Negli ultimi anni il cinema ha spesso ospitato film tratti da noti fumetti, soprattutto di super eroi, tanto che è nato un vero e proprio filone di successi, i cosiddetti cinecomics, anche fenomeni di costume e fandom, e molti non vedono l’ora di poter tornare in sala per riprendere questa abitudine, capace di ispirare anche la creatività degli appassionati, tra cosplay e fanart.
In attesa di questo importante e ambito momento, le Edizioni NPE presentano un’utile e molto esauriente guida scritta da Giuliano Gambino, dove, in 816 pagine, si traccia la storia del rapporto lungo e proficuo che lega cinema e fumetti, entrambi due modi per narrare tramite immagini.
Il sottotitolo del libro, Dalla pagina allo schermo, ribadisce questo legame, molto più antico di quello che si pensa e non certo limitato solo ai fumetti di super eroi, per quanto amatissimi in questi ultimi anni.
Tanti sono i film recensiti e raccontati, con immagini a contorno, con anche titoli meno noti o ormai classici, come i film di Batman di Tim Burton. Film come La famiglia Addams, The Mask, Il corvo, Ghost World, Tin Tin, I Puffi sono a tutti gli effetti dei cinecomics, senza dimenticare i film su Asterix o quelli tratti da manga come Crying Freeman e Battle Angel Alita.
Il libro racconta un’epopea iniziata negli anni Sessanta e durata fino ad oggi, con visibili nel taglio del libro le etichette che dividono il volume in decenni, con tanti spunti per rivedere film amati magari anni fa o scoprire nuove storie. In attesa un giorno di ritrovarsi tra appassionati di nuovo al cinema, per una nuova avventura del super eroe di turno o comunque ispirata alle nuvole parlanti.
Una guida ai cinecomics per Edizioni NPE a cura di Elena Romanello
2 marzo 2021:: Hard Cash Valley di Brian Panowich (NNEditore 2021) a cura di Fabio Orrico
28 febbraio 2021
Si arricchisce di un nuovo volume la toponomastica letteraria di Brian Panowich, scrittore americano fautore di un noir capace di flirtare, in quanto a senso del paesaggio e consapevolezza della tradizione, a più riprese col western. Dopo il grande dittico su Clayton Burroughs e la sua famiglia criminale era fisiologicamente impossibile restare a simili altezze ma Hard Cash Valley decisamente non è un titolo di secondo piano. La figura di Burroughs è ancora presente a un livello quasi mitopoietico e l’ombra del suo retaggio di violenza famigliare si stende anche su questa storia. Detto ciò, è bene rimarcare che Hard Cash Valley è testo del tutto autonomo e mette in scena un protagonista, il capitano di polizia Dane Kirby, la cui parabola è meno arroventata di dolore cosmico rispetto a quella dello sceriffo Burroughs ma non certo tranquilla né pacificata. Anche Kirby sconta il suo fatal flaw: ha perso infatti l’amata moglie e la figlia in un incidente stradale e il fantasma del perduto amore finisce per giocare una parte importante anche nel suo presente, condizionandolo e in parte addirittura indirizzandolo.
Chiamato sul luogo di un delitto commesso da un vecchio amico, Kirby si trova improvvisamente a dover gestire un’indagine che ha il suo epicentro proprio nella comunità in cui vive. Accanto a lui l’agente dell’FBI c’è Roselita Velazquez, una sbirra tosta e dal brutto carattere. Arnold Blackwell, un criminale di piccolo cabotaggio ha fatto saltare il banco dello Slasher, sorta di superbowl dei galli da combattimento, vincendo in pratica tutte le scommesse. L’incasso sfiora i due milioni di dollari. Sulle sue tracce si sono buttati due spietati sicari filippini e un misterioso assassino nerovestito. Imprevedibilmente, si scopre che la mente del colpo è William, fratello undicenne di Arnold affetto dalla sindrome di Asperger, un piccolo genio la cui mostruosa capacità di calcolo fa gola a uomini avidi di soldi e dai pochissimi scrupoli. Come sempre, Panowich è straordinario nel delineare il milieu delle sue storie. Dane, di fatto, è un Virgilio incaricato di far orientare poliziotti meno esperti nel suo mondo, quell’Hard Cash Valley che domina il romanzo fin dal titolo, segnandone i confini geografici.
Costruito su una progressione tanto incalzante quanto fascinosa, il libro di Panowich non dà veramente un attimo di tregua. Come sempre, il mondo del narratore statunitense non è un posto facile in cui vivere. Tradimenti e crudeltà sono dietro l’angolo e l’unica nota di conforto viene dalla lealtà che, quasi in maniera illogica, sedimenta il percorso di alcuni personaggi. Lealtà e amore, sembrano queste le bussole usate da Panowich per resistere al caos e allo sfacelo di un paese che ha messo il Dio Denaro in cima al suo sistema di valori. Il tema del denaro è calcato con insistenza. Attorno ai soldi scomparsi dello Slasher si inscena una vera e propria danza macabra in cui si uccide senza passione e forse senza risentimento. Per i protagonisti di questa storia, la violenza è principalmente una professione. Proprio per questo risalta con maggior forza l’idealismo di Dane Kirby, come dicevamo personaggio meno tragico di Clayton Burroughs ma altrettanto affascinante. A parte Dane, in Hard Cash Valley nessuno è quello che sembra ma, e qui sta la dimensione morale di uno scrittore come Panowich, a tutti è concessa una redenzione. Come un moderno (e incanaglito) Zola, Panowich osserva al microscopio i suoi eroi per constatare se e in che modo questa occasione può essere colta ed eventualmente quanto sia alto il prezzo da pagare per afferrarla. Il romanzo ha una vertiginosa accelerazione nelle ultime cento pagine, dove il ritmo delle agnizioni e le logiche causa-effetto hanno forse troppi punti di accumulo. Ma è il peccato veniale di un libro che se sbaglia, lo fa per generosità. In effetti, la grandezza di Panowich è confermata dalla sua voglia di sperimentare. Dopo due romanzi cupi e oscuri come i precedenti, ha in parte alleggerito i toni (solo in parte però, perché la violenza è messa in scena senza scorciatoie né volontà di edulcorare) e privilegiato lo scavo psicologico di protagonisti più sfaccettati. Se mi perdonate l’icasticità dell’affermazione, direi che i precedenti Bull Mountain e Come leoni erano una sorta di antico testamento noir di cui Hard Cash Valley leviga qualche asperità, pur mantenendone intatta la malìa.
Brian Panowich è stato per anni un musicista itinerante prima di fermarsi in Georgia, dove vive tuttora e lavora come pompiere. Il suo romanzo d’esordio, Bull Mountain, pubblicato da NNE nel 2017, è stato finalista nella categoria Mystery/Thriller del Los Angeles Times Book Prize 2016 accanto ad autori del calibro di Don Winslow. La saga di Bull Mountain prosegue con il secondo episodio, Come i leoni (2018).
Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa NNEditore.
:: Addio Little boy a cura di Nicola Vacca
24 febbraio 2021
È difficile dire addio a Lawrence Ferlinghetti, anche perché certi uomini non dovrebbero morire mai.
Alla veneranda età di 101 anni con un vissuto che ha attraversato il Novecento si è spento l’uomo Ferlinghetti ma resterà per sempre il poeta.
Il meno beat della beat generation, anche se è sempre stato considerato il maestro di quella generazione.
Oltre che poeta è stato romanziere, pittore, drammaturgo e editore.
Ferlinghetti ha fondato la celebre libreria City Lights di San Francisco e l’omonima casa editrice che ha pubblicato le prime opere di Jack Kerouac e Allen Ginsberg.
Era l’unico sopravvissuto di quella compagnia di ribelli e, il grande genio, l’agitatore culturale, e ancora un necessario punto di riferimento letterario e culturale.
Ferlinghetti, detto «il Prevért d’America» per la straordinaria popolarità delle sue poesie, è stato animatore del Novecento e della vita culturale di san Francisco con la sua celebre City Lights Books, luogo d’incontro delle migliori menti della sua generazione.
Nel 1958 pubblicò sulla Chicago Rewiew un pezzo sulla poesia di San Francisco nel quale sembra di rintracciare un ritratto della sua stessa poesia. «La poesia che si è fatta udire di recente è ciò che potrebbe essere chiamata poesia di strada. Perché consiste nel far uscire il poeta da un suo interiore santuario estetico dove troppo a lungo è rimasto a contemplare il suo complicato ombelico. Consiste nel riportare la poesia nella strada dove era una volta, fuori dalle classi, fuori dalle facoltà e in realtà fuori dalla pagina stampata. La parola stampata ha reso la poesia così silenziosa. Ma la poesia di cui parlo qui è la poesia parlata, poesia concepita come messaggio orale».
Quell’anno segna una svolta nella sua carriera di poeta. La New Directions di New York proprio ne 1958 pubblica A Coney Island of the mind, che diventerà uno dei libri di poesia più letti nel mondo.
La sua scrittura poetica permeata di satira e di invenzioni linguistiche che sperimenta una lingua parlata sempre vicina ai drammi e ai problemi degli uomini raggiunge il cuore delle persone, arriva con la sua potenza che deflagra e viene accolta con un grido di rivolta e di denuncia.
La poesia di Ferlinghetti conquista il lettore grazie a molte seduzioni. Una di queste è la potente semplicità di alcuni versi che sanno intercettare un contatto vivo con la gente comune.
Qualche anno fa è uscito da Clichy Little boy, un romanzo di Ferlinghetti ma anche qualcosa di più. Un’ autobiografia sui generis scritta e pensato con uno stile sperimentale e geniale che solo un genio come lui poteva scrivere.
In Little Boy (tradotto da Giada Diano), un monologo sulla sua vita pensato come un romanzo infinito che si abbandona a un flusso di coscienza in cui è quasi abolita la punteggiatura, c’è tutto di Ferlinghetti. Il poeta affida la trama del suo narrare a una ricerca appassionata del tempo non ancora perduto.
Da dissidente romantico e con il suo immenso cuore di poeta, Lawrence anche in questo libro continua a scrivere sulla strada dei ricordi affidandosi a un’immaginaria quarta persona singolare, che è la sua coscienza.
Ferlinghetti in Little Boy conferma di non amare le etichette e sfugge in maniera anarchica alle appartenenze e sceglie di regalarci pagine intense sulla sua lunga vita avventurosa con un libro che è inclassificabile: non è autobiografia, non è un romanzo, è una confessione scritta con un linguaggio torrenziale che mai si interrompe e che va oltre l’autobiografia e il romanzo.
Ricordi della sua vita si mescolano con fiumi di parole e riflessioni in cui il poeta mette in croce tutti i mali del tempo che ha attraversato: dalla critica radicale al potere all’attacco senza fare sconti alla civiltà industriale, alla globalizzazione e al consumismo che sta conducendo l’uomo verso l’estinzione.
Lawrence Ferlinghetti è Little Boy, l’uomo irriverente, il poeta psichedelico, il testimone libertario, il poeta sulla strada e della strada che parla e scrive della vita e la vive, sporcandosi le mani con quell’ esistenza fatta di incontri, di gente e soprattutto di persone. Cercando sempre l’amore per capire la carne.
È difficile dire addio a Lawrence Ferlinghetti.
Intervista a Rita Pilia per “Medusa era una fanciulla. Poesie di metamorfosi e confini” (Gilgamesh ed. 2020) A cura di Viviana Filippini
24 febbraio 2021

“Medusa era una fanciulla. Poesie di metamorfosi e confini” è la prima raccolta di poesie di Rita Pilia, edita da Gilgamesh. 150 componimenti che portano il lettore a viaggiare nelle emozioni dell’animo umano e dell’universo femminile. Quella di Rita Pilia è una poesia che indaga l’animo umano, lo analizza in modo garbato e intimo attraverso i versi nei quali l’autrice mette tutto il proprio sentire. Rita Pilia è laureata in Filologia Moderna e in Psicologia degli interventi clinici nei contesti sociali, all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e ha conseguito un Dottorato di ricerca in Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi di Siena. Attualmente è docente di Lettere presso l’I.I.S. “A. Lunardi” di Brescia. Lettura, scrittura e fotografia sono le sue passioni più grandi. Della raccolta e di come nasce la poesei ne abbiamo parlato con l’autrice.
Come è nata la tua passione per la poesia? Quando ero adolescente le poesie di Dante, Shakespeare, Prevert, Nazim Hikmet, Emily Dickinson mi incantavano. Ricopiavo sul diario i loro versi, cercavo me stessa e i miei sentimenti nelle loro parole. Non scrivevo nulla di mio. La poesia mi sembrava qualcosa di “troppo elevato”. Mi piaceva leggerla, ma non pensavo sarei stata mai all’altezza di comporre io stessa. Iniziai a scrivere solo una volta conclusa l’università, ma non erano vere poesie all’inizio: si trattava di racconti enigmatici, onirici, densi di immagini. In pochi anni divennero sempre più brevi, era come se la prosa volesse nascondersi e spezzarsi finché un giorno mi accorsi con sorpresa che quelle frasi forse potevano essere chiamate poesia. Si erano trasformate.
“Medusa era una fanciulla. Poesie di metamorfosi e confini”. Quale è il senso del titolo della tua prima raccolta? La prima parte del titolo si riferisce a un’antica versione del mito di Medusa, secondo cui la Gorgone – il mostro dai capelli di serpe in grado di pietrificare gli uomini con un unico terribile sguardo – era in origine una fanciulla bellissima, ingiustamente punita dalla dea della Ragione per il suo potere seduttivo e da quel momento in poi costretta a custodire tutte le emozioni dentro di sé, a mutare la bellezza in orrore. Quando la spada di Perseo la colpisce a morte, il dolore uccide il mostro, ma libera la fanciulla; il suo sangue ritorna a sgorgare, feconda gli abissi e rinasce, rosso e fortem, nel vivo corallo in cui lentamente si muta. I miti di metamorfosi come questo mi affascinano da sempre per la pluralità di interpretazioni a cui si prestano. La stessa vita umana può essere intesa come una continua metamorfosi, la continua necessità di varcare nuovi confini per sopravvivere. “Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume”, diceva il filosofo Eraclito. Questa “instabilità” (nostra o della realtà che ci circonda?) potrebbe spaventare, ma per me è stupore inesauribile, fonte di emozione e, dunque, di poesia.
Quali sono le fonti d’ispirazione per i tuoi versi? Le emozioni che la realtà e le opere d’arte (la pittura simbolista innanzitutto; i Preraffaelliti e Klimt sono i miei artisti di riferimento) sono in grado di suscitare in me. Da empatica, spesso mi sento travolta da un eccesso di emotività. In quei momenti scrivo e vivo il processo creativo come un modo per fare ordine dentro di me. Alcune poesie sono nate in viaggio, ispirate da un panorama fuori dal finestrino, o nel dormiveglia, nel cuore della notte, nel tentativo di catturare un sogno prima di riaddormentarmi di nuovo e dimenticare tutto. Il desiderio di fermare un singolo istante, una specifica emozione, a volte mi fa percepire la poesia come una lotta contro il tempo. Del resto in epoca Barocca i miti di metamorfosi rappresentavano anche il tentativo di esorcizzare la paura dell’oblio.
Nella tua raccolta molte poesie hanno il nome di figure femminili della letteratura e della mitologia, che relazione c’è tra l’universo letterario e la realtà? Il mito è un linguaggio potentissimo che permette di raccontare la realtà e al tempo stesso di nasconderla. Proprio come la figura retorica della reticenza, il mito dice e non dice, spalancando le porte all’immaginazione. I miti mi consentono di narrare attimi di vita vissuta in maniera più enigmatica di quanto non accadrebbe se decidessi di narrarli in prosa. Le emozioni che i miti (e la letteratura) raccontano, convertendole in immagini, sono le stesse che proviamo tutti noi oggi: gioia, rabbia, dolore, rancore… Questo rende possibile l’immedesimazione. Io mi immedesimo nelle figure femminili di cui racconto la storia, comprendo le loro emozioni – capisco perché Francesca si innamorò di Paolo, per esempio (qui penso alla mia poesia “Canto V”) – e credo che ai lettori possa accadere lo stesso. Le emozioni sono un linguaggio universale che permette di valicare gli angusti confini spazio temporali della propria epoca, permette a una vita di fondersi in mille altre vite, (ri)scoprendo se stessa e esplorando nuove possibilità.
Tra le poesie della raccolta ti ricordi quale è la prima scritta e il momento in cui l’hai concepita? Nella raccolta tra le primissime ci sono senz’altro “Orfeo e Euridice” e “Orangerie”. Sono mie personali interpretazioni: la prima dell’omonimo mito, la seconda della novella di Boccaccio “Lisabetta da Messina”. Nel 2013 ero molto affascinata da questi testi e volevo attualizzarli, renderli più personali. Di Euridice ho messo in evidenza le paure, la diffidenza nei confronti di Orfeo, mentre nel caso di Lisabetta la mia versione è meno macabra rispetto all’originale: il vaso, infatti, non contiene la testa dell’amato, ma vecchie fotografie. In entrambi i casi, tuttavia, i ricordi permangono (crescono, si fanno pianta) con conseguenze nefaste sulla psiche. Si capisce che sono le prime anche dal punto di vista grafico: meno frantumate, conservano (soprattutto Euridice) alcuni tratti di prosa.
Il componimento al quale sei più affezionata e perché? Sicuramente “La strega”. Si tratta di un omaggio al romanzo di Vassalli, “La Chimera”, ma è molto di più: la sera in cui scrissi, quasi di getto, quei versi soffrivo molto perché un sogno in cui avevo creduto a lungo si era rivelato… una chimera appunto. E i desideri, quando restano irraggiungibili come le stelle fanno male: “desideri di vetro / da trafiggere i polsi”. Questo stato d’animo mi permise di immedesimarmi con Antonia, la “strega” del romanzo, fondere le mie emozioni con le sue, sentirmi meglio e piano piano, con il tempo, trovare nuove stelle, nuova luce. Un’altra poesia a me cara è “La colpa”. Grazie all’artista Mara Cantoni e all’editore Alberto Casiraghy nel 2016 era diventata un “pulcino elefante” in edizione limitata. Un’esperienza bellissima quella trascorsa a Osnago, a stampare a mano con i caratteri mobili e poi a cucire i singoli libretti. Ognuno era unico! Di questa poesia mi affascina il fatto che molti interpretino il “te” di “È difficile perdonare agli altri /la colpa/ di non essere te” come un riferimento a se stessi, invece in quei versi io intendevo descrivere la rabbia impotente che si prova quando le persone che si hanno intorno sono potenzialmente perfette, ma hanno l’unica imperdonabile colpa di non essere quell’unico “te” dotato di valore, la persona ancora amata. Mi affascina scoprire come le stesse parole possano acquisire significati diversi a seconda dello stato d’animo di chi legge.
Colori, emozioni, elementi naturali, nomi, com’è il lavoro di combinare le parole per creare emozioni in poesia? Nella maggior parte dei casi tutto ha origine da un’immagine. Io cerco di ricreare con le parole le emozioni che le immagini producono in me. Dal momento che tutto inizia di solito da una sensazione visiva, le mie poesie sono ricche di colori, le definirei pittoriche, a volte. La mia più grande gioia è vederle illustrate perché è come se fossero restituite alla loro dimensione originaria.
Ci racconti qualcosa sulla copertina del libro? La copertina è stata realizzata per me dall’artista Mara Cantoni ( www.maracantoni.com ), una cara amica con cui collaboro e che aveva già illustrato in precedenza alcune mie poesie. Lei ha visto nella fanciulla Medusa la Dea dei serpenti cretese ed è proprio alle statuette minoiche che la sua illustrazione si ispira. Il rosso del corallo si è trasferito nei capelli e nella collana che il personaggio indossa. I capelli ricci, il mio tratto distintivo, sono un omaggio a me e si trovano evocati in numerose poesie (“capelli di rovo”). L’idea di far continuare la chioma nel retro della copertina era un modo per valorizzarli. A volte penso che tanta fantasia poetica scaturisca proprio dai miei ricci… Forse sono un po’ come Sansone (anche se decisamente meno forzuta!)
Secondo te scrivere poesie è un atto che possono provare a fare tutti ? Sì, tutti coloro che provano emozioni perché è di emozioni che la poesia si nutre. Alcuni riusciranno a esprimere questo mondo interiore con le parole (è il mio caso), altri con la pittura, altri ancora con ago e filo o con la danza… La poesia ha molte forme, è metamorfica essa stessa. Essenziale è imparare ad ascoltare e a ascoltarsi, soltanto dopo si potrà tradurre la voce dell’anima in versi o in gesti. La poesia fa stare bene, trasforma il dolore in Bellezza. Tutti ne abbiamo bisogno, bisogna solo essere pronti ad accoglierla.
Una guida al mondo dei fumetti per Edizioni NPE a cura di Elena Romanello
21 febbraio 2021
Il mondo dei fumetti, anche in questo momento di assenza di eventi dal vivo, continua a interessare e piacere, con tante iniziative editoriali in tema, anche nella saggistica e negli studi del settore.
Le Edizioni NPE propongono un’originale guida in tema, non la solita e interessantissima peraltro Storia tra autori e Paesi, ma un insieme di curiosità: Infocomics di Norberto B. Baruch è una colorata e imperdibile guida alle curiosità sui singoli personaggi a fumetti dalle origini ad oggi, tradotta dall’originale spagnolo.
Le nuvole parlanti sono state e sono strumenti di evasione, certo, ma anche modi per veicolare messaggi importanti e non certo banali, diventando comunque una forma d’arte e di cultura, tanto da essere chiamato la Nona Arte, oltre che uno strumento di divulgazione molto potente.
Infocomics è un insieme di curiosità, per chi è cresciuto con i fumetti e vuole ritrovare personaggi sempre amati, scoprendone di nuovi, spaziando su oltre trecento schede, in cui si analizzano figure come Batman, Wonder Woman, Spider Man, Wolverine, gli X-Men, Topolino, Totoro, Betty Boop, Mazinga Z, Bugs Bunny, Corto Maltese e l’Eternauta da una prospettiva diversa, analizzando evoluzioni storiche e stilistiche.
Il libro spazia, come è giusto che sia, dai comics americani ai manga, dalla bande dessinée franco belga alle historietas sudamericane, abbracciando universi e storie per tutti i gusti e di tutti i tipi.
Per ogni personaggio si possono scoprire tra le altre cose qual è l’origine dei loro nomi e dei loro simboli, chi li ha disegnati per la prima volta e a cosa si sono ispirati i loro creatori, oltre che per esempio il significato dei colori dei loro costumi.
Un’enciclopedia di curiosità, quindi, dal formato di un atlante, A4, a colori e con mondi tutti da esplorare e scoprire.
Il grande libro dei racconti di Sherlock Holmes di AA. VV. (Oscar Draghi Mondadori, 2020) a cura di Elena Romanello
20 febbraio 2021
Qual è il personaggio di finzione che ha avuto più adattamenti al cinema e in televisione? Non è difficile, è Sherlock Holmes, il celebre detective ideato da Arthur Conan Doyle, protagonista assoluto ancora oggi di nuove avventure, a volte di ambientazione moderna, come capita nei serial Sherlock con Benedict Cumberbatch e Elementary.
Il successo di Sherlock nei film e nei serial, d’altro canto, è un riflesso di quello che ha avuto e continua ad avere in letteratura, con decine e decine di racconti dedicati, tra omaggi, parodie, prequel, sequel, storie alternative e molto altro ancora.
Nel mondo delle storie ispirate a Sherlock e all’inseparabile Watson si distinguono le storie canon, che rientrano nell’universo costruito da Conan Doyle, e quelle non canon, che si allontanano da questo mondo con nuove tematiche.
Oscar Draghi ha raccolto in un volume poderoso, curato dallo studioso Otto Penzler, una scelta abbastanza esauriente di racconti sull’investigatore di Baker Street, scritti tra fine Ottocento ed oggi, da dove emerge l’interesse e la passione che questo personaggio ha suscitato, con storie spesso fulminee, poche righe, ma davvero incisive, con toni diversi, certo, ma sempre interessanti da scoprire, soprattutto per chi ama questa figura ormai così popolare da essere considerata vera.
Tra i nomi di chi si è cimentato a omaggiare Sherlock Holmes ci sono tante sorprese, come autori e autrici specializzati in altri generi, quali Neil Gaiman, Stephen King, Michael Moorcock, Tanith Lee, oltre che giallisti, da Ellery Queen alla maga dell’Ottocento vittoriano Anne Perry.
Il grande libro dei racconti di Sherlock Holmes è un tesoro prezioso di storie e atmosfere, per tutti coloro che amano il detective, da chi lo segue da molti anni grazie alla letteratura a chi si è appassionato grazie ai film, da quelli storici con Peter Cushing agli ultimi con Robert Downey jr., da chi è andato magari più volte in pellegrinaggio in Baker Street ai fan dei serial passando per chi da giovane si è appassionato ieri con Piramide di paura e oggi con Enola Holmes.
Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.
:: Gli scrittori parlano dei loro libri: “Il quinto appuntamento col commissario Ricciardi”- Vipera di Maurizio de Giovanni
20 febbraio 2021
Volevo ricalcare le stagioni attraverso le feste, un altro modo rispetto al primo ciclo di passare un anno con Ricciardi. Toccava alla primavera, che non vedevo dai tempi de “La condanna del sangue”. La primavera che scuote i sensi, la primavera che accelera la circolazione, la primavera che inebria di profumi. La primavera è il terreno di coltura ideale dei sentimenti e delle passioni cieche, la primavera è il momento giusto per l’amore assurdo, per l’amore sbagliato.Toccava alla primavera, che in termini di feste significa la Pasqua. Dalle parti nostre c’è la pastiera, il casatiello, altri profumi e altri sapori. altre storie e favole e leggende. Avevo tanta di quella materia da esserne sopraffatto. Cercai un mondo e un’atmosfera, mi misi a leggere e a studiare. Fui folgorato dal bordello, un universo sociale meraviglioso e terribile, un pianeta da esplorare con curiosità ed emozione. Mi scelsi una vittima, e la volli bellissima e innocente, una Venere dolce incantevole come un dipinto e calda come l’inferno. La vidi morta davanti a me, e mi chiesi chi mai potesse o volesse uccidere una donna di quella bellezza.Man mano che raccontavo, scoprii con raccapriccio per la prima volta, e non l’ultima, che ognuno dei personaggi poteva volerla morta, Vipera. Anche se non aveva fatto male a nessuno, anche se nella vita aveva solo subito, anche se aveva sparso amore e sostegno e affetto a tutti, in ogni istante della sua breve vita.Provai e provo immensa pena per lei, e per la sua storia triste. Ma devo ringraziarla con tutto il cuore, perché fu con questo romanzo che Ricciardi esplose e diventò uno dei personaggi più amati della letteratura nera italiana.”Il quinto appuntamento col commissario Ricciardi,”, per voi. Per me è e sarà sempre “Vipera”, il romanzo che comincia con la domanda delle domande. E dimmi: lo sai. tu, cos’è l’amore?
Il regno capovolto di Marie Lu (Oscar Fantastica, 2021) a cura di Elena Romanello
18 febbraio 2021
Il movimento femminista ha raccontato negli anni come nel corso dei secoli sia stato negato alle donne l’accesso alle professioni artistiche: ci sono state comunque scrittrici e pittrici, invece sono mancate le musiciste, malgrado ci fosse del talento anche in questo ambito: uno degli esempi più evidenti è la vicenda di Marie Anne Mozart, detta Nannerl, sorella maggiore di uno dei più celebri musicisti di tutti i tempi, dotata dello stesso talento del fratello e costretta a sacrificarlo da una società patriarcale, smettendo di suonare dopo essersi sposata, ed in grado comunque anche di comporre musica.
Su Nannerl Mozart sono uscite negli anni alcune biografie, mentre era assente dal film Amadeus di Milos Forman: alla sua vita è ispirato l’originale e intrigante urban fantasy Il regno capovolto di Marie Lu, uscito per Oscar Fantastica, capace di attirare fin dalla copertina.
Nelle pagine del libro rivivono l’infanzia e l’adolescenza di Nannerl, quando suonava in coppia con suo fratello Wolfgang presso case nobiliari e palazzi reali, a cominciare da quello di Schonbrunn, in presenza della futura tragica regina di Francia Maria Antonietta.
I fatti reali della vita della ragazza vengono mescolati con una storia fantastica: Nannerl riceve infatti di notte la visita di un misterioso ragazzo, abitante di una terra magica, un mondo capovolto, che le comunica che il suo sogno di comporre potrebbe diventare realtà. Ma il prezzo può essere altissimo, come scopre man mano la protagonista, tra realtà e fantasia, con le vicende di un regno sconvolto da lotte intestine che si mescolano sempre più con la sua vita.
Molti studiosi della musica concordano oggi sul fatto che Wolfgang Amadeus Mozart non possa aver scritto tutte le composizioni che gli si attribuiscono, e che quindi molte, soprattutto di quelle giovanili, sono opera di Nannerl, un genio dimenticato. Inoltre le storie del Regno capovolto erano presenti nella vita reale dei due giovanissimi musicisti, erano un mondo immaginario che si erano inventati per intrattenersi durante i lunghi spostamenti in carrozza, e ispirarono poi Mozart per l’ambientazione di una delle sue opere più celebri e suggestive, Il flauto magico.
Il regno capovolto è quindi un’opera di finzione basata su fatti reali, su un destino fuori del comune troncato prima del tempo ma rimasto da qualche parte nel mondo e nella musica che ancora oggi si ascolta e si ama. Una storia per gli amanti sia del fantasy che del romanzo storico, con la scelta di un mondo pieno di spunti come quello del Settecento europeo.
Marie Lu è l’autrice bestseller del “New York Times” delle serie “Young Elites”, “Legend” e “Warcross”. Dopo la laurea alla University of Southern California, ha iniziato a lavorare come artista nell’industria dei videogame. Attualmente è una scrittrice a tempo pieno e passa il tempo libero leggendo, disegnando, giocando, e imbottigliata nel traffico. Vive a Los Angeles con il marito, lo scrittore-illustratore Primo Gallanosa, e la loro famiglia.
Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.
“Eccetera. Una commedia profetica”, Rose Macaulay (Liberilibri, 2020) A cura di Viviana Filippini
18 febbraio 2021
“Eccetera. Una commedia profetica” di Rose Macaulay, potrebbe far pensare ad un testo teatrale. Invece non lo è, perché questo romanzo della scrittrice nata a Rugby è un vero e proprio esempio di romanzo distopico, uscito nel Regno Unito nel 1918 e finito nel dimenticatoio. Già, perché il volume venne ritirato in modo immediato dalle librerie inglesi, in quanto si riteneva che in esso ci fossero dei passaggi sovversivi. Pubblicato l’anno successivo il testo non venne preso in considerazione dalla critica e tantomeno dal pubblico e non a caso finì di nuovo nel limbo dei libri scordati. Da noi, “Eccetera” è giunto grazie all’editore Liberilibri. La trama prende il via in una Londra dopo la Prima guerra mondiale e l’atmosfera che si presenta nella città è a tratti surreale, nel senso che si ha la sensazione che i protagonisti si trovino in un mondo le cui certezze sono andate in frantumi a causa delle guerra e quella pace raggiunta è come lì lì pronta a saltare da un momento all’altro. In una città ammantata da un’atmosfera di pericolo incombente il lettore scopre che tutto è controllato dal Ministero dei Cervelli, creato per favorire il progresso e strutturato in diverse sezioni con funzioni specifiche che controllanno ogni singolo cittadino. Kitty Grammont è la protagonista del romanzo. La donna lavora come funzionaria del Ministero dei Cervelli, è molto intelligente – fin troppo per la società dove vive- tanto è vero che lei rientra nei cittadini di categoria mentale A, ma, allo stesso tempo, comincia a capire che qualcosa non va nel mondo dove vive. C’è troppo controllo, troppa volontà di fare dei cittadini esseri perfetti e di bloccare quello che non è conforme ai principi di Stato. Kitty è sposata e il suo matrimonio con Nicholas Chester Ministro dei Cervelli deve restare segreto, perché lui è di una categoria inferiore e quindi non adatto (o meglio) certificato a sposarla. Un unione tra ordini differenti che rappresenta una vera e propria sovversione del sistema e una miccia che potrebbe fomentare una rivolta popolare. Il romanzo della Macauly è una storia avvincente, distopica, che ha al centro della narrazione la tematica della manipolazione delle menti umane e della società al fine di sottomettere e controllare in modo completo le persone. “Eccetera. Una commedia profetica”, scritto nel 1918, anticipò per i certi aspetti trattati il film “Metropolis” di fritz Lang del 1927, ma anche romanzi diventati pilastri della letteratura mondiale come “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley del 1932 e “1984” di George Orwell del 1949. A dire il vero, però “Eccetera. Una commedia profetica” di Rose Macaulay è attuale oggi come ieri, perché non è difficile riscontrare nella società immaginata dall’autrice nel 1918 alcuni aspetti sociali molto simili a quelli del nostro vivere di oggi. Traduzione Irene Canovari.
Rose Macaulay, nata a Rugby nel 1881 in una famiglia di accademici, trascorse l’infanzia in Italia, studiò a Oxford e lavorò alla Sezione Propaganda durante la Grande Guerra. Spirito ribelle e femminista, ebbe una vita molto attiva e riuscì a guadagnarsi da vivere grazie alla sua scrittura, cosa rara per una donna a quei tempi. Compì innumerevoli viaggi, frequentò circoli letterari, femministi, religiosi e pacifisti, e partecipò ai programmi radiofonici della BBC. Non si sposò mai, reputando la vita domestica una minaccia alla creatività femminile, ma visse una lunga relazione d’amore con lo scrittore irlandese Gerald O’Donovan, ex-prete sposato e padre di tre figli. Poco prima di morire (si spense a Londra nel 1958), venne insignita del titolo di Dama Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico.
Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa di Liberilibri.
:: La malapena di Maurizio Veglio (Edizioni SEB 27, 2020)
17 febbraio 2021
Non è un carcere, ma per chi lo subisce è peggio. La detenzione amministrativa dello straniero nei centri per il rimpatrio (Cpt, Cie, Cpr) è un rito di segregazione, un atto di apartheid che avalla la mortificazione della dignità umana. Mentre sperimentano il fallimento del proprio progetto migratorio, i reclusi subiscono il potere statale nella sua forma più invasiva e feroce. Qui deflagra una violenza a grappolo: contro il diritto, che autorizza giudici non professionisti a convalidare la detenzione di persone che non hanno commesso alcun reato; contro i corpi, esposti alla tentazione dell’autolesionismo; e contro i luoghi stessi, bersaglio della rabbia dei segregati e di un continuo maquillage giuridico e materiale. E poi c’è il paradosso dell’inefficienza: nonostante l’enorme impiego di denaro, appena il 50% delle persone trattenute viene rimpatriato. Cosa attende gli stranieri dopo il trattenimento? Cosa può nascere dal rifiuto e dal risentimento? In quale pace può sperare una società che, in nome della sicurezza, sacrifica la libertà e la dignità dei più vulnerabili? Un viaggio nei Cpr, ferita della legalità e delle garanzie civili, obbrobrio giuridico del nuovo millennio.
Maurizio Veglio è avvocato specializzato in diritto dell’immigrazione, socio Asgi e lecturer presso l’International University College di Torino. Dal 2011 collabora con la Human Rights and Migration Law Clinic (Hrmlc), con la quale ha supervisionato la ricerca Betwixt and Between: Turin’s Cie, l’istituzione della Refugee Law Clinic e l’avviamento dell’Osservatorio sulla giurisprudenza dei giudici di pace in materia di immigrazione (Lexilium). Oltre all’attività di formazione e ricerca, è autore di numerose pubblicazioni tra cui il volume Lo straniero e il giudice civile (Utet, 2014) e il saggio Uomini tradotti. Prove di dialogo con richiedenti asilo (“Diritto, Immigrazione e Cittadinanza” 2/2017). Ha curato il volume L’attualità del male. La Libia dei Lager è verità processuale, pubblicato in questa stessa collana nel 2018.
:: Un’intervista con Susanna Tamaro a cura di Giulietta Iannone
17 febbraio 2021
Benvenuta Susanna e grazie di avere accettato questa intervista. Inizierei con il chiederti di parlarci di te, della tua infanzia, dei tuoi studi.
ST Ho scritto un intero libro su di me, la mia infanzia e di come ho scoperto di avere il talento della scrittura. Si intitola ‘Ogni angelo è tremendo’. Non so se è ancora in commercio. Comunque, riassumendo, ho avuto un’infanzia piuttosto difficile, priva di amore, un rapporto con gli studi pessimo, mi sono trasferita poi da Trieste a Roma dove a vent’anni mi sono diplomata in regia al Centro Sperimentale di Roma. Prima di vivere dei miei libri, ho fatto documentari sulla natura – che è la mia grande passione – per la Rai.
Che libri leggevi da ragazzina e poi crescendo quali sono diventati i tuoi scrittori preferiti?
ST Da bambina non amavo leggere. Capisco tutti i ragazzi che hanno difficoltà nella lettura, proprio per questo ho scritto negli anni libri per bambini - Cuore di ciccia, Il cerchio magico, Papirofobia, Tobia e l’angelo e Salta Bart! – in cui penso non ci si annoi neanche un secondo. Il primo autore che ho letto e amato da adolescente è stato Jack London. Sono stati Il richiamo della foresta e Zanna bianca ad appassionarmi alla lettura: parlavano di cani, altra mia grande passione. La scuola invece mi ha fatto odiare la letteratura. Ho ricominciato a leggere a 18 anni, quando mi sono trasferita a Roma. Dovendo fare quattro ore di autobus al giorno per andare a Cinecittà, ho letto moltissimo, iniziando dai grandi classici russi – Tolstoj, Dostoevskij, Cechov, Turgenev – poi con quelli tedeschi – Thomas Mann, Kafka, Rilke – i francesi – Stendhal, Balzac, Flaubert – e alla fine gli inglesi: Conrad e Dickens soprattutto, che amo particolarmente.
Come è nato in te l’amore per la scrittura? È stato un percorso inevitabile e naturale o hai incontrato delle difficoltà?
ST Scrivere è stato un percorso naturale, cominciato verso i 23 anni, mentre è stato molto poi difficile riuscire a trovare un editore. Ho impiegato dieci anni per riuscire a pubblicare il primo libro.
Hai esordito con il romanzo La testa fra le nuvole (1989). Come sono stati i tuoi primi passi nel mondo letterario italiano? C’è qualcuno che ti ha incoraggiato e particolarmente sostenuto che vuoi ringraziare?
ST La testa fra le nuvole ha vinto il ‘Premio Elsa Morante, Opera prima’, e sono grata a Cesare de Michelis della Marsilio, un vero editore di quelli che ormai non esistono più, che ha creduto in me e mi ha scoperta. Per il secondo, Per voce sola, devo invece ringraziare Federico Fellini che ha amato moltissimo il libro e ne ha parlato ai giornalisti, facendomi uscire dall’anonimato.
Poi il grande successo di Va dove ti porta il cuore. Ti ha in qualche modo cambiato? Hai trovato difficoltosa l’improvvisa notorietà?
ST Sì, l’ho trovata spaventosa. So che molti scrittori non desiderano altro, ma per me è stato un grande trauma perchè ho sempre amato vivere nella penombra e la dimensione pubblica mi turba e mi agita. Ma, non lo nego, è stata anche una grande gioia perché mi ha permesso di entrare in comunicazione profonda con un grandissimo numero di lettori in tutto il mondo.
Ora vorrei dedicare la seconda parte di questa intervista al tuo ultimo romanzo “Una grande storia d’amore”. Come è nato il progetto di scriverlo?
ST Era da tanti anni che volevo scrivere un romanzo che avesse per tema un amore che dura nel tempo. D’altronde la maggior parte dei grandi romanzi classici, da Anna Karenina, al Rosso il Nero, a Guerra e Pace, a Jane Eyre, prendono luce grazie alle contrastate storie d’amore che raccontano. Mi sembrava poi che, in questi tempi così confusi, ci fosse una sorta di imbarazzo di pudore a parlare dell’esistenza di un sentimento capace, nonostante le difficoltà e gli ostacoli, di trasformarsi e durare nel tempo.
Come si è sviluppata la scelta di scrivere una storia dal punto di vista di un lui, Andrea. Hai trovato difficile immedesimarti in una psicologia maschile?
ST Sono stata a lungo indecisa su quale punto di vista assumere e poi, quando ho iniziato, mi è venuto spontaneo usare la voce maschile. L’ho fatto già in altri libri, in Anima Mundi, e in Per sempre e devo dire che mi viene abbastanza naturale.
Il personaggio di lei, Edith lo consociamo attraverso gli occhi di lui, e tramite alcune lettere che scrive. Come hai costruito il suo personaggio?
ST L’ho costruito cercando di capire le sue passioni, le sue inquietudini, il mondo in cui era cresciuta, collegando i tanti tasselli di cui è fatta una vita.
Narri una profonda e vera storia d’amore tra un uomo e una donna che non potrebbero essere più diversi: lui serio, responsabile, ordinato; lei impulsiva, talentuosa, complicata. Gli opposti si attraggono come dice il detto?
ST Sicuramente. Gli opposti si attraggono e spesso fanno anche faville. Il bello della storia e della vita è proprio questo: che il destino spesso ci mette accanto persone molto diverse, che ci fanno crescere e ci mantengono sentimentalmente vivaci.
Mi ha colpito molto il punto in cui narri la storia dei Re Magi, e del dono che Gesù gli fece per ricambiare l’oro, l’incenso e la mirra, dono di cui non capirono il valore e il significato. Pensi che nella vita le piccole e umili cose racchiudano tesori e molto spesso siamo troppo orgogliosi e ciechi per accorgercene?
ST Si, l’ho messo proprio per questo. Si tratta di un episodio narrato nel Milione di Marco Polo. I Magi si aspettavano qualcosa di prezioso da un re e vedendo una semplice pietra si sentono traditi e delusi. Ma quella pietra aveva il dono del fuoco eterno che, in qualche modo, è una metafora dell’amore.
Nel tuo romanzo oltre alla storia d’amore principale, narri una bellissima storia di paternità acquisita. L’amore di Andrea per Amy è fatto di scelte consapevoli, di crescita comune, come si sviluppa nella tua storia?
ST Questa era un’altra delle sfide da affrontare. Nella situazione attuale, ci si trova spesso davanti a forme non tradizionali di rapporti e, tra queste, il padre che non è il padre è una delle più frequenti. Mi sono sempre chiesta, e scrivendo ho cercato di rispondermi, che cosa sia veramente importante, che cosa caratterizzi davvero una figura paterna. Quando ho trovato il termine ziopapy ho trovato anche la chiave d’accesso per comprendere. Andrea accoglierà Amy, con tutti i suoi problemi, quando lei si sentirà pronta con l’affetto di una figura paterna capace di donarle stabilità.
Ringraziandoti della disponibilità, come ultima domanda ti chiederei quali sono i tuoi progetti futuri.
ST Magari un libro di riflessioni su questi tempi. Mi piacerebbe poi scrivere un altro libro per bambini.
Ringraziamo Algisa Gargano e Vicki Satlow e iniviamo a visitare l‘account ufficiale di Susanna Tamaro.
Il grande albero al centro del mondo di Makiko Futaki (Kappalab, 2020) a cura di Elena Romanello
16 febbraio 2021
Kappalab propone un nuovo titolo inerente il mondo dei manga e degli anime e la cultura a loro collegati, con un libro a metà strada tra romanzo, fumetto, libro grafico e animazione su carta: Il grande albero al centro del mondo di Makiko Futaki, compianta e poliedrica animatrice dello Studio Ghibli di Hayao Miyazaki e Isao Takahata, oltre che di altri anime per diversi studi d’animazione.
Questa di Kappalab tra l’altro è la prima edizione al di fuori del Giappone in una lingua occidentale, per una fiaba incantata e ricca di significati.
La giovane Sisi vive in un mondo diverso dal nostro, pieno di alberi enormi e lei abita con la nonna ai piedi di uno di questi, in mezzo ad animali e creature sconosciute. Nessuno ha mai raggiunto la cima della pianta e si narra che lassù nidifichi l’onnisciente Uccello d’Oro, un essere che può rispondere ad ogni domanda.
Sisi decide un giorno di scalare il tronco per trovare l’Uccello d’Oro, ma durante il suo viaggio assiste ad un grande sordo degli animali verso terra, per un qualcosa che sta succedendo. Nel corso del viaggio, che la cambierà profondamente, Sisi scoprirà nuovi mondi, farà incontri inaspettati e capirà che quando tutto sembra perduto l’amicizia e la fiducia sono le forze più grandi dell’universo.
Una storia che riprende molti dei temi dei film dello Studio Ghibli, l’ecologia, l’armonia con gli altri esseri viventi, l’amore per la natura, i rapporti tra generazioni, la collaborazione, che può guarire il mondo, farlo rinascere e far ripartire il tutto. Un inno alla speranza, dove si alternano testo e disegni a colori pastello in cui si ritrovano le atmosfere dei film di Miyazaki, a cominciare da Nausicaa della valle del vento.
Il grande albero al centro del mondo è una fiaba per tutte le età, un libro per i lettori più giovani ma anche per chi è cresciuto per anni con le storie dello Studio Ghibli, un piacere per gli occhi e una storia che resta nel cuore, oltre che un omaggio ad un’artista che purtroppo ci ha lasciati troppo presto.
Makiko Futaki (19 giugno 1957 – 13 maggio 2016) è stata uno dei membri principali dello staff di Hayao Miyazaki fin dagli esordi dello Studio Ghibli, animando per esso capolavori come Il mio vicino Totoro, Kiki – Consegne a domicilio, Principessa Mononoke, La città incantata e Il castello errante di Howl. Si laurea in Belle Arti all’Università di Aichi, quindi lavora presso Telecom Animation Film e, nel 1991, entra a far parte dello Studio Ghibli. Grazie alla sua particolare abilità nella rappresentazione di animali e piante, si occupa delle animazioni della maggior parte degli iconici film del Premio Oscar Hayao Miyazaki e di Isao Takahata. Tra i suoi libri illustrati figura la serie per bambini di Chiisana Pisuke, ed è stata l’illustratrice ufficiale delle copertine della saga di Moribito scritta da Nahoko Uehashi.
L’opera di Makiko Futaki è già stata apprezzata anche in Italia attraverso numerosi lungometraggi e serial televisivi d’animazione, che comprendono fra gli altri: Le nuove avventure di Lupin III (1980), Space Adventure Cobra (1982), Nausicaä della valle del vento (1984), Il fiuto di Sherlock Holmes (1984), Il castello nel cielo (1986), Le ali di Honneamise (1987), Cara dolce Kyoko (1987), Devilman (1987), Il poema del vento e degli alberi (1987), Il mio vicino Totoro (1988), Akira (1988), Pioggia di ricordi (1991), Porco Rosso (1992), Pom Poko (1994), I sospiri del mio cuore (1995), Principessa Mononoke (1997), I miei vicini Yamada (1999), La città incantata (2001), Il castello errante di Howl (2004), Ponyo sulla scogliera (2008), Arrietty – Il mondo sotto il pavimento (2010), La collina dei papaveri (2011), Si alza il vento (2013) e Quando c’era Marnie (2014).
Provenienza: libro del recensore.

























