Dal 15 al 17 marzo Firenze ospita alla Fortezza del Basso, in pieno centro storico, Firenze fantasy, versione invernale
della popolarissima Festa dell’Unicorno che ogni estate ravviva il Comune di Vinci, luogo natale di Leonardo.
I locali della Fortezza del Basso, come il Teatrino lorenese, la Palazzina lorenese, i Quartieri monumentali e il Padiglione e Piazzale delle Ghiaie si popoleranno di stand in tema, spazi per giochi, cosplayer, conferenze, area di ricostruzione storica e di ambientazioni fantastiche, illustratori, per un evento che tocca vari universi del fantastico, con ospiti anche internazionali.
Tra i nomi presenti si segnalano Christopher Lambert, indimenticabile Highlander al cinema, Billie Piper, Rose Tyler in Doctor Who e interprete anche di Penny Dreadful, Isaac Hempstead-Wright, Brendon Stark in Game of thrones, il doppiatore Daniele Giuliani, voce di Jon Snow, la scrittrice Licia Troisi.
Nel programma di eventi spiccano sabato 16 marzo la parata in cosplayer e in abito storico per il centro storico di Firenze, l’area steampunk, la convention su Doctor Who, il raduno di Star Wars, l’angolo su Harry Potter, la musica con il gruppo medievale Trovadores de Romagna, l’aperitivo della Società Tolkeniana Italiana, le dimostrazioni con i tatuatori Lorenzo Bagatti, Daniele Lucchese e Fairygoth.
Il biglietto d’ingresso prevede un abbonamento per i tre giorni a 28 euro, intero giornaliero 12 euro, ridotto 8 euro per i cosplayer e i ragazzi tra gli 11 e i 16 anni, gratis per i bambini.
Il programma completo è disponibile nel sito ufficiale della manifestazione.
A Firenze è di scena il fantasy a cura di Elena Romanello
14 marzo 2019:: Il futuro degli altri di Paolo Brera (Il Clown Bianco 2018) a cura di Federica Belleri
11 marzo 2019
Questo giallo, scritto da Paolo Brera, è ambientato a Milano. Una donna originaria di Sarajevo viene trovata morta in casa sua. Il delitto, perché di questo si tratta, è identico a quello descritto nei particolari in un libro giallo, venduto con il quotidiano La Padania. La cosa ovvia da fare è sospettare e accusare lo scrittore del libro, proprio Paolo Brera. Sarà lui il colpevole?
Il Colonnello dei Carabinieri De Valera è a capo dell’indagine, che si rivela fin da subito piuttosto strana. Infatti De Valera comincia a provare simpatia e compassione per lo scrittore incriminato. Perché?
Il caso viaggia attraverso il mondo dell’immigrazione e le case di ringhiera, il giornalismo e la cassa integrazione, i divorzi difficili e le differenze di razza e cultura. Interessante il confronto fra realtà vera e realtà di finzione.
Una lettura scorrevole e ironica, piacevole e ben strutturata la scrittura.
Consigliato.
Paolo Brera, milanese, è scrittore, traduttore e giornalista. Uscito dalla Bocconi, ha lavorato in quella e in altre università come assistente di Storia economica, poi di Diritto privato comparato, Economia politica e Marketing. Dopo un intervallo dedicato all’esportazione di prodotti petroliferi, negli anni Ottanta si è dedicato prevalentemente al giornalismo, e dopo il 2000 sopra tutto alla narrativa e alla poesia, pubblicando diversi romanzi polizieschi e di fantascienza, uno studio sull’economia mondiale, tre raccolte di poesie e un progetto letterario incentrato sulla figura di Don Giovanni. Come traduttore Brera ha volto in italiano dalle rispettive lingue originali opere di Balzac, Puškin, Zorrilla, Turgenev, Sienkiewicz, Machado de Assis, Vazov, Jan Neruda, Caragiale e altri.
Fonte: omaggio dell’editore al recensore.
:: Letture Nittiane – Sette riflessioni in pubblico sulle principali opere di Francesco Saverio Nitti a cura di Stefano Rolando e Giovanni Vetritto (Rubbettino, 2018) a cura di Daniela Distefano
11 marzo 2019
Francesco Saverio Nitti è al centro di questo ciclo di letture; spunti per osservare il passato con la lente del presente. Egli è stato uomo di Stato, Pensatore della libertà e della democrazia. Un uomo che, con l’esilio a Parigi e con la prigionia nell’ultima parte della guerra a opera dei tedeschi, ci ha detto che la libertà non si difende solo con la penna ma anche e soprattutto con l’esempio, con la testimonianza e quando è necessario anche con il sacrificio. Sue queste suggestive parole che denunciano il fascismo come un ritorno alla barbarie, al Medioevo:
“Il fascismo per mantenersi qualche tempo al potere non ha solo annullato tutte le libertà, ha anche abolito tutte le regole di buona finanza. Non esiste più parlamento in Italia: non esiste più un governo locale, perché tutte le amministrazioni delle istituzioni locali sono nominate dal governo, che è l’espressione pura e semplice di una minoranza che si mantiene al potere con la violenza. Tutti i giornali liberi sono stati soppressi e tutta la vita intellettuale è abolita. Un regime autoritario di violenza crea ogni giorno martiri e schiavi. (..) Senza libertà e senza democrazia non esiste vero progresso, nessuna scienza, nessuna via di crescita, nemmeno nessuna ricchezza. (..) Ci serviranno le dittature per rinfrescare la nostra memoria? Ripetiamo le parole di Kant: come l’uccello, durante il volo, è tentato di maledire la resistenza dell’aria, e non comprende che senza quella resistenza lui non volerebbe affatto; così le democrazie moderne esagerano i torti e le debolezze dei parlamenti, i danni prodotti dalla libertà di stampa e gli svantaggi connessi al controllo dell’opinione pubblica. E non si rendono conto che i progressi immensi realizzati dai Paesi civilizzati nel corso degli ultimi 150 anni sono il risultato di queste resistenze. Un dittatore che può tutto realizzare, può tutto distruggere”.
Cos’era lo Stato per Nitti?
“Lo Stato, lungi dall’essere l’antitesi degli individui, va considerato come la sintesi di essi, per dir meglio, come la forma più alta di cooperazione sociale”.
E cosa pensava del Comunismo?
“Il comunismo non è compatibile con lo sviluppo della produzione e con la esistenza stessa della civiltà. In regime comunista cessano tutti i moventi dell’attività individuale e la produzione si arresta e decade. Noi non riusciamo a concepire forma di produzione comunista senza la rovina dei popoli moderni”.
Per quanto riguarda l’aspetto più propriamente economico, finanziario, Nitti è stato un pioniere su tutti i fronti. Con la sua visione liberale e antidogmatica, egli pose la questione dell’equilibrio tra individuo e colletività, tra spazi di autonoma iniziativa personale e spazi di cooperazione tra gli individui, attraverso forme di intervento statale burocratico, purché giustificate dalla dimostrazione favorevole del vantaggio procurato; tutto all’interno di una ortodossia finanziaria che vuole i bilanci in pareggio. Infine Nitti e i giovani:
“voi potete essere l’energia, il motore di un’Italia che si deve trasformare”.
Un’Italia che il grande economista e servo di Stato, Francesco Saverio Nitti, voleva svincolata dal divario Nord-Sud, perché la vittoria sulle disuguaglianze fosse perrennemente giusta, senza infingimenti o distorsioni non solo intellettuali.
Stefano Rolando è Professore di ruolo all’Università IULM di Milano. E’ presidente della Fondazione “Francesco Saverio Nitti”. E’ Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana dal 1993.
Giovanni Vetritto è direttore generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. E’ stato più volte docente a contratto presso la Scuola Nazionale d’Amministrazione, la LUMSA di Roma e l’Università Roma Tre.
Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.
:: Storia dei servizi segreti – La verità su chi veramente governa il mondo di Mirko Molteni (Newton Compton 2018) a cura di Giulietta Iannone
11 marzo 2019
Libro interessantissimo e ricco di aneddoti curiosi, spesso sconosciuti o perlomeno poco noti al grande pubblico, Storia dei servizi segreti – La verità su chi veramente governa il mondo di Mirko Molteni ha l’ambizione di racchiudere in 800 pagine l’intera storia dei servizi segreti dalle origini, in epoca remota, al giorno d’oggi. Un volume enciclopedico dunque, di facile consultazione, e agevole lettura, utile sia a studiosi della materia che a semplici lettori curiosi di saperne di più di un mondo per certi versi ancora misterioso e ambiguo. Luci e ombre delle operazioni di spionaggio più riuscite e di coloro che operarono spesso mettendo a frutto doti insolite, immaginazione ed eclettismo. Spie, agenti segreti, forze speciali, informatori, sabotatori, sono i protagonisti assoluti di questo saggio in cui la realtà supera di molto anche la più bizzarra fantasia. Non tutto andò liscio, spesso l’assurdo e la leggenda giocarono un ruolo fondamentale come nella storia sicuramente inventata del cosmonauta suicida del KGB che fa sorridere, ma fino a un certo punto. Testo divulgativo certo ma con un’ampia bibliografia e un ampio apparato di note a piè di pagina puntuali e precise che ne attestano il valore scientifico. Grande spazio viene dato alla Guerra Fredda tra America e Russia, che sembrava sopita alla caduta del Muro di Berlino, per riemergere invece con nuove facce sempre più tecnologiche nei nostri giorni. Cambiano gli strumenti, le armi, gli equipaggiamenti ma quello che continua a fare la differenza è il fattore umano, (consiglio il bellissimo libro di Graham Greene con questo titolo) perché l’intuito, la prontezza, la fantasia restano ancora quel quid che fa la differenza. Un mondo oscuro, spesso crudele, al di là delle leggi normali che regolano il vivere civile, in cui tra informazione e disinformazione si giocano partite fondamentali per gli equilibri geostrategici mondiali. In cui l’imprevedibile è spesso l’ago oscuro della bilancia. Dall’età del Bronzo a Gina Haspel, la prima donna al vertice del maggior servizio segreto occidentale, fino al caso Litvienenko, la strada è stata lunga, tortuosa, ricca di insidie, doppiogiochisti e colpi di scena, senza dimenticare che alcune spie ci hanno creduto sul serio in quello che facevano, fino a sacrificare la vita, sempre dietro le quinte della storia, spesso restati numeri di cui mai conosceremo l’identità, né i meriti. Altre invece diventate leggendarie, perchè anche la propaganda e il folcrore fanno parte del gioco. Un mondo in cui i sentimenti non hanno giocato un ruolo marginale, in cui lealtà, coraggio, abnegazione hanno fatto sempre parte del pacchetto, sebbene il numero delle vittime di questo gioco non sarà mai possibile calcolarlo. Che alcuni si siano mossi solo per denaro, ricatti o puro gusto per l’avventura è certo, pur tuttavia come chiosa l’autore nel commiato finale:
In poche parole, in tutti loro, conscio o no, albergava un sogno di pace, fosse anche sia pure la pace alle loro condizioni, un sogno disatteso dagli eventi. Ecco la pace. Questa chimera che ci rivela perennemente irraggiungibile per l’umanità, se non per brevi periodi e a macchia di leopardo sul globo terraqueo, dovrebbe sempre essere il primo movente anche nel mondo dell’intelligence. I servizi segreti possono dare molto , e in effetti lo danno, per la pace, favorendo i canali di dialogo e trattativa, nonché sfruttando la dimestichezza con le informazioni proprio per capire, o almeno tentare di capire, anche le ragioni e il pensiero dell’avversario.
Mirko Molteni nato in Brianza nel 1974, è laureato in Scienze Politiche. Giornalista per «Libero» e per riviste di storia e argomenti militari e aeronautici, collaboratore del notiziario online «Analisi Difesa», ha al suo attivo sei libri: L’aviazione italiana 1940- 1945: azioni belliche e scelte operative; Un secolo di battaglie aeree: l’aviazione militare nel Novecento; Storia dei grandi esploratori: dagli Egizi a Magellano, Le ali di Icaro: storia delle origini del volo; Furia celtica: due secoli di lotte fra Galli Cisalpini e Romani, Dossier Caporetto: il centro di gravità dell’annata 1917. Storia dei servizi segreti è il suo primo libro pubblicato dalla Newton Compton.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Antonella e Federica dell’ Ufficio Stampa Newton Compton.
:: Il silenzio che rimane di Matteo Ferrario (Haper Collins Italia, 2019) a cura di Eva Dei
10 marzo 2019
Dopo un periodo di separazione Davide e Valentina sono alle prese con un lento tentativo di rimettere in piedi il loro matrimonio. L’estate è agli sgoccioli e i due rubano ritagli di tempo alle loro giornate e al loro lavoro per passare qualche minuto insieme. Il 26 agosto, la data che Davide non scorderà mai più, i due si trovano in un Hot Mugs di Milano per la pausa pranzo. Neanche mezz’ora dopo entra nel locale un adolescente qualunque e discute animatamente con la cameriera al banco. In realtà quel ragazzo all’apparenza così comune è Rasib Anwar e il suo nome riecheggerà per gli anni a venire in tribunale, su giornali, televisioni e social come il nome del sequestratore dell’Hot Mugs.
In quella caffetteria, insieme a Davide e a Valentina ci sono altre diciannove persone: vite che corrono su binari diversi, alcune sono intrecciate tra loro, come quelle dei protagonisti, altre no, ma tutte per un giorno si bloccano, prigioniere dietro le porte a vetri di un locale a marchio americano.
Matteo Ferrario torna sugli scaffali delle librerie dopo “Dammi tutto il tuo male” (Harper Collins Italia 2017) e si conferma un abile indagatore dell’animo umano. Se nel libro precedente la storia era più intima, racchiusa nella dimensione familiare, in questo nuovo romanzo lo sguardo dell’autore si allarga. La narrazione procede in un continuo alternarsi di passato e presente, dove i ricordi si accumulano e si riferiscono a piani temporali diversi. Parte di questi ovviamente sono legati ai due protagonisti, Davide e Valentina: il loro incontro, l’inizio della loro storia, la crisi, la consapevolezza di non poter fare a meno l’uno dell’altra e il tentativo di ripartire da zero.
«Vale, aiutami, ho bisogno di te.»
Era l’unica frase che mi girava in testa, e che fui in grado di formulare a voce alta dopo che mi ebbe chiesto perché le telefonavo.
«Mi manchi» ammise lei. «Però, Davide, ascolta» aggiunse subito dopo, come dettando la sua unica condizione per accettare di rivedermi. «Voglio tornare a quello che eravamo prima.»
A me sarebbe bastata una nuova versione di noi nel futuro, e la volevo così disperatamente che non le dissi fino a che punto si stava illudendo.
Mi limitai ad assecondarla, e riportarla da me.
Se “l’azione” della storia, quella che muove l’intera vicenda, si concretizza nelle prime 80-90 pagine, molto interessante è da quale punto di vista l’autore decide di guardare a quella che comunemente i media definirebbero “la tragedia”. Proprio a questo punto lo sguardo dell’autore si allarga e abbraccia quella che è la società contemporanea. La tragedia di Davide, ma anche di Jacopo, il compagno di Lorenzo, il responsabile della caffetteria, è una tragedia privata, che sconvolge le loro vite, rendendoli deboli, confusi, insicuri e svuotati. Invece quella sbandierata dai mezzi di informazione, dai programmi tv e ovviamente dai social trasforma il loro dolore in rabbia e frustrazione. Un dolore che dovrebbe essere privato viene osservato sotto la lente di una telecamera, pronta a isolarne dettagli, a vivisezionarne parti, per poi lasciarlo inerme tra le mani di chi è pronto a giudicarlo facendosi scudo dello schermo di un pc.
“La mancanza di compassione che sentivo attorno alla fine di Valentina era come un prolungamento indefinito della follia di cui era rimasta vittima. Era come se le armi da fuoco non avessero mai smesso di sparare. Come se all’Hot Mugs fosse partita una catena umana di idiozia, che attraverso le strade e gli account personali era approdata in ogni casa, nei notiziari e format televisivi guardati con distrazione dalle famiglie a tavola. Per loro era un intrattenimento appena più accattivante del normale, un’alternativa insolita alle serie tv. Per me, invece, era la nuova realtà con cui fare i conti ogni giorno.“
Ferrario mette nero su bianco il voyeurismo per le tragedie tipico della contemporaneità, la facilità con cui alcuni politici approfittano di eventi drammatici per portare acqua al loro mulino, la spregiudicatezza con cui si riesca a lucrare sul dolore. Tutto questo è accompagnato dall’assoluta convinzione da parte di molti di indossare sempre la veste del giudice, di avere cioè la piena e totale libertà di giudicare e incolpare, meglio se è possibile farlo online, tramite un account o un nickname. Una tecnologia facile e pronta a l’uso che spesso non porta a chiederci se pronunceremmo davvero quella frase ad alta voce e davanti a qualcuno; un continuo bisogno di comunicare ed esprimerci che non ci fa capire che a volte la migliore risposta davanti al dolore è un rispettoso silenzio.
Matteo Ferrario è nato nel 1975. Architetto, giornalista e traduttore, a partire dai primi anni Duemila ha pubblicato racconti su riviste letterarie e nelle antologie Via dei matti numero zero (Terre di Mezzo, 2002), Racconti diversi (Stampa Alternativa, 2004), Q’anto ti amo (Damster, 2014) e Biblioteca vivente. Narrazioni fuori e dentro il carcere (Altreconomia edizioni, 2016). È autore dei romanzi: Buia (2014) e Il mostro dell’hinterland (2015), usciti entrambi per Fernandel editore. Con Harper Collins Italia ha pubblicato Dammi tutto il tuo male (2017) e Il silenzio che rimane (2019).
Source: libro del recensore.
:: Bakhita – Il fascino di una donna libera di Roberto Italo Zanini (Edizioni San Paolo 2019) a cura di Giulietta Iannone
8 marzo 2019
Oggi 8 marzo “Giornata internazionale della donna” vi parlo di un libro edito con le Edizioni San Paolo: Bakhita – Il fascino di una donna libera, del giornalista di “Avvenire” Roberto Italo Zanini. Chi era Bakhita, la “Fortunata” soprannome che le diedero in Africa i suoi rapitori? Bakhita nacque in Sudan, nella regione del Darfur, intorno al 1869. A 7 anni fu rapita da mercanti di schiavi e iniziò per lei un calvario fatto di vessazioni, umiliazioni e vere e proprie torture. Passò di padrone in padrone finché venne comprata dal console italiano in Sudan Callisto Legnani, che comprava schiavi per liberarli, e si può dire che da questo momento in poi assistiamo alla sua rinascita. Arrivò in Italia, sbarcando nel porto di Genova, punto di partenza di tanti italiani in viaggio per le Americhe in quegli anni e venne “donata” alla moglie di Augusto Michieli che ne fece la bambinaia di sua figlia. Poi grazie a Illuminato Checchini che la accolse nella sua famiglia come una figlia incontra Cristo, sarà suo infatti il primo crocifisso che riceve. Da questo momento in poi la strada per la santità la porta a diventare una consacrata della Congregazione delle Figlie della Carità. Morì a Schio l’8 febbraio del 1947. Papa Giovanni Paolo II la proclama santa il 1 ottobre del 2000, modello per tutti i credenti che vedono in lei un esempio da seguire nel cammino della vita. Come da un chicco di grano nasce un campo, così da una ragazzina africana analfabeta è nata una delle sante più venerate dalla cristianità. Una migrante se vogliamo, perché in fondo lo fu, lasciò l’Africa per l’Italia in cerca di un futuro migliore e sul suo cammino non incontrò solo persone malvagie ma anche persone che l’aiutarono a essere ciò che divenne. La sua vita avventurosa, e per certi versi tragica, rispecchia il vissuto di tanti giovani africani che possiamo incontrare oggi nelle nostre strade, lei seguendo l’esempio di Cristo ha fatto del perdono la sua via verso la liberazione, perché in tutto e per tutto Giuseppina Bakhita divenne una donna libera. Roberto Italo Zanini utilizza come titolo di un capitolo questa frase: La libertà è sentirsi amata, e credo racchiuda il segreto della vita straordinaria di questa santa. Tra capitoli dedicati alla vita di Giuseppina Bakhita l’autore alterna altri dedicati a coloro che grazie a lei hanno spezzato le catene spirituali e morali, altrettanto odiose di quelle fisiche, che li tenevano legati alle loro vecchie vite per conquistare anch’essi la propria libertà. È un libro molto bello, apprezzabile da credenti e non credenti perché ci descrive una figura di donna che è stata più forte delle tremende prove che ha affrontato, e che ha raggiunto una vera e completa liberazione al di là di stereotipi o luoghi comuni. Facile non deve essere stato davvero per una giovane africana di pelle scura ambientarsi nel Veneto di fine Ottocento, in paesi dove non avevano mai visto un africano, ma la sua costanza e il suo carattere dolce ma determinato le hanno consentito di diventare la santa di cui oggi conosciamo la vita grazie alle memorie che dettò alle sue consorelle. E grazie all’autore che ha tracciato la sua figura in questo libro facendone una lettura agevole e interessante. Buona lettura e buona Festa a tutti i lettori di Liberi!
Roberto Italo Zanini, è giornalista e lavora presso la redazione romana di Avvenire. Si occupa di politica dei mass media. Ha collaborato con la rivista Popoli e Missione, settimanali diocesani e quotidiani locali. Per le Edizioni San Paolo ha pubblicato: Bakhita. Inchiesta su una santa per il 2000 (2001; 20053); «Io sono nessuno». Vita e morte di Annalena Tonelli (2004; 20124); Il cuore ci martellava nel petto. Il diario di una schiava divenuta santa (2004); Annalena Tonelli. Un amore più forte di ogni odio (2006); Padre Semeira. destinazione carità (2008); Gina Tincani. Sulla strada delle alte cime (2008); Più forti del male. Il demonio, riconoscerlo, vincerlo, evitarlo (con G. Amorth, 20114).
Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.
Un’intervista con Rebecca Moro, autrice de Il principe degli sciacalli a cura di Elena Romanello
8 marzo 2019Dopo aver recensito Il principe degli sciacalli abbiamo incontrato anche la sua autrice, Rebecca Moro, con
cui abbiamo scambiato due chiacchiere sul libro e non solo.
Come e perché è nata l’idea del Principe degli sciacalli?
Mi sono sempre divisa tra il romance e il fantasy, sia come lettrice che come autrice, ed era un pezzo che avevo iniziato a pensare alle grandi linee di una saga, dove ci fosse spazio per entrambi i generi. Però non volevo fermarmi alla solita trama con eroi maschi stile principe perfetto e eroine sempre limitata ad essere streghe folli oppure donzelle da salvare. Volevo partire, in un certo senso, dalla fine, quando l’assedio è già avvenuto e i nemici non sono stati sconfitti, ma hanno trionfato. e volevo vedere come se la potevano giocare il principe e le principesse, una volta caduti al livello più basso, schiavi oppure ostaggi o ancora spose di guerra.
E mi piaceva l’idea di contrapporre ai “perfetti” un’orda di bestie, brutte e imperfette, che fossero comunque protagoniste e non si rassegnassero a lasciare la scena agli umani.
Perché hai scelto un fantasy di questo genere?
Da buona lettrice, ho cercato di raccogliere nel mio primo fantasy tutti gli elementi che mi sono sempre piaciuti: quindi scene di guerra e battaglie, scene di intrighi politici, grandi paesaggi, qualche spazio per i sentimenti, lasciando perdere l’ossessione rigida per il lieto fine. In un fantasy sai già che non tutti i concorrenti alla partenza arriveranno sino in fondo. Il divertimento è decidere chi far arrivare e come farli arrivare.
Chi sono i tuoi maestri fantasy e comunque i tuoi autori e autrici preferiti? E magari anche in altri media, cinema, serie TV e fumetti?
Per l’epic la matrice anglosassone è indiscutibile: David Gemmel, Glen Cook, Robin Hobb, Anthony Ryan, Joe Abercrombie e Richard K. Morgan. Ma sono cresciuta con autrici di primo livello, quali la Zimmer Bradley, Tanita Lee e Carolyn Janice Cherryh.
George Martin, ovvio, è sottinteso: ormai non serve più citarlo.
Non amo solo l’epic (o heroic). Adoro anche l’urban e il paranormal fantasy: da Sherrilyn Kenyon a Kresley Cole a Jeaniene Frost, passando per la Ward (fino al decimo volume ho amato la Confraternita del Pugnale Nero).
Ho metà libreria targata Fanucci, questo può dare l’idea cosa sia vedere adesso il mio volume posizionato vicino.
Cosa pensi della situazione editoriale italiana riguardo al fantastico e non solo?
Confido in una ripresa del fantasy in Italia. All’estero il genere sta pompando bene già da qualche tempo, qui da noi è stato molto a lungo di nicchia, o confinato nelle serie per ragazzi (quindi poco epic e bellico), ma ora forse qualcosa si muove.
Penso che Fanucci abbia dato un buon segnale, provando a puntare su giovani autori italiani da inserire nel suo già nutrito catalogo.
Quando sono uscita, in effetti, con i blog è stato abbastanza faticoso. A parte i soliti lettori forti del genere, si è avvertita una certa diffidenza, che però è stata presto superata. Sono assolutamente felice dell’accoglienza che hanno avuto gli Sciacalli e questo primo volume.
I tuoi prossimi progetti?
Vorrei riuscire a portare avanti i due generi che amo di più. Quindi ho appena pubblicato un mm romance (con l’altro mio pseudonimo, S.M. May) e sto trattando con una CE per la sua versione tedesca, ma al contempo ho iniziato la stesura del secondo volume di questa saga, riservandolo a un nuovo Quadrante, quello di sudovest. I ti-jak hanno lasciato parecchie cose in sospeso e l’Impero degli uomini non può non reagire all’invasione.
Cosa ti ha dato e ti sta dando Il principe degli sciacalli?
Davvero tanto entusiasmo. Sentire i lettori che alle presentazioni oppure nelle email ti dicono che vedevano le scene come in un film, oppure che si sono sentiti parte della Schiera in marcia, ti regala una sensazione pazzesca. Scrivere mi rende felice e libera, sapere che chi legge riesce a percepire quanto voglio trasmettere è qualcosa di meraviglioso.
A Milano l’edizione 2019 di Cartoomics a cura di Elena Romanello
7 marzo 2019
Dall’8 al 10 marzo torna negli spazi di Rho Milano Fiera Cartoomics, la kermesse meneghina dedicata a fumetti e immaginario nerd, giunta ormai alla ventiseiesima edizione e senz’altro la più importante del settore per quello che riguarda il Nord Italia.
Appassionati, cultori, curiosi e collezionisti potranno confrontarsi con spazi dedicati a fumetti, cinema, giochi di ruolo e di carte, videogames, cosplay, libri, conferenze, in un universo che ormai unisce più generazioni. La manifestazione è in particolare dedicato al cinecomic Shazam della DC Comic, in uscita l’11 aprile che sarà al centro di un’attrazione interattiva. Non mancheranno spazi sugli altri film del momento, come Capitan Marvel e l’atteso The Avengers End Game.
Come sempre, nutrito il parterre di ospiti, del mondo del fumetto e non solo, tra cui spiccano i nomi di Max Bunker, nome d’arte di Luciano Secchi che festeggerà il mezzo secolo di Alan Ford, Alfredo Castelli con la sua icona martin Mystère, l’illustratore di draghi, unicorni e non solo Paolo Barbieri, Marco Ventura della torinese Manfont, Don Alemanno e Boban Pesov con l’irrestitibile Navivegan Heidi, Luca Enoch, che ha spaziato da Gea a Dragonero per Bonelli, Stefano Turconi e Teresa Radice con il nuovo Tosca dei boschi per Bao Publishing, Manfredi Toraldo della Scuola di Comics di Torino, Luca Rossi con i suoi romanzi di fantascienza, Luca Tarenzi maestro del dark fantasy e Alessia Mainardi con la sua casa editrice del fantastico Ailus.
L’editoria sarà la grande protagonista dell’evento, con nomi storici come Sergio Bonelli, Panini Comics, Bao Publishing, Alastor, RW, Astorina, Star Comics, Dynit, BD e il debutto di Feltrinelli Comics, senza dimenticare le voci indipendenti e le fanzine.
Tra le aree da segnalare c’è quella sulla fantascienza, con proposte di libri e fumetti e spazio per i vari gruppi dedicati a film e telefilm, da Star Wars a Doctor Who, con gadget e proposte editoriali anche straniere, e quella sul fantasy, dove troveranno spazio editori in tema e le attività dell’associazione La Fortezza.
Cartoomics è aperta i tre giorni dalle 9 e 30 alle 19 e 30, costo dei biglietti 14 euro intero, 12 ridotto, 7 per bambini dai 7 ai 12 anni, abbonamenti a 22 euro per due giorni, 26 per tre, 7 per un gruppo di almeno venti persone e ticket per le famiglie a 28 euro per tre e a 32 per quattro. Ingresso gratis per i cosplayer solo venerdì.
Per ulteriori informazioni visitare il sito ufficiale.
:: Il vicolo dell’Immaginario di Simona Baldelli (Sellerio 2019) a cura di Nicola Vacca
7 marzo 2019Simona Baldelli è una scrittrice che ha una grande qualità. Riesce già dalle prime pagine a creare una forte empatia tra i personaggi e i lettori.
Nel precedente La vita a rovescio Caterina Vizzani con la sua storia incredibile e straordinaria mi aveva immediatamente colpito a lettura appena iniziata.
Così è accaduto anche per Clelia/Amalia, la protagonista del nuovo romanzo di Simona.
Questa ragazza di vent’anni che vive nella provincia emiliana entra subito nel cuore di chi si perde nella sua storia.
Simona Baldelli inventa un ritratto di donna davvero singolare, incastrata in un romanzo doppio, in cui la protagonista si troverà a vivere due esistenze.
Amalia e Clelia che sono la stessa persona, l’Italia degli anni Sessanta e Settanta e il desiderio di fuggire in Portogallo per ripensare la propria vita dopo una tragedia personale.
Il vicolo dell’Immaginario è una piccola e stretta strada di Lisbona in cui accadono cose strane rapite da una magia che mischia il mondo dei vivi con quello dei morti. Luogo che diventerà per Clelia /Amalia decisivo per la ricerca di se stessa.
Tra le righe di questo romanzo doppio si alternano le vicende di Clelia con i problemi della sua famiglia, la vita in fabbrica e la triste storia del suo grande amore.
Poi c’è la fuga a Lisbona, la voglia di ricominciare una nuova vita e le atmosfere magiche della città lusitana che faranno da cornice alla ricerca interiore e all’inquietudine della protagonista.
C’è la Lisbona di Tabucchi e di Pessoa e un mondo in cui la realtà si sposa con l’onirico. Questo accade nelle pagine portoghesi di Vicolo dell’Immaginario.
Sono emozionanti le vicende della protagonista e della sua piccola ombra che si perdono nei labirinti di una città affascinante. Lisbona con il suo carico di magia offre suggestioni forti e coinvolgenti che finiscono per affascinare il lettore e condurlo in un vortice di passioni che incantano e spiazzano.
Vicolo dell’Immaginario racconta la storia di due donne che sono la stessa persona. Simona Baldelli convince con la narrazione dei due piani temporali. Tra l’Italia e il Portogallo, Clelia che diventa Amalia tra vivi e morti, paesaggi oscurati dalla nebbia, si manifesta insieme all’ombra di se stessa con tutta la consapevolezza di donna che ha deciso di perdersi nell’inquietudine per ritrovarsi insieme al peso dei suoi ricordi senza ignorare quella lezione del passato da cui ripartire.
Lisbona, la sua storia, le sue atmosfere oniriche. Parte da qui la rinascita di Clelia/Amalia. La donna e la sua piccola ombra scoprono che ci vuole un’immaginazione per vedere un vicolo dove c’era soltanto un buco fra le case.
In quel vicolo accade di tutto: la realtà incontra la fantasia e ogni cosa si fa letteratura e vita.
Simona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Il suo primo romanzo, Evelina e le fate (2013), è stato finalista al Premio Italo Calvino e vincitore del Premio Letterario John Fante 2013. Il tempo bambino (2014) è stato finalista al Premio Letterario Città di Gubbio. Nel 2016 ha pubblicato La vita a rovescio (Premio Caffè Corretto-Città di Cave 2017), ispirato alla storia vera di Caterina Vizzani (1735) – una donna che per otto anni vestì abiti da uomo – e nel 2018 L’ultimo spartito di Rossini.
Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Sellerio.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: Il bambino nella neve di Wlodek Golkorn (Feltrinelli, 2016) a cura di Giulietta Iannone
6 marzo 2019
Ecco, io penso che dopo la Shoah non è possibile il Tikkun: il mondo rimane e rimarrà senza riparazione.
Narrare l’indicibile è il pesante compito che spetta ai sopravvissuti della Shoa, e ora, che le generazioni sono passate, ai figli dei sopravvissuti, ai nipoti, ai bis nipoti in una catena di memoria che si fa memorie personali e preziose ognuna a suo modo, come tante sono le verità che compongono la verità.
Di questo compito si prende carico, anche dolorosamente, Wlodek Golkorn giornalista e scrittore abituato a narrare le storie degli altri, ora alle prese con la propria storia personale e familiare.
Figlio di ebrei comunisti sopravvissuti, ora testimone non diretto ma riflesso di avvenimenti così tragici, così assurdi, così impossibili da vedere in una luce costruttiva o catartica, o anche solo di senso. La cattiveria umana è un mistero insondabile, forse un mistero non solo umano, per chi ci crede. Quando agli uomini ne viene data facoltà compiono le barbarie più inaudite, non tutti, non sempre, e dopo quasi sempre si autoassolvono, si giustificano, “ho ubbidito agli ordini”, “tutti facevano così”, “se non avessi fatto così mi avrebbero ucciso”. Perché se ci sono i sopravvissuti tra le vittime, ci sono anche i sopravvissuti tra i carnefici, tra le persone per cui la banalità del male è così ovvia, consueta, rassicurante.
Non deve essere stato facile per Wlodek Golkorn tornare con la mente alla sua infanzia in Polonia, alla sua “fuga” in Israele, alla sua vita in Germania, per poi approdare in Italia, a Firenze, dove tuttora vive. Ma deve essersi detto che era suo dovere, un compito a cui non poteva sottrarsi, per cui chiese al suo giornale il permesso di fare questo viaggio, questo pellegrinaggio, in compagnia di una fotografa Neige De Benedetti.
E così è tornato in Polonia, a Cracovia, a Varsavia, per poi raggiungere Auschwitz, Belzec, Sobibor, fino a Treblinka che chiude il cerchio.
Con grande sincerità ci narra cosa ha provato andando in quei luoghi tra rabbia e compassione, tra memorie della sua famiglia e esperienze sue personali, consapevole che il vuoto di senso di tutto questo orrore ancora resta aggrappato a ogni granello di polvere che può contenere ancora tracce di cenere delle vittime passate per i camini dei forni crematori.
Si chiede cosa abbiano provato quelle donne, quegli uomini, quei vecchi, quei bambini in quei momenti. Quando percepivano, dopo le crudeli bugie dei carnefici, che sarebbero andati invece a morire, che non avrebbero avuto più scampo.
Wlodek Golkorn si interroga anche di cosa sia fatta la memoria, la volontà di tramandare quei ricordi ai propri nipoti, perché sappiano la storia della loro famiglia, da dove hanno tratto le radici.
Tra gli orrori del Novecento, e della Seconda Guerra Mondiale in particolare, la Shoa resta una cosa a sé, con peculiarità sue proprie, un’unicità indicibile appunto.
Senza retorica Wlodek Golkorn cerca di capire lui per primo, per poi spiegare a chi ha voglia di ascoltare, il tipo di atteggiamento con cui fare i conti con quelle memorie, con quel passato. Un passato comune, perché di tutto il genere umano non solo del popolo ebraico.
In questo periodo di derive antisemite ne consiglio la lettura, anche per il valore letterario del testo (ci sono punti di estrema bellezza), ma con un’avvertenza: non è una lettura asettica, bisogna giungervi preparati.
Wlodek Goldkorn è stato per molti anni il responsabile culturale de “L’Espresso”. Ha lasciato la Polonia, sua terra nativa, nel 1968. Vive a Firenze. Ha scritto numerosi saggi sull’ebraismo e sull’Europa centro-orientale. È co-autore con Rudi Assuntino di Il Guardiano. Marek Edelman racconta (1998) e con Massimo Livi Bacci e Mauro Martini di Civiltà dell’Europa Orientale e del Mediterraneo (2001) e autore di La scelta di Abramo. Identità ebraiche e postmodernità (2006). Per Feltrinelli ha pubblicato Il bambino nella neve (2016).
Source: acquisto personale.
:: Il sospettato di Georges Simenon (Adelphi 2019) a cura di Nicola Vacca
5 marzo 2019
Georges Simenon è uno scrittore che non finirà mai di stupirmi. In ogni suo romanzo, e per fortuna ne ha scritti tanti, mette sempre a segno un colpo fatale che ha a che fare con la genialità.
Simenon, infatti, è uno dei più geniali autori del Novecento.
Adelphi, che continua a pubblicare le sue opere, in questi giorni manda in libreria Il sospettato, libro del 1938. Non lo avevo mai letto. Questo è uno di quei romanzi perfetti che solo la penna di un genio della letteratura poteva partorire.
Pierre Chave è un anarchico gentile che rifiuta la violenza perché il terrorismo come metodo di lotta politica non porta da nessuna parte.
Lui vive in Belgio e non può tornare in Francia, dove è ricercato per diserzione.
Viene a sapere che alcuni suoi compagni a Parigi stanno preparando un attentato. Per evitare una strage egli decide di tornare in Francia. Attraversa illegalmente la frontiera con la consapevolezza che la sua impresa sarà una corsa contro il tempo per evitare che una bomba scoppi nella periferia di Parigi.
Non vuole che in nome del suo ideale venga versato sangue innocente, ci sono altri mezzi per condurre la lotta politica.
Simenon con un ritmo incalzante segue le tracce del suo protagonista su cui pesano i sospetti della polizia e dei suoi stessi compagni che pensano di essere stati traditi e venduti.
Ma Pierre vuole solo evitare uno spargimento di sangue e si mette alla ricerca disperata del suo amico Robert, che è stato incaricato di piazzare la bomba.
Il sospettato è un romanzo avvincente che sembra scritto per questi nostri giorni in cui la violenza con la sua scia di sangue prevale sulla ragione e sulle idee.
La corsa contro il tempo di Pierre coinvolge il lettore che seguirà le sue vicende con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. La tensione in questo libro è molto alta e Simenon si conferma un grande e inarrivabile genio della scrittura.
André Gide ha scritto che Il sospettato è un romanzo à bout de souffle, uno dei pochi di Simenon in cui il protagonista agisce dall’inizio alla fine «spinto da una volontà ferrea».
Un romanzo perfetto di un genio che non smetteremo mai di leggere e amare.
Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.
Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.
:: Un’intervista con Sara D’Amario a cura di Giulietta Iannone
4 marzo 2019
Benvenuta Sara su Liberi di Scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Inizierei a presentarti ai nostri lettori, magari molti ti conoscono in veste d’attrice, ma da ormai dieci anni sei anche scrittrice. Prometto che non ti chiederò se ami più scrivere o recitare. Parlaci invece della tua infanzia (sei piemontese?), dei tuoi studi, del tuo mondo prima di dedicarti alla scrittura.
Grazie per avermi invitata a questo “incontro” su Liberi di scrivere!
Sono nata a Moncalieri da Mamma piemontese e Papà abruzzese. Ho passato l’infanzia giocando e studiando, mi è piaciuta. Ho frequentato un liceo linguistico sperimentale, prima di entrare alla Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino, diretta da Luca Ronconi. Da lì è iniziata la mia carriera come attrice. Mi sono laureata in Drammaturgia all’università di Torino qualche anno dopo.
Il mio mondo, prima di dedicarmi alla scrittura erano le tournée teatrali. Si viaggia tanto ma si ha tempo per leggere, per studiare, per scrivere.
Hai esordito con Nitro per Baldini Castaldi Dalai, poi hai pubblicato Un cuore XXL e Kikka per Fanucci. Ora è la volta di Magnetic un Young Adult per LeggerEditore. Vorrei premettere che non sei una scrittrice improvvisata, hai alle spalle preparazione e ottime letture. Mi incuriosiva sapere quanto ti ha aiutato il rigore e la disciplina di una scuola d’arte e di vita come è la recitazione nel tuo lavoro di scrittrice?
Scrivere e recitare sono due veri mestieri, completamente diversi, ma è vero che richiedono entrambi una grande disciplina.
Io sono sempre stata molto determinata e non ho mai avuto paura di fare fatica per raggiungere gli obiettivi per me importanti: questi due aspetti mi hanno allenata alla disciplina.
Ho partecipato alla tua recente presentazione al Circolo del Lettori di Torino, il giorno di San Valentino, (ti presentava Fabrizio Fulio-Bragoni e tuo marito François-Xavier Frantz credo abbia scattato alcune foto se non proprio registrato l’incontro) beh sono rimasta affascinata, ti dirò non leggo molti Young Adult, il tuo mi ha incuriosito sia per le tematiche e che per la serietà con cui affronti la letteratura per ragazzi. Come ti regoli per non ferire la sensibilità dei tuoi giovani lettori, cercando anzi anche di trasmettere insegnamenti eticamente positivi?
Mi regolo stando attentissima a cosa scrivo e a come lo scrivo. Bilancio parole e emozioni pensando a cosa delle giovani menti e dei giovani cuori possono sopportare, cosa li può colpire senza ferirli e cosa non devono incontrare o scoprire prima del tempo. Ognuno ha il suo, bisogna rispettarlo. Alcuni lettori adulti, per esempio, mi hanno scritto che avrebbero voluto leggere un amore fisico tra Arlo e Tessa. Io l’ho descritto come un amore immenso e sensuale e ineluttabile ma non sarebbe stato corretto andare oltre, sarebbe stato facile ma eticamente non mi sembra giusto. Preferisco rispettare la sensibilità e la maturità delle mie lettrici e dei miei lettori, soprattutto se giovanissimi.
“Magnetic” è innanzitutto una storia d’amore, tra due ragazzi Tessa e Arlo, ma parla anche del pericolo delle droghe sintetiche, della difficoltà dei periodi di riabilitazione, della sperimentazione scientifica senza regole (dove il limite tra volontari e cavie umane è molto labile), dell’elettromagnetismo e dell’elettrosensibilità. Temi seri, ammetterai abbastanza insoliti in un romanzo YA. Non hai avuto paura di, come dire, allontanarti troppo dai temi standard di questo tipo di letteratura?
Non ho avuto paura. Sono uscita dai temi standard, rinunciando ad una “cornice rassicurante”, per essere libera di scrivere la storia che veramente mi interessava raccontare. È giusto che i lettori, giovani e adulti, siano informati su alcuni temi di cui si parla troppo poco: gli effetti delle droghe sintetiche e l’elettrosensibilità, una delle patologie del futuro.
Avvicinandosi a questi temi attraverso un romanzo, la serietà degli argomenti non diminuisce ma si evitano le difficoltà tecniche: in Magnetic gli aspetti scientifici sono accessibili, comprensibili a tutti.
Ho parlato anche di un amore grandissimo, delle sue possibili dimensioni, dei luoghi segreti in cui ognuno di noi lo custodisce.
L’elettromagnetismo, già in auge nella Londra vittoriana, attualmente nella nostra società ipertecnologica, iperconenssa, è un tema poco dibattuto. Ogni tanto qualche ricercatore timidamente dice qualcosa in merito al pericolo delle onde emesse da cellulari, computer, tablet, ma poi passa tutto sotto silenzio. Sicuramente hai fatto ricerche approfondite durante la stesura del libro, c’è davvero da avere paura? Dovremmo tutti andare in giro con tute di Shungite nel prossimo futuro?
Non bisogna avere paura, bisogna agire. Conoscere un potenziale nemico ci permette di difenderci o almeno di proteggerci. Con piccoli accorgimenti possiamo iniziare a proteggerci almeno nelle nostre case, può aiutarci a scegliere come utilizzare la tecnologia e quanto.
La consapevolezza comune alla popolazione serve poi per chiedere ai governi di adottare misure per non essere esposti ai grandi rischi che ci aspettano dietro l’angolo, con l’avvento del G5 per esempio.
Quando non leggi libri per le ricerche dei tuoi libri, cosa ami leggere? C’è un libro che consiglieresti ai nostri lettori?
Sono una lettrice onnivora e curiosa. Saltello tra gli autori e i generi con grande piacere. Un libro che consiglio è “Kafka sulla spiaggia” di Haruki Murakami,
A marzo sarai a teatro con un monologo scritto e recitato da te dal titolo XXn Sfumature di donne di Scienza, mise en espace di François-Xavier Frantz. Ce ne vuoi parlare? Ci ricordi le tappe?
È un viaggio nel tempo, dal tono leggero e divertente, in compagnia di venti scienziate che hanno rivoluzionato il mondo della matematica, della fisica, dell’astronomia, della chimica, della filosofia, dell’informatica…
Dall’attrice e inventrice Hedy Lamarr, passando attraverso Ipazia, Sophie Germain, il periodo delle “streghe” e quello delle prime donne laureate o insegnanti, dal fascino dell’atomo, alle implicazioni etiche delle “forbici” del DNA… per arrivare ai Nobel 2018.
Le scienziate, le loro famiglie, i loro studi, la loro curiosità, la loro tenacia: tante vite, tante storie, tante scoperte.
Lo spettacolo si propone come un mezzo per mettere in luce la presenza e l’attività concreta e fondamentale delle donne nel mondo scientifico.
Questo viaggio non segue un ordine cronologico, ho creato collegamenti più inaspettati, curiosi e divertenti della vita di una ventina di scienziate, a partire dal IV secolo a.C., fino alle donne premi Nobel del 2018.
Il tono non è mai polemico o discriminatorio nei confronti degli uomini, in virtù di un messaggio più ampio e positivo di cui lo spettacolo è promotore: la differenza tra donne e uomini va assunta come un valore e non come motivo di scontro, di paura, di violenza.
Per questa ragione, nell’arco della rappresentazione cito citati padri, mariti, colleghi, insegnanti che hanno saputo superare le abitudini mentali della loro epoca e abbattere i pregiudizi rispetto alle capacità scientifiche delle donne, per sostenerle e riconoscerne i talenti e i meriti. Questo non vuol dire che la Storia sia stata edulcorata o epurata dagli episodi negativi, alcuni vengono menzionati proprio con l’intento di dissipare ogni eventuale dubbio che si tratti della “normalità”.
Il secondo grande messaggio di cui il monologo Sfumature di Donne di Scienza si fa promotore riguarda proprio il pregiudizio che spesso, ancora oggi, etichetta le ragazze come poco dotate o poco interessate alle materie scientifiche e in particolare alle scienze “dure”, la matematica, la fisica, la chimica. Questo pregiudizio è ancora presente, a volte nelle bambine e ragazze stesse.
In risposta a questo problema, ho strutturato il racconto in modo da evidenziare, in tutti modi, la necessità e la possibilità di liberarsi da una forma mentale, da un’abitudine sbagliata e penalizzante, che non ha natura biologica, ma solo sociale e culturale.
Il linguaggio è semplice e la recitazione condotta in modo divertente: i termini tecnici e scientifici sono resi accessibili ad un pubblico diversificato, per età e livello culturale, per creare un momento di intrattenimento che sappia tradurre in modo accattivante la grande importanza della dimensione umana e scientifica di donne spesso ancora nell’ombra, ma che tanto hanno fatto e fanno per il progresso.
L’obiettivo è offrire uno spettacolo informativo e divulgativo ma sempre leggero e divertente, capace di unire gli spettatori di ogni età in un momento di forte condivisione, di arricchimento culturale e personale, di stimolo della curiosità di ciascuno e di interrogazione sulla propria posizione rispetto alla figura della donna nella società, in particolare nell’ambito scientifico, poiché oggi la scienza incide su molti aspetti della nostra vita, del nostro presente, del nostro futuro.
Le prossime tappe sono:
7 marzo ore 21, Teatro La Sirena a Francavilla al Mare (Pescara), in chiusura del Festival della Scienza (ingresso libero);
8 marzo ore 21 al Teatro Fonderie Limone, Moncalieri (Torino) ingresso libero;
9 marzo ore 21 Palafeste di Coazze.
Nuovi progetti letterari. Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva?
So dove sono Arlo e Tessa, quindi forse lo scriverò!
Sto già scrivendo una commedia poliziesca, protagonista una donna, buffa e intelligente.


























