:: Io e lui di Alberto Moravia (Bompiani 2000) a cura di Marcello Caccialanza

29 novembre 2017 by

io e lui“Io e Lui”, libro datato 1971, fu accolto dalla critica dell’epoca con un certo snobismo e pregiudizio immotivato, sicuramente a causa di una scabrosità di argomento.
Obbiettivamente parlando, quest’opera di Alberto Moravia non è di certo all’altezza dei suoi scritti precedenti, quali “La Ciociara”, “La Provinciale” o gli “Indifferenti”. Ma non ci si può esimere dal valutare questo romanzo alienandosi da banalità e da facili giochi di doppio senso di infimo gusto. Occorre quindi mantenere una certa lucidità intellettuale e prendere in considerazione l’originalità di questo contenuto. Ossia la conversazione freudiana, nell’umano inconscio, che intercorre tra il timido ed inetto protagonista (un regista da quattro soldi che cerca invano la vana gloria) e il suo tracotante organo genitale, sempre impegnato nella spregiudicatezza dei suoi atti libidinosi.
Tutto ciò diviene, quindi, uno spassoso ed ironico “j’accuse” sulla frivolezza di quell’individuo, avvolto nella sua mediocrità fisica e spirituale, che tenta di mostrare, al mondo circostante, la sua forza e la sua virilità; concentrandosi, non sulla bellezza del suo essere persona pulsante e pensante, ma puntando esclusivamente sulla potenzialità della propria prestazione sessuale, non accorgendosi in questo modo di sfiorare il ridicolo e di cadere nella peggiore forma di pietismo generale.
Nel 1973 il regista Luciano Salce ne trasse una divertente versione cinematografica, nella quale il ruolo del protagonista fu affidato all’attore Lando Buzzanca.

Alberto Pincherle Moravia (Roma, 1907 – 1990), è stato scrittore, giornalista, saggista, reporter di viaggio e drammaturgo. È uno dei più importanti romanzieri italiani del XX secolo.
Collaborò con giornali come “La Stampa”, il “Corriere della Sera” e “L’Espresso”. Tra i suoi libri più noti e tradotti in tutto il mondo ricordiamo Gli indifferenti, La ciociaraLa romana, Racconti romani e La noia.
Nel 1952 venne insignito del Premio Strega per I racconti, messi all’Indice dalla Chiesa. Dai suoi romanzi sono stati tratti numerosi film, tra i quali La ciociara di Vittorio De Sica, La noia di Damiano Damiani, Il disprezzo di Jean-Luc Godard e Il conformista di Bernardo Bertolucci.

Source: libro del recensore.

:: Lettere a Cioran di Nicola Vacca (Galaad Edizioni 2017)

29 novembre 2017 by

lettere a cioranNiente si può comprendere della sua opera se prima non ci rendiamo conto di essere di fronte a una coscienza che non trova mai pace, esasperata da se stessa e tuttavia tenacemente vigile; a uno scrittore, a un uomo, che non si è mai nascosto dietro le sue paure, consapevole che è proprio il pungolo della paura – quando la si affronti a viso aperto- a renderci lucidi, a rivelarci la vera natura delle cose smascherando tutte le convenzioni legate al vivere e al suo perdere terreno.

Se Nicola Vacca ha un talento è sicuramente quello di rendere semplici concetti e pensieri estremamente difficili. Lungi da voler essere un fatuo complimento è una osservazione che sgorga spontanea dalla lettura di Lettere a Cioran Galaad Edizioni, prefazione di Mattia Luigi Pozzi.
Il suo talento divulgativo, vissuto come una vera vocazione più che una posa, è lontano anni luce dalle ostentazioni e dalle fisime dell’intellettuale che dispensa il suo sapere dall’alto di un piedistallo, ma tutt’al contrario, utilizzando un linguaggio colloquiale, semplice, immediato riesce a diffondere i concetti anche più irti e difficili, perché la diffusione del sapere non debba essere mai elitaria, creare barriere, ma appunto spezzarle in una comunione umana e umanistica che distingue il pensatore e studioso dall’intellettuale snob chiuso nella sua irraggiungibile torre d’avorio.
Nicola Vacca parlando di Cioran non utilizza una lingua da iniziati, ma nella semplicità (frutto di un’ attento studio e di una sensibilità affine), ci trasmette qualcosa di molto più prezioso, un’ autentica ammirazione (se non venerazione) per un pensatore, filosofo e scrittore difficile e iconoclasta come Emil Cioran davvero fu. Uno dei geni più controversi e poco omologabili che “il secolo breve” ha avuto.
Se il dubbio è la scintilla d’intelligenza che ha incendiato tutto il suo pensiero, Nicola Vacca ce lo dimostra più che aprioristicamente enunciarcelo. Lo scetticismo, quasi sempre visto con connotazioni negative e pessimiste, in Cioran è linfa e luce di un pensiero libero, e onesto, svincolato dalla gabbia dorata della sistematicità.
La realtà è così complessa e frammentaria che solo il frammento, l’aforisma, l’intuizione, la scheggia di pensiero e di scrittura, può definirla, con l’abilità che ci vuole a riunire le mille schegge di uno specchio in frantumi. La realtà è visione, e costa dolore assorbirla nelle sue mille sfaccettature distorte. Per guardare in faccia la realtà, le contraddizioni e il marcio di questo mondo, serve uno spirito scevro di illusioni, e nello stesso tempo attento alle pieghe dell’anima. Serve uno spirito senziente e in costante ricerca del vero e del reale. Anche quando la ricerca non porta in nessun dove. Ma è la ricerca stessa il senso.

Nicola Vacca scrive: Per Cioran meditare significa trovare la giusta distanza fra il pensiero e la parola: pochi ci riescono, ed egli è stato uno di quei pochi. Sempre difendendo un sano e caustico diritto all’insolenza, alla provocazione, il suo pensiero ha interso “sfregiare” ogni oggetto su cui si sia appuntato, per mettere in luce questa nostra caduca esistenza, il tragico il comico. E insolente, provocatoria è ogni parola, ogni pagina di Cioran, che concepisce in frammenti la sua intera opera perché è così, in frammenti, che vede o vorrebbe ridurre il mondo stesso.

Anche se è pur vero che tutti si suoi scritti non sono necessariamente rivolti a un pubblico e proprio nei sui Cahiers, appunti sparsi di una vita, dà il meglio di sé. In un mondo dove nessuno può salvare nessuno, Cioran scrisse per sé stesso per contenere e dominare i suoi demoni, le sue inquietudini di pensatore insonne, malato di verità.
Avvicinarci a Cioran, e Nicola Vacca ci aiuta proprio a fare questo, a percorrere questa iniziazione verso la vertigine, è un’ esperienza insolita e creativa. Difficilmente etichettabile come pura curiosità letteraria da esibire nei salotti più snob. Cioran è una presenza ingombrante e inquieta, che scortica le coscienze e ustiona i preconcetti e le rassicuranti favolette che ci possiamo raccontare per dormire sonni tranquilli. Cioran non si accontenta, si interroga, fino a sentire i pugnali nella carne, si inabissa negli oscuri meandri dell’ignoto, dell’inconoscibile, del poco ponderato. La sua religione è ciò che di più lontano possa esistere dal quieto vivere, dall’autocompiacimento e dall’autoassoluzione.
Bisogna essere capaci di perdersi, per seguirlo e imparare ad apprezzare il suo genio, la sua autentica vocazione al contraddittorio e al paradosso come Nicola Vacca fa da quando ha iniziato a leggere e meditare le opere di questo scrittore.
Cioran fu un uomo del suo tempo? Certo fu poco compreso dai suoi contemporanei, di cui stigmatizzava vizi e difetti, e questa espulsione dal consesso degli eletti intellettualmente omologabili, ne costituisce in un certo senso una sua prima virtù, facendolo diventare contemporaneo di qualsiasi uomo si interroga sul senso della vita e della realtà. Anche quando un senso non c’è e proprio la negazione di senso si ricollega ad un empirico paradosso esistenziale.
Il suo rifiuto di idolatrare la storia, come serie inenarrabile di abomini, compiuti da uomini verso altri uomini capaci di contabilizzare la morte nei campi di concentramento raggiungendo vette di crudeltà che poco hanno di umano, è a mio avviso la più alta vetta di una coscienza civile tormentata, non chiusa nel bozzolo della propria solitudine e del proprio egoismo. Cioran fu consapevole che la vita vira verso queste degenerazioni, che l’umanità ha in sé i germi del male, un Male metafisico e oscuro, pur tuttavia non si rifugia in un nichilismo di maniera, in un’ adorazione del nulla. Ma anzi questo nulla, che attira a sé tutto come una stella morente, cerca di superarlo, proclamando un disperato amore per la vita (non a caso Leopardi fu da lui un poeta molto amato). Raggiungendo vette mistiche inaspettate e insospettabili. Alla mistica, sia orientale che occidentale, fu sempre legato da un legame profondo.
Cioran si permette poi il lusso di contraddire se stesso, di non seguire una fitta rete di coerenti corrispondenze, per aderire più pienamente al reale. Nella realtà cambiamo idea, ci superiamo, evolviamo, pur senza rinnegare noi stessi, e come diceva Louis Ferdinand Celine non siamo infallibili, possiamo anche dire solenni sciocchezze. Possiamo mentire a noi stessi, pur non considerando la menzogna uno strumento di analisi. E da qui il gusto per il paradosso, per l’antinomia, il bisticcio di parole, la farsa.
Se poi vogliamo approfondire il discorso, avvicinarci ai testi di Cioran, la bibliografia essenziale (pag. 99) è piuttosto esaustiva, lo possiamo fare, anzi l’intero testo è un invito a farlo. Una lettura propedeutica e necessaria se vogliamo decriptare il suo pensiero e il suo complesso organismo intellettuale. Potete usare questo testo come una bussola, se deciderete mai di intraprendere il viaggio di approfondimento. Buona lettura.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: testo inviato dall’autore.

:: Facebook, Twitter, Instagram vi impediscono di leggere? Leggete di meno da quando state sui social?

28 novembre 2017 by

bny

O no, non avete notato differenze? Da lettrice me lo sono chiesta, quasi sentendomi in colpa per il tempo passato sui social. Certo leggere non è un’ attività da contabilizzare, non dovrebbe essere guardata con criteri come la produttività, ma un po’ tutti facciamo i conti con il tempo speso sui social, a volte visto come tempo perso. Ma sarà davvero così? I sondaggi dicono che si legge sempre meno, almeno in Italia, quindi noi lettori siamo quasi diventati una specie protetta, e in via di estinzione. Comunque ho davvero notato che in questi ultimi mesi leggo meno. Non solo per colpa dei social. Leggo meno, perlomeno meno velocemente. Che in realtà non è un male in assoluto, ma dilata i miei tempi, e da blogger che dovrebbe recensire sempre nuove novità mi mette fuori sincrono. Se fossi una semplice lettrice non sarebbe un danno, ma da blogger il problema diventa più ingombrante. Che poi è un gatto che si morde la coda, i social sono essenziali per tenere vivo un blog. Interagire coi lettori, magari restii a commentare sul blog, più loquaci sui social è importante per costruire la propria “identità” sociale. Per non farsi dimenticare. Bisognerebbe forse darsi dei tempi, limitarsi. Stare sui social che ne so dalle dieci alle undici del mattino, e poi dalle diciotto alle diciannove della sera. Contando i minuti? Sì, fa tanto burocrazia kafkiana. Forse è anche utopistico. So comunque per certo che quando lavoro, scrivo o traduco, stacco Facebook, sebbene lui diabolico ogni tanto salti su invitandoti ad attivare un sistema di notifiche, anche se chiuso. È un po’ come il respiro: se ci fai caso respiri consapevolemente, se no diventa un processo automatico e involontario. Ecco mi riprometto di staccare FB più spesso, con Twitter non mi capita, e leggere di più. E voi lettori avete notato che passate più tempo sui social che sui libri? Come avete risolto?

:: Bello, elegante e con la fede al dito di Andrea Vitali (Garzanti 2017) a cura di Valeria Gatti

28 novembre 2017 by

andrea vitali“ Se si girava a guardare com’erano andate le cose, la risposta era già pronta. Ma valeva la pena guardarsi indietro quando la vita scorreva in avanti ?”

Quel mese di Ottobre, lo ricordo ancora. Era il solito mese transitorio, quando l’estate è ormai un lontano ricordo, l’inverno non è ancora realtà e si vive di attesa. La notizia si sparse per le anguste vie del corso con una velocità disarmante. La Libreria del Corso stava per chiudere. Per i varesini, La Libreria, era un vero e proprio punto di riferimento. Non si trattava solo di libri, era molto di più. Ci si trovava lì, in quelle sale illuminate dal legno e dai sorrisi dei librai, anche solo per respirare cinque minuti di magia. Ci si avvicinava alle vetrine di proposito, con l’intento di leggerle, quelle vetrine. Perché i librai, su quella superficie gelida, ci scrivevano le frasi più belle, i pensieri più profondi, tratti dal libro del momento, e non solo. La crisi, si diceva, eliminava il superfluo, senza sconti. Venne il giorno della chiusura, e quel sabato, tutta la città, in ordinata processione, si strinse in un lungo e interminabile messaggio di commiato. Alla maniera dei librai, i pennarelli colorarono cartelloni enormi che restarono appesi per mesi. Inutile ammetterlo, l’amarezza si addentrò tra i palazzi storici, rendendo la città un po’ più triste.
Chissà qualcuno sosterrà che la fortuna non esiste e che il lieto fine è destinato agli illusi, ma io sono convinta che la magia dei libri esiste davvero e che l’impegno e il dovere aggiungono il tassello finale alle storie di vita.
La Libreria è rinata. Un nuovo nome, Ubik, uno spazio espositivo minimal, sempre nel cuore della piccola città chiusa tra il lago e la montagna. Ma, ciò che conta davvero e l’aria di pace e armonia, che è rimasta la stessa.
Ed è qui, tra le pareti bianche come la neve, nel salone dell’ultimo piano, che i librai organizzano gli incontri letterari. Qui, in questo salotto ricco di opere d’arte delicate come un raggio di luce d’inverno, Andrea Vitali ha presentato il suo ultimo romanzo, “Bello, elegante e con la fede al dito” edito da Garzanti.
L’autore arriva in perfetto orario, nella sala già gremita di lettori curiosi e l’allegro vociare si spegne all’istante. Il suo abbigliamento mi colpisce subito. Indossa abiti casual, e questo denota una sicurezza eccellente. Siamo tra amici, non servono inutili cerimonie. Sorride spesso, di un sorriso autentico, mai di circostanza. Altro punto a suo favore. Lo ammetto, mi piace. Sorrido anche io e mi godo la presentazione.
Ci si addentra nella trama che gran parte della platea già conosce. Siamo a Bellano, un affascinante paese lacustre dove Adalberto Casteggi, milanese, bello ed elegante oculista, vi si trasferisce per lavoro. Accetta l’incarico di sostituire un caro amico di famiglia presso l’ambulatorio del paese, certo che l’armonia e la pace del luogo faranno da sfondo a quella nuova, e qualche volta sognata, avventura. L’incontro con Rosa Pescegalli è la svolta, quella che il dottore ha sempre evitato.
Ascoltare Andrea Vitali raccontare di sé, delle sue ispirazioni, della spontaneità che prova ponendo l’articolo davanti al nome di battesimo, della ricerca mai banale dei nomi e cognomi che arricchiscono le sue storie hanno reso l’incontro un momento delicato, raffinato e ironico. Si ricorda spesso Piero Chiara, a cui la città è molto legata, e Vitali lo definisce più volte suo maestro. Lo si comprende per molte analogie: lo stile narrativo che rende anche una semplice novella una storia ricca e affascinante, e poi lo sfondo lacustre che riempie lo scenario arricchendo di dolce malinconia le vicende dei personaggi.
E, infine, non per ordine di importanza, i sentimenti che altro non sono che il perno su cui poggia la trama. L’amore e il tradimento, la rabbia e la rassegnazione, i sogni e la speranza. Il passato, il presente e il futuro, tutto quello che noi chiamiamo vita, insomma.
Un paio d’ore di cultura intelligente e armoniosa, sorrisi semplici e un libro eccellente, leggero ma profondo. Cosa si potrebbe chiedere di più?

Andrea Vitali è nato a Bellano, sul lago di Como, nel 1956. Medico di professione, ha coltivato da sempre la passione per la scrittura esordendo nel 1989 con il romanzo Il procuratore, che si è aggiudicato l’anno seguente il premio Montblanc per il romanzo giovane. Nel 1996 ha vinto il premio letterario Piero Chiara con L’ombra di Marinetti. Approdato alla Garzanti nel 2003 con Una finestra vistalago (premio Grinzane Cavour 2004, sezione narrativa, e premio Bruno Gioffrè 2004), ha continuato a riscuotere ampio consenso di pubblico e di critica con i romanzi che si sono succeduti, costantemente presenti nelle classifiche dei libri più venduti, ottenendo, tra gli altri, il premio Bancarella nel 2006 (La figlia del podestà), il premio Ernest Hemingway nel 2008 (La modista), il premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante, il premio Campiello sezione giuria dei letterati nel 2009, quando è stato anche finalista del premio Strega (Almeno il cappello), il premio internazionale di letteratura Alda Merini, premio dei lettori, nel 2011 (Olive comprese). Nel 2008 gli è stato conferito il premio letterario Boccaccio per l’opera omnia e nel 2015 il premio De Sica. Il suo sito è: http://www.andreavitali.info

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

:: Alibi di ferro di Tami Hoag (Newton Compton 2017) a cura di Federica Belleri

28 novembre 2017 by

alibi di ferroMinneapolis, novembre. Il Crematore sceglie le sue vittime, le cosparge di liquido infiammabile e le brucia. Il suo piacere mentre le osserva morire è immenso. Il suo godimento mentre le ascolta urlare nell’orrore della morte, non ha prezzo. Kate Conlan, avvocato. Bellissima quarantaduenne con un passato nell’Fbi al Centro Nazionale Analisi Crimini Violenti. John Quinn, profiler dell’Fbi. Preparato, attento, affascinante. I due si conoscono molto bene, hanno avuto una relazione in passato e i loro sentimenti sono in sospeso. L’indagine che seguiranno insieme sarà difficile e solcata da piste oscure. Il Crematore ha scelto Jillian, figlia di un famoso miliardario. Di lei nessuna traccia. Solo scene del crimine allucinanti, che provocano nausea e senso di oppressione. Solo il faccia a faccia tra i bravi investigatori e quelli ingolfati nel sistema politico americano. I piani alti insistono per convocare una prima conferenza stampa. Pretendono un identikit del presunto serial killer. Compare una giovane testimone, da proteggere … Un mix letale di azioni e reazioni scatenerà istinto di sopravvivenza e voglia di fermare l’assassino. Quinn è determinato, osserva, valuta e inizia a tracciare un possibile profilo del Crematore. Non è facile, perché potrebbe essere chiunque. L’indagine si trasforma in un testa a testa fra Kate, John e il killer. Tutti controllano tutti, o almeno cercano di farlo. Tutti hanno bisogno di sicurezza, per scacciare i demoni che li soffocano. Tutti soffrono, per quello che hanno vissuto e che non li abbandona mai, nemmeno nei sogni. Si scava nel privato delle vittime, si affrontano le famiglie che reggono un peso enorme sul cuore. Si racconta il silenzio del dolore, rinchiuso in contenitori ermetici. Si parla di amore malato, distorto, colpevole.
Alibi di ferro. Perfetto guscio protettivo per persone insospettabili. Una sfera di cristallo destinata a frantumarsi per mostrare una verità allucinante e perversa, insostenibile, stravolta. Tutto è fuori dagli schemi. Tutto.
Ottimo thriller. Buona lettura.

Tami Hoag vive in Florida ed è autrice di decine di bestseller. I suoi romanzi sono tradotti in più di 30 Paesi e hanno venduto 40 milioni di copie in tutto il mondo. Con la Newton Compton ha pubblicato La ragazza N°9, Indizio N°1Vittima senza nome e Alibi di ferro. Per saperne di più: www.tamihoag.com

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: La Giusta Mezura di Flavia Biondi (BAO Publishing 2017)

28 novembre 2017 by

la giusta mezuraSe a innamorarsi sono capaci tutti, l’arte di coltivare un amore invece richiede impegno e qualità che mettono in gioco davvero gli innamorati a cui nessuno ha insegnato cosa succede dopo il celebre “vissero felici e contenti” delle favole. Di questa arte ci parla La Giusta Mezura, bellissima graphic novel virata al blu di Flavia Biondi, storia di un amore unico, e nello stesso tempo simile a tanti altri, quotidiano, dalle sfumature inaspettate.
Siamo a Bologna, città contemporanea, e nello stesso antica, fatta di chiese, portici, torri, vicoli caratteristici, in cui vivono i due protagonisti Mia e Manuel, trentenni in crisi, che dopo brillanti studi si arrabattano con lavori precari, che credevano provvisori, giusto necessari alla sopravvivenza in attesa di scoprire cosa fare della propria vita, e invece passano gli anni e nessuna vera occasione sembra proporsi.
Vivono in affitto in una stanza in un alloggio per studenti fuori sede, l’anello di congiunzione, il rito di passaggio, tra la vita in famiglia, e la vita autonoma da adulti indipendenti, mettendo da parte quello che possono col sogno di potersi permettere una casa tutta per loro. Ma l’indipendenza economica per molti ragazzi di quella generazione è un sogno, una chimera, un’attesa che logora sogni, aspirazioni, ideali. E nell’attesa anche i grandi amori possono finire stritolati e messi alla prova.
Mia e Manuel sono in crisi, si amano ancora ma incomprensioni, disaccordi, difficoltà minano l’idillio che esisteva ai primi tempi del loro innamoramento. E sarà per colpa di un problema lavorativo, o di un momento di stanchezza, che Mia si trova tra le braccia di un altro, giusto il tempo di un bacio, ma agli occhi della ragazza fatto della consistenza di un vero tradimento.
Tradimento che così sarebbe interpretato soprattutto da Manuel idealista e sognatore, che scrive un romanzo a puntate su internet sull’amore cortese e sogna che un grande editore lo noti e lo pubblichi dando concretezza alle sue aspirazioni di scrittore. E così Mia gli tiene nascosta questa debolezza.
Sarà la causa della loro rottura? Troveranno la strada per attuare i loro sogni, e le loro aspirazioni? Non vi dico altro, lascio a voi il piacere di scoprire come la storia prosegue. La Giusta Mezura, raccontata con delicatezza e ironia, è una storia simile a tante storie d’amore in crisi, nell’Italia di oggi, fatta di crisi economica e disoccupazione, mancanza di prospettive e disillusione. E nello stesso tempo è un analisi di come l’amore muta e si evolve, di come passa dall’euforia dell’innamoramento al giusto equilibrio che gli permette di diventare adulto, di sopravvivere agli ostacoli, alle difficoltà che la vita ci pone.
I dialoghi sono allegri, spigliati, anche pungenti e spiritosi. La vita quotidiana dei due protagonisti acquista una valenza universale e nello steso tempo consueta. Un tocco di sensualità avvolge le tavole più tenere e intimistiche. Ottima la scelta cromatica, che addolcisce la drammaticità del bianco e nero, con un blu rilassante e poetico.
Nel complesso un’ opera pienamente riuscita, che tratta sì temi seri, dall’amicizia, all’identità sessuale (bellissimo il personaggio di Tito), all’amore, all’idealismo, all’ aspirazione alla realizzazione economica e lavorativa, alla paura di diventare adulti con obblighi e responsabilità, alla ricerca di stabilità, ma lo fa in maniera lieve e anche divertente. Formato rilegato. Un regalo perfetto per la propria metà.

Flavia Biondi nasce a Castelfiorentino (FI) nel 1988. Da sempre appassionata di storie che raccontano le vicende del quotidiano lavora ai suoi fumetti tutti incentrati su personaggi all’apparenza modesta ma dal grande cuore. Dopo il diploma artistico e la laurea triennale presso L’accademia di Belle Arti di Bologna in Fumetto e Illustrazione, fonda assieme a sette colleghi “accademici” l’etichetta Manticora Autoproduzioni con cui collabora alla realizzazione di diverse antologie. Con la casa editrice Renbooks pubblica Barba di Perle (2012), L’orgoglio di Leone (2014), L’importante è finire (2015), tre graphic novel a tema LGBT. Nel 2015, per i tipi di Bao Publishing, pubblica il graphic novel La Generazione. Nel 2017 partecipa con una storia breve all’antologia “Melagrana” di Attaccapanni Press.

Source: inviato dall’editore, si ringrazia Chiara dell’ Ufficio stampa Bao Publishing.

:: Dieci anni insieme: Anniversary Giveaway

27 novembre 2017 by

anniversary

Liberi di scrivere compie 10 anni! Lo so il tempo sembra volato, ma abbiamo percorso insieme un significativo tragitto della nostra vita. In occasione di questo piccolo, ma per noi grande, traguardo ho deciso di organizzare un giveaway speciale a cui possono partecipare solo i blogger che hanno un blog letterario. Lasciate nei commenti il link al vostro blog e stasera, (sarà un giveaway lampo) estrarrò un buono Amazon da 10 Euro e sarete liberi di utilizzarlo a vostra scelta. Happy Tin Anniversary!

Vince il bonus Ilenia Bernardini di
http://www.libriealtridisastri.blogspot.it

:: I migliori consigli di scrittura dagli autori di libri di avventura a cura di Giulietta Iannone

26 novembre 2017 by

avventura

Credo che i romanzi di avventura stiano vivendo una riscoperta, sarà la crisi, il desiderio di evasione, di scoprire luoghi esotici, tesori, avventure entusiasmanti. Non credo sia solo una letteratura per ragazzi, come molti credono, anche gli adulti amano questo genere. Così ho chiesto ad alcuni scrittori che scrivo romanzi d’avventura quali sono i migliori consigli che darebbero agli autori che vogliono affrontare il genere. Ecco le loro risposte.

Marco Buticchi

Non ho mai creduto esistano ricette per costruire un buon romanzo di avventura. Se fosse vero, sarebbe sufficiente dosare sapientemente gli ingredienti per raggiungere la vetta del successo: ogni venti pagine una scena di sesso scatenato, ogni trenta un morto ammazzato e ogni cinquanta uno resuscitato, e il romanzo è fatto. L’effetto, invece, è quello di uno scritto costruito a tavolino: asettico, privo di forza, personalità e convinzione; senza anima. I primi ad accorgersene sono i lettori.
Sapete quale ritengo sia il segreto principe per una buona stesura? Quello di divertirsi ed essere i primi a stupirci per ciò che accade tra le pagine. Invece di sognare quanti ammalierete con le vostre parole, provate ad affascinare voi stessi con quello che state scrivendo, senza fronzoli e presunzioni. Affrontate ogni parola, ogni riga e ogni pagina con modestia: siete soltanto uno spettatore impotente di fatti che (auguriamoci) vi stanno travolgendo. Se non riuscite a stupire voi stessi, come pensate di tenere incollato un solo lettore alle pagine?
Armarsi di santa modestia – questo il secondo consiglio – non significa non osare: sono le grandi storie a farci sognare. Raramente ci appassioniamo per le vicende di esistenze comuni. Mentre sono le vite fuori dalla norma a scatenare la nostra curiosità.
Curate poi la forma: la lingua italiana è tanto bella quanto difficile. Non infilatevi in inutili virtuosismi lessicali. È già sufficientemente faticoso riuscire a spiegarsi correntemente con termini corretti.
Un romanzo non cresce nottetempo. Deve essere alimentato dal nostro quotidiano e assiduo lavoro. Se non avete voglia di scrivere, fate ricerche, correggete, rileggete. Ma non perdete il ritmo, altrimenti i tempi per finire il lavoro si allungano a dismisura.
Quando rileggete, non fatevi prendere da eccessivi entusiasmi. Siate freddi, critici e inflessibili: se una pagina non suona alle vostre orecchie, raramente potrà diventare sinfonia per quelle del lettore. Allora riscrivete, cambiate, tagliate sino a che non sarete convinti.
Affidate il vostro lavoro a occhi vergini che lo sappiano valutare senza lasciarsi annebbiare dagli affetti (in mancanza di professionisti anche quelli della zia professoressa andranno benissimo). Ascoltate sempre chi ha perso ore a leggervi: i suoi consigli sono comunque preziosi.
Non fidatevi mai di chi vi chiede denaro per pubblicare il vostro sogno: un autore che paga un editore è – diceva l’editore Mario Spagnol – un rapporto contro natura. La rete offre opportunità un tempo impensabili per la stampa di manoscritti: male che vada fate il conto di parenti e amici e regalate loro qualcosa di singolare.
Le case editrici sono quotidianamente sommerse dai manoscritti e raramente hanno il tempo di leggerli. Affidatevi a intermediari professionali per scardinare le roccaforti degli editori. Oppure fate come il sottoscritto: stampate a vostre spese il romanzo, distribuitelo nelle librerie e state a vedere che cosa succede. Se sono rose…
Pensate il meno possibile a platee sconfinate di lettori estasiati: se siete bravi e avete fortuna arriveranno anche quelle. Pensate invece che coronate un sogno e che lasciate una parte di voi per chi verrà. Questo dovrebbe essere sufficiente a sopire le aspettative più ambiziose. Se invece un giorno doveste raggiungere la vetta del successo, fate tesoro di quella modestia che vi ha condotto sino a lassù e, mentre guardate in basso, ricordatevi che l’onda non è facile da cavalcare. Allora non perdete tempo a elogiare voi stessi. Prendete carta e penna e ricominciate a scrivere con la passione di sempre.

Stefano Santarsiere

Un consiglio che rivolgerei a un autore che si accinge a scrivere un romanzo di genere avventuroso è quello, prima di iniziare l’impresa, di ‘sentire’ la storia. Nel senso di concentrarsi sull’idea centrale e verificare se accende l’urgenza di essere esplorata, sviluppata, trasformata in un libro. Deve scatenare un impulso simile all’eccitazione, alla frenesia di un amante impaziente di incontrare la persona amata. Solo così si ha la quasi certezza che l’idea, la storia che intendiamo raccontare, è in sintonia con la parte più profonda di noi.
Dico ‘quasi’ perché non basta avvertire l’urgenza, bisogna che essa resista al tempo. Perciò il mio ulteriore consiglio è: non mettetevi subito davanti al computer. Aspettate. Controllate se l’urgenza sopravvive ai giorni, se si affievolisce o addirittura si rafforza. Passate l’idea al vaglio del vostro senso critico, figuratevi le sfide narrative che comporta e se avete la forza di affrontarle, evocate il vostro editor interiore, quello che sogghigna o alza le spalle con degnazione davanti alle vostre scelte.
Se anche dopo questo setaccio l’idea è ancora lì che reclama la vostra attenzione, allora conviene raccoglierla, sostenerla. E abbracciarla.
Io ho iniziato la stesura de ‘La Mappa della città morta’ dopo un intero anno a fantasticare su questo esploratore morto nella giungla inseguendo un fantasma. Ci ho pensato spesso, a ogni ora del giorno e della notte, fin quando ho dovuto raccoglierne la voce e addentrarmi nella foresta.
Il resto della fatica l’ho affrontata sapendo che ne valeva la pena, almeno per me. Ed è già tanto.

Douglas Preston

The classic adventure novel takes ordinary human beings and puts them in extraordinary situations, where they are pushed to the limits of survival and find resources within themselves to overcome the enormous dangers and challenges they face. This is true of adventure and thriller stories from the Odyssey to King Solomon’s Mines to Treasure Island. The adventure novel explores not only exotic worlds but also human behavior at the extremes. Such novels often touch on the margins of evil—such as murder, war, violence, hatred, greed, and insanity.
But in addition, the great adventure novel, requires additional elements as well. First, you need a vividly realized and evocative setting, often exotic. You need characters who are well rounded and three-dimensional, not purely good or evil but mixed, as all human beings are. And you need good pacing. Pacing is crucial. One way to make sure you have structured your novel with good pacing is to make sure that every chapter advances the plot, no matter what else it does.
Those are the basic elements, in my view, of a great adventure novel. Of course, there are many other elements—surprise, good writing, bringing in the full range of senses, etc.

James Rollins

Becoming a published author basically boils down to a few key actions: Read, Write, Persist.
Read. Read everything in the genre in which you want to write, but don’t limit yourself. Read broadly. The best teacher of writing is a good book.
Write Every Day. Even if it’s only a few paragraphs, set aside some cracks in time to spoil yourself with the luxury of writing. If you write every day and read every day, your own skills will improve constantly. As you write and stumble on a scene or ponder some technique to develop character, you’ll find the answer in the next book you pick up and read. You’ll hear yourself constantly say, “Oh, that’s how you do that!” So let me repeat: The best way to learn to write is simply to read.
Be Persistent. Once you’re happy with your project, chuck that baby out and keep sending it out there until someone notices. Also allow the power of networking to help you: go to conventions, writing conferences, book signings. Talk to authors, agents, publishers. Sometimes this can be the back door into getting your own work noticed.
So there you have it: read every day, write every day, and persist in your dream.

:: Le stroncature danneggiano davvero un libro e di conseguenza un autore?

25 novembre 2017 by

bny

Credo che ogni blogger o recensore coscienzioso si sia posto questa domanda nel suo percorso lavorativo. Rispondendosi magari che se il libro è davvero pessimo danneggiarlo non è poi quel gran male. Si possono seguire due filosofie: il basta parlarne, (il vero danno per un libro è essere ignorato, scomparire nel nulla) per cui anche la cosiddetta pubblicità negativa è utile per vendere. O è un danno, protesto e cerco di limitare la libertà del recensore, perlomeno spingendolo a non pubblicare una recensione negativa, impossibilitato a fargli cambiare parere e scrivere contro coscienza. Diciamo che le stroncature non piacciono a nessuno, (un po’ centra anche l’ego, la cosiddetta vanità, ma non solo). Parlando da lettore hanno davvero influenzato i miei acquisti, anche le veloci recensioni di Amazon, poco strutturate, argomentate e a volte pure sgrammaticate. Se anche se ce ne sono tante positive, ne basta una negativa a farti venire dubbi. Che le positive siano pilotate? Che l’unica negativa sia scritta davvero da uno con le palle che ha osato dire la verità? Insomma è umano questo meccanismo, anche inconscio. Se capita a me che sono un lettore come dire informato, immagino che capiti anche su grande scala e danneggi realmente le vendite di un autore. Di solito i piccoli, le piccole CE tendono a essere molto combattivi in questi casi, probabilmente perchè riscontrano davvero che una stroncatura o più di una, più o meno autorevole, più o meno ben scritta, faccia calare le proprie vendite. Superando quindi il discorso su come è scritta, se è educata, rispettosa dell’autore e di chi ci ha lavorato a quel libro, se sia scritta con cognizione di causa e per validi motivi (per esempio non essendo influenzati dall’antipatia che può ispirare l’autore, per esempio), a volte si può scegliere davvero di non parlare di un libro, piuttosto che stroncarlo, anche in modo scientifico e inoppugnabile. Sempre naturalmente mettendo in conto che le opinioni sono personali, ciò che vale per me può non valere per un altro, etc… Io personalmente faccio molta fatica a scrivere stroncature, non mi piace parlare di libri che non mi sono piaciuti. A volte non riesco proprio a finirli, per cui il problema recensirlo o meno proprio non si pone. Ricordo il caso delle Cinquanta sfumature di grigio. Solitamente i libri che non mi piacciono li abbandono, quello mi sforzai di leggerlo fino alla fine, ma poi mi rifiutai di parlarne. Proprio non ce lo volevo sul mio blog. Preferisco non parlare di un libro che giudico nocivo. E non perchè tema critiche o rappresaglie. La stroncatura l’avevo pure scritta, ma preferii non renderla pubblica. Ritenendo che anche le stroncature possono generare curiosità.

E voi vi fate condizionare come lettori dalle stroncature? Avete mai non comprato un libro perchè un recensore che giudicate autorevole e competente, che proprio ammirate, ha detto che un libro non vale la pena leggerlo?

Vuoi saperne di più della mia esperienza di book blogger? Leggi Come diventare una book blogger (felice) un agile e divertente manuale di facile consultazione in cui racconto la mia esperienza di blogger in rete dal 2007.

:: Come ho incontrato i pesci – Ota Pavel (Keller Editore, 2017) a cura di Viviana Filippini

24 novembre 2017 by

come ho incontrato i pesciTorna, grazie a Keller editore, la scrittura di ricordi e memorie di vita con “Come ho incontrato i pesci” di Ota Pavel. Il libro dello scrittore cecoslovacco è un viaggio dentro all’infanzia del piccolo Ota, dove una delle componenti fondamentali per passare il tempo, e per portare a casa qualcosa da mangiare, era la pesca. Il pescare per la famiglia Pavel era una sorta di mantra e non a caso tra le pagine si scorgono le avventure del narratore che andava a pesca con il padre e con lo zio Prošek, i due migliori pescatori del mondo secondo Pavel scrittore. Anzi, a dire il vero, dalla lettura, si scopre che il vero e indiscusso maestro di pesca è proprio lo zio acquisito, il traghettatore Karel Prošek di Luh Pod Branovem, perhè fu lui ad insegnare l’arte della pesca a Ota e ai suoi fratelli Hugo e Jirka. Lo zio era un uomo con degli enormi baffoni, capace fare tante di quelle cose (pescare, traghettare con il fiume in piena, cucinare, arare, seminare, mungere le mucche, intrecciare il vimini e ridere di gusto) da sembrare agli occhi del narratore una specie di geniale mago. Il libro non è solo pesca, perché la scrittura chiara e limpida di Pavel, grazie anche alla traduzione di Barbara Zane, narra al lettore come si svolgeva la vita lungo il fiume. Nel libro si alternano momenti di gioia a momenti nei quali invece si percepisce l’incombenza oppressiva della Seconda guerra mondiale e del Nazismo. Ed ecco che Pavel senior e anche lo junior (Ota per intenderci) si destreggiavano con impegno a pescare, perché con ad un certo momento, quando il conflitto si fece sempre più vicino, il pescare diventenne per i protagonisti del libro una vera e propria forma di sopravvivenza. Il libro è strutturato in tre parti: Infanzia, Un giovane uomo coraggioso e Ritorni, nelle quali assistiamo alla crescita di Ota Pavel e alle sue avventure di giovane uomo diretto verso la soglia dell’età adulta. A differenza de “La morte dei caprioli belli”, in questo lavoro letterario, nel quale troviamo elencati con precisione tutte le specie di pesce che lo scrittore era abituato a pescare, si affacciano le prime e drammatiche avvisaglie di quella malattia mentale (la schizofrenia) che colpì Otto Popper, a tutti noto come Ota Pavel. Il libro pubblicato da Keller – l’ultimo scritto da Pavel e uscito postumo nel 1974- ci porta ancora di più dentro alla vita di un uomo che, grazie alla scrittura, riuscì a lasciarci la testimonianza di quella che fu la sua infanzia, dells ricerca – a tratti spasmodica- della libertà e della pace, in un mondo dove le vite della gente di Buštehrad sembrano, ancora oggi, una dimensione magica dentro ad un globo afflitto dal conflitto bellico. Alla fine del libro ci son tre racconti “Il grande vagabondo delle acque” e “Pesciolini secchi”, pubblicati per la prima volta nel 1980 e “La caccia all’aspio predatore”, uscito su rivista (Kmen) nel 1983. Come ho incontrato i pesci di Ota Pavel è un libro importante, che fa sorridere e commuovere, che permette a Pavel di fare memoria delle sua vita e rende noi lettori partecipi del cammino di crescita – non sempre facile- di un uomo.

Ota Pavel era nato a Praga il 2 luglio 1930. Il suo vero nome era Otto Popper. Il padre, commesso viaggiatore, durante la guerra si trasferì con tutta la famiglia a Buštěhrad, un paesino a poche decine di chilometri da Praga.
Nonostante ciò, la guerra investì in pieno la famiglia e il padre con i due fratelli di Ota Pavel finirono nei campi di concentramento di Terezín, Mauthausen e Auschwitz.  Grande appassionato di sport, Pavel ha praticato l’hockey su ghiaccio nella squadra giovanile dello Sparta Praga e il calcio nello S.K. Buštěhrad. Nel 1949 si dedica alla scrittura come cronista sportivo. Nel 1964 appaiono i primi segni della malattia che lo costringerà a una lunga serie di ricoveri ma inizia anche il periodo più fecondo e creativo per la sua scrittura con la produzione di libri indimenticabili tra cui La morte dei caprioli belli e Come ho incontrato i pesci, editi entrambi da Keller.

Source: libro del recensore.

:: Un’ intervista con Gilly Macmillan

24 novembre 2017 by

Era il mio migliore amicoSalve signora Macmillan. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuta sul mio blog. Ci parli di lei. Chi è Gilly Macmillan? Punti di forza e di debolezza.

Ciao! Grazie per avermi invitato sul tuo blog. Tra i punti di forza la persistenza, l’attenzione ai dettagli e l’immaginazione. Tra i punti di debolezza la procrastinazione, l’impazienza e una vera smodata passione per il ciocolato!

Raccontaci qualcosa delle tue origini, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una città del Regno Unito che si chiama Swindon con i miei genitori, un fratello, una sorella, cani e gatti. Durante i miei studi ero appassionata di molte materie ma la cosa che amavo di più era l’arte, specialmente lo studio della letteratura. Mi laureai in storia dell’arte quando andai all’Università e sono fermamente convinta ora – sebbene non ne ero consapevole a quel tempo – che la storia dell’arte mi ha insegnato come scrivere dato che trascorsi praticamente cinque anni imparando come tradurre in parole ciò che vedevo.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere fiction?

Sono stata una appassionata lettrice da quando posso ricordare. Non penso di aver trascorso un giorno della mia vita senza che abbia letto un libro. C’è stato un momento nella mia vita quando i miei figli hanno iniziato la scuola e non avevo un lavoro e pensavo perché non provare a vedere se potevo io stessa scrivere fiction? Ho pensato che sarebbe stato bellissimo se ci fossi riuscita, ma non avevo tutta quella fiducia. Fu una sfida che proposi a me stessa.

Quali sono le doti principali di uno scrittore?

Credo che un buon scrittore necessita di empatia e comprensione della natura umana, per prima cosa, perché il nostro lavoro è proprio portare il lettore nella mente delle altre persone. Un buon scrittore deve anche essere un buon osservatore e un buon ascoltatore così che possa creare un mondo in cui il lettore possa credere. E per fare questo, per prima cosa deve osservare.

Sono già usciti in Italia i libri 9 giorni e La ragazza perfetta. Ora è uscito Odd Child Out, il tuo mystery d’esordio, con il titolo Era il mio migliore amico. Qual è stato il punto di partenza che ti ha portato a scrivere il romanzo? Che tipo di ricerca è stata necessaria?

Il punto di partenza per me è stato la scena all’inizio del libro. E ‘stata la prima cosa a cui ho pensato e penso che il titolo italiano renda bene il concetto di quale sia il tema centrale del romanzo. Stavo pensando di scrivere una storia sull’amicizia e mi chiedevo come sarebbe stato se un evento misterioso ma traumatico avesse lasciato due migliori amici in una situazione in cui uno di loro non può parlare di quello che è successo – in questo caso perché è in coma – e dove l’altro non ne parla, anche se il lettore non sa perché. Vivo a Bristol, dove è ambientato il libro, e la conosco molto bene, quindi la più grande sfida che ho avuto in termini di ricerca è stata quella di cercare di rendere giustizia ai miei personaggi che hanno viaggiato dalla Somalia per crearsi una nuova vita nel Regno Unito. Ho fatto molte letture e ricerche online per cercare di ottenere questo effetto. Ero particolarmente interessata a trovare resoconti in prima persona dell’esperienza dei rifugiati, e ho anche visitato un centro per rifugiati a Bristol. Ho fatto molte ricerche sulla storia della Somalia, quindi il mio resoconto del background della famiglia Mahad, e in particolare le ragioni della loro fuga dalla Somalia, potrebbe essere davvero veritiero.

Il tuo romanzo parla di legami familiari e dell’amicizia tra un ragazzo inglese e un ragazzo immigrato di origine somala. Come hai sviluppato questi temi?

Ho sempre amato le storie di amicizia, e penso che tra di esse le più interessanti siano quelle in cui gli amici provengono da contesti differenti. Volevo che i ragazzi del mio libro fossero adolescenti perché l’amicizia tra adolescenti può essere particolarmente intensa. Una volta stabilita l’identità dei due amici che sono al centro del romanzo, mi sono interessata alle loro famiglie, a come l’evento che coinvolge entrambi i ragazzi all’inizio del romanzo avrebbe avuto un impatto e un coinvolgimento su di loro, così come sui ragazzi. I rifugiati e l’immigrazione sono un argomento politico così importante e con una retorica così radicale e spesso negativa, che volevo davvero raccontare una storia molto personale come contrasto.

Quanto hai impiegato a scrivere il romanzo?

Ci ho messo 18 mesi, che è più di quello che avevo pianificato. Solitamente scrivo un libro in un anno. L’argomento delicato al centro del romanzo mi ha spinto a trascorrere più tempo di quanto solitamente faccia di solito sia nel raccontare la storia che nello sviluppare i personaggi. Alla fine spero di aver raccontato la storia con empatia. Se il lettore percepisce questo, allora il tempo extra trascorso sul libro varrà oro.

Parlaci dei personaggi principali.

Noah Sadler e Abdi Mahad sono due ragazzi di quindici anni, uno il migliore amico dell’altro. Noah è un ragazzo bianco, è nato e cresciuto a Bristol. La sua famiglia è economicamente molto benestante. Noah non è del tutto privilegiato, però, perché ha sofferto di cancro a fasi alterne da quando era un ragazzino. Abdi è nato durante il viaggio fatto dalla sua famiglia dalla Somalia in Europa, mentre fuggivano dalla violenza della guerra civile somala. I ragazzi si incontrano in una scuola privata in cui Noah la frequenta poiché suo padre è andato lì, mentre Abdi la frequenta perché ha vinto una borsa di studio. Sono inizialmente attratti l’un dall’altro perché ognuno si sente diverso dagli altri ragazzi e la loro amicizia si sviluppa da questo. Entrambi sono intelligenti, entrambi vogliono fare bene e per entrambi i ragazzi la famiglia è estremamente importante.

Cosa ti è piaciuto di più durante la stesura del libro?

Adoravo creare un thriller con al centro un’amicizia e ho amato tessere tutti i segreti, le storie e le tensioni delle famiglie dei ragazzi. Anche l’opportunità di apprendere in dettaglio cose su un’altra cultura attraverso la mia ricerca è stata sorprendente. Il 99% di ciò che ho letto non è incluso nel libro, ma è stato affascinante conoscere la Somalia e la sua storia.

Ci sono progetti cinematografici in vista? Se Hollywood decidesse di farne un film, chi vedresti bene nelle parti di Noah, Abdi e del detective Clemo?

Non ancora, ma sarebbe fantastico se succedesse un giorno! Per la parte di Clemo ci vedrei bene Andrew Scott o Rafe Spall. Noah e Abdi sono così giovani che amerei vedere recitate le loro parti da attori anche sconosciuti e pronti a cogliere l’opportunità di farsi conoscere dal grande pubblico.

Era il mio migliore amico ha ricevuto il plauso dei blogger, delle riviste letterarie, dei giornali, degli altri scrittori, tra le altre cose, come tutti i tuoi romanzi. Credi nel potere del passaparola?

Ci credo, probabilmente perché amo quando qualcuno mi raccomanda un libro. Sono sempre molto grata per le parole positive spese per un mio libro, da chiunque provengano. Quando scelgo un libro spesso vado a vedere cosa i recensori e i blogger ne hanno scritto. E’ una cosa bellissima se leggi recensioni positive ed è anche fantastico se anche i lettori l’ hanno accolto positivamente. Il passaparola può essere molto potente e non conosco un singolo scrittore che non sia grato di scoprire che un suo libro sia stato raccomandato a qualcuno.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono alcuni dei tuoi scrittori preferiti? Chi ritieni abbia influenzato la tua scrittura?

Sono stata influenzata soprattutto da James Lee Burke, i cui gialli di Detective Robicheaux mi hanno mostrato che potevo scrivere trame elettrizzanti e personaggi che esplodevano letteralmente dalla pagina e combinarli con uno straordinario senso dei paesaggi e della scrittura che può essere brutale ma anche a volte intensamente lirica. Anche la serie del Detective Rebus di Ian Rankin mi ha influenzato, così come i libri di Linwood Barclay. Leggo molto e sono influenzata da molti stili di scrittura e generi diversi. Alcuni dei miei scrittori preferiti sono Gabriel Garcia Marquez, P.D. James e Ruth Rendell. Ma ce ne sono molti altri…

Cosa stai leggendo in questo momento? Puoi consigliarci alcuni thriller inglesi scritti da donne?

Sto leggendo The Trouble with Goats and Sheep di Joanna Cannon. E’ un mystery ambientato durante l’ondata di caldo che abbiamo avuto nel 1976 in Inghilterra. Non è tanto un thriller piuttosto è una storia di crescita raccontata da una ragazza, ma ha anche un mistero al centro di tutto. Per i thriller inglesi di autori femminili consiglierei qualsiasi cosa di Sophie Hannah, Tana French o Robert Galbraith (che suona come un nome maschile, ma è, ovviamente, il nome d’arte dei thriller di J.K. Rowling).

I due migliori consigli che daresti agli scrittori di thriller

  • (i) Alla fine di ogni pagina che scrivi, chiediti quanto segue e rispondi onestamente: se stavo leggendo questo libro, vorrei girare la pagina? Se la risposta è “no” o “non sono sicuro”, devi riconsiderare ciò che hai fatto.
  • (ii) Tieni i nervi saldi. Ci vuole molto tempo e molte revisioni per scrivere un buon thriller. Devi essere concentrato.

Ti piace fare un tour promozionali? Dì ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Li adoro! È un tale piacere e un privilegio incontrare lettori, librai, giornalisti ed editori di tutto il mondo. A volte le differenze linguistiche o culturali possono portare ad alcune domande divertenti durante le intervista, ma penso che sarebbe sbagliato da parte mia darti qualche dettaglio! La sfida più grande è quella di affrontare un volo molto lungo, in un fuso orario molto diverso, e apparire qualche ora dopo, fresca e pronta per discutere del tuo lavoro in modo intelligente!

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Al momento non ci sono piani per farlo, ma se dovessi essere invitata, sarei lì in un lampo! Amo l’Italia e ho trascorso molte vacanze esplorando il tuo bellissimo paese.

Infine, l’inevitabile domanda: su cosa stai lavorando ora?

Ho appena terminato la prima bozza del mio quarto libro e attualmente sto lavorando alle modifiche. Si chiama Time to Tell ed è la storia di un uomo di nome Cody Swift che torna a Bristol dopo una lunga assenza per intervistare l’assassinio ventitreenne dei suoi due migliori amici per un podcast. Il podcast è presente per tutto il libro. Sentiamo anche la storia del detective coinvolto nell’inchiesta originale. Ha anche un caso in corso che può o non può far luce sul passato. L’ultimo pezzo del puzzle viene dalla storia della madre di uno dei ragazzi assassinati. Ho adorato scrivere questo libro e sono entusiasta di condividerlo con i lettori il prossimo anno!

:: Un’ intervista con Pietro De Sarlo

24 novembre 2017 by

1Benvenuto Pietro e grazie per aver accettato questa intervista. Presentati ai nostri lettori, raccontaci qualcosa di te, del tuo lavoro. Quali sono le tue origini? Chi è Pietro De Sarlo?

Grazie a te per il tempo che mi dedichi.
Quando devo presentarmi a qualcuno non so mai esattamente come farlo perché ho fatto e sono tante cose. Innanzi tutto, come direbbe Flaiano, sono un giovane con un brillante futuro dietro le spalle. Nel senso che mi avvicino alla fase più matura della vita con una importante storia professionale che ormai volge verso il termine naturale. Coltivo tante passioni, la vela, la motocicletta e lo sci e, soprattutto, l’impegno sociale e civile che si estrinseca oggi principalmente nella attività di opinionista. Nel passato recente c’è un tentativo in politica per mettere al servizio della mia terra di origine la mia esperienza e le relazioni maturate in tanti anni di carriera. Purtroppo, spero a torto, mi sono convinto che la politica non sia fatta per le persone per bene a causa delle attuali dinamiche di creazione del consenso. La stessa gratuità dell’impegno civile, una sorta di obbligo morale di restituzione alla società delle esperienze maturate e delle fortune avute nella vita, assolutamente normale nei paesi di cultura anglosassone, viene invece visto con sospetto in Italia.

La Lucania è la tua terra. Descrivicela, parlaci dei suoi mali e dei suoi tanti lati positivi.

La Lucania ha sole, vento, acqua, bellezze naturali e paesaggistiche enormi e un sottosuolo ricco di petrolio e gas. Inoltre si trova in una posizione geografica strategica di grande potenziale, essendo il baricentro fisico del Sud Italia e la cerniera tra il tacco e la punta dello stivale.
Già nel 1860 Racioppi e D’Errico, grandi intellettuali risorgimentali lucani, individuarono nella carenza infrastrutturale i limiti per lo sviluppo economico e sociale della regione. Mutatis mutandis nulla è cambiato. Nel 2010 ho pubblicato un saggio in cui dimostravo come lo sviluppo della Basilicata sia possibile e come per questo sia indispensabile il raccordo con lo sviluppo del porto di Taranto che, potenzialmente, potrebbe competere con i porti di Rotterdam e Anversa del nord Europa e diventare il motore economico dell’intero Mezzogiorno.
Per contro l’assenza di un vero e proprio ceto intellettuale, il familismo amorale, mai superato e che anzi sta diventando l’atteggiamento dominante non solo in Lucania ma in tutto il Paese, e l’individualismo, che è una caratteristica saliente della cultura italiana come spiega bene Max Weber (L’etica protestante e lo spirito del capitalismo), genera un ceto politico sostanzialmente indecente.
Basta vedere come il petrolio, da grande opportunità, si sia trasformato in un vero e proprio incubo provocando una emergenza economica, sociale e ambientale spaventosa. Tre “suicidi” legati agli ambienti estrattivi in Val D’Agri negli ultimi 10 anni, episodi di intimidazione mafiosa, fenomeno fino a poco fa sconosciuto in Lucania, inquinamento fuori ogni controllo pubblico e causa di incrementi di malattie tumorali. Dulcis in fundo nelle zone dove si estrae petrolio lo spopolamento e la disoccupazione sono maggiori persino di quelle del resto della Basilicata.

Ingegnere, manager di successo, opinionista, politico e ora scrittore. Come è nato il tuo interesse per i libri e la scrittura?

Non sono un grande oratore e poi rifiuto l’idea che possa contenersi tutto in un tweet di 280 caratteri. Una cosa è la sintesi e un’altra la banalizzazione. L’interpretazione dei fatti richiede analisi e solo dopo la sintesi. Non possono essere, l’una e l’altra, spiegate in due righe e quindi la dimensione che mi è più congeniale per divulgare il mio modo di vedere le cose è quella degli articoli e dei libri.

Parliamo adesso del tuo libro “L’Ammerikano” edito da Europa Edizioni. Una storia di emigrazione, di ricerca delle origini e della propria identità. E’ il tuo romanzo d’esordio, in che misura è autobiografico?

Credo che tutti i romanzi siano in qualche modo autobiografici. C’è sicuramente l’avere sviluppato la mia vita fuori dalla mia terra di origine, tra Roma e Milano, e questo non mi fa sentire veramente a casa in nessun luogo. C’è parte della storia della mia famiglia. Una importante famiglia della tradizione lucana con filosofi, avvocati, viceré e beati. Ci sono i luoghi della mia infanzia con il mio Monte Saraceno, che è San Chirico Raparo, e Senise, il paese di mia nonna Giovanna Barletta. Ci sono le storie della mia comunità e della emigrazione del primo ‘900 e degli anni settanta e del mio impegno in politica. Ma tutto questo è sullo sfondo di un intreccio che credo sia originale e che è interamente frutto della mia fantasia.

Parlaci del tuo protagonista. Come hai costruito questo personaggio?

In realtà i personaggi sono due, come due sono i romanzi.
Il primo è un romanzo di formazione dove l’Ammerikano, Wilber Boscom, è un essere solitario, figlio della contemporaneità post moderna e post industriale, che compie il suo personale e dolente viaggio per sfuggire al proprio destino.
Il secondo è invece un romanzo corale con Vincenzo Ametrano, lontano parente di Wilber Boscom e suo antagonista, e la sua comunità incapace di ribellarsi e di sfuggire al proprio declino. Una comunità che langue e che esprime l’immutabilità di un ambiente ottocentesco, che con i suoi riti e le proprie piccole false certezze rifiuta la modernità. Come nel Ciclo dei Vinti di Giovanni Verga.
Le due storie si intrecciano tra loro, come i tralci di una vite, formando, per contrasti tra ambienti e personaggi un unicum indistinguibile. Avevo bisogno di questi personaggi e intrecci per spingere il lettore a riflettere sulla nostra contemporaneità e sulle cause profonde per cui il nostro Paese, e la mia regione, invece di progredire scivola verso una colpevole rassegnazione. Come l’abbandono dei nostri borghi montani, ricchi di stupefacenti architetture, di storia e tradizioni e dove risiede la nostra cattiva coscienza perché ce ne ricordiamo solo in occasione dei terremoti.

Il tuo essere meridionale, un uomo del Sud, in che misura ha inciso sui temi da te trattati? Pensi che il Meridione abbia ancora tanto da offrire anche a livello culturale, sociale politico?

La cosa peggiore che è capitata al nostro Paese è proprio la rinuncia inspiegabile al rilancio e allo sviluppo del Sud Italia e del Mezzogiorno che sembra scomparso dai radar della politica.
Abbiamo affrontato le sfide della globalizzazione con il mito del localismo.
Abbiamo affrontato le sfide della informatizzazione e stiamo affrontando ora quelle della robotica immaginando di spostare tutta la competizione sul costo del lavoro e tagliando pensioni, welfare e diritti.
Non abbiamo, da trenta anni a questa parte, maturato una visione sul ruolo del nostro Paese nel mondo e di come sviluppare la nostra economia. L’incultura domina tutti i ceti e tutti i livelli della dirigenza del Paese. Se conoscessimo un po’ meglio la nostra storia capiremmo che il Mediterraneo, parafrasando Henry Pirenne, si sviluppa e prospera quando pullula di traffici e che il Medio Evo è nato proprio perché il Mediterraneo si era ridotto a un lago stagnante.
Se leggessimo le rotte e i commerci mondiali di oggi con la visione di Marco Polo scopriremmo che lo sviluppo delle Cina e dell’estremo oriente avrebbero consentito uno sviluppo enorme al Sud Italia, e al resto del Paese. Su queste rotte avremmo capito anche le ragioni della nostra unità nazionale, scoprendo, per esempio, gli indissolubili legami tra il Veneto e Venezia con il versante adriatico e ionico del Sud Italia.
I cinesi volevano investire sul porto di Taranto e noi li abbiamo ignorati spingendoli a farlo al Pireo. I cinesi hanno lanciato un piano da un trilione e mezzo di dollari per la realizzazione delle nuove vie della seta, quelle di Marco Polo appunto, e un nostro ministro, Giulio Tremonti, chiedeva di introdurre invece dazi sulle importazioni dalla Cina. Ora solo una infinitesima parte degli investimenti cinesi passerà per l’Italia e la responsabilità di questo è solo nostra.
La storia giudicherà i danni enormi provocati dal localismo, come ricetta per la soluzione dei nostri mali e che ancora oggi qualcuno osa riproporre, e i padri politici di questa cultura saranno additati come i responsabili principali del declino del Paese.

In un’ Italia in cui si legge sempre meno. In cui si fa fatica a portare avanti progetti culturali di qualsiasi genere, cosa ti ha dato l’impulso per scrivere un libro? Vuoi lasciare traccia del tuo vissuto alle nuove generazioni?

Se vuoi perdere un amico gli devi prestare dei soldi, oppure rubargli la donna o dirgli: ho scritto un libro, leggilo. Dei tre sistemi l’ultimo è infallibile.
Siamo un popolo di scrittori ma non di lettori. Però guardando i trenta metri lineari di libreria che ho tra la mia casa di Roma e quella di San Chirico Raparo, letti quasi tutti tranne le enciclopedie, mi sono detto che mi ero guadagnato il diritto a pubblicare. Poi sento il bisogno di comunicare le mie esperienze. Il mio modo di vedere le cose è ampiamente minoritario e sempre contro corrente. Questo non per un vezzo ma per necessità. Solo per fare un esempio tutti additano il nostro debito pubblico come la causa dei nostri mali. Per me è invece la conseguenza di tutti i nostri mali. Tutti parlano di ridistribuzione del reddito, per me occorre ridistribuire il lavoro e le opportunità. Ha senso avere una generazione che lavora dai 14 anni ai sessantasette anni per 40 ore settimanali e intere generazioni che non avranno mai una occupazione stabile e continuativa? Occorre, a mio modo di vedere, ripensare il nostro modello di società e occorre urgentemente un piano di infrastrutture fisiche, amministrative e culturali al servizio di una visione di sviluppo del Paese. Abbiamo il 35% di occupati, contro il 51% della Germania, un rapporto tra lavoratori e pensionati di 1,5 a 1, contro il 2,1 della Germania e nel 2040 avremo 8 milioni di italiani in più con una età superiore a 65 anni e 8 milioni di italiani in meno con una età inferiore ai 65 anni. Con questi numeri pensiamo veramente che con i pannicelli caldi dei tagli alle pensioni, il job act e le regalie di 80 euro il Paese si salvi o che si salvi togliendo certezze e diritti a qualcuno invece di fare in modo di estenderli a tutti?
Abbiamo urgente bisogno di una visione come quella di Roosevelt con il New Deal, di Marshall per la ricostruzione post bellica o di Koll con l’unificazione delle due Germanie.
Invece siamo dominati da trenta anni da un ceto dirigente esperto solo di contabilità che ritiene che il mondo evolva con le tavole del Brasca o quelle di mortalità e leggono la sociologia e l’economia con questi filtri. Peggio ancora chi pensa di risolvere i problemi con le categorie intellettuali del novecento o con i modelli macro econometrici. Il mio modo di vedere le cose è talmente minoritario che mi sento solo come un naufrago e con i miei libri mando il mio messaggio nella bottiglia per vedere se qualcun altro lo raccoglie: vox clamantis in deserto!
Poi nella mia vita, fatta di tanti viaggi e spostamenti, i libri mi hanno sempre fatto buona compagnia e spero che L’Ammerikano faccia buona compagnia a qualcuno.

Vuoi essere uno scrittore di intrattenimento o vuoi mandare un messaggio più profondo ai tuoi lettori?

La mia più grande ambizione di scrittore è di divertire facendo però riflettere.

Quale è la tua scena preferita di L’Ammerikano? Quella che scrivendola ti sei detto: ecco era esattamente così che volevo risultasse.

C’è un punto in cui mi sono esplicitamente rifatto al teatro di Edoardo De Filippo e è nella scena che si svolge nel negozio di Vincenzo Ametrano in cui arrivano in sequenza i maggiorenti del paese per cercare una raccomandazione. Forse è quella.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Mi sono formato con i romanzi del novecento: Verga, Deledda, Pirandello, Silone, Cassola, Svevo, Pratolini e tanti altri. Poi leggo molto di storia, economia e in entrambi i campi preferisco gli autori stranieri: Pirenne, Mack Smith, Galbraith, Taylor, Porter, Florida, Kotter, eccetera. Poi i romanzi gialli di ogni latitudine più alcune letture obbligatorie. Joyce per esempio, anche se l’ho letto a pezzi e non sono mai riuscito a amarlo e a leggerlo per intero. Mi piace poi l’accuratezza e il rigore scientifico nelle ambientazioni come fa Melville, per esempio, e che ho fatto con l’Ammerikano studiando la storia e ricercando e verificando le nozioni che rendono possibile lo svolgimento della trama. Ma sopra tutti il mio vero maestro è stato al ginnasio, dai salesiani, il mio insegante di lettere: don Petrosino.

Cosa stai leggendo attualmente? Quale è il libro sul tuo comodino?

La colonna di Fuoco, di Ken Follett e Solo Andata, un saggio di Marco Ponti. Poi ho letto di recente, e ho recensito ( qui ), Avanti di Matteo Renzi.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Continuerai la strada della narrativa?

L’Ammerikano ha vinto due premi letterari, ha avuto una trentina di recensioni di cui solo una negativa, due così e così e il resto tra il buono e l’entusiastico. Sta anche avendo un buon successo di vendite.
Ho quasi timore di scrivere un nuovo romanzo e sarei tentato di fermarmi qui. Invece amo le sfide e ho quasi ultimato un thriller ambientato a Roma a sfondo politico. Ancora una volta un libro con una doppia lettura: quella letterale del giallo e quella sui motivi del declino del nostro Paese. Un equilibrio difficilissimo da trovare senza scadere nel banale. Poi il sequel dell’Ammerikano, richiestomi da molti lettori, il prequel che vorrei ambientare nel periodo dell’Unità d’Italia. Infine un romanzo su una storia vera: un efferato delitto avvenuto in Lucania subito dopo la prima guerra mondiale. Per tenermi in allenamento ho scritto dei racconti di viaggio, ancora da completare, che si possono leggere sul mio blog e che, forse in futuro, faranno parte di un libro.
Come vedi sono destinato a perdere molti amici!