Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Recensione di Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys (Garzanti 2011) a cura di Giulietta Iannone

30 agosto 2011

Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys

Oggi voglio parlarvi di un libro speciale, di un romanzo uscito il 25 agosto grazie a Garzanti, che si intitola Avevano spento anche la luna scritto dall’americana, ma di origini lituane, Ruta Sepetys. L’ho definito un romanzo, ma penso sia riduttivo, narra una storia vera, sia nei fatti, che nei sentimenti, coinvolgente come un diario, attenta alla ricostruzione storica e alla verità dei fatti come un reportage, una storia che nasce dalla voce dei pochi sopravvissuti lituani che ancora possono ricordare i gulag, i campi di lavoro in Siberia in cui Stalin faceva confinare tutti coloro che erano accusati di attività antisovietiche. Tra le pagine nere della Storia, la tragedia lituana, come il genocidio armeno, o il genocidio in Congo, è stata avvolta da una coltre di colpevole silenzio, prima perché i sopravvissuti non osavano parlare per paura di ritorsioni, poi perché i negazionisti hanno continuato a contribuire all’annullamento della memoria. Conoscevo la storia degli ebrei di Vilnius, esiste il Museo Statale Ebraico di Vilnius a testimonianza degli stermini di massa dei nazisti ma a parte rare voci penso a Alexander Solzhenitsyn in pochi hanno parlato dei gulag staliniani. Tornando al romanzo, è perlomeno bizzarro che molto spesso tocchi alla letteratura fare luce sui drammi contemporanei e no, tocchi ad Avevano spento anche la luna parlare dei venti milioni di persone che morirono durante le purghe etniche di Stalin negli stati baltici.
In Avevano spento anche la luna la storia terribile delle deportazioni staliniane viene vista  e descritta dagli occhi innocenti di una ragazzina che nell’estate del 1941 viene prelevata con mamma e fratellino e deportata con migliaia di altri lituani dai sovietici di Stalin, in Siberia e poi sempre più a nord fino al Polo Nord. Il viaggio massacrante senza cibo ne acqua con altri disperati su un carro bestiame ha le stesse modalità delle deportazioni naziste che avvenivano negli stessi giorni, quasi che l’orrore avesse un’unica lingua. La brutalità delle guardie, la durezza del viaggio, fanno capire a Lina, la protagonista, che il tempo felice dell’infanzia è finito e inizia il tempo del dolore e della lotta per la sopravvivenza. Il padre viene separato da loro e portato in un’altra destinazione e forse non lo vedranno più. Quando giungono a destinazione superstiti di un viaggio allucinante iniziano i lavori forzati per coltivare barbabietole. Scavano con una palettina la terra durissima con pochissimo cibo, preda di tutte le malattie dovute al freddo e alla malnutrizione. Ma Lina non è una debole, ha in sé una forza straordinaria che le permette di innamorarsi, di disegnare, di sperare al di là della speranza, di desiderare, pretendere la salvezza. Sarà difficile che non vi salgano le lacrime agli occhi, io ho pianto. Sarà difficile che non proviate un moto di empatia che vi farà sentire vicini alla protagonista, vedere il mondo con i suoi occhi, provare paura, rabbia, sgomento, orrore e amore. Poetico e tragico, dolente e  toccante, è un libro importante, da far leggere specie alle nuove generazioni che si affacciano alla vita e si interrogano sul passato. Siamo il frutto di quelle scelte, di quei fatti, siamo i figli di quegli uomini.

Ruta Sepetys è nata negli Stati Uniti da una famiglia di rifugiati lituani la cui storia ha ispirato il suo primo romanzo, il bestseller Avevano spento anche la luna (2011). Sono seguiti i romanzi Una stanza piena di sogni (2013), Ci proteggerà la neve (2016) e L’orizzonte ci regalerà le stelle (2020). Vive nel Tennessee con la sua famiglia.

:: Recensione di Buio d’estate di Mons Kallentoft a cura di Giulietta Iannone

17 agosto 2011

Buio d’estate di Mons KallentoftDopo aver esordito con Sangue di mezz’inverno Mons Kallentoft, quello che per intenderci ha il vezzo di fare parlare i morti, torna in Italia con il suo secondo romanzo Buio d’estate, sempre edito da Edizioni Nord, un poliziesco nordico, con sfumature femministe, che vede l’ispettrice Malin Fors alle prese con un caso che la metterà in gioco innanzitutto come madre prima ancora che come poliziotto. Siamo a Linköping, amena città della Svezia meridionale, sulle sponde del lago Roxen, in una torrida estate che non conosce pietà. Si invoca un temporale che non arriva e intanto gli incendi divampano nelle foreste di Tyallmo, mangiandosi ettari ed ettari di terreno boschivo. Quando spira brezza dai boschi, si sente odore di bruciato, l’aroma più appropriato in questa Linköping avvolta in un bollore infernale, giorno e notte, con i venti del sud che hanno preso possesso di tutta la regione meridionale della Svezia, mischiandovi una cappa di alta pressione. L’estate più calda a memoria di uomo. E di donna. Malin Fors ha voglia di acqua, per combattere la calura e non pensare a sua figlia in vacanza a Bali con suo padre. Un viaggio vinto alla lotteria del comune, un viaggio da sogno per permettere a padre e figlia di starsene da soli, il loro primo viaggio insieme, la prima volta che Tove lasciava l’Europa. Malin si rifugia nello stabilimento balneare Tinnis e non c’è niente di meglio per rinfrescarsi che una bella nuotata. Il tuffo, l’acqua gelida, qualche bracciata, poi un suono la richiama alla realtà. Lo squillare del suo telefonino, teso da un solerte passante, un volto nero in controluce, un uomo che fatta la sua buona azione scompare quasi consumato dalla luce. E’ il suo collega Zeke Martinsson. Alla Società di Orticoltura è stata ritrovata una ragazza in stato confusionale, seviziata, probabilmente violentata, che non ricorda il suo aggressore, solo il suo nome: Josefin Davidsson. E’ l’inizio di qualcosa di terribile, non è che una sensazione ma l’intuito molte volte non sbaglia. Un’altra ragazzina scompare e questa volta viene ritrovata morta ma tutto fa pensare che le sevizie siano state compiute dalla stessa mano che ha torturato Josefin. Poi una ragazzina ancora. Malin sente nella sua anima il dolore dei loro genitori, anche lei ha una figlia, anche lei impazzirebbe se qualcuno le facesse del male. E quel qualcuno c’è, si muove, respira, architetta i suoi diabolici piani a Linköping e Malin deve fermarlo. Non ha scelta. Buio d’estate accolto dalla critica svedese con grande entusiasmo, addirittura Kallentoft viene citato come uno dei nuovi maestri del giallo non sotante la relativa giovane età, si avvia a diventare un nuovo best seller anche all’estero, sull’onda lunga del giallo nordico, e a mio avviso rientra sicuramente nel dignitoso lavoro di un onesto artigiano, un lavoro confezionato da un autore che sa scrivere, sa escogitare trame originali, sa far affezionare il lettore alla protagonista, una donna, con mille difetti e qualche qualità, una madre single con figlia adolescente, normale, rude quanto basta per saper fare un mestiere che costringe ad entrare in contatto con i lati peggiori dell’animo umano. Una donna con la pistola, un’ eroina che non si arrende finchè il male non viene fermato, dissolto, disintegrato. Alcune pagine sono davvero di struggente bellezza, specie quando descrive gli ambienti, gli scenari, ha un tocco davvero quasi poetico. Ci sono frasi che richiamano subito un’immagine, un frammento di visione, paralizzata in una goccia d’ambra. Accennavo alle venature femministe, Buio d’estate è interessante, oltre che come thriller, anche come spaccato di vita, come affresco sociale della condizione della donna nell’emancipata e progressista Svezia. I temi della violenza contro la donna, dell’omosessualità, vengono trattati con una certa incisività e danno spazio a riflessioni di solito non presenti in questo genere di libri. La voce dei morti, dell’assassino, si sovrappongono alla narrazione come squarci sull’abisso del male, possono risultare opprimenti ma rientrano nell’economia della narrazione.                     

:: Recensione di Nero Oceano di Stefàn Màni a cura di Giulietta Iannone

11 agosto 2011

Nero oceanoFuori, il vento soffia forte da occidente, agitando le tende. Le fiammelle delle candele vacillano e sul vetro scuro della finestra si abbattono grosse gocce di pioggia, a ritmo con i baci umidi, i cuori che pulsano all’impazzata e la musica cupa. Le candele mandano un ultimo scoppiettio di cera e si spengono, e un fumo azzurro nuota come un pesce nel buio, per sparire nelle profondità del soffitto.
Nessun bene dura per sempre. Il male invece, è eterno.

Vi presento Stefan Mani. Islandese, ex pescatore, sguardo da duro, pizzetto scuro, bicipiti tatuati, canottiera nera da camionista, cappello da cowboy, un po’ Village people un po’ teppista nordico, tutto direste tranne che scrittore, e invece è l’autore di Nero Oceano Marco Tropea Editore, Collana Fuorionda, pagine 378, traduzione dall’islandese di Alessandro Storti, un noir davvero insolito che sta risollevando la mia estate. Claustrofobico, inquietante, sadico, nerissimo è un romanzo che prende alla gola e ti porta di peso in un universo costretto, asfissiante, narrando un vero e proprio dramma dell’isolamento e descrivendo un mondo tutto al maschile segnato da una lotta in crescendo per la sopravvivenza. Un gioco al massacro in mare aperto per nove uomini accomunati da segreti, a volte proprio crimini, ciascuno con un peso sulla coscienza, ciascuno con un appuntamento con il destino. Settimo dei nove romanzi che ha scritto fino ad oggi Mani, e il primo tradotto in italiano,  Nero Oceano disorienta e affascina soprattutto per le sue atmosfere vagamente horror e per un’ ambiguità di fondo carica di tensione. In breve la trama. Nove marinai islandesi partono dal porto di Grundartangi a bordo di una scalcinata nave cargo destinazione Suriname. Ma il viaggio inizia con un’ombra nera che grava come una maledizione. All’insaputa del capitano l’equipaggio ha deciso infatti, come contromisura per salvarsi dalla decisione dell’armatore di licenziarli tutti alla fine del viaggio, di scioperare, fermando le macchine a metà del viaggio, in una sorta di ammutinamento che dovrebbe garantirgli la sicurezza di un futuro. Quello che non sanno è che li aspetterà la tempesta, i pirati, continui sabotaggi, un clandestino. Solo alcuni arriveranno vivi in Antartide, ma questa terra inospitale non è certo la salvezza. Si salverà qualcuno veramente? Questa è la domanda che si insinua subdolamente nella mente del lettore nei capitoli finali seppure i presentimenti sono neri come il cielo che sovrasta l’oceano. Quasi un omaggio a Lovecraft, anzi l’autore sfacciatamente lo cita (come fonte di ispirazione?) nei ringraziamenti assieme a Sartre forse quello di Huis clos, la stanza senza né finestre né specchi metafora dell’inferno, non a caso il clandestino si chiama Satana.  Vertiginosa discesa in un incubo che lentamente ma inesorabilmente proietta i protagonisti in un abisso di dannazione e morte. Il mare come metafora dell’ignoto, della paura, del mistero, catapulta poi tutto in un nichilistico nulla. In Francia la rivista “Lire” l’ ha eletto miglior noir del 2010 e grazie all’eco di questo successo è arrivato anche da noi. Che dire di più. Leggetelo aspetto i vostri commenti.

:: Recensione di Il mosaico di ghiaccio di Lars Rambe (Newton compton 2011) a cura di Giulietta Iannone

26 luglio 2011

Secondo romanzo dell’avvocato e scrittore svedese Lars Rambe, già autore del promettente Incubo bianco, Il mosaico di ghiaccio, pubblicato in Italia dalla casa editrice Newton Compton e tradotto da Mattias Cocco, ci riporta a Strängnäs, pittoresca ed amena cittadina svedese che esiste veramente come Rambe ama sottolineare, nella vita di Fredrik Gransjö reporter d’assalto specializzato in cronaca nera e politica locale del Strängnäs Dagblad. Direte voi l’estate è una stagione tranquilla, il tempo ideale per intrattenere turisti e indigeni con un simpatico Festival del jazz, capace di radunare i migliori musicisti di mezzo mondo. Strängnäs non potrebbe essere più idilliaca e ben frequentata di così e invece tutto sembra andare storto. Prima l’evasione di Szalas, poi i Corpi speciali sparsi nei quattro angoli della zona per cercarlo e poi attacchi ai furgoni portavalori, rapine in banca e chi più ne ha più ne metta. Decisamente un’ estate movimentata. Il mosaico di ghiaccio più che un classico thriller nordico tutto neve, fiordi e critica sociale è più che altro un’ insolita gangster story in cui il protagonista quasi sbiadisce e i riflettori vengono puntanti quasi unicamente sui “cattivi”, sui loro conflitti famigliari, sulle loro donne, sui loro piani criminosi, sul modo in cui la faranno più o meno franca alla faccia della solerte polizia svedese. Con un occhio di riguardo ai gangster movie americani degli anni Trenta Rambe ci presenta Marcin Szalas criminale di professione polacco evaso dal carcere di Bondhagen e Jimmy Phil ladruncolo con il sogno di diventare pilota professionista di rally impegnati a fare il colpo della vita non ostante il Klan, organizzazione criminale di Eskilstuna, che a quanto pare decide vita , morte e miracoli di tutti i piccoli delinquenti della zona. A indagare sui crimini del nutrito gruppo di delinquenti Fredrik Gransjö fresco padre di Hampus alle prese con notti insonni, rigurgiti di neonato e pannolini e Emilia Gibbons tirocinante per il periodo estivo dello Strängnäs Dagblad.  Diciamo che Rambe ha avuto coraggio, ha cercato di cambiare le regole classiche del genere cercando di portare una ventata di novità e forse si può dire che la sua scommessa sia in un certo senso riuscita. L’ambientazione di provincia ha un suo indubbio fascino e adempie egregiamente da sfondo per una storia forse un tantino troppo complessa ma giocata sui toni dell’ironia e del rifiuto dell’ovvio. Diciamo subito una cosa chi scrive, non ostante la saturazione raggiunta dal cosiddetto “giallo nordico”, e in effetti più che una moda sta assumendo anche caratteristiche grottesche, si pubblica di tutto basta che provenga dal freddo nord, apprezza il genere, trova interessanti autori anche da noi meno conosciuti come Gunnar Staalesen o Kjell Ola Dahl, per cui forse non faccio testo, ma tuttavia apprezzo chi cerca di cambiare le regole del già detto e si ingegna a intraprendere nuove strade. Rambe è uno di quelli.

È un avvocato svedese. il suo primo libro, Incubo bianco, pubblicato con successo in diversi Paesi, ha scalato le classifiche anche in Italia. Il mosaico di ghiaccio è il secondo romanzo che ha come protagonista Fredrik Gransjö, mentre Le donne del lago è un thriller a sé stante che riproduce però le cupe atmosfere nordiche cui Rambe ci ha abituato. Per maggiori informazioni sull’autore, visitate il suo sito www.larsrambe.se

:: Recensione di Se muoio prima di svegliarmi di Sherwood King (Polillo Editore 2011) a cura di Giulietta Iannone

17 luglio 2011

bnhSe muoio prima di svegliarmi (If I Die Before I Wake, 1938), dello scrittore americano Sherwood King, quinto titolo della collana I Mastini dedicata dalla Polillo all’hard boiled, è diciamolo subito un classico del noir che ispirò, con alcune licenze, la celeberrima trasposizione cinematografica dal titolo La signora di Shanghai, (che Orson Welles girò nel 1946 con Rita Hayworth, al tempo sua moglie, che con questo film divenne la famme fatale per eccellenza del cinema hollywoodiano degli anni ’40).
Il romanzo fu già edito in Italia nella collana Il Giallo Mondadori nel 1972, numero: 1226, con il titolo L’altalena della morte, traduzione di Dino Falconi, ma grazie alla Polillo torna con una nuova traduzione di Bruno Amato, moderna e filologicamente accurata.
New York. Laurence Planter è un giovane ex marinaio assunto come autista da un ricco avvocato di nome Mark Bannister, un uomo infelice che vive ritirato, a causa di una gamba malandata ricordo di guerra, in compagnia della bellissima moglie Elsa, di parecchi anni più giovane di lui. Un giorno riceve una strana proposta da Lee Grisby, il socio di Bannister: riceverà 5 mila dollari se fingerà di ucciderlo permettendogli così di sfuggire dalla moglie e con una nuova identità di rifarsi una vita nei Mari del Sud.
Laurence, seppur tentato dai soldi, percepisce subito che qualcosa non quadra, ma ormai per tirarsi indietro è troppo tardi. Accusato di omicidio, con la prospettiva di finire i suoi giorni sulla sedia elettrica del tutto innocente, Laurence farà di tutto per uscirne vivo giocando la sua partita con una dark lady spietata e senza scrupoli, la cui unica debolezza è essersi innamorata di lui.
Se muoio prima di svegliarmi, scritto magistralmente da un quasi sconosciuto Sherwood King, è un piccolo capolavoro in cui gli archetipi del genere, dall’innocente accusato ingiustamente, alla dark lady avida e corrotta, giocano la loro parte in un susseguirsi di colpi di scena capaci di creare una suspence continua e tesissima.
Noir dal meccanismo impeccabile ed equilibrato, in cui ogni tassello si incastra alla perfezione l’uno nell’altro, raggiunge il suo vertice grazie soprattutto ad un nervoso gioco psicologico registrato dalla voce del protagonista che racconta l’azione in prima persona.
Bello anche il personaggio del sergente McCracken, poliziotto onesto e ligio al dovere, un eroe all’antica, che crede nell’innocenza di Laurence non ostante tutto giochi a suo sfavore, e non si arrende fino a che non avrà assicurato alla giustizia il vero colpevole.
Stile, dialoghi, personaggi semplicemente perfetti.

Raymond Sherwood King (1904-1973) nacque a Yonkers, New York, ma crebbe tra il Kansas e Milwaukee, nel Wisconsin, dove si laureò alla Marquette University. Trasferitosi a Chicago, dopo esperienze nel campo della pubblicità e delle vendite, divenne collaboratore fisso del quotidiano Chicago Tribune. Pur essendosi dedicato alla narrativa, con una predilezione per quella poliziesca, fin da giovanissimo, pubblicò il suo primo romanzo, il mystery Between Murders, solo nel 1935. Oggi la sua fama è legata al libro successivo, If I Die Before I Wake (Se muoio prima di svegliarmi), che risulta essere la sua ultima opera.

:: Recensione di Scatole siamesi di Fabio Novel a cura di Giulietta Iannone

15 luglio 2011

Scatole siamesiThailandia. Kuldilok Jaisai detto Khong, figlio di un mezzo sangue nato dall’unione di un cliente italiano e di una prostituta di Phuket, è un ex pluridecorato sergente maggiore appartenente alle Forze Speciali che lasciata l’uniforme mimetica ha deciso di “seppellirsi in un’altra fottuta uniforme” diventando ispettore della polizia di Bangkok. Assegnato al quartiere di Silom con tutti i privilegi tra cui pure un appartamento in un fatiscente palazzo “ di una trentina d’anni appena”e abbandonate le illusioni di difensore della legge, impara subito l’arte del compromesso diventando un poliziotto moderatamente corrotto. Non si accontenta comunque solo dello stipendio di sbirro, per arrotondare si improvvisa anche guida turistica, lavoro che gli piace e gli da mille soddisfazioni almeno fino al giorno in cui il suo mondo vine improvvisamente messo a soqquadro. Tutto inizia una mattina di settembre del 2058, Kuldilok si aggira per la città sotto una pioggia battente tra locali equivoci e ritrovi per prostitute finchè tra l’atmosfera fumosa di un locale intravede tre uomini e due donne, 5 turisti stranieri,  4 statunitensi e un australiano, che attirano il suo sguardo. Il giorno dopo una telefonata inattesa fatta da uno del gruppo di stranieri gli propone un affare: i cinque amici cercano una buona guida e hanno pensato a lui. Kuldilok accetta senza sospettare minimamente che sarà l’inizio di una caccia senza tregua sulle orme del Fattore Freedom, un segreto che era destino non restasse nascosto per sempre. Scatole siamesi di Fabio Novel già edito nel 2002 dall’Editrice Nord e ora disponibile in formato ebook da Delos edizioni è una piacevole scoperta che propongo volentieri ai lettori di Liberidiscrivere che come me amano l’azione, l’ avventura e gli scenari esotici del Sud Est Asiatico. Non che Fabio Novel sia una new entry assoluta, ho iniziato ad apprezzare la sua scrittura immaginifica e ingegnosamente creativa più che altro leggendo i suoi racconti sparsi per il web e devo dire che il suo amore per l’Asia mi ha riportato alla mente non poche reminescenze salgariane che faranno felici gli amanti dell’avventura tout court. Ma Scatole siamesi, non è solo avventura, è un’indagine disseminata di indizi concatenati e nascosti l’uno nell’altro come appunto in un gioco di scatole cinesi, è una spy story classica in cui servizi segreti e criminali spietati si contendono un segreto in una lotta senza esclusioni di colpi, il tutto trasportato in un futuro abbastanza prossimo ma sufficiente a divertire anche gli appassionati di fantascienza. Novel utilizza uno stile ibrido, non solo spazia tra i generi, ma anche adatta i registri narrativi a seconda delle circostanze utilizzando prevalentemente le venature del thriller per creare suspence e nello stesso tempo giocando con la prima e la terza persona dando al lettore la possibilità di vedere la storia da diversi punti di vista. La parte sicuramente più riuscita o meglio quella che mi ha più colpito è senz’altro la descrizione dell’ambientazione, la Bangkok futuristica che emerge ricorda gli scenari di Philip K. Dick e sicuramente rimarrà impressa nella mente del lettore anche quando la lettura sarà finita. Novel poi ha un modo di scrivere davvero fluido e piacevole, in cui si nota la cura per la scelta delle parole, che rende interessanti sia le descrizioni che i dialoghi. Forse la prima parte è più lenta e si stenta a capire bene i meccanismi dell’azione ma da metà in poi una certa accelerazione divertirà il lettore fino al finale in cui ogni tassello sarà messo al suo posto con notevole ingegnosità

Fabio Novel è uno scrittore attivo su più generi: spy story, fantascienza, noir, fantasy, western… Ha pubblicato narrativa e saggistica per vari editori, tra cui Nord, Mondadori, Delos Books, Curcio, MilanoNera, NoReply e Delos Digital. Ha esordito con il romanzo “Scatole siamesi” (Nord, 2002; Delos Books, 2010), uno spy thriller futuristico ed esotico. Ma è soprattutto nella (varia) misura del racconto che ha trovato la sua dimensione ottimale di autore, con lavori pubblicati in libreria, in edicola (“Segretissimo”, “Il Giallo Mondadori”), su riviste, nel web e in ebook. Come articolista ha collaborato principalmente con i siti del Delos Network. Per “Segretissimo “Mondadori ha curato le antologie “Legion” e “Noi siamo Legione”. Nel catalogo Delos Digital è presente anche con gli ebook “Phuket Inferno” e “Sangue Khmer”.

:: Il bacio della vedova di Andrè Héléna (Aisara 2011) a cura di Giulietta Iannone

27 giugno 2011

Il bacio della vedova di Andrè HélénaAdesso non aveva quasi più paura. Era triste, ecco tutto, era triste. Solo i rimpianti tornavano da lui come cani fedeli ma fastidiosi. La gioia e la felicità avevano senza dubbio tagliato la corda molto tempo prima. Del resto che gioie aveva avuto? Aveva creduto di averle. Ogni felicità era stata una finzione. Erano state tutte rovinate da cose  squallide da storie di soldi o di adulterio. Anche dall’amicizia era stato tradito. Aveva finito per non credere più a niente, per avere una vita corrotta, fatta di imbrogli. Era arrivato ad un punto che la felicità la comprava come si compra un pacchetto di sigarette come si affitta una ragazza. All’ora, al mese, o all’anno. Ma infondo era sempre una questione di soldi. Fino al moneto in cui… E dire che era lui che stava per baciare la Vedova!

In una Parigi malinconica e piovosa popolata da gangster, prostitute, magnaccia, poliziotti e poveri diavoli si consumano tra bistrot e hotel malfamati le ultime ore di libertà di Maxence, un ragazzo decisamente sfortunato, a cui il destino ha truccato le carte portandolo inesorabilmente nelle braccia della ghigliottina.
“Il bacio della vedova”, così si chiama la ghigliottina dai tempi della Rivoluzione Francese, infatti porrà fine ai suoi giorni e per quanto faccia, per quanto si dibatta, nessuna grazia, nessun miracolo lo salverà da questo tragico destino.
Maxence conosce le regole del gioco sa di non essere nato sotto una buona stella, sa che se solo non si fosse innamorato di Anna Martina, se solo non avesse incontrato Robert il Lionese il gangtser appena evaso, beh forse il destino avrebbe potuto essere diverso, ma tutto congiura contro di lui, e l’inevitabile sentenza di morte che gli pende sul capo e già scritta, anche quando Mario Chilone il droghiere italiano si ferma nel suo solito bistrot a prendere un Cinzano prima di tornare a casa in seno alla sua solida famiglia borghese con la sua borsa piena di soldi, perché lui per arrotondare fa l’usuraio dissanguando i suoi compatrioti.
A casa sua con una pistola in pugno lo aspetta proprio Robert il Lionese l’ex fidanzato della sua figlia maggiore Ida, un gangster che vuole i suoi soldi e forse anche sua figlia. Chilone si fa derubare senza muovere un dito perché infondo è un vigliacco, invecchiato e impaurito da tutte le notizie che si leggono sui giornali, forse da giovane avrebbe reagito ma ora no ha bisogno di chi faccia il lavoro sporco per lui così si reca a casa di Guido lo straccivendolo e gli chiede il modo di contattare suo nipote Bruno il Siciliano, un gangster, proprietario a Pigalle di un bar il Saturne in rue Fontaine, paravento per i suoi traffici illeciti.
Incerto se tiene di più alla figlia o ai soldi Chilone chiede aiuto a Bruno che subito incarica Hector, un killer che lavora per lui, di uccidere Robert e di recuperare la borsa con i soldi.
L’esecuzione avviene proprio sotto gli occhi di Maxence in un ristorante di Les Halles e da questo momento in poi il destino del giovane è segnato.
Il bacio della vedova è un noir decisamente privo di sbavature o facili sentimentalismi. E’ un noir duro, in cui il senso di tragedia anticipato dall’epilogo posto all’inizio stempera e vanifica qualsiasi parvenza di suspense.
Maxence il protagonista è destinato a morire ghigliottinato, questa verità ci viene presentata quasi brutalmente nelle prime pagine del romanzo.
Helena non fa sconti, non indora la pillola, non cerca di abbellire il tutto con un’ aura romantica o commovente. Maxence infondo non ha nulla di eroico  è solo un piccolo delinquente senza nè arte e nè parte che cattura sì la simpatia del lettore per il suo ostinato tentativo di guadagnarsi una vita diversa, un amore, una speranza di riscatto, pur tuttavia è un vinto conscio di aver perso nel momento stesso che si permette ancora di avere speranza.
Un senso inevitabile di tragedia lo pervade e lo schiaccia in un gelido dramma esistenziale che in un certo senso accomuna l’umanità intera, l’ineluttabilità della morte. L’essenza stessa del noir.
La mala parigina, e tutto il sottobosco che la circonda fatto di spogliarelliste drogate,  prostitute minorenni, killer dagli occhi di ghiaccio sopravissuti a infanzie difficili per cui uccidere è una cosa naturale e non gli provoca la minima emozione, fanno da sfondo come un coro greco simbolo di tutta l’umanità dolente e disperata che popola questo romanzo breve e nello stesso tempo ricco di sfaccettature.
Di un lirismo a tratti struggente e a tratti patetico come il trucco disfatto di una bella donna Il bacio della vedova raggiunge vette a dir poco inconsuete. Capolavoro.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

:: Recensione di Il nostro segreto di Carlene Thompson (Marcos Y Marcos 2011) a cura di Giulietta Iannone

25 giugno 2011

Il nostro segretoQuando Marissa, giornalista di successo, torna ad Aurora Falls, tornano anche vecchi fantasmi del passsato. La morte della sua migliore amica la dolce e fragile Gretchen, avvenuta anni addietro, valente pianista le riporta alla memoria che non fu un tragico incidente, ma fu Dillon Archer che vedendola ubriaca su un cornicione invece di portarla in salvo le diede una spinta. Nessuno le credette, Dillon fu scagionato, ma Marissa sa che il sorridente e simpatico Dillon non è altro che un assassino. Ora dopo alcuni anni è Marissa a rischiare la vita, qualcuno vuole ucciderla e si salva per miracolo da un incidente stradale che non c’è ombra di dubbio è stato provocato. Il fantasma di Dillon riappare nella sua mente, è lui che la vuole morta? Per vendicarsi? Le sue paure sembrano trovare certezze quando muoiono anche tre abitanti del paese, tre morti che gettano tutti nel panico e fanno pensare alla presenza di un serial killer. Da qui in poi in un crescendo di avvenimenti si arriverà all’inaspettato finale che permetterà di svelare un oscuro segreto di famiglia che sta dietro a tutte quelle tragiche morti. Carlene Thompson di cui Marcos y Marcos ha già pubblicato: In caso di mia morte, Come sei bella stasera, Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia e Fredda è la notte è sicuramente una notevole creatrice di trame intricate e ricche di suspense. Molto attenta allo sviluppo psicologico dei personaggi, alterna momenti di tensione ad altri in cui la normalità sembra prevalere nella narrazione. In Il nostro segreto crea un personaggio negativo decisamente sopra le righe, Dillon Archer è il classico bravo ragazzo almeno in apparenza che nasconde un animo nero, che lo spinge a manipolare e ricattare gli altri senza alcuna pietà o compassione. Ci sarà lui dietro alle tragiche morti che si succedono a Aurora Falls? Marissa l’ha visto davvero uccidere l’amica Gretchen o Dillon si era sporto solo pere trattenerla e non per spingerla? Questi e altri interrogativi accompagneranno il lettore pagina dopo pagina fino all’imprevedibile finale che permette di svelare uno di quei segreti di famiglia capaci di smuovere gli istinti peggiori delle persone. Le dinamiche delle piccole cittadine dove tutti si conoscono e tutti si odiano, vengono analizzate dalla Thomspon con sorprendente accuratezza e mostrano la faccia peggiore di una società nascosta da spesse pennellate di perbenismo e ipocrisia. L’odio e la vendetta sembrano davvero gli istinti umani peggiori e i più diffusi capaci di portare al delitto anche le persone più insospettate.

Il nostro segreto Carlene Thompson Marcos y Marcos Collana Le foglie Prezzo di copertina € 15,00 2011, 408 p., brossura Traduttore Lucia Feoli Titolo originale Nowhere To Hide.

Carlene Thompson La “voce nuova” del brivido scrive da quando aveva otto anni, e si vede. Suo padre è un medico condotto che accetta come compenso… animali domestici. L’idea di scrivere le viene dopo aver visto La carica dei centouno. Immagina la “scaletta” del suo primo thriller vero e proprio molti anni dopo, mentre porta a passeggio due cani.

Dalla campagna e dagli animali non si separerà mai. Oggi Carlene Thompson vive in una fattoria che sembra un “albergo degli animali” a Point Pleasant, in West Virginia, accerchiata da scoiattoli che ogni tanto boicottano le linee telefoniche. Carlene Thompson ha al suo attivo una decina di romanzi, tradotti in varie lingue. Romanzi promossi a pieni voti dai lettori, che scrivono pareri entusiastici sui siti di tutto il mondo.

Marcos y Marcos ha pubblicato Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia, Fredda è la notte, Il nostro segreto, Ancora viva e Come sei bella stasera.

:: La meravigliosa utilità del filo a piombo di Paolo Nori a cura di Gea Polonio

7 giugno 2011
ghi

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Quando hai a che fare con Paolo Nori non sai mai come andrà a finire. Il suo affabulare è un torrente in piena, le parole scorrono con energia rimbalzando e deviando dal letto prestabilito ingrossate dal fluire dei pensieri.
È una raccolta di discorsi, questa, che detto così sembrerebbe quelle cose autocelebrative e un po’ pedanti, chissicredediesserequestoCalvino? Ma stiamo parlando di Nori, e qualunque categoria mentale, qualunque schema salta: senza botti, eh, quietamente, in un morbido e inesorabile tracimare di pensieri.
È a suo modo un unico saggio, questo: su concentrazione e scrittura, sull’onestà intellettuale, sull’importanza di restare nelle proprie braghe. Sulla memoria e la letteratura, sull’illusione di capire tutto in un mondo di esperti da divano, tra mamme che discutono di aeronautica senza aver mai messo piede su un aereo e nonni che invece avevano chiaro il concetto di quanto sia meravigliosamente utile un filo a piombo, sulla libertà interiore, che solo tu puoi portarti via. Su Tolstoj, su Benjamin, su Cage, sul liscio, sul viaggiare in treno e in macchina, sui matrimoni che non sembrano matrimoni e gli scrittori che non sembrano scrittori. E viceversa.
È una raccolta di saggi, questa: sulla fantascienza, dove si parla di Fruttero e Lucentini; sulla letteratura della DDR, dove si parla di bicchieri infrangibili e tele bianche, sull’arte moderna spiegata ai ciechi, e si parla del nonno, e di come ciò che non può essere spiegato debba essere taciuto; su democrazia e anarchia, e si parla di Daniil Charms. E se ne parla così felicemente che l’unica cosa da fare è correre in libreria e prcurarselo, Charms, e goderne ogni riga. Lo ha tradotto lui, Nori, e non c’è quasi soluzione di continuità tra l’uno e l’altro: le voci pur distinte si intersecano e danzano insieme, la poetica è simile, l’umorismo e la passione sono costanti di entrambi.
Charms, che in vita ha pubblicato solo cose per bambini, pur detestandoli. Charms, che si diceva fosse uscito un giorno per comprare le sigarette e svanito nel nulla, Charms di cui tutto quello che abbiamo è il contenuto di una valigia ritrovata tra le macerie di casa sua, un mucchio di appunti in cui la letteratura si mischia alla vita reale, Charms morto dopo essere stato rinchiuso in manicomio per dissidenza che era artistica malattia e schizofrenia che era disadattamento.  È bellissimo, Disastri. È un mondo che si apre, surrealista e leggero e visionario e profetico.
E la lettura parallela dei due fa venir voglia di pensare, ridere, approfondire i discorsi buttati là con nonchalance. Voglia di abbandonarsi ai vortici sinaptici, di mischiare musica e parole e emozioni le più svariate, di partecipare.
Per dirla con l’ultima frase della quarta di copertina del Filo: è stato bello, c’era tanta gente, siamo stati bene.

Paolo Nori, La meravigliosa utilità del filo a piombo, Marcos y Marcos, 2011
Daniil Charms, Disastri, trad. di Paolo Nori, Marcos y Marcos, 2011.

Source: libri del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: Recensione di Día de los muertos di Kent Harrington

6 giugno 2011

dias de los muertosDía de los muertos di Kent Harrington è un nero di confine, anzi un nerissimo piccolo capolavoro simile ad un tizzone sputato dall’inferno. Un classico che la Meridiano Zero rispolvera in grande stile in una nuova edizione che farà felici non solo i vecchi appassionati di noir come me, ma anche coloro che si accostano per la prima volta al genere e vogliono iniziare con i capisaldi del noir americano sporco e cattivo per intenderci, quello senza redenzione e senza luce anche se ambientato nell’assolata e bollente Tijuana, città feticcio del genere, da quando James Ellroy (chi non si ricorda di Tijuana Mon Amour), l’ ha eletta capitale mondiale dei disperati, dei maledetti da Dio e dagli uomini.
A Tijuana si va per fare impunemente tutto ciò che nelle rispettabili città dell’America perbenista e bacchettona non si può fare. E’ un asilo di reietti, un rifugio di anime dannate schiave del gioco d’azzardo, delle donne e della droga.
A Tijuana tutto è concesso. Tutto.
Lo sa bene Vincent Calhounun perdente con le ore contate che se non lo fa fuori il virus che gli scorre nelle vene ha una sfilza di nemici pronti a sparare il proiettile fatale.
Come c’è finito in quell’angolo di niente con le spalle al muro, senza via d’uscita? E’ una lunga storia che ci riporta ad un tempo in cui era un onesto professore precario in un piccolo paesino rurale della California.
Tutto andava per il meglio finchè non posò gli occhi su una donna, una studentessa Celeste Stone e come nelle peggiori favole nere che si rispettino fu l’inizio della fine. Scacciato dalla scuola con disonore, interdetto dall’insegnamento per tutti i secoli a venire per essere stato scoperto con le braghe calate in compagnia della ragazza, arrestato, in alternativa alla galera non poté far altro che arruolarsi nel corpo dei Marines e ora si trova a Tijuana agente della Dea suo malgrado, pieno di debiti fin sopra i capelli a causa della sua irresistibile passione per le corse dei cani, e non può far altro per pagare i suoi debiti che trasportare clandestini al di la del confine tra un accesso di febbre e l’altro.
Día de los muertos è il resoconto tragico e disperato del suo ultimo giorno di vita e Vincent Calhoun sputerà sangue credetemi ma lo farà conservando qualcosa di raro e di prezioso, conservando se stesso.
Come ha detto lo stesso Harrington il debito verso Jim Thompson è evidente ma nello stesso tempo è bene dire che non risulta una sbiadita copia dell’originale. Harrington ha un suo stile, una sua singolarità che in un certo senso lo rende unico e dannatamente politicamente scorretto.
Vincent Calhoun può esser visto come una sorta di Philippe Marlowe maledetto, capace di toccare il fondo del barile pur continuando ad andare avanti. Non troverà una morte eroica, il suo sogno di lasciare tutto e scappare con la sua donna in un altrove lontano verrà inesorabilmente tradito, pur tuttavia conserva un che di grandioso.
Tifiamo per lui fino alla fine, non ostante tutto sia contro, consci che non ci sarà un finale lieto ad attenderci, ma nello stesso tempo pronti a tendergli una fune, a fermare quella dannata macchina che corre verso l’orizzonte con a bordo la sua donna, lasciandolo solo nella resa dei conti finale.

:: Il gioco degli occhi di Sebastian Fitzek (Elliot 2011) a cura di Giulietta Iannone

5 giugno 2011

Il gioco degli occhi di Sebastian FitzekAlexander Torbach è un ex poliziotto. Ha lasciato la polizia in modo drammatico e da allora una specie di strisciante senso di colpa lo accompagna e gli avvelena la vita pure adesso che si guadagna da vivere come cronista di nera. Alexander Torbach tra i casi che segue è ossessionato da “Il collezionista di occhi”, un serial killer spietato che prima di uccidere si diverte a giocare a nascondino con le sue vittime. Si accanisce nel modo più efferato sui bambini, li rapisce, li nasconde, ne uccide la madre e lascia al padre quarantacinque ore di tempo per trovarli prima che muoiano e quando succede, perché sempre succede, li priva di un occhio e proprio da questo macabro rituale è nato il suo soprannome. Ecco in questo consiste il  gioco perverso che ha escogitato per nutrire i suoi demoni interiori che nascono da abusi subiti nell’infanzia. Alexander Torbach capisce ben presto che per prenderlo l’unico modo è stare al suo gioco, seguire le sue indicazioni, come in una macabra caccia al tesoro dove il tesoro da trovare è un inerme e indifeso bambino da liberare. Poi un incontro cambia le carte in tavola. Alexander Torbach conosce una fisioterapista cieca Alina Gregoriev, che ha un dono: le basta toccare le persone per vedere cosa hanno fatto. Alina sostiene che il suo ultimo paziente era proprio il Collezionista. Difficile da credere. Certo ma quando non si hanno altri appigli, altre tracce, ci si aggrappa pure ad una cosa così assurda, incredibile. In un susseguirsi di avvenimenti mozzafiato dove il passare del tempo accresce la tensione in modo spasmodico Alina e Alexander si impegnano nella angosciosa ricerca degli ultimi bambini rapiti anche se un dubbio inizia a farsi strada, il dono di Alina le permette davvero di vedere il passato? Alexander sente che qualcosa non torna e proprio nel modo più drammatico avrà la certezza di quanto si erano sbagliati. E il finale si scopre essere solo un nuovo inizio capace di gettare il protagonista nella più cieca disperazione. E la caccia continua.
Diciamolo subito Sebastian Fitzek non è un autore che ama il lieto fine. Immaginatevi dunque quando l’epilogo ve lo mette all’inizio e i capitoli vanno a ritroso. Una follia direte come quella di creare un personaggio che al semplice tocco vede le cose che succedono, un azzardo, per lo meno inverosimile e invece sembra che nasca tutto da un fatto reale. Nei ringraziamenti finali, che consiglio davvero di leggerli e non saltarli perché sono davvero divertenti, veniamo a sapere che principalmente l’idea per Il gioco degli occhi è stata data a Fitzek  dalla sua fisioterapista Cordula Jungbluth che davvero mentre manipola i suoi pazienti in complicate pratiche shiatsu sente le cose e Fitzek ne ha avuto la prova in svariate occasioni. Siete propensi a credergli? Non so, sono anche io dubbiosa come voi ma so per certo che la polizia americana si avvale di sensitivi nella ricerca di persone scomparse per cui un fondo di verità ci sarà senz’altro anche se sono scettica di natura. Ma torniamo a parlare del libro dopo questa piccola digressione che mi sembrava necessaria. Innanzitutto lo stile di Fitzek fluido e dinamico non è cambiato. Chi ha amato i suoi libri precedenti troverà un Fitzek in gran forma, amante della tensione, e del gioco psicologico portato all’estreme conseguenze. Il personaggio del serial killer che ha subito traumi e sevizie da bambino e per questo fa le cose che fa è un po’ abusato e tipicamente americano quindi l’originalità diciamo è quella di vedere all’opera un serial killer tedesco, decisamente propenso a dare troppe spiegazioni nell’email finale. Dunque vanitoso, egocentrico, sadico, affatto simpatico, un cattivo tout court senza spiragli di umanità. Forse è un limite, forse è necessario all’economia della trama, tutto dipende dai punti di vista. Va anche considerato che è difficile provare simpatia per un pazzo che toglie un occhio ad un bambino morto, anche se personaggi all’ Hannibal Lecter erano capaci di creare una sorta di empatia con il lettore pur dopo mille efferatezze. Fitzek preferisce concentrarsi nella creazione del protagonista dotandolo di varie sfumature e preso atto di questo la lettura scorre veloce e sicura. Si legge davvero in poche ore e arrivati all’ultima pagina si comprende con certezza che ci sarà una seconda parte. Fitzek ama giocare con i suoi lettori, e per divertirsi bisogna stare alle sue regole, accettato questo è un libro intrigante sicuramente di qualità superiore rispetto ai consueti thriller. Traduttore Claudia Crivellaro.

Sebastian Fitzek è autore di una serie di romanzi (genericamente definibili psychothriller) di incredibile successo. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.
Tra i titoli in edizione italiana ricordiamo Il ladro di anime (Elliot, 2009), Il bambino (Elliot, 2009), La terapia (Rizzoli, 2007 – Elliot, 2010), Schegge (Elliot, 2010), Il gioco degli occhi (Elliot, 2011), Il cacciatore di occhi (Einaudi, 2012), Il sonnambulo (Einaudi, 2013) e Noah (Einaudi, 2014).

:: Recensione di Il Perfezionista di Hervé Le Corre a cura di Stefano Di Marino

4 giugno 2011

3102706Se il marketing e le mode editoriali non imponessero che i thriller ormai abbiano tutti i titoli uguali (Il suggeritore, L’analista, L’ipnotista, L’inseguitore, L’allieva…) e che ogni storia vagamente gotica presenti con qualche variante un uomo con cilindro e bastone, il romanzo di Hervé le Corre avrebbe mantenuto il suo titolo originale L’Homme au lévres  de sapphir ben più suggestivo e una copertina capace di dar vita alla Parigi  sanguinosa, appassionata, ribelle ritratta in quest’opera raffinata, da non confondere con altri gialli d’epoca. L’ambiente è ricreato da Le Corre con sapienza, padronanza di un linguaggio letterario ma che all’occorrenza sa recuperare il nerbo asciutto dei migliori thriller senza dimenticare la passione politica. La Parigi della Comune, dei quartieri malfamati, delle fabbriche, dei locali dove si riuniscono dandy e  prostitute. Un girone dantesco che esercita una strana e ambigua fascinazione sul lettore, proprio come l’opera maledetta che ispira il suo feroce protagonista. Forse non tutti sanno cosa sono I canti di Maldoror, opera in sei parti pubblicata ma subito scomparsa nel 1869, firmata da tale conte di Lautrèamont. Un viatico per il serial killer, un insieme di visioni e delitti raccapriccianti di cui si perse traccia ma non memoria, tanto che il regista Alberto Cavallone (non per nulla attivo in quella fase della cinematografia nostrana più prolifera e libera) trasse un film che pare sia stato montato e programmato in Turchia, almeno parzialmente, e poi scomparve del tutto. Censura, complotto? O forse nelle pagine del Maldoror c’era veramente qualcosa di insano, malato capace con la sua ferocia di anticipare i tempi. La modernità è qualcosa che la gente comune non comprende,un’apoteosi di sangue che conduce a tempi nuovi. Sembra quasi una citazione di From Hell e il richiamo a Jack Lo Squartatore non è casuale. Ma qui siamo in Francia ed Henri Pujol, trasformista, sadico, sessualmente turbato ma soprattutto fanatico ammiratore dei canti, tanto da disprezzarne il vero autore quando questi li rinnegherà. I suoi delitti, compiuti principalmente ai danni di giovani biondi scalpati e sventrati in vari punti della capitale coinvolgono un poliziotto onesto di origine basca, un giovane arrivato a Parigi in cerca di lavoro e riscatto, un paio di prostitute coraggiose e sventurate e tutto un universo che assiste egualmente impotente alle gesta del maniaco come alla ferocia degli scontri di piazza. Benché la fase propriamente politica suoni un po’ troppo sottolineata (per il mio gusto almeno) bisogna riconoscere a Le Corre grande capacità di documentazione e la naturale dote dell’affabulazione. In quegli scontri di piazza che occupano un lungo capitolo sembra proprio di starci in mezzo. Ma è sulla follia omicida di  Pujol, evidente sin da principio, che si concentra l’attenzione del lettore. Non una semplice vicenda di precursori di serial killer ma il diario di un’ossessione. Lo stesso diario che l’assassino perde dopo aver commesso un delitto particolarmente spettacolare a Place Vendome e che costituisce un po’ il McGuffin della storia. Libro non facile per contenuti e stile Il perfezionista costituisce una lettura intelligente, ricercata, degna di una seconda riflessione. E, al momento, scusate se è poco.

Hervé Le Corre vive nella regione di Bordeaux, dove insegna. Autore molto apprezzato, ha vinto numerosi premi tra cui il Prix Mystère, il Prix du roman noir Nouvel Obs/Bibliobs e il Grand Prix de Littérature policière. Con Il perfezionista (Piemme 2012), che in Francia ha venduto più di 50.000 copie, ha ottenuto il prestigioso Grand Prix du roman noir français di Cognac e il Prix Mystère de la critique. Dopo la guerra ha vinto il Premio Le Point 2014.