Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Lady Chevy di John Woods (NN Editore, 2021) a cura di Fabio Orrico

22 gennaio 2021

Amy Wirkner ha diciotto anni, vive a Barnesville, una piccola città dell’Ohio, militarmente occupata da un’azienda petrolifera che, per poter praticare il fracking, ha preso in affitto i terreni di quasi tutti gli abitanti, famiglia di Amy compresa. Le conseguenze, seppure non affrontate in tribunale, sono terribili, nascono bambini deformi (il fratellino della nostra protagonista, per esempio), la gente muore di cancro. Non è tutto: Amy ha pochi amici, è costantemente bullizzata dai compagni di scuola perché è obesa e infatti sulla copertina del bell’esordio di John Woods campeggia come titolo il suo soprannome: Lady Chevy. L’epiteto, non proprio lusinghiero, è dovuto al suo fondoschiena, ingombrante e massiccio come una Chevrolet.
Ennesimo spaccato dell’America profonda? Anche, ma non solo. Woods dimostra al primo romanzo una maturità di stile e una fluidità di racconto impressionanti. Da un lato accetta passivamente i cliché che un determinato contesto sociale si porta dietro, nel nostro caso i bifolchi tutti bibbia e fucili, razzisti e fortemente tentati da folli teorie del complotto (e la cronaca dei nostri giorni è lì a ricordarci che non sono clichè innocui, anzi, forse non sono nemmeno clichè in senso stretto), dall’altro se ne fa forza, riposizionandoli in una prospettiva antropologica. Alternando la prima persona di Chevy, credibilissima e piena di sfumature, con il resoconto parallelo delle vicende di Hastings, un poliziotto dalla cupa e oscura morale, Woods dipana un racconto di formazione nerissimo, inscritto in una tradizione di sangue e violenza.
Chevy, dicevamo, ha pochi amici, sostanzialmente due: Sadie, la ragazza più popolare della scuola, praticamente il suo esatto contrario, e Paul, bellissimo e idealista, amore non corrisposto ma presenza costante nella vita della ragazza e occasionalmente spalla cui appoggiarsi nei momenti duri. Il padre di Paul sta morendo di cancro a causa del fracking e il ragazzo vuole vendicarlo con un atto di ecoterrorismo ma ha bisogno di un complice: Amy, naturalmente. Andrà malissimo. E qui è bene fermarsi perché trama e sviluppi meritano di essere goduti leggendo, abbandonandosi al presente storico usato da Woods con tanta sapienza che, quasi, potremmo pensare che la storia si stia mano a mano costruendo sotto i nostri occhi.
Amy ha una sorta di mentore, suo zio Tom, reduce dall’Iraq, suprematista bianco con bunker sotterraneo di serie, in caso che gli Stati Uniti, ormai percepiti come una nazione in decadenza, razzialmente compromessa, dichiarino guerra. Ma il vero incontro che cambierà la vita della ragazza e getterà una luce nera sul suo futuro è quello con Hastings, amico dello zio, meno vistoso nell’enunciare le sue filosofie deviate ma più dolorosamente estremo nel metterle in pratica. La scena del dialogo tra i due, a un terzo dalla fine, è semplicemente magistrale, così come splendido è il lungo, ritmato capitolo, in cui Woods elenca i fatti di cronaca nera di una normale settimana a Barnesville, la follia che sembra pervadere ogni angolo della contea, tanto da renderla una succursale della kinghiana Castle Rock. Con una differenza: Barnesville esiste e la scorciatoia del soprannaturale non è prevista.
Il retaggio di violenza che informa la vita di Amy d’altra parte ha un suo patriarca, il nonno materno del quale circolano inquietanti fotografie negli album di famiglia: sfogliandoli ti imbatti in una normale riunione familiare, un picnic, una gita al luna park, cose del genere, poi volti pagina ed ecco il vecchio abbracciato alle due figlie e alle loro spalle una croce incendiata che illumina un uomo di colore impiccato. Il tutto ordinatamente messo in serie accanto alle immagini più banali. L’orrore: una dimensione che Woods riesce a rendere così tremendamente quotidiana da inabissare il suo romanzo dentro correnti di pensiero metafisiche, pure astrazioni. Probabilmente il segreto della riuscita del libro è proprio la capacità di mostrare crudeltà, deviazioni, bontà e capacità di cura tutte fuse insieme, senza frizioni, con inaspettata coerenza. Una soluzione che, si indovina, non è suggerita dalla voglia di sorprendere ma dalla conoscenza profonda della propria materia di indagine. Il male, sembra volerci dire l’autore, non riesce a scalfire quanto di tenero c’è in un amore adolescenziale o nella lealtà che si instaura tra i reietti della società. Woods è bravissimo a raccontare entrambi i lati del cuore umano, le parti presentabili della nostra personalità, così come quelle di cui ci vergogniamo, lo fa senza moralismi o gerarchie, con la consapevolezza che l’essere umano è una macchina complessa, in cui c’è posto per la grazia e per la ferocia. Come nella vita.

John Woods è uno scrittore americano. È cresciuto in Ohio e si è laureato all’Ohio University. Suoi racconti sono stati pubblicati su Meridian,Midwestern Gothic, Fiddleblack e The Rag. Lady Chevy è il suo romanzo d’esordio.

Source: inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa NN editore.

L’invenzione dell’isteria.Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière, Georges Didi-Huberman, Marietti 1820 (2020) A cura di Viviana Filippini

17 gennaio 2021

Charcot. Di certo sarà capitato di sentire almeno una volta il nome di Jean-Martin Charcot in rapporto all’ospedale psichiatrico parigino della Salpêtrière e dell’isteria. Il libro “L’invenzione dell’isteria. Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière” di Georges Didi-Huberman edito da Marietti 1820, porta il lettore all’interno dell’ospedale parigino dove erano rinchiuse tra le 4 e 5mila donne e dove Charcot divenne direttore nel 1862. Fu in questo istituto che Charcot trovò materia prima per la definizione di quel disagio femminile conosciuto come isteria. Quello che emerge dal libro di Didi-Huberman è che per Charcot, oltre ai gesti concreti compiuti dalle donne ricoverate, per comprendere i sintomi e le manifestazioni della sindrome, fu importante documentare con la fotografia gli attacchi delle pazienti, per avere un vero e proprio dossier su di esse. Considerando la definizione di isteria, essa identifica “una psiconevrosi caratterizzata da stati emozionali molto intensi e da attacchi parossistici particolarmente teatrali”. Alla Salpêtrière tutto venne quindi accuratamente documentato, passo dopo passo, per ogni singola paziente, poiché Charcot creò un vero e proprio metodo che aveva nella fotografia e nella partica dell’induzione all’attacco isterico gli strumenti fondamentali per individuare la malattia. Un aspetto interessante del testo edito da Marietti 1820 è comprendere anche quanto le donne protagoniste degli scatti fossero, spesso e volentieri, costrette ad assumere determinati atteggiamenti per creare il perfetto “effetto fotografico”.  Si accende nel lettore una riflessione, perché durante la lettura ci si domanda non solo quanto siano realistiche le immagini arrivate a noi nel corso del tempo, ma quanto davvero fossero malate di isteria (secondo Charcot diversa dall’epilessia) le donne fotografate. Durante le sedute fotografiche si creava una situazione nella quale nasceva una sorta di gioco di seduzione tra le parti coinvolte (paziente, medico, fotografo) dove le donne erano in un certo senso spinte a dare sfogo in modo più accentuato a specifici comportamenti (espressioni del viso, spasmi rapidi e movimenti del corpo) per arrivare a identificare l’isteria e le sue quattro fasi. Dettagli che si scorgono osservando le vecchie fotografie riportate nel libro dove ci si accorge, e lo confermano poi le parole, che le pose delle ritratte non appaiono così naturali, ma sono un po’ impostate per la buona riuscita dell’immagine ad effetto. Il lettore può conoscere questo, perché nel libro di Didi-Huberman sono presentate le documentazioni fotografiche (108 immagini d’archivio) di quello che accadeva alle donne ricoverate durante un attacco isterico. L’accuratezza delle immagini fa capire a chi legge di essere davanti ad una vera e propria indicizzazione, catalogazione della psiconevrosi e delle sue modalità di manifestazione. Tanti sono gli interrogativi attorno all’isteria ai quali non sempre si è riusciti a dare risposta. Certo è che “L’invenzione dell’isteria. Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière” di Georges Didi-Huberman aiuta a comprendere non solo la figura di Charcot e i suoi studi sull’isteria, ma ad avere anche un approfondimento attorno alla nevrosi e alle sue modalità di manifestazione. Traduzione Enrica Manfredotti.

Georges Didi-Huberman, filosofo e storico dell’arte, insegna all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.

Source: del recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: Mailèn – Una verità nascosta di Lorenzo Marotta (Vertigo Edizioni, 2016) a cura di Giulietta Iannone

16 gennaio 2021

Sempre nei momenti di crisi, economica, politica, e sociale, le derive autoritarie fanno capolino come l’unica strada percorribile, pur senza riflettere su cosa realmente comportino, e quanto sia irreversibile il passo che porta alla soppressione della libertà, alla limitazione se non all’annientamento dei diritti umani, e alla violenza che tutto questo stato di cose determina. Ce lo ricorda Lorenzo Marotta, scrittore e critico siciliano, con il suo romanzo Mailèn – Una verità nascosta edito nel 2016 con Vertigo Edizioni, nella collana Approdi. Protagonista è uno scrittore italiano, un gentiluomo all’antica molto sensibile al fascino femminile, che si reca in viaggio a Buenos Aires, la più europea delle città sudamericane. Qui incontra una donna misteriosa che gli affida una storia da narrare. Una storia che affonda le sue origini nel passato più buio dell’Argentina, quella dittatura militare che ha insanguinato il paese dal 1976 al 1981. Storia recente, ma che forse molti non conoscono, caratterizzata da una sistematica e violenta soppressione dei dissidenti. La violenza inaudita che fu esercitata in quei anni da quel regime rimanda ad altri tipi di dittatura, e non è un caso che molti nazisti trovarono rifugio proprio in questo paese sudamericano e si può dire importarono, oltre che i loro capitali, anche le loro tecniche di tortura. L’Olocauso argentino, se mi permettete il termine forse improprio, non vide all’opera forni crematori per la dissoluzione dei corpi delle vittime, ma l’oceano diventò la loro tomba. I voli della morte portarono i tanti desaparecidos a scomparire per sempre nel mare, cancellando tracce e ricordi. Ed è la memoria di questi fatti che Marotta ci tramanda nel suo libro dedicato a un argentino illustre, Jorge Mario Bergoglio, che visse in prima persona gli effetti di quella barbarie. Marotta con stile poetico ci narra quindi una storia dolorosa ma necessaria, capace di suscitare commozione, ed empatia per i tanti fratelli argentini che soffrirono e morirono in quegli anni. E per tanti che sopravvissero e dovettero venire a patti con quella memoria, come i figli nati durante quei periodi di detenzione, sottratti ai genitori naturali e dati da crescere ad altri genitori legati in qualche modo al regime Videla, che una volta grandi fanno di tutto per fare luce sulle loro origini. Tanti drammi, tante vite spezzate, tante vite che si trovano ad avere a che fare con il perdono. Per cui ve ne consiglio la lettura, nella speranza che facciate tesoro dell’esperienza di chi visse quei fatti (sebbene i fatti trattati siano di fantasia, si ispirano a fatti documentati e reali) e si augura solo che non si ripetano.

Lorenzo Marotta vive e lavora ad Acireale. Collabora a quotidiani e riviste con studi e articoli. Ha pubblicato opere di narrativa e di poesia: Le ali del Vento, Vertigo 2012 Roma. Prove di poesia, Prova d’Autore 2013 Catania. Le ombre del male, Zona Contemporanea 2013 Arezzo. Il sogno di Chiara, Vertigo 2014 Roma. Notturni di luce, Algra 2014 Catania.

Source: libro inviato dall’autore.        

Morte di una sirena di Thomas Rydhal e A. J. Kazinski (Neri Pozza, 2020) a cura di Elena Romanello

16 gennaio 2021

sirenasmallAnna è una delle tante ragazze che erano giunte a Copenhagen, la capitale della Danimarca, in cerca di un futuro migliore, insieme alla sorella Molly, ma come tante si è persa ed è finita con Molly a fare la prostituta, anche perché c’è la sua bambina, la Piccola Marie, di soli sei anni.
Tra i suoi clienti il più anomalo era quello strano aspirante scrittore, che non faceva niente con lei se non guardarla e tagliare delle bambole di carta, Hans Christian Andersen: ma in una sera del 1834 Anna viene portata in una casa lussuosa e uccisa: il suo corpo verrà recuperato nel canale dove si raccolgono tutti i rifiuti della città, simile a quello di una sirena, con le conchiglie nei capelli e la pelle color dell’acqua.
Molly non ha dubbi, è stato quello strano Andersen, e punta il dito su di lui, mentre altri fatti strani e delittuosi accadono in città: tutti sarebbero pronti a darle ragione, quell’aspirante scrittore è troppo strano per essere innocente, ma Andersen è protetto dall’influente signor Collin, che l’ha fatto studiare credendo in un talento che non è ancora emerso. Il questore, che non vedrebbe l’ora di vedere Andersen legato alla ruota e decapitato, gli dà tre giorni di tempo per trovare l’assassino.
Andersen troverà un’alleata inaspettata in Molly, che si convince della sua innocenza, e inizierà una caccia contro il tempo, mentre l’assassino è ancora attivo, in cerca di un modo per portare a termine un piano folle, un sogno senza senso, mentre man mano rimangono coinvolti altri personaggi, come un medico ebreo all’avanguardia nello sperimentare tecniche nuove, il suo bambino e lo scapestrato erede al trono, che dà scandalo con il suo comportamento libertino verso dame e popolane.
L’idea per il libro è venuta ai due autori partendo dal fatto che Andersen tenne per tutta la vita un diario, tranne che per un periodo del 1834: il risultato è un thriller insolito, a sfondo storico, con come grande protagonista sullo sfondo la città gelida e spietata di Copenhagen, ma dove emerge innanzitutto il celebre favolista.
Hans Christian Andersen, diverso in un mondo in cui non era accettato ma che poi seppe riconoscere un talento senza fine, diventò un cantore della diversità e dell’emarginazione, e nelle pagine del libro emerge una possibile fonte di ispirazione per le sue fiabe, ancora oggi toccanti e commoventi. Ci sono anche echi di un altro classico della letteratura, Frankenstein di Mary Shelley, in una ricerca senza speranza e spietata di una vita nuova e impossibile.
Morte di una sirena è un thriller insolito e appassionante, con vari colpi di scena e capovolgimenti di prospettiva, e un finale capace di stringere il cuore, proprio come le storie di Andersen, da La Sirenetta La piccola fiammiferaia.

Thomas Rydhal è uno dei più noti scrittori danesi. Tra le sue opere L’eremita, romanzo apparso in oltre 15 paesi, vincitore dello Harald Mogensen Award e del Glass Key, il premio per il miglior romanzo poliziesco scandinavo.
A. J. Kazinski è lo pseudonimo di Anders Rønnow Klarlund, autore, regista e sceneggiatore danese, e di Jacob Weinreich, scrittore danese. Tra le loro opere L’ultimo uomo buono, pubblicato in 26 paesi.

Provenienza: libro del recensore.

Le diecimila porte di January di Alix E. Harrow (Oscar Fantastica, 2020) a cura di Elena Romanello

16 gennaio 2021

978880472864HIG-333x480 (1)January Scaller vive fin da piccola sotto la tutela del facoltoso signor Locke, in un’antica dimora del Vermont, ai primi del Novecento. Suo padre lavora per il ricco Locke, girando per il mondo a raccogliere oggetti insoliti e preziosi, che già riempiono la casa dove vive January, una villa suggestiva ma piena di reperti e cose strane che inquietano e affascinano la ragazza.
Del resto, nel suo passato è successo qualcosa, oltre alla perdita prematura dell’amata mamma: a sette anni aveva trovato una porta, anzi la Porta, attraverso cui si accedeva a mondi altri, fantastici, diversi dal Vermont, e le era stato detto che era tutto un sogno, niente di reale.
Ma un giorno January trova uno strano libretto consumato, con su scritto LE DIECIM POR, e leggendolo scopre che quei mondi erano e sono reali, ci hanno vissuto persone forse molto vicine a lei: in parallelo suo padre si perde in uno dei suoi tanti viaggi, forse è morto, e forse no, e il signor Locke si dimostra di colpo molto diverso e molto pericoloso, e non è l’unico a minacciarla, perché lei ha in mano un potere che fa gola a molti, come suo padre e anche sua madre.
Con l’aiuto di un paio di amici fidati, January partirà per un viaggio, sul libro e non solo, in cerca di se stessa e della verità sui suoi genitori, prima che sia troppo tardi per tutti e tutto.
Spesso si sente dire come la letteratura di genere fantastico tenda a replicare se stessa, riproponendo intrecci noti e di maggiore successo, magari grazie ad un classico o al best-seller del momento, magari supportato al cinema o in televisione. Non è questo il caso di Le diecimila porte di January, con cui in Italia scopriamo una nuova voce del genere.
Certo, l’archetipo delle dimensioni parallele non è nuovo,  basti pensare ad un’altra protagonista femminile, Alice di Lewis Carroll, così come quello della caccia ad un tesoro, personificato qui da oggetti insoliti, ma tutto è raccontato comunque in maniera originale e nuova, e comunque non sono poi intrecci che erano stati così frequentati ultimamente, ed è bello ritrovarli.
Una quest è al centro di tutto, una ricerca di se stessi e di un mondo perduto, con antagonisti e amici, ambientata in un altro momento storico che non l’attuale, affascinante, dove non manca un riferimento alla realtà, e cioè come venivano trattate le persone che non si uniformavano al sistema, rinchiuse in un ospedale psichiatrico, in uno dei capitoli più angoscianti ma anche più riusciti della vicenda.
Le diecimila porte di January è un romanzo autoconclusivo, ma il mondo delle dimensioni parallele e delle Porte è talmente bello e intrigante che non sarebbe male se l’autrice decidesse, in un futuro, di raccontare altre storie ambientate tra questi viaggi dimensionali, in una specie di multiverso espanso. Per ora bisogna accontentarci dei viaggi di January, con in mano i compagni più fedeli, i libri, che da sempre aprono nuovi orizzonti, in una nuova loro celebrazione.

Alix E. Harrow è nata nel 1989 negli Stati Uniti ed è cresciuta nel Kentucky.  Si è laureata in Storia, conseguendo anche un master nella stessa disciplina, all’Università del Vermont. Ha iniziato scrivendo racconti, nominati per il Nebula Award, il World Fantasy Award e il Locus Award e nel 2019 ha vinto un premio Hugo per la sua storia, A Witch’s Guide to Escape: A Practical Compendium of Portal Fantasies.
Attualmente vive nel Kentucky con la sua famiglia e prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno ha insegnato Storia africana e afroamericana.
Oltre a Le diecimila porte di January ha pubblicato da poco il romanzo The once and future Witches, ambientato in un Ottocento alternativo, tra streghe e suffragette.

Provenienza: libro del recensore.

Thunderhead di Neal Shusterman (Oscar Fantastica, 2020) a cura di Elena Romanello

15 gennaio 2021

14296336Oscar Fantastica propone il secondo e atteso capitolo della saga di Falce di Neal Shusterman, Thunderhead, che riprende più o meno da dove si era concluso il primo. 
In un mondo di un futuro non si sa quanto remoto non esistono più fame, guerra e malattie, ma per tenere sotto controllo la popolazione ci sono le Falci, che decidono chi deve morire ogni anno. Tutto il resto, con ogni altro aspetto delle vite individuali,  è gestito dal Thunderhead, una potente intelligenza artificiale.
Le strade dei due protagonisti, Citra Terranova e Rowan Damisch, si sono divise dopo il comune apprendistato: Rowan si è ribellato ed è fuggito, diventando Mastro Lucifero, un giustiziere che mette fine alle vite delle Falci corrotte: infatti, come ha avuto modo di vedere, molti suoi compagni di ventura agiscono mossi non da un desiderio di ordine e giustizia, ma per vendetta, sadismo o pura voglia di uccidere. E se quelle Falci trovano Mastro Lucifero sulla loro strada non hanno certo vita lunga. 
Citra si chiama ora Madame Anastasia, ma è una Falce anomala, le sue spigolature sono guidate dalla compassione e dalla giustizia, e sfida l’ordine costituito, creando non pochi problemi e mettendo a repentaglio la sua stessa vita.
Alla vicenda si aggiunge un nuovo personaggio: Greyson Tolliver, un altro giovane, cresciuto con genitori ringiovaniti che hanno sempre avuto poco interesse per lui, da sempre grande ammiratore del Thunderhead, l’intelligenza artificiale quasi onnipotente, tanto da voler diventare un agente Nimbus e poter interagire con lui. Ma le cose andranno in maniera diversa, e Greyson si troverà bollato come Losco, uno di quegli individui non affidabili contro cui si scatena peggio una caccia alle streghe.
Ma forse Greyson è una pedina in mano al Thunderhead, a cui sono affidati gli stacchi della narrazione oltre che il titolo, sempre più una coscienza di una società spietata, che forse vuole o può cambiare tutte le cose.
Dopo un primo capitolo adrenalinico e efficace nel raccontare un futuro inquietante metafora però anche del presente, la saga delle Falci non delude, in un seguito non più affidato solo a Citra e Rowan e alla loro ricerca di giustizia, ma anche a nuovi personaggi, con un’intelligenza artificiale che non può non ricordare Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio.
Anche il secondo capitolo della trilogia di Falce ripresenta gli interrogativi del primo, su cosa è la giustizia, se ci sono vite meno degne di altre e soprattutto se esiste davvero un mondo perfetto, tra vari colpi di scena, con tre storie parallele più il Thunderhead come oracolo, fino al colpo di scena finale. Una conferma quindi per una storia intrigante, appassionante e capace di far pensare, in attesa della vera conclusione per un mondo a questo punto condannato.

Neal Shusterman è nato a New York nel 1962 ed è autore di libri per ragazzi e young adult di grande successi, ed è vincitore del National Book Award per Il viaggio di Caden. Tra le sue opere, oltre alla saga di Falce, ci sono anche DownsidersFull Tilt e Unwind La divisione. E’ anche autore di sceneggiature per il cinema e la televisione, oltre che di libri game, di racconti, saggi e novelizzazioni di serie TV come The X-Files.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: LA PROMESSA DI CHLOE – CHLOE’S PROMISE di Barbara Panetta, a cura di Paola Rambaldi

13 gennaio 2021

Barbara Panetta, nata a Reggio Calabria, vive a Londra col marito tedesco e le due figlie trilingue “Con Emily e Lucy parlo in italiano e loro si rivolgono a me a volte in italiano e a volte in inglese. Col padre si esprimono in tedesco e a scuola usano l’inglese”.

Dopo la laurea in lingue, Barbara, si e trasferita a Buenos Aires per completare un master in linguistica sperimentale, gli studi linguistici e l’interesse per la psicoanalisi l’hanno poi portata a dedicarsi alla scrittura. Nel 2015 ha pubblicato il suo primo romanzo Ricordi in movimento e si è a lungo occupata di traduzioni, collaborando anche con musicisti di fama internazionale. Scrive storie, cura antologie di racconti, e ama leggere favole alle sue figlie, spesso inventandole.
La storia di Chloe infatti è molto piaciuta alle bambine, tanto da condividerla con gli amici, così durante il Lockdown, Barbara, si è decisa a illustrarla con gli acquerelli proponendola in pubblicazione e destinandone il ricavato in beneficenza.
La promessa di Chloe, tradotto in italiano e inglese, è un libro dove si racconta dell’esausta Chloe, una formichina operaia che lavora senza sosta per raccogliere cibo per l’inverno, che chiede una pausa ai genitori con la promessa di un maggior impegno nei giorni a venire.
I genitori valuteranno se concedere o meno l’agognata pausa e Chloe e i fratellini saranno tenuti a mantenere la loro promessa.
L’acquerello ha colori morbidi che piacciono ai bambini e il libro è correlato da una colonna sonora creata appositamente da un musicista. L’aspetto musicale non va sottovalutato. Agendo in maniera irrazionale genera sentimenti nell’ascoltatore. E Alessandro Viale ha composto una musica per Chloe adatta al testo affiancandola a pezzi conosciuti, associando a ogni frase e stato d’animo la giusta creazione musicale. Questo aiuta il bambino a ricordare meglio parole ed espressioni linguistiche e facilita l’apprendimento dell’inglese.
Per acquisire una buona pronuncia La promessa di Chloe può essere accompagnata dall’ascolto del video-libro Ant Chloe che trovate su YouTube
https://m.youtube.com/watch?feature=youtu.be&v=4PPKo_m54SA

Le lingue si apprendono attraverso molti stimoli, incluso un libro che può essere letto dal genitore ai bambini, o in maniera autonoma da un bambino più grande seguendo la traduzione. Se anche il neonato non è in grado di comprendere ciò che ascolta, sa distinguere la lingua familiare da un’altra e le ricerche dimostrano che essere esposti a due sistemi linguistici diversi favorisce da sempre una sensibilità maggiore verso le componenti del linguaggio.
Il bimbo bilingue apprende che per ogni oggetto ci può essere più di un’etichetta ed è in grado di gestire due lingue contemporaneamente.
In questo caso i bambini si identificano con la formichina Chloe e i suoi fratellini, perché sono piccoli come loro. E nel loro piccolo sono capaci di intraprendere grandi percorsi e comprendere che chi semina raccoglie. Attraverso l’uso di un linguaggio semplice Barbara trasmette questo messaggio ai bambini.

La Promessa di Chloe è il primo di una serie. Il secondo episodio arriverà a breve.

Io stessa, incuriosita, ne ho appena ordinato una copia da regalare a mia nipote Bianca di quattro anni.

Momo, Jonathan Garnier e Rony Hotin, Tenuè (2020)A cura di Viviana Filippini

7 gennaio 2021

Momo è la piccola protagonista della graphic novel “Momo” di Jonathan Garnier e Rony Hotin, pubblicato in Italia da Tenuè. La bambina di 5 anni, con i suoi capelli ribelli e la sua voglia di vivere in libertà, abita con la nonna con la quale passa le giornate dividendosi tra casa, uscita in paese, scuola, giochi e anche qualche marachella con gli amici più grandi di lei.  Nonostante l’apparente spensieratezza Momo però è un po’ triste, tanto è vero che spesso e volentieri, si reca al molo della città portuale della Normandia dove abita e guarda l’orizzonte lontano, nella speranza di intravedere laggiù dove cielo e mare si fondono la barca del padre che le manca tanto. L’uomo è un marinaio d’altura costretto per lavoro a passare diversi e lunghi periodi dell’anno in mare.  Ad un certo punto la vita di Momo cambia, perché la nonna muore e la bambina resta sola. A prendersi cura di lei, il pescivendolo del paese, un grande amico del padre che la accoglie in casa, pur di non farla finire sotto il controllo dei servizi sociali. Non solo, perché tra i tanti personaggi che compaiono nella vita della piccola Momo e che la aiutano a passare il brutto momento che si trova a vivere, ci sono Françoise e Tristan, soprannominato prima Banana per lo strambo ciuffo biondo e poi Pomodoro. I due amici di Momo (anche se ad un certo punti si ha come la sensazione che nel cuore di Tristan ci sia qualcosa in più dell’amicizia) la aiuteranno a passare il tempo e a ritrovare il padre sempre al lavoro in mezzo al mare. Il libro con i testi di Jonathan Garnier e le immagini di Rony Hotin è una vera e propria storia di formazione che ha al centro la piccola Momo. Ogni evento dal lei vissuto, ogni incontro fatto sono per la protagonista esperienze di vita, delle vere e proprie prove, a volte dure da accettare e superare (la perdita della nonna, la lontananza dal padre, le incomprensioni e i bisticci con i compagnia di scuola), ma che la aiuteranno a crescere e a comprendere quelli che sono i veri e importanti valori del vivere. “Momo” è una storia che è nata nella mente dell’autore prendendo spunto da una fotografia con ritratta un bambina giapponese e dove la spensieratezza, la felicità e la malinconia pulsano nel cuoricino di una bambina di 5 anni. “Momo” spinge il lettore -bambino o adulto- a riflettere sul senso del vivere e sul fatto che a volte ci sono eventi improvvisi che ci costringono, indipendentemente dall’età, a dover rivalutare e riorganizzare tutto il nostro modo di dire, fare pensare, proprio come accade alla piccola, simpatica e coraggiosa Momo.  Traduzione di Stefano Andrea Cresti.

“Momo” ha vinto il  Prix Bull’Gomme, del premio Pépite BD al Salon du livre et de la presse jeunesse de Montreuil e è stato nominato al Prix Sorcières.

Jonathan Garnier, nato nel 1982 in Normandia, ha lavorato come editor per Ankama Édition e lì ha scoperto talenti come Amélie Fléchais. Con lei ha realizzato ll sentiero smarrito, portato in Italia da Tunué. Spinto dalla volontà di dare vita alle sue storie, ha realizzato altri titoli, tra cui Momo, in collaborazione con Rony Hotin.

Rony Hotin ha lavorato per Disney come autore di graphic novel; il suo cortometraggio The Vagabond of Saint-Marcel ha ricevuto un Audi Talent Award, primo premio di una lunga lista.

Source: del recensore.

:: Mi manca il Novecento: Lacrime e santi di E. M. Cioran a cura di Nicola Vacca

5 gennaio 2021

«Il Dio che Cioran concepisce, quindi, è un Dio maledetto, infimo, insulso. È un Dio pernicioso (un «Sadico Cosmico», citando Lewis) macchiato dall’infamia e dall’ignominia di aver generato e originato l’essere e di non essersi accontentato del vuoto – nulla».

Prendo in prestito queste parole da uno scritto di Antonio Di Gennaro per introdurre alcune considerazioni dopo la rilettura di Lacrime e santi, uno dei tanti libri dinamitardi di Emil Cioran.
Paradossalmente la sua posizione nei confronti di Dio contro nasce dalla frequentazione assidua dei mistici, che Cioran ama incondizionatamente.
In questa ermeneutica delle lacrime, come definisce egli stesso il suo libro, Emil si affida a tutti i paradossi del suo pensiero per inchiodare Dio, ovvero il funesto demiurgo, alle sue responsabilità.
Qualora un Dio esistesse, qualora vi fosse un Dio, la sua colpa è aver creato un mondo osceno, corrotto, obbrobrioso. Il peggiore dei mondi possibili.
«C’è del putrido nell’idea di Dio», scrive Cioran. Dio, non è più presente: nemmeno le nostre bestemmie riescono a rianimarlo. Si chiede Cioran: in quale ospizio si sta riposando?
Queste alcune delle considerazioni sulla divinità decrepita presenti in Lacrime e santi, piccolo e prezioso libro in cui i mistici incontrano la bestemmia.
Cioran non rinuncia mai a essere estremo pensando per paradossi. Sostiene che più i paradossi su Dio sono audaci, più esprimono l’essenza.
Dio è dovunque e in nessun luogo. Tutt’al più oggi è un Assente universale, scriva il paradossale Cioran quasi per sconfessare con pensieri che conservano un aroma di sangue e di carne un Dio apparso nella giusta luce che Emil considera un niente in più.
Cioran rivolge a Dio e al cristianesimo un attacco frontale e lo fa a viso aperto grazie anche al suo grande amore per i mistici e al rifiuto totale della cultura dogmatica e della teologia.

«La teologia è la negazione di Dio. Che idea bizzarra, mettersi in cerca di argomenti per provare la sua esistenza! Tutti quei Trattati non valgono un’ esclamazione di santa Teresa. Da quando la teologia esiste, non una sola coscienza ne ha ricavato una certezza in più, perché essa non è altro che la versione atea della fede. Il più modesto balbettio mistico è più vicino a Dio che la Summa theologica. Tutto ciò che è istituzione e teoria cessa di essere vivo. La Chiesa e la teologia hanno assicurato a Dio un’agonia duratura. Soltanto la musica, di tanto in tanto, lo ha rianimato».

Questo è uno dei passi più significativi di Lacrime e santi e ci mostra la religiosità atea di Cioran che passa per la verità scomoda dei mistici ma mette in rilievo senza filtri la questione religiosa all’interno del pensiero tragico di Cioran, un uomo e un pensatore che nei suoi scritti e nella sua vita ha ingaggiato un duello frontale con Dio.
Lacrime e santi è la preghiera di un ateo che si ribella alla cattiveria di Dio, l’idea più pratica e pericolosa che mai sia stata concepita, grazie alla quale l’umanità si salva o si perde.
Con una predisposizione alla lacrime e armato di scetticismo, che è il coraggio supremo della filosofia e della vita, Cioran abbraccia la mistica (che eli stesso definisce un’evasione dalla conoscenza) per perdersi privo di speranza nei deserti interiori di Dio, una demenza ufficiale, accettata. Ancora una volta ricorre alla figura significante del paradosso e scrive che tutto il cristianesimo è un’unica crisi di lacrime, di cui resta un sapore amaro in cui Dio è soltanto una passione fuggevole, una moda della mente e senza di lui tutto è notte e con lui la luce diventa inutile. Il paradosso ancora una volta è servito e la verità la sentiamo vicina, molto vicina.

Il delitto del Garza. La nuova indagine del Brigadiere del Carmine Brescia, 1922, Enrico Mirani (Liberedizioni 2020) A Cura di Viviana Filippini

29 dicembre 2020

Torna ad indagare nella Brescia degli anni Venti del 1900 Francesco Setti, brigadiere nato dalla penna del giornalista scrittore Enrico Mirani, nel libro “Il delitto del Garza. La nuova indagine del Brigadiere del Carmine Brescia, 1922”, uscito per Liberedizioni nel 2020. Scena d’azione è la Brescia del 1922, quando a inizio del nuovo anno – a gennaio- in città, sulle sponde del fiume Garza, viene ritrovato il corpo senza vita di una giovane donna. Da subito il protagonista comincia a raccogliere indizi per ricostruire la vita della vittima e darle una identità. Questo porterà il protagonista, come avvenuto nei romanzi precedenti, a muoversi nei meandri labirintici fatti di vie, viuzze, piazze e piazzette della città di Brescia. L’indagine sembra giungere abbastanza velocemente verso una possibile risoluzione, ma Setti, affiancato dall’inseparabile appuntato Mario Serafini, si troverà davanti ad una situazione molto più complicata, nella quale le realtà individuate non corrispondono alla verità e non portano ad una chiara e netta risoluzione del caso. Già, tutto poi tende a complicarsi per Setti, perché ad un certo punto viene ritrovato il cadavere di un’altra giovane donna e allora scattano una serie di domande, nel senso che ci si chiede “Sarà un nuovo delitto?”, oppure avrà “Il nuovo caso avrà qualche rapporto con quello già accaduto e non risolto”? Il Brigadiere del Carmine non demorde e ricomincia da capo la sua indagine e ecco che Setti, di nuovo, gira tra teatri, trattorie, caffè e quartieri popolari nella speranza di trovare i giusti tasselli per scovare il colpevole e fermarlo prima che colpisca ancora. Il romanzo di Mirani è un giallo dalla struttura classica con il ritrovamento della vittima, la ricerca degli indizi e la risoluzione del caso, condito però da colpi di scena che non ti aspetti, ma quello che colpisce è come nel corso dei tre romanzi con protagonista il Brigadiere, il lettore ha la possibilità di conoscere un Setti che non è una semplice creatura letteraria. Mirani dota di una profonda psicologia, sentimenti, dubbi e tormenti la figura del protagonista, rendendolo una persona simile ai lettori che si immergono nelle sue indagini. Teatro d’ azione dei personaggi in “Il delitto del Garza” è una Brescia dove si sentono gli echi del Fascismo, dove si muove la piccola criminalità locale con i suoi intrighi. Il libro pone al lettore un’immagine della città oggi scomparsa, dove molte viuzze e quartieri frequentati dal protagonista non ci sono più. Aree intere spazzate via dall’intervento urbanistico avvenuto a partire dal 1927 che cambiò per sempre alcune zone della città. Il più noto fu lo sventramento dell’area popolare dove oggi sorge Piazza delle Vittoria con tutta la sua imponente grandezza e lo stile essenziale tipico dell’Art Deco.  Pagina dopo pagina ci si accorge che “Il delitto del Garza. La nuova indagine del Brigadiere del Carmine Brescia, 1922” di Enrico Mirani è un omaggio alla Brescia del passato ma, allo stesso tempo, i reati e le situazioni presentate e le fragilità umane narrate sono l’immagine di uno ieri, non molto diverso dall’oggi nel quale viviamo.

Enrico Mirani, bresciano, è giornalista e inviato speciale del quotidiano «Il giornale di Brescia». Scrittore appassionato ha dato vita a diverse storie ambientate tra Ottocento e Novecento Bresciano. Il carabiniere Francesco Setti è anche il protagonista del primo volume della serie edito da Liberedizioni: “Il brigadiere del Carmine. Due indagini nella Brescia della Belle Époque e Delitto di paese” e “Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915”.

Source: libro del recensore.

:: Baptiste, prima stagione serie della BBC diretta da Börkur Sigþórsson e Jan Matthys

28 dicembre 2020

Spin-off di The Missing, Baptiste è una serie della BBC prodotta da Two Brothers Pictures, scritta da Harry e Jack Williams e diretta da Börkur Sigþórsson e Jan Matthys con al centro il personaggio del poliziotto in pensione Julien Baptiste (interpretato da Tchéky Karyo), specializzato nel trovare persone (e cose) scomparse. Sei episodi girati tra l’Olanda e il Belgio (ci sarà anche una seconda stagione ambientata in Ungheria) con un taglio e una visione molto europea, interessanti sia per la trama ad incastro che per i dialoghi (in più lingue dall’olandese, al romeno, al francese, al naturalmente inglese). L’Europa multietnica sembra emergere con le sue luci e le sue ombre, portandoci nei meandri di una lotta alla criminalità sempre più aggressiva e ipertecnologica. La scomparsa di una prostituta dà l’inizio a una caccia dove nulla è come sembra, tra depistaggi, false certezze e inseguimenti dove il talento investigativo del protagonista è messo a dura prova. Non voglio dire troppo della trama ma è interessante il ruolo che via via i personaggi assumono che si discosta dalle solite narrazioni. Colpi di scena ce ne sono parecchi, e sicuramente questo riesce a tenere desta l’attenzione dello spettatore che non sa bene cosa aspettarsi. Tanti i personaggi, tante le storie narrate e le sottotrame. Bello il personaggio di Kim (Talisa Garcia), che nasconde un segreto capace di sgretolare la sua vita, o quello di Edward, l’uomo d’affari inglese cacciatosi in un guaio più grande di lui, interpretato da un ottimo Tom Hollander dall’aria debitamente stranita. Poi mi ha colpito soprattutto Alec Secăreanu (nella serie Costantin) un villain molto realistico e senza cuore per cui la violenza è solo business. Ma in fondo sono tutti bravi e in parte. Amsterdam (in realtà Antwerp) gioca un ruolo non secondario con i suoi canali, i suoi ritrovi per turisti e il suo caratteristico quartiere a luci rosse. Una bella serie europea di cui non vedo l’ora di vedere la seconda stagione. Consigliata. 

Source: acquisto personale.         

:: L’ultima notte di Maria di Nazaret di Natale Benazzi (San Paolo Edizioni, 2020) a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2020

È possibile dire qualcosa di nuovo su Maria di Nazaret, gettare nuova luce sulla sua vita terrena? Ci prova Natale Benazzi grazie alla consultazione di numerosi testi apocrifici non accolti dal canone ufficiale della Chiesa non tanto perché non filologicamente corretti, ma perché giudicati non essenziali. Natale Benazzi invece non si fa scoraggiare e li consulta arricchendo di particolari inediti una narrazione già abbondante. La figura di Maria ne acquista in profondità e si fa più vicina anche all’uomo di oggi, grazie a una maggiore attenzione per i particolari più minimi della vita quotidiana. Maria resta un mistero, una figura un po’ defilata nella storia della salvezza, pur considerando che è grazie al suo sì, che noi dobbiamo tutto. Senza il suo sì, la sua adesione ai progetti divini, dato in anticipo senza conoscerli, non avremmo avuto l’incarnazione, la rivelazione, la salvezza stessa. E pensare che Dio abbia dato così tanto peso alla volontà di una donna, nell’antichità il genere femminile era ancora più marginale di oggi, rende tutto ancora più straordinario. Si può dire che Maria fu la prima femminista della storia, per certi versi, la prima donna che con pudore, mitezza ma fede incrollabile impose la sua visione del mondo, riuscì a fare accettare al suo sposo il mistero dell’incarnazione, e per Giuseppe crederle divenne centrale e quasi un altro sì umano sulla storia della Liberazione umana dalla schiavitù della morte. Il libro di Benazzi ci parla dell’ultimo giorno sulla terra di Maria e di come ripercorra a ritroso tutta la sua vita narrandola a un gruppo ristretto di amici. Appassionante come un libro di avventura, L’ultima notte di Maria di Nazaret ci accompagna nei misteri della grazia non nascondendo tutte le difficoltà umane che questa donna ha affrontato assieme al suo sposo terreno. Il momento culminante della sua vita sicuramente è stato il momento in cui ha visto morire suo figlio in croce, per una madre la sofferenza peggiore che si possa immaginare, e in questo libro traspare anche questa consapevolezza, e il superamento del dolore tramite la certezza che tutto avveniva per un bene più grande. Buona lettura!  

Natale Benazzi lavora da anni nell’editoria. Responsabile del settore di spiritualità presso le Edizioni San Paolo, è scrittore e saggista. Tra le sue pubblicazioni più significative spiccano alcune ricostruzioni storiche dal tono rigoroso e narrativo, che contano anche varie traduzioni all’estero. Tra i suoi volumi ricordiamo: Il libro nero dell’inquisizione (Piemme, 1998), Il caso del monastero indemoniato (Piemme, 2000), Il Terzo Cantico (San Paolo, 2012), Storia della Chiesa in 100 vite (Newton&Compton, 2016), Maria Maddalena. Storia di un vero amore e di una straordinaria confusione (San Paolo, 2019).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio stampa San Paolo.