:: Un’ intervista ad Antonio Zoppetti a cura di Giulietta Iannone

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antonio-zoppetti-etichettario-anglicismiBentornato Antonio su Liberi di scrivere, è passato circa un anno dalla nostra ultima intervista e ti ritrovo per l’uscita del tuo nuovo libro L’Etichettario – Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi per Cesati Editore. Diciamo un volume complementare a Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, un manuale dei sinonimi ma con un taglio più divertente, scanzonato, forse rivolto a un pubblico di lettori più giovane. Come è nata l’idea di scriverlo?

R: In Diciamolo in italiano ho provato a dimostrare e a quantificare, con numeri e statistiche, l’anglicizzazione selvaggia della nostra lingua. Negli ultimi trent’anni il fenomeno ha oggettivamente superato i livelli di guardia, anche se la mia denuncia è un po’ in controtendenza rispetto al pensiero di molti studiosi che continuano a negare che ci sia un problema. Il pensiero dominante, però, è ormai sempre più in crisi: anche studiosi del calibro del presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini o di Luca Serianni hanno espresso le loro preoccupazioni e nel 2015, in seno alla Crusca, è sorto il Gruppo incipit con lo scopo di proporre alternative italiane agli anglicismi incipienti, prima che si radichino definitivamente. In questo scenario, in Italia mancava un lavoro organico che quantificasse e catalogasse tutte le parole inglesi che circolano sulla stampa e nel linguaggio comune ed è per questo che ho provato a colmare questa lacuna. A settembre ho pubblicato in Rete il più grande lavoro di raccolta e classificazione attualmente esistente, il dizionario AAA, cioè delle Alternative Agli Anglicismi, che raccoglie ormai più di 3.600 parole inglesi. Da questo immane lavoro è nato l’Etichettario, un dizionario cartaceo dal taglio sbarazzino e divulgativo in cui ho scelto le 1.800 parole inglesi “imprescindibili”, cioè quelle più frequenti e che a tutti noi capita di usare o di sentire e leggere nella vita di tutti i giorni, volenti o nolenti. In questa selezione sono stati volutamente omessi i termini privi di alternative, come quark o rock, così come i tecnicismi o le parole troppo settoriali. Non c’è infatti alcuna pretesa di proporre sostitutivi in modo puristico, o di inventare parole che non siano in circolazione come il guardabimbi di Arrigo Castellani al posto di baby sitter. Accanto alle spiegazioni dei significati sono raccolte solo le alternative in uso o possibili. È insomma un manuale pratico, utile sia per capire le parole inglesi non sempre comprensibili a tutti (spin-off, quantitative easing) sia per ricordare gli equivalenti italiani che tendono a regredire davanti all’inglese anche quando esistono, per esempio competitor, che si può dire benissimo anche competitore, rivale, avversario

Quanto tempo hai dedicato alla stesura di questo libro? Quanto ti hanno impegnato le ricerche?

R: Le ricerche sono il frutto di due anni di lavoro. La stesura del libro è stata invece relativamente veloce: partendo dal mio mastodontico archivio, in un paio di mesi ho selezionato le parole più comuni, ho lavorato sulle definizioni e sulle alternative per renderle più affilate e incisive e ho consegnato tutto all’editore che ha fatto un meraviglioso lavoro di illustrazione, ricerca iconografica e impaginazione, per rendere il libro divertente e bello anche da guardare e da sfogliare.

Per spiegare in breve ai nostri lettori come è strutturato il libro che parole useresti?

R: È semplicemente un dizionario strutturato in ordine alfabetico per rintracciare una parola inglese di cui non si conosce il significato o di cui si cerca un sinonimo italiano. Ma il valore aggiunto sta nelle illustrazioni. Oltre a utile, le parole che meglio lo definiscono sono illuminante: i marshmallow nelle strisce di Charlie Brown erano tradotte con toffolette, e qualcuno le chiama anche cotone dolce, ma se accanto c’è l’immagine tutto diventa più comprensibile e immediato. Evocativo: non disclosure agreement è semplicemente una clausola di riservatezza, ma se è accostata a Stanlio e Olio che con il dito sulle labbra fanno shhh… ha tutto un altro impatto. Divertente: la vendita door to door non è altro che il porta a porta, ma se l’espressione è affiancata da Bruno Vespa nell’omonima trasmissione è impossibile non sorridere.

Leggendolo un dubbio mi ha attraversato la mente: ma conosciamo davvero il reale significato degli anglicismi che spesso usiamo anche a sproposito? Spesso sono addirittura delle storpiature, delle parole inventate non utilizzate nei paesi anglofoni. Questa improvvisazione non pregiudica anche la comunicazione? Non lo percepisci come un vero pericolo?

R: Spesso si ricorre all’inglese proprio per mascherare volutamente il reale significato delle parole, pensiamo a voluntary disclosure che suona bene rispetto a un più onesto ma meno funzionale condono, oppure a jobs act, a proposito di pseudoanglicismi, che poi ha rappresentato l’abolizione dell’articolo 18, dietro la manipolazione delle parole. Questo è il pericolo, ma c’è anche il ridicolo, per esempio nell’aumento della frequenza di parole come volley che sta soppiantando pallavolo. Crediamo di essere moderni o internazionali? Falso: in inglese si dice volleyball. E quando facciamo outing? Crediamo di elevare il registro rispetto a uscire allo scoperto o fare pubbliche ammissioni? Peccato che in inglese significhi rivelare l’omosessualità altrui, e senza il suo consenso. Così come testimonial in inglese non è un patrocinatore o sostenitore (dunque un padrino o una madrina) famoso, ma è un promotore comune, cioè un testimone; i personaggi noti che prestano la loro immagine sono endorser! La cosa importante sembra non che sia inglese, ma che “suoni” inglese per darci un tono, ciò ricorda l’alberto-sordità di Un americano a Roma, anche se fuori dal cinema c’è poco da ridere e tanto da vergognarci…

Quali anglicismi hai trovato più divertenti se non ridicoli durante le tue ricerche?

R: Quando abbreviamo spending review (che poi sarebbe semplicemente il taglio della spesa) in spending stiamo dicendo esattamente il contrario di quello che vorremmo esprimere. Per decurtare dovremmo dire semmai review, cioè revisione, se invece diciamo “la spending” stiamo indicando “la spesa”, non la sua riduzione! Ciò è divertente o ridicolo? Se fosse un caso isolato sarebbe divertente, ma poiché il ricorso all’inglese è diventato una strategia comunicativa che riguarda ormai il 50% dei neologismi del nuovo Millennio (dai dati di Zingarelli e Devoto Oli), mi pare poco divertente. Anzi, credo che puntare sulla ridicolizzazione di chi usa questo tipo di linguaggio sia l’arma più potente per cambiare la rotta e far riflettere sulle conseguenze del nostro complesso d’inferiorità che ci porta a dire le cose in inglese: stiamo facendo regredire la nostra lingua e stiamo andando verso l’itanglese. Che senso ha in ambito aziendale fregiarsi di dire mission e vision invece di missione e visione? Che senso ha dire influencer invece di influenti o hater invece di odiatori? Trovo ridicolo pensare che dirlo in inglese sia più tecnico o più evocativo, è solo da provinciali e un po’ stupido.

Quali anglicismi invece reputi indispensabili usare anche in italiano?

R: Non esistono parole “intraducibili”, “necessarie” o “indispensabili”. Questa è la più grande menzogna linguistica in circolazione. Usare le vecchie categorie ingenue di prestiti di lusso e di necessità significa non comprendere cosa sta accadendo oggi, è un falso storico e logico. Davanti a una parola che non c’è, oltre a ricorrere ai forestierismi è possibile anche tradurre, adattare o coniare nuove parole. Basta volerlo. Bisogna premettere che le lingue evolvono da sempre anche per l’influsso delle parole straniere e ciò è un bene, ma se si adattano. Non c’è nulla di male anche a importare forestierismi non adattati, sia chiaro, a patto che il loro numero non sia tale da stravolgere il nostro idioma, i nostri suoni, le nostre regole grammaticali. Gli anglicismi hanno superato abbondantemente ogni ragionevole possibilità di sopportazione di queste cose, non si possono trattare come gli altri forestierismi che non incidono sulla nostra lingua. Dalle marche del Devoto Oli, per esempio, la metà dei termini informatici è in inglese. È indispensabile e normale tutto ciò o è una moda deleteria che porta alla colonizzazione lessicale? All’estero non è così. Forse dovremmo riflettere sulle cosiddette parole indispensabili: l’italiano ha perso la capacità di esprimere l’informatica con parole proprie, con buona pace dell’Olivetti, considerata l’azienda pioniera del personal computer (ma non lo chiamava di certo così) o di Roberto Busa, che con i suoi lavori ha creato gli ipertesti 30 anni prima che Ted Nelson ne teorizzasse il concetto. E allora la domanda che poni va ben precisata. Poiché è l’uso che fa la lingua, gli anglicismi “indispensabili” sono quelli che, a posteriori, si sono affermati senza alternative: jeans, per esempio, anche se nella Wikipedia inglese è annoverato tra gli italianismi (visto che deriva da Genova per mediazione del francese che chiamava questa città Gênes). Ma non è una parola indispensabile e necessaria in sé, e infatti in Spagna si dice vaqueros, semplicemente noi abbiamo preferito dirla in inglese. Mouse è necessario? Certo, visto che nessuno dice topo. Ma tutti i nostri vicini lo chiamano topo: souris in francese, ratón in spagnolo, rato in portoghese, Maus in tedesco, e chi ricorre all’inglese lo adatta al proprio sistema, di solito, dallo svedese mus al giapponese mausu. Ciò che è “indispensabile” (come sport, in spagnolo deporte, film, che inizialmente era “la film” perché vuol dire solo pellicola o bar) è il frutto di ragioni storiche, di mancati adattamenti, di mancate traduzioni. Il problema non è estromettere anglicismi ormai storici, ma fermare quello che sta accadendo oggi e che accadrà domani. In gioco c’è l’italiano o l’itanglese del futuro. Ogni anglicismo non è “innocente”, le radici inglesi stanno formando una rete che si espande nel nostro lessico come un cancro: dopo fast food (1982) è arrivato il food design (l’arte dell’impiattare), lo street food (cibo di strada) il junk food (cibo spazzatura) e oggi food indica il settore dell’alimentazione. Questa ricombinazione si allarga sempre più. C’è il pet food (cibo per animali) perché c’è anche il pet sitter, che insieme al cat sitter e al dog sitter esistono senza traduzioni perché a loro volta si sono innestati su baby sitter… Molte parole inglesi, inoltre, diventano “prestiti sterminatori” che fanno morire le parole italiane: computer ha ucciso calcolatore ed elaboratore come si diceva fino agli anni Ottanta, serial killer ha simbolicamente ucciso pluriomicida o assassino seriale, pusher sta soppiantando spacciatore… e il problema che le parole italiane sono sempre meno utilizzabili e tutto ciò che è nuovo si dice in inglese. Queste cose emergano finalmente in modo chiaro nell’Etichettario: gli anglicismi non sono semplici “prestiti”, sono l’assimilazione e l’importazione dell’inglese che diventa un modello virale. La maggior parte degli studiosi si ferma al concetto di “prestito” e non comprende che qui siamo di fronte a un fenomeno ben più ampio che ho chiamato la “strategia degli etruschi” che si sono sottomessi alla romanità, che consideravano evidentemente una cultura superiore, fino a scomparire.

Nel periodo fascista si italianizzava tutto, finanche i nomi propri nelle pellicole cinematografiche straniere o nei libri. Ora linguisticamente non viviamo un’autarchia al contrario?

R: A dire il vero l’italianizzazione delle parole straniere non appartiene al fascismo e non è intrinseca ad alcuna ideologia. Ecco l’ennesimo falso stereotipo che molti ripetono in modo superficiale o tendenzioso. Adattare è un fenomeno naturale e storico che c’è sempre stato, e che appartiene ancora oggi a tutte le lingue sane. Revolver? Il popolo ha già deciso per rivoltella, recitava un vecchio dizionario di fine Ottocento. In francese, oggi, anglicismi come football e camping sono tra i pochi molto più diffusi che in Italia, ma li pronunciano alla francese non all’inglese, così come wi-fi. Noi al contrario cerchiamo di pronunciare tutto in inglese, persino francesismi come stage, che in inglese significa palcoscenico, non tirocinio. Il fascismo ha scatenato una guerra ai forestierismi soprattutto ideologica e patriottica, con modalità sbagliate. Ma avere una politica linguistica, e l’Italia non ce l’ha dai tempi del fascismo, non significa ripercorrere quella politica linguistica. Significa guardare cosa avviene oggi in Francia, in Spagna e persino in Cina. Significa vedere cosa avviene all’estero nei Paesi civili che si pongono il problema della lingua come identità nazionale di fronte alla globalizzazione. La Svizzera ha politiche linguistiche e un’attenzione per la lingua italiana superiore alla nostra, lì il question time parlamentare si dice l’ora delle domande. Da noi invece c’è l’inglese talvolta emulato per darci un tono, e spesso imposto dall’espansione delle multinazionali, dalle pubblicità, dalla nostra classe dirigente, dal mondo del lavoro, dall’informatica, dai giornali. E così si diffonde e si impone senza alternative e colonizza ogni ambito e settore. Difendere la nostra lingua non ha nulla a che vedere con il fascismo, viceversa è la resistenza alla dittatura del’inglese e ha che fare con la libertà di scelta delle parole nostrane.

Riflettevo anche solo per una mera questione estetica certe parole sono davvero brutte tipo appetizer, molto meglio il suo omologo italiano stuzzichino o antipasto. Non è quindi una questione di sonorità, armonia, o piacevolezza.

R: Il concetto di bello e brutto non esiste in linguistica. Cito Leopardi: “L’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara.” La questione vera è allora quella che chiami la sonorità più che la bellezza o l’estetica: le parole inglesi violano le nostre regole ortografiche e i nostri suoni. Per alcune fasce della popolazione, purtroppo quelle che fanno la lingua, dai giornali alle tecno-scienze, dal mondo del lavoro alla pubblicità, questi “corpi estranei” sono preferiti; e la gente che altro può fare se non ripeterli, se le alternative non si fanno circolare? Ma questa rinuncia all’italiano, diventata una regola, sta portando a un italiano ibrido. Bello o brutto dipende dai gusti e dall’assuefazione, per dirla con Leopardi. Siamo sempre più assuefatti e sedotti dai suoni inglesi e ci vergogniamo sempre più di usare la nostra lingua che facciamo morire.

Che tipo di reazioni provochi quando inviti le persone a utilizzare meno anglicismi e più parole italiane? Tra i giovani soprattutto.

R: A dire il vero io non “invito” di solito, ognuno parla come vuole. Cerco semplicemente di fare riflettere sulla questione, di denunciare quel che sta accadendo, e molto spesso questo basta per far cambiare l’atteggiamento e per acquisire un po’ di consapevolezza che poi ci fa decidere su come sia il caso di parlare. Poi c’è anche una schiera di persone convinta che l’inglese sia preferibile. Gli anglomani sono tanti e si annidano soprattutto nella classe dirigente, nei fautori del nuovo aziendalese che usano l’inglese per distinguersi dalle masse ed elevarsi, molto meno nella “popolazione”, che subisce. Tra i giovani mi sono trovato a volte a discutere con ragazzi dei centri sociali che mi guardavano con sospetto come se le mie posizioni fossero “fasciste”; ma dopo il confronto se ne andavano con la consapevolezza che la difesa della lingua davanti alla globalizzazione è qualcosa di “sinistra”, e che non è tanto diversa da difendere la biodiversità davanti agli organismi geneticamente modificati. Insomma, il problema è che sulla questione degli anglicismi girano un sacco di luoghi comuni, di stereotipi e di falsità. E molti linguisti, anche importanti, sono colpevoli della diffusione di queste sciocchezze. Con il dialogo, con i dati e i numeri, i miei argomenti risultano di solito vincenti e persuasivi anche tra i giovani, perché fanno cadere le bufale che circolano e spingono alla consapevolezza.

L’utilizzo di sinonimi arricchisce il nostro lessico e il nostro linguaggio, e più pensiamo bene, più parliamo bene, più scriviamo bene migliorando le nostre capacità intellettive e di interazione con gli altri ho scritto nella mia recensione al tuo libro, concordi?

R: Concordo. Ai tempi di Dante ragionare e parlare erano sinonimi, perché parlare significa prima pensare (almeno in teoria). Senza la circolazione di alternative italiane tendiamo a ripetere ciò che sentiamo dai mezzi di informazione, dagli addetti ai lavori e dalle aziende multinazionali e perdiamo la capacità di pensare in italiano. Siamo convinti che parole come touch screen sia intraducibile solo perché nessuno dice più schermo tattile… e per dire stanziamento o tetto di spesa al posto di budget dobbiamo ormai pensarci un po’: l’italiano non ci esce più naturale e spontaneo, dobbiamo sforzarci. E questo è grave e triste.

Attualmente stai tenendo corsi nelle scuole? Ti piace lavorare coi ragazzi, anche delle elementari? È vero che hai ricevuto il premio Alberto Manzi?

R: Paradossalmente ho appena terminato un corso di “italiano di professione” e scrittura all’interno di un corso di storytelling in una scuola di digital art and communication e ho provato a far riflettere tutti sull’anglicizzazione imperante anche nell’ambito della scuola e della formazione. Tra gli studenti ho registrato più successo che non tra i professori e dirigenti scolastici, anglomani schierati e convinti della superiorità dell’inglese. In nome del mito (spesso falso) dell’internazionalità parlano volutamente di homework invece che di compiti, e i corsi di recitazione si trasformano in acting. Comunque mi piace insegnare, e sono molto legato alla figura di Alberto Manzi, che con la sua trasmissione Non è mai troppo tardi negli anni Sessanta ha contribuito all’affermazione della lingua italiana negli strati sociali meno alfabetizzati. Il ruolo della RAI nell’unificazione linguistica è ormai noto, anche se oggi i mezzi di informazione stanno distruggendo con l’abuso dell’inglese ciò che un tempo avevano unificato. Manzi fu anche un grande pedagogista, e proprio per i miei laboratori, ispirati ai suoi criteri, fatti con i bambini delle elementari, nel 2004 ho vinto la prima edizione del premio a lui dedicato, per la comunicazione educativa nell’editoria tradizionale e multimediale. Mi premiarono assieme a Piero Angela e Federico Taddia.

Progetti per il futuro?

R: Sopravvivere nel mondo del lavoro, continuare a insegnare, scrivere, pubblicare… Non è così scontato nel mondo della cultura, di questi tempi. Se ci riuscirò, mi piacerebbe provare a raccogliere attorno alle mie iniziative sugli anglicismi tutti coloro che non ne possono più dell’abuso dell’inglese. Per il momento la partecipazione è ampia, e vorrei convogliarla in un gruppo di pressione che sia in grado di farsi ascoltare dalla politica, dai giornali, dalle aziende. Come consumatori e cittadini, possiamo forse ancora cambiare il vento che ci sta portando verso l’itanglese. Con le mie pubblicazioni e i miei dizionari ho fatto tutto quello che potevo fare da solo. Ma per continuare questa battaglia non posso più contare sulle mie forze e i miei contributi personali, devo riuscire ad aggregare un’ampia massa critica di persone, per passare dalla denuncia all’azione collettiva. Non è facile, ma vorrei almeno provarci.

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