:: La maledizione delle ombre di Jean Christophe Grangé (Garzanti 2019) a cura di Giulietta Iannone

2 luglio 2019 by

La maledizione delle ombre di Jean Christophe GrangéChe Jean Christophe Grangé sia un outsider, un fuori casta, non è una novità. Come Grangé c’è solo lui. Se i suoi libri sono molto differenti dal nostro classico giallo all’italiana, dubito che rientri neanche nel giallo alla francese, Grangé naviga in acque tutte sue.
A suo modo è una versione europea, e spiccatamente francese, di James Ellroy, stessa abilità narrativa, stessa padronanza lessicale, stessa vena di temerarietà oltre le righe, stesso senso del ritmo e della suspense, e stessa prolificità, sono entrambi capaci di sfornare tomi da 500 pagine e più con praticamente poche pagine superflue, sebbene forse qualche sforbiciata qui e lì renderebbero i romanzi più maneggevoli.
Certo non sono libri per tutti, dire che i suoi libri sono adatti a stomaci forti è un eufemismo, e che le tematiche siano esclusivamente per adulti e ben poco influenzabili idem, non vorremmo mai che frotte di adolescenti in via di emulazione si tagliassero un fianco per esporre gli intestini a un particolare genere di voyeur.
Insomma ci siamo capiti La maledizione delle ombre (La terre des morts, 2018) edito da Garzanti e tradotto da Doriana Comerlati e Giuseppe Maugeri, è un libro da trattare con cautela.
Sebbene ami Grangé come autore, ecco mi pare doveroso avvertire i lettori che tra perversioni, droga, violenza, traumi, deliri etc.. qui Grangé ne ha fatto come una sorta di campionario, e se amate i thriller diciamo più tranquilli, bene forse è meglio che vi dirigiate verso altri lidi.
Non è tra i miei suoi libri preferiti, però non si può dire che non sia originale come costruzione della trama e dei personaggi, e inquietante, con tutto il torbido mondo legato a club sadomaso, esperti di shibari e bondage estremo, violenze e perversioni varie, e tutto quello insomma che dovrebbe shoccare, sconvolgere e scandalizzare il placido mondo borghese. Ma come si suol dire finchè si è adulti e consenzienti, tutto va bene, o quasi.
La sensazione che ho avuto, al netto della trama diciamo poliziesca, che analizzerò in seguito, (e vi preannuncio già geniale sia per come depista investigatori e lettore, per poi servire il colpo di scena finale secco come la lama della ghigliottina che cade) è che Grangé abbia voluto fare un viaggio personale nel misterioso e proibito mondo del sesso non omologato ed eretico, uno dei pochi campi dove sia ancora possibile una sorta di creativa ribellione e anarchia, col piglio indagativo di uno Stieg Larsson prima maniera, scrivendo una sorta di “Uomini che odiano le donne” contorto e psichedelico. Anzi introdurrei per lui il termine di acid thriller, se non l’hanno già coniato.
Eroe e protagonista della vicenda è Stephane Corso, capo della prima sezione della brigata Criminale del Trentasei parigino, un poliziotto sui generis, segnato da un passato difficile, senza famiglia, affidamenti familiari, droga, illegalità, abusi, preso per i capelli da Catherine Bompart, capo della Criminale, che l’ha letteralmente tolto dalla strada, salvato da un’accusa di omicidio e trasformato nel migliore poliziotto del Trentasei (non fatevi ingannare dal fatto che sembra che canni per tutto il romanzo ogni ipotesi investigativa possibile, in realtà sta lottando con una mente criminale al di là di ogni catalogazione, e alla fine scopre tutto, eccetto naturalmente il mistero finale che comunque Grangé ci serve in un piatto d’argento, e ormai molti lettori c’erano già arrivati o perlomeno ne avevano avuto il dubbio conoscendo i temi cardine dell’autore). Di destra, ma non così di destra come Catherine Bompart (che vota per il Front Nazional e auspica il ritorno della pena di morte), con un grumo di violenza compresso, che trova libero sfogo per esempio nell’operazione Pablo-Picasso, o quando pesta durante l’interrogatorio l’indiziato senza tante remore, (insomma rispetto per i diritti umani dei delinquenti pari a zero), con un unico e assoluto lato positivo, l’amore incondizionato e autentico per suo figlio Thaddée, l’unica luce in un mondo di oscurità, per cui lotterà contro l’ex moglie bulgara e dalla doppia vita, con gusti sessuali molto particolari. Insomma Corso è, pur con tutto quello che lo caratterizza, simpatico, nasce nel lettore per lui una certa empatia, non è insomma una carogna al cubo come avrebbe potuto essere. Grangé conserva qualcosa di sacro e positivo, e un barlume di speranza che racchiuderà un che di catartico nel finale. (Se no c’era davvero da dare la testa nel muro, credete a me).
Se il punto di forza del libro è il protagonista, anche il lato investigativo ha il suo fascino. Corso è a capo di una quadra formata da altrettanti validi poliziotti: Barbie, diciamo la sua vice, più acuta e sveglia di lui per molti versi, Stock, Ludo e Krishna.
Ma veniamo al caso che nasce dal ritrovamento, non lontano da place d’Italie, del cadavere di una spogliarellista dello Squonk, locale alla moda del X arrondissement, Sophie Sereyes, nome d’arte Nina Vice.
Già le modalità dell’assassinio e di come è stato composto il corpo (richiama alcune opere apocrife di Goya) fa capire che non siamo davanti a un assassino comune: i nodi con cui è stata legata la vittima, il volto sfigurato in maniera orribile e altri macabri dettagli lasciano gli investigatori sconcertati e perplessi.
Sulle prime il caso è affidato al comandante Patrick Bornek, vecchia guardia, uomo e poliziotto che segue la procedura, che non ne cava un ragno dal buco, allora per una sorta di avvicendamento il capo della Criminale affida il caso a Corso e alla sua squadra, ed è l’inizio di un tour degli inferi di prima grandezza.
Corso e i suoi rivedono punto per punto i passi condotti da Bornek (forti del fatto noi faremo meglio) finchè i nodi con cui era stata stretta la vittima li conducono da un vero maetro di shibari, l’arte della corda giapponese, che li illumina su alcuni particolari, tra cui la presenza di “nodi chiusi” che rimanda allo “shibari dei colpevoli” (confermando l’intuizione di Corso che quella morte sia una sorta di punizione), e soprattutto la presenza di un nodo aperto, a simboleggiare che è solo l’inizio e non si tratta di un omicidio isolato ma l’opera di un vero e proprio serial killer.
E infatti la seconda vittima arriva, sempre una spogliarellista dello Squonk, stesse modalità, stesso macabro rituale.
Indizi che si contraddicono, piste che non portano da nessuna parte, finchè un poliziotto ormai in pensione non arriva con un faldone e la sicurezza assoluta di sapere chi è l’assassino: un tale Sobieski, un vero pendaglio da forca, trent’anni prima giudicato colpevole di un omicidio molto simile per cui si è fatto una lunga sfilza di anni di carcere, per uscirne… redento, un’artista, un pittore quotato, beniamino di intellettuali, politici, e personaggi progressisti che ne hanno fatto un esempio di riabilitazione e rinserimento nella società.
Cose a cui Corso, non è manco il caso di dirlo, non crede affatto, insomma assassino una volta assassino per sempre, nessuna possibilità di redenzione, e infatti lo elegge a suo colpevole ideale, e per tutto il libro assistiamo a una sua personale, a volte scombiccherata, caccia per incastralo.
Ma Sobieski sarà davvero il colpevole?
Quando finalmente Corso riesce a arrestarlo e inizia il processo, l’apparizione del suo avvocato difensore Claudia Muller, paladina dei diritti degli indifendibili, donna bellissima e misteriosa, che non lo degna della minima attenzione (Corso si prende una scuffia pazzesca per la bella avvocatessa, così lontana dal suo modo di pensare e agire), le carte si ribaltano, tutto sembra perdere senso e anche in Corso si affaccia il dubbio, facendolo perdere nei meandri di un’indagine che ormai ha i connotati di un’ossessione.
Non posso dire di più ma la bravura di Grangé saprà governare questa massa apparentemente confusa e magmatica, tirando le fila e dando spiegazioni plausibili per ogni vicenda a prima vista inverosimile.
La cosa bella è che gli indizi rivelatori Grangé te li mette sotto il naso già dall’inizio (e insiste pure) e non li capisci. Corso non li capisce perché offuscato dalle sue ossessioni e dai suoi demoni interiori, il lettore perché in effetti chi regge il gioco non gioca pulito, anzi tutt’altro.
Al netto delle parti più macabre e splatter, non voglio sapere dove Grangé si è documentato per tutta la parte dedicata ai film gonzo e alla loro commercializzazione su internet, parti però funzionali a creare l’atmosfera nera che si respira per tutto il romanzo, non si può non ammirare la bravura di Grangé come scrittore. Alla fine della lettura comunque il dubbio che in giro di sciroccati che ce ne siano davvero tanti è legittimo, pur tuttavia è consolante che nasca tutto dalla fervida fantasia di Grangé, tipino da prendere con le pinze pure lui. Se dopo tutto quello che ho scritto non vi ho dissuaso definitivamente dal comprare il libro, vi auguro buona lettura, dopo tutto la realtà batte sempre qualsiasi fantasia. E c’è un limite pure a quello che si può scrivere in un romanzo. Grazie a Dio direte voi.

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale. Dopo l’esordio negli anni Novanta, giunge alla notorietà grazie al film di Mathieu Kassovitz tratto da I fiumi di porpora (Garzanti 1999) interpretato da Jean Reno e Vincent Cassel, il primo di diversi adattamenti delle sue opere per il cinema e la televisione. Per Garzanti ha pubblicato anche Il volo delle cicogne (2010), Il concilio di pietra (2001), Amnesia (2012), Il respiro della cenere (2013) e Il rituale del male (2016), primo volume della saga nera che trova la sua conclusione nell’Inganno delle tenebre (2017). Sempre con il medesimo editore pubblica La maledizione delle ombre (2019).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Garzanti.

:: Judith Krantz (New York, 9 gennaio 1928 – Los Angeles, 22 giugno 2019)

2 luglio 2019 by

Obit Judith Krantz

:: Le mie sirene. E del Cilento fino a Stromboli di Francesco D’Angiolillo (L’ArgoLibro editore 2019) a cura di Nicola Vacca

1 luglio 2019 by

COPERTINA_le mie sirene-page-001Francesco D’Angiolillo, scrittore e cantautore, dedica al mare la sua creatività.
Il suo grande amore per il mare (soprattutto quello straordinario del suo nativo Cilento) è il tema fondamentale della sua opera.
Si putésse è il titolo del suo ultimo cd. Tutte canzoni dedicate al mare. Meravigliose poesie scritte da Francesco in dialetto cilentano.
Da L’ArgoLibro editore esce in questi giorni Le mie sirene. E del Cilento fino a Stromboli.
Un romanzo breve che ovviamente ha come protagonista il mare e Antonio, un giovane pescatore di Ascea alle prese con le svolte della sua esistenza che avvengono durante una notte di pesca alle alici.
Il pescatore nel bel mezzo della sua battuta di pesca viene colto da una tempesta.
La barca subisce un’avaria al motore e lui si ritrova alla deriva in balìa delle correnti.
Inizia qui il vero viaggio nell’esistenza di Antonio che viene soccorso da un mercantile e si ritrova sull’isola di Stromboli.
L’autore scrive pagine brillanti di bella poesia per raccontare le emozioni di Antonio che sul mare intraprende soprattutto un viaggio alla ricerca di se stesso seguendo la rotta del pesce azzurro.
Dove c’è il mare non finiranno di nascere storie singolari e di grande spessore umano.
Francesco D’Angiolillo racconta la sua e quella di Antonio che nel naufragio incontra il grande amore della sua vita.
Tra venti di scirocco e fotogrammi variegati di colori, il mare è quello straordinario caleidoscopio di meraviglie che contiene un universo che noi abbiamo il dovere di preservare.
Ogni mattina Francesco appena sveglio apre la finestra e guarda se c’è ancora il mare.
Davanti alla bellezza del suo incantevole infinito prende la chitarra e trova l’ispirazione per scrivere le sue storie dove l’acqua e l’elemento che dona la vita.
Davanti al mare lo scrittore apre il taccuino e inventa i suoi romanzi che parlano del mare e della sua gente, e di noi che senza il mare non siamo niente.

Nota: scheda dell’editore qui.

Source: libro arrivato dall’ ufficio stampa al recensore.

:: Armenia e Nagorno Karabakh di Mauro Morellini (Morellini editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

30 giugno 2019 by
Armenia e Nagorno Karabakh

Clicca sulla cover per l’acquisto

Paese misterioso e affascinante l’Armenia, territorio antichissimo ai piedi del monte Ararat. Così antico che a oltre 2000 metri a Karahundj si trovano i resti di un osservatorio astronomico neolitico precedente di secoli a Stonehenge.
Crocevia tra Europa e Asia, culla della cristianità testimoniata dalla presenza di moltissimi monasteri medioevali (tra i più conosciuti Sevanavank, fondato nel 929, Sanahin e il complesso di Tatev, raggiunto in cima ai monti dalla più lunga teleferica del mondo) e chiese e cattedrali, meta di pellegrinaggi religiosi, ricco di cultura e tradizioni enogastronomiche, l’Armenia è un paese solo da pochi anni al centro delle mete turistiche degli italiani, che l’hanno scoperto quasi per caso attirati dal suo paesaggio perlopiù montano, incontaminato, quasi deserto, dei 3 milioni di abitanti ben un milione risiede nella capitale Yerevan, città cosmopolita caratterizzata da un’ intensa vita notturna e di giorno da attività culturali e conviviali.
L’Armenia guarda all’Europa, come dice Mikayel Minasyan già Ambasciatore d’Armenia presso la Santa Sede, e l’Europa guarda all’Armenia si potrebbe dire, molti infatti eleggono questo splendido paese come meta turistica e culturale anche grazie al rafforzamento e ammodernamento delle infrastrutture e dei trasporti, oltre che delle strutture alberghiere per merito dei lungimiranti politici locali. Il resto l’ha fatto la natura, perlopiù inaccessibile e difficile da conquistare.
Mauro Morellini, titolare della Morellini Editore, con la guida ‘Inisder’ “Armenia e Nagorno Karabakh”, aggiornata e di semplice consultazione (oltre al cartaceo c’è anche il formato ebook) l’ha resa finalmente più accessibile, svelando anche molti dei suoi tesori così gelosamente conservati fino a oggi.
Tante le attrattive, dalle acque termali di Jermuk, con sorgenti calde naturali, che ne hanno fatto una delle più rinomate località di villeggiatura dai tempi dell’epoca sovietica, ma si potrebbe andare più indietro nel tempo fino al periodo zarista.
Alla zona del vino, con numerosissime cantine, tra cui una grotta che testimonia la vinificazione del mosto già in epoca preistorica, alle montagne, rinomate per gli sport invernali come quelle del Tsaghkunyats, agli alberghi super lussuosi come il Golden Palace Hotel di Tsaghkadzor, lussuoso resort a 5 stelle che ha ospitato capi di stato come Putin e Chirac, con tutti i confort e una veduta spettacolare delle montagne circostanti.
Insomma modernità e antichità si fondono lasciando inalterato il fascino di terre ancora perlopiù preservate dal turismo più affollato. Per chi ama insomma il silenzio, la pace e la contemplazione.
Ma davvero tante ancora sono le cose da vedere, e soprattutto non si può lasciare l’Armenia senza aver assaggiato il brandy armeno o visitato la maestosa cattedrale di Myar Dajar, il più antico sito cristiano in Armenia.
Al termine una sezione dedicata alla scoperta del Nagorno Karabakh, regione al centro di una disputa territoriale tra Armenia e Azerbaijan, ma di fatto estensione dell’Armenia, di cui possiamo ammirare il Monastero di Dadivank, il sito archeologico di Tigranakert, e la bellissima capitale Step’anakert.
Insomma se avete dei risparmi da parte e vi piace viaggiare, anche in modo piuttosto avventuroso, sembra che l’Armenia faccia al caso vostro, considerate solo il periodo in cui programmare il viaggio considerato che ci sono estati molto calde, fino a 44 gradi nella capitale, e inverni estremamante rigidi con temperature ben sotto lo zero, ma questa guida vi sarà preziosa anche per queste scelte. Dunque infine che dire se non: buon viaggio!

Mauro Morellini dopo essere stato l’editore italiano di Rough Guides con il marchio Fuori Thema, è ora titolare del marchio Morellini Editore. È autore per Hoepli del best seller “Expo Milano 2015 For Dummies”, “Milano for Dummies”, di “Giubileo 2015 for Dummies”. e “Taranto for Dummies” e per la sua stessa casa editrice della guida ‘Inisder’ “Armenia e Nagorno Karabakh”. Ha collaborato con Gambero Rosso, Guide L’Espresso, Donna Moderna e Starbene. Ha inoltre pubblicato “Bolognesi” per Edizioni Sonda e “100 libri di Enogastronomia” per Unicopli.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa Morellini.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Stranger Things il Sottosopra di Vari (Salani, 2019) a cura di Elena Romanello

30 giugno 2019 by

Stranger Things il SottosopraIn attesa della terza stagione di Stranger Things su Netflix, che sarà disponibile la prossima settimana e si preannuncia come uno dei grossi eventi dell’estate, Salani presenta la prima graphic novel ispirata alla popolarissima serie TV ad essere finalmente tradotta in italiano, Il Sottosopra.
Questa avventura inedita presenta al lavoro uno staff che vede alla sceneggiatura Jody Houser, alle matite Stefano Martino, agli inchiostri Keith Champagne, ai colori Lauren Affe, mentre la copertina è realizzata da Jen Bartel. Nell’edizione italiana si segnala la traduzione di Francesca Mastruzzo e il lettering di Paola Cannatella.
Il Sottosopra permette di fare un bel ripasso della prima stagione di Stranger Things, raccontando una parte di storia che non si è vista, e cioè cosa è capitato a Will dopo che è stato risucchiato in un mondo alternativo durante una partita a Dungeons & Dragons con i suoi amici e cosa faceva mentre da questa parte i ragazzi cercavano di salvarlo, conoscendo Eleven e scoprendo verità inquietanti.
Will è quindi protagonista assoluto in un mondo che sembra tanto quello che ha lasciato ma dove si trova solo, con presenze inquietanti e le stesse cose ma ammantate da un’aria di abbandono, senza possibilità di comunicare.  Una storia da divorare tutta d’un fiato, che restituisce sulla pagina disegnata le stesse atmosfere della serie, uno dei maggiori successi degli ultimi anni per come ha saputo mescolare archetipi sempre validi come la paura e voglia di crescere con i cult degli anni Ottanta, con citazioni che sono omaggi non sterili.
Del resto è da tempo che il mondo delle serie TV è connesso a quello dei fumetti, con contaminazioni reciproche e nel nostro Paese sono legami tutti da esplorare e scoprire, qualcosa è già uscito, ma Stranger Things era un universo che era d’obbligo esplorare visto il successo che ha avuto anche da noi. In attesa di nuovi titoli e ovviamente dei nuovi, attesi episodi.
I fumetti ispirati alle serie TV riprendono le atmosfere per raccontare o seguiti con nuove avventure o aggiunte a storie già note, come in questo caso, che fa scoprire cosa è successo davvero a Will nel Sottosopra, un mondo alternativo con cui lui e i suoi amici hanno dovuto e a quanto si sa dovranno ancora fare i conti.

Jody Houser  ha deciso di diventare un’autrice a otto anni e non ha mai cambiato idea. Ha studiato Scrittura creativa all’Emerson College di Boston dove ha fatto una tesi sulle sceneggiature cinematografiche e dal 2006 ha iniziato a collaborare con i webcomics.
Ha scritto tra gli altri Faith per Valiant Comics, Max Ride: Ultimate Flight e Agent May per Marvel e Orphan Black per IDW.  Ha anche collaborato a varie antologie, come Avengers: No More Bullying, Vertigo CMYK: Magenta, e Womanthology. Il suo sito ufficiale è http://www.mindeclipse.com/

Stefano Martino, genovese, dopo aver lavorato per la Modern Video di Stoccarda, nel 1996 inizia a illustrare per la Sergio Bonelli Editore, inizialmente sulla testata di Zona X e, dal 1999, sulle testate di Jonathan Steele e Legs Weaver. Collabora a partire dal 2003 con Drive Magazine e con Unlimited2  su contenuti e grafica di videogiochi. Successivamente si sposta in Spagna dove sperimenta nuove vie della grafica e del fumetto, pur continuando a collaborare con Nathan Never e con la nuova serie di Jonathan Steele, pubblicata dalle Edizioni Star Comics.  El Dragon verde, da lui scritto e disegnato, esce in Italia nell’annuario Altrimondi nel 2006 e in Spagna nel 2007 pubblicato da Aleta ediciones. Nel 2008 inizia la collaborazione con la versione spagnola di Doctor Who. Il suo blog è https://nibercity5555.blogspot.com

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa che ringraziamo.

Il castello invisibile di Mizuki Tsujimura (De Agostini, 2019) a cura di Elena Romanello

30 giugno 2019 by

9788851168216_9466307ee241383d5cb4fa147033dffcIn Italia c’è uno strano rapporto con la produzione letteraria giapponese: si conoscono benissimo vari voci classiche, a cominciare da Yukio Mishima, e voci contemporanee di maggiore successo, come Haruki Murakami e Banana Yoshimoto, ma si ignora la vastissima produzione di narrativa di genere di oggi, a cominciare da quella rivolta ai ragazzi, oltre che le light novels, un fenomeno davvero di grandi proporzioni nel Paese del Sol levante, rivolte agli adolescenti, il pubblico prevalente degli amatissimi anche da noi manga.
Per questo motivo non si può che essere felici per l’arrivo de Il castello invisibile di Mizuki Tsujimura, grandissimo successo in patria, un fantasy ma non solo, che può essere, si spera, il primo di molti libri per giovani e non solo dal Giappone.
Kokoro ha solo tredici anni e da diversi mesi si è chiusa in casa, dopo che alcuni episodi di  bullismo particolarmente odiosi l’hanno spinta a isolarsi dal mondo. Mentre i suoi genitori sono al lavoro Kokoro passa le sue giornate a giocare ai videogames e a guardare la televisione, è una hikikomori, non la sola in Giappone e non solo e i tentativi di spingerla a frequentare una scuola di sostegno o a confrontarsi con un docente falliscono.
Kokoro ha preferito scomparire, ma un giorno dallo specchio si sprigiona una luce improvvisa che la rapisce e la trasporta in un castello abitato da una bambina con il volto da lupo e sei altri ragazzi e ragazze che come lei sono alle prese con un periodo difficile della loro vita. Insieme, dovranno affrontare una serie di prove, entrando e uscendo dallo specchio e scoprendo di avere affinità impreviste. Ma tutto non è come sempre.
Il castello invisibile è un romanzo che incanta, con come fonti di ispirazione dei classici senza tempo come Alice nel paese delle meraviglie, Il mago di Oz e La storia infinita, capace di mescolare magia e incanto con drammi contemporanei non solo giapponesi come il bullismo e gli hikikomori. Un libro che porta in un mondo fantastico ma che non dimentica la realtà, che parla di crescita e dolore, di elaborazione del lutto e di amicizia, di saper recuperare se stessi e andare avanti, malgrado tutto.
Un libro senz’altro per i giovani e giovanissimi, ma non solo, che piacerà anche molto a chi, magari da anni, segue manga e anime, giustamente sulla copertina viene citato Hayao Miyazaki, e sarebbe bellissimo un film suo o del figlio tratto da questo libro, ma ci sono richiami anche ad altre opere, come La ragazza che saltava nel tempo, di Wolf Children e Mirai di Mamoru Hosoda e Your Name di Makoto Shintai.
Il castello invisibile presenta una nuova storia per un genere amato ma a tratti un po’ troppo ripiegato su se stesso come il fantasy, con nuove atmosfere, da un immaginario che del resto ha già conquistato più di una generazione.

Mizuki Tsujimura, nata e cresciuta a Fuefuki, sull’isola di Honshū, è un’autrice pluripremiata e divora libri fin dalla più tenera età. Grazie a Il castello invisibile ha vinto nel 2018 il Japanese Bookseller Award, ambito riconoscimento assegnato dall’associazione dei librai indipendenti.

Provenienza: omaggio al recensore dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Il naufragio della ragione – Reazione politica e nostalgia moderna di Mark Lilla (Marsilio 2019) a cura di Giulietta Iannone

29 giugno 2019 by

Il naufragio della ragioneMark Lilla, saggista americano, docente universitario, collaboratore di riviste americane e inglesi, intellettuale eclettico e stimato, è l’autore di Il naufragio della ragione un libro quanto mai necessario nei nostri tempi confusi per capire quali forze, idee, strutture di pensiero sono alla base della sfiducia, del pessimismo, se non del vero e proprio catastrofismo che intride la nostra epoca.
Il naufragio della ragione è composto da una prefazione dell’autore, tre sezioni (pensatori, correnti ed eventi), e una postafazione.
Il libro racchiude tre saggi su pensatori del primo Novecento: Franz Rosenzweig, Eric Voegelin e Leo Strauss, inoltre l’autore analizza due movimenti intellettuali contemporanei: i neo-con, un importante filone della destra americana, e un piccolo ma interessante movimento dell’estrema sinistra accademica, devoto a un “nuovo ordine” capace di sfidare l’apparente deriva della storia che vede profonde affinità tra san Paolo, Lenin e Mao. E infine troviamo un saggio relativo a un singolo evento (i terribili attentati jihadisti francesi a Parigi nel gennaio 2015) che contiene due articoli che Lilla scrisse per il “New York Review of Books” relativi a due libri Il suicidio francese di Eric Zemmour e Sottomissione di Michel Houellebecq in cui i francesi, e il mondo intero con loro, cercarono una chiave di lettura illuminata per dare senso ai drammatici fatti appena trascorsi.
Il naufragio della ragione in sintesi analizza con acume e perspicacia una forza tellurica che sembra scuotere in modo sempre più incisivo il dibattito sociale e politico di questi anni difficili che stiamo vivendo: la nostalgia. Per un passato, per un Eden perduto di cui non ci restano che le macerie. La nostalgia, questo sentimento tardo romantico sembra il carburante propulsore dello “spirito reazionario”, spirito che ha attraversato tutta la storia contemporanea, ma proprio a causa della sua immaterialità e indefinitezza non è mai stato sconfitto dalla storia, a differenza dello spirito rivoluzionario che ha portato nel Novecento a tragedie e derive totalitaristiche, di cui è il contraltare.
Ma quando le cose iniziarono ad andare male, quando la storia prese l’accidentata strada che la sta portando verso l’abisso? Su questo i cosiddetti teorici della reazione sono divisi: per alcuni l’après moi le déluge va ricercato a partire dall’illuminismo, altri dalla Controriforma, per altri ancora prima, a partire dal Medioevo.
Per capire tutto ciò Lilla sceglie tre pensatori del Novecento, i su citati Franz Rosenzweig, Eric Voegelin e Leo Strauss, e ne studia il pensiero, le origini familiari, e li mette a confronto. Poi analizza le correnti intrise di nostalgia, animate e vivificate dallo spirito reazionario così volubile e volatile, attaccato per molto tempo come retrivo e oscurantista, relegato ai margini del discorso pubblico, e invece oggi quanto mai vitale e quasi riabilitato.
Interessante lo sguardo che dà ai fatti di gennaio 2015 occasione per un’amara riflessione su dove stia andando la società Occidentale e su quali siano stati i germi intellettuali, le idee che hanno portato a questa deriva, questa indubbia crisi che stiamo vivendo. Nella postfazione poi termina con un affascinante parallelismo letterario che ci porta a confrontare Don Chisciotte e Madame Bovary.
Tanti dunque sono i concetti analizzati con spirito lucido e partecipe, tanti i fraintendimenti in cui spesso cadiamo che Lilla stigamatizza e disvela. Innanzitutto pone come punto fermo la sostanziale differenza che esiste tra conservatori e reazionari, spesso confusi. Chiarito questo concetto tutto acquista nuova luce e maggiore chiarezza.
Certamente va ammirata la vasta cultura di Mark Lilla che passa elegantemente e senza apparente sforzo intellettuale da riflessioni teologiche, storiche, letterarie, filosofiche, politologiche rendendo però il testo di fatto complesso, un tantino ostico per il lettore non avvezzo a queste tematiche. Usa un linguaggio abbastanza settoriale il cui intento non è certo quello di farsi capire da tutti ma solo da persone culturalmente preparate per non perdersi tra accenni, ironiche frecciatine, riflessioni e sottintesi.
Un po’ del sapore iniziatico dello gnosticismo è calato anche su di lui, anche se forse non del tutto consapevolmente. Tuttavia io ho trovato il testo una lettura stimolante e ricca di rimandi e approfondimenti su concetti che forse non avevo mai messo in relazione a tematiche politiche o politologiche.
Propedeutiche alla lettura di questo testo sono molte letture dalle Lettere di San Paolo, al Corano, alla Città di Dio di sant’Agostino, al Libretto Rosso di Mao, davvero troppe per una sterile elencazione ma Lilla parla a lettori che questi testi li conoscono e possono seguire le sue divagazioni sempre intelligenti e mai avulse da una anche divertente verve polemica.
Destra e sinistra, Europa e America, mondo accademico e opinione pubblica, Islam e cristianesimo, sembra che il mondo contemporaneo viva di blocchi contrapposti, antinomie pervase da una nostalgica tensione verso una mitica e immaginaria età dell’Oro, un mondo ideale intriso di valori tradizionali dall’onestà alla purezza di intenti, alla rettitudine che virtuosamente governavano l’agire umano.
Non si può non rivolgerci all’origine delle religioni o per meglio dire dei miti ancestrali che lasciano nell’uomo contemporaneo alcune delle poche certezze che ancora gode, preoccupato dalle incognite del futuro.
Sottovalutare questo significa precludersi una delle chiavi interpretative più che mai necessarie per comprendere il mondo contemporaneo, dalla Russia di Putin all’America di Trump, e le loro politiche di restaurazione e ordine, che sembrano attrarre tanti consensi, ma possono nello stesso tempo contenere i germi di derive dagli sviluppi ancora non del tutto prevedibili. Traduzione dall’inglese di Stefano Travagli e Anita Taroni.

Mark Lilla (1956) insegna al Dipartimento di Storia della Columbia University. Collabora con la «New York Review of Books» e altre riviste americane e inglesi. Autore di diversi volumi, in Italia sono usciti Il Dio nato morto. Religione, politica e Occidente moderno e Il genio avventato. Heidegger, Schmitt, Benjamin, Kojève, Foucault, Deridda e i tiranni moderni (2010). Con Marsilio ha pubblicato L’identità non è di sinistra. Oltre l’antipolitica (2018).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Marsilio.

:: Una favolosa estate di morte di Piera Carlomagno (Rizzoli 2019) a cura di Federica Belleri

27 giugno 2019 by

Una favolosa estate di morteTerra di mezzo, di tradizione e di mistero. Terra di Basilicata, fra i Sassi di Matera e Potenza. Terra che sta per essere nominata Capitale della Cultura 2019. E terra protagonista di un duplice omicidio. Due corpi vengono ritrovati per caso, avvinghiati in un ultimo abbraccio all’interno di un’apertura di un calanco. L’atmosfera è tesa e silenziosa. La natura fitta e prepotente sembra fermarsi appena l’indagine ha inizio. Se ne occupano il magistrato Loris Ferrara e l’anatomopatologa Viola Guarino. Due personalità forti e competenti, in grado di osservare e delineare il percorso da seguire da poli opposti. Riusciranno a incontrarsi mai?
Chi sono le vittime? Si parla di amanti, di un uomo influente e di una ragazza bellissima ma sola. Si parla tra le vie e nei negozi, si ottengono piccole informazioni preziose. Si ricostruisce il loro passato e il loro presente. Si scattano fotografie, si preleva materiale utile e si cerca di entrare in contatto con i luoghi che li hanno visti in vita. Mentre il magistrato Ferrara segue la procedura e si affida alle carte, Viola segue anche l’istinto. Perché lei lo sa fare bene, sa che ogni indagine è una missione, le sue visioni le saranno utili. Perché lei ha un “dono” particolare.
In questo noir il male e la tradizione camminano paralleli, la prevaricazione psicologica ha un’importanza unica. La speculazione senza scrupolo alcuno lascia senza parole. L’autrice non dimentica l’amore e la gelosia, l’odio radicato da troppo tempo e il potere che può essere rappresentato in mille modi.
Questo romanzo è femmina, è donna. Con la capacità di dare e di togliere, con la forza di uno sguardo, con la cattiveria impressa in una parola. Con l’abitudine ad essere chiusa in sé e l’autonomia di confidarsi solo a pochi.
Ottima lettura, che vi consiglio.

Piera Carlomagno è giornalista professionista e presidente dell’associazione noir “Porto delle nebbie”, che organizza il SalerNoir Festival.

Source: acquisto personale del recensore.

Il pianeta di ghiaccio di Andrea Scavongelli (Fanucci, 2019) a cura di Elena Romanello

25 giugno 2019 by

unnamedLa fantascienza continua ad essere un genere amato da un nutrito gruppo di appassionati, che è cresciuto grazie a nuove storie, come quelle raccontate in alcune serie TV di grande successo, ma negli ultimi anni ha preferito concentrarsi su scenari distopici, grazie anche all’attuale momento storico politico non proprio facile, trascurando un filone amatissimo, quello della space opera, le avventure nello spazio, che per anni è stato pane quotidiano per chi sognava un oltre le prime spedizioni nel cosmo.
Per questo motivo, se si sono letti ed amati Asimov e Hamilton e se si sono seguite con passione le avventure televisive di Star TrekSpazio: 1999  e degli anime di Leiji Matsumoto, Capitan Harlock in testa, non si può che essere felici per l’arrivo nel catalogo Fanucci tra l’altro dell’opera prima di un autore italiano, Andrea Scavongelli: Il pianeta di ghiaccio.
Primo capitolo del Ciclo di Rizor, e infatti la storia non si esaurisce qui, il libro ci porta sullo sfondo di un universo ormai dominato dagli esseri umani, che hanno colonizzato pianeti e stazioni spaziali, non sempre in modo pacifico e non sempre andando d’accordo tra di loro. Gli uomini di potere vogliono conquistare il dominio assoluto, ma non hanno calcolato che ci potrebbero essere delle pedine ribelli, stanche di un dominio dispotico.
Rickard Hill è tormentato dal suo passato e si trova disperso nel deserto di ghiaccio del pianeta Rizor 4, dove incontra un popolo semisconosciuto, che gli fa capire il suo valore e come uscire dai sensi di colpa che lo attanagliano. Romeo Davis è un giovane e idealista soldato, membro del corpo scelto dei Volmarix, e si trova costretto a fare i conti con la violenza del mondo a cui appartiene e a cercare un’altra strada per salvare chi ama.
Entrambi, e non solo loro, non hanno fatto i conti con un cinico agente segreto che è disposto a qualsiasi cosa per risolvere il conflitto tra esseri umani e una pericolosa razza aliena,  a vantaggio degli umani certo, ma sacrificandone una parte. Rizor 4 sarà il teatro dello scontro definitivo ma non risolutivo di una guerra che si è trascinata per troppo tempo.
Ci sono echi di Asimov con il ciclo della Fondazione e di Herbert con la saga di Dune in una storia in cui la fantascienza è riflessione sui troppi conflitti contemporanei, che rappresenta comunque un futuro non certo utopico ma dove gli spazi dell’universo e i pianeti altri diventano di nuovo protagonisti. Un romanzo di fantascienza che riflette e appassiona, che non rinuncia a raccontare una versione metaforica della realtà ma nello stesso tempo intrattiene, riaprendo lo sguardo verso nuovi mondi da scoprire, per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima.

Andrea Scavongelli  è nato a Ortona (Chieti) nel 1985, è laureato in Tecniche sanitarie di radiologia medica e lavora presso la UO di Radioterapia dell’ospedale di Chieti. È un grande appassionato di basket, di musica metal, rock, country e jazz, ma soprattutto è un assiduo lettore di fantasy e fantascienza. Tra i suoi autori preferiti, David Gemmell, Frank Herbert, Dan Simmons e Gene Wolfe. Con Il pianeta di ghiaccio fa il suo esordio nel catalogo Fanucci Editore.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Sette rose per Rachel di Marie-Christophe Ruata-Arn (Sinnos editore 2019) a cura di Viviana Filippini

24 giugno 2019 by

Sette rose per RachelElena ha quasi 18 anni ed è la protagonista del romanzo “Sette rose per Rachel”, scritto da Marie-Christophe Ruata-Arn e pubblicato da Sinnos. Elena ha tutto dalla vita, è bella, benestante, ha amici e ogni cosa. È l’adolescente viziata che più ha, più vorrebbe. Mentre il suo compleanno si avvicina, e la ragazza è convinta di trascorrerlo con il fidanzatino Arthur, a Ginevra, la madre le fa una sorpresa (non tanto amata però dalla ragazza) portandola in Italia. Motivo del viaggio è la messa in ordine della casa della nonna morta un anno prima. Elena si lamenta ogni singolo momento, poi arrivata in quella casa da svuotare, la giovane scoprirà che lo stabile non è vuoto come sembra e oltre ai mobili -e secondo le dicerie del paese- qualcuno in quelle mura ci vive e si muove ancora. Elena, che ritrova anche l’amico d’infanzia Matteo, all’inizio vorrebbe andare via, poi però capisce che quella strana presenza nella casa abbandonata è in stretto rapporto con la defunta nonna Rachel. In un romanzo che è un perfetto mix tra situazioni verisimili e fantasia, Elena dovrà fare i contri con il fantasma che vive nell’abitazione di nonna Rachel. La protagonista si approccia allo spettro anche se non lo vorrebbe udire, però quella cosa o resti di un individuo che si fa chiamare Tita chiede di essere ascoltato da lei, proprio per farle sapere come sono andate davvero le cose. Un ascoltare che aiuterà Elena a scoprire dolorose verità nascoste che da sempre hanno minato l’esistenza di sua nonna Rachel, di Tita e di suo nonno. “Sette rose per Rachel” è un romanzo di formazione nel quale la protagonista grazie alla scoperta della vita della nonna, riuscirà a compiere un percorso di crescita emotiva che la aiuterà a diventare più adulta e meno capricciosa. Elena dovrà fare i conti con il tormentato Tita, con Matteo l’amico di sempre che forse non è solo amico, con Arthur che arriva dalla Svizzera, con sua madre che non le crede, con le chiacchiere e i pettegolezzi di paese su sua nonna Rachel e Tita. Un magma di eventi che scuoteranno nel profondo la giovane protagonista. E sarà proprio grazie alla tormentata storia d’amore vissuta dalla nonna Rachel in gioventù, che Elena imparerà a conoscere il passato della sua famiglia materna, compresi quegli eventi drammatici che segnarono per sempre la vita dei suoi nonni e di quel fantasma che la assilla. Non solo, perché la quasi maggiorenne Elena, proprio grazie alle esperienze della nonna e in soli nove giorni (tempo in cui si svolge la narrazione) imparerà ad ascoltare e a conoscere se stessa, comprendendo i sentimenti in contrasto presenti nel proprio animo e imparando a riconoscere quali sono le persone, le scelte, le cose e le azioni davvero importanti per la sua esistenza. “Sette rose per Rachel” della Ruata-Arn è quindi un romanzo di formazione vero e proprio, nel quale la protagonista vive una serie di prove (eventi e ostacoli da superare) che le permetteranno di comprendere, attraverso la riscoperta delle proprie origini, quali sono i veri insegnamenti da cogliere per diventare una persona migliore. Traduzione dal francese Federico Appel.

Marie-Christophe Ruata-Arn ha un doppia formazione di architetto e sceneggiatrice. Oltre a insegnare, progettare, scrivere sceneggiature per spettacoli teatrali e programmi televisivi, romanzi per ragazzi e adulti, suona anche in un gruppo rock tutto al femminile

Source: inviato al recensore dall’editore Sinnos. Grazie a Emanuela Casavecchi dell’ufficio stampa.

:: di terra, di mare, di cielo di Barbara Cobianchi (Biplane Edizioni, 2019) a cura di Federica Belleri

24 giugno 2019 by

Di terra, di mare, di cielo Barbara CobianchiLa singolarità di questo romanzo breve è legata alla storia di una famiglia particolare e al linguaggio utilizzato dalla scrittrice. Discorso indiretto, dal principio alla fine. Singolare è anche l’ambientazione, che si sposta da Torino a Venezia e le sue isole, a un’isola mediterranea dove non esiste una farmacia e la tv si guarda solo se c’è una necessità.
Una coppia di genitori omosessuali, una figlia originale e sensibile e un giovane letteralmente “calato dall’alto”.
Questa storia è il percorso di una famiglia, attraverso la paura di non essere accettati e compresi, ma invasa da un amore immenso in grado di aiutare sempre. È la forza di andare avanti, oltre le difficoltà. Di guardare davanti a sé pur non dimenticando cosa ci si è lasciato alle spalle. È Sarg che prende per mano Saro e gli racconta la sua vita … E viceversa. È Leo che ama Bart dal profondo … E viceversa.
Un romanzo questo, di Barbara Cobianchi, che si insinua nel cuore del protagonisti e in quello del lettore. Con delicatezza e modo.
Buona lettura.

Barbara Cobianchi, insegnante di liceo e mamma, vive e lavora a Verona dove è nata nel 1977. Dopo la laurea in lettere classiche, ha frequentato la Scuola Holden. Ha mosso i primi passi con la pubblicazione di alcuni racconti nel 2007 nell’antologia Via Stella 42 (Bonaccorso editore), nel 2011 ha pubblicato il romanzo Il Codice Rolloni (L’Autore Libri Firenze) e, negli anni successivi, ha dato il suo contribuito alle antologie “100 storie per quando è troppo tardi” e “100 storie per quando è davvero troppo tardi” (Feltrinelli) e “Piccola antologia di figuracce in 100 parole” (Giulio Perrone Editore).

Source: omaggio dell’editore al recensore.

Alika di Sara Segantin e Silvia Poli (Fanucci, 2019) a cura di Elena Romanello

24 giugno 2019 by

alika_1024x1024Fanucci editore continua a portare avanti un discorso in sostegno del fantasy, uno dei generi più amati oggi ma a tratti forse più difficile da incasellare, dando spazio a voci italiane, con il primo volume di una saga per ragazzi e non solo, Alika, scritta a quattro mani dalle due appassionate del genere e ora scrittrici Sara Segantin e Silvia Poli.
La Alika del titolo è il nome di un piccolo continente, dove vivono umani, ninfe, draghi, mutaforma e altre creature fantastiche: non è un luogo pacifico, perché ci sono guerre civili e maledizioni, i mari sono infestati dai pirati e nelle foreste è meglio non addentrarsi.
In questo mondo di spavento e d’incanto si incrociano le strade di quattro ragazzi,  Ayeres, Jean, Miluna e Cyrniev, diversi tra di loro ma accomunati da una missione comune.
Infatti ad ognuno di loro, in separata sede per ciascuno, è stato affidato il compito di rubare Tarima, un medaglione su cui incombe una maledizione sconosciuta ai più, simbolo del potere in uno degli Stati del continente di Alika. La ricerca del medaglione porta i quattro, prima rivali e poi amici, a scoprire il mondo di Alika, tra mille avventure, ma non sanno che sulle loro tracce c’è lo Stratega, un generale del paese dei mutaforma.
I quattro ragazzi, Ayeres, Jean, Miluna e Cyrniev dovranno non solo portare a termine la missione e scampare ai pericoli, ma anche confrontarsi, giorno dopo giorno, con chi sono e chi vorrebbero essere e diventare, cercando di scegliere la strada migliore, in quello che è un romanzo non solo fantasy ma di formazione.
Alika recupera una tradizione importante del genere fantasy, quello della quest, dell’avventura in un mondo fantastico, introdotta tanti anni fa da Tolkien e Lewis e portata avanti da molti altri, a cominciare da Terry Brooks con la serie di Shannara. Ci sono echi del mondo di Shannara, anche se Alika non è una Terra post apocalittica ma un mondo a parte, inquietante e favoloso, che riesce a conquistare.
Un libro per ragazzi ma anche per chi legge fantasy da anni ed è sempre in cerca di nuovi intrecci, che lo rassicurino con la ripresa di archetipi sempre validi e lo appassionino con nuove avventure. Bella e evocativa è anche l’illustrazione di copertina, ad opera della brava Cristiana Leone.

Sara Segantin, 22 anni, è cresciuta sulle Dolomiti, e dopo un periodo alla Montana State University negli USA si è laureata in Lingue e letterature straniere a Trieste., dove ha deciso di restare per proseguire gli studi in Turismo culturale. Da sempre impegnata nella difesa dei diritti delle persone e dell’ambiente, è organizzatrice di scambi e progetti internazionali e svolge anche attività come regista, giornalista e ogni tanto attrice. Le sue grandi passioni sono scrivere, il public speaking, viaggiare e ama le storie, vicine e lontane, inventate o vissute, di luoghi, persone e semplici istanti.

Silvia Poli, nata nel 1996 sulle Dolomiti trentine, ama da sempre le storie, di qualunque tipo, che siano libri, fumetti, serie TV, film, giochi da tavolo. La sua passione per fantasy e fantascienza si è trasformata in studio e lavoro, tra fiere e giornali del settore. Dal 2015 vive a Bologna, dove si è laureata con una tesi su Magic: The Gathering  e ora studia Forecasting, Innovation and Change, pratica aikido e cucina dolci.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.