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:: Cleopatra – L’ultima regina d’Egitto – Christian Jacq (tre60 2017) a cura di Daniela Distefano

5 settembre 2017

cleopatraDiciamolo pure: gli adolescenti di oggi sono depotenziati rispetto ai teenager dell’antichità che potevano ereditare regni, imperi, principati anche in tenera età e li sapevano amministrare sotto la supervisione di un tutore non sempre in odor di saggezza.
Cleopatra era una girl che a diciotto anni ha ereditato da Tolomeo XII il regno d’Egitto.
Non era un regalo della Fortuna. Allora l’Egitto attraversava un passaggio critico del suo sistema politico.
Cleopatra doveva risollevare le sorti non solo economiche del proprio Paese. Sul suo cammino poi mille nemici (funzionari corrotti, ufficiali spietati, consiglieri sleali, e un ragazzino, suo fratello Tolomeo, che le voleva strappare il trono); l’eunuco Fotino, il precettore Teodoto e il generale Achilla, rappresentavano un consiglio di reggenza per spezzare il potere di Cleopatra. Dopo averla indotta all’esilio, volevano eliminarla.
Ma il pericolo incombente era un altro, era Roma.
Ecco allora il simulacro dell’Amore a trasfigurarle il destino.
Giulio Cesare, il padrone del mondo, divenne il suo amante.

“Una guerra civile è sempre un’impresa disastrosa” ammette Cesare.
“Se riesco a favorire una riconciliazione tra voi rinuncerai a combattere?”
“Lo prometto. E tu, rinuncerai a impossessarti del mio paese?”
“Roma ha bisogno delle ricchezze dell’Egitto, in particolare dei suoi cereali, e intendo promuovere stabili relazioni commerciali con un potere forte e duraturo.”
“Con me e Tolomeo, in altre parole.”
“Queste erano le esigenze del tuo defunto padre, e tale è la vostra legge; dal suo rispetto dipenderà una pace dalla quale trarremo tutti profitto.”
“Queste parole sagge mi soddisfano. Celebriamo il nostro patto.”

Cleopatra voleva avere un figlio da lui però, dopo la nascita di Cesarione, Cesare fu ucciso, il resto è storia nella Storia.
“Cleopatra. L’ultima regina d’Egitto” (tre60), romanzo di Christian Jacq, è una cavalcata narrativa che toglie il respiro, si lascia sfogliare con accanimento e avidamente. Un trucco da prestigiatore per far dimenticare le ore al lettore.
Ottimo compagno per chi rimane ancora in spiaggia a settembre nonostante qualche nuvola e qualche brivido non solo causato dal tempo.
Non mancano gli ingredienti genuini del racconto d’avventura, forse un po’ annacquata l’introspezione psicologica dei personaggi, forse qualche concessione furba alla verve dell’immaginazione, ma l’impalcatura letteraria regge, la sostanza è dipinta con i colori della perizia artigianale creativa di cui Jacq è maestro. Traduzione: Maddalena Togliani.

Christian Jacq ha raggiunto il successo mondiale con Il Romanzo di Ramses, una saga pubblicata in 29 Paesi che ha battuto ogni record di vendita. Un caso editoriale eclatante, nato dalla sua passione per l’antico Egitto, dai suoi studi di archeologia e dalla sua ispirata forza narrativa.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Barbara Trianni.

:: La cattura dell’effimero – Beatrice Colin (Neri Pozza 2017) a cura di Federica Spinelli

5 settembre 2017

la_cattura_dell_effimero_01La cattura dell’effimero è ambientato nella Parigi alla vigilia dell’Esposizione Universale del 1889, quella in cui sorgerà una delle meraviglie del mondo moderno: la Tour Eiffel. Siamo nella Parigi delle stagioni dell’alta nobiltà, dei corsetti e delle redingote, dei balli e degli inviti a colazione, ma anche nella Parigi dell’impressionismo e della pittura di Jeorge Seurat. Un Ottocento ancora ruggente nelle sue consuetudini e nelle sue regole ferree.
La storia si apre con un viaggio in mongolfiera in cui Alice Arrol e suo fratello Jamie, due giovani scozzesi nel bel mezzo del loro Grand Tour, accompagnati da Caitriona Wallace, si godono in una fredda mattina invernale la vista di Parigi. Sulla stessa mongolfiera si trova anche Emile Nougier, ingegnere co-responsabile insieme a Gustave Eiffel della costruzione della Tour Eiffel. Cait fa per caso la conoscenza di Emile e tra i due scatta subito il colpo di fulmine, ma Jamie si intromette architettando di far sposare la sorella al giovane ingegnere ed entrare così anche lui nella costruzione della famosa Torre. Sarà proprio intorno alla costruzione della Torre si intrecceranno così i destini di tutti i personaggi, restando inevitabilmente compromessi.
Il romanzo tocca il tema del ruolo della donna nella società di metà Ottocento, incastrata in un dedalo di regole dell’etichetta e la cui unica speranza di sopravvivenza è commisurata alla possibilità di fare un buon matrimonio. Cait, dopo essere rimasta vedova, secondo la società ha come sola speranza di sopravvivenza quella di risposarsi se non vuole incorrere in un destino di povertà. La stessa Alice, seppure provvista di mezzi materiali, ha come unica aspirazione quella di sposarsi con un buon partito. La prima riesce a riscattarsi solo fuggendo lontano dalle convenzioni in un luogo dove resterà libera di prendere le proprie decisioni, mentre la seconda pagherà ben presto il prezzo della sua superficialità. Nel corso del romanzo, come metafora della rete di cui sono vittime le donne per via dell’etichetta, si fa riferimento alla quantità di vestiti e indumenti che le signore sono costrette a indossare, con numerosi commenti circa la scomodità e la difficoltà ad annodare, tirare, allacciare, abbottonare, costringere e schiacciare il corpo in questa armatura di ferro e stoffa. In riferimento agli abiti come esempio della costrizione delle regole della società, nel finale la libertà raggiunta dalla protagonista si esprime anche nell’indossare vestiti leggeri e comodi.
La Parigi descritta nel libro è esattamente come ci si immagina la città all’epoca dell’impressionismo, con i caffè e i locali notturni dove dare sfogo a vizi proibiti, Montmatre e la vita di strada, gli artisti e personalità notabili che camminano lungo i nuovi viali voluti dal barone Haussman. Il sapore di quest’epoca è restituito alla perfezione dall’autrice che ne evoca non lo solo lo spirito ma persino colori e profumi. Il romanzo scorre sotto gli occhi del lettore come un film dove la trama lascia poco all’immaginazione ma è ben scritta e funzionante. La cattura dell’effimero a cui il titolo fa riferimento si rivolge sia alla Tour Eiffel che svetta verso il cielo – una volta eretta era l’edificio più alto dell’epoca – , a tutte le storie legate alla sua costruzione e allo sgomento che questo strano edificio suscitava, ma anche alle illusioni verso cui ciascun personaggio tende nel corso del romanzo e che sarà costretto ad abbandonare.

Beatrice Colin, nata a Londra e cresciuta in Scozia, ha vissuto per anni a New York lavorando come giornalista freelance per il Guardian e numerose altre testate. Autrice di testi teatrali e radiofonici per la BBC, ha pubblicato il romanzo La vita luminosa di Lilly Afrodite, tradotto in molti paesi e pubblicato in Italia da Neri Pozza. Vive a Glasgow. http://www.beatricecolin.co.uk/

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

:: Gruppo di lettura – Il libro di ottobre

4 settembre 2017

Oggi sceglieremo insieme il libro da leggere per sabato 28 Ottobre, che discuteremo qui sul blog.

L’orario è confermato dalle 18,00 alle 19,00. Poi chi vuole proseguire fin che gli impegni ce lo consentono.

Qui sarà aperto un sondaggio, ognuno può scegliere il libro preferito votando per i libri proposti. Quello con più voti sarà il libro di cui ci occuperemo questo mese.

Potete aggiungere titoli, non appariranno nel sondaggio, ma io li vedrò nel report risultati. Buona scelta!

N.B. : si vota fino a sabato 9 ore 12.

Risultati:

Il libro scelto è:  Casa Howard di Foster,

partecipate numerosi, vi aspettiamo!

 

:: Il manifesto del libero lettore – Alessandro Piperno (Mondadori, 2017) a cura di Nicola Vacca

4 settembre 2017

libero lettoreIl libero lettore è colui che si lascia guidare dal capriccio, dalla sete e dalla necessità, che immergendosi in un’opera di narrativa non sta lì a interrogarsi sullo spazio che essa occupa nella storia letteraria.
Il libero lettore tralascia i proclami estetici dell’autore, le dotte postfazioni e i peana del risvolto di copertina. Cerca atmosfere, personaggi, buone storie, mica qualcuno che gli spieghi perché cercarle è un obbligo morale.
La nostra letteratura ha davvero bisogno di liberi lettori. Alessandro Piperno pubblica Il manifesto del libero lettore, un volume di saggi letterari dedicato a otto scrittori di cui lui non sa fare a meno e nel prologo discute sull’arte del romanzo e del meraviglioso vizio di leggere abbracciando la causa del libero lettore.
Questo è un libro che elogia la narrativa e vede nel libero lettore una intelligente via di fuga.
Il libero lettore appartiene a una categoria umana che considera il romanzo un vizio e che non si vergogna di insolentire i libri che detesta.
Il santo patrono del libero lettore è Michel Montaigne, il decano delle lettere francesi.
Con il punto di vista del libero lettore, Alessandro Piperno cerca di rispondere ad alcune domante sul romanzo. Lo scrittore si chiede quando un libro è un classico, come si stabilisce la qualità di un romanzo, discute sul rapporto tra scrittore, lettore e personaggi.
Un discorso a tutto tondo sulla meravigliosa «religione del romanzo» visto, amato e letto con gli occhi eretici del libero lettore. La sola classificazione che lo interessa è quella che separa i romanzi che producono endorfina da quelli che fanno venire l’emicrania, i pochi che cambiano la vita dai troppi che non cambiano niente.
Da libero lettore Piperno ripercorre la storia del suo amore per la letteratura, e soprattutto per i romanzi, percorrendo le rotte tracciate da otto giganti della narrativa universale.
Gli otto scrittori di cui l’autore non sa fare a meno sono: Austen, Dickens, Stendhal, Flaubert, Tolstoj, Proust, Svevo, Nabokov.
Otto classici proposti da un libero lettore e che senza ombra di dubbio ancora oggi fanno la storia della letteratura.
Alessandro Piperno propone una quindicesima definizione di classico da aggiungere alle quattordici stilate da Italo Calvino.
Per lo scrittore romano un romanzo è davvero un classico se ha apportato una rivoluzione tecnica rispetto ai romanzi scritti prima del suo avvento sulla scena letteraria.
Il manifesto del libero lettore è un libro entusiasta che ci conduce nel meraviglioso mondo della letteratura e nel magico paese della narrativa che noi tutti amiamo.
E poi troviamo il libero lettore che considera la lettura un vizio e i libri strumenti di piacere, come la droga, il sesso, l’alcol, non il fine ultimo della vita.
Del libero lettore si ama soprattutto la sua insubordinazione e la sua volubilità. Infatti le sue esigenze mutano a seconda delle circostanze, degli stati d’animo e dell’età.
Quello che lo distingue dalla categoria dei lettori professionisti è appunto l’euforia della libertà e quindi non gli interessa leggere romanzi allo scopo di confermare le proprie idee sul romanzo e soprattutto si tiene lontano dai presunti messaggi morali.
Il libero lettore, quindi, è libero veramente e sa benissimo che i libri, come qualsiasi altro piacere, hanno parecchi inconvenienti.

Alessandro Piperno è nato a Roma nel 1972. Insegna Letteratura francese a Tor Vergata. Ha pubblicato per Mondadori il suo primo romanzo Con le peggiori intenzioni (2005). E’ inoltre autore di Il demone reazionario. Sulle tracce di Baudelaire e di Sartre, (Gaffi, 2007) e Contro la memoria (Fandango, 2012). Nel 2010 è uscito per Mondadori Persecuzione, che in Francia è stato finalista ai premi Médicis e Femina, e ha vinto il Prix du Milleur livre étranger e che insieme a Inseparabili (Premio Strega 2012), dà vita al dittico Il fuoco amico dei ricordi (pubblicato in un unico volume nel 2016. Nel 2013 è uscita una raccolta di racconti Pubblici Informati, e nel 2016 Dove la storia finisce, entrambi editi per Mondadori.

Source: acquisto del recensore.

:: Il fratello unico – Alberto Garlini (Mondadori, 2017) a cura di Federica Belleri

4 settembre 2017

Fratello unicoMettetevi comodi e lasciatevi prendere per mano dalla giovane e brillante Margherita. Sta per farvi conoscere un singolare personaggio, schivo e ombroso quanto basta. L’ha assunta come segretaria. Siamo nel parmense, nelle campagne che seguono le anse del Po. Saul Lovisoni è un uomo ricco di famiglia, laureato ad Harvard, famosissimo in polizia per aver risolto casi importanti e complicati; scrittore di un giallo da un milione di copie, rinchiuso in un silenzio preoccupante da qualche anno. Perché? Saul è bello, intrigante, originale. Perché scrive sui suoi taccuini neri senza più pubblicare nulla? Perché si è rifugiato in un casolare sperduto? Perché ha lasciato la polizia? Margherita lo scoprirà presto, mentre lo aiuta a sistemare la sua ricca biblioteca e l’agenzia di investigazioni appena aperta. La ragazza racconta la sua storia, fra il potere dell’energia che sprigiona e i momenti di chiusura e isolamento. La sua vita si incastra con quella della giovane donna e di Bernardo, fratello scomparso di una contessa. È il primo caso importante che Saul decide di accettare. Fin dalle prime battute capiamo che il modo di fare dell’ex poliziotto è unico, perché fa sua questa vicenda accogliendo lo stupore e la curiosità di Margherita, in un botta e risposta fatto di citazioni letterarie, colori, frasi dirette, ironiche. L’importanza della sparizione di Bernardo è la stessa che potrebbe essere legata alla trama di un libro, al modo in cui viene raccontata, a come, leggendola, si è in grado di osservare e di “sentire” i particolari. Chi è Bernardo e cosa gli è accaduto? Margherita è affascinata e intimorita dalla complessa personalità di Saul. Lui le sta insegnando a sentire il dolore, a percepire le sfumature delle parole scritte e di quelle non dette. I due si completano in modo anomalo. Lui la studia, la punzecchia, le propone imput insoliti riconducibili al caso. Discutono, litigano, si scoprono nei punti deboli, ma Saul è sempre un passo avanti a lei. Come fa?
Il fratello unico porta a un epilogo che ricorda i gialli di P.D.James. Una rosa di possibili responsabili o colpevoli al cospetto di Saul e Margherita, in una sorta di schermaglia fatta di domande, indizi e ricostruzioni rappresentative di un racconto, nel racconto stesso. Affari, denaro, cattiveria, prevaricazione. Prepotenza, egoismo, potere. Segreti, frustrazioni, rabbia. Garlini ha scritto un giallo dai toni classici, rivisti in chiave originale. Parma è teatro di un mistero. Arte e cultura sono parte integrante della vicenda. La scrittura è coinvolgente, la psicologia dei personaggi è in primo piano. La sensibilità e le emozioni si srotolano pagina dopo pagina. L’autore scava nell’anima, mescola odio e amore, solleva il coperchio e osserva l’effetto delle parole di Saul, in ebollizione. Come afferma Garlini nelle note finali, Il fratello unico è una narrazione umile ma, aggiungerei, assolutamente meravigliosa e speciale. Complimenti all’autore. Buona lettura.

Alberto Garlini: è nato a Parma nel 1969, vive a Pordenone. Ha pubblicato Una timida santità e Fútbol bailado per Sironi editore; Tutto il mondo ha voglia di ballare per Mondadori e, nel 2012, La legge dell’odio per Einaudi. È tra i curatori della manifestazione culturale Pordenonelegge.Nel 2017, con Mondadori, pubblica Il fratello unico. Un’indagine di Saul Lovisoni.

Source: inviato al recensore dall’ editore.

#StephenKingChallenge – Il miglio verde

3 settembre 2017

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Oggi siamo felici di ospitare la seconda tappa della nostra prima Reading Challange dedicata niente meno che a Stephen King, il Re che da quando è stato bannato da Trump su Twitter è diventato il mio mito assoluto. A parte gli scherzi scrive libri che apprezzo molto, per cui sono stata felice di aderire. E credo vi divertirete anche voi a partecipare.

Ma prima di entrare nello specifico vorrei spiegare cosa è una Reading Challange per i lettori che pur avendo già sentito questo termine non avessero molto approfondito.
E’ una semplice sfida di lettura. Puoi porti l’obbiettivo di leggere 70 libri in un anno, o fare un tour a tappe tra tanti blog che pongono delle sfide ai loro lettori. Quella di oggi è del secondo tipo. Clarissa di Questione di libri, fan storica di King, ha proposto a me e a altre blogger di partecipare a questa iniziativa dedicata ai libri di King nella nuova edizione Pickwick di Sperling & Kupfer (che collabora ufficialmente con noi mettendo a disposizione i premi).

Per voi lettori partecipare è facile, (è più difficile spiegarlo che farlo insomma). Si tratta di scattare una foto legata al libro che il blog propone, per ogni blog partecipante alla Challange. Si tratta in tutto di 14 foto da postare sulle pagine Facebook o Istagram di ogni blog, una per libro. Nel mio caso non avendo Istagram, dovrete postare la foto su FB https://www.facebook.com/liberidiscrivereblog/ con due semplici hashtag (cancelletto e parole chiave) che sono:

  • #stephenkingchallenge
  • #ilmiglioverdeSKC

Il libro da me scelto dunque è Il miglio verde. Un libro bellissimo. Avevo visto il film, ma ero curiosissima di leggere anche il libro, così l’ho comprato con la scusa di questa iniziativa. Speravo di farne la recensione, ma non ce l’ho fatta, per cui spero di poterla fare in seguito.
Tornando alla Challange sempre io sceglierò la foto più bella (almeno tra quelle della mia tappa) tra quelle scattate dai partecipanti, (non cercate di farmi gli occhi dolci, sono incorruttibile) che potrà accedere allo step successivo (saprete tutto il 30 settembre sul blog di Clarissa) in cui si proclameranno i felici vincitori di un misterioso pacco dono. Io so cos’è, non parlo, ma per i fan di King è davvero ghiotto. Quindi ne sarete contenti. Un’ indicazione sui miei criteri di scelta però la do: sceglierò la foto più divertente, sempre a mio insindacabile giudizio.

La sfida è la seguente:

Scattate una foto che abbia per tema l’illusionismo o la magia.

1Nel penitenziario di Cold Mountain, lungo lo stretto corridoio di celle noto come “Il Miglio Verde”, i detenuti come lo psicopatico “Billy the Kid” Wharton o il demoniaco Eduard Delacroix aspettano di morire sulla sedia elettrica, sorvegliati a vista dalle guardie. Ma nessuno riesce a decifrare l’enigmatico sguardo di John Coffey, un nero gigantesco condannato a morte per aver violentato e ucciso due bambine. Chi è Coffey? Un mostro dalle sembianze umane o un essere diverso da tutti gli altri? Il capolavoro da cui è tratto il film omomino con Tom Hanks.

Stephen King, vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha e la figlia Naomi. Da più di quarant’anni le sue storie sono bestseller che hanno venduto 500 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Stanley Kubrick, Brian De Palma, Rob Reiner, Frank Darabont. Oltre ai film tratti dai suoi romanzi, vere pietre miliari come Shining, Stand by me – Ricordo di un’estate, Le ali della libertà, Il miglio verde – per citarne solo alcuni – , sono seguitissime anche le sue serie TV, ultima in ordine di apparizione quella tratta da 22/11/’63. Recentemente King si è dedicato ai social media e in breve tempo ha conquistato oltre un milione di follower su Facebook e soprattutto su Twitter. Per i suoi meriti artistici, il presidente Barack Obama gli ha conferito la National Medal of Arts.

Prezzo: 11,90
Pagine: 552
Formato: tascabile
Scheda editore: qui
Leggi il primo capitolo: qui

Date, blog, libri

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(Credit Sandy Mercado)

Bene è tutto, se conoscete fan di Stephen King passate parola!

Source: acquisto personale.

Importante: per partecipare è necessario NON essere collaboratori di Liberi e avere residenza o domicilio in Italia.

:: Sam Shepard (Fort Sheridan, 5 novembre 1943 – Midway, 30 luglio 2017)

31 luglio 2017

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Cosa dire? Stasera (ri)leggerò Il grande sogno.

:: Il poliziotto di Shanghai, Qiu Xiaolong (Marsilio, 2017) a cura di Giulietta Iannone

31 luglio 2017

1Mettetevi comodi, sarà una lunga recensione, l’ultima prima della chiusura del blog per agosto. Oggi vi parlerò di un libro molto particolare, per struttura narrativa, temi, stile, che ho avuto modo di leggere, un po’ perché apprezzo l’autore, di cui seguo la serie poliziesca dedicata all’ ispettore Chen Cao, un po’ perché amo l’Oriente, e per la precisione la Cina, la sua gente, la sua cultura, la sua cucina, e leggo libri che riguardano la sua storia, sia antica che contemporanea. Il libro di cui vi parlo oggi si intitola Il poliziotto di Shanghai – Come fu che Chen Cao divenne ispettore (Becoming Inspector Chen, 2016) di Qiu Xiaolong, edito in Italia da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella.
Decimo episodio della lunga e fortunata serie che ha permesso a un professore di letteratura della Washington University di Saint Louis, appassionato di poesia classica cinese ed di T. S. Eliot, di lasciare l’insegnamento e di scrivere a tempo pieno, (la scrittura come l’insegnamento sono per lui una missione, come ci ha detto in una nostra intervista), di girare il mondo tenendo conferenze e presentazioni, e perfino ritornare in Cina dopo l’esilio in America, forte del suo ruolo socialmente riconosciuto di scrittore apprezzato internazionalmente.
Inizio col dire, parlando del suo libro, che la parte più interessante e insolita è rappresentata dalla struttura narrativa. Abbiamo tre unità narrative separate: nella prima Chen Cao (il personaggio) racconta la storia in prima persona, e in seconda persona, il prima, la sua giovinezza, i suoi studi; nell’unità centrale l’autore ci racconta la prima indagine dell’ispettore in terza persona; e infine l’ultima unità è spiccatamente autobiografica, l’autore ci parla di sé in prima persona e ci racconta, usando come specchio Lu un suo amico di infanzia, perché ha iniziato a scrivere, che peso ha avuto nella sua vita la serie da lui ideata. Nel post scriptum l’autore ci parla delle difficoltà riscontrate nel scrivere questo volume retrospettivo il libro si rifiutava di coagularsi in un insieme organico, sicuramente dovute al fatto che la complessità di ciò che si apprestava a fare, necessitava anche un complesso organismo narrativo, in cui arte, ispirazione e vita fossero strettamente connessi e correlati. hjDa qui l’insolita forma del romanzo, forse il più difficile complesso e drammatico che abbia scritto finora. Entriamo e usciamo dal personaggio, entriamo e usciamo dalla vita dell’autore come amici invitati a discutere di temi anche molto dolorosi come le ripercussioni della Rivoluzione Culturale sulla sua famiglia e la sua vita, o l’esilio in America dopo Tienanmen. Se la struttura può apparire insolita, lo stile è sempre lo stesso limpido e poetico, impreziosito da proverbi, citazioni di poesie, rimandi a saggi del pensiero filosofico e politico cinese.
La grande serenità raggiunta gli permette di narrare avvenimenti anche dolorosamente drammatici del passato, con una voce tranquilla e trasparente, che non perde di obbiettività e a tratti di imparzialità. Lo stile è piano, come un lungo fiume tranquillo, in cui passato e presente si uniscono senza cesure o interruzioni. Chen Cao più che un personaggio e un’ immagine riflessa dell’autore che gli permette di tornare indietro e fare i conti, forse scendere a patti, con fatti di cui lui stesso scopre le ripercussioni scrivendoli. Una forma originale di metanarrazione, dove l’autore parla anche di scrittura, di stile, di letteratura, (tanto sono i classici citati da Il conte di Montecristo a Bel Ami, a classici più recenti come L’insostenibile leggerezza dell’essere), di poesia dove cita poesie adatte al suo stato d’animo o che servono a esplicitare uno snodo della narrazione.
E nello stesso tempo fa conoscere ai lettori, a noi tutti, avvenimenti anche nascosti o trascurati della storia, del nostro presente più o meno recente. Vivere dal di dentro la Rivoluzione Culturale, dalla parte delle vittime è sicuramente straniante, ma nello stesso tempo un’ esperienza di crescita e di consapevolezza. jkQuando parla delle sedute di autocritica a cui fu costretto il padre del personaggio Chen Cao, non è difficile vedere i riflessi di avvenimenti simili capitati nella sua storia familiare. Perseguitato, e discriminato perché appartenente a una famiglia i cui membri erano definiti “nemici di classe del proletariato” borghesi, intellettuali, capitalisti, neri.

Di regola, durante una di queste sedute di critica rivoluzionaria il nemico di classe era costretto a sfilare fino a un palco o in uno spazio aperto sotto un grande ritratto di Mao, a capo chino in segno di pentimento e con il collo gravato da una lavagna su cui era scritto il nome del colpevole barrato da una croce; oppure talvolta, con la testa ricoperta da un alto cappello di carta bianca che simboleggiava gli spiriti maligni dell’aldilà.

Ma cosa fu la Rivoluzione Culturale, chi erano le Guardie Rosse, che ruolo giocò Mao in questo processo teso a sradicare gli ultimi residui delle vecchie idee borghesi e capitaliste, per il trionfo della rivoluzione comunista del proletariato? Si possono leggere numerosi libri sull’argomento, diari, articoli giornalistici, memorie di anziani protagonisti di queste vicende, ma è anche utile leggere un romanzo che utilizza la fantasia solo come collante di fatti reali o perlomeno percezioni personali. Quando i giovani studenti furono mandati in campagna per la rieducazione, sembra di vederli sradicati dalla loro realtà, trasformati in improbabili contadini. La frantumazione di un’ipotetica classe intellettuale che in un modo o nell’altro avrebbe potuto opporsi e contrastare i piani politici di Mao, un capo assoluto, che scrive poesie, di cui Qiu Xiaolong cita dei brani che andavano recitati dagli studenti.
Mao Zedong in una foto del 1966, all'inizio della Rivoluzione culturlae cinese
Tornando alla trama puramente poliziesca, (della seconda parte) vi è descritta la prima indagine di Chen Cao, quando non era ancora l’ispettore Chen Cao, ma un semplice laureato che conosceva l’inglese, destinato a entrare nella polizia (il lavoro te lo sceglieva lo stato, il partito, nell’ottica della sua programmazione di ogni fase della vita), utilizzato per tradurre testi per il dipartimento di polizia. Chen Cao subito si mette in luce per acume, intraprendenza e doti investigative, brilla di luce propria, rendendosi subito utile ai superiori, ai piani alti della gerarchia.
Chen Cao risolve i casi e non se ne prende manco il merito, sembra dirci divertito l’autore. È un meccanismo perfetto nell’ oliata macchina governativa. È un probo dipendente dello stato, fedele, efficiente, per nulla inquinato da sete di rivendicazione o vendetta. Pur tuttavia resta essenzialmente un poeta, che ama la buona cucina cinese (deliziosi sono le descrizioni della cucina tipica regionale, le ombrine al cartoccio da provare), la letteratura anche Occidentale, si innamora delle ragazze (anche di quelle che magari interroga per un’ indagine), ama far collimare i pezzi di un’ indagine investigativa, scagionando gli innocenti e assicurando alla giustizia i colpevoli. Un burocrate forse, e per questo tollerato, anzi apprezzato.
Resta interessante scoprire come è la vita quotidiana dei cinesi, in bilico tra tradizione e modernità, tra lealtà e corruzione, tra comunismo teorico e capitalismo pratico. In un susseguirsi di contraddizioni, incoerenze, irrazionalità. Ma resta un popolo vivo e vitale, in cui il comunismo non ha fatto solo danni, esaltando lo spirito comunitario e solidale, nelle riunioni serali lungo la via, nel coraggio individuale, nel rispetto degli anziani, nell’amore per la natura sebbene i tassi di inquinamento siano i più alti del pianeta. Non è tutto buio in questo libro, c’è molta luce, allegria, voglia di cambiare.
E c’è nostalgia, dell’autore per un paese che ha dovuto lasciare ma non ha mai dimenticato, e quando può rivisita, anche se tutto cambia, in una continua e mutevole corsa verso il futuro. Dove prima sorgevano i vicoli o le case coloniali, ora ci sono grattacieli e parcheggi, i vecchi negozi vengono sempre più sostituiti dalle catene internazionali, dal cibo all’abbigliamento, dall’arredamento alle librerie, dove si trovano anche i libri di Qiu Xiaolong.
Da leggere.

Xiaolong Qiu scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre ai dieci episodi della serie dell’ispettore Chen, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa.

Source: acquisto personale.

:: La nostra casa di Bov Bjerg, (Keller, 2017), a cura di Viviana Filippini

31 luglio 2017
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Cinque amici in cammino verso l’età adulta sono i protagonisti di La nostra casa di Bov Bjerg, pubblicato in Italia da Keller. Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry e Frieder sono alleati e si prometto che il loro vivere e crescere non dovrà essere un monotono alternarsi di scuola, lavoro, famiglia, figli, morte. Un scelta voluta da tutti dopo che uno di loro – Fireder- ha tentato di farla finita. Il gruppo decide di unire le proprie forze e di andare a vivere tutti assieme in una fattoria. I ragazzi non solo pensano a questa cosa, ma la mettono in atto ed ecco che ci si ritrova a leggere le avventure di un squattrinata combriccola di adolescenti nella Germania degli anni Ottanta. Loro hanno nominato la la casa comune Auerhaus, una variazione sul titolo di “Our House, una di canzone dei Madness. L’abitazione diventa per i protagonisti il mondo esclusivo dal quale gli opprimenti adulti -dai quali sono scappati- sono banditi in modo completo e dove loro, giovani dalle tante speranze, vivono di colazioni di gruppo, puntatine al liceo, qualche furtarello qua e là e tanto pazzo – e a volte anche un po’ stupido- divertimento. I protagonisti vogliono sentirsi liberi e per tale ragione agiscono spesso trasgredendo le leggi e le regole dei “padri”, ma alcuni eventi li porteranno a fare i conti con la realtà concreta. Questi elementi sono gli esami di maturità, la visita medica per il servizio militare, la crescente consapevolezza che forse vivere da soli non è così facile. Più ci si addentra nelle vicende de La nostra casa, più ci si rende conto che ognuno dei personaggi fa sì lo spavaldo, ma questo atteggiamento serve a nascondere una gioventù fragile, piena di paure, ossessioni e timori per un futuro troppo incerto. La fattoria comune si trasforma poco a poco in una sorta di isola felice, un rifugio certo e lontano da ogni cosa che potrebbe far male, ma sarà davvero così? Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry sono amici scanzonati, a tratti anche irriverenti e cercano di prendere la vita con ironia e, per buona parte della loro adolescenza, ci riescono, poi sarà Frieder- ancora una volta- a mostrare a tutti la vera natura delle cose. La nostra casa di Bov Bjerg è un ritratto lucido di una comitiva di adolescenti che con la Auerhaus provano a crearsi un mondo a parte, fatto da regole proprie, che li protegga da tutto ciò che li circonda, ma questo senso in incolumità dalla responsabilità ad un certo punto sparirà e Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry dovranno affrontare le vere questioni della vita di giovani chiamati ad essere adulti. Traduzione dal tedesco Francesco Filice.

Bov Bjerg (1965), ha compiuto gli studi universitari a Berlino, Amsterdam e all’Istituto tedesco di letteratura di Lipsia. Vive a Berlino. Ha lavorato come attore e autore per il cabaret e ha scritto per vari giornali. Nel 2008 ha esordito con “Deadline”. Il suo secondo romanzo Auerhaus, del 2014, (“La nostra casa”, Keller 2017) ha conquistato tutti, critici e lettori, giovani e adulti, è stato rappresentato a teatro e letto nelle scuole, e presto approderà anche sul grande schermo. Nell’estate del 2016 è uscito “Die Modernisierung meiner Mutter”.

Source: inviato dall’editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La luce dei giorni, Jay McInerney (Bompiani, 2016), a cura di Nicola Vacca

31 luglio 2017
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La luce dei giorni, il nuovo romanzo di Jay McInerney, lo attendevamo. Sono passati trentadue anni dall’ uscita di Le mille luci di New York, il capolavoro dello scrittore americano, e adesso la Grande Mela è una città diversa e decaduta.
McInerney torna nella città in cui vive e riprende la vicende di Corrine e Russell Calloway per chiudere con La luce dei giorni la trilogia iniziata con Si spengono le luci e Good Life.
All’interno della commedia matrimoniale lo scrittore americano racconta senza rinunciare al disincanto una New York che vive assediata sotto il peso dei giorni strangolati dalla crisi, depressa da una decadenza che affonda le radici nel radicale cambiamento di stili di vita dopo gli attentati dell’11 settembre.
McInerney non rinuncia all’ironia quando attraverso Russell, editor e editore innamorato dei buoni libri, denuncia il mondo intellettuale americano e la cultura newyorkese con tutti i colpi bassi e i tiri mancini che nascondono relazioni e intrighi in cui a vincere sono sempre il conformismo e l’ipocrisia.
Lo scrittore sa che le luci sulla sua New York si sono spente per sempre. Corrine e Russell, ormai cinquantenni, e con loro anche McInerney, rimpiangono con molta nostalgia la New York viva degli anni Ottanta. Vivono la loro storia nel tentativo di ritrovare quel tempo perduto, anche se sanno che questo non potrà mai accadere.
Lo scrittore sa che il sogno americano si è frantumato e che i due protagonisti non riusciranno a trovare l’esuberanza e l’entusiasmo del tempo in cui New York era illuminata dalle mille luci.
Corrine e Russell sanno che la Storia non è dalla loro parte. Il racconto della loro vita matrimoniale si incrocia, e non simbolicamente, con l’evento della grande crisi finanziaria del 2008 che proprio nella Grande Mela ha visto la luce.
Russell sa che si sono dissolti i tempi in cui giovani uomini e donne venivano in città perché amavano i libri e Manhattan era l’isola splendente della letteratura. Questi sognatori oggi coltivano solo incubi e non ci sono più ideali in cui credere.
Corrine e Russell saranno duramente mesi alla prova dalla nuova realtà in cui è piombata New York. Disillusi e realisti non rinunceranno al tentativo di ritrovare la vivacità della loro giovinezza e il senso della lotta dell’amore e degli ideali, anche se sanno che la città è cambiata e indietro è difficile tornare.
Jay McInerney torna nella New York degli anni duemila e si accorge che le luci si sono spente ed è calato un sipario sulla grande citta che una volta era il palcoscenico in cui l’ottimismo aveva fertili ragioni creative.
La luce dei giorni è il degno epilogo della trilogia di Jay McInerney.
Lo scrittore americano non poteva chiudere meglio e New York deve molto alla sua penna che ha raccontato tutto il suo splendore e la sua decadenza attraversando anni e epoche fino a giungere ai nostri giorni in cui la disillusione è intensa e il nuovo sogno americano attende di essere rivelato.

Jay McInerney nasce nel 1955 ad Hartford (Connecticut).
Allievo di Carver, vive a New York dove è considerato il miglior autore del Brat Pack.
Autore di racconti e sceneggiature, è passato successivamente ai romanzi, si va da “Le mille luci di New York” (il romanzo che ha imposto McInerney nel mondo a soli 29 anni), a “Professione: Modella”. A questi, hanno fatto seguito “Riscatto” (1987), “Tanto per cambiare” (1989), “Si spengono le luci” (1992), “L’ultimo dei Savage” (1996) e “Nudi sull’erba” (2000). Appassionato di vini, tiene una rubrica dedicata sul Chicago Tribune.

Source: libro inviato dall’ufficio stampa al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Wolf 2: Il giorno della vendetta, Ryan Graudin (DeA Edizioni, 2017), a cura di Elena Romanello

29 luglio 2017
Wolf

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Arriva in libreria il secondo e conclusivo capitolo della saga ucronica Wolf di Ryan Graudin, che completa una storia che aveva già appassionato nel primo capitolo, proponendo un mondo alternativo, in cui i nazisti hanno vinto la Seconda guerra mondiale e portato avanti il loro piano di sterminio totale verso gli ebrei e non solo.
Yael, ragazza ebrea scampata ai lager e diventata capace di trasformare il suo aspetto in seguito agli atroci esperimenti a cui è stata sottoposta, ha ucciso Hitler in diretta tv in Giappone dopo aver vinto l’annuale corsa tra Berlino e Tokyo, salvo per scoprire di trovarsi di fronte ad un altro mutaforma come lei.
Braccata, Yael scappa con Luka, concorrente alla gara, oppresso fin dall’infanzia con i miti del nazismo e che ha scoperto i crimini del regime oltre che di essersi innamorato di una ragazza che credeva l’algida Adele ma che è una benaltra persona. Con loro c’è anche Felix, fratello di Adele, in realtà messo sulle loro tracce dai nazisti che con il ricatto vogliono che smascheri la cella della Resistenza, e questo mentre il mondo sotto il dominio dell’Asse inizia a ribellarsi.
Dall’Asia all’Europa, passando per il lager in cui Yael è stata internata e dove scoprirà nuove verità inquietanti sugli esperimenti a cui non solo lei è stata sottoposta, il viaggio dei ragazzi diventa una lotta contro il tempo, per Felix per salvare la sua famiglia che gli è stato detto essere stata imprigionata e che verrà uccisa se non consegna i ribelli, per Luka e Yael per svelare la verità su un enorme menzogna.
Sull’onda di un ormai classico come La svastica sul sole di Philip K. Dick che presentava una situazione analoga, i due libri di Wolf presentano un mondo possibile se le cose fossero andate diversamente, mescolando azione, sentimenti e riflessione sulla limitazione di libertà e sugli strumenti di una dittatura, che qui sono andati avanti in una dimensione romanzesca, ma che erano molto simili a quelli descritti nella realtà.
Spesso si sente parlare della difficoltà di parlare ai giovanissimi del nazismo e della Shoah, con documenti che vengono percepiti datati dalle nuove generazioni: ecco, i due libri di Wolf, moderni ma capaci di non dimenticare il passato e di usare l’ottimo filtro del fantastico per raccontare orrori e pagine storiche, possono essere un ottimo modo per introdurre un certo tipo di discorsi. Ma sono anche avvincenti per chi è più adulto, efficaci per come coniugano fantasia e realtà, mondi che non si sono avverati ma che avrebbero potuto esserci, mettendo al loro centro un’eroina tormentata e insolita, che non vuole essere cancellata, costi quel che costi.

Ryan Graudin è nata e cresciuta a Charleston, in Carolina del Sud, dove si è laureata in Scrittura Creativa. Vive con il marito e un cane lupo. Ha scritto vari altri libri oltre alla serie di Wolf, per ora inediti.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: The Fate of the Tearling, Erika Johansen (Multiplayer Edizioni, 2017), a cura di Elena Romanello

29 luglio 2017
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Multiplayer propone il terzo e ultimo capitolo della saga dei Tearling, già opzionata al cinema con Emma Watson nel ruolo della protagonista. Dopo i toni fantasy alla Martin del primo capitolo, The queen of the tearling, e le atmosfere distopiche del secondo libro, The invasion of tearling, ci si trova in una storia in cui trovano spazio paradossi temporali e realtà alternative.
Kelsea Glynn è profondamente cambiata dall’adolescente che era, diventando regina dei Tearling, e sta cercando di cambiare un regno dominato da ingiustizia e violenza, con lotte intestine tra gli aspiranti al trono che portavano a veri e propri massacri. Purtroppo questo non è piaciuto ai suoi vicini, in particolare alla Regina Rossa di Mortmesne, e per scongiurare l’invasione Kelsea si è consegnata alla sua nemica, lasciando sul trono il fido Mazza Ferrata, comandante della sua guardia personale.
Mazza Ferrata e i suoi non intendono lasciare Kelsea in mano alla sua aguzzina e decide di cercare di salvarla dalla prigione. In parallelo si raccontano gli eventi che hanno portato alla nascita del regno dei Tearling, nato come mondo alternativo rispetto ad un futuro distopico e disumano soprattutto per le donne, ma poi rimasto contagiato da smanie di potere e integralismo religioso.
Kelsea scoprirà tutta la verità sulle origini del suo mondo e dovrà fare una scelta verso un nuovo universo, forse non il migliore di quelli possibili ma migliore di quelli vissuti fino a quel momento, anche se il costo sarà altissimo e distruggerà tutto quello che lei conosce ed è stata.
Un terzo capitolo interessante di una saga complessa, rivolta ai cultori del fantastico e non solo ai più giovani, godibilissimo attaccato agli altri due che conviene ripassarsi prima di leggere come va a finire, con al centro un personaggio femminile interessante, un’eroina che cresce e decide di cambiare, perché il mondo intorno a sé cambi e perché tutti si possano salvare, a costo di perdere ogni cosa e se stessa.
Mescolando suggestioni, Erica Johansen si confronta stavolta con uno dei temi più interessanti del genere fantastico, quello dei paradossi temporali e degli universi paralleli, caro ai fan di Doctor Who, ideando una conclusione interessante e insolita ad una saga che fin dall’inizio si era dimostrata fuori dagli schemi, con dentro elementi che spesso vengono considerati incompatibili, in una costruzione di un futuro passato di un possibile XXV secolo.
La saga dei Tearling, che qui si chiude, mostra quindi ancora una volta la duttilità di un genere come la narrativa fantastica, senza dimenticare gli ultimi sviluppi, non ultimi una visione non più manichea della storia e la grande importanza data ai personaggi femminili.

Erika Johansen ha studiato allo Swarthmore College della Pennsylvania prima di iscriversi al famoso Iowa Writers Workshop, dove si è laureata in Belle Arti. In seguito è diventata avvocato. The Queen of the Tearling è anche il suo primo romanzo. Erika vive a San Francisco, in California.

Source: acquisto personale del recensore.

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