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:: Scambiare i lupi per cani di Hervé Le Corre (Edizioni E/O 2018) a cura di Giulietta Iannone

9 dicembre 2018
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Franck è un ragazzo di poco più di venticinque anni appena uscito di prigione. C’è poco altro da dire, se non che si è fatto cinque anni di carcere per non tradire il fratello Fabien, con cui fece una rapina sfortunata raccogliendo però un discreto bottino, che se vogliamo sarà il centro su cui ruoterà tutta la storia. Comunque Franck è stato zitto, nonostante il buon senso e l’avvocato difensore gli consigliassero di non prendersi tutta la colpa. Dopo la condanna ha affrontato coraggiosamente gli anni di privazione della libertà in compagnia di delinquenti ben peggiori di lui e di tutte le limitazioni e disagi che comportano vivere in celle anguste, senza donne, sempre pronti a subire un’ aggressione se non si sta bene attenti a chi si frequenta, a chi si pesta i piedi.
Purtroppo però se dentro almeno ci sono regole che se rispettate ti garantiscono una relativa tranquillità, e poi c’è sempre il miraggio di uscire, di tornare nel mondo libero a darti la forza di andare avanti, fuori se è possibile è ancora peggio, e Franck lo capirà sulla propria pelle, nel peggiore dei modi.
Questa in breve è la morale piuttosto nera di Scambiare i lupi per cani (Prendre les loups pour des chiens, 2017) di Hervé Le Corre, tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca. Di Le Corre, sempre grazie a Edizioni E/O si è già potuto leggere Dopo la guerra, apprezzando la scrittura notevole di questo autore originario di Bordeaux e pluripremiato in patria. Un noirista di razza insomma, che sicuramente interesserà chi ama questo genere di letteratura che non risparmia le declinazioni più nere della violenza, spesso senza riscatto.
Se vogliamo in questo romanzo abbiamo tutti i principali archetipi del noir criminale, aggiornati ai tempi di oggi, con un tocco di follia in più, e acuiti dalle disparità sociali, dalla povertà morale e materiale sempre più diffusa, dalla crisi e la disoccupazione che rendono il crimine una strada come un’altra da intraprendere nella dura lotta per la sopravvivenza, dal consumo di alcool e droghe di tutti i tipi per sopportare violenza, umiliazioni e sconfitte, dalla difficoltà per i piccoli delinquenti di arrangiarsi con furti, rapine, e traffici più o meno illeciti, dal contrabbando allo sfruttamento più gratuito.
Franck però non è esattamente un criminale incallito, anzi manco il carcere l’ha indurito e reso capace di perdere la sua umanità e questo se vogliamo è la sua condanna e nello stesso tempo la sua salvezza.
Ma andiamo con ordine, quando ad attenderlo fuori dalla prigione trova Jessica, la ragazza di suo fratello, accetta il passaggio e l’ospitalità, senza sospettare minimamente il guaio in cui si sta cacciando.
Jessica vive coi genitori Roland e Maryse, e la figlia di otto anni Rachel in una grande casa persa nella campagna, sul limitare di un bosco, difesa unicamente da un cane nero pazzo come i padroni.
Anche se ingenuo infatti Franck capisce che qualcosa non va in quella famiglia disfunzionale, anche se si lascia sedurre senza opporre troppe resistenze dal fascino di Jessica, che nei momenti buoni è solare, sexy e affascinante. Il fatto che sia la ragazza di suo fratello non lo ferma molto, ma seguirla nei suoi vagabondaggi notturni gli farà ben presto capire che più che una dark lady, o una femme fatale, è in realtà una ragazza con seri problemi, che pian piano diventano anche i suoi.
Intanto Fabien dovrebbe essere in Spagna per suoi traffici e non ritorna, e la convivenza con questa gente diventa sempre più difficile, senza contare l’incontro con Serge, un gitano con cui Roland porta avanti dei traffici legati apparentemente ad auto rubate, che poi si rivelerà un personaggio cardine in tutta questa intricata e sporca vicenda.
La situazione precipita quando entra in scena Ivan il Serbo una conoscenza di Jessica, da qui in poi la situazione precipiterà in un crescendo di violenza sempre più efferata, dove niente però è come sembra. Solo negli ultimi due capitoli ci sarà un disvelamento e si farà infatti luce sul ginepraio di sordidi inganni che hanno retto fin qua la trama, sapientemente fumosa e piena di contorte ambiguità che appunto acquisteranno un senso solo alla fine come in un improvviso gioco di prestigio.
Unica luce il tenero rapporto tra Franck e la bambina, Rachel, di cui bene o male il ragazzo si prenderà cura diventando per lei quasi una figura paterna, la bambina è infatti la sola davvero innocente in tutta questa storia, la sola che sapeva tutto fin dall’inizio, da questo infatti acquista un senso il suo comportamento apparentemente strano, il suo mutismo, il suo non voler mangiare, il suo guardare gli adulti con rassegnazione e disprezzo.
A tratti crudo, per poi riservare improvvisamente e senza preavviso momenti di dolcezza e delicatezza, solo sporcati da una velata disperazione, lo stile di Le Corre alterna registri e stili, arrivando a permettersi uno linguaggio letterario e evocativo quando descrive la natura, i mutevoli colori del cielo, o anche il semplice scoppiare di un temporale. La periferia, i supermercati e i centri commerciali, i campi riarsi di mais, i palazzoni anonimi e grigi, fanno poi da sfondo a una storia in cui il degrado sociale si insinua nelle pieghe di una narrazione a tratti poetica, nella costrizione delle frasi e nell’accostamento azzardato e imprevedibile delle parole, funzionale a un attento scavo psicologico dei personaggi che più borderline di così è difficile immaginare.
Roland e Maryse, i Vecchi come li chiama Franck, due inariditi e usurati alcolizzati, recitano alla perfezione la loro parte senza lasciare il tempo a Franck di decifrare le increspature, le piccole frantumazioni di vite vissute ai margini, sempre in cerca di soldi, droga, o auto rubate. E il fascino di Jessica, più strega che sirena, fa il resto. Ma Franck ce ne metterà di tempo a capirlo, forse solo il lettore lo farà un attimo prima, ma Le Corre è bravo a depistare pure lui.
Notevole.

Hervé Le Corre vive nella regione di Bordeaux, dove insegna. Autore molto apprezzato, ha vinto numerosi premi tra cui il Prix Mystère, il Prix du roman noir Nouvel Obs/Bibliobs e il Grand Prix de Littérature policière. Con Il perfezionista (Piemme 2012), che in Francia ha venduto più di 50.000 copie, ha ottenuto il prestigioso Grand Prix du roman noir français di Cognac e il Prix Mystère de la critique. Nel 2015 le Edizioni E/O hanno pubblicato Dopo la guerra.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Colomba e Giulio dell’Ufficio stampa EO.

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:: Paul Bowles, viaggiatore dell’anima a cura di Giulietta Iannone

5 dicembre 2018

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Paul Frederic Bowles nacque il 30 dicembre del 1910 a New York, città di per sé cosmopolita, forse la più sofisticata e cosmopolita d’America, capace di trasmettere al giovane Paul (nonostante la disprezzasse profondamente) oltre a una notevole dose di curiosità, che sviluppò grazie a un talento artistico eclettico e precoce, una certa irrequietezza e allergia a dogmi e regole sociali prestabilite, che fecero di lui un viaggiatore dell’anima, prima ancora che un viaggiatore in senso letterale. La sua radicale indipendenza, che gli procurò in vita sia estimatori che detrattori, (il critico Leslie Fiedler arrivò a definirlo il pornografo del terrore), e ora l’oblio, lo spinse ad abbandonare l’università, appena diciottenne, per un viaggio in Europa, senza dire niente ai suoi genitori e portando con sé una copia de I falsari di André Gide.

Arrivò a Parigi, la caotica e bohémienne Parigi della fine degli anni ’20, il centro artistico del mondo, dove tutto succedeva, dove Gertrude Stein aveva radunato la sua corte pittoresca e variopinta di scrittori statunitensi espatriati, lontani dalla propria terra e dalle proprie radici, di cui Paul Bowles, impeccabilmente vestito da perfetto dandy, (stile e fascino che conservò per tutta la vita), fece parte per un breve ma significativo periodo, prima di intraprendere il viaggio che gli avrebbe cambiato la vita.

Del suo incontro con Tangeri (in arabo: طنجة, Tanja) poco sappiamo, misteriosi restano anche i motivi per cui decise di eleggere la città a sua patria di adozione. La sua autobiografia è piuttosto avara di informazioni in merito ed emergono pochi accenni, che non fanno veramente luce su un incontro che si presume drammatico e violento: una pioggia di luce, vicoli affollati sulle sponde del Mediterraneo, bazar, caffè, mosaici dai colori sgargianti, spezie, odore d’ incenso bruciato e hashish, cieli di un blu accecante. Sappiamo comunque per certo che se anche disse che vi si trasferì per caso qualcosa di questa città lo colpì così nel profondo che già nel 1947, appena dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, divenne la sua città e decise di trasferirvisi definitivamente, fino alla morte avvenuta nel 1999.

Il rapporto che lo legò a Tangeri resta ambiguo, ma non è difficile ritenere che la città gli concesse una libertà che altrove non avrebbe goduto. Paul Bowles restò senz’altro affascinato dalla cultura della città, porto franco, crocevia di genti esotiche, legate a codici misteriosi a seconda dei gruppi etnici a cui appartenevano, a un passo dalle coste della Spagna. E dallo spirito tollerante che si respirava, dove ognuno poteva vivere la propria sessualità in piena libertà.

Tangeri in fondo era il suo esilio, il suo rifugio, il luogo perfetto per creare e per ospitare, con la moglie Jane Auer anch’essa scrittrice, gli espatriati nord americani che vagabondavano per il piuttosto affollato nord Africa in cerca di avventure lecite e spesso illecite, gente interessante come William S. Burroughs, Tennessee Williams, o Truman Capote. Pur tuttavia il senso di estraneità, tipico dell’occidentale in visita in un nuovo mondo, che coltivò come un vezzo e traspare vividamente in ogni suo scritto, non lo abbandonò mai. Ma non dobbiamo confondere l’estraneità, con la superiorità. A differenza dell’esotismo spiccio che contagiava molti suoi (ex)connazionali, Bowles mantenne un rispettoso distacco scevro di giudizi o finta pietà nei confronti del mondo arabo islamico.

Nei suoi quattro romanzi, e più di sessanta racconti brevi, quasi sempre troviamo come protagonista un occidentale perso in un labirinto, violentemente a confronto con le proprie contraddizioni e quelle di un mondo (altro) dove ogni senso sembra esasperato. Pensiamo a Tè nel deserto, forse il suo romanzo più famoso, anche grazie soprattutto alla visione granulosa e scabra che ne fece Bernando Bertolucci proiettandolo sul grande schermo, o a Lascia che accada del 1952, romanzo breve ambientato nel periodo in cui Tangeri era città internazionale, forse il mio preferito. Bowles non scrisse solo romanzi e racconti, ma anche libri di viaggi, saggi, poesie, traduzioni, centinaia di recensioni, un’ autobiografia, Senza mai fermarsi: una autobiografia (Without stopping, 1972), e Jeffrey Miller pubblicò una raccolta di sue lettere, In Touch nel 1995, pochi anni prima della sua morte, rendendo così fruibile parte della sua corrispondenza. E compose musica, non da dilettante. Ma soprattutto non visse solo in Marocco, anzi visitò anche la zona del Sahara, l’Algeria, la Tunisia. Il suo sguardo ovunque si posasse registrava con spietata lucidità le luci, e soprattutto le ombre, di un mondo in cui una violenza occulta serpeggiava, si insinuava nelle pieghe dell’anima anche dei più refrattari.

Tacciato di freddezza, accusato di insensibilità, e persino di immoralità, Bowles racchiuse nei suoi libri una visione, una personale e cruda esposizione di fatti, di movimenti interiori, di sconfitte e di vittorie. E soprattutto lo fece in modo non convenzionale, non schiavo delle mode o del pensiero dominante. Non adulava (o peggio rimpiangeva) il grasso Occidente da cui era fuggito, non idolatrava, senza vederne i difetti, la terra che l’aveva accolto. Paul Bowles insomma rappresentò per la sua generazione un punto di riferimento, e sembra sconcertare l’oblio con il quale oggi è accolto. Pochi hanno letto i suoi romanzi, ancora meno i suoi racconti. Ho provato a chiedere chi è Paul Bowles, molti candidamente mi hanno risposto che non lo conoscevano, altri vagamente l’avevano sentito nominare, mentre conoscevano la vicenda narrata in The Sheltering Sky. Per il film, non per il libro. Quando forse mai quanto in questo periodo storico è interessante confrontarsi con una personalità lucida e tagliente quanto fu quella di Paul Bowles, tra post- colonialismo e cultura araba.

:: L’ultimo respiro del drago di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2018) a cura di Giulietta Iannone

3 dicembre 2018

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Innanzitutto va detto che l’inquinamento non è un problema solo cinese, la qualità dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo, della terra dove coltiviamo verdura, frutta, cereali, e quant’altro è un problema globale, che ci riguarda tutti. Non c’è niente di più volatile dell’aria, èd utopistico pensare che non si sposti, e raggiunga in breve tempo tutti gli angoli del pianeta. Pensiamo solo alla nostra povera Italia, tra la Terra dei Fuochi, i rifiuti pericolosi interrati dalle varie mafie in ogni dove, e l’incidenza ormai fuori dal livello di guardia delle malattie leucemiche e tumorali.
Di inquinamento si muore, ormai lo sappiamo tutti. E si muore male. Avendo visto morire mio padre di cancro ai polmoni ne ho una visione abbastanza chiara del problema.
La questione cinese è forse peculiare se rapportata al tipo di società, e di struttura politica, fortemente gerarchizzata e centralizzata (l’esistenza di un Partito unico focalizza le eventuali colpe, che nelle nostre democrazie occidentali vengono distribuite tra partiti al potere e opposizione), insomma se la necessità di una crescita economica sempre maggiore diventa un’indispensabile priorità per l’autoconservazione del potere, può sorgere il dubbio, suffragato in realtà da molti fatti, che lo Stato si disinteressi della salute dei suoi cittadini e tuteli (con misure in realtà marginali, come depuratori di ultima generazione, cibo biologico, acqua pulita) solo l’elite, i privilegiati a discapito della gente comune in balia delle peggiori conseguenze nefaste.
Però è più che evidente che la salute del pianeta è un’esigenza vitale per tutti, compresi gli alti dirigenti del Partito della Città Proibita, che dubito ignorino il problema, semmai non sanno bene come risolverlo, pensiamo per esempio dall’altro lato dell’Oceano, al presidente americano che minimizzava le conseguenze del riscaldamento globale (probabilmente a fini elettorali, per dare un contentino alle lobby dei grandi industriali), anche se in realtà ultimamente sta un po’ rivedendo le sue posizioni, e ammettendo che un problema esiste.
Tutto questo lungo preambolo per dire che l’argomento al centro di questo libro è piuttosto delicato, e politicamente strumentabilizzabile. Ma il talento artistico di Qiu Xiaolong ne fa un soggetto ideale di denuncia e di autocoscienza, pur inserendo tutto in un contesto di trama gialla.
Leggevo giorni fa che un fotografo cinese, specializzato nel fotografare i danni ambientali, è stato arrestato avvalorando la tesi dell’utilizzo di strumenti coercitivi per impedire la diffusione di notizie.
Probabilmente la realtà supera la fantasia, o quello che può essere contenuto un libro di narrativa, ma gli spunti sono molteplici, proprio per questo la lettura di questo libro è molto interessante, specie se amate i noir con una forte impronta sociale, e l’ambientalismo e l’inquinamento globale si può dire siano temi caldi, di stretta attualità. Ben venga dunque un romanzo che veicola questi concetti, e aumenti la nostra consapevolezza personale. In molti noto, anche qui in Occidente, un disinteresse e una rassegnazione fatalistica, e questo è un male perché ognuno di noi deve lottare per i priori diritti, per la propria salute, per il proprio benessere.
Che poi le guerre economiche siano anche combattute sulla pelle dei cittadini è un fatto piuttosto incontrovertibile, e vi partecipano allegramente entrambi gli schieramenti sia in Occidente che in Oriente, l’importante è capire se ci sono dei limiti non valicabili, e concordarli, magari sotto l’egida dell’ONU, in nome dell’utilità e del bene comune delle generazioni presenti e future. Insomma il nostro pianeta lo erediteranno i nostri figli e nipoti, ed è nostra precisa responsabilità ciò che troveranno e le innumerevoli sofferenze che saranno destinati ad affrontare.
Tornando al libro, L’ultimo respiro del drago (Hold Your Breath, China, 2017), edito da Marsilio e tradotto dall’inglese da Fabio Zucchella, appartiene alla serie dedicata all’ispettore capo Chen Cao, del poeta e scrittore cinese, Qiu Xiaolong, che dal 1989 vive e insegna negli Stati Uniti. Condizione privilegiata che lo pone al bivio dei due mondi, vedendone i pregi e i difetti pur restando un punto di incontro tra Oriente e Occidente. Qiu Xiaolong ha un taglio molto critico e anche a tratti duro sui mali che affliggono oggi la Cina, non solo a livello politico ed economico, ma proprio sociale, dal clientelismo fortemente radicato, alla corruzione, a una certa anarchia, fino a una distorta sfera dei valori e delle priorità di stampo fortemente materialistico. Insomma l’idolatria del successo, del benessere economico, sono una parte fondamentale del Dna sociale cinese, a prescindere dalle direttive statali e questa distorsione viene pesantemente criticata dall’autore.
Dal punto di vista politico, certo il socialismo orientale cinese (l’autore ripete diverse volte con connotazioni negative e antidemocratiche l’esistenza di un Partito Unico) poi ha tutte caratteristiche sue proprie imbevute di confucianesimo, animismo e superstizione. E ricordiamoci la società cinese è l’ultima società socialista ancora vitale, grazie anche al suo trasformismo, e alla sua capacità di adattarsi a un mondo in forte evoluzione, pur conservando forti matrici idealistiche e spirituali di stampo comunitario.
La cosa che amo di più dei romanzi di questo autore è tuttavia è quello di far apparire in filigrana la grandezza e l’importanza della cultura cinese e della sua millenaria tradizione non ostante i mali che l’affliggono. Insomma non si fa fermare dal pessimismo, ma impreziosisce con pennellate di vera poesia, una struttura narrativa molto evocativa e “antica”. Cita molte poesie dell’epoca Tang, Song, e Qing, inserendole nel contesto narrativo, come fa con proverbi e modi di dire tipicamente orientali o con testi fondamentali della narrativa cinese antica, come i Trentasei stratagemmi, un trattato di strategia militare cinese che descrive una serie di astuzie usate in guerra, in politica e nella vita sociale. E allo stesso tempo fa così anche con la letteratura occidentale, che ben conosce, citando da Thomas Stearns Eliot, a Milan Kundera, con una leggerezza affatto didattica e una precisione anche psicologica molto netta.
L’ ispettore capo Chen Cao è un poliziotto molto anomalo che si discosta dalla figura del burocrate, innanzitutto è un poeta e un traduttore molto sensibile; è un fine gourmet, apprezza i piaceri del cibo e della tavola anche per la loro valenza culturale; è un ottimo investigatore riconosciuto per le sue eccezionali doti morali e per il suo acume intellettuale. All’inizio fortemente in ascesa nella struttura piramidale sociale cinese, ora vive un periodo di dubbio ed è sottoposto a controllo, probabilmente per valutarne la personale integrità ideologica. Insomma sta rischiando di vedere sfumare il brillante futuro che avrebbe potuto avere, anche se la mobilità e l’incertezza toccano tutti in Cina dai grandi industriali con grandi ricchezze, ai compagni segretari come Zhao, grande protettore dell’ispettore Chen. Insomma da un giorno all’altro si rischia di perdere tutto, per un passo falso, una delazione, un video su Youtube o per l’accanirsi di un nemico politico, magari avverso per motivi meramente personali. Nessuno è intoccabile. Tanto meno Chen Cao.
Per quanto riguarda l’indagine, in realtà ce ne sono due parallele, una portata avanti dai poteri di polizia, riguardante un serial killer che uccide a cadenza regolare per le vie di Shanghai. La seconda portata avanti in prima persona dall’ispettore Chen e condotta sotto copertura. In apparenza Chen fa da guida turistica al compagno Zhao, in trasferta da Pechino a Shanghai per una vacanza salutista, in realtà sempre per suo incarico deve indagare sulle riunioni clandestine di un gruppo di ambientalisti, capeggiati da una sua ex fidanzata (in un certo senso il romanzo può essere considerato un sequel di Le lacrime del lago Tai), preoccupati per l’alto tasso di inquinamento dell’aria e scoprire cosa hanno in progetto di fare. Alla fine ci sarà un punto di convergenza delle due indagini, brillantemente condotte sia da Chen che dal suo braccio destro Yu, con la collaborazione non marginale di sua moglie Peiqin.
Non dico di più se no vi rovino il piacere della lettura, e quindi non mi resta che lasciarvi al libro. Alla prossima.

Xiaolong Qiu, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre alle inchieste dell’ispettore Chen, pubblicate in trenta paesi, già adattate per una popolare serie radiofonica della Bbc e presto anche per una serie televisiva, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao. www.qiuxiaolong.com/

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.

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:: Professione Food Writer: Ricettario di scrittura con esercizi sodi strapazzati e a la coque di Mariagrazia Villa (Dario Flaccovio Editore, 2018) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2018
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Primo manuale in lingua italiana dedicato al food writing nella sua più ampia e completa accezione del termine, Professione Food Writer: Ricettario di scrittura con esercizi sodi, strapazzati e a la coque è un’utile guida pratica per tutti coloro che si avvicinano con curiosità alle professioni, (a volte nuove, grazie al digitale) collegate a quella frangia di mercato piuttosto magmatica e variegata che si occupa di cultura enogastronomica.
Ma non è solo questo, nello stesso tempo è anche un agile e vero e proprio manuale di scrittura, con al termine di ogni capitolo esercizi atti a risvegliare la nostra creatività e fantasia, oltre alle competenze necessarie per scrivere in modo professionale.
L’autrice, Mariagrazia Villa, con un curriculum di tutto rispetto (vi rimando al profilo bio) e più di trent’anni di esperienza, utilizza un approccio informale e anche divertente, se pur tuttavia rigoroso, e ci accompagna passo passo in un mondo non privo di incognite se non di veri e propri rischi, (tra cui il peggiore di tutti è quello di perdere la nostra credibilità) che brillantemente ci consiglia come evitare.
La prefazione è affidata a Maria Pia Favaretto, pubblicitaria e docente e direttore didattico del Master Food & Wine 4,0 – Web Marketing & Digital Communication dello IUSVE, l’Istituto Salesiano Universitario di Venezia. Vi consiglio di non saltarla e di leggerla, perché è molto interessante, parte da un approccio storico, per trattare anche se non approfonditamente la dimensione biologica, filosofica, culturale ed etica di un fenomeno ormai diventato mediatico, con vere e proprie icone del food system.
Insomma c’è materiale per tanti e tanti libri, e Mariagrazia Villa ha il dono della sintesi e della essenzialità, insomma racchiude tutto in relativamente poche pagine: il libro si compone di sei capitoli e trecento pagine, e può essere studiato, e io vi consiglio di farlo, scorrendole e trovando i temi di vostro maggiore interesse.
Molte cose le sapevo, in linea teorica, e anche se io non mi occupo di food & beverage, ma di libri, sono una book blogger, ho trovato il libro molto interessante, segno che la trasversalità è davvero utile nel nostro mestiere, che occupa in gran parte donne, favorendo così l’imprenditoria femminile.
Il capitolo in assoluto più interessante, per me almeno, è stato l’ultimo Tiramisù perbene con peccato di gola, che dà voce alla dimensione etica di questo affascinante mestiere, solo apparentemente frivolo, ma in realtà capace davvero di toccare campi fondamentali come la salute, la qualità della vita, il rispetto per se stessi e gli altri. La nutrizione insomma ha dimensioni, non vi spaventi il termine, spirituali che in molti sottovalutano e può davvero diventare un campo di studio e approfondimento del comportamento umano.
I mestieri legati al food writing sono molti e tutti appassionanti, dal blogger al critico, dall’addetto stampa allo scrittore, e sebbene c’è tantissima concorrenza, le armi per distinguersi sono numerose e non vanno spuntate con il pressappochismo, la povertà narrativa o la meschinità morale.
Ringrazio Barbara Valla dell’ ufficio stampa Artisenzanome di avermi preso in considerazione e contattata per propormelo in lettura, in realtà ho esitato un po’, poi la curiosità è stata prevalente, e la gallina in copertina determinante.
Spero in futuro di potere intervistare l’autrice, ora vi rimando alla lettura del libro, sono certa che ne saprete fare tesoro, magari vi aiuterà davvero a diventare una food writer di successo.

Mariagrazia Villa ha lavorato per vent’anni, come giornalista culturale, per “Gazzetta di Parma” e altre testate locali e nazionali. Come copywriter e food writer, ha collaborato per quindici anni con il Gruppo Barilla, per il quale ha diretto il magazine online Italian Food Lovers. Ha scritto 38 libri di cucina per Accademia Barilla e le sette Guide dei Musei del Cibo della provincia di Parma. Insegna Etica e deontologia ed Etica e media nei corsi di laurea triennale e magistrale dello IUSVE ed è docente di Sostenibilità agroalimentare e conscious eating e di Food Writing e Web Content Management presso il Master Food & Wine 4.0 – Web Marketing & Digital Communication di IUSVE.

Source: libro inviato da Barbara Valla dell’ Ufficio Stampa dedicato, che ringraziamo.

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:: Un’ intervista con Lindsey Davis a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2018

libro Il mito di GioveSalve Signora Davis. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Lei è una scrittrice inglese di romanzi storici, molto conosciuta per essere l’autrice della serie di Falco, un titolo su tutti Le miniere dell’imperatore. E ha in uscita un nuovo romanzo in Italia dal titolo Il mito di Giove. È inoltre un punto di riferimento per tutti gli scrittori che iniziano a scrivere storie gialle ambientate nell’Antica Roma. Ci parli di lei. Punti di forza e di debolezza.

R: I miei punti di forza: sono di mente aperta, ribelle, curiosa, seria, ho sufficiente immaginazione e abilità per scrivere bene. Sulle mie debolezze non ho idea, eccettuato forse l’età.

Ci parli del suo background, dei suoi studi, della sua infanzia.

R: Sono di Birmingham, una grande città industriale con una forte identità culturale (un posto che non aveva tuttavia gli Antichi Romani). Provengo in origine dalla classe operaia, ma ho un’educazione borghese e sono cresciuta in una città fortemente danneggiata dalla Seconda Guerra Mondiale. Ho frequentato molte buone scuole ricevendo una educazione umanistica, all’Università di Oxford ho conseguito una Laurea in Lingua e Letteratura Inglese. Poi ho avuto un “vero” lavoro per 13 anni per i servizi governativi, prima di iniziare a scrivere a 35 anni.

Quando si è accorta di voler diventare una scrittrice? Quando ha deciso di iniziare a scrivere romanzi storici ambientati nell’Antica Roma?

R: Quando avevo 5 anni e il mio insegnante di scuola elementare disse che noi non dovevamo esercitarci a scrivere copiando dai libri, ma dovevamo inventare le nostre proprie frasi. Mi orientai verso l’Antica Roma quando la mia prima scelta, la Guerra Civile Inglese, non fu presa in considerazione per la pubblicazione. Volevo fare qualcosa di originale.

C’è stato un insegnante che le è stato di modello, di ispirazione?

R: Al liceo ho avuto diversi insegnanti di inglese che mi hanno insegnato veramente seriamente a comprendere l’analisi testuale, che successivamente ho approfondito sia per quanto riguarda lo studio della lingua, delle parole, della grammatica a livello universitario. Questi sono i miei migliori strumenti come scrittrice. Ho anche conosciuto due dei miei insegnanti di inglese, e regolarmente li vedevo. Sono anche molto in debito con uno dei miei insegnanti di latino, che fondò una Società Archeologica a scuola. Scherzando dico sempre che devo la mia intera carriera alla sua decisione di fare entrare nella sua Società i ragazzi della scuola della porta accanto. Quando ho iniziato a scrivere romanzi sull’Antica Roma, il mio lavoro si basava come punto di partenza su studi archeologici specialmente rivolti alla vita di tutti i giorni della gente comune, piuttosto che avere una visone elitaria basata sulla letteratura.

Ci racconti del suo debutto. Della sua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

R: Ho partecipato a diversi concorsi per romanzi storici, entrando in finale tre volte compreso con i miei romanzi attualmente pubblicati The Course of Honour e The Silver Pigs (Falco 1). Una dei giudici era una editor di narrativa per un Magazine per donne vecchio stile; lei ha comprato diversi miei racconti, permettendomi di continuare a scrivere. Falco fu rifiutato da tutti i maggiori editori di Londra, adducendo che i romanzi sull’Antica Roma erano ritenuti troppo difficili per la narrativa popolare, prima che un editor accettasse due miei libri. Lui, Oliver Johnson, è ancora il mio editor dopo 30 anni! Dopo dieci anni ha anche accettato The Course of Honour, la vera storia dell’Imperatore Vespasiano e Antonia Caenis, che in molti pensano sia il mio miglior romanzo.

Cosa ama di più quando scrive un libro?

R: Amo tutto il processo di scrittura. Penso che il mio divertimento si veda e passi ai miei lettori.

Che ruolo svolge Internet nella scrittura, nella ricerca e nel marketing dei suoi libri?

R: Quando ho iniziato non c’era Internet. Così lo tratto con molta cautela. Attualmente penso che abbia un grande valore didattico, se non ti disperdi e sai discernere cosa stai cercando; poiché sono uno studente indipendente, non dipendo da nessuna Università, per l’archeologia o i classici, per me è uno strumento molto utile. Consulto la stampa online per restare al corrente con le recenti scoperte. Uso Internet per cercare libri difficilmente reperibili. Ho un sito web, con un bottone di contatto per le email, ma NON uso i social media. Odio il loro essere così frequentemente vacui, e insensati, depreco il bullismo, e disapprovo l’approccio frettoloso alla storia.

Può dirci qualcosa sul suo più importante protagonista Marco Didio Falco?

R: Inizia come un classico investigatore, vive e lavora in tetre circostanze, ma alla fine diventa un uomo ricco ed di successo, con una famiglia. È cinico, divertente, intelligente, determinato, non ha paura di porsi contro il sistema, è appassionato di giustizia. È un ragazzo di città, ha una sola donna, è un buon amico, un mentore, gentile con il suo cane.

Progetti cinematografici?

R: Ci stiamo spostando dal “possibile” al “probabile”.

Legge autori contemporanei? Quali sono i suoi favoriti? Chi pensa abbia influenzato la sua scrittura?

R: Una cosa triste è che non ho abbastanza tempo per leggere tutto quello che vorrei. Molte delle mie letture ora sono per ricerca, ma leggo biografie storiche e vado su “Study Days” che ha un programma molto vario, specialmente vado in cerca di classici dimenticati (recentemente Trollope, Les Miserables, Goldsmith, Shelley, le opere teatrali Jacobean).

Cosa sta leggendo al momento?

R: Un immenso libro sui giardini degli Antichi romani.

Facciamo un gioco. Mi dica un aggettivo per ciascuno di questi scrittori: Flannery O’Connor, Margaret Atwood, Joyce Carol Oates, Nabokov, Cormac McCarthy.

R: Scusami non voglio farlo. Non sono preparata – inoltre odio condannare un autore a un singolo aggettivo!

Le diverte fare tour promozionali? Racconti ai suoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R: Mi diverto se la gente sta bene. Sempre più (come una persona ormai in pensione e con un problema alla spina dorsale) li trovo molto stancanti, così devo limitare quello cha faccio.

È un’autrice molto acclamata dalla critica. Ha mai ricevuto cattive recensioni nella sua carriera?

R: Oh, naturalmente le ho avute. Probabilmente anche per gelosia, siccome la peggiore di tutte iniziò con “ha venduto troppi libri”.

Come è il suo rapporto coi lettori? Come possono mettersi in contatto con lei?

R: Sono orgogliosa di dire che ho sempre attratto i lettori a contattarmi anzi molti mi dicono che non hanno mai contattato uno scrittore prima di me. Naturalmente ci sono i brontoloni che mi segnalano errori storici, e i maniaci che sono ossessionati dalla punteggiatura. Sono solitamente in disaccordo con loro. La maggior parte comunque sono molto carini. Adesso per la maggior parte mi contattano per email tramite il mio sito, ma qualcuno scrive ancora vere lettere e me le manda attraverso il mio editore.

Verrà in Italia a presentare i suoi romanzi?

R: Sto venendo a Roma il 3 dicembre.

E infine, un’ ultima domanda: a cosa sta lavorando adesso?

R: Sto editando il settimo libro di Albia, da cui stanno estraendo uno script cinematografico, e sto scrivendo una novella intitolata Invitation so Die, per il download digitale, e infine mi sto preparando per l’ottavo romanzo di Albia.

:: In cucina con Kafka di Tom Gauld (Mondadori 2018) a cura di Giulietta Iannone

28 novembre 2018
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È davvero molto divertente In cucina con Kafka (Baking with Kafka, 2018) di Tom Gauld, edito in Italia da Mondadori nella collana Oscar Ink e tradotto da Claudia Durastanti. Se amate i libri perché li scrivete, li leggete o lavorate a vario titolo nel mondo glitterato dell’editoria, un must che non deve mancare nelle vostre librerie. L’ho già individuato come un regalo perfetto per un paio di persone (in realtà molto snob) questo Natale.

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Perché dei libri si può anche ridere e con le vignette di Tom Gauld lo si fa davvero. Il ragazzo (va beh ragazzo è un fumettista scozzese poco più che quarantenne) è dotato di un umorismo non cattivo, ma dissacrante e ironico che non risparmia pose e debolezze di un mondo che a volte diciamolo si prende troppo sul serio. Ci voleva qualcuno che con leggerezza e umorismo ce ne evidenziasse i lati grotteschi, stravaganti se non veramente ridicoli o assurdi.

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Le vignette non sono originali, ma sono già apparse in diversi giornali: nel supplemento letterario del Guardian, sul New Yorker, e sul New York Times, ciò non toglie che la loro freschezza e verve è intatta e giungono a noi in una forma molto curata. Innanzitutto le vignette sono a colori, la fascetta cita che il libro è vincitore del premio Eisner 2018, premio mai sentito ma deve essere qualcosa di rilevante nel settore, la copertina è di cartonato rigido, ben rilegata. Insomma anche come oggetto libro, se valutate di regalarlo, come ho fatto io, è molto gradevole. E costa 18 Euro.

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Tom Gauld non prende di mira autori particolari per gettarli nella gogna del pubblico ludibrio, come sembra di moda andare oggi, ma prende in giro più che altro atteggiamenti, preconcetti, manie di un po’ tutti quanti. Va beh cita Jonathan Franzen e ironizza sul suo rifiuto del mezzo Internet, non la considererei un’ offesa, (tanto più che è vero) più che altro un cammeo, come la vignetta con protagonista Samuel Beckett, Herman Melville o Ballard. Insomma dovrebbero sentirsi offesi coloro che non sono stati citati.

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Molto godibile la prefazione di Francesco Guglieri che ha colto in pieno lo spirito del libro, e strappa qualche risata pure lui. Unica pecca è che non c’è la biografia dell’autore, ho dovuto cercare su Internet tra Wikipedia e il suo sito: https://www.tomgauld.com/. È nato nel 1976 nell’ Aberdeenshire, non c’è scritto la località precisa, è sposato e vive a Londra con la sua famiglia.
Dunque che dire qualche vignetta ve la posto, capirete se è la vostra tazza di tè.

Tom Gauld è nato nel 1976 e cresciuto nell’ Aberdeenshire, in Scozia. È un vignettista e illustratore e il suo lavoro è regolarmente pubblicato su The Guardian, The New York Times and New Scientist. Ha creato un nutrito numero di libri a fumetti. Vive a Londra con la sua famiglia.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Dal libro al cinema: Il Grande Sonno di Raymond Chandler a cura di Giulietta Iannone

26 novembre 2018

grande sonnoQuesto articolo uscì per la prima volta su Il Giorno degli Zombi come guest post, e la mia amica Lucia, che è un tesoro, mi ha dato il permesso di postarlo anche sul mio blog. Buona lettura!

It was about eleven o’clock in the morning, mid October, with the sun not shining and a look of hard wet rain in the clearness of the foothills. I was wearing my powder-blue suit, with dark blue shirt, tie and display handkerchief, black brogues, black wool socks with dark little clocks on them. I was neat, clean, shaved and sober, and I didn’t care who knew it. I was everything the well-dressed private detective ought to be. I was calling on four million dollars.

Erano quasi le undici di una mattina di mezzo ottobre, senza sole e con una minaccia di pioggia torrenziale nell’ aria troppo tersa sopra le colline. Portavo un completo azzurro polvere, con cravatta e fazzolettino blu scuro, scarpe nere e calze nere di lana, con un disegno a orologi blu scuro. Ero ordinato, pulito, ben raso e sobrio, e non me ne importava che la gente se ne accorgesse. Sembravo il figurino dell’ investigatore privato elegante. Andavo a far visita a un milione di dollari.

Parto dall’assunto che tutti abbiate letto o visto al cinema (forse più corretto dire in tv o dvd) Il grande sonno. Mi è estremamente difficile pensare che ci sia qualcuno che non l’abbia fatto e possa dirsi amante del cinema e della letteratura (non solo hardboiled). Raymond Chandler è un maestro indiscusso, assieme a Hammet ha contribuito a dettare i canoni del genere, le sfumature dello stile, i temi, la stilizzazione dei personaggi, l’ambiente, l’atmosfera, sin dai tempi in cui scriveva racconti per Black Mask con un nutrito manipolo di autori pulp, alcuni dei quali ormai colpevolmente dimenticati.
Ciò che mi accingo a fare è un azzardo, ne sono consapevole. Dire cose nuove su Il grande sonno (libro o film) è praticamente impossibile, si rischia di ribadire l’ovvio, di dire cose trite e risapute. Di scarso interesse per chiunque abbia anche solo una minima cultura cinematografica e letteraria.
Cosa mi spinge allora a imbastire questo articolo? Il grande (forse folle) amore che ho per Chandler, per Philip Marlowe, e per Humphrey Bogart (a mio avviso il miglior Marlowe di sempre).
Ci sono due approcci che potrei utilizzare: uno più documentaristico, se vogliamo nozionistico, darvi informazioni minuziose su autore, film, libro e periodo; uno più sentimentale, parlarvi di cosa ho amato di più, di cosa mi ha divertito o sorpreso.
Essendo ospite di Lucia, non essendo a casa mia, cercherò di stare in bilico tra i due estremi, sempre premettendo che come critica cinematografica non sono un granché, ma mi intendo di scrittura, anche cinematografica, amo leggere e studiare anche le sceneggiature (secondo me una nobilissima forma letteraria che andrebbe studiata come la narrativa). Quindi spero che l’articolo sia di interesse anche per gli specialisti, per coloro che hanno studiato questo film in parallelo al libro.

Dunque lettori dò per scontato che conosciate la trama, anche se qualche buco narrativo non manca, tipo chi ha ucciso l’autista di Sternwood: narra Craig Brown, editorialista del Daily Mail e di Vanity Fair, di quando durante le riprese de Il Grande sonno a film quasi ultimato Bogart e Howard Hawks furono intenti a discutere piuttosto animatamente su come fosse morto Owen Taylor, l’autista inabissato nella limousine di casa Sternwood. Humphrey Bogart propendeva per il suicidio, forse non potendone più. Hawks non convinto alla fine si decise e mandò un telegramma a Chandler (sarà rimproverato per quei 70 cent), e lui candido e serafico rispose che non ne aveva la più pallida idea o forse l’aveva dimenticato tra una sbronza e l’altra.
Il film di Hawks soffre dal punto di vista della consequenzialità della trama e della comprensione da parte dello spettatore, che fatica in effetti a collegare alcuni punti nodali, a causa di alcuni tagli della versione originale girata nel 1945, funzionali a rendere la lunghezza della pellicola gestibile dopo l’aggiunta di altre scene più leggere (i dialoghi buffi e i battibecchi tra Bogart e Bacall) che, secondo le intenzioni dei dirigenti, avrebbero divertito il pubblico.
Sta di fatto che, per molti versi, la trama (perlomeno del film) risulta incomprensibile. Sarebbe interessante sapere se si può risalire alle scene tagliate per un eventuale rimontaggio, ma per questo mi devo rimettere a Lucia.

La bellezza di questa storia non sta in una somma di perfezioni, ma proprio nel suo contrario. È un equilibrio di stridenti contrasti dove ambientazione, atmosfera e personaggi (e pungente ironia) prevalgono sul plot e sull’epilogo, e sulla logica classica del chi ha ucciso chi.
Neanche a Chandler questi temi interessavano più di tanto. Più la trama è complicata, più il lettore, come i personaggi, si perde in un labirinto, più la complessità del reale è bene espressa e rispecchia la vita, la vita vera dell’uomo comune, non solo dei villain che popolano lo squallido sottobosco criminale dell’epoca.
Partiamo dal titolo: Il grande sonno, the Big Sleep, nel gergo della mala è la morte. Il sonno da cui non c’è risveglio. Il sonno che azzera tutto, sogni, pensieri, aspirazioni, colpe, vizi. L’argine e il baricentro di questa storia nera e senza redenzione che vede solo nel protagonista un certo punto di equilibrio, una dimensione etica e morale, che non conforta, ma dà spazio a una sorta di respiro universale in cui rettitudine e disincanto, hanno una forma, una dimensione. Una dignità.
Se Philip Marlowe è immerso nel pantano della Los Angeles degli anni ‘30 tra contrabbandieri, biscazzieri, cialtroni di varia caratura, ricattatori, assassini senza coscienza e figlie viziate di miliardari prossimi alla morte, questo non toglie che una sorta di purezza emani da lui, un’aura, un’autenticità, una rettitudine che maschera con sferzanti battute ironiche di un’amarezza accecante e struggente.
Il tema della morte è ricorrente e si respira sin dall’odore di decomposizione già presente nella serra dove il generale Sternwood accoglie Marlowe, una sorta di antro infernale, (la camicia e il volto sudato di Bogart ben rappresentano questo disagio, perlomeno fisico) fino al letto di morte (dettaglio presente nel romanzo) in cui il vecchio attende con le mani esangui intrecciate al lenzuolo.

Philp Marlowe è un uomo comune, normale, squattrinato, alle prese con il male, di una società, di un mondo che non comprende e disprezza. La corruzione, la bassezza, l’avidità che percepisce, (e nel film come nel libro è tutto giocato nei dialoghi di una profondità psicologica e precisione devastanti), lo lambiscono senza entragli dentro, lui resta sempre una spanna sopra questo stagno di vizi e turpitudini. La violenza non fa parte del suo DNA, la conooce, la utilizza accidentalmente (uccide anche, se è il caso) ma lui è altro, è altrove, è l’eroe medioevale, cinico e disincantato, ma pur sempre in armatura e cavallo bianco, seppure dalla realtà venga rappresentato come un alcolizzato fallito.
Philip Marlowe resta un punto fermo, il solo vivo tra una palude di morti, e proprio per questo noi lo amiamo e tifiamo per lui. Dall’ inizio alla fine della storia. Senza ripensamenti. E vogliamo che la sua storia con Vivian sia a lieto fine, vogliamo dargli un premio per la sua rettitudine non sopraffatta da un mondo marcio e decadente. Anche se sappiamo che il lieto fine (almeno nel libro) non fa parte del pacchetto, che ad attenderlo c’è solo nuova solitudine o al massimo un paio di doppi whiskey bevuti in qualche scalcinato bar dai vetri rigati di pioggia. E forse a fargli compagnia il rimpianto e la malinconia della mancanza e di qualcosa che non è stato.

Il Grande Sonno, a cui seguì Addio mia amata, uscì in America nel 1939 per Alfred A. Knopf, ed è il romanzo con cui Chandler debuttò, con cui per la prima volta ufficialmente entrò nel panorama letterario Philip Marlowe (a dire il vero già apparso nei suoi racconti perlomeno in abbozzo), a far da spartiacque tra un prima e un dopo. Dopo Marlowe nulla fu più come prima, sebbene nacque più come una trovata stilistica che come personaggio autonomo, come lo stesso autore spiegò in un’ intervista a Irving Wallace del 1945.
Il Grande Sonno fu scritto nel 1938, alle soglie di una guerra che avrebbe devastato il mondo. Chandler saccheggiò letteralmente due suoi racconti lunghi già editi, Killer in the Rain (Black Mask, 1935) e The Curtain (Black Mask, 1936), oltre a tracce di Finger Man e creò il suo capolavoro. Come fece? Solo lui lo sa. Ciò non toglie che sapere come operò tecnicamente non sminuisce di una virgola il valore dell’opera.
Chandler fu un romantico, la sua prosa è lirica e letteraria, al servizio di storie dure e crude, decadenti se vogliamo, vivificate da un umorismo al vetriolo, che in parte fu stemperato nelle versioni cinematografiche più attente ai canoni che imponeva la rigida morale dell’epoca.  Chandler picchiava sotto la cintura: la sua analisi della società californiana, della ricchezza e del potere criminale è lucida e spietata, forse troppo per i suoi tempi e ancora attuale oggi.
Chandler era sicuramente un moralista, anche se non un moralizzatore, e questo non disturba perché si sente puzza di autenticità e di etica, l’etica di un ex oil executive caduto in disgrazia per il suo alcolismo, che si guadagnava da vivere scrivendo racconti per le riviste pulp, quelle che si trovavano nelle rastrelliere semi arrugginite dei drugstore o delle stazioni di servizio perse nel cuore della polverosa America degli anni ‘30. Scritte su carta da pochi cent, usa e getta si potrebbe dire oggi. E intanto leggeva i classici e studiava latino e greco.

Il Grande Sonno rappresenta la fine di un sogno, del sogno americano (c’è mai davvero stato?) trattato da tanta letteratura alta, tutto tramite gli archetipi e i canoni del romanzo poliziesco nero, dell’hardboiled più irregolare e di grana grossa. Che di fatto divenne vera letteratura, con piena dignità e diritto di esistere anche oggi assieme ai classici.
Il film diretto da Howard Hawks uscì nel 1946, poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale (Ci sarà anche un remake del 1978, dal titolo italiano Marlowe indaga, con Robert Mitchum, e la particolarità di spostare l’ambientazione da Los Angeles all’Inghilterra degli anni ’70); vede al centro due star di prima grandezza, Humphrey Bogart e Lauren Bacall, la cui alchimia e tensione è esplosiva sotto uno smalto di algida freddezza e regalità. L’effetto è sconcertante e straniante. E se vogliamo il segreto della bellezza e unicità di questo film iconico.
Faulkner scrisse la sceneggiatura assieme a Leigh Brackett, e Jules Furthman, ma i dialoghi fulminanti sono di Faulkner e rispecchiano ed echeggiano perfettamente quelli di Chandler (nella scarna semplicità di una sceneggiatura), e la cosa è singolare, dato che non potrebbero esistere due scrittori più diversi.
Nessun tempo morto, battute veloci come fuochi d’artificio, ironia, sarcasmo, giocati con eleganza e spregiudicatezza.
Uno scontro di ingegni tra Faulkner e Chandler, e di penne che è un piacere osservare in azione. Qui potete leggere la sceneggiatura originale.
Dialoghi e gioco di sguardi, tutto il film si gioca su questo, restando Marlowe /Bogart con il suo tranch spiegazzato al centro della scena seguito dalla macchina da presa a lui incollata. Pioggia, ombre, chiari scuri. E la sensualità felina di Lauren Bacall l’unica fonte di calore del film, ma anche Martha Vickers non scherza (e a essere sincera tutte le donne del film sono perfette: da Agnes, alle guardarobiere, alla moglie di Eddie Mars, più un cameo di Dorothy Malone, la libraia che scherza con Marlowe su edizioni rare e refusi). Un capolavoro, anzi due. Per una volta difficile decidere se sia meglio film o libro. Sono due opere d’arte distinte. Buona lettura e buona visione.

:: Come si fa un’intervista a uno scrittore

8 novembre 2018

bnyAllora se siete qui, e avete digitato come si fa un’ intervista immagino voi siate blogger che volendo fornire articoli sempre più vari e interessanti ai vostri lettori vi proponiate di provare a inserire le interviste nel vostro palinsesto, conducendole nel migliore dei modi.

Mi limiterò quindi a qualche consiglio, sempre ritenendo che ogni intervistatore debba maturare un proprio stile, che deve essere personale e onesto.

Innanzitutto leggete le interviste dei grandi, a questo link The Paris Review https://www.theparisreview.org/, o ovunque ce ne siano, sia disponibili su internet, che sui giornali, o sui libri.

Un piccolo segreto poi è quello di scegliere attentamente chi intervistare, solo scrittori che vi interessino sul serio, che vi interessi davvero conoscere come la pensano su determinati argomenti. Se non interessa a voi, difficilmente potrà interessare ai vostri lettori leggervi.

Buona norma è poi conoscere la produzione letteraria dell’autore intervistato, e qualcosa del suo profilo bio, giusto per non fare gaffe imperdonabili, e vi assicuro può capitare. È successo anche ai migliori. Intervistare è un’ arte, la si affina col tempo e con la sensibilità. Non è facile far parlare la gente alle tue condizioni, impostando tu un tipo di conversazione, che quasi mai dovrebbe essere in un senso solo. Un’ intervista è un dare e un ricevere, solo così diventa davvero interessante.

Innanzitutto mettete a suo agio l’intervistato, non dimostratevi mai troppo aggressivi o supponenti, state invitando una persona per un breve colloquio, non troppo informale, si spera. Siate educati, si saluta, si ringrazia del tempo concessoci, si cerca di instaurare un rapporto di fiducia. Io non chiederò cose a cui tu autore non vuoi rispondere, tu risponderai a cosa io ti chiedo e lo farai il più onestamente possibile. Questo tacito patto lo si crea, lo si conquista, non ci viene dato così dal nulla. Le interviste più riuscite sono quelle in cui l’intervistato intervista l’intervistatore, o quelle in cui entrambi hanno modo di esprimere pareri, che possono anche non essere uguali, in cui hanno modo di crescere e evolvere.

Diciamo che un’ intervista inizia nel momento in cui voi contattate uno scrittore chiedendogli la sua disponibilità. Qui vi giocate un sì o un no. Siate spontanei, amichevoli e corretti, fate capire che è il vostro stile, che non censurerete mai quello che vi dirà né tanto meno lo distorcerete per fare sensazione (attirare lettori). Insomma fate capire che giocherete pulito. E ciò vale sia quando contattate l’esordiente, che non consoce nessuno, e sia quando contattate la star dell’editoria, che sforna bestseller come respira, o ha una fama di esperto in un dato campo.

Di solito nella mia esperienza gli scrittori amano essere intervistati. Difficilmente vi diranno di no, sempre se sono liberi e non stanno magari scrivendo, (quindi sono in una specie di ritiro monastico), o in tour o in viaggio. Se vi dicono no, non offendetevi e non demoralizzatevi. Può essere un no adesso, ma un sì in futuro. Quindi niente mail di risposta piccati e offesi. Si ringrazia e si getta le basi per una nuova intervista in futuro.

Io per esempio prediligo le interviste scritte, ma si possono fare interviste telefoniche, via chat, di persona. Vedete quale forma si adatta di più al vostro stile, e se non avete gli strumenti spiegatelo tranquillamente, vi verranno in aiuto.

Le prime interviste non saranno mai brillanti, perfette, senza tentennamenti. Iniziate con domande facili, e chiare, brevi e dirette. I primi successi vi daranno l’input per nuove interviste sempre più complesse e articolate.

Se incontrate uno scrittore maleducato che risponde a monosillabi alle vostre domande, facendovi a volte fare la figura del cretino, siate calmi e pazienti, al limite non lo chiamerete più per una seconda intervista.

Dare del tu o del lei? A uno scrittore che è anche vostro amico, date tranquillamente del tu, a chi non conoscete (bene) è sempre meglio dare del lei, specie se è più anziano, un professore, un critico importante.

E voi, avete altri consigli? Amate intervistare gli scrittori? Raccontateci la vostra esperienza nei commenti.

Vuoi saperne di più della mia esperienza di book blogger? Leggi Come diventare una book blogger (felice) un agile e divertente manuale di facile consultazione in cui racconto la mia esperienza di blogger in rete dal 2007.

:: Un’ intervista con Nicola Vacca, a cura di Giulietta Iannone

7 novembre 2018

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Grazie Nicola di aver accettato questa intervista, sarà un’ intervista speciale, dedicata alla poesia, che non sempre ha spazio nei blog letterari, o nelle riviste non settoriali. Parleremo di poesia, poeti e di un libro che hai appena ripubblicato, “Almeno un grammo di salvezza”, con il preciso intento di aiutare la piccola editoria indipendente. Iniziamo dal titolo, “salvezza” una parola impegnativa se non ingombrante, la salvezza generata dall’arte, dalla poesia stessa? Una salvezza escatologica, filosofica, morale? C’è ancora spazio per concetti come “salvezza” e “dannazione” nella società contemporanea?

Ho deciso di ridare alle stampe questo libro del 2011 perché fuori catalogo e da più parti mi è stato richiesto. Sono contento di averlo affidato a L’Argolibro, una piccola casa editrice indipendente che vive e lotta nel cuore del Cilento e che è molto attenta alla qualità. Francesco Sicilia e Milena Esposito stanno facendo un ottimo lavoro. L’editoria indipendente va sostenuta e il mio libro fa parte di questo progetto. Il mio invito all’acquisto va in questa direzione.
Hai ragione quando definisce la parola salvezza “impegnativa e ingombrante”. Più volte ho scritto e ho detto che la letteratura e la poesia non salvano nessuno. Penso sia così. La poesia, in modo particolare, non salva la vita ma offre infinite possibilità in un tempo che non concede alcuna via di scampo. Detto questo penso che ognuno di noi non dovrebbe rinunciare alla ricerca di almeno un grammo di salvezza. Se ci arrendiamo, se non cerchiamo, se rinunciamo il nichilismo avrà definitivamente vinto.

Versi densi di una religiosità laica, di una esigenza di verità che supera gli steccati ideologici e le pastoie del contingente. Ho notato che i non credenti usano parole sublimi e a volte splendenti per avvicinarsi al sacro, al trascendente anche quando lo negano. E molta irreligiosità da parte di chi si professa credente e non rispetta l’umano. Non è un paradosso? Come lo interpreti da poeta?

Almeno un grammo di salvezza è il mio viaggio da laico nel mondo biblico. Il mio rapporto con il sacro e il religioso ha uno scopo: rendere immanente il più possibile quella trascendenza che spesso ci sfugge. A volte chi si professa credente è accecato dalla fede e dà per scontato il suo rapporto con Dio. Personalmente riesco a dialogare con quei credenti che hanno una fede ma sono macerati dal dubbio. Stando alla larga da chi va ogni domenica a messa e poi nella vita di tutti i giorni non mette in pratica nemmeno una sillaba del Vangelo.
Almeno un grammo di salvezza, come scrive Gianfrancesco Caputo nella prefazione, offre spunti per un ripensamento esistenziale con riflessioni che vanno oltre la mistica dei devoti e di ogni forma di ateismo fanatico.

Leggendolo non ho potuto non pensare a David Maria Turoldo, un poeta che so che anche tu ami molto. Hai riletto la sua produzione poetica ultimamente?

Hai fatto bene a citare David Maria Turoldo. Un credente armato di dubbi. Ci manca la sua poesia – grido che sa incendiare parole e cose in una denuncia profetica di un tempo presente in cui il divario tra povertà e ricchezza crea diseguaglianze incolmabili e fatali per la stessa sopravvivenza del genere umano.
David Maria Turoldo il poeta che bussa al silenzio di Dio, il poeta religioso che ha dubbi sull’uomo della scienza e della cultura ortodossa e secolarizzata.
“Anche Dio scrive poesie perché è molto infelice” mi disse anni fa.

I Salmi, il Cantico dei Cantici, poeticamente raggiungono vette altissime, dense di ispirazione e meraviglia. “Mi baci con i baci della sua bocca”, sono versi che si prestano a pochi fraintendimenti, tra l’amore umano e quello divino non c’è frattura, non c’è disarmonia. Come la loro lettura ha ispirato i tuoi versi?

In almeno un grammo di salvezza le parole si posano sulla pagina dopo una lettura attenta della Bibbia. Dico questo perché ogni verso che fa parte della raccolta si nutre della parola delle Sacre Scritture. Ma quando il poeta inizia a farne poesia penso che le fratture si notino.
Penso che tra amore umano e amore divino ci siano enormi fratture e le disarmonie sono fatali. Il Cantico dei Cantici è un libro perfetto, poesia pura che canta l’amore sublime. L’amore che noi uomini viviamo ogni girono non sempre lo è. Il più delle volte è malato e criminale.
Almeno un grammo di salvezza denuncia dell’oggi l’assenza dell’amore che dovrebbe essere armonia necessaria.

La tua opera è una rilettura e una rivisitazione poetica di parte del Nuovo e soprattutto del Vecchio Testamento. Il libro di Giobbe soprattutto sembra averti ispirato versi che rispecchiano il dramma dell’ uomo contemporaneo, di fronte al mistero del dolore e della morte. Giobbe era un giusto, e Dio accettò che il male entrasse nella sua vita togliendogli tutto tranne che la vita. Figura anticipatrice del Cristo, anche Giobbe avrà la sua risurrezione, Dio gli restituirà moltiplicato tutto quello che aveva perso. C’è risurrezione per l’uomo contemporaneo vessato da egoismo, avidità, falsità, disperazione, povertà, disoccupazione, ingiustizia?

Di fronte al silenzio di Dio, noi siamo condannati all’estinzione. Proprio per questo non dovremmo rinunciare alla ricerca di Almeno un grammo di salvezza. La strada da percorrere è difficile, gli scenari apocalittici sono a noi sempre più vicini. E noi mastichiamo Apocalisse, non mangiamo altro che distruzione. Dovremmo avere un sussulto di coscienza per meritarci quel grammo di salvezza.

La poesia è dialogo, il verbo, la parola è l’essenza stessa ultima di Dio. Quali responsabilità ha un poeta, che appunto vive di parole, vissute nella loro essenza?

Il poeta deve essere guardiano dei fatti. Scrivere in stato perenne di vigilanza perché la poesia è una forma di lotta e di resistenza.
Il poeta deve tenere gli occhi aperti sul mondo e attraversarlo con coscienza e responsabilità.
Il poeta non può tacere e non deve essere omertoso. Deve testimoniare lo scandalo con i suoi versi e non deve mai avere paura di chiamare le cose con il loro nome.

Grazie.

Link dedicato all’acquisto del libro.

:: Niente è come credi di Helen Callaghan (Corbaccio, 2018) a cura di Giulietta Iannone

6 novembre 2018

Niente è come credi di Helen CallaghanNessuno è chi dice di essere, comincia così Niente è come credi (Everythings is Lies, 2018), il secondo romanzo della scrittrice inglese Helen Callaghan, edito in Italia da Corbaccio e tradotto da Chiara Brovelli, un psicothriller teso e claustrofobico che fa leva sulla paura più atavica di ciascuno di noi: non conoscere davvero le persone che vivono sotto il nostro tetto. Mariti, mogli, figli, genitori, parenti vari, amici. In questo caso Sophia, la protagonista, avrà una violenta doccia fredda quando inizierà a indagare sul passato dei suoi genitori, ma andiamo con ordine.
Sophia torna a casa dopo una notte passata a Londra e trova la madre impiccata a un grande castagno del giardino e il padre in fin di vita. Classico omicidio suicidio secondo gli inquirenti, e a parte il trauma e lo shock, Sophia non riesce proprio a credere che sua madre, timida e gentile, abbia tentato davvero di uccidere il compagno per poi suicidarsi. Non ci riesce proprio, il suo intuito le dice che è successo qualcosa di molto più terribile, se ancora fosse possibile, in quella villetta georgiana circondata dal verde e non lontana dal mare. E così inizia a indagare, per conto suo, e scopre un manoscritto: la madre aveva scritto nero su bianco dei quaderni per poi prendere contatto e accordi con un editore perché venissero pubblicati.
Non l’avesse mai fatto, si scoperchia un vero e proprio vaso di Pandora, dalle conseguenze inimmaginabili.
Chi erano davvero i suoi genitori? Cosa nascondevano nel loro passato? Si erano mai amati sul serio? E soprattutto l’avevano mai amata? Particolari che prima sì le parevano bizzarri, ma su cui c’era sempre passata su, acquistano di colpo sinistre implicazioni, e unendoli il quadro si fa terrificante. La sua vita cade in pezzi, ma sa che deve scoprire la verità, e andare fino in fondo, perché è la sola strada per fare i conti con il passato e sperare in un futuro.
Il punto di partenza è molto interessante, ricco di possibili implicazioni e futuri colpi di scena, ed è il motivo stesso per cui ho deciso di leggere questo libro. Per scoprire quale era il mistero sotteso. Per capire dove la scrittrice sarebbe andata a parare. La narrazione è in prima persona, noi scopriamo passo passo quello che scopre Sophia, partecipiamo ai suoi dubbi, alle sue esitazioni, ai suoi rimpianti, ai suoi sensi di colpa, al suo “se l’avessi saputo, l’avrei potuto evitare”. Ma sì sa i segreti sono custoditi gelosamente, e la bolla di illusione di normalità e tranquillità forse siamo i primi noi a non volere che esploda. Comunque immaginatevi il peggio, alla povera Sophia non sarà risparmiato assolutamente niente, non voglio spoilerare, ma c’è di tutto proprio. Anche, se vogliamo, sempre sul tono di una puntata dell’Ispettore Barnaby. Insomma la provincia inglese è oscura e pericolosa, non fatevi mai ingannare dalle apparenze.
Un buon thriller per passare qualche serata in tutto relax. Se non siete troppo impressionabili, naturalmente.

Helen Callaghan vive a Cambridge insieme a Aleister, il suo criceto e a una montagna di libri. Autrice di racconti, è rappresentata dalla prestigiosa agenzia Green and Heaton che ha autori come Sarah Waters e Katherine Webb. Il suo primo romanzo, L’indizio, è stato un bestseller nelle classifiche inglesi e ha venduto 100.000 copie, Niente è come credi è il suo secondo romanzo.

Source: libro inviato dall’ editore. Si ringrazia Velentina dell’unfficio stampa Corbaccio.

:: Un’ intervista con Kara Lafayette a cura di Giulietta Iannone

5 novembre 2018

karaKara Lafayette, benvenuta su Liberi di scrivere. Parlaci un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro. È vero che vivi in Trentino in questo momento? E come nasce il tuo simpatico nickname?

R: Ciao Giulia, grazie di avermi ospitata. Dunque, innanzitutto no, non vivo in Trentino, ma in Alto Adige, in una piccola frazione di un paese in provincia di Bolzano, che recentemente Salvini ha definito splendido. Avrei giusto qualcosa da ridire in proposito, ma tralasciamo. Mi guadagno da vivere come educatrice nella scuola dell’infanzia, un lavoro duro e complicato, ma che mi piace sempre. Il mio nickname nasce dalla fusione di due personaggi appartenenti a due serie televisive, ai quali sono molto legata. Il primo è Kara Thrace di Battlestar Galactica (l’attrice è Katee Sackhoff) e il secondo è Lafayette Reynolds di True Blood (Nelsan Ellis, l’attore, è morto poco più di un anno fa). Sono entrambi dei personaggi forti, particolari, sui generis, se vogliamo. Puri nel loro essere autentici, anche – se non soprattutto – grazie alle loro imperfezioni. E poi sono bellissimi, carismatici. Non dico che mi ci riconosco, non voglio apparire presuntuosa. Semplicemente li amo e mi piace l’idea di averli uniti.

Da educatrice, a contatto con i bambini, pensi che faccia differenza avvicinarli anche molto piccoli ai libri, colorati, con bei disegni, con storie semplici e divertenti? Pensi che la mancanza cronica di voglia di leggere degli adulti, perlomeno in Italia, sia dovuta anche a una scarsa educazione alla lettura ricevuta? Che consigli daresti in questo senso? La scuola fa abbastanza?

R: Questo è un tasto dolente. Il compito principale di un educatore è quello di trasmettere ai bambini gli strumenti per vivere all’interno dei contesti sociali. Per stare in comunità, tra la gente, consapevoli delle proprie emozioni. Spesso mi sbalordisco di come questi strumenti non vengano suggeriti attraverso il fantastico. La magia della fantasia, in soldoni, è l’arma vincente per non soccombere ai problemi della vita. L’aumento delle famiglie disfunzionali, che faticano sempre di più a gestirsi autonomamente, dovrebbe far riflettere noi insegnanti sull’importanza di donare a questi bambini (sempre più soli, più insicuri, più fragili) dei salvagenti. La lettura di storie, delle fiabe specialmente, che si è un pochino persa, è imprescindibile per la formazione di un individuo. Qualche giorno fa, insieme alla mia collega, ho deciso di leggere ai bambini la versione di Hansel e Gretel di Neil Gaiman (che consiglio a tutti i tuoi lettori di acquistare), creando un’atmosfera adeguata. La storia di Hansel e Gretel, come tutti sanno, è una storia dell’orrore. E come tutte le storie dell’orrore che si rispettino, attraverso l’immaginazione affronta tematiche di vario genere. La versione di Gaiman, illustrata da Lorenzo Mattotti, è abbastanza lunga, le immagini sono in bianco e nero, a tratti quasi difficili da decifrare. Temevo fosse troppo per loro. L’hanno ascoltata tutti in assoluto silenzio, completamente rapiti. È stato un esperimento interessante, che ha avvalorato ciò di cui ti ho parlato all’inizio. Le emozioni non si devono descrivere, abbellire, edulcorare. E certamente non millantare. Emozioni, emozioni… Provocatele, piuttosto. Vivetele. E decifratele. Mi chiedo come possano riuscirci i bambini se gli adulti hanno smesso di farlo. E allora insisto: leggete, leggete storie fantastiche. Leggete Neil Gaiman, visto che l’ho menzionato, che ha molto più da dirvi di tanti altri serissimi autori. Leggete romanzi, fumetti, racconti. Non temete l’horror, il fantasy o la fantascienza. E se non sapete da dove iniziare, chiedete, informatevi. I bambini hanno bisogno di adulti che li capiscano e la via di comunicazione è il fantastico. Sarei anche stanca di dirlo, dopo quindici anni di lavoro.

Sei anche un’autrice indipendente, hai pubblicato su Amazon Il regalo, Cosa fare in città mentre aspetti di morire e Lady Paurissima: Ti fidi dei tuoi amici? Ce ne vuoi parlare?

R: Volentieri. Il Regalo è un racconto ispirato a Perfection, di Germano Hell Greco. Mi sono divertita a cimentarmi con la fantascienza (che per me è un genere estremamente complesso, per il quale nutro una sorta di reverenza), immaginando una storia nelle terre desolate inventate da Germano. La protagonista è una bambina speciale, che si ritrova catapultata nella cittadina di Little Wonder (sì, come la canzone di David Bowie), costretta a vivere con uno strano vecchio e una replicante adolescente. Quest’ultima è un personaggio presente anche in Starlite, il seguito di Perfection, scritto da Germano. Il Regalo è autoconclusivo (anche se in tanti mi hanno chiesto di proseguire, chissà), si può leggere tranquillamente senza conoscere Perfection e Starlite. Chiaramente io consiglio di leggere tutto lo stesso, che male non fa.
Lady Paurissima: Ti fidi dei tuoi amici è, invece, un racconto horror, uno slasher ambientato a Bolzano. Ho cercato di mischiare humor nero e horror, raccontando una storia di amicizia, vera e presunta, di umana miseria. Con ironia. O almeno, ci ho provato.
Cosa fare in città mentre aspetti di morire è la mia prima antologia, contenente sette racconti dell’orrore sempre ambientati nella mia fantasmagorica regione. Una regione un po’ emarginata, come se non fosse italiana, ché qui sono tutti tedeschi, ma non è così. Sento proprio l’esigenza di ambientare le mie storie qui, nell’ambiguità di una terra descritta come l’Eden, ma che è un agglomerato di contraddizioni. La raccolta presto sarà disponibile anche in versione cartacea, con un bonus track per chi desidera avere il libro da sfogliare e annusare. Ci sono molto affezionata, è stata la mia prima pubblicazione e devo ammettere che ne vado particolarmente fiera.

Hai mai valutato l’editoria tradizionale? Se un buon editore ti proponesse un contratto serio, con anticipo e tutto, lo prenderesti in considerazione?

R: Non ho mai preso in considerazione l’editoria tradizionale, un po’ per disincanto e un po’ perché adoro essere un’autrice indipendente. Se un editore mi facesse una proposta seria e fruttuosa, perché no. Ma dovrebbe vedersela con Amazon, in quanto a serietà e fruttuosità.

Oltre che autrice, sei anche blogger, Secondo Kara Lafayette è il tuo blog. È importante per un giovane autore avere un blog? Ti aiuta a conoscere meglio i tuoi lettori?

R: Certo che è importante. Comunicare è importante. Attraverso il blog, la pagina Facebook e Instagram, cerco di divulgare ciò che faccio e ciò che amo, con articoli, disegnini (perché il disegno è il mio primo amore), foto. Non mi piace molto mettermi in mostra, come fanno molti colleghi (e colleghe), il rischio secondo me è quello di creare un personaggio a discapito di ciò che si crea. Un po’ come finire nel minestrone di un grande fratello vip, dove tutti ti conoscono per il semplice fatto che appari, ma nessuno sa cosa fai realmente e quindi nessuno compra i tuoi libri, nessuno ti legge. Purtroppo questa è la tendenza, oggi. Se proprio decido di mostrarmi, preferisco farlo con autoironia, piuttosto che atteggiarmi a guru tracotante serietà, sparandomi le pose. Ti dirò, la vera invasione è questa, altro che migranti.

L’horror, con sfumature ironiche e bizzarre, è il genere che ti attrae di più?

R: Diciamo che è il genere che preferisco scrivere. Non so se riesco nell’intento, ma è sicuramente la linea creativa che prediligo.

Quali sono gli autori che ami di più, e quelli che hanno maggiormente influenzato il tuo stile narrativo?

R: Ti parrà bislacco, ma Pennac e i suoi Malaussène mi hanno influenzata moltissimo. È quel tipo di storia piena di personaggi strampalati e interessanti di cui vado matta. Per quanto riguarda il mio genere preferito, non so se mi hanno influenzato, ma sicuramente mi hanno arricchito: Clive Barker, Dan Simmons, Brian Keene, Shirley Jackson, Agota Kristof, Neil Gaiman. Tanti, tantissimi, non finirei più. Da qualche anno mi sono innamorata di Gillian Flynn, autrice che mi ha sconvolto letteralmente.

Come è nata la tua carriera nell’editoria indipendente? C’è qualcuno che ti ha incoraggiato all’inizio, qualche professionista di cui ti avvali della collaborazione?

R: È nata grazie (o per colpa, dipende dai punti di vista) a Germano. La scrittura ci ha fatti conoscere, incontrare e, pensa un po’, innamorare. Prima di incontrarlo mai avrei pensato di pubblicare una mia storia. Mi ha aiutata a credere in me stessa, migliorandomi giorno per giorno a suon di correzioni. Lui è un editor bravissimo, perché ti pone davanti ai tuoi difetti, senza ruffianaggini. Ho imparato molto da lui e dai nostri colleghi.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, e con chi?

R: Mi piacerebbe scrivere un libro con Lucia Patrizi. Perché mi misurerei con un’autrice che scrive romanzi eccezionali, oltre che con un’amica. Una grande amica.

Donne che scrivono horror non è raro trovarle all’estero, mi viene in mente la grande Shirley Jackson, in Italia lo è un pochino meno. Come te lo spieghi? Esiste una Stephen King donna, in Italia?

R: In Italia si è perso il rispetto del genere, se dici apertamente che ami l’horror ti guardano storto e ti rispondono che leggi “quelle robe lì, quelle cagate”. Non sanno di cosa parlano, ovviamente, e per me è triste questa abissale ignoranza culturale. Se leggessero Shirley Jackson, visto che l’hai menzionata, probabilmente si sentirebbero delle nullità. L’horror è il genere di cui vergognarsi, il compagno di classe cretino da bullizzare, il fratello storpio da segregare in soffitta. Non esiste nessuna Stephen King donna, in Italia, ma nemmeno uomo, se è per questo. Non c’è nessun autore italiano o autrice di tale portata che può permettersi di vivere di scrittura dell’orrore, con una bella casa sul lago, che sforna libri in serenità e il cui nome viene scritto a caratteri cubitali. Sarebbe bello, darebbe perlomeno speranza a tutti noi che aspiriamo a una carriera in questo campo.
Però abbiamo Michele Mari, che è un grande autore, che consiglio di recuperare. Di donne non me ne vengono in mente, ma se tu ne conosci ti prego, illuminami.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger e critici letterari a recensire, o anche solo leggere, autoprodotti? O noti che è in atto un cambiamento. Cioè un “se il fenomeno non lo possiamo arrestare, almeno governiamolo”?

R: Più che ritrosia direi che è una questione di snobismo malcelato. Io non sono nessuno, ho scritto davvero poco e non faccio testo. Ma tantissimi miei colleghi autoprodotti, con all’attivo tantissimi titoli di qualità e che sono nel settore da anni e anni, meriterebbero di essere osannati dalla critica. Penso a un Alessandro Girola (ecco, lui dovrebbe essere a tutti gli effetti lo Stephen King italiano), che scrive tanto e bene, e ha, tra l’altro, sdoganato alcuni sottogeneri, essendo stato il primo in Italia a scrivere di kaiju. Ma siccome non ha il marchio di una casa editrice (anche microscopica, che magari non conosce nessuno e con la quale non si guadagna un tubo), allora non esiste. Il bello è che invece esiste e ha un seguito di lettori affezionati. Girola è solo un esempio. Io sono agli inizi, ma mi ci metto dentro con orgoglio: esistiamo, siamo in gamba e non molliamo. Per buona pace di chi ci vuole male.

Come affronti e gestisci le critiche? Ti è mai capitato di sentirti scoraggiata, pronta a dire ora smetto?

R: Un sacco di volte, cara Giulia, lo sconforto ha cercato di sopraffarmi. Non sono tanto le critiche che, se costruttive, possono essere degli ottimi feedback per crescere e migliorare, ma piuttosto l’indifferenza generale. E poi aggiungici lo stress e la stanchezza della vita quotidiana che, inevitabilmente, ti spezzano le gambe (io già le ho corte, figurati). Il trucco è amare quello che si fa e circondarsi di amici che ti capiscano. E continuare a progettare.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

R: Ho da poco iniziato Grotesque di Natsuo Kirino, l’autrice di Quattro casalinghe di Tokyo. Contemporaneamente sto rileggendo Abbiamo sempre vissuto nel castello (se la Jackson fosse viva oggi le fischierebbero le orecchie), perché dopo la visione della splendida serie tv The Haunting of Hill House, mi è venuta voglia di rileggere tutti i suoi scritti. Poi toccherà a Buscafusco di Davide Mana, che ho avuto la fortuna di acquistare in italiano prima che lo ritirasse. Mi sento una privilegiata.

Per concludere, la fatidica domanda: a cosa stai lavorando?

R: Ho preparato le illustrazioni di una storia per bambini scritta da Laura Stenico, interamente autoprodotta, il cui ricavato andrà in beneficenza. Come ti accennavo all’inizio, farò uscire su Amazon il cartaceo della mia raccolta Cosa fare in città mentre aspetti di morire con un racconto bonus e, se l’editor approva, pubblicherò un nuovo racconto horror ambientato, guarda un po’, in una scuola. E potrei anche non fermarmi qui. Nel frattempo collaboro con la rivista online dedicata al fantastico, Melange, e invito tutti i tuoi lettori a farci un salto e a seguirla (esistono anche la pagina Facebook e Instagram). Siamo un gruppo di loschi individui, ma pieni di sentimenti.

Spero di non aver ammorbato te e i lettori di Liberi di scrivere. Ti ringrazio infinitamente per l’inaspettata intervista, che mi ha lusingata e imbarazzata allo stesso tempo. ^^

:: Un’ intervista con Ben Pastor, autrice de “La notte delle stelle cadenti” a cura di Giulietta Iannone

30 ottobre 2018

9294-3Bentornata Ben su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Sei in Italia per un tour letterario che toccherà diverse città. Quante tappe ancora mancano? Puoi raccontare ai nostri lettori come si svolgeranno gli incontri: ci sono attori che leggeranno stralci del tuo libro?, domande dirette del pubblico in sala?, firmacopie?, spazi in cui sarà possibile vedere foto o filmati d’epoca?

R. In effetti sono impegnata in un tour promozionale piuttosto articolato: Milano, Torino, Novara, Firenze, Bologna, Piacenza, Roma, Pescara etc. Sarò su e giù per l’Italia fino ad almeno metà dicembre. Ecco le prossime date:
7 novembre VERONA (Feltrinelli h. 18)
8 novembre BOLOGNA Libreria Coop Zanichelli h.18
16 novembre BERGAMO (Ponte Ranica, biblioteca comunale, rassegna Sellerio h. 20:45)
17 novembre MILANO Bookcity h. 17
18 novembre PIACENZA Palazzo Farnese Festival Profondo Giallo – h. 16:00
23 novembre VOGHERA – Festival Le forme dell’anima h 18
30 novembre PESCARA (Premio Flaiano)
8/9 dicembre ROMA (Più libri più liberi)
I luoghi delle presentazioni sono tra i più vari: librerie, biblioteche, fondazioni, circoli privati (ma aperti al pubblico) e persino un castello medievale. Quel che maggiormente mi piace è l’interplay coi lettori. Se appena posso, mi fermo a chiacchierare con gli astanti mentre firmo copie, e rimango sempre colpita dall’affetto inossidabile che dimostrano nei confronti dei miei personaggi. Ormai ci sono parecchi lettori (e lettrici) che su Martin Bora praticamente ne sanno più di me!

I tuoi romanzi, mi riferisco alla serie legata al personaggio di Martin Bora che conosco, sono opere molto particolari, da alcuni critici addirittura definite vicine al postmodernismo, sicuramente sperimentali per struttura narrativa, per circolarità (non andando in senso cronologico hai modo di utilizzare il tempo come un ulteriore personaggio), per il lavoro di ricerca nel confronto delle fonti più simile a quello dello storico che del romanziere, per la scrittura alta, letteraria, tridimensionale, polifonica, sebbene il personaggio di Bora predomini tra le tante voci. Di lui conosciamo i pensieri, gli scritti del diario, e lo vediamo dall’esterno filtrato da una narrazione in terza persona. Tutta questa complessità come si armonizza con l’apparente semplicità, freschezza, spontaneità che le tue storie trasmettono? In sintesi, come fai?

R. Come dico di frequente, confido nel “brodo primordiale”. I miei romanzi nascono spesso da un’immagine, una sensazione, o persino da un dialogo immaginario. Tutto apparentemente caotico. Ma poi questa materia magmatica inizia lentamente a ruotare, a raffreddarsi, a solidificarsi. Così, comincio a scorgere la statua nella pietra. Il resto, per citare Edison, è 10% ispirazione e 90% traspirazione, cioè un duro lavoro di ricerca, documentazione e ripetuta stesura. E se essere postmoderni significa abbattere steccati di genere che ormai non hanno più senso, perseguendo una contaminazione narrativa che però non sia gratuita e badi anche alla qualità stilistica, allora sì, sono postmoderna. Quanto al mio rifiutare l’ordine cronologico, è perché non credo nella linearità del tempo, tanto più che, per citare Freud, nell’interiorità dell’essere umano il tempo non esiste.

Sempre tornando alla documentazione, al lavoro di confronto delle fonti, ti sei mai trovata davanti a  fatti o circostanze, importanti per l’economia del tuo romanzo, narrate o interpretate in modo contrapposto o antitetico da testimoni d’epoca, storici, scrittori. Come ti sei regolata?

R. La contradditorietà delle fonti è un fenomeno piuttosto frequente nella ricerca storica. Naturalmente è necessario un forte senso critico per vagliare e valutare qualunque informazione; tuttavia occorre anche una certa dose di quel quid impalpabile che si chiama “fiuto”. Talvolta anche le fonti più accreditate e in apparenza super partes nascondono reticenze e manipolazioni dei fatti di cui bisogna tener conto. Dopo qualche decennio di pratica storiografica (come nel mio caso), non è però difficile intuire dove la fonte voglia andare davvero a parare, e regolarsi di conseguenza.

È uscito il 4 ottobre, La notte delle stelle cadenti, il tuo ultimo libro, un libro bellissimo che ho avuto modo di leggere e che mi ha fatto venire voglia di ricominciare la serie da La canzone del cavaliere. Cosa ti ha ispirato a scriverlo?, quale è stato il lampo creativo che ti ha portato a volere far incontrare Martin Bora e Claus von Stauffenberg, capo della cosiddetta “Operazione Valchiria”?

R. Be’, è presto detto. Dopo quasi un ventennio di vita editoriale del personaggio (Lumen uscì per la prima volta negli Stati Uniti nel 1999), era giunto il momento che la fonte primaria di ispirazione per Martin Bora incontrasse il suo alter ego finzionale. Certo, nel romanzo Bora e Stauffenberg, pur rispettandosi, non vanno poi molto d’accordo, ma ritengo che questo dissidio fosse assolutamente necessario. Prima o poi bisogna dire addio ai propri maestri e incamminarsi sulla strada di una piena autonomia esistenziale, pur non dimenticandosi delle lezioni che questi ci hanno impartito.

Bora e Claus von Stauffenberg si incontrano (accenni a un precedente incontro a una gara ippica) un’unica volta nel romanzo, per pochi minuti. Bora vuole conferme e Claus von Stauffenberg anche (di non essere tradito). Bora non crede all’utilità di questo colpo di stato. Né pensa che abbia grandi possibilità di andare a buon fine. Come sei arrivata a far pensare questo al tuo personaggio? Una pace separata con gli Alleati non avrebbe potuto anche solo evitare l’invasione della Germania, e quindi altre morti e dolore per il popolo tedesco? Bora pensa che gli Alleati non avrebbero mai accettato, anche morto Hitler, per una colpa ormai collettiva, slegata dalla follia del Cancelliere del Reich?

R. Temo (e Martin Bora con me, oltre a parecchi storici) che la congiura del 20 luglio non avrebbe mai potuto avere successo. Questo per svariati motivi. Cito i principali: i congiurati erano divisi tra loro sulle prospettive future; non esisteva alcuna sponda politica presso gli Alleati; quest’ultimi non avevano alcun interesse ad accordarsi con un eventuale governo post-nazista (ormai era questione di qualche mese per vincere la guerra); non pochi dei cospiratori avevano fatto carriera grazie al regime hitleriano, sicché il loro tardivo risveglio anti-dittatoriale era scarsamente credibile. No, era davvero troppo tardi per tutto, sotto ogni punto di vista. Sicuramente resta l’esempio morale di Stauffenberg e compagni, ma tale esempio, purtroppo, non è servito assolutamente a nulla sul piano storico e politico.

Siamo nel luglio del 1944. Bora, lasciato il fronte italiano, è a Berlino, una città di macerie non solo fisiche ma anche morali, una città devastata dai bombardamenti alleati, dagli incendi frequenti che ne seguono, dalla penuria di beni e prodotti di prima necessità. Quando anche solo un pezzo di sapone diventa un bene di lusso. Come ti sei documentata per ricrearla? Hai visto anche documentari o film d’epoca come Germania Anno Zero di Rossellini?

R. Non sono andata a Berlino (città che peraltro conosco piuttosto bene), perché ormai non è rimasto praticamente nulla che risalga a quel periodo. Dopo un bel po’ di ricerche presso archivi e librerie specializzate, mi sono avvalsa di cartine topografiche risalenti all’estate del 1944, cercando di capire con la massima precisione cosa era ancora in piedi e cosa no, cosa funzionava ancora e cosa no. Ho sfruttato anche le cognizioni di alcuni storici della città, che ho doverosamente citato nei ringraziamenti. Devo però ammettere che è stato tutt’altro che facile. Sono occorsi mesi di lavoro per ricreare quella Berlino con la dovuta esattezza storica e documentaria.

L’amore in tempo di guerra ha valenze sue proprie: la precarietà della vita la si tocca con mano, come la provvisorietà, l’incertezza, la paura, i disagi, e tutto ciò fa sì che ci si aggrappi anche a persone incontrate per caso, che non si conoscono neanche bene. Penso al legame tra Bora e Emmy Pletsch e al loro folle progetto, che solo le circostanze renderà impossibile da realizzare. Bora ancora soffre per l’abbandono della moglie e vuole disperatamente ritornare ad amare, anche se alla fine bolla il tutto come un atto di egoismo maschile. Che importanza ha nell’economia del romanzo questa avventura?

R. Un’importanza fondamentale. Il mondo in cui Bora è nato e cresciuto sta cadendo a pezzi; il suo disgusto nei confronti del nazismo ha ormai toccato l’apice; i suoi principi morali sembrano non interessare più a nessuno; la sua fede nel cattolicesimo è vicina al grado zero. Date queste premesse, in lui si è fatalmente insinuato un istinto di morte; un fantasma nichilista che gli suggerisce che forse la soluzione migliore è farla finita una volta per tutte. Saranno proprio sua madre e la giovane Emmy Pletsch a trattenerlo da questo lato della barricata, dandogli almeno un barlume di speranza. In parole molto semplici, quando tutto ti crolla addosso l’unica ancora a cui puoi aggrapparti è l’affetto che gli altri provano per te.

Una domanda che ho sempre voluto farti è: perché scrivi questi romanzi in inglese? Hai un traduttore in italiano fantastico (Luigi Sanvito), ma non hai mai avuto la tentazione di scrivere una storia di Bora nella tua lingua madre?

R. Dopo oltre trentacinque anni di quotidianità negli Stati Uniti, la mia vera lingua madre è l’inglese, che oltretutto preferisco stilisticamente all’italiano. Detto questo, non mi auto-traduco per un motivo molto importante. È che mi conosco: se lo facessi, fatalmente mi metterei a riscrivere il romanzo, immergendomi in un mare di dubbi, incertezze e ripensamenti: questo passaggio funziona bene in inglese, ma in italiano lascia a desiderare… questo capitolo mi piace in inglese, ma mi sembra zoppicare in italiano… questa frase in inglese suona benissimo, ma in italiano la devo spezzare almeno in due… e così via. Il risultato sarebbe un romanzo diverso rispetto alla versione inglese, forse nel bene ma più probabilmente nel male. E poi i tempi di consegna all’editore si allungherebbero a dismisura! Ho ottimi traduttori non solo in italiano ma anche in altre lingue. Mi fido di loro, del loro sguardo esterno, della loro capacità di calare il mio inglese in un’altra lingua assai meglio di come potrei fare io, riducendo ai minimi termini (l’inevitabile) tasso di “tradimento” rispetto al dettato e allo spirito originali.

Ci sono progetti cinematografici all’orizzonte?

R. Allo stato attuale c’è un certo interesse in Paesi non italiani (Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada). Parlo soprattutto della possibilità di una miniserie televisiva. All’estero, il fatto che Martin Bora sia un’antinazista che però milita fedelmente nell’esercito del Reich non desta alcun problema. In Italia, per motivi di ordine storico e culturale, ci sono ancora molte resistenze ad eleggere ad “eroe” un ufficiale della Wehrmacht. Il fatto è che il mio Martin Bora è… come dire… caratterialmente piuttosto lontano da Don Matteo, come pure da quel cinema “ombelicale” e campanilistico – senza offesa per nessuno – che sembra piacere in sommo grado ai produttori della Penisola.

Un’ultima domanda, ringraziandoti della tua disponibilità: stai scrivendo un nuovo romanzo con Martin Bora protagonsita? o anche solo puoi farci qualche anticipazione, in esclusiva, almeno sul periodo in cui si svolgerà?

R. Sì, ho iniziato la stesura di un nuovo romanzo con Bora. Il titolo provvisorio è “La sinagoga degli zingari” e l’azione si svolge nel 1942 sul fronte del Don, non lontano da Stalingrado. La storia è divisa in tre parti, con quella centrale situata durante l’assedio della città e un epilogo collocato qualche mese più tardi in territorio non sovietico. Accanto all’intreccio giallo e alle dinamiche del mondo privato di Bora (la madre, il patrigno, la moglie che non l’ha ancora lasciato), largo spazio verrà riservato ai rapporti problematici tra i principali “attori” presenti su quel fronte: tedeschi, italiani e romeni. Scherzando, potrei dire che per qualche verso si tratterà di un romanzo… multietnico!

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