laboratori, ispirati ai suoi criteri, fatti con i bambini delle elementari, nel 2004 ho vinto la prima edizione del premio a lui dedicato, per la comunicazione educativa nell’editoria tradizionale e multimediale. Mi premiarono assieme a Piero Angela e Federico Taddia.

Progetti per il futuro?

R: Sopravvivere nel mondo del lavoro, continuare a insegnare, scrivere, pubblicare… Non è così scontato nel mondo della cultura, di questi tempi. Se ci riuscirò, mi piacerebbe provare a raccogliere attorno alle mie iniziative sugli anglicismi tutti coloro che non ne possono più dell’abuso dell’inglese. Per il momento la partecipazione è ampia, e vorrei convogliarla in un gruppo di pressione che sia in grado di farsi ascoltare dalla politica, dai giornali, dalle aziende. Come consumatori e cittadini, possiamo forse ancora cambiare il vento che ci sta portando verso l’itanglese. Con le mie pubblicazioni e i miei dizionari ho fatto tutto quello che potevo fare da solo. Ma per continuare questa battaglia non posso più contare sulle mie forze e i miei contributi personali, devo riuscire ad aggregare un’ampia massa critica di persone, per passare dalla denuncia all’azione collettiva. Non è facile, ma vorrei almeno provarci.

:: Noir all’improvviso di Cecilia Lavopa (I Buoni Cugini 2018) a cura di Giulietta Iannone

19 dicembre 2018
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15 racconti compongono l’antologia Noir all’improvviso di Cecilia Lavopa, edita da I Buoni Cugini, con prefazione di Marilù Oliva.
15 racconti noir che hanno la peculiarità di concentrare tutta la carica destabilizzante e perturbante nel finale, scelta stilistica singolare che denota una precisa consecutio narrativa non frutto di improvvisazione.
In un primo tempo conosciamo la realtà di tutti giorni, quasi prosaica, normale, tranquillizzante, anche se i germi di una sottile inquietudine in realtà vengono gettati, ma con parsimonia, sottopelle. Poi il finale ribalta tutto, la calma apparente, le prospettive, la placida quotidianità, e proprio all’improvviso entriamo nel cuore nero della vicenda.
Cecilia Lavopa ha una proprietà narrativa notevole, attenta ai dettagli, alle sfumature, con grande immedesimazione, quando parla di soldatini in miniatura lo fa come un collezionista, quando ci descrive i lati più crudi del mestiere di poliziotto lo fa senza perifrasi, quando delinea le psicologie dei personaggi, lo fa con pochi tratti ma essenziali, netti, taglienti.
L’ho ammirata molto per questo, e sono sincera, scrivendo anche io racconti ho apprezzato la competenza con cui tratta temi diversi con naturalezza mettendo a frutto la sua grande esperienza di lettrice di argomenti i più vari, senza parole superflue, (si sa l’arte del racconto si gioca tutta nella brevità, nella mancanza, nella sottrazione). E ogni racconto diventa come un iceberg (la lezione di Hemingway sembra risuoni sottotraccia), il sommerso è più profondo e reale del visibile.
Un’ altra caratteristica che mi ha colpito è l’utilizzo del dialetto, di più dialetti, con competenza e certosina attenzione, frasi e parole intarsiate nella narrazione in lingua italiana, che rendono la lingua viva, dinamica, duttile.
Insomma Cecilia Lavopa è brava, la sua autentica passione per il genere filtra dalle pagine lasciando a volte sensazioni di reale disagio quando tratta della follia, della malattia, della solitudine, delle perversioni, o della semplice sfortuna di un ragazzo che si fa un tatuaggio.
Il mondo è noir, c’è poco da dire, descriverlo dopo tutto è solo un esercizio realistico di osservazione, analisi e interpretazione come Luigi Bernardi anche lui appassionato del genere aveva bene sintetizzato.
Se conoscete più Cecilia come fondatrice di “Contorni di noir” e animatrice culturale, beh avrete una gradita sorpresa. Da segnalare i disegni di Michele Finelli. Buona lettura!

Cecilia Lavopa, milanese d’adozione e tedesca di nascita, lavora in una compagnia di assicurazioni ed è blogger per passione.
Moderatrice per quattro anni del forum di Qlibri, ha fondato “Contorni di noir”, sito nel quale scrive recensioni di romanzi noir, thriller e gialli e realizza interviste.
Ha intervistato dal vivo autori come Tess Gerritsen, Lee Child, Glenn Cooper, Joe R.Lansdale, Massimo Carlotto, Jonathan Coe.
Ho partecipata a BookCity Milano come presentatrice di autori come: Alan Altieri, Marco Malvaldi e Charlotte Link.
Ha co-presentato (insieme al curatore Riccardo Sedini) Lomellina in Giallo 2012.
Ha presentato al NebbiaGialla 2018 (curatore Paolo Roversi) autori nazionali e internazionali.
Appassionata di gatti, se poi sono neri ancora di più. Ama tanto viaggiare, soprattutto con la fantasia.
“Noir all’improvviso” è la sua prima antologia di racconti.
La trovate su http://www.contornidinoir.it

Source: pdf inviato dall’autrice.

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:: Sulle tracce dei nostri antenati in Italia di Flavia Salomone, Luca Bellucci e Giorgio Manzi e C’era una volta Homo… di Flavia Salomone (Edizioni Espera 2016 2017) a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2018
Sulle tracce dei nostri antenati

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Oggi vi parlo di due agili volumetti complementari perfetti per avvicinare i vostri bambini e ragazzi all’archeologia e all’antropologia. La materia è complessa ma è stata semplificata utilizzando i più moderni sistemi didattici per veicolare i concetti in maniera chiara, completa ed esauriente. Il primo si intitola Sulle tracce dei nostri antenati in Italia… Cronache dal Lazio preistorico per piccoli antropologi itineranti. È stato scritto da Flavia Salomone, Luca Bellucci e Giorgio Manzi. È un volume di un’ ottantina di pagine, a colori, in carta lucida, con piacevoli illustrazioni di Giada Giannetti e di facile consultazione. Ci parla di un argomento affascinante la venuta dell’ uomo sulla terra, e di tutti i suoi progenitori partendo dagli ominidi che si differenziarono dagli scimpanzé in ere assai remote.
Il volume, suddiviso in tre parti di diverso colore, ha una peculiarità quella di rivolgersi ai bambini, solitamente esclusi dalle opere editoriali di divulgazione scientifica.
Nella prima parte evidenziata dal colore rosso si parla dell’evoluzione umana in Europa e in Italia, oltre a descriverci in modo puntuale e avvincente com’era il Lazio milioni di anni fa.
In blu vengono narrate le cronache delle scoperte che via via si sono fatte
Infine nell’appendice, in verde, possiamo trovare l’elenco di tutti i musei archeologici più importanti del Lazio con gli orari di apertura e le maggiori particolarità.
A tutti gli interrogativi, che via via si sono posti nello studio del percorso lungo e complesso dell’evoluzione, possiamo oggi dare risposte certe grazie allo studio dei fossili giunti fino a noi in modo avventuroso e utilizzabili come una vera e propria mappa su cui basare le nostre ricerche. L’uomo moderno come un investigatore collegando indizi e prove è stato in grado infatti di ricostruire il passato, in maniera attendibile, risalendo a tutte le specie umane e animali che vissero sulla terra milioni di anni fa e delineando in maniera sempre più precisa la conformazione del pianeta.
Lo studio è ancora in divenire e nuove scoperte potrebbero ribaltare anche del tutto le nostre attuali conoscenze.
Il testo è piuttosto regionalistico, (anche se c’è uno sguardo sull’evoluzione dell’uomo in Europa) ci parla principalmente del Lazio dei reperti qui rinvenuti, di come era morfologicamente in ere preistoriche.

Homo

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Il secondo volumetto dal titolo C’era una volta… Homo Da Homo naledi ad Argil fino ad Homo sapiens. Un lungo viaggio nel tempo alla scoperta delle nostre origini, integra il precedente ed è più focalizzato sull’evoluzione umana, e sui reperti ritrovati in tutto il pianeta, non solo nel Lazio, da Lucy, al bambino di Tuang, all’uomo di Pechino, fino alla mamma di Ostuni, la più antica del mondo.
Si parla ancora di “anello mancante” nell’evoluzione umana ovvero di un punto di congiunzioni tra gli animali e l’uomo? Oggi si preferisce pensare invece che a una “catena” evolutiva lineare, a modalità evolutive molto più complesse che si possono definire “a cespuglio” ovvero sistemi molto ramificati in cui specie diverse hanno anche convissuto per lungo tempo prima che alcune si estingussero.
L’evoluzione dell’uomo sebbene parte di un processo lentissimo di adattamento se vogliamo può essere fatta iniziare dal suo diventare bipede, ovvero camminare sue due zampe in posizione eretta, potendo così utilizzare gli arti superiori per afferrare oggetti, raccogliere bacche e frutti, costruire utensili per la caccia, e per le sue funzioni di tutti di giorni, fino alle sue attività artistiche come i disegni rupestri.
Poi la scoperta del fuoco fu basilare per sopravvivere durante i cambiamenti climatici anche repentini, fino all’uso del linguaggio per comunicare che differenziò l’ Homo Sapiens completamente da altre specie concorrenti.
Studiare il passato non è mai stato così divertente. Ora tocca a voi archeologi di domani.

Flavia Salomone vive e lavora a Roma. Biologa e antropologa fisica, dopo la laurea presso la Sapienza Università di Roma, per alcuni anni ha condotto ricerche sulla biologia delle popolazioni umane del passato su campioni scheletrici di epoca romana (I-III sec. d.C.), presso il laboratorio di antropologia della Sapienza e del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico Luigi Pigorini di Roma. Si occupa di divulgazione scientifica, anche attraverso le nuove tecnologie multimediali e dal 2014 propone attività educativo-didattiche presso le scuole elementari e le librerie specializzate per bambini. Autrice di varie pubblicazioni scientifiche, con Edizioni Espera ha pubblicato “C’era una volta… Homo”.

Luca Bellucci, naturalista e paleontologo, autore di varie pubblicazioni scientifiche, studia la sistematica dei grandi mammiferi plio-pleistocenici italiani. Si occupa anche di divulgazione scientifica con laboratori didattici. Progetta e realizza inoltre app, modelli e stampe 3D di fossili. Attualmente assegnista di ricerca presso il Polo museale Sapienza, è membro del consiglio direttivo dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana.

Giorgio Manzi, Professore ordinario di Antropologia alla Sapienza Università di Roma, dove è anche direttore del Museo di Antropologia G. Sergi e del Polo museale Sapienza. Le sue ricerche, documentate da oltre 150 pubblicazioni scientifiche, principalmente riguardano argomenti di paleoantropologia e di biologia di popolazioni umane antiche. Come divulgatore, collabora con quotidiani, riviste, radio e TV; fra i libri più recenti, “Il grande racconto dell’evoluzione umana” (Il Mulino, 2013) e “Ultime notizie sull’evoluzione umana” (Il Mulino, 2017).

Source: libri inviati dall’editore. Ringraziamo Flavia dell’Ufficio stampa Edizioni Espera.

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:: L’Etichettario – Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi di Antonio Zoppetti (Franco Cesati Editore 2018) a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2018
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Facciamo un gioco: prendete un quotidiano cartaceo o in rete, scegliete un articolo a caso ed evidenziate quanti anglicismi o pseudo anglicismi trovate.
Fatto?
Ora contateli e magari circolettateli con il pennarello giallo.
Quanti ce ne sono? Nessuno? Meno di cinque? Più di cinque? Conoscete di ogni termine il reale significato, anche di quei termini economici da cui dipendono le sorti della nostra vita? Conoscete parole italiane che li equivalgono?
Antonio Zoppetti, già autore di Diciamolo in italiano: l’abuso dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla (Hoepli 2017), deve aver fatto un gioco simile, e deve essersi spaventato. Certo sì usiamo parole straniere (non c’è niente di male in questo) se non c’è un’alternativa nella nostra lingua, ma se invece questa alternativa c’è, e pure con maggiori sfumature di significato, perché ostinarci a usare termini stranieri o pseudo tali (ammettiamolo certe parole sono davvero tremende: perché usare appetizer? quando c’è stuzzichino o antipasto) dei quali, forse, non ne conosciamo nemmeno appieno il significato?
E così il nostro simpatico Zoppetti, ormai paladino di questa crociata per la difesa della lingua italiana, ha fatto una specie di contro guida, di dizionario dei sinonimi (se scrivete per lavoro o per svago usateli, sono fantastici per arricchire lessico e precisione di termini) e l’ha intitolata L’Etichettario – Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi. Un testo divertente, di agile lettura e nello stesso tempo serio e completo, impaginato in maniera molto originale e ricco di aneddoti, curiosità, precisazioni linguistiche e culturali.
Se avete in mente di fare come regalo di Natale per un vostro figlio o nipote che studia al Liceo o all’Università, un regalo utile e non banale, beh con questo libro andate sul sicuro. Ha una copertina vivace e colorata ed anche un oggetto libro assai piacevole.
L’utilizzo di sinonimi arricchisce il nostro lessico e il nostro linguaggio, e più pensiamo bene, più parliamo bene, più scriviamo bene migliorando le nostre capacità intellettive e di interazione con gli altri.
L’appiattimento dell’utilizzo acritico di questi termini stranieri o finto stranieri coniati ad hoc può avere ripercussioni anche negative sulla comprensione del narrato, o sull’annacquamento di certi termini che invece hanno valenze molto gravi e serie.
Pensiamo solo al termine offshore, quando lo si usa c’è quasi un intento ironico, alla moda, neutro quando in realtà si parla di società con sedi in paradisi fiscali, che svolgono azioni fraudolente evadendo le tasse. Detto in italiano non vi dà maggiore senso della gravità del problema?
E prendiamo un altro termine come hacker, usato in italiano quasi sempre con valenze negative e dispregiative, quando può averne anche di positive nel senso di esperto informatico, mago del computer, quando l’etica e la filosofia hacker non prevede il danneggiamento, il furto di dati, lo sfruttamento personale per ottenere guadagni illeciti, in questo caso c’è il termine cracker a definire il vero pirata il ladro o criminale informatico.
Lascio a voi scoprire la grande ricchezza di questo testo, che vi consiglio di tenere sempre a portata di mano.

Antonio Zoppetti si occupa di lingua italiana come redattore, autore e insegnante. Nel 1993 ha curato il riversamento digitale del Devoto-Oli, il primo dizionario elettronico italiano. Nel 2004 ha vinto il Premio “Alberto Manzi” per la comunicazione educativa. Ha scritto vari libri di linguistica e alcuni manuali di italiano pubblicati da Hoepli.

Source: libro inviato dall’ editore. Si ringrazia l’ Ufficio Stampa Cesati.

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:: Eva era africana di Rita Levi-Montalcini con Giuseppina Tripodi (Gallucci Editore, 2018) a cura di Giulietta Iannone

11 dicembre 2018
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Carlo Gallucci Editore presenta in un’edizione rinnovata un testo scritto da Rita Levi- Montalcini con la collaborazione di Giuseppina Tripodi e le illustrazioni di Giuliano Ferri, dal titolo Eva era africana. Un testo scientificamente documentato e attendibile e nello stesso tempo di piacevole e facile lettura indicato ai ragazzi dai 10 anni in su, per sfatare alcune cose non vere ancora diffuse in quest’epoca di fake news in cui la scienza, e il sapere hanno toccato se possibile il suo più basso grado di popolarità.
Utile quindi fare una controinformazione corretta e puntuale, e chiarire ai più giovani concetti semplici ma fondamentali per il loro processo di crescita ed evoluzione intellettuale. Ma questo testo non è solo interessante per questo, è nello stesso tempo un nuovo tassello nella costruzione di un nuovo mondo in cui l’emancipazione femminile, specie delle donne del sud del mondo, diviene un punto fondamentale per il progresso e il benessere dell’umanità intera.
Il libro si compone di quattro parti: Da dove veniamo, Africane di ieri, … e di oggi, e infine Voci dall’Africa.
La prima parte veicola concetti come l’evoluzionismo, (da alcuni, sembra strano, ancora avversato in favore del creazionismo per una non corretta interpretazione letterale della Bibbia), la non scientificità del concetto di razze umane, quando le differenze esistenti tra le persone sono solo il frutto dell’adattamento alle condizioni climatiche o ambientali, la vera età del pianeta terra (voi adulti la sapete, senza sbirciare su Google?), la trasmissione del patrimonio genetico attraverso una linea unicamente materna e femminile (il DNA mitocondriale si trasmette solo così) avversando un’ idea errata di una superiorità genetica maschile e anzi avvalorando quasi il contrario. Per giungere a una scoperta affascinante e fondamentale, che tramite gli studi fatti si è giunti alla certezza che sia esistita una madre comune a tutto il genere umano (geneticamente parlando) denominata Eva, e di cui sappiamo pure la provenienza geografica: era africana.
Dopo una parte introduttiva decisamente didattica e scientifica il libro presenta una carrellata di donne africane che letteralmente hanno fatto la storia da Eva, a Lucy, alle regine d’Africa dell’Antico Egitto, fino alle donne africane di oggi che si sono distinte per meriti sociali, scientifici e culturali: Assia Djebar, Josephine Ouedraogo, Wangari Maathai, Aminata Traoré, Celina Cossa, Fatou Ndiaye Sow, Hawa Aden Mohamed, Nahid Toubia. Tutte donne che hanno potuto studiare, per la lungimiranza dei loro genitori, in paesi dove l’istruzione femminile è ancora avversata. Donne intelligenti, coraggiose, solidali, modelli per le nuove generazioni. Donne capaci per le loro doti morali e intellettuali di diventare ministri, chirurghi, dirigenti sindacali, scrittrici, di vincere il Nobel.
Se le avversità temprano nella dura lotta per le sopravvivenza e l’adattamento, queste donne ne hanno affrontate tante e non si sono mai arrese, un monito per tutte le donne, non solo africane.

Rita Levi-Montalcini (Torino, 1909 – Roma, 2012), Premio Nobel per la Medicina nel 1986, senatore a vita, membro dell’Accademia dei Lincei e dell’Accademia Pontificia. L’omonima Fondazione porta avanti il suo costante impegno a favore dell’emancipazione delle giovani donne africane attraverso l’istruzione. Con Gallucci, ha pubblicato Eva era africana e il best-seller dedicato alle ragazze e ai ragazzi: Le tue antenate.

Giuseppina Tripodi è nata a Reggio Calabria nel 1951. Per oltre quarant’anni ha collaborato con Rita Levi-Montalcini. Insieme hanno scritto numerosi libri divulgativi tra cui Eva era africana e Le tue antenate, pubblicati da Gallucci.

Giuliano Ferri è nato a Pesaro nel 1965. Ha cominciato a disegnare prestissimo, imitando i fumetti “spaziali” giapponesi. Poi ha studiato arte e si è dedicato all’illustrazione. La fantasia gli viene dalla mamma sarta, l’umorismo dal babbo, l’ispirazione dai bambini che incontra nelle scuole. Ma anche da se stesso. I suoi personaggi sono quasi degli amici, figure che gli sembra di avere conosciuto. Giuliano suona la chitarra e divide il proprio talento tra i libri e una Onlus di sostegno a persone con problemi mentali. Anche con loro gli acquerelli hanno successo. Per Gallucci ha illustrato Firenze/Florence, Eva era africana, La pulce d’acqua, Le tue antenate, La ballata di Geordie, Le filastrocche della Melevisione, I racconti delle fate, Regina reginella, Rime del fare e non fare, Rime di fiaba e realtà e Principi e principesse.

:: Scambiare i lupi per cani di Hervé Le Corre (Edizioni E/O 2018) a cura di Giulietta Iannone

9 dicembre 2018
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Franck è un ragazzo di poco più di venticinque anni appena uscito di prigione. C’è poco altro da dire, se non che si è fatto cinque anni di carcere per non tradire il fratello Fabien, con cui fece una rapina sfortunata raccogliendo però un discreto bottino, che se vogliamo sarà il centro su cui ruoterà tutta la storia. Comunque Franck è stato zitto, nonostante il buon senso e l’avvocato difensore gli consigliassero di non prendersi tutta la colpa. Dopo la condanna ha affrontato coraggiosamente gli anni di privazione della libertà in compagnia di delinquenti ben peggiori di lui e di tutte le limitazioni e disagi che comportano vivere in celle anguste, senza donne, sempre pronti a subire un’ aggressione se non si sta bene attenti a chi si frequenta, a chi si pesta i piedi.
Purtroppo però se dentro almeno ci sono regole che se rispettate ti garantiscono una relativa tranquillità, e poi c’è sempre il miraggio di uscire, di tornare nel mondo libero a darti la forza di andare avanti, fuori se è possibile è ancora peggio, e Franck lo capirà sulla propria pelle, nel peggiore dei modi.
Questa in breve è la morale piuttosto nera di Scambiare i lupi per cani (Prendre les loups pour des chiens, 2017) di Hervé Le Corre, tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca. Di Le Corre, sempre grazie a Edizioni E/O si è già potuto leggere Dopo la guerra, apprezzando la scrittura notevole di questo autore originario di Bordeaux e pluripremiato in patria. Un noirista di razza insomma, che sicuramente interesserà chi ama questo genere di letteratura che non risparmia le declinazioni più nere della violenza, spesso senza riscatto.
Se vogliamo in questo romanzo abbiamo tutti i principali archetipi del noir criminale, aggiornati ai tempi di oggi, con un tocco di follia in più, e acuiti dalle disparità sociali, dalla povertà morale e materiale sempre più diffusa, dalla crisi e la disoccupazione che rendono il crimine una strada come un’altra da intraprendere nella dura lotta per la sopravvivenza, dal consumo di alcool e droghe di tutti i tipi per sopportare violenza, umiliazioni e sconfitte, dalla difficoltà per i piccoli delinquenti di arrangiarsi con furti, rapine, e traffici più o meno illeciti, dal contrabbando allo sfruttamento più gratuito.
Franck però non è esattamente un criminale incallito, anzi manco il carcere l’ha indurito e reso capace di perdere la sua umanità e questo se vogliamo è la sua condanna e nello stesso tempo la sua salvezza.
Ma andiamo con ordine, quando ad attenderlo fuori dalla prigione trova Jessica, la ragazza di suo fratello, accetta il passaggio e l’ospitalità, senza sospettare minimamente il guaio in cui si sta cacciando.
Jessica vive coi genitori Roland e Maryse, e la figlia di otto anni Rachel in una grande casa persa nella campagna, sul limitare di un bosco, difesa unicamente da un cane nero pazzo come i padroni.
Anche se ingenuo infatti Franck capisce che qualcosa non va in quella famiglia disfunzionale, anche se si lascia sedurre senza opporre troppe resistenze dal fascino di Jessica, che nei momenti buoni è solare, sexy e affascinante. Il fatto che sia la ragazza di suo fratello non lo ferma molto, ma seguirla nei suoi vagabondaggi notturni gli farà ben presto capire che più che una dark lady, o una femme fatale, è in realtà una ragazza con seri problemi, che pian piano diventano anche i suoi.
Intanto Fabien dovrebbe essere in Spagna per suoi traffici e non ritorna, e la convivenza con questa gente diventa sempre più difficile, senza contare l’incontro con Serge, un gitano con cui Roland porta avanti dei traffici legati apparentemente ad auto rubate, che poi si rivelerà un personaggio cardine in tutta questa intricata e sporca vicenda.
La situazione precipita quando entra in scena Ivan il Serbo una conoscenza di Jessica, da qui in poi la situazione precipiterà in un crescendo di violenza sempre più efferata, dove niente però è come sembra. Solo negli ultimi due capitoli ci sarà un disvelamento e si farà infatti luce sul ginepraio di sordidi inganni che hanno retto fin qua la trama, sapientemente fumosa e piena di contorte ambiguità che appunto acquisteranno un senso solo alla fine come in un improvviso gioco di prestigio.
Unica luce il tenero rapporto tra Franck e la bambina, Rachel, di cui bene o male il ragazzo si prenderà cura diventando per lei quasi una figura paterna, la bambina è infatti la sola davvero innocente in tutta questa storia, la sola che sapeva tutto fin dall’inizio, da questo infatti acquista un senso il suo comportamento apparentemente strano, il suo mutismo, il suo non voler mangiare, il suo guardare gli adulti con rassegnazione e disprezzo.
A tratti crudo, per poi riservare improvvisamente e senza preavviso momenti di dolcezza e delicatezza, solo sporcati da una velata disperazione, lo stile di Le Corre alterna registri e stili, arrivando a permettersi uno linguaggio letterario e evocativo quando descrive la natura, i mutevoli colori del cielo, o anche il semplice scoppiare di un temporale. La periferia, i supermercati e i centri commerciali, i campi riarsi di mais, i palazzoni anonimi e grigi, fanno poi da sfondo a una storia in cui il degrado sociale si insinua nelle pieghe di una narrazione a tratti poetica, nella costrizione delle frasi e nell’accostamento azzardato e imprevedibile delle parole, funzionale a un attento scavo psicologico dei personaggi che più borderline di così è difficile immaginare.
Roland e Maryse, i Vecchi come li chiama Franck, due inariditi e usurati alcolizzati, recitano alla perfezione la loro parte senza lasciare il tempo a Franck di decifrare le increspature, le piccole frantumazioni di vite vissute ai margini, sempre in cerca di soldi, droga, o auto rubate. E il fascino di Jessica, più strega che sirena, fa il resto. Ma Franck ce ne metterà di tempo a capirlo, forse solo il lettore lo farà un attimo prima, ma Le Corre è bravo a depistare pure lui.
Notevole.

Hervé Le Corre vive nella regione di Bordeaux, dove insegna. Autore molto apprezzato, ha vinto numerosi premi tra cui il Prix Mystère, il Prix du roman noir Nouvel Obs/Bibliobs e il Grand Prix de Littérature policière. Con Il perfezionista (Piemme 2012), che in Francia ha venduto più di 50.000 copie, ha ottenuto il prestigioso Grand Prix du roman noir français di Cognac e il Prix Mystère de la critique. Nel 2015 le Edizioni E/O hanno pubblicato Dopo la guerra.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Colomba e Giulio dell’Ufficio stampa EO.

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:: Paul Bowles, viaggiatore dell’anima a cura di Giulietta Iannone

5 dicembre 2018

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Paul Frederic Bowles nacque il 30 dicembre del 1910 a New York, città di per sé cosmopolita, forse la più sofisticata e cosmopolita d’America, capace di trasmettere al giovane Paul (nonostante la disprezzasse profondamente) oltre a una notevole dose di curiosità, che sviluppò grazie a un talento artistico eclettico e precoce, una certa irrequietezza e allergia a dogmi e regole sociali prestabilite, che fecero di lui un viaggiatore dell’anima, prima ancora che un viaggiatore in senso letterale. La sua radicale indipendenza, che gli procurò in vita sia estimatori che detrattori, (il critico Leslie Fiedler arrivò a definirlo il pornografo del terrore), e ora l’oblio, lo spinse ad abbandonare l’università, appena diciottenne, per un viaggio in Europa, senza dire niente ai suoi genitori e portando con sé una copia de I falsari di André Gide.

Arrivò a Parigi, la caotica e bohémienne Parigi della fine degli anni ’20, il centro artistico del mondo, dove tutto succedeva, dove Gertrude Stein aveva radunato la sua corte pittoresca e variopinta di scrittori statunitensi espatriati, lontani dalla propria terra e dalle proprie radici, di cui Paul Bowles, impeccabilmente vestito da perfetto dandy, (stile e fascino che conservò per tutta la vita), fece parte per un breve ma significativo periodo, prima di intraprendere il viaggio che gli avrebbe cambiato la vita.

Del suo incontro con Tangeri (in arabo: طنجة, Tanja) poco sappiamo, misteriosi restano anche i motivi per cui decise di eleggere la città a sua patria di adozione. La sua autobiografia è piuttosto avara di informazioni in merito ed emergono pochi accenni, che non fanno veramente luce su un incontro che si presume drammatico e violento: una pioggia di luce, vicoli affollati sulle sponde del Mediterraneo, bazar, caffè, mosaici dai colori sgargianti, spezie, odore d’ incenso bruciato e hashish, cieli di un blu accecante. Sappiamo comunque per certo che se anche disse che vi si trasferì per caso qualcosa di questa città lo colpì così nel profondo che già nel 1947, appena dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, divenne la sua città e decise di trasferirvisi definitivamente, fino alla morte avvenuta nel 1999.

Il rapporto che lo legò a Tangeri resta ambiguo, ma non è difficile ritenere che la città gli concesse una libertà che altrove non avrebbe goduto. Paul Bowles restò senz’altro affascinato dalla cultura della città, porto franco, crocevia di genti esotiche, legate a codici misteriosi a seconda dei gruppi etnici a cui appartenevano, a un passo dalle coste della Spagna. E dallo spirito tollerante che si respirava, dove ognuno poteva vivere la propria sessualità in piena libertà.

Tangeri in fondo era il suo esilio, il suo rifugio, il luogo perfetto per creare e per ospitare, con la moglie Jane Auer anch’essa scrittrice, gli espatriati nord americani che vagabondavano per il piuttosto affollato nord Africa in cerca di avventure lecite e spesso illecite, gente interessante come William S. Burroughs, Tennessee Williams, o Truman Capote. Pur tuttavia il senso di estraneità, tipico dell’occidentale in visita in un nuovo mondo, che coltivò come un vezzo e traspare vividamente in ogni suo scritto, non lo abbandonò mai. Ma non dobbiamo confondere l’estraneità, con la superiorità. A differenza dell’esotismo spiccio che contagiava molti suoi (ex)connazionali, Bowles mantenne un rispettoso distacco scevro di giudizi o finta pietà nei confronti del mondo arabo islamico.

Nei suoi quattro romanzi, e più di sessanta racconti brevi, quasi sempre troviamo come protagonista un occidentale perso in un labirinto, violentemente a confronto con le proprie contraddizioni e quelle di un mondo (altro) dove ogni senso sembra esasperato. Pensiamo a Tè nel deserto, forse il suo romanzo più famoso, anche grazie soprattutto alla visione granulosa e scabra che ne fece Bernando Bertolucci proiettandolo sul grande schermo, o a Lascia che accada del 1952, romanzo breve ambientato nel periodo in cui Tangeri era città internazionale, forse il mio preferito. Bowles non scrisse solo romanzi e racconti, ma anche libri di viaggi, saggi, poesie, traduzioni, centinaia di recensioni, un’ autobiografia, Senza mai fermarsi: una autobiografia (Without stopping, 1972), e Jeffrey Miller pubblicò una raccolta di sue lettere, In Touch nel 1995, pochi anni prima della sua morte, rendendo così fruibile parte della sua corrispondenza. E compose musica, non da dilettante. Ma soprattutto non visse solo in Marocco, anzi visitò anche la zona del Sahara, l’Algeria, la Tunisia. Il suo sguardo ovunque si posasse registrava con spietata lucidità le luci, e soprattutto le ombre, di un mondo in cui una violenza occulta serpeggiava, si insinuava nelle pieghe dell’anima anche dei più refrattari.

Tacciato di freddezza, accusato di insensibilità, e persino di immoralità, Bowles racchiuse nei suoi libri una visione, una personale e cruda esposizione di fatti, di movimenti interiori, di sconfitte e di vittorie. E soprattutto lo fece in modo non convenzionale, non schiavo delle mode o del pensiero dominante. Non adulava (o peggio rimpiangeva) il grasso Occidente da cui era fuggito, non idolatrava, senza vederne i difetti, la terra che l’aveva accolto. Paul Bowles insomma rappresentò per la sua generazione un punto di riferimento, e sembra sconcertare l’oblio con il quale oggi è accolto. Pochi hanno letto i suoi romanzi, ancora meno i suoi racconti. Ho provato a chiedere chi è Paul Bowles, molti candidamente mi hanno risposto che non lo conoscevano, altri vagamente l’avevano sentito nominare, mentre conoscevano la vicenda narrata in The Sheltering Sky. Per il film, non per il libro. Quando forse mai quanto in questo periodo storico è interessante confrontarsi con una personalità lucida e tagliente quanto fu quella di Paul Bowles, tra post- colonialismo e cultura araba.

:: L’ultimo respiro del drago di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2018) a cura di Giulietta Iannone

3 dicembre 2018

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Innanzitutto va detto che l’inquinamento non è un problema solo cinese, la qualità dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo, della terra dove coltiviamo verdura, frutta, cereali, e quant’altro è un problema globale, che ci riguarda tutti. Non c’è niente di più volatile dell’aria, èd utopistico pensare che non si sposti, e raggiunga in breve tempo tutti gli angoli del pianeta. Pensiamo solo alla nostra povera Italia, tra la Terra dei Fuochi, i rifiuti pericolosi interrati dalle varie mafie in ogni dove, e l’incidenza ormai fuori dal livello di guardia delle malattie leucemiche e tumorali.
Di inquinamento si muore, ormai lo sappiamo tutti. E si muore male. Avendo visto morire mio padre di cancro ai polmoni ne ho una visione abbastanza chiara del problema.
La questione cinese è forse peculiare se rapportata al tipo di società, e di struttura politica, fortemente gerarchizzata e centralizzata (l’esistenza di un Partito unico focalizza le eventuali colpe, che nelle nostre democrazie occidentali vengono distribuite tra partiti al potere e opposizione), insomma se la necessità di una crescita economica sempre maggiore diventa un’indispensabile priorità per l’autoconservazione del potere, può sorgere il dubbio, suffragato in realtà da molti fatti, che lo Stato si disinteressi della salute dei suoi cittadini e tuteli (con misure in realtà marginali, come depuratori di ultima generazione, cibo biologico, acqua pulita) solo l’elite, i privilegiati a discapito della gente comune in balia delle peggiori conseguenze nefaste.
Però è più che evidente che la salute del pianeta è un’esigenza vitale per tutti, compresi gli alti dirigenti del Partito della Città Proibita, che dubito ignorino il problema, semmai non sanno bene come risolverlo, pensiamo per esempio dall’altro lato dell’Oceano, al presidente americano che minimizzava le conseguenze del riscaldamento globale (probabilmente a fini elettorali, per dare un contentino alle lobby dei grandi industriali), anche se in realtà ultimamente sta un po’ rivedendo le sue posizioni, e ammettendo che un problema esiste.
Tutto questo lungo preambolo per dire che l’argomento al centro di questo libro è piuttosto delicato, e politicamente strumentabilizzabile. Ma il talento artistico di Qiu Xiaolong ne fa un soggetto ideale di denuncia e di autocoscienza, pur inserendo tutto in un contesto di trama gialla.
Leggevo giorni fa che un fotografo cinese, specializzato nel fotografare i danni ambientali, è stato arrestato avvalorando la tesi dell’utilizzo di strumenti coercitivi per impedire la diffusione di notizie.
Probabilmente la realtà supera la fantasia, o quello che può essere contenuto un libro di narrativa, ma gli spunti sono molteplici, proprio per questo la lettura di questo libro è molto interessante, specie se amate i noir con una forte impronta sociale, e l’ambientalismo e l’inquinamento globale si può dire siano temi caldi, di stretta attualità. Ben venga dunque un romanzo che veicola questi concetti, e aumenti la nostra consapevolezza personale. In molti noto, anche qui in Occidente, un disinteresse e una rassegnazione fatalistica, e questo è un male perché ognuno di noi deve lottare per i priori diritti, per la propria salute, per il proprio benessere.
Che poi le guerre economiche siano anche combattute sulla pelle dei cittadini è un fatto piuttosto incontrovertibile, e vi partecipano allegramente entrambi gli schieramenti sia in Occidente che in Oriente, l’importante è capire se ci sono dei limiti non valicabili, e concordarli, magari sotto l’egida dell’ONU, in nome dell’utilità e del bene comune delle generazioni presenti e future. Insomma il nostro pianeta lo erediteranno i nostri figli e nipoti, ed è nostra precisa responsabilità ciò che troveranno e le innumerevoli sofferenze che saranno destinati ad affrontare.
Tornando al libro, L’ultimo respiro del drago (Hold Your Breath, China, 2017), edito da Marsilio e tradotto dall’inglese da Fabio Zucchella, appartiene alla serie dedicata all’ispettore capo Chen Cao, del poeta e scrittore cinese, Qiu Xiaolong, che dal 1989 vive e insegna negli Stati Uniti. Condizione privilegiata che lo pone al bivio dei due mondi, vedendone i pregi e i difetti pur restando un punto di incontro tra Oriente e Occidente. Qiu Xiaolong ha un taglio molto critico e anche a tratti duro sui mali che affliggono oggi la Cina, non solo a livello politico ed economico, ma proprio sociale, dal clientelismo fortemente radicato, alla corruzione, a una certa anarchia, fino a una distorta sfera dei valori e delle priorità di stampo fortemente materialistico. Insomma l’idolatria del successo, del benessere economico, sono una parte fondamentale del Dna sociale cinese, a prescindere dalle direttive statali e questa distorsione viene pesantemente criticata dall’autore.
Dal punto di vista politico, certo il socialismo orientale cinese (l’autore ripete diverse volte con connotazioni negative e antidemocratiche l’esistenza di un Partito Unico) poi ha tutte caratteristiche sue proprie imbevute di confucianesimo, animismo e superstizione. E ricordiamoci la società cinese è l’ultima società socialista ancora vitale, grazie anche al suo trasformismo, e alla sua capacità di adattarsi a un mondo in forte evoluzione, pur conservando forti matrici idealistiche e spirituali di stampo comunitario.
La cosa che amo di più dei romanzi di questo autore è tuttavia è quello di far apparire in filigrana la grandezza e l’importanza della cultura cinese e della sua millenaria tradizione non ostante i mali che l’affliggono. Insomma non si fa fermare dal pessimismo, ma impreziosisce con pennellate di vera poesia, una struttura narrativa molto evocativa e “antica”. Cita molte poesie dell’epoca Tang, Song, e Qing, inserendole nel contesto narrativo, come fa con proverbi e modi di dire tipicamente orientali o con testi fondamentali della narrativa cinese antica, come i Trentasei stratagemmi, un trattato di strategia militare cinese che descrive una serie di astuzie usate in guerra, in politica e nella vita sociale. E allo stesso tempo fa così anche con la letteratura occidentale, che ben conosce, citando da Thomas Stearns Eliot, a Milan Kundera, con una leggerezza affatto didattica e una precisione anche psicologica molto netta.
L’ ispettore capo Chen Cao è un poliziotto molto anomalo che si discosta dalla figura del burocrate, innanzitutto è un poeta e un traduttore molto sensibile; è un fine gourmet, apprezza i piaceri del cibo e della tavola anche per la loro valenza culturale; è un ottimo investigatore riconosciuto per le sue eccezionali doti morali e per il suo acume intellettuale. All’inizio fortemente in ascesa nella struttura piramidale sociale cinese, ora vive un periodo di dubbio ed è sottoposto a controllo, probabilmente per valutarne la personale integrità ideologica. Insomma sta rischiando di vedere sfumare il brillante futuro che avrebbe potuto avere, anche se la mobilità e l’incertezza toccano tutti in Cina dai grandi industriali con grandi ricchezze, ai compagni segretari come Zhao, grande protettore dell’ispettore Chen. Insomma da un giorno all’altro si rischia di perdere tutto, per un passo falso, una delazione, un video su Youtube o per l’accanirsi di un nemico politico, magari avverso per motivi meramente personali. Nessuno è intoccabile. Tanto meno Chen Cao.
Per quanto riguarda l’indagine, in realtà ce ne sono due parallele, una portata avanti dai poteri di polizia, riguardante un serial killer che uccide a cadenza regolare per le vie di Shanghai. La seconda portata avanti in prima persona dall’ispettore Chen e condotta sotto copertura. In apparenza Chen fa da guida turistica al compagno Zhao, in trasferta da Pechino a Shanghai per una vacanza salutista, in realtà sempre per suo incarico deve indagare sulle riunioni clandestine di un gruppo di ambientalisti, capeggiati da una sua ex fidanzata (in un certo senso il romanzo può essere considerato un sequel di Le lacrime del lago Tai), preoccupati per l’alto tasso di inquinamento dell’aria e scoprire cosa hanno in progetto di fare. Alla fine ci sarà un punto di convergenza delle due indagini, brillantemente condotte sia da Chen che dal suo braccio destro Yu, con la collaborazione non marginale di sua moglie Peiqin.
Non dico di più se no vi rovino il piacere della lettura, e quindi non mi resta che lasciarvi al libro. Alla prossima.

Xiaolong Qiu, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre alle inchieste dell’ispettore Chen, pubblicate in trenta paesi, già adattate per una popolare serie radiofonica della Bbc e presto anche per una serie televisiva, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao. www.qiuxiaolong.com/

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.

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:: Professione Food Writer: Ricettario di scrittura con esercizi sodi strapazzati e a la coque di Mariagrazia Villa (Dario Flaccovio Editore, 2018) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2018
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Primo manuale in lingua italiana dedicato al food writing nella sua più ampia e completa accezione del termine, Professione Food Writer: Ricettario di scrittura con esercizi sodi, strapazzati e a la coque è un’utile guida pratica per tutti coloro che si avvicinano con curiosità alle professioni, (a volte nuove, grazie al digitale) collegate a quella frangia di mercato piuttosto magmatica e variegata che si occupa di cultura enogastronomica.
Ma non è solo questo, nello stesso tempo è anche un agile e vero e proprio manuale di scrittura, con al termine di ogni capitolo esercizi atti a risvegliare la nostra creatività e fantasia, oltre alle competenze necessarie per scrivere in modo professionale.
L’autrice, Mariagrazia Villa, con un curriculum di tutto rispetto (vi rimando al profilo bio) e più di trent’anni di esperienza, utilizza un approccio informale e anche divertente, se pur tuttavia rigoroso, e ci accompagna passo passo in un mondo non privo di incognite se non di veri e propri rischi, (tra cui il peggiore di tutti è quello di perdere la nostra credibilità) che brillantemente ci consiglia come evitare.
La prefazione è affidata a Maria Pia Favaretto, pubblicitaria e docente e direttore didattico del Master Food & Wine 4,0 – Web Marketing & Digital Communication dello IUSVE, l’Istituto Salesiano Universitario di Venezia. Vi consiglio di non saltarla e di leggerla, perché è molto interessante, parte da un approccio storico, per trattare anche se non approfonditamente la dimensione biologica, filosofica, culturale ed etica di un fenomeno ormai diventato mediatico, con vere e proprie icone del food system.
Insomma c’è materiale per tanti e tanti libri, e Mariagrazia Villa ha il dono della sintesi e della essenzialità, insomma racchiude tutto in relativamente poche pagine: il libro si compone di sei capitoli e trecento pagine, e può essere studiato, e io vi consiglio di farlo, scorrendole e trovando i temi di vostro maggiore interesse.
Molte cose le sapevo, in linea teorica, e anche se io non mi occupo di food & beverage, ma di libri, sono una book blogger, ho trovato il libro molto interessante, segno che la trasversalità è davvero utile nel nostro mestiere, che occupa in gran parte donne, favorendo così l’imprenditoria femminile.
Il capitolo in assoluto più interessante, per me almeno, è stato l’ultimo Tiramisù perbene con peccato di gola, che dà voce alla dimensione etica di questo affascinante mestiere, solo apparentemente frivolo, ma in realtà capace davvero di toccare campi fondamentali come la salute, la qualità della vita, il rispetto per se stessi e gli altri. La nutrizione insomma ha dimensioni, non vi spaventi il termine, spirituali che in molti sottovalutano e può davvero diventare un campo di studio e approfondimento del comportamento umano.
I mestieri legati al food writing sono molti e tutti appassionanti, dal blogger al critico, dall’addetto stampa allo scrittore, e sebbene c’è tantissima concorrenza, le armi per distinguersi sono numerose e non vanno spuntate con il pressappochismo, la povertà narrativa o la meschinità morale.
Ringrazio Barbara Valla dell’ ufficio stampa Artisenzanome di avermi preso in considerazione e contattata per propormelo in lettura, in realtà ho esitato un po’, poi la curiosità è stata prevalente, e la gallina in copertina determinante.
Spero in futuro di potere intervistare l’autrice, ora vi rimando alla lettura del libro, sono certa che ne saprete fare tesoro, magari vi aiuterà davvero a diventare una food writer di successo.

Mariagrazia Villa ha lavorato per vent’anni, come giornalista culturale, per “Gazzetta di Parma” e altre testate locali e nazionali. Come copywriter e food writer, ha collaborato per quindici anni con il Gruppo Barilla, per il quale ha diretto il magazine online Italian Food Lovers. Ha scritto 38 libri di cucina per Accademia Barilla e le sette Guide dei Musei del Cibo della provincia di Parma. Insegna Etica e deontologia ed Etica e media nei corsi di laurea triennale e magistrale dello IUSVE ed è docente di Sostenibilità agroalimentare e conscious eating e di Food Writing e Web Content Management presso il Master Food & Wine 4.0 – Web Marketing & Digital Communication di IUSVE.

Source: libro inviato da Barbara Valla dell’ Ufficio Stampa dedicato, che ringraziamo.

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:: Un’ intervista con Lindsey Davis a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2018

libro Il mito di GioveSalve Signora Davis. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Lei è una scrittrice inglese di romanzi storici, molto conosciuta per essere l’autrice della serie di Falco, un titolo su tutti Le miniere dell’imperatore. E ha in uscita un nuovo romanzo in Italia dal titolo Il mito di Giove. È inoltre un punto di riferimento per tutti gli scrittori che iniziano a scrivere storie gialle ambientate nell’Antica Roma. Ci parli di lei. Punti di forza e di debolezza.

R: I miei punti di forza: sono di mente aperta, ribelle, curiosa, seria, ho sufficiente immaginazione e abilità per scrivere bene. Sulle mie debolezze non ho idea, eccettuato forse l’età.

Ci parli del suo background, dei suoi studi, della sua infanzia.

R: Sono di Birmingham, una grande città industriale con una forte identità culturale (un posto che non aveva tuttavia gli Antichi Romani). Provengo in origine dalla classe operaia, ma ho un’educazione borghese e sono cresciuta in una città fortemente danneggiata dalla Seconda Guerra Mondiale. Ho frequentato molte buone scuole ricevendo una educazione umanistica, all’Università di Oxford ho conseguito una Laurea in Lingua e Letteratura Inglese. Poi ho avuto un “vero” lavoro per 13 anni per i servizi governativi, prima di iniziare a scrivere a 35 anni.

Quando si è accorta di voler diventare una scrittrice? Quando ha deciso di iniziare a scrivere romanzi storici ambientati nell’Antica Roma?

R: Quando avevo 5 anni e il mio insegnante di scuola elementare disse che noi non dovevamo esercitarci a scrivere copiando dai libri, ma dovevamo inventare le nostre proprie frasi. Mi orientai verso l’Antica Roma quando la mia prima scelta, la Guerra Civile Inglese, non fu presa in considerazione per la pubblicazione. Volevo fare qualcosa di originale.

C’è stato un insegnante che le è stato di modello, di ispirazione?

R: Al liceo ho avuto diversi insegnanti di inglese che mi hanno insegnato veramente seriamente a comprendere l’analisi testuale, che successivamente ho approfondito sia per quanto riguarda lo studio della lingua, delle parole, della grammatica a livello universitario. Questi sono i miei migliori strumenti come scrittrice. Ho anche conosciuto due dei miei insegnanti di inglese, e regolarmente li vedevo. Sono anche molto in debito con uno dei miei insegnanti di latino, che fondò una Società Archeologica a scuola. Scherzando dico sempre che devo la mia intera carriera alla sua decisione di fare entrare nella sua Società i ragazzi della scuola della porta accanto. Quando ho iniziato a scrivere romanzi sull’Antica Roma, il mio lavoro si basava come punto di partenza su studi archeologici specialmente rivolti alla vita di tutti i giorni della gente comune, piuttosto che avere una visone elitaria basata sulla letteratura.

Ci racconti del suo debutto. Della sua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

R: Ho partecipato a diversi concorsi per romanzi storici, entrando in finale tre volte compreso con i miei romanzi attualmente pubblicati The Course of Honour e The Silver Pigs (Falco 1). Una dei giudici era una editor di narrativa per un Magazine per donne vecchio stile; lei ha comprato diversi miei racconti, permettendomi di continuare a scrivere. Falco fu rifiutato da tutti i maggiori editori di Londra, adducendo che i romanzi sull’Antica Roma erano ritenuti troppo difficili per la narrativa popolare, prima che un editor accettasse due miei libri. Lui, Oliver Johnson, è ancora il mio editor dopo 30 anni! Dopo dieci anni ha anche accettato The Course of Honour, la vera storia dell’Imperatore Vespasiano e Antonia Caenis, che in molti pensano sia il mio miglior romanzo.

Cosa ama di più quando scrive un libro?

R: Amo tutto il processo di scrittura. Penso che il mio divertimento si veda e passi ai miei lettori.

Che ruolo svolge Internet nella scrittura, nella ricerca e nel marketing dei suoi libri?

R: Quando ho iniziato non c’era Internet. Così lo tratto con molta cautela. Attualmente penso che abbia un grande valore didattico, se non ti disperdi e sai discernere cosa stai cercando; poiché sono uno studente indipendente, non dipendo da nessuna Università, per l’archeologia o i classici, per me è uno strumento molto utile. Consulto la stampa online per restare al corrente con le recenti scoperte. Uso Internet per cercare libri difficilmente reperibili. Ho un sito web, con un bottone di contatto per le email, ma NON uso i social media. Odio il loro essere così frequentemente vacui, e insensati, depreco il bullismo, e disapprovo l’approccio frettoloso alla storia.

Può dirci qualcosa sul suo più importante protagonista Marco Didio Falco?

R: Inizia come un classico investigatore, vive e lavora in tetre circostanze, ma alla fine diventa un uomo ricco ed di successo, con una famiglia. È cinico, divertente, intelligente, determinato, non ha paura di porsi contro il sistema, è appassionato di giustizia. È un ragazzo di città, ha una sola donna, è un buon amico, un mentore, gentile con il suo cane.

Progetti cinematografici?

R: Ci stiamo spostando dal “possibile” al “probabile”.

Legge autori contemporanei? Quali sono i suoi favoriti? Chi pensa abbia influenzato la sua scrittura?

R: Una cosa triste è che non ho abbastanza tempo per leggere tutto quello che vorrei. Molte delle mie letture ora sono per ricerca, ma leggo biografie storiche e vado su “Study Days” che ha un programma molto vario, specialmente vado in cerca di classici dimenticati (recentemente Trollope, Les Miserables, Goldsmith, Shelley, le opere teatrali Jacobean).

Cosa sta leggendo al momento?

R: Un immenso libro sui giardini degli Antichi romani.

Facciamo un gioco. Mi dica un aggettivo per ciascuno di questi scrittori: Flannery O’Connor, Margaret Atwood, Joyce Carol Oates, Nabokov, Cormac McCarthy.

R: Scusami non voglio farlo. Non sono preparata – inoltre odio condannare un autore a un singolo aggettivo!

Le diverte fare tour promozionali? Racconti ai suoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R: Mi diverto se la gente sta bene. Sempre più (come una persona ormai in pensione e con un problema alla spina dorsale) li trovo molto stancanti, così devo limitare quello cha faccio.

È un’autrice molto acclamata dalla critica. Ha mai ricevuto cattive recensioni nella sua carriera?

R: Oh, naturalmente le ho avute. Probabilmente anche per gelosia, siccome la peggiore di tutte iniziò con “ha venduto troppi libri”.

Come è il suo rapporto coi lettori? Come possono mettersi in contatto con lei?

R: Sono orgogliosa di dire che ho sempre attratto i lettori a contattarmi anzi molti mi dicono che non hanno mai contattato uno scrittore prima di me. Naturalmente ci sono i brontoloni che mi segnalano errori storici, e i maniaci che sono ossessionati dalla punteggiatura. Sono solitamente in disaccordo con loro. La maggior parte comunque sono molto carini. Adesso per la maggior parte mi contattano per email tramite il mio sito, ma qualcuno scrive ancora vere lettere e me le manda attraverso il mio editore.

Verrà in Italia a presentare i suoi romanzi?

R: Sto venendo a Roma il 3 dicembre.

E infine, un’ ultima domanda: a cosa sta lavorando adesso?

R: Sto editando il settimo libro di Albia, da cui stanno estraendo uno script cinematografico, e sto scrivendo una novella intitolata Invitation so Die, per il download digitale, e infine mi sto preparando per l’ottavo romanzo di Albia.

:: In cucina con Kafka di Tom Gauld (Mondadori 2018) a cura di Giulietta Iannone

28 novembre 2018
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È davvero molto divertente In cucina con Kafka (Baking with Kafka, 2018) di Tom Gauld, edito in Italia da Mondadori nella collana Oscar Ink e tradotto da Claudia Durastanti. Se amate i libri perché li scrivete, li leggete o lavorate a vario titolo nel mondo glitterato dell’editoria, un must che non deve mancare nelle vostre librerie. L’ho già individuato come un regalo perfetto per un paio di persone (in realtà molto snob) questo Natale.

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Perché dei libri si può anche ridere e con le vignette di Tom Gauld lo si fa davvero. Il ragazzo (va beh ragazzo è un fumettista scozzese poco più che quarantenne) è dotato di un umorismo non cattivo, ma dissacrante e ironico che non risparmia pose e debolezze di un mondo che a volte diciamolo si prende troppo sul serio. Ci voleva qualcuno che con leggerezza e umorismo ce ne evidenziasse i lati grotteschi, stravaganti se non veramente ridicoli o assurdi.

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Le vignette non sono originali, ma sono già apparse in diversi giornali: nel supplemento letterario del Guardian, sul New Yorker, e sul New York Times, ciò non toglie che la loro freschezza e verve è intatta e giungono a noi in una forma molto curata. Innanzitutto le vignette sono a colori, la fascetta cita che il libro è vincitore del premio Eisner 2018, premio mai sentito ma deve essere qualcosa di rilevante nel settore, la copertina è di cartonato rigido, ben rilegata. Insomma anche come oggetto libro, se valutate di regalarlo, come ho fatto io, è molto gradevole. E costa 18 Euro.

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Tom Gauld non prende di mira autori particolari per gettarli nella gogna del pubblico ludibrio, come sembra di moda andare oggi, ma prende in giro più che altro atteggiamenti, preconcetti, manie di un po’ tutti quanti. Va beh cita Jonathan Franzen e ironizza sul suo rifiuto del mezzo Internet, non la considererei un’ offesa, (tanto più che è vero) più che altro un cammeo, come la vignetta con protagonista Samuel Beckett, Herman Melville o Ballard. Insomma dovrebbero sentirsi offesi coloro che non sono stati citati.

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Molto godibile la prefazione di Francesco Guglieri che ha colto in pieno lo spirito del libro, e strappa qualche risata pure lui. Unica pecca è che non c’è la biografia dell’autore, ho dovuto cercare su Internet tra Wikipedia e il suo sito: https://www.tomgauld.com/. È nato nel 1976 nell’ Aberdeenshire, non c’è scritto la località precisa, è sposato e vive a Londra con la sua famiglia.
Dunque che dire qualche vignetta ve la posto, capirete se è la vostra tazza di tè.

Tom Gauld è nato nel 1976 e cresciuto nell’ Aberdeenshire, in Scozia. È un vignettista e illustratore e il suo lavoro è regolarmente pubblicato su The Guardian, The New York Times and New Scientist. Ha creato un nutrito numero di libri a fumetti. Vive a Londra con la sua famiglia.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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