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:: Il randagio e altri racconti di Sadeq Hedayat (Carbonio Editore 2021) a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2021

Dall’Iran preislamico ai vicoli di Le Havre nei primi decenni del Novecento, variegati sono gli scenari dei nove racconti di Sadeq Hedayat, che Anna Vanzan, iranista e islamologa, scomparsa alla fine del 2020 a Venezia, ha scelto e tradotto dal persiano per la raccolta Il randagio e altri racconti, edita da Carbonio Editore.
In realtà i racconti avrebbero dovuto essere dieci, tratti da diverse antologie e scritti tra il 1930 e il 1942, una sorta di florilegio della narrativa breve per avvicinare ulteriormente i lettori italiani, dopo la fortunata pubblicazione l’anno scorso del romanzo La civetta cieca, all’opera di Hedayat, ma la morte della traduttrice ha impedito che l’opera fosse compiuta.
Ciò non toglie che anche solo questi 9 racconti ottengono l’effetto che Anna Vanzan si era prefissata, dare testimonianza dell’immenso talento che aveva questo autore colto, sensibilissimo, e dal destino tragico, morto suicida in solitudine e miseria a Parigi nell’aprile del 1951.
Considerato il padre della letteratura moderna persiana, censurato in patria, Sadeq Hedayat conserva la sua capacità di destabilizzare le coscienze, e fare riflettere su temi scomodi come la morte, le strette maglie delle imposizioni sociali e familiari, la disperazione irrisolta che scaturisce dalla presa di coscienza dell’illusorietà della vita.
Troppo pessimismo anche oggi per la società iraniana contemporanea, che mette al bando le sue opere, anche se vanno a ruba nel mercato nero di Teheran. Da credente, da un punto di vista puramente spirituale non politico, comprendo come le autorità religiose e civili iraniane pensino che la lettura di queste opere, ancora oggi dopo quasi un secolo, possa instillare eccessivo pessimismo e ribellione verso le autorità costituite, ma non credo questo fosse lo scopo dell’autore, la sua ribellione è più metafisica, venata di tragico sarcasmo contro la farsa in cui molto spesso tutti noi precipitiamo.
La lettura di questi racconti insomma non ha incrinato il mio amore per la vita, ma mi ha fatto vedere le sue pieghe più nascoste, il grottesco di certi atteggiamenti, la tragica bellezza dell’amore impossibile, o dell’amicizia che a torto si pensa tradita.
Hedayat conosce il paradosso dell’illusione, la sua vicinanza all’induismo indiano è netta, e ha il dono di trovare le parole migliori per narrarlo.
In più è un ponte tra Occidente e Oriente, grazie alla sua capacità di avvicinare due mondi così lontani, illuminando di grazia la vita comune di Teheran e la sua cultura, i suoi miti, le sue tradizioni.
Vicino al surrealismo e all’esistenzialismo, Hedayat accoglie la visione occidentale dell’esistenza e la filtra attraverso la concezione orientale dell’ umanità parlandoci di un mondo millenario ancora vivido nelle sale da te, nel cambiavalute per le strade, nei bazar affollati e variopinti.
L’Iran mai così lontano ci è vicino nei suoi racconti fatti di gente comune alle prese con le mille difficoltà della vita, i divorzi, le gelosie tra sorelle, le responsabilità, il rifugio in una religiosità di pura apparenza, le mille infelicità che ogni giorno scorticano e sgretolano certezze e speranze.
I vinti, gli sconfitti dalla vita, i solitari pronti a innamorarsi di una statua inanimata sono i protagonisti dei suoi racconti amari e di una bellezza struggente, e stupisce soprattutto la modernità con cui tratteggia questi scenari e queste sensazioni, dando vita a un mondo che si credeva perduto e invece sopravvive sotto la cenere. Da leggere.

Sadeq Hedayat (Teheran, 1903 – Parigi, 1951) scrittore, critico letterario e traduttore iraniano, è considerato il padre della letteratura persiana moderna. Di famiglia nobile, frequentò scuole francesi a Teheran per poi trascorrere diversi anni tra l’Europa e l’India. Rientrato in patria, iniziò a lavorare al ministero della Cultura e continuò a studiare la storia e il folklore del suo Paese, nonché le opere degli esistenzialisti francesi, traducendone numerose in persiano. La civetta cieca (Carbonio Editore, 2020), considerato il suo capolavoro, fu pubblicato in patria solo undici anni dopo la sua prima stesura a causa dell’opposizione del regime dello Shah Reza Pahlavi, ed è ancora oggi oggetto di costanti censure.
Hedayat morì suicida in un appartamento di Parigi, in estrema solitudine e miseria, nell’aprile del 1951. È sepolto nel cimitero del Père-Lachaise.

Anna Vanzan, (1955 – 2020) iranista e islamologa, ha pubblicato numerosi saggi dedicati alle civiltà del Medio Oriente, con particolare attenzione alla questione di genere. Nel 2017 ha ricevuto il premio MIBACT alla carriera per l’opera traduttiva e la diffusione della cultura persiana in Italia. È scomparsa il 24 dicembre 2020 a Venezia.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Carbonio Editore.

:: Un’intervista con Charlotte Roth a cura di Giulietta Iannone

29 aprile 2021

Ciao Charlotte. Grazie di avere accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Sei nata a Berlino, hai studiato lingua e letteraura tedesca e attualmente lavori come scrittrice free-lance ed editor. Raccontaci qualcosa di te, della tua infanzia, del tuo background.

Sono cresciuta in una famiglia di origini russo polacche, con una madre tedesca, un padre napoletano e quattro fratelli. Ho studiato a Napoli e Berlino, poi sono andata a vivere con mio marito, metà andaluso, nato in Gran Bretagna, a Londra, che è la mia casa. Per formazione sono una traduttrice, mi piace la nostra famiglia, un cocktail di europei e amo viaggiare per il mondo, cosa che mi manca profondamente in questo momento.

Hi Charlotte. Thanks for accepting my interview an welcome on Liberi di scrivere. You were born in Berlin, you have studied German language and literature and work actually as a free-lance writer and editor. Tell us somenthing about you, your childhood, your background.

I grew up with a Polish-Russian bred, German born mother, a Neapolitan father and four brothers. I have studied in Naples and Berlin, then went to live with my British born, half Andalusian husband to live in London, which is my home. I am a translator by training, enjoy our European cocktail family and love travelling the world, which I deeply miss at the moment.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Amo il cinema e volevo fare la regista ma all’ultimo momento non ho avuto il coraggio di andare avanti. Poiché ho sempre scritto, ritengo di mettere su carta le storie che mi sarebbe piaciuto trasformare in film.

What prompted you to become a writer? What made you decide to start writing fiction?

I love cinema and wanted to be a director but at the last second, I didn’t have the courage to go ahead with it. Since I had always been writing I guess I try to put the stories that I would have loved to turn into films on paper instead.

C’è un insegnante che è stato per te fonte di ispirazione, o qualcuno che vuoi ringraziare per i suoi consigli? E quale è il consiglio più importante che hai ricevuto nella tua carriera?

Non proprio, ad essere onesta. Ma mio marito è un insegnante, se questo aiuta … Il consiglio più prezioso l’ho ricevuto dalla mia amica Angelica, che è stata la mia editor per tanti meravigliosi anni quando traducevo libri. Prima che il mio primo romanzo fosse pubblicato, mi disse: “Stai attenta. Un sogno realizzato è anche quello che non hai più.” Dato che essere una scrittrice era già il mio sogno sostitutivo, è stato estremamente utile che mi ricordassero che è meglio smettere di sognare troppo se vuoi pubblicare fiction.

Did you have a teacher who was a particular inspiration to you, or someone that you want to thank for the advices? And what was the most important advice that you have received in your career?

Not really, to be honest. But my husband is a teacher, if that helps … The most vital advice I received from my friend Angelica who was my editor through many wonderful years of translating books. Before my first novel was published, she said to me: “Be careful. A dream fulfilled is also one that you don’t have anymore.” Since being a writer was already my substitute dream, it was extremely helpful to be reminded that you better stop dreaming quickly if you want to publish fiction.

When we were Immortal (Quando eravamo immportali – Sperling & Kupfer) è il tuo romanzo d’esordio, subito diventato un bestseller, e seguito da numerosi altri romanzi sul destino di donne sullo sfondo della storia tedesca. Puoi raccontarci un po’ di questo, e del tuo debutto?

Non è affatto il mio debutto. È solo il mio primo libro con un nuovo pseudonimo, il mio primo bestseller e il mio primo – e purtroppo unico – libro tradotto in italiano. È stato anche il primo libro che ho potuto scrivere sull’argomento di cui ho sempre voluto scrivere: la strada verso il fascismo, il periodo tra le due guerre mondiali e gli errori che sono stati commessi dalle persone che hanno cercato di fermare Hitler. Quando eravamo immortali è la storia della vita della nostra amica di famiglia Margarethe, una delle donne più straordinarie che abbia mai incontrato. Lo devo ai miei amici Cyril, Samantha e Nick che mi hanno regalato due scatole di materiale che lei aveva raccolto, in modo che potessi raccontare la sua storia.

When we were Immortal (Quando eravamo immportali – Sperling & Kupfer) is your debut novel, soon a bestseller, followed by numerous other novels about stories of women’s fate agains the backdrop of German history. Can you tell us a bit about it, about your debut?

It’s not my debut at all. Just my first book under a new pseudonym, my first bestseller and my first – and sadly so far only – book translated into Italian. It was also the first book that I was able to write about the subject I always wanted to write about: The way into fascism, the time of the two world wars and the mistakes that were made by the people who tried to stop Hitler. Quando eravamo immortali is the life story of our family friend Margarethe who was one of the most impressive women I have ever met. I owe it to my friends Cyril, Samantha and Nick who giftet me with the two boxes of material she had collected, so that I could tell her story.

Cosa ti ha ispirato a scriverlo. Quale è stato il punto di partenza del processo creativo? È un romanzo ispirato alla storia della tua famiglia?

Margarethe faceva il miglior caffè del mondo. Un giorno, poco prima di lasciare la scuola, eravamo tutti a casa sua, e quando è andata nella sua enorme meravigliosa cucina per farlo, l’ho seguita e le ho chiesto chi le avesse insegnato a farlo. Si voltò ed è stata la prima e unica volta che l’ho vista piangere. Ha detto che un giorno me l’avrebbe detto, ma avrei dovuto scriverlo. Mi ci sono voluti 25 anni fino a che finalmente l’ho fatto.

What inspired you to write it? What was the starting point in the writing process? Is this novel inspired by the story of your family?

Margarethe made the world’s best coffee. One day, shortly before we were leaving school, we were all in her house, and when she went to her wonderful huge kitchen to make it I followed her and asked her who taught her to make it. She turned around, and it was the first and only time I saw her cry. She said she would tell me one day – but I would have to write it down. It took me 25 years until I finally did.

Pensi sia caratterizzato da una particolare visione femminile della storia? Ti senti un’autrice femminista, se per te questa definizione ha un senso. O pensi che non ci sia differenza tra scrittura femminile e maschile?

No. Scrivo di donne perché gli editori non mi permettono di scrivere di uomini. Ammetto liberamente che lo preferirei perché quello di cui voglio scrivere è guerra e politica e potrei avvicinarmi molto di più a un protagonista malvagio. Ovviamente mi sento una femminista. Ma come femminista mi sarebbe piaciuto poter scrivere le storie che più mi interessano.

Do you think it is characterized by a particular feminine vision of history? Do you feel like a feminist author, if that definition makes sense. Or do you think there is no reeling between masculine and feminine in writing?

No. I write about women because publishers don’t allow me to write about men. I do freely admit that I would prefer it because what I want to write about is war and politics and I could get much closer with a mal protagonist. I feel of course as a feminist. But as a feminist I would have liked to be allowed to write the stories that most interest me.

Gli aspetti psicologici sono importanti nel tuo romanzo?

Are the psychological aspect of the story important in your novel?

A essere onesta – non lo so.

To be honest – I don’t know.

Leggi altri autori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Tra gli scrittori viventi i miei preferiti in assoluto sono Orhan Pamuk e Stewart O’Nan. Non credo che mi abbiano influenzato perché sono miglia meglio di quanto mai potrei essere.

Do you read other contemporary writers? Who are some of your favourite writers? Who do you feel has influenced your writing?

Among the living writers my absolute favourites are Orhan Pamuk and Stewart O’Nan. I don’t think they have influenced me because they are miles better than I could ever be.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Al momento sto leggendo “Midwinter Break” di Bernard MacLaverty, che è meraviglioso.

What are you reading at the moment?

At the moment I read “Midwinter Break” by Bernard MacLaverty, which is wonderful.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualche aneddoto divertente accaduto durante questi incontri.

Non li faccio molto spesso. Dato che le librerie che mi prenotano devono pagare il volo e l’albergo oltre alle mie tariffe, sono semplicemente troppo costosa. Però faccio un breve tour per ogni libro (non da quando c’è il Corona virus, però…) e mi diverto sempre a incontrare persone a cui piacciono i miei libri, anche se non sono per niente una persona che ama la scena e mi sento molto nervosa a leggere i miei libri in pubblico.

Do you enjoy touring for literary promotion? Tell to our Italian readers something of amusing about these meetings.

I don’t do it very often. As the bookshops who book me have to pay for flight and hotel in addition to my fees, I am simply too expensive. I do a short tour for each book though (not since Corona, however …) and always enjoy to meet the people that actually like my books, even though I am not at all a stage person and feel very nervous to read in public.

Come è il tuo rapporto coi lettori? Come possono rimanere in contatto con te? Usi i social?

Ho una pagina Facebook Charlotte Lyne Carmen Lobato Charlotte Roth e un account Instagram CharlieLyne (questo è il mio vero nome, Roth è uno pseudonimo). Sono sempre molto felice di sentire i lettori e cercherò di rispondere a ogni messaggio, anche se può volerci del tempo.

What is your relationship with your readers? How can readers get in touch with you? Tou use the social recources?

I have a facebook page Charlotte Lyne Carmen Lobato Charlotte Roth and an Instagram account CharlieLyne (that’s my name, Roth is a pseudonym). I am always very happy to hear from readers and will try to answer every message, even if it can take some time.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Vengo in Italia molto spesso perché ho molti amici e parenti. Se qualche libreria mi vuole, sono più che felice di venire (appena la regina Corona lo consente …)

Will you come to Italy to introduce your novels?

I am very often in Italy as I have many friends and relations there. If any bookshop wants me – I am more than happy to come (as long as queen Corona allows …)

Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi libri?

Sarebbe il sogno della mia vita che si avvera in un modo tardivo e inaspettato. A parte le nascite dei miei figli e nipoti, sarebbe la cosa più felice che possa mai capitarmi, ma purtroppo la risposta è: No.

Any movie projects from your books?

That would be my life’s dream coming true in a late and unexpected way. Apart from the births of my children and grandchildren it would be the happiest that could ever happen to me – but sadly the answer is: No.

Quando uscirà in Italia la saga de Grand Hotel Odessa? Puoi parlarci un po’ di questa saga?

Sfortunatamente, questo non dipende da me. I miei editori e la mia agenzia cercano di vendere i diritti a editori stranieri e posso solo sperare che un editore italiano si interessi. Mi renderebbe molto felice. I due romanzi sono ambientati nella meravigliosa Odessa durante la prima metà del XX secolo: era un crogiolo europeo, una città veramente multiculturale, molto ebraica e merita molti libri.

When will be released it in Italy the saga of Grand Hotel Odessa? Can you tell us a bit about this saga?

Unfortunately, that is not up to me. My publishers and my agency try to sell the rights to foreign publishers and I can only hope that an Italian publisher will be interested in it. It would make me very happy. The two novels are set in wonderful Odessa during the first half of the Twentieth Century – she was a European melting pot, a truly multicultural, very Jewish city and deserves many books.

Infine, la domanda che non può mancare: a cosa stai lavorando?

Abbastanza stranamente – su un romanzo ambientato in parte in Italia. Non mi è ancora permesso di raccontare alcun dettaglio, ma forse sarò fortunata e sarà tradotto in italiano!

Finally, the inevitable question: what are you working on now?

Funnily enough – on a novel set partly in Italy. I am not allowed yet to tell any details – but maybe I will be lucky and get translated into Italian with that one!

:: Il criminale pallido di Philip Kerr (Fazi 2020) a cura di Giulietta Iannone

25 aprile 2021

Maleducato, irrispettoso, non convenzionale, Bernhard “Bernie” Gunther, investigatore nella Germania nazista, torna nelle pagine di Il criminale pallido (The Pale Criminal, 1990), secondo episodio della trilogia berlinese di Bernie Gunther di Philip Kerr, edito da Fazi nella traduzione dall’inglese di Patrizia Bernardini.
Seguito di Violette di marzo, Il criminale pallido si colloca prima di Un Requiem tedesco, in uscita il 27 maggio sempre per Fazi. E noi lettori non possiamo che esserne felici perché se Fazi continua a pubblicarli non può che essere il segno che i lettori lo leggono, e che Fazi continuerà nell’impresa fino a tradurre anche gli episodi della seria ancora inediti in traduzione italiana.
Ma torniamo a Il criminale pallido, per la maggior parte ambientato a Berlino nel 1938 l’anno della Notte dei Cristalli, il violento pogrom antisemita che si verificò nella notte tra il 9 e 10 novembre, in cui il regime nazista mostrò ormai apertamente il suo vero volto senza ipocrisie o reticenze.
Il romanzo inizia dicevamo nella lunga, calda estate del 1938 con una lettera anonima. Qualcuno vuole vedere Bernie al Reichstag a mezzanotte.

«Merda, Bruno, non c’è alcun bisogno di evocare gli spettri. Mi rendo conto dei rischi che corro, ma d’altra parte è il nostro mestiere. I giornalisti ricevono le agenzie,i soldati i dispacci e gli investigatori le lettere anonime. Se volevo la ceralacca sulla posta che ricevo avrei dovuto fare l’avvocato».

È niente meno che il capo della Polizia criminale di Berlino, Arthur Nebe che gli propone di rientrare nella Kripo. E poi quando è Heydrich a volerlo c’è ben poca scelta. Bernie prende tempo e dice che ci penserà su.
Successivamente ancora in veste di investigatore privato, in società con Bruno Stahlecker, viene convocato in casa di una probabile cliente Frau Lange, proprietaria e direttrice di una casa editri­ce, in pena per il figlio, Reinhard Lange.
Scena dal forte sapore chandleriano che ci introduce nel cuore dell’indagine:

«E ora è bene che le dica perché l’ho fatta venire qui», disse risolutamente. «Voglio che scopra chi mi sta ricat­tando». Si interruppe, movendosi a disagio sulla chaise-longue. «Mi scusi, non è facile per me parlare di queste cose».
«Faccia pure con calma. Essere ricattati rende tutti nervosi». Annuì e buttò giù un sorso del suo gin.

Sarà l’inizio di una lunga e complicata indagine che porterà Bernie nella clinica del dottor Kindermann e poi nel bel mezzo delle più oscure e ambigue depravazioni del Reich.
Sarà proprio cercando le lettere oggetto del ricatto che Bruno Stahlecker perderà la vita e se Bernie vorrà vederci chiaro dovrà infine accettare la proposta di Heydrich di rientrare nella Kripo e indagare sull’operato di una specie di serial killer che uccide ragazze esclusivamente ariane, dai capelli biondi e gli occhi azzurri.
È inutile dire che presto le due indagini troveranno un nesso comune e Bernie si troverà da solo a combattere il Male, tra sanità mentale, occultismo, e violenza ferina.

Philip Kerr, nato nel 1956 a Edimburgo, ha esordito con Violette di marzo, primo capitolo della trilogia berlinese di Bernie Gunther – Violette di marzo (1989), Il criminale pallido (1990) e Un requiem tedesco (1991) –, grazie alla quale ha collezionato una lunga serie di premi e riconoscimenti e viene considerato un maestro del giallo. Oltre alla trilogia è autore di numerosi romanzi di successo. Amato dai giallisti, dai grandi autori letterari, dai divi del cinema, è scomparso precocemente nel 2018. I diritti della trilogia sono stati opzionati da Tom Hanks per una miniserie in coproduzione con HBO.

Source: epub inviato dall’editore. Ringraziamo Livia dell’Ufficio Stampa Fazi.

:: Un libro di poesie per bambini tra passato e presente: “In cammino. Poesie migranti” di Michael Rosen, illustrazioni di Quentin Blake (Mondadori Ragazzi 2021)

25 aprile 2021

Rosen è conosciuto a livello mondiale per aver scritto uno dei classici della letteratura per l’infanzia, A caccia dell’orso, ma ben pochi in Italia conoscevano il suo passato di migrazione e la sua sensibilità per questo argomento.

«Tutti provengono da qualche parte. Tutti hanno un passato. Tutti all’inizio sono da qualche parte. Tutti sono da qualche parte alla fine

Queste alcune delle (bellissime) parole che compongono un albo da sfogliare, leggere, osservare, guardare e rileggere. Si tratta di un libro di poesie per bambini e proprio per questo è arricchito dalle illustrazioni di un altro grande del mondo della letteratura dell’infanzia anglosassone, Quentin Blake.

Il libro di Rosen (Mondadori lo ha pubblicato per la giornata della memoria il 27 gennaio 2021) è diviso in quattro sezioni, le prime tre riguardano direttamente la sua vita, la sua esperienza famigliare di migrazione (figlio di ebrei polacchi comunisti), di guerra (i campi di concentramento per tanti suoi famigliari), di dolore ed emarginazione. La quarta sezione si intitola Di nuovo in cammino, ed “è pensata come un confronto con le odierne migrazioni nel mondo, una maniera per usare la memoria come consapevolezza e strumento con cui osservare la società, la posizione che abbiamo e che prendiamo in essa e la relatività della “Fortuna””.

Migranti di ieri e migranti di oggi a confronto in un libro lieve, profondo e diretto al cuore di tutti noi. Il libro è perfettamente sintetizzato nelle parole di Rosen poste a conclusione dell’introduzione alla raccolta:

Credo che noi, tutti, siamo cittadini del mondo, e che questa casa non dovrebbe essere delimitata da confini. Casa è dove la trovi.”.

Per gli insegnanti che volessero utilizzare il libro per lavorare sul tema della migrazione (ma anche dell’Olocausto) è stato creato un materiale didattico dal sito Leggendo leggendo Proposte per leggere a scuola. Consigliatissimo.

AA. VV. A trent’anni dal “congedo” di Giorgio Caproni (Gammarò edizioni, 2021) a cura di Nicola Vacca

21 aprile 2021

Giorgio Caproni è stato uno dei poeti più innovativi del Novecento. La sua essenzialità musicale scavata nella nuda terra della parola sconvolse il linguaggio della poesia.
I suoi versi restano un’esemplare testimonianza di un secolo ferito in cui il poeta si è posto nella condizione di viaggiatore.
I temi preferiti da Caproni sono il viaggio, la frontiera, la terra di nessuno con i loro paesaggi solitari. L’andare poetico di Caproni è fatto di metafisiche apparizioni che mettono a nudo l’incerto confine della vita abitato dall’uomo che è cacciatore e preda allo stesso tempo.
Caproni già in Come un’allegoria si interroga sulla vita e in seguito negli altri suoi libri (Il muro della terra, Congedo del viaggiatore cerimonioso) ha affrontato a viso aperto le ragioni profonde dell’esistenza toccando con limpida chiarezza i temi legati alle domande fondamentali, davanti alle quali chiede al lettore un’attenzione perplessa.
Nato il 7 Gennaio 1912 a Livorno e scomparso il 22 febbraio 1990 Giorgio Caproni è stato senza alcun dubbio uno dei massimi poeti del Novecento anche se ancora oggi tutte le iniziative promosse in suo favore sono servite ben poco a favorirne una più larga conoscenza.
Questo sostiene Francesco De Nicola che (insieme a Federico Marenco)in occasione dei trent’anni della scomparsa di Caproni al poeta ha curato un volume interessante scritto a più mani.
A trent’anni dal “congedo” di Giorgio Caproni. “Scendo, buon proseguimento” (Gammarò edizioni, pagine 115, € 16,00 è una raccolta di scritti (Angela Siciliano, Maria Teresa Caprile, Francesca Irene Sensini, Valentina Colonna, Federico Marenco, Francesco De Nicola) che esplorano alcuni aspetti sinora pressoché trascurati nella pur vasta bibliografia critica esistente sulla sua poesia.
Maria Teresa Caprile si sofferma sulle intuizioni di Caproni in merito al dubbio e sulla parola che nel Novecento ha subito un’estenuante falsificazione assecondata alla politica, un’imminente volgarizzazione che ha corroso i valori dell’umanesimo.
Partendo da questa premessa Caproni affronterà radicalmente tutti i dilemmi del disfacimento, inventando una lingua nuova che ha nella rottura del significato il suo punto di forza per una poetica che resterà un’esemplare e unica testimonianza di un secolo ferito in cui il poeta si è posto nella condizione di viaggiatore.
Un viaggio che porterà Caproni in nessun luogo, o in posti nebbiosi, assurdi e vuoti «La sua – scriverà Gian Luigi Beccaria – è la religione del vuoto, descritta, commentata con dizione mirabile in luoghi di frontiera dove tutto è solitudine, dolore, addio di un uomo in viaggio o in fuga».
Francesca Irene Sensini nel suo scritto intitolato Anarchici fuori tema: orti, giardini e fiori di Giorgio Caproni scrive che le tesi di Caproni sottraggono il lettore agli automatismi sensoriali del quotidiano e lo trascinano in un termin vague dove gli elementi concreti che cadono sotto i sensi si trasformano in metafisici e assolvono la funzione di strumenti conoscitivi.
Il viaggio, la frontiera, la terra di nessuno con i suoi paesaggi solitari. L’andare poetico di Caproni è fatto di metafisiche apparizioni che mettono a nudo l’incerto confine della vita abitato dall’uomo che è cacciatore e preda allo stesso tempo.

«Una poesia contratta – scrive Carlo Bo – fino allo spasimo e che tuttavia conserva una sua corposità, una parte di sostanza incontaminata. Al fondo c’è sempre l’uomo inseguito dalle sue preoccupazioni».

Caproni è stato il maggiore poeta italiano del secondo Novecento.
Il poeta livornese è riuscito a dare conto in versi dei moti dell’esistere, del vuoto e del nulla inventando un dire che tutto ha messo in discussione fino a tracciare le linee di un’esperienza poetica che ha un grado d’inventività, come giustamente osservava Vittorio Sereni, capace di individuare una situazione lirica nel quotidiano senza alcuna pretesa di definitività.
A trent’anni dal “congedo” di Giorgio Caproni è un libro prezioso, quasi un bilancio che invita il mondo della cultura a una serie di riflessioni sulla grandezza ancora non riconosciuta del grande poeta.

«La viva voce di Caproni – scrive Valentina Colonna nell’ultimo scritto che chiude il volume – è forse tra le meno conosciute del secondo Novecento, in quanto limitato fu anche lo spazio mediatico concessogli rispetto a quello di altri poeti suoi contemporanei, di cui si è consolidato, nella memoria del pubblico della televisione di quegli anni, un ricordo più chiaro. Possiamo infatti più facilmente ricordare la teatralità di Ungaretti o la melodiosità di Montale, con stili diversi e tecniche interpretative molto divergenti e contrastanti. Ma qual era la voce di Giorgio Caproni?»

Eppure quella di Caproni, come giustamente sottolinea Giovanni Giudici, era una poesia nuova.
Ancora oggi lui il è poeta nuovo che ha molto da dire e da insegnare alla cultura e alla poesia italiana contemporanea.

:: Lettere tra due mari di Siri Ranva Hjelm Jacobsen (Iperborea 2021) a cura di Giulietta Iannone

19 aprile 2021

Cara sorella tra non molto, grandi foreste ricresceranno in noi, fitte e nere di nutrimento. Pensa a questo. Pensa che saremo l’unico suono al mondo.

L’acqua è la culla della vita, liquido amniotico, pioggia che disseta la terra, mare che sfocia nell’oceano. L’acqua è madre, principio femminile, fonte e custode di energia. L’acqua è la protagonista dei cambiamenti climatici in corso sulla terra. I ghiacci si sciolgono, il livello dei mari si innalza, fino a ricoprere tutto il globo terrestre d’acqua?

È questo il nostro destino ultimo? rifondare il mito della Grande Madre?

La scrittrice danese Siri Ranva Hjelm Jacobsen ha scritto un delizioso piccolo libro dal titolo Lettere tra due mari in cui ipotizza un carteggio epistolare intimo, tenero e un po’ selvaggio tra Atlantica e Mediterranea, due sorelle, due mari vittime di inquinamento, che rimpiangono un passato lontano, che desiderano ricongiungersi.

Con penna delicata e lieve, e grande sensibilità l’autrice dà voce all’acqua con voce ambientalista e poetica, capace di far riflettere e toccare le coscienze, grazie alla sua bellezza. Da custodire e regalare a persone preziose. Traduzione di Maria Valeria D’Avino. Illustrazioni di Dorte Naomi.

Siri Ranva Hjelm Jacobsen (1980) Cresciuta in Danimarca da una famiglia originaria delle isole Faroe, dopo gli studi umanistici si dedica alla scrittura e collabora con diversi quotidiani e riviste. Con il suo primo romanzo, Isola (vincitore del Premio MARetica 2019), ispirato alla sua storia personale, si impone subito all’attenzione di pubblico e critica per l’originalità della sua voce poetica, tanto da essere affiancata ai grandi cantori del Nord, William Heinesen, Einar Már Guðmundsson, Jon Fosse e Jón Kalman Stefánsson.

Dorte Naomi (1975) è un’artista figurativa e illustratrice danese. I suoi disegni, opere grafiche e dipinti, che sono stati esposti presso musei e gallerie danesi e internazionali, trattano spesso della fusione tra l’essere umano e la natura in uno spazio tra simmetria e caos.

Maria Valeria D’Avino è nata a Roma, ha studiato letteratura Scandinava in Italia, dove si è laureata presso l’Università La Sapienza, e a Copenaghen. Dopo molti anni alla Rai (Radio, Multimedia) si è dedicata esclusivamente alla traduzione, soprattutto di narrativa danese e norvegese. Collabora con diverse case editrici italiane (Iperborea, Marsilio, Feltrinelli, Orecchio Acerbo). Tra gli autori tradotti per Iperborea: Knut Hamsun, Jørn Riel, Dag Solstad, Johan Harstad, Monica Kristensen, Gunnar Gunnarsson.

:: Omicidio a regola d’arte di Letizia Triches (Newton Compton 2021) a cura di Federica Belleri

18 aprile 2021

Seconda indagine che ha come protagonista il commissario Chantal Chiusano, il nuovo personaggio creato dalla scrittrice Letizia Triches.

Tra Roma e Napoli la trama intreccia il mondo dell’arte con il privato dei personaggi. Ad esempio la morte del marito della Chiusano, inspiegabile e atroce. O la morte di un pittore, a pochi giorni di distanza dal marito del commissario.

Due fatti che provocano sbigottimento, lasciano senza fiato e chiedono a gran voce delle risposte. La Chiusano dimostrerà fragilità e tenacia. Soffrirà ma avrà la forza di portare avanti un’indagine complessa. Entrerà nei salotti e parteciperà alle mostre degli artisti, nel loro mondo non sempre limpido, nelle loro vite segrete e torbide. E scoprirà che l’arte ha delle regole precise. È colorata e sfumata. È bianca o nera a seconda dell’occasione e dell’opportunità. È sfuocata al punto giusto per non mostrare spigoli o brutture. Ed è crudele, purtroppo. 

Grande protagonista, la città di Napoli. Contraddittoria e bellissima, profumata a tavola e nauseante nella falsità dimostrata.

Lettura consigliata.

Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri; Delitto a Villa Fedora e Omicidio a regola d’arte, incentrati sulle indagini del commissario Chantal Chiusano. Per saperne di più: www.letiziatriches.com

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Newton Compton.

:: Un’intervista con Marco Scardigli a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2021

Benvenuto Marco su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Docente, storico, saggista, romanziere, chi è Marco Scardigli? Punti di forza e di debolezza.

Lasciamo da parte il docente che appartiene a periodi lontani. Storico lo sono quasi di natura: essere storico è un modo di vedere il mondo, una particolare attenzione verso i segni del tempo, tutto ciò che determina un divenire, un cambiamento. Scrivere saggi per me ha sempre significato accompagnare il lettore “dentro” un certo momento del passato, condividendo contenuti, ma anche emozioni e suggestioni. Il bello della Storia, in fondo, sono le storie individuali o delle comunità, le narrazioni, i personaggi. Il romanziere ci aggiunge la fantasia e una certa libertà di argomenti.

È essenzialmente uno storico che ha iniziato a scrivere anche narrativa, o viceversa?

Come ho detto prima, per me la Storia è stata soprattutto appassionarmi a storie individuali o collettive; la narrativa è la stessa cosa. Diciamo che l’aspetto dominante è la passione per la lettura e la scrittura, senza badare alla catagolazione.

Quali sono i libri che leggeva da ragazzo? Quali sono i classici che ha più amato?

Da ragazzo leggevo come un forsennato, di tutto. Verne, Salgari, Stevenson e tanta storia, ovviamente: Bedeschi, Montanelli e tutta Storia Illustrata, di cui compulsavo religiosamente ogni pagina. L’archeologia di Ceram e i romanzi storici di Mino Milani sono stati certamente un altro tassello importante della mia formazione. Poi fantascienza a vagonate: Asimov, tutto, e la folgorazione di Douglas Adams. Infine l’innamoramento per il fantasy, a partire dall’imprescindibile Signore degli anelli.

Poi crescendo quali sono diventati i suoi scrittori preferiti?

I grandi maestri sono due: Simenon e Guareschi, le due architravi della mia biblioteca e, a mio parere, i due massimi artigiani della scrittura; e poi l’amatissimo Aldo Buzzi. Attorno a loro una corte infinita di autori che ho letto con la matita in mano per prendere appunti: Gary, Grossman, Montanari, Lemaitre, Carrère, Cabré, Pennac, tanto per limitarmi agli ultimi anni. E poi ovviamente tonnellate di gialli.

Qualche anno fa aveva attirato la mia attenzione Evelyne. Il mistero della donna francese (Interlinea, 2018, Premio Selezione Bancarella), può parlarci della serie a cui appartiene?

La serie è formata da tre romanzi (Celestina. Il mistero del volto dipinto; Evelyne. Il mistero della donna francese e Tina. Il mistero dei pirati di città) ambiantati nella Belle Epoque. Protagonisti sono un delegato di polizia, Marchini, una donna del popolo, Tina, e un ufficiale, Stoffel. Nel primo romanzo i tre si trovano coinvolti in uno stesso dramma: l’uccisione di una prostituta d’alto bordo, e i due uomini si innamorano di Tina. Nel secondo libro i protragonisti sono alle prese con una bellissima e misteriosa signora francese e nel terzo con dei delinquenti “moderni” (per chi viveva nel 1904). Insieme riescono a risolvere i casi, sopravvivere, crescere, trovare il loro posto nel mondo e perfino risolvere la questione di cuore.

Ora vorrei dedicare la seconda parte di questa intervista al suo ultimo romanzo “Sibil”. Come è nato il progetto di scriverlo?

In tutta onestà non lo so e, guardandomi indietro adesso che il libro è uscito, non capisco dove io abbia trovato il coraggio di imbarcarmi in un’avventura simile, così lontana dagli argomenti che più sento miei e fuori dalla mia comfort zone. Forse è stata decisiva la voglia, a una certa età, di provare nuove sfide; forse il fatto che Sibil non sia stato partorito come un blocco unico, ma che si sia formato progressivamente, strato dopo strato.

Chi o cosa, un saggio, un articolo di giornale, un documentario, le ha ispirato il personaggio di Sibil, una delle protagoniste del romanzo?

Anche il personaggio di Sibil non è nato dalla mia testa tutta intero, maturo e armato, come una Minerva. All’origine probabilmente c’è la mia passione per il funzionamento del cervello, per come si forma il pensiero o la memoria e poi qualche suggestione verso l’intelligenza artificiale. Il seme remoto è forse la frase raccontata dal mio amico, lo scrittore Alessandro Barbaglia. In occasione della nascita del primo figlio, un suo conoscente, insegnante al MIT, gli aveva detto: «Lo sai che noi saremo gli ultimi uomini a morire interamente biologici e tuo figlio invece vivrà con parti tecnologiche…».

È un romanzo molto al femminile, perché questa scelta? Perché tutte donne nella task force della Guardia di finanza che segue l’indagine al centro del romanzo?

Anche questa è una cosa a cui non so dare una spiegazione. Pure negli altri gialli che ho scritto, i personaggi femminili sono predominanti e, forse, meglio riusciti dei loro colleghi maschi. Una spiegazione potrebbe essere che volendomi staccare dalla storia militare fatta per il 98% di maschi, mi sia venuto naturale porre al centro dei miei libri figure femminili.

Un thriller tecnologico in cui l’ “arma” segreta è una ragazzina, un essere umano con poteri straordinari. Un’arma non convenzionale nella lotta contro il crimine l’ho definita. Quanto incide il fattore umano nell’ipertecnologico mondo della investigazione finanziaria contemporanea?  È possibile che persone come Sibil esistano veramente e siano utilizzati realmente da governi, enti, istituzioni?

Domande da un milione. Diciamo che è inevitabile che l’intelligenza artificiale, destinata a entrare in tutti gli aspetti del vivere umano, avrà un ruolo anche nell’investigazione, finanziaria e non. Altrettanto credo che i modi per “aumentare” le capacità umane siano in fase avanzata di studio o, forse, già in sperimentazione. Io ho cercato di trovare una via “umana” al dilemma tra biologico e tecnologico, ma non so se sia una previsione o una speranza.

Come accennavo nella mia recensione dal suo romanzo partono molte riflessioni etiche e morali legate alla privacy, alla concentrazione di tanto potere in un’unica persona, alla violazione o superamento di leggi, confini e regolamenti che cesserebbero di avere importanza. Come viene gestita questa parte dalle sue protagoniste?

Già oggi, anzi da ieri, il mondo tecnologico supera, evita, infrange, scantona le normali leggi concepite per un mondo interamente biologico: basta pensare alle mille polemiche sul capitalismo della sorveglianza, sulla gestione dei big data e sulle intromissioni nella vita politica dei paesi. E sappiamo poco o nulla dell’uso dell’IA in finanza e nel militare. Certamente la gestione di questi temi è una delle grandi sfide del prossimo futuro e una di quelle più decisive, forse alla pari con il problema ambientale.

Come ultima domanda nel ringraziarla della sua disponibilità. Vorrei chiederle quali sono i suoi progetti per il futuro e se Sibil avrò un seguito.

Io a Sibil sono molto affezionato, le voglio davvero bene e mi piacerebbe vederla crescere. Diciamo che il suo destino è legato a quello del libro…

:: Che mito!: Ulisse e il gigante Polifemo e Il labirinto Il Minotauro e il filo di Arianna di Hélène Kérillis, disegni di Grégoire Vallancien (Gallucci 2021) a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2021

Gallucci editore pubblica in una simpatica collana che si chiama UAO (Universale d’Avventure e d’Osservazioni) Prime letture la serie Che Mito! per avvicinare i bambini alla mitologia greca e alla lettura.

E oggi vi parlo di due volumi di questa serie: Ulisse e il gigante Polifemo e Il labirinto, Il Minotauro e il filo di Arianna con testi di Hélène Kérillis e disegni di Grégoire Vallancien.

Sono due albi interamente a colori con illustrazioni spiritose e vivaci e testi con caratteri ad alta leggibilità.

Sono indicati per bambini dai 7 anni in su e si sa i bambini amano i mostri e le creature bizzarre, qui conosceranno il gigante Polifemo, un essere cattivissimo con un occhio solo al centro della fronte che ama sgranocchiare gli esseri umani e il Minotauro anche lui un gigante con il corpo di uomo e la testa di toro, sanguinario e cattivissimo pure lui, tanto da essere confinato in un labirinto a Creta. Ma si sa i cattivi non la fanno sempre franca per cui Ulisse e Teseo grazie alla propria astuzia, inventiva e coraggio l’avranno vinta.

Oltre a questi ci sono altri albi: Il tallone di Achille e Romolo e Remo sempre di Hélène Kérillis e Grégoire Vallancien. Traduzione dal francese a cura della Fondazione Unicampus San Pellegrino nell’ambito del corso “Tradurre la letteratura”.

Hélène Kérillis è appassionata della mitologia fin dall’infanzia e non ha mai smesso di studiarla. Ama anche l’arte e i viaggi, la lettura e la scrittura, che danno alla vita bellissimi colori.

Grégoire Vallancien adora disegnare e lo fa da quando era bambino. Gli piace moltissimo illustrare storie e soprattutto… leggerle ai suoi figli! È innamorato di Parigi e del Mediterraneo ed è un lettore vorace di gialli e di mitologia.

Source: albi inviati dall’editore. Ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

:: Un’intervista con Marilù Oliva a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2021

Benvenuta Marilù e grazie di avere accettato questa nuova intervista per Liberi di scrivere. Hai da poco pubblicato “Biancaneve nel Novecento” proposto da Maria Rosa Cutrufelli per l’edizione 2021 del Premio Strega, un romanzo molto particolare, anche doloroso se vogliamo, una storia doppiamente al femminile che unisce due generazioni di donne del Novecento. Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

Mi ha spinto il desiderio di raccontare due (che poi diventano tre) donne nel Novecento e seguirle nel loro cammino – costruito come una fiaba – fin da quando sono piccole o giovani. Lili è una vittima della storia, Bianca incarna le bambine che hanno subito qualche maltrattamento per colpa di uno o più adulti presi dai propri guai e feriti dal passato. Convinte entrambe che la Storia sia distaccata e in mano soltanto ai potenti, si illudono che scorra lontana, invece una ci si tuffa dentro per scelta volontaria, la studia, la scova, l’affronta; l’altra ne viene fagocitata, viene rinchiusa nel lager di Buchenwald e lì indotta a prostituirsi nel famigerato bordello.

Bianca e Lili sono le protagoniste, a capitoli alternati raccontano le loro vicende personali. Bianca è una bambina poi ragazza del presente, Lili è una anziana signora nata nel 1919 in Francia da una famiglia contadina. Non potrebbero essere più diverse ma in fondo hanno qualcosa di simile, non è vero?

Sì, hanno in comune, inizialmente il fatto di essere travolte dal dolore (anche se si tratta di esperienze molto diverse), poi di cercare entrambe la luce. Ma hanno in comune anche lo stesso rapporto con la Storia, quella grande di cui parlavo sopra, con la S maiuscola: dapprima di completo disinteresse diventa poi un legame più profondo. Il loro viaggio verso la consapevolezza si compirà quando entrambe capiranno che la Storia ci appartiene e, con ogni nostra scelta e comportamento, possiamo – seppur talvolta solo in minima parte – influenzarla.

Lili ha un passato molto doloroso, per avere ospitato nella casa di suo marito una famiglia ebrea fa l’esperienza dei campi di concentramento nazisti. Bene o male questi campi di prigionia e di sterminio hanno inciso nell’anima del Novecento. Ho letto che nulla di cosa racconti è inventato (a parte il personaggio di Lili che un po’ racchiude l’esperienze di tanti sopravvissuti), ti sei basata su libri, testimonianze, documentari. Come ti sei avvicinata a questo doloroso passato? Come hai affrontato le radici del male del Novecento?

È da anni che leggo libri, saggi, vedo audiovisivi e porto avanti progetti nelle mie classi sullo sterminio, molto attenta alle parole di Primo Levi, quando nella Shemà dice: “Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore…”. Conservare la memoria tutela noi da un futuro pericoloso ed è un atto doveroso verso ciò che è stato. In questo senso, col mio romanzo, volevo dare un piccolissimo, infinitesimale contributo a ciò che gli ebrei chiamano Tiqqun ‘olam (in ebraico: תיקון עולם‎): un atto di riparazione nella speranza di un mondo migliore.

Nel tuo libro parli della tragica morte della principessa Mafalda di Savoia a Buchenwald, proprio Lili l’assiste nel Sonderbau, come ti sei documentata per questo episodio umanamente davvero terribile? un’atrocità nelle già tante atrocità, considerato che una volta ferita ne hanno causato scientemente la morte.

Ho letto diverse sue biografie e testi storici, tutti elencati nella Bibliografia finale. La sorte riservata a questa principessa che ogni giorno andava avanti retta solo dalla speranza di rivedere i suoi figli è molto triste, anche se a lei – almeno quando era in vita – in virtù del suo rango fu riservato un trattamento leggermente migliore rispetto a quello di molti altri prigionieri.

Dopo la morte della principessa a Lili viene fatta una proposta che cambierà per sempre la sua vita. Ce ne vuoi parlare?

Certo: viene proposto a Lili di prostituirsi nel Sonderbau, l’ “edificio speciale” che corrispondeva al bordello del campo di concentramento di Buchenwald. Ho scelto di raccontare questa realtà, rimasta tabù per anni, quando sono venuta a scoprire che Himmler, nel 1942, decise di istituire dei bordelli nei campi di concentramento nazisti, dove le ragazze venivano reclutate con l’inganno: si prometteva loro che dopo 6 mesi sarebbero state liberate, ma questa promessa non fu mai mantenuta. Anzi, spesso capitava che si ammalassero o venissero colpite da malattie veneree e finivano nella baracca degli esperimenti. Questa realtà, rimossa fin dopo la Liberazione perché ritenuta scomoda e inopportuna e divenuta solo più tardi oggetto di ricerca storica, ha attirato la mia attenzione sia perché riguardala storia delle donne nella Shoah, sia perché racconta l’inferno nell’inferno. Le ragazze costrette a prostituirsi finivano per essere vittime più volte: vittime del lager, degli aguzzini e dei prigionieri, dei pregiudizi, dei loro sensi di colpa. Il perdurare del disprezzo nei loro confronti anche nei decenni successivi è indicativo, le si considerava le sole responsabili del trattamento subito, come se davvero avessero avuto molta possibilità di scelta. E questo è uno dei motivi per cui si possono rinvenire così poche testimonianze dirette.

La prostituzione femminile (esisteva anche quella maschile) è un tema che non viene spesso affrontato. Un’ulteriore umiliazione e violenza in realtà dove la violenza e la sofferenza erano la norma. Tu hai avuto il coraggio di affrontare questo tema molto spesso dimenticato. Già i sopravvissuti si sentivano in colpa per essere sopravvissuti, le donne vittime di prostituzione, lo erano ancora di più. Come Lili metabolizza questo dolore?

Questo è un tema molto delicato, che io ho cercato di risolvere anche attraverso le testimonianze di altri ex-detenuti che non avevano certo potuto spazzare via con un colpo di spugna tutto ciò che era stato. Un’esperienza come l’internamento lascia ferite profonde e non sempre queste si rimarginano, basti soffermarsi sugli sguardi di alcuni testimoni. Il tempo guarisce tutto? Non lo so, nel mio romanzo il tempo forse potrebbe lenire, ma cosa resta nei nostri abissi più profondi? Ho provato a immaginare come avrebbe potuto affrontare una nuova vita una ragazza annichilita fin nel profondo che, contro ogni sua previsione, aveva però trovato nel lager qualcosa di prezioso.

Bianca è una bambina di quattro anni nel 1980. Molto più vicina alla tua generazione, ti è stato più facile costruire il suo personaggio?

Mi è stato più facile per quanto riguarda soprattutto le atmosfere dell’epoca, che conosco bene.

Hai una grande sensibilità soprattutto quando racconti l’infanzia e l’adolescenza, sicuramente il tuo lavoro di insegnante ti ha dato gli strumenti per indagare e comprendere meglio queste psiche ancora in formazione. Ma oltre a questo c’è proprio una tua sensibilità particolare che ti spinge a comprendere il mondo dell’infanzia. Sei stata una bambina amata e felice?

Non tornerei mai all’età dell’infanzia, sono stata una bimba abbastanza infelice e ho subito diverse perdite (in questo mi riconosco in Bianca), ma soprattutto non ho provato in pieno il senso di protezione che ogni bambino dovrebbe ricevere. Cercando una via di fuga, mi sono rifugiata nel mondo dei libri e questo forse ha acuito la mia predisposizione alla fantasia e all’ascolto dell’altro. Credo che derivi tutto da qui. Ogni volta che parlo di un bimbo che subisce una sopraffazione, sento la mia piccola voce indignata.

Tornando a Lili, il personaggio che mi ha più colpito per la sua forza, la sua determinazione e il suo non farsi sopraffare dalla violenza fisica e psicologica subita. Come supera sentimenti negativi come l’odio e la vendetta?

Attraverso la solidarietà. Seppure tutti noi non possiamo sfuggire alla nostra solitudine, dobbiamo anche ricordarci che, pur con tutta la nostra forza (quando c’è) da soli non combiniamo nulla. Se Lili non avesse incontrato persone come Sophie o come Elio, probabilmente non ce l’avrebbe fatta.

Il tuo libro ha anche valore di testimonianza, per avvicinare i ragazzi a queste pagine oscure del Novecento. Tu non calchi mai la mano, non cerchi l’effetto, anzi con mano lieve lasci trasparire anche tocchi poetici. Come è stato accolto il tuo romanzo nelle scuole?

Molto bene, riscontro nei ragazzi e nelle ragazze di oggi una grande sensibilità verso il tema. Spesso mi rivolgono delle domande così interessanti e ricche di spunti di riflessione che ci penso anche nei giorni successivi.

Ringraziandoti per la tua disponibilità, come ultima domanda vorrei chiederti quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Mi sto dedicando a un progetto nuovo, ma per scaramanzia non ne parlo. Anche se è solo un gioco, la mia parte miscredente non crede a queste cose! Grazie, Giulietta, per le tue belle domande.

:: La quarta parete di Giuseppe Perrone (L’Argolibro editore 2020) a cura di Giulietta Iannone

16 aprile 2021

Una poesia evocativa, densa di significati, anche sofferti, colma i versi liberi della raccolta La quarta parete del medico-poeta tarantino Giuseppe Perrone. Raccolta divisa in cinque parti: La stanza vuota, Davanti al muro è impossibile capire, Passi perduti e altri inciampi, In compagnia della cenere, e l’ultima Accadono scene mute.

Una poesia chiaroscurale fatta di zone d’ombra illuminate da improvvisi lampi di luce. Il pessimismo che ne emerge non è assoluto, sebbene il dolore, la solitudine e la morte rendono difficile la costruzioni di mondi gioiosi e luminosi, ma la poesia che si scrive da sola, come afferma nel componimento che dà il titolo alla raccolta è quel di fronte che può essere confine o spazio aperto dinnanzi alla vita chiusa in quattro pareti. La poesia sgorga dunque spontanea quando il canale di questa percezione è aperto, autentico e sincero come in questo caso.

Versi densi di saggezza misteriosa, anche se come scrive Nietzsche, nella citazione in esergo, la saggezza può porre limiti alla conoscenza, ma il poeta la possiede, avendo visto il dolore e la morte in faccia come medico ed essere umano sensibile che ben conosce l’abisso della sofferenza che la vita dispensa a piene mani. Ma non si arrende.

Ho trovato molto toccante e vera Vigilia (senza giorno di festa) della quinta sezione, specialmente nei versi O furia di cielo e santi/ attenzione all’estasi dei salmi o nei versi O mani che si stringono per dirsi addio/ attenzione a non giurare “per sempre”. Versi essenziali, schietti, puri, capaci di toccare le più misteriose corde dell’anima che ci mettono in guardia dall’insidie dell’oggi nascoste in luoghi inattesi.

La poesia è come l’anima, che forse non si vede ma si fa sentire, se è autentica e in questi versi si ha schietta questa sensazione. È una poesia che ha un ritmo, una cadenza, una voce personale e intima molto particolare.

Ho amato molto questa raccolta, di un poeta giustamente premiato e apprezzato, che ho conosciuto grazie a Nicola Vacca che cura la collana Agorà, dove questa raccolta è inclusa. Se amate i poeti contemporanei, Perrone è nato nel 1959, sono certa certa che questa silloge saprà parlare anche a voi.

Permettetemi due notazioni finali: il componimento grafico in copertina è una fotografia di Rino Scarpa e la prefazione di Cosimo Argentina.

Giuseppe Perrone nasce il 1959 a Taranto, ove svolge attività di medico. Nel mese di ottobre 2013 pubblica, per Manni Editori, la prima raccolta di poesie dal titolo “ Tra i passi e le strade “. Nel 2014 ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Nazionale di Basilicata e Calabria; un primo posto per poesia inedita al Concorso di Poesia di Positano. Ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Internazionale Lilly Brogy di Firenze. Entra nella finale del Premio Letterario Nazionale Città di Castello ( PG ). Nel 2015 ottiene premio di merito per libro edito al Concorso Letterario Internazionale “ Vitruvio “ di Lecce. Ottiene premio speciale della giuria al Concorso Internazionale di Latina per poesia inedita; terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Internazionale “Il Convivio” di Castiglione di Sicilia ( CT ); terzo posto per poesia inedita al Premio Nazionale di Arti Letterarie Città di Torino. E’ presente in alcune antologie di poeti per la Casa Editrice Pagine.

Source: libro inviato dall’editore.

:: Un’intervista con Flavio Troisi a cura di Giulietta Iannone

15 aprile 2021

Hai un blog “La fattoria dei libri”, un canale Youtube “Broken Stories”, sei un apprezzato ghost writer, scrivi saggi, racconti e romanzi. Insomma ti tieni occupato. Parlaci dunque di te, dicci qualcosa di molto, molto personale.

Il blog è moribondo, perché non lo aggiorno affatto, mentre Broken Stories su YouTube mi tiene allegramente impegnato e si sta conquistando la sua fetta di pubblico interessato a tutto ciò che riguarda la narrativa ad alta tensione, dark, immaginifica raccontata onorando le opere e gli autori. Mi tengo occupato facendo ciò che amo e mi interessa e mi gratifica, che poi mi pare uno dei pochi modi sensati di stare al mondo. Sono un tizio che ama passare il tempo a casa, con la testa fra le nuvole, immerso nell’arte di raccontare storie. Prima di tutto come lettore e spettatore. Solo dopo come autore. Il mestiere di ghost writer è un bel modo di pagare le bollette. Una cosa molto personale? Non mi sono mai sposato e non ho figli, non mi sono mai legato a nessun credo religioso, ho una mentalità analitica e positivista.

La tua scrittura trasuda buone letture, parlaci dei tuoi scrittori preferiti e del tuo amore per l’horror.

Ho alle spalle studi classici e letterari, mi sono laureato studiando comunicazione, ma sono cresciuto come lettore e scrittore leggendo fantascienza, fantasy, horror, mistery, thriller. La letteratura è sempre stata per me un luogo di ristoro, di recupero dal sovraccarico di realtà imposto dalla vita. Forse per controbilanciare il mio stretto pragmatismo ho sempre sentito che l’immaginazione era la terapia che occorreva al mio spirito. E questa, oggi, vive soprattutto nelle narrazioni che usano il fantastico come materiale di impasto, come ingrediente. Il fantastico è di per sé la vera letteratura, come spiegava Borges, mentre il realismo non è che un passaggio temporaneo, un incidente di percorso nella storia della letteratura. Questo però non fa di me uno scrittore del fantastico, né tanto meno horror. Io scrivo e basta, usando ogni elemento possibile per rendere una storia più avvincente e rilevante.
Come lettore di vecchia data, amo però l’horror perché è semplicemente uno dei filoni letterari più ricchi di stimoli e di talenti, nonché uno dei pochi generi in grado di rispondere alla perdita di coordinate morali ed emotive della contemporaneità. Una contemporaneità fatta di smarrimento del senso, di prospettive ideali, depressione, soprattutto, di disagio mentale pervasivo, ovvero la piaga più diffusa e meno riconosciuta della contemporaneità consumistica. Le emozioni esplorate dalla letteratura weird e horror, come ha brillantemente illustrato il critico e filosofo Mark Fisher sono lo specchio di questo spaesamento, ma anche, per quanto mi riguarda, un rimedio. La depressione infatti non si esprime solo nella tristezza, ma soprattutto nella perdita di contatto con le proprie emozioni. I romanzi ad alta tensione bucano questa insensibilità ovattata e ci ricordano che abbiamo ferite dolenti di cui prenderci cura. Per farlo attingono alla nostra primitiva capacità di avvertire il pericolo. Ci dicono: smettila di fingere che sia tutto ok, qui c’è qualcosa che non va. Non è davvero poca cosa, ti pare? Certo, si può sempre decidere di continuare a dormire, a guardare altrove. L’elemento orrorifico di una buona narrazione è lì per risvegliare i nostri sensi annichiliti dalla depressione strisciante, endemica al nostro stile di vita iperconsumista.

Parliamo del tuo ultimo libro edito questa volta con il tuo nome, Ogni luogo un delitto, un thriller con venature horror, proprio splatter e un sentore di sovrannaturale. Ma tutto parte dalla mente umana che genera mostri e a volte può davvero essere misteriosa. Come è nata l’idea di scriverlo? Premetto che chi leggerà il libro troverà un anticipo sulla prima fonte di ispirazione.

Ogni luogo un delitto è un thriller con momenti ad alta tensione e momenti di confronto con il male, rappresentato da un assassino terribile. Di conseguenza suscita emozioni forti, come deve avvenire in un thriller. Ma è anche un romanzo di amicizia, amore, ed è costellato di momenti comici, che strappano più di una risata, mi dicono. Quindi, si spera, è un romanzo intenso. Non ci sono venature horror, per come le vedo, né splatter. È un errore pensare che quando scorre il sangue siamo nello splatter e quando la tensione ci attanaglia siamo nell’horror. No, siamo molto semplicemente nell’efficacia narrativa, secondo me. Nel mio romanzo ci sono venature sincere, per come la vedo. Il male è il male e spaventa, la violenza è violenza e atterrisce. Nel mondo reale si può perdere la vita per un pugno. Nel modo reale si ha paura. Ma se intendi dire che una scena o due ti hanno spaventato, allora ho fatto bene il mio lavoro, e sono contento. Non so quale sia la primaria fonte di ispirazione, onestamente. L’idea di scriverlo è nata dalla voglia di firmare un romanzo, dopo altri scritti come ghost writer, sempre con passione. Firmare un romanzo è un atto di narcisismo e io ho ceduto.

Direi di partire dall’inizio dall’incipit:

Per imparare a essere un rom, innamorarsi ancora, portare alla luce una catena di efferati delitti, vedersela con un serial killer e impazzire una volta per tutte, Fabio Castiglione prese il volo diretto delle 14.15 per Torino.

Che io trovo fulminante. Scuola americana, immagino?

Scuola di narrativa, più che altro. Tecnicamente è un flashforward, l’opposto del flashback, ma questo in particolare è un super flashforward, perché riassume tutto il libro facendo uno spoiler pazzesco, esattamente l’opposto di quello che si ritiene opportuno. Intorno a questo singolo incipit ho ragionato per una infinità di tempo. È il primo dopo il prologo ed è una dichiarazione di onestà verso il lettore. Gli sto dicendo: questa è la trama, questo è il tipo di libro che stai per leggere, ora che sai tutto, decidi se t’interessa, ma sappi che farò di tutto per sorprenderti, perché in realtà non sai ancora niente.

La cultura rom ti affascina? Perché questo popolo migrante secondo te è vittima di così tanti pregiudizi? Pensi che sia la loro grande libertà che spaventa i popoli stanziali?

I protagonisti del romanzo sono un romano e un rom, che coprono il ruolo di detective, anche se improvvisati e un po’ scalcagnati. I rom, questo popolo migrante per necessità, non per scelta, è un un po’ un mistero. Vive in una zona di ignoranza selettiva della nostra società. Di loro sappiamo poco o niente, e molti si sentono in diritto di pensarne tutto il male possibile con una sorta di automatismo culturale orribile. Verso di loro si esercita un razzismo strisciante, onnipresente, che non mi va giù, prima di tutto in me. Dei rom emarginati (ma non è detto che lo siano per forza, ci sono rom perfettamente integrati) spaventa la povertà, non la libertà. Infatti c’è poca libertà nella miseria. E forse ci spaventa anche il loro distintivo senso di appartenenza a una tradizione che non vuole farsi assorbire nel grande melting-pot indifferenziato, che è tanto utile in termini di marketing globalizzato ma non so quanto ci renda felici. Questa cultura mi affascina come tutte le culture, molto semplicemente ho deciso di cominciare a osservarla con attenzione e rispetto. La conoscenza è il primo passo verso l’empatia.

E veniamo alla domanda che volevo farti durante tutta la lettura del tuo libro: ma tu credi alle facoltà medianiche, al sovrannaturale? O è solo ottimo materiale per scrivere storie di paura, e indagare l’inconscio collettivo della nostra società?

Non credo nel sovrannaturale. Credo nel naturale, che è già abbastanza miracoloso di suo, e molto minacciato. Ma come giustamente osservi, può essere un ottimo strumento di sintesi per addentrarci nell’inconscio collettivo, nel sentire comune che altrimenti è più arduo esprimere, e forse pure meno interessante. Il sovrannaturale non esiste nella realtà fenomenica e sociale, esiste però nella dimensione psicologica e culturale, quindi non vedo come uno scrittore possa ignorarla o relegarla a sfizio escapista, un errore in cui quasi sempre scivola l’intellighenzia italiana.

La tua passione per King è manifesta: quale è il suo libro che ami di più?, e spiegane dettagliatamente i motivi.

Ho letto King da ragazzo, molto e con voracità appassionata, ma oggi la passione non c’è più. Solo grande ammirazione e gratitudine, soprattutto per le opere giovanili. Gli ho voluto bene, è stato un amico del mio cuore, ma si va avanti e non leggo più tutto quello che scrive, perché ho già dato quando eravamo in pochi ad apprezzarlo. Ma Stephen King ha scritto libri importanti. Fra quelli che ho amato alla follia c’è It e “Stagioni Diverse”, che ospita quattro romanzi brevi, tre dei quali sono capolavori. “Un ragazzo sveglio” è quello che più mi ha turbato e di solito non viene citato. Racconta del rapporto morboso fra un ex ufficiale nazista e un ragazzo “per bene” che scopre il suo passato e comincia a ricattarlo per farsi raccontare i dettagli più macabri relativi ai campi di sterminio. Il male poco alla volta corrompe il ragazzo. Una storia scioccante, vera, senza un alito di soprannaturale, di un King morboso, che andava a toccare i nervi scoperti, come in “Ossessione”, titolo originale “Rage.” Dove preconizzava le stragi scolastiche di ragazzi disagiati e armati pesantemente. Un romanzo che ha ritirato dal mercato, e posso capirlo, ma mi dispiace anche, perché quella storia aveva una rilevanza sociale autentica.

Ipotizziamo il futuro: il tuo libro viene tradotto in inglese, e King lo legge. Cosa ne penserebbe?

Non lo so. Che c’è suspence anche in Italia?

Fabio Castiglione e Costel una coppia di investigatori improbabili, vero che c’entra lo zampino di Lansdale? E poi volevo chiederti James Sallis lo conosci? L’hai mai letto?

Non conosco Sallis, mi spiace, ma apprezzo molto Joe R. Lansdale. I suoi detective improvvisati Hap & Leonard sono fra i buddies più riusciti nella tradizione appunto delle “buddy stories”, avventure che hanno per protagonisti due amici spesso antitetici su diversi piani, ma sempre affiatati,. In Hap & Leonard c’è in aggiunta il tema portante dell’antirazzismo, che nel mio romanzo è centrale. In ogni caso l’alchimia del rapporto amichevole e conflittuale nello stesso tempo è uno standard trasversale. Soprattutto al cinema funziona sempre, ma anche in TV. Da bambino guardavo sempre Starsky e Hutch, un telefilm classico di questo filone. Ha sempre funzionato accostare personaggi difformi, da Don Chisciotte e Sancho Panza in poi.

Infine ultima domanda, nel ringraziarti per la disponibilità vorrei chiederti i tuoi progetti per il futuro.

Sto lavorando a un nuovo thriller che mette al centro altre marginalità, che indaga zone d’ombra differenti, una storia nera, ma anche molto romantica a modo suo. E continuo a esplorare il mondo della narrativa a tinte dark sul mio canale Broken Stories, che vi invito a seguire, se vi va. Vi si fa cultura con divertimento.