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:: Paul Bowles, viaggiatore dell’anima a cura di Giulietta Iannone

5 dicembre 2018

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Paul Frederic Bowles nacque il 30 dicembre del 1910 a New York, città di per sé cosmopolita, forse la più sofisticata e cosmopolita d’America, capace di trasmettere al giovane Paul (non ostante la disprezzasse profondamente) oltre a una notevole dose di curiosità, che sviluppò grazie a un talento artistico eclettico e precoce, una certa irrequietezza e allergia a dogmi e regole sociali prestabilite, che fecero di lui un viaggiatore dell’anima, prima ancora che un viaggiatore in senso letterale. La sua radicale indipendenza, che gli procurò in vita sia estimatori che detrattori, (il critico Leslie Fiedler arrivò a definirlo il pornografo del terrore), e ora l’oblio, lo spinse ad abbandonare l’università, appena diciottenne, per un viaggio in Europa, senza dire niente ai suoi genitori e portando con sé una copia de I falsari di André Gide.

Arrivò a Parigi, la caotica e bohémienne Parigi della fine degli anni ’20, il centro artistico del mondo, dove tutto succedeva, dove Gertrude Stein aveva radunato la sua corte pittoresca e variopinta di scrittori statunitensi espatriati, lontani dalla propria terra e dalle proprie radici, di cui Paul Bowles, impeccabilmente vestito da perfetto dandy, (stile e fascino che conservò per tutta la vita), fece parte per un breve ma significativo periodo, prima di intraprendere il viaggio che gli avrebbe cambiato la vita.

Del suo incontro con Tangeri (in arabo: طنجة, Tanja) poco sappiamo, misteriosi restano anche i motivi per cui decise di eleggere la città a sua patria di adozione. La sua autobiografia è piuttosto avara di informazioni in merito ed emergono pochi accenni, che non fanno veramente luce su un incontro che si presume drammatico e violento: una pioggia di luce, vicoli affollati sulle sponde del Mediterraneo, bazar, caffè, mosaici dai colori sgargianti, spezie, odore d’ incenso bruciato e hashish, cieli di un blu accecante. Sappiamo comunque per certo che se anche disse che vi si trasferì per caso qualcosa di questa città lo colpì così nel profondo che nel 1947, appena dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, divenne la sua città e decise di trasferirvisi definitivamente, fino alla morte avvenuta nel 1999.

Il rapporto che lo legò a Tangeri resta ambiguo, ma non è difficile ritenere che la città gli concesse una libertà che altrove non avrebbe goduto. Paul Bowles restò senz’altro affascinato dalla cultura della città, porto franco, crocevia di genti esotiche, legate a codici misteriosi a seconda dei gruppi etnici a cui appartenevano, a un passo dalle coste della Spagna. E dallo spirito tollerante che si respirava, dove ognuno poteva vivere la propria sessualità in piena libertà.

Tangeri in fondo era il suo esilio, il suo rifugio, il luogo perfetto per creare e per ospitare, con la moglie Jane Auer anch’essa scrittrice, gli espatriati nord americani che vagabondavano per il piuttosto affollato nord Africa in cerca di avventure lecite e spesso illecite, gente interessante come William S. Burroughs, Tennessee Williams, o Truman Capote. Pur tuttavia il senso di estraneità, tipico dell’occidentale in visita in un nuovo mondo, che coltivò come un vezzo e traspare vividamente in ogni suo scritto, non lo abbandonò mai. Ma non dobbiamo confondere l’estraneità, con la superiorità. A differenza dell’esotismo spiccio che contagiava molti suoi (ex)connazionali, Bowles mantenne un rispettoso distacco scevro di giudizi o finta pietà nei confronti del mondo arabo islamico.

Nei suoi quattro romanzi, e più di sessanta racconti brevi, quasi sempre troviamo come protagonista un occidentale perso in un labirinto, violentemente a confronto con le proprie contraddizioni e quelle di un mondo (altro) dove ogni senso sembra esasperato. Pensiamo a Tè nel deserto, forse il suo romanzo più famoso, anche grazie soprattutto alla visione granulosa e scabra che ne fece Bernando Bertolucci proiettandolo sul grande schermo, o a Lascia che accada del 1952, romanzo breve ambientato nel periodo in cui Tangeri era città internazionale, forse il mio preferito. Bowles non scrisse solo romanzi e racconti, ma anche libri di viaggi, saggi, poesie, traduzioni, centinaia di recensioni, un’ autobiografia, Senza mai fermarsi: una autobiografia (Without stopping, 1972), e Jeffrey Miller pubblicò una raccolta di sue lettere, In Touch nel 1995, pochi anni prima della sua morte, rendendo così fruibile parte della sua corrispondenza. E compose musica, non da dilettante. Ma soprattutto non visse solo in Marocco, anzi visitò anche la zona del Sahara, l’Algeria, la Tunisia. Il suo sguardo ovunque si posasse registrava con spietata lucidità le luci e soprattutto le ombre di un mondo in cui una violenza occulta serpeggiava, si insinuava nelle pieghe dell’anima anche dei più refrattari.

Tacciato di freddezza, accusato di insensibilità, e persino di immoralità, Bowles racchiuse nei suoi libri una visione, una personale e cruda esposizione di fatti, di movimenti interiori, di sconfitte e di vittorie. E soprattutto lo fece in modo non convenzionale, non schiavo delle mode o del pensiero dominante. Non adulava (o peggio rimpiangeva) il grasso Occidente da cui era fuggito, non idolatrava, senza vederne i difetti, la terra che l’aveva accolto. Paul Bowles insomma rappresentò per la sua generazione un punto di riferimento, e sembra sconcertare l’oblio con il quale oggi è accolto. Pochi hanno letto i suoi romanzi, ancora meno i suoi racconti. Ho provato a chiedere chi è Paul Bowles, molti candidamente mi hanno risposto che non lo conoscevano, altri vagamente l’avevano sentito nominare, mentre conoscevano la vicenda narrata in The Sheltering Sky. Per il film, non per il libro. Quando forse mai quanto in questo periodo storico è interessante confrontarsi con una personalità lucida e tagliente quanto fu quella di Paul Bowles, tra post- colonialismo e cultura araba.