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:: Recensione di Non voglio il silenzio di Patrick Fogli e Ferruccio Pinotti

17 Maggio 2011

Non voglio il silenzio di Patrick FogliQuesto è il paese delle storie dimenticate.
Le hanno dimenticate quelli che le conoscono e non le raccontano. Chi le ha vissute e finge di ignorarle. Chi potrebbe scoprirle e ha troppa paura. Chi non si interessa e finge che per un tacito e assurdo rapporto, il mondo decida di non interessarsi a lui.
Un’amnesia collettiva che vive di voci di corridoio, di particolari che non si saldano mai. Di legami che sembrano di fantasia e invece esistono e sono lì, sotto un sottile strato di polvere, pronti ad essere svelati.

L’Italia è un paese strano, anomalo. Il potere non agisce alla luce del sole. Mafia, Massoneria, finanza, politica agiscono in modo sotterraneo, rendendo arduo il lavoro di chi realmente vuole capire la verità. Giornalisti, magistrati, scrittori semplici cittadini, tutti sono accomunati dallo stesso sconcerto e dalla medesima perplessità. Fino a che punto la criminalità e la politica sono collegati?, fino a che punto le cospirazioni sono reali e non frutto di un’ esasperata sensibilità complottistica? E’ l’incredulità essenzialmente il dato dominante, l’incapacità di credere che si sia davvero potuti arrivare a questo punto. Dove molto spesso non possono arrivare le inchieste giornalistiche, le indagini di magistrati e inquirenti, le inchieste parlamentari può invece arrivare un romanzo, pura fiction direte voi, fiction fino a un certo punto dico io; i conti tornano troppo spesso, per essere semplici coincidenze e la domanda E se fosse tutto vero? risuona ancora più spesso. Molte riposte sono le uniche possibili, molti collegamenti sono i soli sensati, molte ipotesi anche le più estreme sono così consequenziali che si incastrano come pezzi mancanti in un puzzle dannatamente complicato. Patrick Fogli e Ferruccio Pinotti autori di Non voglio il silenzio Il romanzo delle stragi hanno scelto la fiction perché è l’unico modo per dire verità scomode senza scontarsi con il muro di incredulità a cui accennavo prima. La fiction permette un più ampio campo di manovra, permette di non dovere giustificare con prove inoppugnabili, molte volte ormai sicuramente distrutte anche se in un tempo passato fossero esistite, i fatti. Un romanzo per certi versi coraggioso, forte, aspro, forse anche arrabbiato, si sente l’offesa per il senso civico calpestato, per le vite più o meno illustri sacrificate negli anni delle stragi, degli attentati, un cumulo di morti che rende il tutto ben diverso da un semplice e sterile gioco di interpretazioni. Il protagonista è un uomo comune in cui tutti in un modo o nell’altro possono riconoscersi, un uomo che ha provato sulla sua pelle il dolore, la sconfitta, la disperazione, ma in lui qualcosa non si arrende, in lui il desiderio di verità è più forte, più forte di tutto. Un giorno riceve una telefonata, una donna disperata vuole incontrarlo, in tribunale perché è li che lavora come avvocato. Deve dirgli qualcosa di importante, di vitale, sa che solo lui riuscirà ad andare fino in fondo. L’uomo accetta, qualcosa nel suo tono di voce nelle sue parole, l’ ha convinto a non riattaccare, a darle credito, fiducia. Così si reca nel luogo dell’appuntamento, ma prima di ascoltare le scottanti verità che la donna a da dirgli un killer irrompe nel tribunale per consumare la sua vendetta prima di suicidarsi. Uccide la donna, Michela così si chiama, il suo cliente, uno spacciatore “infame”, e due poliziotti. Prima di morire comunque la donna fa in tempo a mormorare un’unica parola, quasi unicamente un lamento, Solara. Un testamento, di sangue, un passaggio di testimone, un tacito ora tocca a te. E’ l’inizio di un’ indagine personale, che lo porterà a scavare negli appunti della moglie giornalista, morta in un incidente per lo meno dubbio, un incidente che ha segnato la sua intera vita. E quello che scoprirà sarà in grado di fare luce sulla morte di magistrati come Borsellino e Falcone, sulla stagione di stragi che ha trasformato l’Italia in un mattatoio, dove mafia, servizi fino a quanto “deviati” non si sa, danno vita alla strategia del terrore per tenere  in pugno una società sempre meno libera, sempre meno democratica, sempre più vittima del silenzio prima di tutto.                

Patrick Fogli

Patrick Fogli è nato e vive a Bologna. È ingegnere elettronico. Si occupa della realizzazione di software gestionale, siti web e, ovviamente, di scrittura. Ha esordito con il thriller Lentamente prima di morire, che ha avuto un ottimo successo di pubblico e di critica. Per Piemme ha pubblicato anche L’ultima estate di innocenza e Il tempo infranto.

Ferruccio Pinotti

È una delle firme più autorevoli del giornalismo d’inchiesta italiano. Giornalista d’assalto, si occupa di temi sociali e attualità. Ha scritto per il Corriere della Sera, L’Espresso e Il Sole 24 Ore, e lavorato per la CNN. Tra i suoi lavori, il libro Poteri forti (2005) sull’Opus Dei e la morte di Roberto Calvi, Opus Dei Segreta e Fratelli d’Italia sul tema della massoneria. Nel 2008 si è cimentato nella narrazione pubblicando il suo primo romanzo storico, La società del sapere, ambientato nel mondo delle università.

:: Recensione di Il sole invincibile Eliogabalo, il regno della libertà di Claudia Salvatori a cura di Giulietta Iannone

15 Maggio 2011

Il sole invincibile Eliogabalo

Vario Avito Bassiano è solo un bambino di tre anni, vivacissimo, intelligente, circondato da nutrici e dalle sue “quattro” madri Giulie, quando guarda ardere uno schiavo cristiano che per protesta, per testimoniare la sua fede, si dà fuoco proprio davanti a lui e come una statua di cera sorride tra le fiamme. Vario senza provare orrore lo fissa affascinato, incantato e già nel suo sguardo c’è una luce, una forza che caratterizzerà la sua breve vita. Eliogabalo, gran sacerdote del Sole invincibile è destinato a diventare imperatore di Roma, è destinato a cambiare la storia con la forza del suo sogno, della sua unicità. Nello splendore di un impero destinato a un inevitabile declino la sua luce spende forse più delle altre e giunge fino a noi incorrotta grazie a questo bellissimo libro di Claudia Salvatori che sfata molte calunnie riabilitando un personaggio per lo più diffamato e come dice la stessa autrice “scoperto soltanto all’inizio del secolo scorso, dal professore di Oxford John Stuart Hay e da Antonin Artaud”. Un ragazzo in fondo, ma di una bellezza regale, i cui occhi erano rimasti grandi e malinconici, ardenti di fuoco verde, il naso dritto, il viso ovale, le labbra piene ben disegnate, le spalle larghe e i fianchi stretti, gli arti lunghi sviluppati dalla danza che gli donavano un’eleganza ultraterrena. Ottavo romanzo della grande saga dedicata da Mondadori alla storia di Roma dalla fondazione alla caduta dell’Impero e curata da Valerio Massimo Manfredi, uno dei maggiori scrittori di romanzi storici, Il sole invincibile Eliogabalo, il regno della libertà è un romanzo coraggioso in parte visionario come lo stesso protagonista, un ritratto maestoso e nello stesso tempo doloroso di una società multietinica e crudele dove le maldicenze, le false accuse, le diffamazioni sono un’arma tanto affilata quanto le spade e i pugnali. Eliogabalo colpito dalla damnatio memoriae condanna che comportava la cancellazione del nome nelle iscrizioni di tutti i monumenti pubblici, l’abbattimento di statue e monumenti onorari e lo sfregio dei ritratti presenti sulle monete, divenuto imperatore a soli quattordici anni, resta un sovrano orientale le cui esuberanze anche sessuali vanno ricollegate al suo senso del divino e l’essere uomo e nello stesso tempo donna va collegato al culto che  univa “Il sole e la Luna” facce di una stessa medaglia. La sua fine tragica non può che essere il conseguente epilogo di un uomo forse profondamente incompreso, in un certo senso moderno per sensibilità e apertura mentale, raffinato, idealista, vittima di un’utopia prima che di se stesso. Claudia Salvatori con grande sensibilità ne tratteggia la figura, e lo rende vivo sotto i nostri occhi, ne amplifica i pregi e non tace i limiti o i punti deboli e ci porta a conoscere un uomo il cui più grande difetto forse fu quello di amare oltre le convenzioni dell’epoca, aldilà dello stesso buon senso. Eccezionali anche le donne che l’hanno circondato innanzitutto le quattro Giulie, la nonna Giulia Mesa, la prozia Giulia Domna, la madre Giulia Soemia, la zia Giulia Mamea, artefici della sua grandezza e nello stesso tempo della sua rovina.

Claudia Salvatori, (Genova, 1954) si è laureata con una tesi su santa Caterina da Siena. La sua attività comprende diversi generi letterari e forme espressive: romanzi, sceneggiature per i fumetti e il cinema, racconti per numerose antologie e riviste. Con Più tardi da Amelia ha vinto il premio Tedeschi 1985. Ha pubblicato i romanzi Schiavo e padrona (1996) (da cui è stato tratto il film Amorestremo), Superman non muore mai (1997), La canzone di Iolanda (1998), il thriller storico Sublime anima di donna (2000) che le è valso il premio Scerbanenco nel 2001, Nessuno piange per il diavolo, La donna senza testa e Il sorriso di Anthony Perkins – quest’ultimo per Mondadori. Da sempre appassionata di storia antica e medioevale, ha pubblicato per Mondadori la biografia Ildegarda, badessa, visionaria, esorcista (2004).

:: Recensione di Tuo fino alla morte di Gunnar Staalesen a cura di Giulietta Iannone

14 Maggio 2011

1Un caldo pomeriggio di fine febbraio, in cui la primavera sembra aver fatto capolino portandosi via le ultime tracce d’inverno, Varg Veum chiuso nel suo ufficio di Bergen riceve un’insolita visita. Un bambino di otto anni, Roar, dopo aver preso una guida telefonica, scelto un numero a caso tra gli investigatori privati, preso da solo l’autobus, fa il suo ingresso e gli chiede aiuto. Una banda di bulletti che infesta il suo quartiere di casermoni alla periferia degradata della città capeggiata da Joker un ragazzo un po’ più grande davvero “cattivo” gli ha rubato la bicicletta e lui non potendo chiedere aiuto a suo padre guarda fiducioso negli occhi Varg Veum. La richiesta di aiuto commuove l’investigatore forse perché ha anche lui un figlio di quell’età lontano chissà dove, forse perché il suo passato da assistente sociale lo spinge a cercare di aiutare sempre i più deboli così recupera la bici e fa la conoscenza della madre di Roar, Wenche, abbandonata dal marito per un’altra donna, che smuove in lui qualcosa nel profondo forse semplicemente perché è decisamente troppo sensibile al fascino femminile. Joker e la sua banda naturalmente non restano con le mani in mano e meditando vendetta rapiscono Roar facendo si che Varg si ritrovi invischiato in una storia di emarginazione e desolazione, figli rifiutati, madri alcolizzate. Poi l’imprevedibile, il padre di Roar viene accoltellato e ucciso e le prove portano diritte dritte verso Wenche ma Varg non vuole credere che sia davvero colpevole, i suoi occhi blu sono così profondi, le sua labbra così morbide, e pronto a tutto per dimostrare la sua innocenza inizia a indagare nei segreti di alcuni abitanti dei casermoni scoprendo infine la verità amara e imprevista che lo sommergerà come un magma nero in cui nessuno è davvero innocente. A chi mi chiedesse quale è il mio giallista scandinavo preferito senza esitazione risponderei Gunnar Staalesen innanzi tutto perché definirlo giallista scandinavo è riduttivo. I suoi libri, quasi una ventina in patria con protagonista una città norvegese Bergen e un investigatore privato Varg Veum, tre editi da noi da Iperborea I satelliti della morte, Tuo fino alla morte, La donna nel frigo, più che gialli sono veri e propri romanzi tout court, capaci di lasciare nel lettore un eco, non semplici prodotti di consumo che una volta letti non lasciano tracce né graffi. Tuo fino alla morte pubblicato per la prima volta nel 1979 e ora tradotto dal norvegese da Danielle Braun è una storia complessa e delicata, arricchita da sfumature sociali e umane che come dicevo esulano dal semplice campo del giallo. L’autore l’ha definito un romanzo sull’amore, il matrimonio e l’infedeltà che solo incidentalmente ha i connotati del romanzo giallo e penso che non ci sia definizione migliore. Concludo con una notizia che almeno a me ha fatto decisamente piacere, gli altri romanzi della serie del detective Varg Veum sono tutti in corso di pubblicazione presso Iperborea nella collana Ombre.

Gunnar Staalesen è nato a Bergen nel 1947. Considerato il padre del giallo norvegese, dalla sua penna è nato il famoso personaggio di Varg Veum, il detective più emblematico del noir nordico, che con i suoi conflitti interiori, la sua scanzonata ironia, e il suo contrastato rapporto con le donne e la bottiglia, esplora le ferite e i vizi della società. Dei quindici romanzi della serie, tradotti in altrettante lingue e adattati per il piccolo e il grande schermo, Iperborea ha già pubblicato Satelliti della morte, Tuo fino alla morte e La donna nel frigo.

:: Recensione di Il superstite di Wulf Dorn (Corbaccio 2011) a cura di Giulietta Iannone

11 Maggio 2011

Il superstiteBentornati alla Waldklinik!
A chi ha letto La Psichiatra qualche brivido sulla schiena sarà corso, per non parlare di una certa inquietante rassomiglianza con l’ Overlook Hotel di Kinghiana memoria. Certo questa è pur sempre una clinica psichiatrica, in Shining era solo un albergo, ma devo confessare che i sotterranei, i corridoi, le stanze blindate, mi hanno riportato proprio alla memoria l’atmosfera claustrofobica e malsana del mitico covo di spettri sulle montagne innevate del Colorado e di spettri infondo parliamo, e della fantasia sovraeccitata si un ragazzino di 12 anni che dopo aver letto un libro sulle esperienze paranormali, si aggira nella notte con un dittafono in mano per registrare la voce dei morti.
Se non fosse che il fratellino minore Sven, curioso e desideroso di imitarlo lo segue e così Jan Frostner per non farsi scoprire dai genitori in questa escursione notturna non autorizzata decide di portarlo con sé. Si fermano sulla riva di un lago ghiacciato, dove meno di 24 ore prima era morta annegata una ragazza con problemi psichiatrici, e mettono in funzione il dittafono per captare la sua voce, convinti che la sua anima aleggi ancora nei dintorni. Poi Jan si allontana un attimo per fare pipì e al suo ritorno Sven è scomparso, di lui restano solo poche parole registrate sul dittafono Grundig: Quando torniamo a casa quasi come un vero messaggio dall’oltretomba.
La sparizione di Sven è solo una delle molte tragedie che si abbattono nella vita un tempo felice di Jan, quella stessa notte suo padre chiamato nel cuore della notte da una misteriosa telefonata si allontana in auto verso un luogo sconosciuto, forse ad incontrare proprio il rapitore di Sven e a causa dell’alta velocità l’auto sbanda e Bernhard Forstner muore. Poi anche la madre di Jan non reggendo al dolore si suicida lasciandolo completamente solo.
Passano gli anni e ritroviamo un Jan ora adulto, psichiatra come suo padre, che dopo aver aggredito un suo paziente ha perso il lavoro, è stato abbandonato dalla moglie e vive prigioniero delle ossessioni legate alla scomparsa del fratello. Un vecchio amico di suo padre il professor Fleischer direttore sanitario della Waldklinik decide di dargli una mano e gli offre un posto alla clinica con un’unica condizione, farsi aiutare a superare le sue ossessioni grazie a sedute di ipnosi. Jan piuttosto controvoglia accetta e così ritorna a vivere nei luoghi dell’infanzia a Fahlenberg ospite di un amico ancora segnato dalla morte della figlia, paziente della Waldklinik, convinto che proprio i medici di questa clinica ne siano i responsabili.
Da questo momento in poi a Fahlenberg iniziano a verificarsi una serie di morti sospette, difficili da catalogare come semplici coincidenze, e un atroce dubbio inizia a farsi largo nella mente di Jan che siano collegate alla scomparsa tanto tempo prima del suo fratellino Sven. Un terribile segreto è sepolto a Fahlenberg e Jan con l’aiuto di un’intraprendente giornalista volente o nolente sarà costretto a riportarlo alla luce.
Il superstite secondo psicothriller di Wulf Dorn, scrittore tedesco diventato famosissimo grazie al suo romanzo d’esordio La psichiatra,  è senz’altro da considerarsi una prova riuscita destinata a bissare il successo del precedente. Edito da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Alessandra Petrelli, è uno di quei libri capaci di creare un’ inquietante tensione emotiva ponendo seri interrogativi su cosa sia la sanità mentale e su quanto sia facile passare dall’altra parte, diventando vittime di fobie, traumi, ossessioni.(Molto interessante la parte legata all’ipnosi vera e propria terapia di cura e ben lontana da quei fenomeni quasi da baraccone che spesso siamo soliti vedere in tv).
Per tutto il libro l’autore in un gioco di depistaggi e sottrazioni tenta di portare i sospetti ovunque tranne che sul bersaglio, ponendo dubbi se il piccolo Sven sia vivo o morto, se il vecchio benzinaio sia davvero un sinistro pedofilo o un innocente accusato ingiustamente, se un apparente suicidio sia  in realtà un omicidio. Tutto un gioco di specchi, di rimandi, di vicoli ciechi che lasciano disorientati e  sconcertati.
Oltre ai protagonisti, ben caratterizzati anche i personaggi minori che anche se rimangono sullo sfondo acquistano connotazioni precise e ritmate. Il finale che non vi anticipo forse più tradizionale rispetto a quello de La psichiatra sicuramente ripaga l’attesa e fornisce spiegazioni esaurienti a tutti gli interrogativi. Probabilmente chi si aspettasse una parentesi rosa tra Jan e la bella giornalista Carla Weller rimarrà deluso ma è sicuramente un difetto da molti considerato un pregio. Dispiace quasi chiudere il libro e sapere che l’autore non ritornerà più su questi personaggi e oltre al prossimo thriller che uscirà a Settembre in Germania non ci saranno più storie ambientate alla Waldklinik. Ma anche se si chiuderà una trilogia non è detto che i prossimi scenari siano meno intriganti. Incrociamo le dita fiduciosi.

«Ci sono posti nella mente umana che nessuno dovrebbe visitare. Dopo il viaggio allucinante dell’Ipnotista, La psichiatra ci riporta nel lato oscuro.» Con queste parole Donato Carrisi ha salutato la nascita di un nuovo maestro dello psicothriller, Wulf Dorn, tedesco, nato nel 1969, che per tanti anni ha lavorato come logopedista in una clinica psichiatrica traendone ispirazione per la sua attività di scrittore. Dopo La psichiatra, che grazie al passaparola è diventato un bestseller internazionale, Dorn ha scritto altri romanzi di grande successo, tradotti in più lingue e sempre pubblicati in Italia da Corbaccio: Il superstite, Follia profonda, Il mio cuore cattivo, Phobia, Incubo, Gli eredi e Presenza oscura. E a dieci anni dall’uscita della Psichiatra, per la gioia dei suoi lettori Wulf Dorn ha finalmente deciso di riprendere i due protagonisti del libro, Mark Behrendt e Ellen Roth nel suo nuovo straordinario romanzo: L’ossessione.

:: Recensione di La donna nel frigo di Gunnar Staalesen a cura di Giulietta Iannone

7 Maggio 2011

donnaIl predicatore proseguì da dove era stato interrotto. “No fratelli, non riconosciamo più Stavanger! Dico bene? Meretrici, lenoni, arpagoni, e sibariti. Viviamo in una moderne Sodoma e Gomorra, nella confusione dei giorni estremi. Il Signore chiama il suo gregge, ci da il benvenuto, ma il cammino è pieno di tentazioni. Chi ha il potere sul nostro paese, sulle nostre città? Chi adoriamo? Chi più subdolo del Levitano, si crogiola e si rimpingua del viscido e grasso petrolio del nostro mare? E’ Mammona, fratelli! Mammona che allunga i suoi avidi artigli, che soffia il suo alito pestilenziale sulla città, che trascina migliaia di persone a una morte violenta. E non avremo pace fratelli finchè ci sarà una sola goccia di petrolio sul fondo del nostro mare”. 

Nuovo caso per Varg Veum, celebre investigatore privato nato dalla penna di Gunnar Staalsen padre della detective story norvegese e portato sullo schermo da Trond Espen Seim che nel 2008 ebbe anche modo di girare l’episodio Varg Veum Kvinnen i kjøleskapet tratto appunto da La donna nel frigo. Accennare alla trama è piuttosto complesso perché tutto ruota intorno al colpo di scena finale che io mi guarderò bene dall’accennare anche solo di sfuggita. Tutto ha inizio una fredda giornata di inizio novembre quando Veum si reca da un’anziana signora, Theodora Samuelson, che ha deciso di assumerlo per scoprire che fine ha fatto suo figlio Arne, tecnico di una piattaforma petrolifera. Prese le consegne Veum si reca a Stavanger antico borgo di pescatori ora trasformato in una specie di luna park per gli svaghi dei dipendenti delle compagnie petrolifere che gestiscono le piattaforme al largo della costa. Locali notturni, discoteche, bische, bordelli, donne bellissime e disponibili, tutto l’immaginabile per soddisfare il riposo del guerriero, gestito da delinquenti più o meno tollerati dalle vigili forze dell’ordine. Qui inizia a indagare recandosi nell’appartamento che Arne occupava e dopo una sommaria perlustrazione trova su un tavolo della cucina i ripiani interni del frigo. Insospettito apre lo sportello e rinviene il cadavere senza testa di una donna. L’arrivo della polizia lo estromette dalle indagini ma lui ben lontano dall’arrendersi continua a indagare con l’aiuto di una malinconica prostituta d’alto bordo, per la quale tradirà piuttosto a malincuore la sua compagna, che ha deciso di portare avanti un’ attività parallela decisamente pericolosa. Veum è curioso e proprio la sua curiosità lo metterà sulla strada giusta per risolvere il caso anche a rischio della vita perché la gente contro cui si è messo non ha nessuna intenzione di scherzare.  7° episodio della serie con protagonista Varg Veum, edito in patria nel 1981, La donna nel frigo è una storia incentrata sul protagonista, un private eye davvero sui generis, che racconta i fatti in prima persona non disdegnando schegge di umorismo, di compassione e di filosofica saggezza rubata a Groucho Marx. Siamo nel 1980, mentre alle presidenziali statunitensi Ronald Reagan sconfigge il presidente in carica Jimmy Carter, Veum si trova a indagare su un caso in cui in un certo senso il petrolio, la ricchezza, e la corruzione che ne derivano, sono il motore stesso della storia. Veum è un lupo solitario, un romantico eroe capace di commuoversi per gli occhi tristi di una prostituta, capace di volere vederci chiaro anche a dispetto di tutto e tutti anche a costo di prendersi calci e pugni in una cantina isolata. Scanzonato, un po’maldestro, non ostenta un carattere cinico e freddo, anzi è quasi sentimentale nel suo difendere la sua individualità e rifiutare l’offerta di una grande agenzia investigativa di Oslo che assorbendolo gli prometterebbe soldi e rispettabilità. Il suo no è un rifiuto ai soldi facili, ai meschini sotterfugi che sembrano inquinare una società materialista e senz’anima in cui non si riconosce. Forgiato alla scuola dei celebri investigatori privati come Lew Archer o Philip Marlowe, Veum è meno duro, forse più vulnerabile e umano dei suoi precursori, ma come dice l’autore non è un personaggio completamente solare, anche in lui si agitano i fantasmi di Ibsen che in un certo senso tormentano le sue notti e forse anche i suoi giorni.

Gunnar Staalesen è nato a Bergen nel 1947. Considerato il padre del giallo norvegese, dalla sua penna è nato il famoso personaggio di Varg Veum, il detective più emblematico del noir nordico, che con i suoi conflitti interiori, la sua scanzonata ironia, e il suo contrastato rapporto con le donne e la bottiglia, esplora le ferite e i vizi della società. Dei quindici romanzi della serie, tradotti in altrettante lingue e adattati per il piccolo e il grande schermo, Iperborea ha già pubblicato Satelliti della morte, Tuo fino alla morte e La donna nel frigo.

:: Intervista con Wulf Dorn

6 Maggio 2011

Salve Wulf. E’ un piacere ritrovarti. E’ passato circa un anno dalla nostra ultima intervista. Come è cambiata la tua vita dopo il successo? Cosa pensano i tuoi famigliari della grande attenzione che hai destato con i tuoi libri? E soprattutto come sta Caligo?

Salve Giulia. Mi fa piacere risentirti. Credo che la cosa principale che è cambiata è sapere    che adesso ci sono tanti lettori che amano leggere i miei libri. È una cosa che mi rende veramente felice. E anche se sto diventando sempre più un personaggio pubblico, in privato non è cambiato nulla. Per quanto riguarda il gatto ci sono purtroppo cattive notizie. A marzo è morto dopo 15 anni. Ha avuto un infarto.

Dopo il successo de La psichiatra torni in Italia per Corbaccio con un nuovo thriller psicologico dalla trama molto intrigante Il superstite. Esiste una vera sindrome che colpisce le persone che sopravvivono in circostanze drammatiche, pensiamo solo ai sopravvissuti ad un incidente aereo. Hai studiato questa sindrome per il tuo libro?

Per ragioni professionali ho modo di incontrare moltissimi reduci da profondi traumi: gente che ha vissuto situazioni estreme, donne reduci dalla guerra in Kosovo vittime di violenze sessuali, una madre che ha perso entrambi i gemellini aseguito di una malattia virale. Quindi ho avuto modo di studiare a fondo la questione del trauma.

I luoghi de La psichiatra ritornano in Il superstite. Ritroviamo l’ inquietante clinica in mezzo ai boschi scenario che in un certo senso evoca angoscia e ansia. Sono luoghi reali, o nascono dalla tua fantasia. Come li hai scelti? Questo senso di continuità nei tuoi libri ha un significato speciale?

I luoghi sono tutti inventati. E naturalmente è molto pratico per uno scrittore perché può metterci dentro tutto ciò che gli serve per la sua storia. Sono ritornato negli stessi luoghi de La psichiatra perché credevo ci fossero ancora delle cose da scoprire …

I tuoi thrillers hanno molte sfumature horror. Come nasce il tuo interesse nell’evocare la paura? Che strumenti psicologici usi per essere più efficace?

Io provengo dal genere horror, che leggo volentieri ancora oggi. Per me è importante parlare di paura perché nasce dagli strati più profondi di noi stessi. Io stesso mi considero un pauroso, mi fanno paura le stanze buie. Sembra che al buio le cose assumano una forma diversa… Nei miei scritti uso spesso il trucco di identificarmi nella psicologia di ognuno dei miei personaggi. Mi diverto a parlare e a comportarmi come loro.

Parlami della costruzione dei personaggi. Parti da uno schema prestabilito e poi il personaggio cresce durante la narrazione o già fin dall’inizio hai in mente i suoi pregi i suoi difetti, come reagirà a determinate circostanze?

Assolutamente la seconda ipotesi. Sono un pianificatore. Devo sapere tutto fin dall’inizio. Decido prima ancora di iniziare il romanzo il curriculum vitae di ogni mio personaggio. Può, capitare, però, che a un certo punto uno di essi bussi alla mia porta e mi dica “no, questo non riesco a farlo”. E allora la cosa può farsi interessante.

Domanda un po’ sinistra che farà scorrere qualche brivido sulla schiena dei nostri lettori. Tu credi possibile evocare i morti, registrare le loro voci? Hai mai assistito a fenomeni inquietanti che ti hanno fatto pensare che c’è davvero una vita oltre la morte?

Devo confessarti che un po’, mentre scrivevo il romanzo, ci  ho creduto. Ne Il superstite a un certo punto compare un libro che viene regalato per Natale e che tratta di fenomeni paranormali. È un libro che ho letto con passione. Ne sono rimasto così impressionato che ho fatto una pazzia. Ho deciso di andare al cimitero ad agosto, vestito di nero,  con un registratore. Ho parlato alle lapidi e ho premuto il tasto della registrazione. Ho ascoltato poi la cassetta, solo silenzio. Ma io in questo silenzio ci ho visto un sacco di cose.

Ci sono progetti attualmente per fare una trasposizione cinematografica di Il superstite. Se potessi scegliere cast e regista liberamente quali sono i primi nomi che ti vengono in mente?

Franca Potente o Halle Berry per Ellen. Come regista Sir Alfred Joseph Hitchcock .

Ci sono nuovi esordienti che hanno attirato la tua attenzione? Quali libri ci consiglieresti di leggere?

Il mio consiglio è leggere molto, leggere di tutto. E scrivere molto.

Puoi dirci qualcosa sul tuo terzo thriller, solo giusto qualche breve anticipazione? 

Sarà una storia d’amore, ma anche le storie d’amore più belle hanno dei risvolti oscuri …in Germania uscirà a settembre.

Infine mi piacerebbe sapere in anteprima e credo sia lo stesso per i nostri lettori se stai progettando e scrivendo un nuovo thriller psicologico magari la continuazione de La psichiatra?

No, non per adesso. Il mio quarto romanzo sarà un libro per ragazzi.

Grazie a Francesca Ilardi per la traduzione.

:: Il passato si sconta sempre, Ross Macdonald (Polillo Editore 2011) a cura di Giulietta Iannone

5 Maggio 2011

4Il passato si sconta sempre, The Far side of the dollar, vincitore nel 1965 del Gold Dagger Award, e ora edito da Polillo Editore in una versione riveduta e corretta tradotta da Giovanni Viganò, è sicuramente per gli amanti dell’ hardboiled classico uno di quei libri imperdibili che hanno fatto la storia del genere. Macdonald, in un certo senso l’erede e il continuatore di due mostri sacri come Chandler e Hammett, ha eletto la California degli anni 50 e 60 a terreno privilegiato dove mettere in scena i vizi e le poche virtù di una società irrimediabilmente corrotta, minata dalle fondamenta, (non a caso l’impietosa analisi dei legami famigliari è sempre al centro delle sue strutture narrative). Lew Archer, personaggio cardine delle sue storie, investigatore privato che prende ancora molto sul serio parole antiquate come etica e morale, è senza dubbio il perfetto termine di paragone che permette a Macdonald di utilizzare il romanzo poliziesco come una leva per portare alla luce il male e la violenza alla base della ricchezza e del cinismo di una società malata, intrisa di peccati e di crimini piccoli e grandi che vanno dalla semplice avidità all’omicidio più spietato. Macdonald ben lungi dal fare del facile moralismo o della psicologia da quattro soldi, analizza la realtà così com’è senza alcuna ipocrisia e scava nelle anime dei suoi personaggi riportando in superficie le radici contaminate del crimine, evitando le trappole dei luoghi comuni e del conformismo. Il passato si sconta sempre in un certo senso racchiude in sé tutte le caratteristiche che hanno fatto grande Macdonald ed è considerato da molti critici uno dei migliori romanzi della sua produzione. La trama è scarna, lineare. Un giovane di famiglia molto ricca, che è stato messo in un collegio molto rigido, fugge e subito dopo il padre milionario riceve una richiesta di riscatto. Lew Archer viene così incaricato dal direttore del collegio di indagare e ritrovare il ragazzo. Scopre che è stato visto in compagnia di una donna parecchio più vecchia di lui, mentre il padre mette insieme i soldi del riscatto e va a consegnarli nel luogo stabilito. Archer nel ricercare la donna misteriosa la trova in un motel, morta. Sembra che il marito della donna abituato a picchiarla questa volta l’abbia pestata a morte. Archer viene trovato svenuto dalla Polizia nel luogo dell’omicidio e portato in carcere. Poi viene ucciso anche il marito ed alla fine si dipana la vicenda fino al colpo di scena finale in cui un segreto di famiglia spiega tutta la vicenda. La prosa stringata e essenziale di Macdonald rende la storia avvincente dalla prima all’ultima pagina. Davvero uno di quei libri che si leggono e si chiudono con una sorta di nostalgia che ti spingerà al più presto a riprenderli in mano. Azzardare una superiorità di Macdonald rispetto a Chandler e Hammett, come alcuni critici anche autorevoli hanno fatto mi sembra un po’ azzardato, ma quello che è certo è che Ross Macdonald ha sicuramente dato profondità a spessore al genere, dopo di lui infatti l’ hardboiled non è stato più lo stesso.

Ross Macdonald (19154983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, prese uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target {Bersaglio mobile), introdusse Lew Archer che, tranne in due casi, compare in tutto il resto della sua produzione ed è stato impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Il personaggio conquistò enorme fama grazie a romanzi come The Drouming Pool{Il vortice), The Chill (Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar {Il passato si sconta sempre), vincitore del premio della Crime Writers’ Association per il miglior libro, e The Blue Hammer (Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo.

:: I dodici segni di Lee Child (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2011

I dodici segniSebbene inglese lo scrittore Lee Child, pseudonimo di James R Grant e fratello dello scrittore Andrew Grant, è sicuramente un maestro dell’action thriller di stampo americano: tutto adrenalina, ritmo frenetico, inseguimenti e combattimenti anche corpo a corpo.
Creatore del celebre Jack Reacher, maggiore in congedo della polizia militare statunitense ed eroe suo malgrado sempre al centro di intricate vicende in bilico tra la spy story e il police procedural più classico, protagonista indiscusso di tutti i suoi romanzi, Child ha saputo dare vita ad un personaggio decisamente anticonvenzionale, non esattamente il classico eroe standard integrato nel sistema e paladino dei valori tipicamente americani: Dio, soldi, patria, famiglia.
Jack Reacher ha una sua personale idea di giustizia, lealtà e patriottismo, non ha nè casa nè famiglia e passa il suo tempo a vagabondare per le pericolose vie d’America con probabilmente solo in tasca i soldi della misera pensione.
I dodici segni da poco edito da Longanesi è la tredicesima avventura che lo vede protagonista e fa parte delle storie narrate in prima persona.
L’esordio è di quelli che lasciano il segno. Subito ci troviamo catapultati nel centro dell’azione. Jack Reacher nel suo vagabondaggio senza meta si ritrova a New York. Sono le due di notte e viaggia in un vagone semi deserto della metropolitana sulla linea 6, la linea locale di Lexington Avenue, direzione Uptown. Un altro sonnecchierebbe perso nei fatti propri, ma non Jack.
Sarà l’addestramento, l’istinto di conservazione, l’abitudine a guardare, non vedere, ad ascoltare, non sentire, come riflesso di un impulso naturale di sopravvivenza, Jack lascia vagare il suo sguardo e una donna attira la sua attenzione. Se ne sta seduta sul lato destro della carrozza, tutta sola nella panca più lontana. Bianca, sulla quarantina, bruttina, con i capelli neri tagliati con cura. Più la guarda e più gli torna alla mente l’elenco di indicatori comportamentali di dodici punti, se osservi un sospetto di sesso maschile, di undici se osservi un soggetto femminile, che il controspionaggio israeliano ha stilato per individuare un attentatore suicida, un kamikaze.
Jack sente di dover fare qualcosa. Si alza, raggiunge la donna e le parla spacciandosi per poliziotto. Ma all’improvviso succede l’inaspettato. La donna estrae una pistola e compie l’unico gesto che Jack non si sarebbe aspettato. Si punta l’arma alla gola e premendo il grilletto si fa saltare la testa.
Agenti di pattuglia del NYPD del turno di notte intervengono e il detective Theresa Lee inizia a raccogliere le testimonianze. Subito affronta Jack e quasi l’accusa di essersi avvicinato alla donna, di averla spinta oltre il limite, invitandolo a recarsi in centrale per stendere la deposizione. Jack non ha scelta e mentre si accinge a ripetere per l’ennesima volta come si sono svolti i fatti si accorge che qualcosa non torna. Il quinto passeggero presente sul vagone al momento del suicidio ufficialmente non esiste.
Poi ciliegina sulla torta la donna si chiamava Susan Mark ed era un’ impiegata del Pentagono così Jack si trova torchiato anche dagli agenti di una agenzia federale che iniziano a fargli strane domande: se conosceva la vittima, se conosceva una donna di nome Lisa Hoth, se la morta gli ha consegnato qualcosa.
Poi uscito dalla centrale un gruppo di uomini di certo ex militari e appartenenti alle forze dell’ordine si apprestano a fargli altre domande: cosa gli ha detto la donna, se ha mai pronunciato il nome di Lisa Hoth o di John Sansom, un deputato della Carolina del Nord che vuole diventare senatore.
Anche questa volta le cose non tornano. Troppa gente sembra sapere troppo. Forse un po’ influisce il senso di colpa, un po’ il desiderio di scoprire la verità, Jack decide di scoprire cosa è realmente successo.
Sarà l’inizio di una storia intricatissima, degna dei più avventurosi action thriller, con al centro terroristi sanguinari, ricatti e un segreto che se rivelato potrebbe aprire scenari inquietanti sul recente passato americano.
Lee Child conosce il segreto per tenere il lettore inchiodato alle pagine, per tutto il libro mi sono chiesta come sarebbe andata a finire la storia e quale fosse il motivo per cui Susan Mark avesse premuto quel grilletto.
Ho dovuto letteralmente costringermi a non andare a leggere le ultime pagine e lo sforzo è stato premiato. E’ una storia che coinvolge, scritta bene dosando suspence, colpi di scena e rivelazioni centellinate e non troppo irrealistiche anche se una punta di macchinosità è presente e viene stemperata dalla simpatia che riesce a ispirare il protagonista, un duro e puro come si suol dire.
Molti avrebbero insistito di più sulla possibile storia d’amore tra Theresa Lee e Jack, ma Child preferisce accennare ad un veloce mordi e fuggi giusto prima dell’adrenalinico finale, molto pulp.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

:: Recensione di Beastly di Alex Flinn a cura di Giulietta Iannone

29 aprile 2011

Beastly di Alex FlinnBeastly, uscito quest’autunno per l’Editrice Giunti, quinta fatica di Alex Flinn scrittrice statunitense specializzata in narrativa young adult, quella che per intenderci ha un target di lettori che vanno dai 14 ai 20 anni, si colloca in un mercato in netta crescita, non a caso molte case editrici dedicano collane apposite se non addirittura cataloghi in esclusiva. Gli adolescenti sono lettori forti, esigenti, selettivi ed è difficile che spendano i loro sudati risparmi per libri scadenti anche se la qualità è un parametro variabile anche nei generi più di moda. L’orda di vampiri, streghe, lupi mannari e quant’altro ancora ben aldilà dal retrocedere spesso è al centro di molte storie indirizzate a questa fascia di pubblico  e sebbene in alcuni casi ciò significhi prodotti scritti in serie, ripetitivi, a volte decisamente insulsi, nella ricca offerta ci sono anche lavori originali e ben costruiti. Bestseller in patria Beastly è anche diventato un film scritto e diretto da Daniel Barnz con protagonisti due divi emergenti Vanessa Hudgens e Alex Pettyfer e una consolidata beniamina, a patto che questo termine si usi ancora e non mi faccia apparire troppo matusa, come Mary Kate Olsen, che uscirà nelle sale italiane l’11 Maggio prodotto da CBS e annunciato come il successo cinematografico dell’anno per teenagers. La trama è conosciuta, l’autrice si è ispirata ad un classico della narrativa per l’infanzia, ad una delle fiabe più amate di tutti i tempi La Bella e la Bestia, fiaba che di per sé ha già ispirato almeno per quanto riguarda il binomio essere deforme -amore opere immortali come Il fantasma dell’Opera di Gaston Leroux, rivisitandolo e ambientandolo in una New York dei giorni nostri cinica e indifferente. Kyle Kingsbury e la lunga strada che porterà alla sua redenzione trasformandolo da odioso figlio di papà in persona sensibile e innamorata sono al centro di questo piacevole libro nel suo genere originale e riuscito. La morale è più che evidente, l’amore fa miracoli e riscatta anche le persone più ostili e refrattarie. Ma sicuramente ci sono anche piacevoli sorprese come il personaggio di Kendra, la strega che getta l’incantesimo che trasformerà il ragazzo in bestia, che poi tanto cattiva non è e regalerà un piccolo colpo di scena finale. Per chi volesse informazioni più precise sulla trama posso farne un breve riassunto. Kyle Kingsbury tipico rampollo dell’ upper class, è un ragazzo bello, viziato, egoista, educato senza madre da un padre assente e depositario di valori distorti  e cinici. Non amare mai altri oltre sé stesso sembra il suo mantra e Kyle impara fin troppo bene la lezione. Un giorno però l’oggetto dei suoi scherzi crudeli si rivela essere una strega che per punirlo gli lancia un incantesimo. Se entro due anni, due come i petali della rosa testimone di un suo raro gesto gentile, non riuscirà a trovare l’amore, resterà per sempre l’orribile bestia in cui è stato trasformato. Prigioniero della sua deformità e isolato in un palazzo di mattoni alla periferia di Brooklyne vede passare i giorni finchè un ladro non entra in casa e per salvarsi gli concede sua figlia. Conquistare il suo amore sarà la sua ultima occasione. Beastly ha parecchi pregi e qualche difetto ma in sostanza è una sorta di educazione sentimentale per adolescenti romantici che non hanno ancora smesso di credere alle favole a lieto fine e  all’amore con l’a maiuscola. Alex Flinn dal canto suo è una scrittrice dotata di sensibilità e affronta le tematiche care a quell’età complessa con la delicatezza di una sorella maggiore che adotta linguaggi e stati d’animo tipici dei suoi giovani lettori con realismo e partecipazione. E soprattutto è capace di coinvolgerli in riflessioni anche serie sulla solitudine, sul materialismo ed edonismo imperante, sul disagio di giovani spesso figli di famiglie divise. Non è un adulto che giudica, che si erge a paladino di valori ferrei e insindacabili, ma in un certo senso cerca di educare, di proporre modelli, di spiegare che l’apparenza, la bellezza fisica, sono solo qualità superficiali e sono ben altri i valori che contano. L’avvio è un po’ a lenta carburazione, ma superate le prime pagine la storia scorre fluida e senza intralci. Gli adulti forse sono caratterizzati un po’ troppo negativamente ma essendo in fondo una favola proietta e rappresenta anche la contrapposizione tra l’età adulta e l’adolescenza in cui per molti sarà facile riconoscersi.
L’autrice: Alex Flinn vive a Miami con il marito e le figlie adolescenti. Scrive dall’età di 5 anni e ha all’attivo 7 romanzi young adults compreso Beastly. Nel 2011 uscirà il suo nuovo romanzo Cloaked per i tipi di Harper Teen. 

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:: Recensione di Missione in Alaska di Mykle Hansen a cura di Giulietta Iannone

22 aprile 2011

1Merda. Dovrò anche cambiare lo pneumatico. Ma posso fare anche quello. Marv Pushkin può farlo. Marv Pushkin può fare tutto, perché è in armonia con l’universo. Marv Pushkin trionfa. Sempre.

Marv Pushkin, uno yuppie come si diceva qualche anno fa,  maschio, bianco, americano, manager di successo, giovane, bello, sexy, ricco, griffatissimo dalla calza alla mutanda, piace alle donne, cazzo, chiedete a Marcia del Controllo Prodotti, una sventola da paura, un sollazzo per il suo Walter, pensa bene che per accrescere ancora di più il suo potere, per contare di più all’interno dell’azienda, per fare parte della ristretta enclave dei dirigenti che contano, quelli per intenderci che per consolidare il loro affiatamento vanno in Tailandia in gita premio a sniffare e scopare come conigli, cosa c’è di meglio che esibire una testa d’orso impagliata nel suo super accessoriato ufficio e così carico di adrenalina e testosterone a mille organizza lui e la sua squadra una battuta in Alaska a caccia del prezioso Orso bruno americano. Direte voi che c’è di male? Sana avventura, contatto con la natura, gioco di squadra, il non plus ultra delle più moderne tecniche per motivare un team. Bene, diciamo che non tutto va esattamente come previsto e il nostro eroe si ritrova incastrato sotto il suo Suv, dannato cric, con i piedi in balia del concupito orso, che da orso cosa può fare se non mangiarglieli sgranocchiando cartilagini, tendini, ossa e compagnia cantando. Pensate che il nostro Pushkin si demoralizzi, niente affatto. Marv Pushkin sa che arriveranno i soccorsi, sa che l’elicottero  del Search e Rescue atterrerà e lo toglierà dai guai e poi due piedi bionici e via verso il suo luminoso futuro. Apoteosi del grottesco, allucinato e dissacrante ritratto dell’uomo medio americano, intossicato di consumismo, di gadget, di antidolorifici, figlio del Pensiero Positivo, dell’ottimismo a tutti costi Missione in Alaska di Mykle Hansen edito in Italia da Meridiano Zero e tradotto con una sorta di allegra e stralunata complicità da Francesco Francis è decisamente un libro surreale, ogni pagina contiene dosi di bizzarro umorismo capace di strappare tutta la vasta gamma di  manifestazione di piacere dalla ghignata sommessa alla risata sperticata. Hansen sicuramente è un tipaccio, su nelle foreste dell’Oregon a Portland dove vive ne avrà visti di Marv Pushkin, vestiti a capo a piedi in tuta mimetica di Ralph Lauren, affrontare una battuta di caccia o una seduta di pesca al salmone e da cosa nasce cosa, l’umorismo è contagioso e straripa nel ridicolo di un mondo, di una società senza più anima, in cui la superficialità, il gretto materialismo, la stupidità esibita come uno status sociale, fanno i loro danni e portano le loro funeste e tragicomiche conseguenze. Hansen è cattivo, sporco, scorretto e geniale e lascia al lettore la consapevolezza che se ci sono davvero persone come Marv Pushkin, si può ancora ridere, che un’ autentica risata è l’unico antidoto che ci rimane, prima della catastrofe.

Mykle Hansen, scrittore e performer specializzato in narrativa surreale e satirica, vive a Portland, nell’Oregon, ed è il brillante autore di romanzi culto come Eyeheart Everything, Rampaging F*ckers of Everything in the Crazy Shitting Planet of the Vomit Atmosphere (Wonderland Book Award 2008).
È inoltre musicista, batterista, programmatore informatico, scultore, falegname, ciclista, cultore delle arti marziali, nonché amante del tofu alla piastra.

:: Recensione di Di seta e di sangue di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2011) a cura di Giulietta Iannone

21 aprile 2011

imagesCi sono più cose in cielo e in terra che in un rapporto su un caso di omicidio.

Il Maestro Operaio Huang, mentre fa jogging alle prime luci dell’alba in una Shanghai invernale e oscura, si guarda intorno disarmato, tutto sta cambiando intorno a lui: dove sono finite le vecchie biciclette simbolo di uguaglianza e di efficienza?, ora i clacson delle auto strombazzano all’impazzata ad ogni ora del giorno e della notte, mentre nel cielo gli scheletri di alte grù sono all’opera nei nuovi cantieri dove si costruiscono gli ennesimi complessi residenziali per nuovi ricchi.
Poco più lontano, la sua vecchia casa in stile shikumen, dove aveva abitato assieme a un’altra dozzina di famiglie di operai, stava per essere rasa al suolo per far posto a un grattacielo.
Ormai sono i ruggenti anni Novanta, tempi nuovi di trasformazione: nei chioschi si vendono bibite dai nomi stranieri Coca Cola, Pepsi Cola, Sprite.  La Cina socialista è finita in mano ai cani capitalisti come dicono i ritornelli delle canzoncine alla moda. E Huang ormai settantenne anche se ancora in buona salute è un rudere, un sopravvissuto. Sono finiti i tempi gloriosi in cui era considerato un Lavoratore Modello, o un membro autorevole di una Squadra di Propaganda del Pensiero di Mao Zedong durante la Rivoluzione Culturale. Ora non è più nient’altro che un pensionato di un’acciaieria statale sull’orlo della bancarotta.
Mentre corre borbottando tra sé scopre il cadavere abbandonato di una ragazza e la cosa che lo colpisce di più è l’abito che indossa in stile mandarino: un qipao rosso simbolo un tempo di borghese decadenza e ora di gran moda tra i ricchi della città. Huang non ha dubbi non può che essere l’opera di un maniaco sessuale, l’ assassino del qipao rosso.
Dopo il primo ritrovamento altre ragazze vengono uccise e abbandonate negli angoli più trafficati della città con indosso quell’insolito abbigliamento e ben presto lo spettro del serial killer inizia a ingrandirsi inquietante nelle menti sovreccitate dei responsabili politici e degli alti papaveri della polizia.
Il caso viene affidato in tutta fretta alla squadra casi speciali  e chi se non l’ispettore capo Chen Cao del Dipartimento di polizia di Shanghai può far luce sull’inquietante mistero che sembra compromettere il buon nome stesso del Partito.
Chen accetta ma a malincuore, infondo lui amerebbe di più occuparsi di letteratura e conseguire il suo master in santa pace, ma non ha alternativa. Sfuggito per un pelo ad un caso spinoso di corruzione non ha altra scelta che trovare il colpevole prima che uccida ancora e per farlo dovrà rinvangare il passato, e far luce sugli episodi più buoi e controversi della Rivoluzione Culturale dove tutto sembra avere avuto inizio.
Di seta e di sangue di Qiu Xiaolong, quinto libro della serie dell’ispettore Chen Cao, è un classico police procedural incentrato sulla figura dell’ispettore protagonista e impreziosito da un’accurata analisi politica e sociologica della Cina contemporanea.
Un romanzo impegnato per certi versi che l’autore dedica al fratello Xiaowei: A mio fratello Xiaowei se non avessi avuto fortuna, ciò che accadde a lui durante la Rivoluzione Culturale sarebbe potuto capitare a me.
Attento ai dettagli e alla consequenzialità degli eventi Xiaolong affida alla deduzione e all’intuito del personaggio principale e della sua squadra la risoluzione del caso concentrando tutto nel finale per certi versi drammatico anche se è più che evidente già a metà del libro il colpevole. Questo sicuramente allenta la suspence che non sembra l’obbiettivo primario dell’autore più attento invece ad analizzare le motivazioni psicologiche dei personaggi, soprattutto del colpevole visto a sua volta più come una vittima che un efferato assassino.
Ciò che conta davvero per l’autore è tratteggiare i cambiamenti avvenuti nella società cinese, denunciarne i mali come la corruzione endemica soprattutto politica, la mancanza di etica dei nuovi ricchi disposti a tutto per il dio denaro, l’incapacità di un’ onesta e obbiettiva revisione storica della Rivoluzione Culturale.
Non manca infine un certo lirismo tipicamente orientale asciutto e non sentimentale che lascia il lettore piacevolmente affascinato.
Consigliato a chi ama i polizieschi classici e soprattutto la Cina, ne emerge un suo ritratto fedele e realistico ma anche pieno di struggente bellezza.

Xiaolong Qiu, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre alle inchieste dell’ispettore Chen, pubblicate in trenta paesi, già adattate per una popolare serie radiofonica della Bbc e presto anche per una serie televisiva, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao. www.qiuxiaolong.com/

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Via con me, Castle Freeman, (Marcos Y Marcos, 2011) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2011
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Una bella mattina d’inizio estate, in un ameno borgo rurale  tra i boschi del Vermont, una donna aspetta rintanata nella sua auto lo sceriffo del luogo. Lillian, un tipetto tosto, lunghi capelli scuri fino alle chiappe, cameriera di tavola calda, appena mollata dal fidanzato Kevin, che di punto in bianco ha pensato bene di sparire senza dare più notizie, ha un problema bello grosso di nome Blackway, un ex vicesceriffo con in ballo affarucci di droga che gli sono costati il licenziamento, grazie proprio alla testimonianza della donna.
Ora Lillian ha paura, sa che Blackway ha intenzione di fargliela pagare, e già ha iniziato a darle noia: un giorno è il vetro dell’auto che va in frantumi, un altro è la sua gattina Annabelle ad essere sgozzata sulla veranda di casa.
Prima che succeda il peggio Lillian decide di rivolgersi allo sceriffo Ripley Wingate, il quale nicchia , tentenna, dice che la legge può fare poco o niente. Non ci sono prove, non si può certo arrestare qualcuno per delle semplici supposizioni. Che mondo sarebbe? A chi piacerebbe vivere in un paese così senza legge? Perché non taglia la corda invece come ha già fatto il suo ex in un raro colpo di genio, perché non torna a casa sua?
Ma Lillian non ne vuole saperne. È Blackway che deve smetterla. Allora una soluzione forse ci sarebbe può sempre chiedere aiuto al vecchio Alonzo Boot, detto “Whizzer” da quando un incidente l’ ha costretto su una sedia a rotelle. Whizzer ha un cuore d’oro e una corte di amici, un tantino sciroccati, che bazzica la sua segheria, ormai in disuso che andava forte ai tempi della Guerra Civile.
Perchè non cerca un certo Scotty Cavanaugh, che ha un conto in sospeso con Blackway per una faccenda di pugni presi in una rissa una decina di anni prima e quasi certamente sarà felice di aiutarla.
Lillian infondo non ha niente da perdere, così si reca alla segheria e spiega i suoi guai a Whizzer e compagni. Scotty non c’è, ma al suo posto si offrono volontari Lester, un vecchietto pieno di risorse, e Nate il Grande, più intelligente di un cavallo ma meno di un trattore, ma grande e grosso e soprattutto un bravo ragazzo.
Con la benedizione di Whizzer i tre si mettono sulle tracce di Blackway e quello che succederà da quel momento in poi, fino all’imprevedibile finale ha il gusto di quelle ballate blues un po’ scanzonate un po’ inverosimili che i tagliaboschi cantano intorno al fuoco nelle serate d’ inverno.
Via con me di Castle Freeman  è sicuramente un piccolo capolavoro di arguzia e umorismo, giocato tutto sui dialoghi, graffianti, acuti, brillanti, dove mai una parola è fuori posto. Un romanzo corale per alcuni versi, in cui molte voci si alternano e si fondono in una sinfonia divertente e divertita.
C’ una bella ragazza in pericolo, due improbabili cavalieri senza macchia e senza paura (il Grande Nate per tutto il libro ripete: non ho paura di Blackway quasi a farsi coraggio), un cattivo, che definendolo un vero bastardo non ci si allontana tanto dal vero, un gruppo di allegri vecchietti che bevono birra ghiacciata tutto il santo giorno e spettegolano rinvangando il passato e creando un piacevole sottofondo da coro greco che si alterna alla narrazione principale.
Tutti gli ingredienti insomma da saga western, in bilico tra l’ affresco rurale e il canto epico medioevale;  non a caso l’autore dice di essersi ispirato a La morte di Artù di Thomas Malor.
Traduzione stupenda di Daniele Benati che ha saputo, con rara maetria, rendere la cadenza del linguaggio parlato in modo realistico e frizzante. Sebbene ambientato nel presente conserva un gusto retrospettivo davvero insolito, che riporta alla memoria le pagine di Faulkner e Steinbeck e con un pizzico di Cormac McCarthy. E per finire a colorire il tutto qualche momento di sana azione condita da un humor nerissimo, basta leggere il capitolo intitolato L’orecchio di Murdock, un racconto in sè che potrebbe vivere di vita propria.

Castle Freeman ha sempre amato la brevità. Saggi lampo, racconti lunghi un soffio, quattro romanzi sotto le duecento pagine.
La sua rubrica radiofonica – “The Farmer’s Calendar” – un almanacco dedicato agli agricoltori, dura due minuti. Nella sua casetta di legno di colore rosso acceso, nel Vermont, Freeman preferisce scrivere, riscrivere e limare finché di un testo non rimangono che le parole essenziali.
Ama i classici: legge e rilegge Twain, Joyce, Faulkner. Ha dichiarato che Via con me si ispira a La morte di Artù di Thomas Malory.

Daniele Benati, nato a Masone nel 1953, è scrittore e traduttore. Dopo aver insegnato in varie università in Irlanda e negli Stati Uniti, ha collaborato alla rivista «Il semplice» con Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni, dove ha pubblicato racconti e traduzioni.
Sempre con Celati, ha curato Storie di solitari americani (Rizzoli, 2006), dove ha tradotto racconti di Mark Twain, Jack London, Sherwood Anderson, Ring Lardner, Delmore Schwartz e Flannery O’Connor. Ha anche tradotto opere di Flann O’Brien (La miseria in bocca; Il boccale traboccante; L’ardua vita, Cronache dublinesi), James Joyce (Gente di Dublino), Ring Lardner (Tagliando i capelli), Tony Cafferky (Storie di identità), e Seumas O’Kelly (La tomba del tessitore) e ha curato l’edizione americana di Carta canta, monologo teatrale di Raffaello Baldini (Einaudi, 2000). È inoltre l’autore di Silenzio in Emilia (Feltrinelli, 1997; Quodlibet, 2008) e Cani dell’Inferno (Feltrinelli, 2004) e delle Opere complete di Learco Pignagnoli (Aliberti Editore, 2006), che ha dato luogo a una serie di memorabili convegni-spettacolo in giro per l’Italia.

Source: inviato dall’editore.

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