
Oggi voglio parlarvi di un libro speciale, di un romanzo uscito il 25 agosto grazie a Garzanti, che si intitola Avevano spento anche la luna scritto dall’americana, ma di origini lituane, Ruta Sepetys. L’ho definito un romanzo, ma penso sia riduttivo, narra una storia vera, sia nei fatti, che nei sentimenti, coinvolgente come un diario, attenta alla ricostruzione storica e alla verità dei fatti come un reportage, una storia che nasce dalla voce dei pochi sopravvissuti lituani che ancora possono ricordare i gulag, i campi di lavoro in Siberia in cui Stalin faceva confinare tutti coloro che erano accusati di attività antisovietiche. Tra le pagine nere della Storia, la tragedia lituana, come il genocidio armeno, o il genocidio in Congo, è stata avvolta da una coltre di colpevole silenzio, prima perché i sopravvissuti non osavano parlare per paura di ritorsioni, poi perché i negazionisti hanno continuato a contribuire all’annullamento della memoria. Conoscevo la storia degli ebrei di Vilnius, esiste il Museo Statale Ebraico di Vilnius a testimonianza degli stermini di massa dei nazisti ma a parte rare voci penso a Alexander Solzhenitsyn in pochi hanno parlato dei gulag staliniani. Tornando al romanzo, è perlomeno bizzarro che molto spesso tocchi alla letteratura fare luce sui drammi contemporanei e no, tocchi ad Avevano spento anche la luna parlare dei venti milioni di persone che morirono durante le purghe etniche di Stalin negli stati baltici.
In Avevano spento anche la luna la storia terribile delle deportazioni staliniane viene vista e descritta dagli occhi innocenti di una ragazzina che nell’estate del 1941 viene prelevata con mamma e fratellino e deportata con migliaia di altri lituani dai sovietici di Stalin, in Siberia e poi sempre più a nord fino al Polo Nord. Il viaggio massacrante senza cibo ne acqua con altri disperati su un carro bestiame ha le stesse modalità delle deportazioni naziste che avvenivano negli stessi giorni, quasi che l’orrore avesse un’unica lingua. La brutalità delle guardie, la durezza del viaggio, fanno capire a Lina, la protagonista, che il tempo felice dell’infanzia è finito e inizia il tempo del dolore e della lotta per la sopravvivenza. Il padre viene separato da loro e portato in un’altra destinazione e forse non lo vedranno più. Quando giungono a destinazione superstiti di un viaggio allucinante iniziano i lavori forzati per coltivare barbabietole. Scavano con una palettina la terra durissima con pochissimo cibo, preda di tutte le malattie dovute al freddo e alla malnutrizione. Ma Lina non è una debole, ha in sé una forza straordinaria che le permette di innamorarsi, di disegnare, di sperare al di là della speranza, di desiderare, pretendere la salvezza. Sarà difficile che non vi salgano le lacrime agli occhi, io ho pianto. Sarà difficile che non proviate un moto di empatia che vi farà sentire vicini alla protagonista, vedere il mondo con i suoi occhi, provare paura, rabbia, sgomento, orrore e amore. Poetico e tragico, dolente e toccante, è un libro importante, da far leggere specie alle nuove generazioni che si affacciano alla vita e si interrogano sul passato. Siamo il frutto di quelle scelte, di quei fatti, siamo i figli di quegli uomini.
Ruta Sepetys è nata negli Stati Uniti da una famiglia di rifugiati lituani la cui storia ha ispirato il suo primo romanzo, il bestseller Avevano spento anche la luna (2011). Sono seguiti i romanzi Una stanza piena di sogni (2013), Ci proteggerà la neve (2016) e L’orizzonte ci regalerà le stelle (2020). Vive nel Tennessee con la sua famiglia.
Dopo aver esordito con Sangue di mezz’inverno Mons Kallentoft, quello che per intenderci ha il vezzo di fare parlare i morti, torna in Italia con il suo secondo romanzo Buio d’estate, sempre edito da Edizioni Nord, un poliziesco nordico, con sfumature femministe, che vede l’ispettrice Malin Fors alle prese con un caso che la metterà in gioco innanzitutto come madre prima ancora che come poliziotto. Siamo a Linköping, amena città della Svezia meridionale, sulle sponde del lago Roxen, in una torrida estate che non conosce pietà. Si invoca un temporale che non arriva e intanto gli incendi divampano nelle foreste di Tyallmo, mangiandosi ettari ed ettari di terreno boschivo. Quando spira brezza dai boschi, si sente odore di bruciato, l’aroma più appropriato in questa Linköping avvolta in un bollore infernale, giorno e notte, con i venti del sud che hanno preso possesso di tutta la regione meridionale della Svezia, mischiandovi una cappa di alta pressione. L’estate più calda a memoria di uomo. E di donna. Malin Fors ha voglia di acqua, per combattere la calura e non pensare a sua figlia in vacanza a Bali con suo padre. Un viaggio vinto alla lotteria del comune, un viaggio da sogno per permettere a padre e figlia di starsene da soli, il loro primo viaggio insieme, la prima volta che Tove lasciava l’Europa. Malin si rifugia nello stabilimento balneare Tinnis e non c’è niente di meglio per rinfrescarsi che una bella nuotata. Il tuffo, l’acqua gelida, qualche bracciata, poi un suono la richiama alla realtà. Lo squillare del suo telefonino, teso da un solerte passante, un volto nero in controluce, un uomo che fatta la sua buona azione scompare quasi consumato dalla luce. E’ il suo collega Zeke Martinsson. Alla Società di Orticoltura è stata ritrovata una ragazza in stato confusionale, seviziata, probabilmente violentata, che non ricorda il suo aggressore, solo il suo nome: Josefin Davidsson. E’ l’inizio di qualcosa di terribile, non è che una sensazione ma l’intuito molte volte non sbaglia. Un’altra ragazzina scompare e questa volta viene ritrovata morta ma tutto fa pensare che le sevizie siano state compiute dalla stessa mano che ha torturato Josefin. Poi una ragazzina ancora. Malin sente nella sua anima il dolore dei loro genitori, anche lei ha una figlia, anche lei impazzirebbe se qualcuno le facesse del male. E quel qualcuno c’è, si muove, respira, architetta i suoi diabolici piani a Linköping e Malin deve fermarlo. Non ha scelta. Buio d’estate accolto dalla critica svedese con grande entusiasmo, addirittura Kallentoft viene citato come uno dei nuovi maestri del giallo non sotante la relativa giovane età, s
Secondo romanzo dell’avvocato e scrittore svedese Lars Rambe, già autore del promettente Incubo bianco, Il mosaico di ghiaccio, pubblicato in Italia dalla casa editrice Newton Compton e tradotto da Mattias Cocco, ci riporta a Strängnäs, pittoresca ed amena cittadina svedese che esiste veramente come Rambe ama sottolineare, nella vita di Fredrik Gransjö reporter d’assalto specializzato in cronaca nera e politica locale del Strängnäs Dagblad. Direte voi l’estate è una stagione tranquilla, il tempo ideale per intrattenere turisti e indigeni con un simpatico Festival del jazz, capace di radunare i migliori musicisti di mezzo mondo. Strängnäs non potrebbe essere più idilliaca e ben frequentata di così e invece tutto sembra andare storto. Prima l’evasione di Szalas, poi i Corpi speciali sparsi nei quattro angoli della zona per cercarlo e poi attacchi ai furgoni portavalori, rapine in banca e chi più ne ha più ne metta. Decisamente un’ estate movimentata. Il mosaico di ghiaccio più che un classico thriller nordico tutto neve, fiordi e critica sociale è più che altro un’ insolita gangster story in cui il protagonista quasi sbiadisce e i riflettori vengono puntanti quasi unicamente sui “cattivi”, sui loro conflitti famigliari, sulle loro donne, sui loro piani criminosi, sul modo in cui la faranno più o meno franca alla faccia della solerte polizia svedese. Con un occhio di riguardo ai gangster movie americani degli anni Trenta Rambe ci presenta Marcin Szalas criminale di professione polacco evaso dal carcere di Bondhagen e Jimmy Phil ladruncolo con il sogno di diventare pilota professionista di rally impegnati a fare il colpo della vita non ostante il Klan, organizzazione criminale di Eskilstuna, che a quanto pare decide vita , morte e miracoli di tutti i piccoli delinquenti della zona. A indagare sui crimini del nutrito gruppo di delinquenti Fredrik Gransjö fresco padre di Hampus alle prese con notti insonni, rigurgiti di neonato e pannolini e Emilia Gibbons tirocinante per il periodo estivo dello Strängnäs Dagblad. Diciamo che Rambe ha avuto coraggio, ha cercato di cambiare le regole classiche del genere cercando di portare una ventata di novità e forse si può dire che la sua scommessa sia in un certo senso riuscita. L’ambientazione di provincia ha un suo indubbio fascino e adempie egregiamente da sfondo per una storia forse un tantino troppo complessa ma giocata sui toni dell’ironia e del rifiuto dell’ovvio. Diciamo subito una cosa chi scrive, non ostante la saturazione raggiunta dal cosiddetto “giallo nordico”, e in effetti più che una moda sta assumendo anche caratteristiche grottesche, si pubblica di tutto basta che provenga dal freddo nord, apprezza il genere, trova interessanti autori anche da noi meno conosciuti come Gunnar Staalesen o Kjell Ola Dahl, per cui forse non faccio testo, ma tuttavia apprezzo chi cerca di cambiare le regole del già detto e si ingegna a intraprendere nuove strade. Rambe è uno di quelli.
Se muoio prima di svegliarmi (If I Die Before I Wake, 1938), dello scrittore americano Sherwood King, quinto titolo della collana I Mastini dedicata dalla Polillo all’hard boiled, è diciamolo subito un classico del noir che ispirò, con alcune licenze, la celeberrima trasposizione cinematografica dal titolo La signora di Shanghai, (che Orson Welles girò nel 1946 con Rita Hayworth, al tempo sua moglie, che con questo film divenne la famme fatale per eccellenza del cinema hollywoodiano degli anni ’40).
Thailandia. Kuldilok Jaisai detto Khong, figlio di un mezzo sangue nato dall’unione di un cliente italiano e di una prostituta di Phuket, è un ex pluridecorato sergente maggiore appartenente alle Forze Speciali che lasciata l’uniforme mimetica ha deciso di “seppellirsi in un’altra fottuta uniforme” diventando ispettore della polizia di Bangkok. Assegnato al quartiere di Silom con tutti i privilegi tra cui pure un appartamento in un fatiscente palazzo “ di una trentina d’anni appena”e abbandonate le illusioni di difensore della legge, impara subito l’arte del compromesso diventando un poliziotto moderatamente corrotto. Non si accontenta comunque solo dello stipendio di sbirro, per arrotondare si improvvisa anche guida turistica, lavoro che gli piace e gli da mille soddisfazioni almeno fino al giorno in cui il suo mondo vine improvvisamente messo a soqquadro. Tutto inizia una mattina di settembre del 2058, Kuldilok si aggira per la città sotto una pioggia battente tra locali equivoci e ritrovi per prostitute finchè tra l’atmosfera fumosa di un locale intravede tre uomini e due donne, 5 turisti stranieri, 4 statunitensi e un australiano, che attirano il suo sguardo. Il giorno dopo una telefonata inattesa fatta da uno del gruppo di stranieri gli propone un affare: i cinque amici cercano una buona guida e hanno pensato a lui. Kuldilok accetta senza sospettare minimamente che sarà l’inizio di una caccia senza tregua sulle orme del Fattore Freedom, un segreto che era destino non restasse nascosto per sempre. Scatole siamesi di Fabio Novel già edito nel 2002 dall’Editrice Nord e ora disponibile in formato ebook da Delos edizioni è una piacevole scoperta che propongo volentieri ai lettori di Liberidiscrivere che come me amano l’azione, l’ avventura e gli scenari esotici del Sud Est Asiatico. Non che Fabio Novel sia una new entry assoluta, ho iniziato ad apprezzare la sua scrittura immaginifica e ingegnosamente creativa più che altro leggendo i suoi racconti sparsi per il web e devo dire che il suo amore per l’Asia mi ha riportato alla mente non poche reminescenze salgariane che faranno felici gli amanti dell’avventura tout court. Ma Scatole siamesi, non è solo avventura, è un’indagine disseminata di indizi concatenati e nascosti l’uno nell’altro come appunto in un gioco di scatole cinesi, è una spy story classica in cui servizi segreti e criminali spietati si contendono un segreto in una lotta senza esclusioni di colpi, il tutto trasportato in un futuro abbastanza prossimo ma sufficiente a divertire anche gli appassionati di fantascienza. Novel utilizza uno stile ibrido, non solo spazia tra i generi, ma anche adatta i registri narrativi a seconda delle circostanze utilizzando prevalentemente le venature del thriller per creare suspence e nello stesso tempo giocando con la prima e la terza persona dando al lettore la possibilità di vedere la storia da diversi punti di vista. La parte sicuramente più riuscita o meglio quella che mi ha più colpito è senz’altro la descrizione dell’ambientazione, la Bangkok futuristica che emerge ricorda gli scenari di Philip K. Dick e sicuramente rimarrà impressa nella mente del lettore anche quando la lettura sarà finita. Novel poi ha un modo di scrivere davvero fluido e piacevole, in cui si nota la cura per la scelta delle parole, che rende interessanti sia le descrizioni che i dialoghi. Forse la prima parte è più lenta e si stenta a capire bene i meccanismi dell’azione ma da metà in poi una certa accelerazione divertirà il lettore fino al finale in cui ogni tassello sarà messo al suo posto con notevole ingegnosità


Día de los muertos di Kent Harrington è un nero di confine, anzi un nerissimo piccolo capolavoro simile ad un tizzone sputato dall’inferno. Un classico che la Meridiano Zero rispolvera in grande stile in una nuova edizione che farà felici non solo i vecchi appassionati di noir come me, ma anche coloro che si accostano per la prima volta al genere e vogliono iniziare con i capisaldi del noir americano sporco e cattivo per intenderci, quello senza redenzione e senza luce anche se ambientato nell’assolata e bollente Tijuana, città feticcio del genere, da quando James Ellroy (chi non si ricorda di Tijuana Mon Amour), l’ ha eletta capitale mondiale dei disperati, dei maledetti da Dio e dagli uomini.
Alexander Torbach è un ex poliziotto. Ha lasciato la polizia in modo drammatico e da allora una specie di strisciante senso di colpa lo accompagna e gli avvelena la vita pure adesso che si guadagna da vivere come cronista di nera. Alexander Torbach tra i casi che segue è ossessionato da “Il collezionista di occhi”, un serial killer spietato che prima di uccidere si diverte a giocare a nascondino con le sue vittime. Si accanisce nel modo più efferato sui bambini, li rapisce, li nasconde, ne uccide la madre e lascia al padre quarantacinque ore di tempo per trovarli prima che muoiano e quando succede, perché sempre succede, li priva di un occhio e proprio da questo macabro rituale è nato il suo soprannome. Ecco in questo consiste il gioco perverso che ha escogitato per nutrire i suoi demoni interiori che nascono da abusi subiti nell’infanzia. Alexander Torbach capisce ben presto che per prenderlo l’unico modo è stare al suo gioco, seguire le sue indicazioni, come in una macabra caccia al tesoro dove il tesoro da trovare è un inerme e indifeso bambino da liberare. Poi un incontro cambia le carte in tavola. Alexander Torbach conosce una fisioterapista cieca Alina Gregoriev, che ha un dono: le basta toccare le persone per vedere cosa hanno fatto. Alina sostiene che il suo ultimo paziente era proprio il Collezionista. Difficile da credere. Certo ma quando non si hanno altri appigli, altre tracce, ci si aggrappa pure ad una cosa così assurda, incredibile. In un susseguirsi di avvenimenti mozzafiato dove il passare del tempo accresce la tensione in modo spasmodico Alina e Alexander si impegnano nella angosciosa ricerca degli ultimi bambini rapiti anche se un dubbio inizia a farsi strada, il dono di Alina le permette davvero di vedere il passato? Alexander sente che qualcosa non torna e proprio nel modo più drammatico avrà la certezza di quanto si erano sbagliati. E il finale si scopre essere solo un nuovo inizio capace di gettare il protagonista nella più cieca disperazione. E la caccia continua.
Se il marketing e le mode editoriali non imponessero che i thriller ormai abbiano tutti i titoli uguali (Il suggeritore, L’analista, L’ipnotista, L’inseguitore, L’allieva…) e che ogni storia vagamente gotica presenti con qualche variante un uomo con cilindro e bastone, il romanzo di Hervé le Corre avrebbe mantenuto il suo titolo originale L’Homme au lévres de sapphir ben più suggestivo e una copertina capace di dar vita alla Parigi sanguinosa, appassionata, ribelle ritratta in quest’opera raffinata, da non confondere con altri gialli d’epoca. L’ambiente è ricreato da Le Corre con sapienza, padronanza di un linguaggio letterario ma che all’occorrenza sa recuperare il nerbo asciutto dei migliori thriller senza dimenticare la passione politica. La Parigi della Comune, dei quartieri malfamati, delle fabbriche, dei locali dove si riuniscono dandy e prostitute. Un girone dantesco che esercita una strana e ambigua fascinazione sul lettore, proprio come l’opera maledetta che ispira il suo feroce protagonista. Forse non tutti sanno cosa sono I canti di Maldoror, opera in sei parti pubblicata ma subito scomparsa nel 1869, firmata da tale conte di Lautrèamont. Un viatico per il serial killer, un insieme di visioni e delitti raccapriccianti di cui si perse traccia ma non memoria, tanto che il regista Alberto Cavallone (non per nulla attivo in quella fase della cinematografia nostrana più prolifera e libera) trasse un film che pare sia stato montato e programmato in Turchia, almeno parzialmente, e poi scomparve del tutto. Censura, complotto? O forse nelle pagine del Maldoror c’era veramente qualcosa di insano, malato capace con la sua ferocia di anticipare i tempi. La modernità è qualcosa che la gente comune non comprende,un’apoteosi di sangue che conduce a tempi nuovi. Sembra quasi una citazione di From Hell e il richiamo a Jack Lo Squartatore non è casuale. Ma qui siamo in Francia ed Henri Pujol, trasformista, sadico, sessualmente turbato ma soprattutto fanatico ammiratore dei canti, tanto da disprezzarne il vero autore quando questi li rinnegherà. I suoi delitti, compiuti principalmente ai danni di giovani biondi scalpati e sventrati in vari punti della capitale coinvolgono un poliziotto onesto di origine basca, un giovane arrivato a Parigi in cerca di lavoro e riscatto, un paio di prostitute coraggiose e sventurate e tutto un universo che assiste egualmente impotente alle gesta del maniaco come alla ferocia degli scontri di piazza. Benché la fase propriamente politica suoni un po’ troppo sottolineata (per il mio gusto almeno) bisogna riconoscere a Le Corre grande capacità di documentazione e la naturale dote dell’affabulazione. In quegli scontri di piazza che occupano un lungo capitolo sembra proprio di starci in mezzo. Ma è sulla follia omicida di Pujol, evidente sin da principio, che si concentra l’attenzione del lettore. Non una semplice vicenda di precursori di serial killer ma il diario di un’ossessione. Lo stesso diario che l’assassino perde dopo aver commesso un delitto particolarmente spettacolare a Place Vendome e che costituisce un po’ il McGuffin della storia. Libro non facile per contenuti e stile Il perfezionista costituisce una lettura intelligente, ricercata, degna di una seconda riflessione. E, al momento, scusate se è poco.
























