:: Recensione di Buio d’estate di Mons Kallentoft

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Kallentoft_Buio dDopo aver esordito con Sangue di mezz’inverno Mons Kallentoft, quello che per intenderci ha il vezzo di fare parlare i morti, torna in Italia con il suo secondo romanzo Buio d’estate, sempre edito da Edizioni Nord, un poliziesco nordico, con sfumature femministe, che vede l’ispettrice Malin Fors alle prese con un caso che la metterà in gioco innanzitutto come madre prima ancora che come poliziotto. Siamo a Linköping, amena città della Svezia meridionale, sulle sponde del lago Roxen, in una torrida estate che non conosce pietà. Si invoca un temporale che non arriva e intanto gli incendi divampano nelle foreste di Tyallmo, mangiandosi ettari ed ettari di terreno boschivo. Quando spira brezza dai boschi, si sente odore di bruciato, l’aroma più appropriato in questa Linköping avvolta in un bollore infernale, giorno e notte, con i venti del sud che hanno preso possesso di tutta la regione meridionale della Svezia, mischiandovi una cappa di alta pressione. L’estate più calda a memoria di uomo. E di donna. Malin Fors ha voglia di acqua, per combattere la calura e non pensare a sua figlia in vacanza a Bali con suo padre. Un viaggio vinto alla lotteria del comune, un viaggio da sogno per permettere a padre e figlia di starsene da soli, il loro primo viaggio insieme, la prima volta che Tove lasciava l’Europa. Malin si rifugia nello stabilimento balneare Tinnis e non c’è niente di meglio per rinfrescarsi che una bella nuotata. Il tuffo, l’acqua gelida, qualche bracciata, poi un suono la richiama alla realtà. Lo squillare del suo telefonino, teso da un solerte passante, un volto nero in controluce, un uomo che fatta la sua buona azione scompare quasi consumato dalla luce. E’ il suo collega Zeke Martinsson. Alla Società di Orticoltura è stata ritrovata una ragazza in stato confusionale, seviziata, probabilmente violentata, che non ricorda il suo aggressore, solo il suo nome: Josefin Davidsson. E’ l’inizio di qualcosa di terribile, non è che una sensazione ma l’intuito molte volte non sbaglia. Un’altra ragazzina scompare e questa volta viene ritrovata morta ma tutto fa pensare che le sevizie siano state compiute dalla stessa mano che ha torturato Josefin. Poi una ragazzina ancora. Malin sente nella sua anima il dolore dei loro genitori, anche lei ha una figlia, anche lei impazzirebbe se qualcuno le facesse del male. E quel qualcuno c’è, si muove, respira, architetta i suoi diabolici piani a Linköping e Malin deve fermarlo. Non ha scelta. Buio d’estate accolto dalla critica svedese con grande entusiasmo, addirittura Kallentoft viene citato come uno dei nuovi maestri del giallo non sotante la relativa giovane età, si avvia a diventare un nuovo best seller anche all’estero, sull’onda lunga del giallo nordico, e a mio avviso rientra sicuramente nel dignitoso lavoro di un onesto artigiano, un lavoro confezionato da un autore che sa scrivere, sa escogitare trame originali, sa far affezionare il lettore alla protagonista, una donna, con mille difetti e qualche qualità, una madre single con figlia adolescente, normale, rude quanto basta per saper fare un mestiere che costringe ad entrare in contatto con i lati peggiori dell’animo umano. Una donna con la pistola, un’ eroina che non si arrende finchè il male non viene fermato, dissolto, disintegrato. Alcune pagine sono davvero di struggente bellezza, specie quando descrive gli ambienti, gli scenari, ha un tocco davvero quasi poetico. Ci sono frasi che richiamano subito un immagine, un frammento di visione, paralizzata in una goccia d'ambra. Accennavo alle venature femministe, Buio d'estate è interessante, oltre che come thriller, anche come spaccato di vita, come affresco sociale della condizione della donna nell'emancipata e  progressista Svezia. I temi della violenza contro la donna, dell'omosessualità, vengono trattati con una certa incisività e danno spazio a riflessioni di solito non presenti in questo genere di libri. La voce dei morti, dell'assassino, si sovrappongono alla narrazione come squarci sull'abisso del male, possono risultare opprimenti ma rientrano nell'economia della narrazione.                     

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