:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Fabrizio Borgio

16 luglio 2020 by

Fabrizio

Ecco il resoconto del nono incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 13 luglio sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

Benvenuto Fabrizio Borgio.

Buonasera a tutti, appena arrivato…

Non perdiamo tempo, e iniziamo con la prima domanda: Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

Fin dall’infanzia direi. Ero un bambino molto timido e chiuso, non facevo amicizia con i coetanei, il mio mondo lo costruivo con televisione, fumetti e le prime letture di libri, tra i quali ricordo una fascinazione pazzesca verso un’edizione illustrata di 20000 Leghe sotto i mari. Verso i 10/12 anni iniziavo a scrivere storie mie per trasformare alla mia maniera trame viste nei film.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei? Quelli che hanno influenzato maggiormente la tua scrittura.

Ne ho tantissimi. Posso citare Sturgeon perchè è l’autore del primo libro un po’ adulto che ho letto nella mia vita: Cristalli sognanti e poi Joyce, il primo autore di letteratura “alta” che mi ha stregato con il suo Ulisse. Tralasciando alcuni imprescindibili (King, Lovecraft ecc.) ricordo Clive Barker, Janet Frame, Buzzati, forse il mio italiano preferito assieme a Fenoglio e Tondelli e poi, tra gli ultimi che mi hanno stregato David Foster Wallace e Lucia Berlin.

Hai iniziato a pubblicare con case editrici tradizionali, solo recentemente hai iniziato anche una tua carriera parallela nell’editoria indipendente, come è maturata questa evoluzione?

Dalla consapevolezza man mano più forte che una Casa editrice “tradizionale” non necessariamente è indice di serietà, professionalità e innovazione. Autopubblicarsi implica molta disciplina personale ma si ha il controllo totale di ciò che si scrive. NO GASOLE il primo romanzo che ho pubblicato da indie era stato rifiutato da diversi editori perchè “strano”, per esempio. Infine ho esempi eccellenti di autori indie e il loro lavoro mi ha convinto una volta per tutte.

C’è qualcuno che ti ha incoraggiato all’inizio, qualche professionista di cui ti avvali della collaborazione?

In realtà no. I miei lavori erano gelosamente celati a tutti. Solo quando ho vinto un paio di concorsi ho cominciato a pensare che tutto questo disastro, i miei scritti, non dovevano essere. Attualmente mi avvalgo del lavoro di Germano Greco come editor ormai storico e nel caso di NO GASOLE ho contattato alcuni beta reader per aver i loro riscontri a riguardo. C’è poi l’amicizia, professionale e non con pochi altri che come me scrivono. I nostri incontri sono sempre molto stimolanti.

Sei un autore fondamentalmente noir, con alcune declinazioni verso l’horror e la fantascienza, sono i generi che prediligi anche come lettore? O ce ne sono altri?

Horror e fantascienza sono le mie radici di lettore, di lettore forte aggiungerei ma come spiegavo prima, fissarsi con i generi è limitante. Spazio molto e ci tengo a farlo. Salto di palo in frasca, tra saggistica e romanzi storici, tra storie pulp e narrativa “convenzionale” o mainstream come dicono gli addetti ai lavori. La verità è che solo variando ci si arricchisce veramente, si scopre che si può affrontare una storia con schemi differenti, si scoprono stili nuovi. Quando ho conosciuto Wallace con Infinite Jest mi sono ritrovato a scrivere interazioni tra i personaggi estremamente complesse e nevrotiche. Ne La Ballata del Re di pietra, per esempio. Adesso ho da poco terminato Il Soccombente di Bernhard, la sua scrittura nevrotica entra in profondità.

Non posso non farti questa domanda. Sei molto legato alla tua regione, al tuo Piemonte, È lo scenario privilegiato delle tue storie, anche con il suo folklore, le sue tradizioni, il suo dialetto?

Assolutamente sì. Il piemontese è una lingua ricca e variegata nonostante i suoi arcaicismi, inserirlo, impastarlo con l’italiano è un lavoro che magari farà storcere il naso ai puristi ma credo che arricchisca il linguaggio di tutto lo scritto. La mia piemontesità è l’espressione di una cultura e di un territorio e infine di un modo di vedere il mondo. Anche in storie dove l’elemento territoriale non è prevalente, o ambientate all’estero, anche in quelle occasioni, un pizzico di Piemonte c’è sempre. Il folklore invece è il terreno nel quale ho coltivato il mio personale pantheon horrorifico.

Cosa ricordi dei tuoi anni passati nell’Esercito? Disciplina, serietà, senso di responsabilità sono restati nel tuo bagaglio esistenziale e di scrittore?

Direi di sì. Non a caso tutti i miei protagonisti, almeno finora, hanno un passato in uniforme nel loro CV. Stefano Drago era un ufficiale di complemento, Giorgio Martinengo un ex ispettore della Polizia di Stato. Sono anni che hanno forgiato pesantemente la mia personalità, d’altronde è una scelta di vita che fatta a vent’anni lascia segni indelebili, nel bene e anche nel male a dirla tutta. Nel mio caso, ordine, disciplina e senso del dovere sono stati rafforzati e concretizzati.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?

Un romanzo d’avventure assieme a Davide Mana penso che abbia lo spirito giusto oltre all’amicizia che mi piace pensare ci lega.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger e critici a recensire autoprodotti? Anche se nel tuo caso vedo che ti percepiscono principalmente come un autore tradizionale, e non hai avuto difficoltà a essere ospitato anche su pagine di quotidiani importanti.

Credo che allo stato attuale, quel poco d’interesse che possono riscuotere i miei libri riguarda esclusivamente quelli usciti con CE tradizionali. Personalmente ho un rapporto sereno con i recensori e non perchè finora sono stati tutti molto manianimi con i miei lavori (per onestà intellettuale ho sempre condiviso anche le recensioni negative) In tanti anni in questo ambiente ho comunque sviluppato una piccola rete di conoscenze e qualche giornalista generoso s’interessa alle mie uscite. Non parlerei di “facilità” o difficoltà. C’è molta casualità in quello. magari l’editore spedisce alla testata ben disposta e il gioco è fatto. Non sempre hanno voglia di farlo, ecco quello è un altro discorso però.

Per un autore che si autoproduce, e all’estero è una strada percorsa anche da autori importanti, penso a Lawrence Block, la maggiore difficoltà è la promozione. Come ti muovi in questo campo? Ti basi sul tuo pubblico di lettori già acquisito?

Qua diventa difficile… ovviamente la mia base di partenza è quel piccolo nucleo di lettori fedeli che ho guadagnato nel tempo. Promuoversi nell’ambiente indie significa muoversi in uno stagno sovraffollato di pesci, girini, larve e predatori. Perfino far comprendere che il racconto è in ebook e si scarica su Amazon diventa difficile e dopo mesi c’è ancora gente che mi dice che in libreria non trova gli ultimi usciti. Sto sperimentando la promozione in video per presentare e spiegare quel che scrivo. Una strada non così scontata o agevole. Ci vuole preparazione, una buona voce, un eloquio sicuro e probabilmente l’attrezzatura adeguata. (I miei video sono ultra artigianali, girato con il cellulare) spero di non darmi la zappa sui piedi

La moda del momento per gli autori indie è aprire un canale youtube, hai anche tu il tuo?

Come dicevo poco fa, sì. Ho uno smilzo canale youtube ma per farne uno strumento efficace temo debba lavorarci sopra e non poco. Comunque, per chi vuole, lo trova, a mio nome.

L’ora è volata, ringrazio tutti coloro che hanno partecipato. Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Volentieri. Sto proprio ultimando l’ultimo romanzo con Giorgio Martinengo. Anche questa volta il nostro investigatore delle Langhe dovrà misurarsi con una serie di casi problematici che coinvolgo parte della sua famiglia. Ritorniamo così nel Piemonte più profondo, nelle sue terre, tra Langhe e Monferrato, sullo sfondo di una vendemmia resa più faticosa dal caldo che non molla neanche a settembre. Il titolo temporaneo e non definitivo è Panni Sporchi. Dimenticavo, in questo libro ci sarà una guest star ad affiancare Martinengo nelle sue indagini ma questa è una sorpresa.

Le domande dei lettori

Flavio Troisi

Hai scritto molti gialli, che in Italia hanno un discreto mercato, ma anche storie a tinte fosche, addirittura horror. E ultimamente fantascienza. In quale genere preferisci cimentarti?

Non ho un genere privilegiato. Mi piace muovermi sui confini dei generi, una tendenza contemporanea diffusa. I gialli, spesso virati nel noir sono quelli che mi hanno dato più “visibilità” e diventano una specie di comfort zone nella quale non voglio crogiolarmi troppo.

Davide Mana

Ciao, Fabrizio.
Proviamo con questa: molti giallisti, da vanDine a Simenon, hanno pubblicato le loro “regole” per il poliziesco.
Tu hai delle regole o dei principi che nello scrivere le tue storie DEVI assolutamente seguire?

Più che regole direi proprio principi. Il giallo ha già regole sue dalle quali, per natura intrinseca del genere, è quasi impossibile uscirne. La storia per mio conto dev’essere complessa ma infine comprensibile, in fondo, nel giallo il gioco tra lettore e autore è quello di cercare di spiazzarlo il più possibile nel finale, nel colpevole inaspettato. Non sempre è possibile allora è belle rendere il percorso tortuoso. È una scelta difficile perchè è un attimo perdere il filo logico ma da quel che ho avuto modo di vedere nei riscontri, infine appagante.

:: Umiltà degli scarti di Nicola Manicardi (LargoLibro, nella collana Agorà 2020) a cura di Salvatore Marrazzo

12 luglio 2020 by

cop manicChe cosa ha ancora da chiedere la poesia? E che cos’è questo corpo di parole in continua fibrillazione e in costante rimbalzo di vuoti e di frammenti? Domande, preghiere, appelli, implorazioni. O, parimenti, trattasi di verbosità dalle rughe scavate per scoprire il calcolo della sottrazione, di una possibile implosione o infausta liturgia beata o intangibile. Chi ha sete ha necessità di bere. Chi ha fame ha bisogno di cibo. Chi scrive ha necessità di scrittura. Si scelgono una domanda e una seguente e si ha la prova di trovarsi ovunque.
La poesia di Nicola Manicardi è questo luogo al cappio del quotidiano. Nessun filo ai ricordi o alla nostalgia, salvo che non si tratti di righe nette che tagliano le fronti o di ritratti in cornici logore.
Niente malumore o ansia, quindi, ma mancanze dalle voci presenti, in primo piano, tangibili bensì declinanti o allegre.
Le parole hanno un culmine, un’intensità nel loro giacere inermi, indifese, quasi che fossero scoperte, banali, umili, benedette. Scarti di una perentorietà inaccessibile e fine, in qual misura di una capillare, di una traccia che scorre subdola in territori avversi ma docili di una parola che si vuole plurale, affannata di verbi consunti e di porte chiuse che si vogliono aprire.
Scrive bene Giulio Maffii nella prefazione al libro di Nicola Umiltà degli scarti, edito da L’Argolibro nella collana Agorà diretta da Nicola Vacca, quando dice che i versi fluiscono come fitte che variano dal descrittivo allo gnomico, ma non scadono mai nel pietismo didascalico, sebbene di aforistico ci sia ben poco, ma quanto basta per dare ai versi una maniera, un colpo più serrato, più convincente, più sferzante.

«Ho fatto spazio/per altro sporco/non ho pulito,/ ho aggiunto».

La poesia ha bisogno di parole, di costruzioni, di fratture stabili, ma anche di verità. E questo è innegabile. Lo riconosceva bene Rilke, che della necessità poetica ne aveva fatto un baluardo tra il poeta e le cose. E sempre a preferire il passo indietro, il dileguarsi, la trasparenza.

«Parlare/con la nostra/voce/ lo riconosco,/è atroce».

Manicardi, ma come ogni poeta, rinuncia, non trova la combinazione se non nella parola di un’impronta invisibile, o di un corrimano, o di una prossemica non curante, o di un punto che scompare.
L’anatomia sta nella gioia e nell’inferno. Nel luogo dell’essere e nella purezza di una fleboclisi. Il sembrare solo acqua. Poi l’ago che entra come una tracina.
Quella di Manicardi è una poesia dell’osservanza, del rispetto, dell’ubbidienza alle cose. Un’anima che rampica nelle sclere di un mondo rovesciato. Fa fede il nulla con cui si finiscono le frasi. Di Manicardi preferisco la prosa secca, breve, concisa.

«Come un biscotto/ inzuppato nel latte/ mi assorbo divenendo fondo».

Tuttavia, la poesia lascia correre sia una ferita che cade sia il suo essere staccato. O avulso. Plotino parlava di alterità come qualcosa d’indispensabile. Pena il silenzio e l’uno indistinto.

Nicola Manicardi è nato a Modena dove risiede e lavora in ambito sanitario. Appassionato di letteratura in particolare modo di poesia. Ha pubblicato nel 2015 per la casa editrice Rupe Mutevole di Parma il suo primo volume intitolato “Periplo”. Successivamente è stato inserito nell’antologia dedicata al mito di Marilyn Monroe dal titolo “Umana troppo Umana” di Alessandro Fo e Fabrizio Cavallaro edito da Aragno anno 2016. Nel 2018 pubblica il secondo volume di poesia intitolato “Non so” per la casa editrice I Quaderni del Bardo di Stefano Donno, Collana Zeta diretta da Nicola Vacca. Nel luglio 2018 ha partecipato in veste alla trasmissione “il Sabbatico” mandata in onda su Rai news. In questi anni la poesia di Nicola Manicardi è stata tradotta in: greco, spagnolo, rumeno, russo, francese ed inserita in prestigiose riviste nazionali ed internazionali.

Source: Libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

Il mio nome è Mostro, Katie Hale, (Liberilibri 2020) a cura di Viviana Filippini

12 luglio 2020 by

Katie Hale ha pubblicato questo suo romanzo d’esordio “Il mio nome è mostro”, nel 2019. Il libro è arrivato da noi in Italia nel 2020, grazie all’editore Liberilibri, e quello che stupisce è che la trama rientra a pieno nella tipologia del romanzo distopico nel quale la protagonista è, almeno così sembra, l’unica sopravvissuta di una pandemia. Già, di una “Malattia”, perché è così che viene chiamato l’antagonista nella trama della Hale. Un invisibile nemico che ha sterminato il genere umano. Pandemia, malattia, virus, sono termini diventati per noi oggi, ai tempi del Covid-19, vera e propria quotidinità nella quale il mondo è stato catapultato a inizio anno, ma la britannica Hale, già li aveva messi nel suo testo un anno fa, anticipando quella che sarebbe stata l’atmosfera dei nostri giorni. La protagonista è sola in un mondo reso deserto dalla malattia che ha seminato panico e morte. Il luogo dove lei si aggira non ha un’identità precisa, ci sono elementi che fanno pensare alle terre nordiche, ma potrebbe essere ovunque, come qualunque potrebbe essere il tempo nel quale la narrazione si svolge. Chi ci racconta, lo fa dal suo punto di vista, non solo portando a noi lettori la desolazione, solitudine, stato di abbandono di un pianeta che sembra essere uscito da un devastante conflitto bellico. La narratrice-protagonista espone i suoi sentimenti, la sofferenza per avere perso la sua famiglia, il dolore fisico delle ferite infette, la stanchezza del viaggio di ritorno a casa controbilanciati dalla forza, dal coraggio, dalla volontà di farcela a tutti i costi. Elementi che le permettono di procedere in quella che è la sua impresa: tornare alla vita in un mondo tutto da ricostruire. Durante la lettura si intuisce come la giovane stia facendo una lunga traversata dal suo rifugio nelle Svalbard, dove aveva trovato riparo, fino alla casa natia, ma tutto attorno a lei è morte, desolazione e distruzione. Certo è che per la protagonista c’è una inaspettata sorpresa quando trova una ragazzina sola, abbandonata e tremendamente impaurita che lei decide di soprannominare “Mostro”, lo stesso nomignolo che il padre le aveva dato da piccola. Il romanzo dalla Hale è diviso in due sezioni, ed è proprio nella seconda parte che si innesta la narrazione dal punto di vita della seconda sopravvissuta, anche lei alla ricerca di una nuova speranza in un mondo a tratti primordiale, dove i saccheggi hanno svuotato le case dei tanti umani uccisi dalla “Malattia” e lasciato una sensazione di decomposizione costante. Il romanzo di Katie Hale è potente per la sua capacità di aver raccontato una stato di panico, di terrore e di messa in crisi di ogni certezza che noi abbiamo incontrato in modo reale in questo 2020 con lo scoppio del Coronavirus. Il lavoro letterario della Hale è ancora una volta la dimostrazione di quanto il confine tra letteratura, finzione e realtà sia sottile, anzi, a volte la narrativa riesce ad anticipare quello che accade nella vera esistenza del mondo. Quello che mi ha colpito di più è la convinzione della prima sopravvissuta che la solitudine nella quale si trova sia l’unica via di salvezza da ciò che potrebbe annientarla. Una certezza che comincia a traballare un po’ con la scoperta che esiste qualcun altro. Le due ragazze, così diverse per carattere e atteggiamento nei confronti della vita, si rimboccheranno le maniche per un nuovo domani tutto da costruire, anche se non hanno ben chiaro come. Certo è che quelle giovani e la nuova vita che sta crescendo in una di loro, dal mio punto di vista, potrebbe essere vista come la rappresentazione dei due progenitori/progenitrici di una nuova umanità. Traduzione di Carla Maggiori.

Katie Hale (1990), britannica, si è laureata in Letteratura inglese alla University of London nel 2012 e in Scrittura creativa nel 2013 alla University of St Andrews. Nel 2019 ha ricevuto la prestigiosa MacDowell Fellowship.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Maria Stefania Gelsomini dell’uffcio stampa Liberilibri.

Carne mangia carne, il nuovo thriller di Andrea Monticone a cura di Elena Romanello

11 luglio 2020 by

carneIl lockdown o confinamento che si è vissuto negli scorsi mesi sta già ispirando e ispirerà numerose storie, diari e riflessioni, una delle prime è uscita per Buendia Books nella collana Fiaschette ed è un thriller, Carne mangia carne, di Andrea Monticone.
L’autore ritorna ad un suo personaggio, il colonnello dei carabinieri Gabriele Sodano, che si trova a dover cercare un’altra verità, non legata al coronavirus e agli arresti domiciliari forzati per tutta la popolazione, secondo il principio che il thriller è oggi il genere che sa raccontare meglio la contemporaneità e i suoi problemi, violenza sulle donne, razzismo, discriminazioni, criminalità organizzata, disagio, droga e altro ancora.
Torino è deserta, nelle pagine di Carne mangia carne, non c’è nessuno in  giro, se non fuori dai supermercati e dalle farmacie, ma la criminalità non dorme, anzi, il malaffare è cresciuto durante il confinamento e non nella finzione: Gabriele Sodano si trova a dover fare i conti con due omicidi efferati, una ragazza fatta a pezzi e un pensionato a cui hanno strappato il cuore, letteralmente.
L’indagine porterà il militare a dover affrontare un’associazione spietata che ha trovato spazio in Italia, soprattutto a Torino, la mafia nigeriana, che ha iniziato ad occuparsi di sfruttamento della prostituzione ampliando poi i suoi interessi altrove, distinguendosi per rituali tribali sanguinari che accompagnano la violenza solita.
Carne mangia carne mescola quindi due fatti attuali, uno che influenzato le vite non solo degli italiani in questi ultimi mesi, e l’altro di cui si tende a parlare poco, ma che ogni tanto esplode lasciando atterriti e attoniti.
Una conferma per il talento di Andrea Monticone, che il crimine lo conosce in prima fila per il suo lavoro da cronista e come caporedattore di CronacaQui, una storia tesa che racconta una pagina già di Storia e atti che continuano a succedere, che spesso si rimuovono ma che sono indice di un malessere enorme che non va sottovalutato.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Fabrizio Borgio

11 luglio 2020 by

Prosegue il ciclo di interviste collettive. Sempre la stessa formula: domande sia mie che dei lettori, e risposte scritte in tempo reale sul nostro Gruppo Facebook.

La prossima ospite delle nostre Interviste (im)perfette è Fabrizio Borgio.

Sarà con noi lunedì 13 luglio alle ore 18,30 sempre nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma, come per l’incontro precedente, tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autore potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche domande all’autore. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

Fabrizio

Fabrizio Borgio nasce prematuramente nella città di Asti il 18 giugno 1968. Appassionato di cinema e letteratura, affina le sue passioni nell’adolescenza iniziando a scrivere racconti. Trascorre diversi anni nell’Esercito. Lasciata l’uniforme, bazzica gli ambienti artistici astigiani, segue stages di sceneggiatura con personalità del nostro cinema, tra cui Mario Monicelli, Giorgio Arlorio e Suso Cecchi d’Amico. Collabora proprio come sceneggiatore e soggettista assieme al regista astigiano Giuseppe Varlotta. La fantascienza, l’horror, il mistero, il fantastico “tout court”, gialli e noir sono i generi che maggiormente lo coinvolgono e interessano ma non si pone paletti di sorta nella sua scrittura. Esordisce partecipando con un racconto breve al concorso letterario “Il nocciolino” di Chivasso e ricevendo il premio della giuria.
Ha pubblicato Arcane le Colline nel 2006 e La Voce di Pietra nel 2007. Per Fratelli Frilli Editori pubblica nel 2011 Masche (terzo classificato al festival Lomellina In Giallo) e nel 2012 La morte mormora. Nel 2014 esce Vino rosso sangue, il primo noir che vede protagonista l’investigatore privato Giorgio Martinengo. Firma un contratto con la Acheron Books di Samuel Marolla con la quale pubblica il romanzo IL SETTIMINO, terza avventura dell’agente speciale del DIP Stefano Drago.
Asti ceneri sepolte, secondo libro di Giorgio Martinengo mentre Morte ad Asti (Menzione d’onore al festival Giallo Garda 2018) è l’ultimo noir pubblicato con Martinengo protagonista, sempre per la Frilli editrice. Suoi racconti sono ospitati nelle antologie Spettrale e Il Bar del fantastico, della Cooperativa autori fantastici e nella prima edizione de Una Finestra sul noir della Frilli. Da poco è uscita la seconda raccolta, 44 gatti in noir con un suo racconto ospite. Sempre nel 2018 ha firmato la sceneggiatura con il documentarista Antonio De Lucia del cortometraggio Io resto ai surì in fase di distribuzione.
La Ballata del Re di Pietra è il quarto libro con l’investigatore Giorgio Martinengo.
Dal 2015 è membro della Horror Writers Association.
Sposato, vive a Costigliole d’Asti sulle colline a cavallo tra Langhe e Monferrato con la sua famiglia e un gatto nero di nome Oberyn, dove oltre a guadagnarsi da vivere e scrivere i suoi romanzi, milita nella locale sezione della Croce rossa Italiana come soccorritore.
Membro ONAV è anche assaggiatore di vino.

Ecco è tutto, spero che parteciperete numerosi.

Detto questo, buone letture a tutti e a lunedì, vi aspettiamo!

Estate al Parco del Fantastico del Mufant di Torino a cura di Elena Romanello

11 luglio 2020 by

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In vista del festival dedicato al fantastico visto in tutte le sue forme, libri in tema, Loving the alien, previsto dal 18 al 20 settembre, il Mufant, Museo del fantastico e della fantascienza di Torino in via Reiss Romoli 49 bis presenta un’Estate al Parco del fantastico, con incontri, presentazioni, passeggiate letterarie, momenti musicali, laboratori creativi con artisti per famiglie, performance artistiche, attività di giardinaggio e garden design partecipato.
Gli appuntamenti sono organizzati su tre aree tematiche: i Green Days, gli X Days, i Fantalab e Fantanight e prevedono varie giornate dedicate.
I Green Days parlano di ambiente, verde e riqualificazione urbana, con incontri con architetti del paesaggio, esperti di fantascienza ambientale, scrittori di letteratura fantastica, flash mob e laboratori, e si svolgeranno di sabato dalle 16 alle 19. Gli X Days sono dedicati all’identità di genere e all’inclusione sociale, in vista della mostra su Sailor Moon, icona GLBTQ, che verrà inaugurata durante Loving the alien, e vedranno in scena incontri con collezionisti e fumettisti esperti di manga, inaugurazione di nuove opere del Parco, performance artistiche, reading, incontri con esperti. Si svolgeranno per tre sabati, dalle 16 alle 19.
I Fantalab, di giovedì dalle 15 e 30 alle 19, sono rivolti alle famiglie, e partono dal Parco e dalle sue statue per reinterpretarle in maniera artistica con un laboratorio in tema: sono condotti dall’artista Stefano Fiorina, che ha già realizzato nel quartiere Torpignattara di Roma un progetto sull’eroe.
Le Fantanight, con come sotto titolo Trame di Clorofilla dal terzo millenio nel Parco del Fantastico vedranno lo spazio fuori dal Museo, ormai Parco urbano, animarsi per tre serate con voci, suoni e immagini, il tutto curato dal duo artistico Fannidada. In particolare ci saranno letture di brani di autori e autrici come  J.G. Ballard, Ursula K. Le Guin e P. K. Dick, videoproiezioni e musica, il 24 e 31 luglio e il 7 agosto, tre venerdì, dalle 21 alle 23.
Il programma completo, con anche le norme di sicurezza da seguire, è nel sito ufficiale del Mufant , con anche le norme di sicurezza da seguire. Tra i vari eventi, da segnalare sabato 11 luglio la presentazione del romanzo di fantascienza EVE di Giovanni Torchia, il 26 luglio incontro con Pupi Oggiano e Gabriele Farina su La paura trema contro e con Alessandro del Gaudio e il suo Metallo d’ombra, il 29 agosto inaugurazione della statua di Wonder Woman e il 5 e 12 settembre incontri su Sailor Moon e sull’identità di genere.
La manifestazione vuole proporsi ad un pubblico di prossimità ma anche come nuova attrattiva turistica per Torino ed è pensata per diventare un appuntamento costante, così come Loving the alien, per sancire la creazione di un nuovo polo culturale e artistico in periferia, legato a un mondo amato da più generazioni come l’immaginario fantastico.

:: I superstiti del Télémaque di Georges Simenon (Adelphi 2020) a cura di Nicola Vacca

10 luglio 2020 by

gsimenonGeorges Simenon è un genio che aveva in testa la grande letteratura, solo la sua mente poteva partorire il ciclo infinito dei romanzi duri.
Tra questi, I superstiti del Télémaque occupa un posto di rilievo.
Adesso Adelphi lo rimanda in libreria (traduzione di Simona Mambrini) e come sempre accade, noi tutti appassionati di Simenon, ci deliziamo con grande ammirazione.
Siamo nella provincia normanna. Pescatori, città nebbiose, caffè dove si consuma la vita.
Il capitano Pierre Canut viene accusato di un delitto, la vittima è Février, un marinaio che viene trovato sgozzato nella sua abitazione in cima a una scogliera a Fécamp.
Charles, il fratello gemello, sa che Pierre è innocente e farà di tutto per scagionare la carne della sua carne.
I Canut sono vittime del tragico passato. La loro disgrazia è legata al naufragio del Télémaque, dove il vecchio Canut perse la vita. Una nave inglese trovo il relitto con a bordo alcuni superstiti, tra questi c’era Février.
La vedova accuserà Février, che era uno dei sopravvissuti. La donna non si darà mai pace, fino alla pazzia. Accuserà Février , ritenendolo responsabile della morte del marito.
Simenon con la sua abilità conduce il lettore nel labirinto intrigato di una storia che si tinge di giallo dove i misteri da svelare sono davvero numerosi e ogni personaggio porta con sé un piccolo frammento di verità.
Un dramma psicologico con altissime tensioni narrative in cui troviamo tutta la volontà di potenza del grande scrittore che ancora una volta con un ritmo incalzante ci porta senza un attimo di respiro nella storia che fino alla fine nasconde i suoi misteri.
Les Rescapés du Télémaque venne scritto in uno chalet a Igls (Tirolo, Austria), nel dicembre 1936, apparve a puntate su “Le Petit Parisien”, dal 25 giugno al 24 luglio 1937 e in volume nel 1938.
In Italia lo pubblicherà Mondadori nel 1948 con il titolo I superstiti del Telemaco.

«Mi è bastato chiudere le persiane e, seduto accanto a una grossa stufa di maiolica, scrivere I superstiti di Télémaque. Subito mi hanno raggiunto in Tirolo l’odore delle aringhe, gli equipaggi di marinai normanni e quella città, placida o animata a seconda delle maree, costantemente annerita dalla pioggia».

Così scrive Simenon nel prologo.
Due ragazzi infelici, segnati dalla morte del padre, una madre che perde la testa dal dolore, un omicidio che dilania le coscienze di un posto tranquillo.
Simenon è duro, molto duro in uno dei suoi tanti romanzi duri, il più riuscito, nel delineare la natura umana con tutte le sue atroci contraddizioni.
Un romanzo che ha una potenza fenomenale. Una storia partorita dalla mente lucida di quel grande genio della letteratura che si chiama Georges Simenon. Un narratore immenso che non finirà mai di stupirci.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore, ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Il passato non muore di Lee Child (Longanesi 2020) a cura di Giulietta Iannone

9 luglio 2020 by

Il passato non muore

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Proveniente dal Maine, Jack Reacher decide di svernare a San Diego e così tra bus a lunga percorrenza dalle cromature luccicanti e brevi tratti in autostop inizia il suo viaggio. Lungo la strada fa una deviazione nel New Hampshire e quando un cartello gli indica una cittadina di nome Laconia si ricorda che era il luogo natale di suo padre Stan Reacher, e mosso da curiosità decide di andare a dare un’occhiata al posto e magari trovare la sua casa natale da cui suo padre appena maggiorenne fuggì, forse precipitosamente, per arruolarsi nei Marines.
Così inizia Il passato non muore (Past Tense, 2018) ventitreesimo libro della serie di Jack Reacher, ex poliziotto militare dedito a vagabondare per le polverose strade di un’America per certi versi ancora rurale e desolata.
Tradotto da Adria Tissoni e pubblicato in Italia sempre da Longanesi Il passato non muore segue il precedente Inarrestabile, che mi ha tenuto compagnia l’estate scorsa, e per coincidenza anche la scorsa recensione era uscita il 9 luglio.
Che devo dire mi piacciono le storie di Jack Reacher, alcune forse più di altre, ma si tratta sempre di intrattenimento di qualità, alta suspence, colpi di scena ben piazzati, coerenza narrativa di buon livello, e forse sprazzi di violenza improvvisi sempre inseriti in una certa etica del protagonista che anche se non sempre segue alla lettera la legge ha comunque un’idea precisa e personalissima di cosa sia il bene e il male. Certo Jack Reacher non è un tipo con cui ci piacerebbe davvero mangiarci una pizza assieme o averci a che fare, ma sulla pagina scritta è un personaggio davvero riuscito e capace di creare empatia con il lettore.
Questa storia mi è piaciuta per i dialoghi, asciutti, puliti, pieni per certi versi anche di umorismo (alla Jack Reacher naturalmente) e per il senso di suspense che cresce man mano che si prosegue la lettura.
Insomma ci sono due storie parallele che si alternano: quella di due ragazzi canadesi in viaggio con una grande valigia (non vi dico cosa c’è dentro, lo scoprirete sul finale e no non è un MacGuffin) e quella di Jack Reacher alla ricerca delle sue radici, in visita alla città natale di suo padre.
Già da subito sappiamo che le due storie si incontreranno, ma non sappiamo come, dove o perché. Ma sappiamo che voleranno botte da orbi, che alcuni moriranno, si spera i cattivi della storia, perché Jack Reacher non le manda a dire, e non va tanto per il sottile quando si tratta di difendere giovani donne che tornano a casa tardi la sera dopo un turno da cameriera in un cocktail bar, o ragazzi sprovveduti che voglio rifarsi una vita e invece finiscono in un motel da incubo. Perché la provincia americana è sinistra e pericolosa, nasconde insidie ad ogni angolo, anche dove meno te l’aspetti.
Jack Reacher non si smentisce, è sempre lui, rude, grossolano forse, grande e grosso e senza grandi aspettative di vita, insomma non pensa proprio di vivere abbastanza per finire la sua vita in una casa di riposo.
Lee Child scrive onesto thriller action on the road, e in questo è il migliore, quando si inizia una sua storia non si vede l’ora di vedere dove porterà. Ma non è pura azione senza contenuti, è uno specchio distorto di cosa è l’America oggi, con i suoi pregi e i suoi difetti, la tanta brava gente che dà passaggi agli sconosciuti (e gli va bene quando è Reacher a salire a bordo) e tanti altri delinquenti e gentaglia assortita interessata a fare affari nei modi più sordidi possibile.
Un po’ mi ha ricordato Prova a fermarmi, per alcune scelte narrative ma è stato un breve deja vu, questa è una storia autonoma che si regge sulle sue gambe e che aiuterà anche a fare luce su un segreto di famiglia del padre di Reacher, segreto che era sicuro non sarebbe mai venuto a galla, ma non aveva previsto di avere un figlio come Jack.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: epub inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Paola Sironi

9 luglio 2020 by

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Ecco il resoconto dell’ottavo incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 6 luglio sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

Eccoci pronti, diamo il benvenuto a Paola Sironi e a tutti i lettori.
Parlaci un po’ di te, del tuo lavoro. Punti di forza e di debolezza.

Mi chiedi tante cose. Diciamo che ho inseguito questo sogno per molto tempo, arrivare a pubblicare dei romanzi. Non sapevo se ci sarei riuscita, ma sono stata piuttosto tenace e, alla fine, ho raggiunto la soddisfazione di sapere che le mie parole sono lette da diverse persone. Posso arrivare a comunicare con sconosciuti, esattamente come gli scrittori che amo e ho amato hanno comunicato con me. Al si là dello spazio e del tempo. E’ una sensazione indescrivibile.
Punti di forza: una certa tenacia cocciuta, che ha pro e contro.
Punti di debolezza: forse, quello che soffro di più è una certa timidezza nell’approcciare il pubblico.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere? Hai iniziato a leggere molto giovane?

Sì, da bambina, ho iniziato con i classici che c’erano a quei tempi. Essendo cresciuta tra i maschi soprattutto Salgari e Verne.
Leggere è sempre stato uno dei miei passatempi preferiti. Nell’adolescenza è diventato una passione.
Gli studi classici mi hanno aiutato molto in questo percorso.

“Sotto scorre il fiume” è il tuo ultimo libro, ce ne vuoi parlare?

È la nuova storia che ho dedicato all’ispettore Annalisa Consolati e alla sua squadra. Nasce dal mio rapporto controverso con questo fiume che attraversa il paese dove vivo da sempre: il Seveso. La storia si sviluppa intorno al fiume, attraverso un delitto crudele.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei? Quelli che hanno influenzato maggiormente la tua scrittura.

Io amo la letteratura e spazio in molti generi. In assoluto il mio scrittore preferito è James Joyce, come classici se ne devo scegliere qualcuno direi Marcel Proust, Jane Austen e Stendhal. Contemporanei, sempre dovendo selezionare, e non è facile: Fred Vargas, Philip Roth e Murakami. Giuro però che leggo molti gialli e mi sento influenzata un po’ da tutti, classici, contemporanei, a prescindere dal genere. Anche perché mi piacciono le contaminazioni di genere.

Hai una routine fissa di scrittura, una tazza portafortuna, una musica di sottofondo mentre crei le tue storie?

Chiusa in una stanza, ma la musica è essenziale. Anche lì spazio molto, a secondo dell’umore e quello che devo scrivere, posso passare da Albinoni ai Gogol Bordello. Se devo solo pensare a come risolvere una situazione, invece, lunghe passeggiate. Il lock down è stato un disastro su quest’ultimo aspetto.

Nel ringraziarti per la tua disponibilità infine l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

In realtà sto solo riflettendo. Penso che continuerò con Annalisa per mettermi alla pari con la saga dei Malesani, ma, davvero, non per fare la misteriosa, ho solo in mente due idee molto vaghe alle quali lavorerò nelle prossime ferie.

Domande dei lettori

Michele Di Marco

Ciao Paola, e ciao Giulietta: sono impaziente, dunque scrivo senza aspettare di leggere la prima risposta, per cui mi scuso se per caso il tema sarà già stato trattato. Paola, come mai ti sei messa a inventare storie e personaggi? E hai deciso subito (per nostra fortuna) di condividerli con noi lettori?

Inventare mi riesce facile. Sono un Patrizio Consolati con i piedi per terra nella vita quotidiana. Nel caso che qualcuno non sapesse chi è Patrizio Consolati, gli anticipo che è padre della mia protagonista, da tutti detto “il continuatore di film”. Penso che renda l’idea.

Hai scritto sopra che “sei cresciuta coi maschi”: è un punto di contatto con Flaminia, la tua prima protagonista?

Direi proprio di sì.
Sono stata un maschiaccio che giocava a pallone, macchinine e leggeva fumetti come Tex Willer. Un po’ si vede, secondo me.

Io credo che, al di là del tono leggero che riesci a mantenere pur raccontando storie in cui non mancano episodi efferati, tu sia una delle scrittrici più “noir” tra quelle che conosco, nel senso che i tuoi romanzi danno sempre stimoli per pensare alla realtà sociale in cui si muovono i tuoi personaggi, che poi è la nostra. E mi sembra che tu ci tenga. Sbaglio?

No, Michele, io la penso proprio come te: il noir non è per forza efferato o “piagnone”. Il maestro del noir, Simenon, con Maigret non lo era e questo basterebbe. Il giallo, secondo me, diventa noir nel momento in cui riesce a cogliere gli aspetti sociali nei quali matura un delitto. È commedia e tragedia che si mescolano, come nella vita reale.

Mi porto avanti con la prossima domanda. Come mai dopo quattro romanzi (a proposito, apro una sotto-domanda: ti piace di più definirli “gialli”, o “thriller”, o non li definiamo proprio?) con i fratelli Malesani hai deciso di aprire una serie con una nuova “famiglia” di protagonisti?

Io le definisco commedia umana noir. L’idea di cambiare me l’ha ispirata Fred Vargas che ha creato sia gli evangelisti sia Adamsberg.

Nelle note in calce alla presentazione dell’intervista sul blog di Giulietta, fate riferimento agli eventi di reading, e ho visto da poco che anche sulla tua pagina Facebook hai pubblicato alcuni video con la lettura di brani scelti dei tuoi romanzi. Rileggi sempre ad alta voce anche mentre scrivi? Oppure la lettura ad alta voce arricchisce i testi grazie all’interpretazione?

Leggo sottovoce, ma abbastanza da sentirmi. È importante per verificare il ritmo. Alla lettura in pubblico sono, invece, arrivata grazie alle mie amiche Enterprise Very Nice, che sono attrici, casiniste e mi hanno tirato dentro.

Non avete pensato a produrre degli audiolibri? Secondo me, i tuoi testi si presterebbero.

Michele Di Marco non ci ho mai pensato, ma mi piacerebbe e credo che siano facilmente interpretabili. Se dovessi scegliere il lettore, mi orienterei su una delle mie amiche, sono collaudate.

Prima dicevi che “sei stata un maschiaccio”, però mi pare che nelle tue storie i personaggi “risolutori” e quelli più riflessivi (non solo le protagoniste, penso anche ad esempio a Minerva, che non poteva che essere “saggia”) sono donne.
E’ una conferma di quello che noi maschietti sappiamo da sempre, e cioè che siete comunque più intelligenti?

Più intelligenti, è esagerato. Però più abituate per motivi culturali a risolvere problemi, sicuramente.

Ivo Tiberio Ginevra

Ciao Paola, intanto ti faccio i miei complimenti per la tua bella e piacevole vena artistica, poi vorrei chiederti un parere sulla necessità, o meno di inserire nei romanzi di ambientazione un uso particolarmente spinto del dialetto. Il rischio è che lettori di altre regioni non capiscano nulla, ma la bellezza dovrebbe essere quella di restare fedelissimi ai luoghi e alla gente dei luoghi. Grazie e in bocca al lupo.

A me piace molto. Pensiamo a Camilleri, quando lo leggevo all’inizio, soprattutto i romanzi storici, capivo poco. Poi ci si abitua e il risultato è notevole. Ho faticato tantissimo a leggere, per esempio Il Pasticciaccio di Gadda, ma possiamo immaginarlo scritto diversamente? Io non lo faccio solo perché non sono portata per i dialetti.

Paola hai mai pensato di scrivere un romanzo a 4 mani con un tuo collega scrittore? Che difficoltà pensi di potere incontrare? Scusa la domanda, ma mi sto avventurando in una cosa del genere.

Non ci ho proprio mai pensato. Così a caldo mi vengono in mente solo tanti litigi. Mi ricorda quanto è stato impegnativo mettere in scena una commedia che ho scritto, rapportandomi alle attrici. Il confronto è sempre impegnativo, però, arricchisce. Credo che possa essere una buona esperienza.

Paola scrivi faccia al muro, o scegli un posto con bella vista, o dove capita? Te lo chiedo per la famosa concentrazione dello scrittore…

A casa, hinterland milanese, faccia al muro. Al lago, davanti a una finestra con vista spettacolare, se non addirittura in spiaggia. Tendenzialmente preferisco la seconda. Non ho grossi problemi di concentrazione, ho la capacità di isolarmi e i parenti mi odiano per questo.😆

Pape Roga

Pensi a un ipotetico lettore quando scrivi oppure “scrivi per te stessa”?

Sono egoista, scrivo pensando a me. Un pochino anche all’editore.

:: Gianpaolo Zarini (Savona, 5 settembre 1969 – Savona 7 luglio 2020)

7 luglio 2020 by

Gianpaolo

Ci ha lasciati questa notte, a soli 50 anni, lo scrittore savonese Gianpaolo Zarini, autore sempre in coppia con Andrea Novelli. Insieme hanno pubblicato opere per diversi editori italiani tra cui Marsilio, Mondadori, Feltrinelli, e Fratelli Frilli Editore. Oltre ad essere uno scrittore di raro talento era una persona gentile che credeva in valori come l’amicizia e la solidarietà. Incoraggiava, aiutava i colleghi e sapeva farsi volere bene. Ci mancheranno le sue storie e i suoi incoraggiamenti.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Paola Sironi

6 luglio 2020 by

Prosegue il ciclo di interviste collettive. Sempre la stessa formula: domande sia mie che dei lettori, e risposte scritte in tempo reale sul nostro Gruppo Facebook.

La prossima ospite delle nostre Interviste (im)perfette è Paola Sironi.

Sarà con noi lunedì 6 luglio alle ore 18,30 sempre nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma, come per l’incontro precedente, tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autore potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche domande all’autore. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

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Paola Sironi è nata nel 1966 a Milano. Vive con il marito e la figlia in un paese dell’hinterland milanese. Ha lavorato come consulente informatico per diverse aziende e attualmente è analista funzionale presso una società di credito.

Ha pubblicato cinque libri con Todaro Editore e uno con Eclissi Editrice: “Bevo grappa” (2010), “Nevica ancora” (2011), “Il primo a uccidere” (2013), “Gelati dagli sconosciuti” (2016), “Donne che odiano i fiori” (2018), “Sotto scorre il fiume”(2020).

Nel 2012, con quattro amici attrici, ha fondato il gruppo teatrale “Enterprise very nice”, specializzato in eventi di reading e invito alla lettura. Per loro, ha scritto e diretto la commedia “La staffetta perenne”, rappresentata nel 2017.

Ecco è tutto, spero che parteciperete numerosi.

Detto questo, buone letture a tutti e a lunedì, vi aspettiamo!

A “Paris Noir” di Ida Ferrari, il premio speciale “romanzo giallo” al Concorso di Letteratura “Città di Pontremoli”. A cura di Viviana Filippini

4 luglio 2020 by

Ida Ferrari, bresciana, lavora in banca e ha una profonda passione per la scrittura, che l’ha portata  ad affinare la sua tecnica alla scuola Holden con la partecipazione ad un corso di tecniche della narrazione. L’amore per le parole, unito a una eccellente dose di creatività, hanno permesso a Ida Ferrari di ricevere vari riconoscimenti per i suoi scritti e di dare vita a diversi gialli, l’ultimo dei quali “Paris Noir”, edito da Golem e ambientato tra Milano e Parigi, ha ricevuto il premio speciale “romanzo giallo” al Concorso di Letteratura “Città di Pontremoli”. Di come è nato il romanzo e di scrittura ne abbiamo parlato con la nostra amica Ida.

Benvenuta Ida, ciao, quali sono state per “Paris Noir” le tue fonti d’ispirazione?

È strano come l’ispirazione per l’avvio di una storia possa avvenire in modo inaspettato e del tutto casuale (come è successo per il mio precedente “La vincita”) o metabolizzato nel tempo, come per “Paris noir”. In questo caso mi ha colpito il progetto, realizzato da un ragazzo molto giovane, per il riparo dei clochard. Mi era parso, e lo penso ancora, geniale. Ho pensato quindi di inserirlo in una storia. Parallelamente ho maturato altre due casistiche, una presa da un fatto di cronaca e l’altra inventata, relativa all’ambiente bancario. L’incastro di questo mix è diventato “Paris noir”. 

Non è la prima volta che nel tuo lavoro letterario la banca e il mondo finanziario compaiono. Cosa rappresentano per te?

Semplicemente ci lavoro e, credimi, l’ambiente offre molti spunti. Non manco però di fantasia. La conoscenza del mondo bancario è solo la struttura principale sulla quale poi costruisco la trama. 

Gianluca fa il cassiere, Greta l’impiegata, si conoscono poco, ma tutti e due sono diretti a Parigi, perché hai scelto proprio la capitale parigina?  

Preferisco usare luoghi che conosco per non incorrere in inesattezze (il lettore non perdona). Parigi è una città che mi ha sempre affascinato e che ho visitato più volte. Ha anche un significato affettivo, per cui mi è venuto facile pensarla come location. 

Gianluca e Greta custodiscono due segreti e cosa li spinge a prendere spunto da quelle verità che hanno scoperto per agire a Parigi? Senza spoilerare troppo, Greta e Gianluca fanno parte della categoria dei disonesti solo nell’apparenza. Per una sorta di destino avranno un ruolo reciproco importante per arrivare alla soluzione del loro personale caso. 

Paolo Bosco, Simona Fontana e Neo – già presenti in La vincita- tornano nella scena narrativa, come sarà per loro districarsi in questo nuovo intrico?

Speravo mi chiedessi dei miei investigatori. Simona, Paolo e Neo sono per me quasi reali, tanto li ho interiorizzati. Saranno presenti anche nella prossima storia. Simona e Paolo sono i titolari della Fontana Investigazioni. Neo è il loro collaboratore informatico, tendenzialmente hacker. In “Paris noir”, come ne “La vincita” lavorano in simbiosi, ognuno con il proprio carattere, diversi uno dall’altro, ma indispensabili reciprocamente per arrivare alla soluzione, che appare ostica. Dovesse mancare uno di loro, credo mi verrebbe quasi impossibile riuscire a incastrare i vari tasselli del puzzle. 

Leggendo il romanzo si ha come l’impressione che le persone e le cose non siano mai quello che sembrano. Come è stato lavorare sul concetto dell’ambiguità?

Quante volte incontriamo persone o situazioni ambigue? Fa parte della vita stessa, anche se non ci piace. Una mia raccolta di racconti “Torte Gemelle” ha per sottotitolo “La forma dell’apparenza”. Nelle mie storie è un po’ sempre così, è anche funzionale alla trama di un noir/thriller. Mi capita però di faticare ad immedesimarmi perché personalmente, nella vita reale, preferisco le persone e le situazioni chiare e dirette.

Nel tuo libro si fa riferimento anche la mondo del web, quanti e quali sono i pericoli nei quali si rischia di imbattersi?

Parecchi rischi si possono evitare, basta averne coscienza. Più difficile risulta per le menti giovani che sono facilmente influenzabili, appunto, dall’apparenza. Nel libro parlo di una situazione al limite dove il gioco porta alla morte. E purtroppo non si riduce a pura fantasia, è tratto da un fatto reale. Io credo che questi argomenti debbano essere affrontati a fondo e con chiarezza. Anche in un noir, presentare argomenti attuali credo sia importante per uno spunto alla riflessione.

Per te cosa rappresenta la scrittura?

La scrittura è una necessità. Potrei forse farne a meno, ma l’astinenza è dura da sopportare e per ora continuo nel vizio. Poi, certo, scrivo con entusiasmo quando sono serena, quando altre situazioni lavorative o personali vanno su binari giusti. In questo periodo di disagio mondiale sono stata un paio di mesi senza scrivere nemmeno una riga. Mi è però capitato, in altre situazioni, di partire in quarta in momenti difficili e, allora, la scrittura è una bolla in cui rifugiarsi.

Già al lavoro per il prossimo giallo?

Sì. Avevo iniziato un noir partendo da una storia vera interessante per vari aspetti, ma arrivata al decimo capitolo mi sono arenata, sentivo di non trovare la giusta via. Inoltre doveva essere ambientato in un luogo che non conosco, per cui trovavo impossibile la descrizione delle location. Ora sto scrivendo una nuova trama, piuttosto complessa, mi ci sto appassionando. Non dico altro per scaramanzia. Grazie Viviana per l’ospitalità e grazie mille ai lettori di Liberi di scrivere.

Grazie a te Ida e alla prossima!