:: Un’ intervista con Mariagrazia Villa, autrice di Professione Food Writer, a cura di Giulietta Iannone

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copertina_M.Villa_Benvenuta Mariagrazia su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Ci parli di lei dei suoi studi, del suo percorso professionale.

R: Ho una formazione scolastica e professionale che, apparentemente, sembra incongruente, ma se mi volto indietro, posso unire i puntini e vedere un’immagine di me del tutto coerente con chi sono ora. Ogni esperienza mi ha insegnato qualcosa: la laurea in architettura mi ha trasmesso l’attitudine a vedere ogni attività come un progetto; la collaborazione ventennale, come giornalista culturale, con Gazzetta di Parma e altre testate locali e nazionali, mi ha preparato al valore della parola scritta; la pratica, come foodwriter, per uno dei più importanti gruppi alimentari italiani, mi ha permesso di approfondire la creatività e la passione per l’enogastronomia; la docenza universitaria in etica della comunicazione allo IUSVE mi consente ogni giorno di riflettere sulle responsabilità che abbiamo, ogni volta in cui entriamo in relazione con gli altri.

È l’autrice di Professione Food Writer: Ricettario di scrittura con esercizi sodi strapazzati e a la coque, edito da Dario Flaccovio Editore, il primo manuale italiano dedicato appositamente al food writing. Ci parli di come è nata l’idea di scrivere questo libro.

R: Da qualche anno, desideravo mettere nero su bianco quanto ho imparato nella mia lunga esperienza di scrittrice enogastronomica e di docente al master Food & Wine 4.0 – Web marketing and Digital communication dello IUSVE, dove non insegno solo Sostenibilità agroalimentare e conscious eating, ma conduco anche un laboratorio di Food Writing and Web Content Management. L’obiettivo del volume è fare in modo che chiunque voglia diventare food writer o desideri migliorare la propria professione, sotto l’aspetto della cura dei testi, possa trovare tanti utili suggerimenti e consigli testati sul campo. Ragiono come uno chef, infatti: quando scrivo un manuale, non propongo una ricetta, se prima non l’ho realizzata di persona e non mi sono accertata che effettivamente funzioni.

Perché secondo lei questo ritardo in lingua italiana? Prima erano presenti manuali similari adatti perlopiù al mondo statunitense, o perlomeno di lingua inglese. La realtà italiana è particolare e le sue indicazioni e i suoi consigli sono pertinenti proprio alla nostra terra, patria dopotutto della cucina mediterranea.

R: Credo che, paradossalmente, il motivo stia proprio nel fatto che la nostra terra è la patria della cucina mediterranea. Come ha osservato Maria Pia Favaretto, la pubblicitaria ed esperta di communication strategy, durante la presentazione del mio libro a Venezia, il ritardo di un manuale come il mio in Italia è forse da attribuirsi al fatto che chi è completamente immerso in un contesto ritiene di conoscerlo a menadito e di saperlo anche raccontare alla perfezione. Pertanto, può essere che nel nostro Paese non si sia sentita finora l’esigenza di migliorare la scrittura enogastronomica, nell’illusione di non averne necessità. In realtà, penso ce ne sia un gran bisogno. Come spesso accade, essere troppo dentro una situazione ci rende ciechi e talvolta incapaci di evolvere.

Non solo un manuale di cultura enogastronomica, ma proprio un manuale di scrittura, che può essere usato trasversalmente da tutti coloro che scrivono per lavoro. Ci sono indicazioni ed esercizi pratici con i tempi di esecuzione. La sua dimensione di insegnante ha prevalso?

R: Essere un’insegnante ha senz’altro condizionato la struttura di questo volume, che prevede anche una quarantina di esercizi di scrittura creativa e logico-razionale per approfondire la propria scrittura, dallo stile al metodo. È un vero e proprio manuale, che può servire, come lei giustamente osserva, a chiunque scriva di mestiere. La food writing è una delle molte scritture professionali che caratterizzano il nostro tempo, ma le indicazioni e gli esercizi proposti nel libro possono essere declinati ad ambiti differenti da quello enogastronomico ed essere ugualmente utili.

Grazie al digitale ormai le professioni legate al food writing sono innumerevoli, e occupano per la gran parte donne, in che misura pensa questo filone abbia aiutato a svilupparsi il lavoro femminile?

R: Dall’avvento dei blog ai social network, effettivamente le donne hanno assunto un peso via via maggiore nella creazione e nel mantenimento di un proprio personal brand in rete. È interessante notare che, se ancora oggi la maggior parte degli chef è di sesso maschile, la maggior parte dei food blogger, dei food writer e dei food influencer è donna. Non so se questo corrisponda a un maggior sviluppo del lavoro femminile, in termini di retribuzione economica e di riconoscimento sociale, ma sul piano dell’autoaffermazione certamente sì. A patto, naturalmente, che scrivere di cibo sul web non diventi una sorta di uncinetto 2.0, ma una reale professione, per la quale curare la scrittura è fondamentale.

Scrivere in modo professionale implica tante competenze, che consigli darebbe a chi ha ancora una approccio diciamo amatoriale ma vorrebbe accostarsi al professionismo?

R: Consiglio di studiare, studiare, studiare. Che significa leggere buoni libri, seguire le conferenze o i corsi di autori capaci, confrontarsi con scrittori già affermati. E, soprattutto, ricordarsi del Nulla dies sine linea, massima attribuita da Plinio il Vecchio al pittore Apelle, quel figlio di Apollo che fece una palla di pelle di pollo eccetera eccetera, ossia di non far trascorrere nemmeno un giorno senza scrivere: l’allenamento quotidiano è fondamentale! Anche se dobbiamo preparare la lista della spesa, cerchiamo di scriverla bene e, perché no, con un guizzo creativo.

Utilizza un approccio informale e anche divertente, se pur rigoroso. Perché questa scelta? Pensa che l’umorismo aiuti di più a veicolare concetti anche seri?

R: L’umorismo è vitale e, soprattutto in un campo come l’enogastronomia, tradizionalmente legato alla gioia dei sensi, non deve mai essere dimenticato. In generale, comunque, ritengo che l’ironia sia una grande maestra: ci permette di vedere il mondo da altri punti di vista e di rovesciare pregiudizi e falsificazioni. Non è un caso che, nella cultura dei nativi americani, il Sacro Buffone, l’Heyoka, sia colui che permette al ricercatore spirituale di arrivare più velocemente alla verità.

Nell’ultimo capitolo Tiramisù perbene con peccato di gola, dà voce alla dimensione etica di questo affascinante mestiere. Insomma il cibo non è solo gusto, nutrimento materiale, al massimo golosità, ma ha una dimensione realmente spirituale, perlomeno rituale. Ha inoltre un valore culturale, e anche religioso. Come sintetizza tutta questa complessità?

R: Il cibo ci sostiene, e non sostiene solamente il nostro corpo, ma anche la nostra anima. È una constatazione a cui sono arrivate tutte le tradizioni spirituali del mondo. Non a caso, l’atto del nutrirsi è un atto rituale in tutte le culture. Solo la nostra, sempre più mondana, ha confinato il momento del pasto a una mera attività pratica, più o meno gaudente, senza rintracciarne più alcun significato simbolico e interiore. Poiché il cibo è anche nutrimento per lo spirito, la sua costituzionale dimensione etica risulta fondamentale e inalienabile. La stessa affermazione vale per la comunicazione che non può non essere moralmente qualificata e, come ho messo in luce nel mio manuale “Il giornalista digitale uno stinco di santo. 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico”, edito da Dario Flaccovio Editore nel 2018, deve utilizzare le opportunità della rete per migliorare.

Siamo quello che mangiamo, molte malattie dipendono da ciò che mangiamo, pensa anche lei che i cibi bio dovrebbero essere i solo commercializzabili o è un idea troppo estremista?

R: Credo che prima o poi dovremo tutti ritornare al cibo prodotto dalla terra. Siamo invasi da cibi di produzione industriale, ottenuti da un’agricoltura convenzionale che non rispetta la natura e da una zootecnia intensiva che non rispetta il benessere degli animali. Ci stiamo nutrendo di un cibo vuoto e abbiamo bisogno di ritornare a un cibo pieno. La scelta dell’agricoltura biologica è senz’altro la strada che ci permetterà di rimettere contenuti nutrizionali, organolettici e anche spirituali nel nostro cibo quotidiano.

La coscienza ecologica ovvero l’attenzione per l’ambiente quanto gioca in queste professioni legate al food & beverage?

R: Oggi è impensabile essere dei food writer senza una coscienza ecologica. La sostenibilità economica, sociale e ambientale del cibo è la base da cui partire per raccontare l’enogastronomia. Non serve più valutare se un piatto è buono oppure no, se le materie prime sono fresche e di qualità oppure no, se uno chef è sperimentatore oppure no; serve indagare il perché profondo di un piatto: la sua storia, la sua preparazione, la sua influenza sulla nostra salute e su quella del pianeta. Il cibo è in relazione con tutti gli esseri viventi, e chi si occupa di food writing non deve mai dimenticarsene.

La fame nel mondo è ancora lontana da essere debellata, e ormai la denutrizione si sta diffondendo anche nei paesi così detti del primo mondo. Ormai cibarsi sta diventando quasi un privilegio: poter mangiare tre pasti al giorno, poter mangiare cibi sani, acqua pulita non contaminata da plastiche o additivi vari. Cosa può fare un food writer a questo proposito?

R: Un food writer può contribuire a rendere le persone più consapevoli che l’atto alimentare non è più – semmai lo è stato – un atto privato, ma un atto pubblico. Ogni volta in cui scegliamo di mangiare un determinato cibo, influiamo direttamente sui sistemi di produzione, di commercializzazione e di comunicazione di quel cibo. Abbiamo un grande potere, anche grazie alle nuove tecnologie digitali che ci permettono di comunicare con le aziende, e dovremmo esercitarlo, proprio per migliorare la qualità di vita nel mondo. In particolare, di quello in cui non si mangia a sufficienza o non si ha ancora accesso a cibi nutrienti e salutari.

Per concludere, ringraziandola del suo tempo e della sua disponibilità, vorrei che mi elencasse quali sono le tre doti principali che dovrebbe avere un food writer, e cosa pensa i giovani stiano apportando a questo mondo vasto e variegato.

R: Sono io che ringrazio Liberi di scrivere per questa bella intervista! Di doti, il food writer ne deve possedere tante, proprio perché il cibo coinvolge un universo amplissimo. Per rimanere sul piano della scrittura: non utilizzare troppi aggettivi, che considero il vero crack della food writing; non adottare un linguaggio generico, ma cercarne uno specifico, come qualsiasi scrittore professionale dovrebbe fare; essere onesto e trasparente con se stesso e con gli altri perché senza una missione etica non potrà mai andare da nessuna parte, anche se dovesse avere molto successo. Per quanto riguarda i giovani, da quest’anno insegno Giornalismo enogastronomico all’Università di Parma e posso dire che i ragazzi stanno apportando a questa professione molto entusiasmo; confido che siano anche in grado di convogliarlo in una scrittura innovativa, efficace ed eticamente sostenibile.

C’è infine un indirizzo che vuole segnalare dove i suoi lettori la possano contattare?

R: Curiosamente, non ho un blog personale perché non avrei il tempo di seguirlo come vorrei. È possibile, però, trovarmi su Facebook, su Instagram e su LinkedIn e all’indirizzo: gdigiornalismo@gmail.com. Con i miei tempi, confesso non sempre rapidi, riesco a dare risposta a tutti. E sono felice di aiutare, per quel che posso, chiunque voglia chiedermi suggerimenti o consigli di scrittura. Che si tratti di scrittura enogastronomica o di scrittura tout court.

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