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:: Vuoto di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2018) a cura di Nicola Vacca

10 dicembre 2018
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Con Vuoto Maurizio de Giovanni ci riporta nel cuore delle vicende dei Bastardi di Pizzofalcone.
Da anni abbiamo imparato ad amare i poliziotti inquieti del commissariato più indisciplinato d’Italia e le storie raccontate dallo scrittore napoletano.
Anche in quest’ultimo romanzo li ritroviamo tutti in una forma eccellente, pronti a regalarci forti emozioni.
Vuoto, già dal suo incipit, contiene pagine di alta letteratura. De Giovanni, in questo libro è davvero bravo e dimostra di essere uno scrittore di talento quando tra le righe del nuovo caso in cui sono coinvolti i Bastardi di Pizzofalcone si cimenta in riflessioni davvero magistrali sulla presenza minacciosa del vuoto nell’esistenza.
Seguendo la misteriosa scomparsa di una professoressa di Lettere di un liceo tecnico, perdendosi nei misteriosi intrighi che nascondano la verità, Maurizio de Giovanni passa in rassegna uno per uno i suoi personaggi Bastardi, entrando nei loro singolari vuoti incolmabili in preda a una disagiata inquietudine.
Un’ inquietudine che cresce con l’arrivo dal Nord di un sostituto di Giorgio Pisanelli.
Elsa Martini con il suo vuoto di passato porta scompiglio nella squadra.
I Bastardi di Pizzofalcone anche questa volta si trovano tra le mani un caso difficile e delicato.
Ognuno ha il suo vuoto cucito addosso e il problema del vuoto, scrive De Giovanni, è nelle cose che ci sono dentro.
I Bastardi si trovano in uno dei momenti più difficili della loro vita e anche Napoli è una città in cui c’è troppo vuoto.
L’unica cosa che gli resta da fare e scavare nel vuoto per combattere il peso stesso di un vuoto sempre pieno di paura e di morte.
Così, fedeli alla loro informalità e allergici alle regole, i Bastardi si mettono all’opera per arrivare anche questa volta alla verità e archiviare con successo un altro caso.
Vuoto, tra tutti i volumi della serie dedicata ai Bastardi di Pizzofalcone, è quello che più ci aiuta a conoscere da vicino tutti i singolari personaggi inventati dalla fantasia fertile di Maurizio de Giovanni.
L’autore entra nell’anima nera e disagiata di ognuno dei poliziotti, ce li mostra tutti nel loro rapporto confidenziale con il proprio vuoto personale.
Un vuoto incolmabile con cui intimamente fanno i conti. Con tutto il peso dell’inquietudine addosso, loro sono consapevoli che non riusciranno mai a possedere tutti i colori e i segreti di quel vuoto dentro cui saranno sempre costretti a scavare per trovare se stessi. «Perché a volte, nel fine settimana, il vuoto si riempie».

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Il morto nel bunker, Martin Pollack, (Keller editore 2018) a cura di Viviana Filippini

10 dicembre 2018
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A chi appartiene il corpo senza vita ritrovato in un bunker del sud Tirolo nel 1947? Potrebbe sembrare un gancio per un giallo, ma è vera vita. A cercare la risposta e a dare un nome a quel morto, Martin Pollack nel suo ultimo libro “Il morto nel bunker” edito da Keller. Sì perché il corpo senza vita trovato in Alta Val d’Isarco è quello di suo padre, non quello che lo ha cresciuto, ma quello biologico: Gerhard Bast. Pollack una volta attua un’indagine sulla realtà, relativa alla sua famiglia, per dare forma al vero padre, nel tentavo di colmare dei silenzi e vuoti che da sempre hanno caratterizzato la sua vita. Pollack cerca di riedificare l’identità di un uomo assassinato mentre era in fuga, in quanto ufficiale delle SS. Pollack scoprirà che il padre biologico era figlio di un avvocato e la sua famiglia era fortemente legata alla purezza della cultura tedesca ma, nonostante gli studi il giovane Bast decise di seguire la carriera militare. Passo dopo passo, Pollack mette assieme i tanti frammenti di una vita di un uomo che lui non ha mai conosciuto di persona, scoprendo che amava andare in montagna e che ebbe diversi gradi nell’esercito del regime. In Pollack, oltre ad un po’ di sconvolgimento, scattano una vasta gamma di domande. Per esempio, l’autore si chiede se durante la sua carriera militare suo padre ordinò o partecipò allo sterminio di vite innocenti vite, perché non ariani. Non solo, ma cerca anche di capire cosa portò sua madre ad innamorarsi di Bast. Pollack attua un viaggio alla scoperta del proprio io, attraverso la riscoperta delle proprie radici paterne e di un mondo familiare un po’ cupo e inquietante, nel quale l’attaccamento alle radici di matrice tedesca era una vera e propria ossessione. Leggendo il libro verità di Pollack si ha la sensazione che l’autore ci prenda per mano e ci porti con lui avanti e indietro nel tempo, nel tentativo di riuscire a ricostruire l’identità di un uomo che è stato un padre biologico, ma non un padre effettivo ed affettivo per il proprio figlio. In realtà, il libro non è solo una fare memoria delle proprie origini. In “Il morto nel bunker”, Pollack, da un lato, indaga per ricostruire la figura del padre e, dall’altra, ci racconta la società nella quale Bast divenne grande, quella Stiria Inferiore (oggi Slovenia) che, in quel periodo, era una parte dell’Impero Asburgico, divenuto Regno di Jugoslavia nel 1919, dove poi presero forma le acide tensioni tra germanofoni e sloveni che portarono al nazionalsocialismo. Traduzione dal tedesco Luca Vitali.

Martin Pollack: Nato nel 1944 a Bad Hall, ha studiato slavistica e storia dell’Europa orientale. È traduttore dal polacco (vari i reportage di Kapuściński che ha fatto conoscere nel mondo tedesco), giornalista e scrittore. È stato corrispondente dall’estero per lo «Spiegel», a Vienna e Varsavia tra il 1987 e il 1998. Il suo lavoro è stato premiato tra gli altri con l’Ehrenpreis des österreichischen Buchhandels für Toleranz in Denken und Handeln (2007) e con il Leipziger Buchpreis zur Europäischen Verständigung (2001). Vive nel Burgenland e a Vienna. Tra i suoi libri più recenti: Il morto nel bunker (Bollati Boringhieri, 2007), Kaiser von Amerika. Die große Flucht aus Galizien (2010).

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a Roberto Keller e a tutto lo staff di Keller editore.

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:: Scambiare i lupi per cani di Hervé Le Corre (Edizioni E/O 2018) a cura di Giulietta Iannone

9 dicembre 2018
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Franck è un ragazzo di poco più di venticinque anni appena uscito di prigione. C’è poco altro da dire, se non che si è fatto cinque anni di carcere per non tradire il fratello Fabien, con cui fece una rapina sfortunata raccogliendo però un discreto bottino, che se vogliamo sarà il centro su cui ruoterà tutta la storia. Comunque Franck è stato zitto, nonostante il buon senso e l’avvocato difensore gli consigliassero di non prendersi tutta la colpa. Dopo la condanna ha affrontato coraggiosamente gli anni di privazione della libertà in compagnia di delinquenti ben peggiori di lui e di tutte le limitazioni e disagi che comportano vivere in celle anguste, senza donne, sempre pronti a subire un’ aggressione se non si sta bene attenti a chi si frequenta, a chi si pesta i piedi.
Purtroppo però se dentro almeno ci sono regole che se rispettate ti garantiscono una relativa tranquillità, e poi c’è sempre il miraggio di uscire, di tornare nel mondo libero a darti la forza di andare avanti, fuori se è possibile è ancora peggio, e Franck lo capirà sulla propria pelle, nel peggiore dei modi.
Questa in breve è la morale piuttosto nera di Scambiare i lupi per cani (Prendre les loups pour des chiens, 2017) di Hervé Le Corre, tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca. Di Le Corre, sempre grazie a Edizioni E/O si è già potuto leggere Dopo la guerra, apprezzando la scrittura notevole di questo autore originario di Bordeaux e pluripremiato in patria. Un noirista di razza insomma, che sicuramente interesserà chi ama questo genere di letteratura che non risparmia le declinazioni più nere della violenza, spesso senza riscatto.
Se vogliamo in questo romanzo abbiamo tutti i principali archetipi del noir criminale, aggiornati ai tempi di oggi, con un tocco di follia in più, e acuiti dalle disparità sociali, dalla povertà morale e materiale sempre più diffusa, dalla crisi e la disoccupazione che rendono il crimine una strada come un’altra da intraprendere nella dura lotta per la sopravvivenza, dal consumo di alcool e droghe di tutti i tipi per sopportare violenza, umiliazioni e sconfitte, dalla difficoltà per i piccoli delinquenti di arrangiarsi con furti, rapine, e traffici più o meno illeciti, dal contrabbando allo sfruttamento più gratuito.
Franck però non è esattamente un criminale incallito, anzi manco il carcere l’ha indurito e reso capace di perdere la sua umanità e questo se vogliamo è la sua condanna e nello stesso tempo la sua salvezza.
Ma andiamo con ordine, quando ad attenderlo fuori dalla prigione trova Jessica, la ragazza di suo fratello, accetta il passaggio e l’ospitalità, senza sospettare minimamente il guaio in cui si sta cacciando.
Jessica vive coi genitori Roland e Maryse, e la figlia di otto anni Rachel in una grande casa persa nella campagna, sul limitare di un bosco, difesa unicamente da un cane nero pazzo come i padroni.
Anche se ingenuo infatti Franck capisce che qualcosa non va in quella famiglia disfunzionale, anche se si lascia sedurre senza opporre troppe resistenze dal fascino di Jessica, che nei momenti buoni è solare, sexy e affascinante. Il fatto che sia la ragazza di suo fratello non lo ferma molto, ma seguirla nei suoi vagabondaggi notturni gli farà ben presto capire che più che una dark lady, o una femme fatale, è in realtà una ragazza con seri problemi, che pian piano diventano anche i suoi.
Intanto Fabien dovrebbe essere in Spagna per suoi traffici e non ritorna, e la convivenza con questa gente diventa sempre più difficile, senza contare l’incontro con Serge, un gitano con cui Roland porta avanti dei traffici legati apparentemente ad auto rubate, che poi si rivelerà un personaggio cardine in tutta questa intricata e sporca vicenda.
La situazione precipita quando entra in scena Ivan il Serbo una conoscenza di Jessica, da qui in poi la situazione precipiterà in un crescendo di violenza sempre più efferata, dove niente però è come sembra. Solo negli ultimi due capitoli ci sarà un disvelamento e si farà infatti luce sul ginepraio di sordidi inganni che hanno retto fin qua la trama, sapientemente fumosa e piena di contorte ambiguità che appunto acquisteranno un senso solo alla fine come in un improvviso gioco di prestigio.
Unica luce il tenero rapporto tra Franck e la bambina, Rachel, di cui bene o male il ragazzo si prenderà cura diventando per lei quasi una figura paterna, la bambina è infatti la sola davvero innocente in tutta questa storia, la sola che sapeva tutto fin dall’inizio, da questo infatti acquista un senso il suo comportamento apparentemente strano, il suo mutismo, il suo non voler mangiare, il suo guardare gli adulti con rassegnazione e disprezzo.
A tratti crudo, per poi riservare improvvisamente e senza preavviso momenti di dolcezza e delicatezza, solo sporcati da una velata disperazione, lo stile di Le Corre alterna registri e stili, arrivando a permettersi uno linguaggio letterario e evocativo quando descrive la natura, i mutevoli colori del cielo, o anche il semplice scoppiare di un temporale. La periferia, i supermercati e i centri commerciali, i campi riarsi di mais, i palazzoni anonimi e grigi, fanno poi da sfondo a una storia in cui il degrado sociale si insinua nelle pieghe di una narrazione a tratti poetica, nella costrizione delle frasi e nell’accostamento azzardato e imprevedibile delle parole, funzionale a un attento scavo psicologico dei personaggi che più borderline di così è difficile immaginare.
Roland e Maryse, i Vecchi come li chiama Franck, due inariditi e usurati alcolizzati, recitano alla perfezione la loro parte senza lasciare il tempo a Franck di decifrare le increspature, le piccole frantumazioni di vite vissute ai margini, sempre in cerca di soldi, droga, o auto rubate. E il fascino di Jessica, più strega che sirena, fa il resto. Ma Franck ce ne metterà di tempo a capirlo, forse solo il lettore lo farà un attimo prima, ma Le Corre è bravo a depistare pure lui.
Notevole.

Hervé Le Corre vive nella regione di Bordeaux, dove insegna. Autore molto apprezzato, ha vinto numerosi premi tra cui il Prix Mystère, il Prix du roman noir Nouvel Obs/Bibliobs e il Grand Prix de Littérature policière. Con Il perfezionista (Piemme 2012), che in Francia ha venduto più di 50.000 copie, ha ottenuto il prestigioso Grand Prix du roman noir français di Cognac e il Prix Mystère de la critique. Nel 2015 le Edizioni E/O hanno pubblicato Dopo la guerra.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Colomba e Giulio dell’Ufficio stampa EO.

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:: Il mio amore non può farti male. Vita (e morte) di Harvey Milk di Piergiorgio Paterlini (Einaudi ragazzi 2018) a cura di Viviana Filippini

7 dicembre 2018
Il mio amore non può farti male

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Il 27 novembre del 1978, Harvey Milk, Consigliere comunale di San Francisco e primo politico americano dichiaratamente omosessuale venne assassinato con cinque colpi pistola dall’ex consigliere Dan White. A 40 anni di distanza dal tragico fatto, nel quale cadde vittima anche il sindaco di allora (George Moscone) della città di San Francisco, la casa editrice Einaudi pubblica il libro “Il mio amore non può farti male. Vita (e morte) di Harvey Milk” di Piergiorgio Paterlini. Quella scritta da Peterlini è una biografia narrata in prima persona, dove l’autore veste i panni di Harvey Milk per raccontarci la vita del politico. La storia di sviluppa come una sorta di lungo piano sequenza, nel quale Milk alterna al ricordo dei cinque colpi di arma da fuoco, le fasi fondamentali del cammino di formazione umana e amministrativa. Pagina dopo pagina Milk/Paterlini ci confessa la sua volontà di portare avanti battaglie in difesa delle persone deboli, puntando al fatto che lui per persone deboli non intendeva solo gli omosessuali, ma tutti coloro che si trovavano in condizioni di difficoltà (bambini, anziani, individui ai margini della società). Accanto a questo costante impegno per gli altri, Milk evidenzia le difficoltà riscontrate, le sconfitte che dovette subire, gli attacchi personali che gli fecero per il suo orientamento sessuale e per scoraggiarlo nella sua impresa. Harvey però non mollò mai, perché aveva una tenacia che lo spingeva ad andare avanti e ad agire per cambiare in meglio le cose, superando gli ostacoli del destino e i pregiudizi delle persone. Nel libro biografico, Milk parla molto di sé, della sua formazione (si laureò in matematica all’Albany State College nel 1951), del trasferimento nel quartiere di Castro a San Francisco nel 1972, dove Milk aprì con il compagno il loro negozio di fotografia e dove proprio per il suo impegno ad assumere il ruolo di portavoce della vasta comunità gay venne soprannominato “Il Sindaco”. Non mancano pagine dedicate alla famiglia Milk, alle origini ebraiche e lituane, alla carriera nella Marina del padre e della madre, la quale si batté proprio perché anche le donne potessero entrare in questo corpo militare. Un nucleo familiare dal quale Harvey ereditò la voglia di impegnarsi per ciò che è giusto e per il prossimo. Nella narrazione trovano spazio anche le storie d’amore di Harvey Milk, importanti relazioni narrate con garbo e delicatezza da Paterlini, che permisero a Milk di amare ed essere profondamente amato dai suoi compagni (sempre tutti più giovani di lui). “Il mio amore non può farti male. Vita (e morte) di Harvey Milk” di Piergiorgio Paterlini è la storia sì di un politico, ma è soprattutto la narrazione dell’esistenza di un uomo che decise, con impegno e dedizione, di combattere per i diritti degli omosessuali e dei più deboli, nella speranza di permettere a tutti di abbattere i pregiudizi e vivere una vita in libertà e felicità.

Piergiorgio Paterlini (1954) vive a Reggio Emilia. Il suo long seller è Ragazzi che amano ragazzi (Feltrinelli, 15 edizioni dal 1991). Fra gli altri libri: Matrimoni (2004, poi Matrimoni gay, 2006), Fisica quantistica della vita quotidiana (2013), I brutti anatroccoli (2014), Lasciate in pace Marcello (Edizioni EL 1997, poi Einaudi 2015), Bambinate (2017), tutti presso Einaudi. Con Gianni Vattimo ha pubblicato Non Essere Dio. Un’autobiografia a quattro mani (Ponte alle Grazie, 2015). È tradotto in una decina di Paesi. Scrive per la Repubblica e per L’Espresso.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie ad Anna De Giovanni dell’ufficio stampa.

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:: Johnny degli angeli di Athos Bigongiali (MdS Editore, 2018) a cura di Fabio Orrico

6 dicembre 2018

Copertina_Johnny_degli_AngeliJohnny Stompanato è una delle tante figure, probabilmente nemmeno la più bizzarra o carismatica, apparsa nella Hollywood-Babilonia del secondo dopoguerra e prismaticamente riscritta in decenni di mitologie e narrazioni, a malapena una comparsa nei romanzi losangelini di James Ellroy e lontana ispirazione per opere tra loro diversissime (un riferimento, seppure molto sfumato, ai fatti di Stompanato e Turner è contenuto anche nel film Settembre di Woody Allen).
Chi era Johnny Stompanato? Un italo-americano dalla vita avventurosa, gran seduttore, malavitoso nonché guardia del corpo del boss Mickey Cohen (altra icona ellroyana) e, negli ultimi anni della sua vita, amante della diva Lana Turner (ma non solo, pare che addirittura Frank Sinatra abbia avuto da ridire sulle attenzioni che Johnny riservava ad Ava Gardner).
Il 4 aprile del 1958 Johnny Stompanato muore a Beverly Hills, nella villa di Lana Turner, pugnalato con un coltello da cucina. L’inchiesta appurerà che ad uccidere Johnny è stata Cheryl Crane, la quindicenne figlia di Lana, anche se la verità di quanto realmente successo resterà uno dei grandi misteri hollywoodiani e in molti daranno per assodata la colpevolezza di Lana e l’incriminazione di Cheryl come un escamotage della madre per evitare una condanna che, nel caso di una donna adulta, sarebbe senz’altro stata più grave.
Athos Bigongiali mette, fin dal titolo, Stompanato al centro del suo ultimo romanzo, Johnny degli angeli, e ne racconta la storia in maniera molto originale. Nel leggere questo romanzo viene in mente una frase pronunciata da Michael Cimino a proposito del suo sfortunato film su Salvatore Giuliano Il siciliano che, più o meno, suona così: “Raccontare la vita di un uomo partendo dai sogni e non dai fatti”.
Bigongiali si concentra sugli ultimi istanti di vita di Johnny. Se è vero che in punto di morte ci passa tutta la nostra vita davanti, e Bigongiali sembra voler tener fede a quest’assunto, è anche vero che il film della nostra esistenza non è esente da bilanci, contestazioni e nostalgie. E in effetti la visione di Johnny è insieme critica e partecipe ma, è bene dirlo, non risolve il mistero della sua morte. Fin dalle prime pagine il delitto viene descritto come consumato da un fantasma, una donna con una camicia da notte, la cui identità non è sicura nemmeno per la vittima. Le 130 pagine di Johnny degli angeli sono compresse in un attimo, ma quest’attimo si dilata esponenzialmente come cerchi nell’acqua. Johnny viene inquadrato nella sua piccola statura di uomo qualunque che la sorte spinge a toccare la vetta di determinati ambienti, crimine e show business, raccontati con precisa unità di intenti. Bisogna dire che Bigongiali non conosce maniera né folklore nel descrivere questi scenari ma anzi trova un’efficacissima distanza poetica proprio nel monologo di Johnny, reso in una terza persona soggettiva abilissima nel variare piani temporali e punti di vista sempre però trattenuti saldamente nella prospettiva del protagonista.
Ad affiancare poi Stompanato, quasi come una sorta di grillo parlante, ecco Nick Battaglia, sceneggiatore vittima del maccartismo, personaggio immaginario che in sé racchiude la cupezza e lo squallore di un’epoca. Psicopompo nel mondo del cinema, Nick è un controcanto leggermente più consapevole alla vicenda umana di Johnny. Libro magnificamente disordinato e stratificato (il sottotitolo recita, molto puntualmente, Un delirio hollywoodiano) Johnny degli angeli è il canto funebre, perfettamente bilanciato su un panorama di catastrofe generazionale, di un uomo che ha tentato di padroneggiare gli eventi e che, dal suo soggiorno americano, ha tratto la morale definitiva: È questo che vuole l’America dagli italiani, la bellezza e il sangue.

Athos Bigongiali è nato a San Giuliano Terme (Pisa) nel 1945. Ha pubblicato racconti su varie riviste e raccolte antologiche. Con questa casa editrice ha pubblicato i racconti Avvertimenti contro il mal di terra (1990) e Una città proletaria (1989). Da Una città proletaria è stato tratto uno spettacolo teatrale che è andato in scena nel 1992.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: Paul Bowles, viaggiatore dell’anima a cura di Giulietta Iannone

5 dicembre 2018

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Paul Frederic Bowles nacque il 30 dicembre del 1910 a New York, città di per sé cosmopolita, forse la più sofisticata e cosmopolita d’America, capace di trasmettere al giovane Paul (nonostante la disprezzasse profondamente) oltre a una notevole dose di curiosità, che sviluppò grazie a un talento artistico eclettico e precoce, una certa irrequietezza e allergia a dogmi e regole sociali prestabilite, che fecero di lui un viaggiatore dell’anima, prima ancora che un viaggiatore in senso letterale. La sua radicale indipendenza, che gli procurò in vita sia estimatori che detrattori, (il critico Leslie Fiedler arrivò a definirlo il pornografo del terrore), e ora l’oblio, lo spinse ad abbandonare l’università, appena diciottenne, per un viaggio in Europa, senza dire niente ai suoi genitori e portando con sé una copia de I falsari di André Gide.

Arrivò a Parigi, la caotica e bohémienne Parigi della fine degli anni ’20, il centro artistico del mondo, dove tutto succedeva, dove Gertrude Stein aveva radunato la sua corte pittoresca e variopinta di scrittori statunitensi espatriati, lontani dalla propria terra e dalle proprie radici, di cui Paul Bowles, impeccabilmente vestito da perfetto dandy, (stile e fascino che conservò per tutta la vita), fece parte per un breve ma significativo periodo, prima di intraprendere il viaggio che gli avrebbe cambiato la vita.

Del suo incontro con Tangeri (in arabo: طنجة, Tanja) poco sappiamo, misteriosi restano anche i motivi per cui decise di eleggere la città a sua patria di adozione. La sua autobiografia è piuttosto avara di informazioni in merito ed emergono pochi accenni, che non fanno veramente luce su un incontro che si presume drammatico e violento: una pioggia di luce, vicoli affollati sulle sponde del Mediterraneo, bazar, caffè, mosaici dai colori sgargianti, spezie, odore d’ incenso bruciato e hashish, cieli di un blu accecante. Sappiamo comunque per certo che se anche disse che vi si trasferì per caso qualcosa di questa città lo colpì così nel profondo che già nel 1947, appena dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, divenne la sua città e decise di trasferirvisi definitivamente, fino alla morte avvenuta nel 1999.

Il rapporto che lo legò a Tangeri resta ambiguo, ma non è difficile ritenere che la città gli concesse una libertà che altrove non avrebbe goduto. Paul Bowles restò senz’altro affascinato dalla cultura della città, porto franco, crocevia di genti esotiche, legate a codici misteriosi a seconda dei gruppi etnici a cui appartenevano, a un passo dalle coste della Spagna. E dallo spirito tollerante che si respirava, dove ognuno poteva vivere la propria sessualità in piena libertà.

Tangeri in fondo era il suo esilio, il suo rifugio, il luogo perfetto per creare e per ospitare, con la moglie Jane Auer anch’essa scrittrice, gli espatriati nord americani che vagabondavano per il piuttosto affollato nord Africa in cerca di avventure lecite e spesso illecite, gente interessante come William S. Burroughs, Tennessee Williams, o Truman Capote. Pur tuttavia il senso di estraneità, tipico dell’occidentale in visita in un nuovo mondo, che coltivò come un vezzo e traspare vividamente in ogni suo scritto, non lo abbandonò mai. Ma non dobbiamo confondere l’estraneità, con la superiorità. A differenza dell’esotismo spiccio che contagiava molti suoi (ex)connazionali, Bowles mantenne un rispettoso distacco scevro di giudizi o finta pietà nei confronti del mondo arabo islamico.

Nei suoi quattro romanzi, e più di sessanta racconti brevi, quasi sempre troviamo come protagonista un occidentale perso in un labirinto, violentemente a confronto con le proprie contraddizioni e quelle di un mondo (altro) dove ogni senso sembra esasperato. Pensiamo a Tè nel deserto, forse il suo romanzo più famoso, anche grazie soprattutto alla visione granulosa e scabra che ne fece Bernando Bertolucci proiettandolo sul grande schermo, o a Lascia che accada del 1952, romanzo breve ambientato nel periodo in cui Tangeri era città internazionale, forse il mio preferito. Bowles non scrisse solo romanzi e racconti, ma anche libri di viaggi, saggi, poesie, traduzioni, centinaia di recensioni, un’ autobiografia, Senza mai fermarsi: una autobiografia (Without stopping, 1972), e Jeffrey Miller pubblicò una raccolta di sue lettere, In Touch nel 1995, pochi anni prima della sua morte, rendendo così fruibile parte della sua corrispondenza. E compose musica, non da dilettante. Ma soprattutto non visse solo in Marocco, anzi visitò anche la zona del Sahara, l’Algeria, la Tunisia. Il suo sguardo ovunque si posasse registrava con spietata lucidità le luci, e soprattutto le ombre, di un mondo in cui una violenza occulta serpeggiava, si insinuava nelle pieghe dell’anima anche dei più refrattari.

Tacciato di freddezza, accusato di insensibilità, e persino di immoralità, Bowles racchiuse nei suoi libri una visione, una personale e cruda esposizione di fatti, di movimenti interiori, di sconfitte e di vittorie. E soprattutto lo fece in modo non convenzionale, non schiavo delle mode o del pensiero dominante. Non adulava (o peggio rimpiangeva) il grasso Occidente da cui era fuggito, non idolatrava, senza vederne i difetti, la terra che l’aveva accolto. Paul Bowles insomma rappresentò per la sua generazione un punto di riferimento, e sembra sconcertare l’oblio con il quale oggi è accolto. Pochi hanno letto i suoi romanzi, ancora meno i suoi racconti. Ho provato a chiedere chi è Paul Bowles, molti candidamente mi hanno risposto che non lo conoscevano, altri vagamente l’avevano sentito nominare, mentre conoscevano la vicenda narrata in The Sheltering Sky. Per il film, non per il libro. Quando forse mai quanto in questo periodo storico è interessante confrontarsi con una personalità lucida e tagliente quanto fu quella di Paul Bowles, tra post- colonialismo e cultura araba.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Nicole Teso

4 dicembre 2018

1Las Vegas era l’occasione per iniziare una nuova vita e seppellirmi il passato alle spalle.
Non avrei mai potuto immaginare che sarei stata rapita e rinchiusa in una cella buia, pronta a diventare una schiava del piacere.
Jake Evans mi distruggerà, piegandomi ai suoi desideri e consumando la mia anima.
Lui è la mia condanna a morte.

Lei avrebbe dovuto essere una prigioniera come tutte le altre, pronta a soddisfare i desideri dei miei clienti.
Non avrei mai potuto immaginare che mi avrebbe dato così tanto filo da torcere.
Brittany Moore sta sfondando le barriere nella mia testa, facendomi crollare e riportando a galla un passato che credevo sepolto.
I demoni mi stanno reclamando…
Lei è il mio tormento.

Questa è la presentazione di “Loving the Demon”, il primo romanzo (non autoconclusivo: seguono “Loving the Angel” e “Loving the Darkness”, quest’ultimo ancora inedito) di Nicole Teso. La giovane autrice veneta ha esordito come self-publisher su Amazon e in seguito è stata “notata” da Newton Compton Editori che pubblicherà “Dimmi che ci sei”, ri-edizione del romanzo “Dimmi chi sei”, autopubblicato nel gennaio del 2018.

Ringraziamo Nicole per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Nicole, tu hai scritto finora romanzi che possono rientrare nella categoria “romance”. Mi sembra un ombrello sotto al quale si riuniscono storie dalla natura variegata e talvolta ibrida (New Adult, Young Adult, Erotic Romance, Contemporary Romance ecc. ecc.). Ti va di spiegarci cosa si intende comunemente per romance e quali sono i sottogeneri che riscontrano, almeno per la tua esperienza, maggiore interesse?

Ciao Ilaria. Innanzitutto, grazie per lo spazio che mi stai dedicando.
Comincio subito col dirti che io ho una “strana” concezione di romance. Solitamente, in questo genere letterario, si classificano tutte le storie che trattano l’amore, in ogni sua sfumatura. Io mi definisco molto più dark. Non amo i romanzi in cui troviamo il solito principe azzurro, in sella al suo cavallo bianco. Personalmente preferisco le storie travagliate, gli amori impossibili, i protagonisti sadici.
Ultimamente i generi come il dark romance, il mafia romance e tutte le sottocategorie, che hanno come tema principale il “bad world”, catturano un notevole interesse nei lettori.
Tuttavia, anche il chick-lit è molto apprezzato dalle lettrici italiane.

Ogni genere ha i suoi cliché: rispetto alla letteratura romance, quali ritieni che siano ormai superati o suberabili (per ragioni storiche, sociali, culturali ecc.) e quali invece ti sembrano ancora caratterizzanti?

Come anticipavo nella domanda precedente, penso che ormai sia calato l’interesse verso tutte le storie d’amore tradizionali.
Le persone vogliono leggere novità, storie particolari, temi affrontati sporadicamente.
Di certo, negli ultimi anni siamo influenzati dalle storie che ci propinano in televisione. Vogliamo sapere cosa ruoti nella mente di un ipotetico serial killer, di un narcotrafficante, di un protagonista fuori dal comune. Io stessa amo questo tipo di personaggio. Sono stanca di leggere della solita ragazzina svampita che si imbatte nel milionario di turno.

Sei molto giovane, ma hai già fatto una discreta gavetta: che consiglio ti sentiresti di dare a chi volesse intraprendere la tua stessa strada o a chi già ci stesse provando, ma non vedesse ancora risultati apprezzabili?

Il consiglio che do sempre, sembrerà banale, forse un po’ scontato, è di essere umili, di cercare ispirazione da chi riesce a coronare il proprio sogno. Mai provare invidia o rancore. Piuttosto interrogarsi su quali sono i metodi migliori e le strategie da mettere in atto per riuscire a raggiungere il traguardo sperato.
Quando ho esordito io, avevo una paura pazzesca di non essere letta da nessuno. Seguivo alcune autrici con ammirazione, visti i successi e i numeri di copie vendute. L’unica cosa che continuavo a ripetermi era: “Se ce l’ha fatta lei, posso riuscirci anch’io, un giorno”.
La seconda cosa che dico spesso a chi mi chiede consigli è di investire su se stessi. Se noi per primi, non siamo disposti a spendere dei soldi per migliorarci (es. editing, copertina, corsi), come possiamo pretendere che i lettori lo facciano per noi?

Hai esordito da self-publisher, ovvero autopubblicando i tuoi primi romanzi. Come sei riuscita a raggiungere gli ottimi risultati che hai ottenuto (in un podcast di Michele Amitrani, del sito “Credi nella tua storia”, mi pare che tu parli di mille copie vendute in una ventina di giorni)?

Sì, mille copie vendute in venti giorni.
Avevo un blog, perciò già un piccolo pubblico di lettori. Inoltre, avevo organizzato un blogtour, coinvolgendo più blogger possibili. Il resto l’hanno fatto i lettori, con il passaparola. E le inserzioni a pagamento.

Pubblicare con una cosiddetta big è il sogno della maggior parte degli autori (o almeno credo che sia così!). Hai voglia di raccontarci come è cominciata questa tua esperienza con una casa editrice del calibro di Newton Compton? Hai già una data di uscita per “Dimmi che ci sei”?

Anche per me era un sogno. E lo è ancora! Certi giorni non mi sembra vero che stia succedendo davvero.
Comunque è successo tutto per caso. La Newton Compton mi ha chiesto “Dimmi chi sei” in valutazione e, due mesi dopo, è arrivato il contratto.
Prima della Newton Compton avevo ricevuto altre tre proposte editoriali, ma non volevo vincolarmi con altri editori, perché il mio sogno è sempre stato quello di firmare con loro.
Per quanto riguarda l’uscita di “Dimmi che ci sei”, non ho ancora una data precisa. Sicuramente, nei primi mesi del 2019.

Tra i tuoi impegni futuri ci sono il Festival del Romance di Milano (la prima edizione si terrà a giugno 2019) e, immagino, anche il Rare (Roma, settembre 2019). Mi sembrano eventi aggregativi interessanti, sia per chi scrive, sia per chi legge, in questo caso letteratura romance. Che importanza ha per te l’incontro diretto con i tuoi lettori?

Sì, sarò al Festival del Romance. Al Rare, ancora non lo so.
Io ci tengo moltissimo a incontrare i lettori. Il mondo dell’editoria sta cambiando. Ai lettori piace interagire con l’autore, avere un modello da seguire. Io amo parlare con i miei lettori, li abbraccerei tutti, uno a uno, visto che è grazie a loro se sono arrivata fin qui.
Proprio per questo motivo, sto valutando di organizzare un booktour, in varie città d’Italia, per incontrare quanti più lettori possibile.

Pongo anche a te la domanda che in genere rivolgo agli autori intervistati. Se venisse realizzato un film tratto da “Dimmi che ci sei” e avessi la possibilità di avere l’ultima parola sul casting, chi sceglieresti per interpretare i protagonisti?

Eccola, la mia domanda preferita!
Nella mia testa, ho sempre immaginato Ryan Cooper nel ruolo di Adam Keller. Mentre scrivevo, immaginavo proprio lui! Ok, non prendetemi per pazza, ma è il prototipo a cui mi sono ispirata!
Per Mercy Stone, mi piacerebbe Victoria Justice.

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/nicoletesoautore/

:: I Maigret 9 e I Maigret 10 di Georges Simenon (Adelphi, 2015) a cura di Daniela Distefano

3 dicembre 2018
I MAIGRET 9- Simenon

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Parliamo ancora di Georges Simenon, perché Simenon non stanca mai; la sua ispirazione è come la sua produzione letteraria: sterminata. Questi due volumi Adelphi, in particolare, rachiudono racconti di fine compattezza, come se lo scrittore di origine belga li avesse prima messi a mollo e poi asciugati al sole della sua lucidità.

I Maigret 9:

Maigret e l’uomo della panchina.
Maigret ha paura
Maigret si sbaglia
Maigret a scuola
Maigret e la giovane morta.

In questa raccolta, ricorrono i consueti elementi dell’immaginario di Simenon; l’ordinario cielo lacrimoso – per esempio – così congeniale al commissario Maigret quando si tratta di affrontare un nuovo, incancrenito, caso:

“La pioggia veniva giù con tanta ostinazione e violenza che non era più solo pioggia, né il vento era più solo il vento gelido: sembrava piuttosto che si fosse scatenata la furia degli elementi. Qualche ora prima sulla banchina mal riparata della stazione di Niort, aggredito dagli ultimi spasimi di un inverno che non si decideva a finire, Maigret aveva pensato a una belva che non vuole morire e morde, con accanimento, sino alla fine”.

E poi, che dire della predilezione dello scrittore per le ambientazioni esterne, per quei luoghi di perdizione dove si consuma a fiumi alcol di tutte le gradazioni? Calvados, birra, whisky, vino rosso, vino bianco, acquavite, pernod, martini… Un locale cult? “La Brasserie Dauphine”, da dove il commissario Maigret fa portare il vassoio di panini e birre nelle giornate o serate di estenuanti interrogatori quando non c’è tempo di pranzare o cenare a casa e gli indagati invece sono messi alle strette dopo un boccale di birra e un sandwich. Nelle storie raccontate con la manopola meccanicistica, Simenon svela pure la strategia, le tattiche investigative del commissario Maigret. Nulla di trascendentale, ma neanche di totalmente casuale:

“A ogni nuova inchiesta il suo umore descriveva, per così dire, pressapoco la medesima curva. All’inizio vedeva i personaggi dall’esterno. Ne coglieva le piccole manie, ed era divertente. Poi a poco a poco si metteva nei loro panni, si chiedeva come mai si comportassero in quel modo o in quell’altro, si sorprendeva a pensare come loro, e questo era molto meno divertente. Solo in seguito, dopo averli visti talmente tante volte da non stupirsi più di nulla, capitava che riuscisse a riderne..”.

I Maigret 10:

Maigret e il ministro
Maigret e il corpo senza testa
La trappola di Maigret
Maigret prende un granchio
Maigret si diverte.

In questo volume, proseguono le indagini serrate e ingarbugliate. Maigret compie passi da formica ogni volta che la situazione rimane annebbiata, procede con lentezza, assapora i vari ingredienti ma non sempre ottiene subito il composto giusto:

“Quando si legge sui giornali il resoconto di un’inchiesta, ci si immagina che la polizia proceda in linea retta, sapendo fin dall’inizio dove andrà a parare. I fatti si susseguono con una logica, come le entrate e le uscite dei personaggi in una buona commedia. Di rado vengono riportati gli andirivieni inutili, le ricerche estenuanti che finiscono in un vicolo cieco, le informazioni prese alla cieca a destra e a manca. Maigret non avrebbe potuto citare una sola indagine durante la quale, a un certo punto, non si fosse arenato”.

Nel racconto “La trappola di Maigret”, è di scena persino un caso da manuale del crimine patologico : in sei mesi, cinque donne che camminavano di sera nelle vie di Parigi erano state vittima di un unico assassino. Per Maigret una vera e propria ossessione. Le altre inchieste vengono condotte seguendo una logica da carpe diem,

“Come si dice per un soldato che fiuta la polvere da sparo, lui intuiva che là, nel suo ufficio, stava per succedere qualcosa. Quella particolare agitazione di cui parlava la radio lui la conosceva bene, dato che per centinaia di volte era stato lui a provocarla. Un’ inchiesta procede a rilento, o almeno così sembra, per giorni, a volte per settimane. Poi, all’improvviso, quando meno te l’aspetti, accade qualcosa: una telefonata anonima, magari, o una scoperta apparentemente insignificante”.

Insomma, Simenon dà a Maigret carta bianca sui casi da sbrogliare, ma lo tiene anche al guinzaglio facendogli seguire – quasi annusare – tracce, orme che lo porteranno al disvelamento della verità, o a quel bozzolo che la contiene.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’ultimo respiro del drago di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2018) a cura di Giulietta Iannone

3 dicembre 2018

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Innanzitutto va detto che l’inquinamento non è un problema solo cinese, la qualità dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo, della terra dove coltiviamo verdura, frutta, cereali, e quant’altro è un problema globale, che ci riguarda tutti. Non c’è niente di più volatile dell’aria, èd utopistico pensare che non si sposti, e raggiunga in breve tempo tutti gli angoli del pianeta. Pensiamo solo alla nostra povera Italia, tra la Terra dei Fuochi, i rifiuti pericolosi interrati dalle varie mafie in ogni dove, e l’incidenza ormai fuori dal livello di guardia delle malattie leucemiche e tumorali.
Di inquinamento si muore, ormai lo sappiamo tutti. E si muore male. Avendo visto morire mio padre di cancro ai polmoni ne ho una visione abbastanza chiara del problema.
La questione cinese è forse peculiare se rapportata al tipo di società, e di struttura politica, fortemente gerarchizzata e centralizzata (l’esistenza di un Partito unico focalizza le eventuali colpe, che nelle nostre democrazie occidentali vengono distribuite tra partiti al potere e opposizione), insomma se la necessità di una crescita economica sempre maggiore diventa un’indispensabile priorità per l’autoconservazione del potere, può sorgere il dubbio, suffragato in realtà da molti fatti, che lo Stato si disinteressi della salute dei suoi cittadini e tuteli (con misure in realtà marginali, come depuratori di ultima generazione, cibo biologico, acqua pulita) solo l’elite, i privilegiati a discapito della gente comune in balia delle peggiori conseguenze nefaste.
Però è più che evidente che la salute del pianeta è un’esigenza vitale per tutti, compresi gli alti dirigenti del Partito della Città Proibita, che dubito ignorino il problema, semmai non sanno bene come risolverlo, pensiamo per esempio dall’altro lato dell’Oceano, al presidente americano che minimizzava le conseguenze del riscaldamento globale (probabilmente a fini elettorali, per dare un contentino alle lobby dei grandi industriali), anche se in realtà ultimamente sta un po’ rivedendo le sue posizioni, e ammettendo che un problema esiste.
Tutto questo lungo preambolo per dire che l’argomento al centro di questo libro è piuttosto delicato, e politicamente strumentabilizzabile. Ma il talento artistico di Qiu Xiaolong ne fa un soggetto ideale di denuncia e di autocoscienza, pur inserendo tutto in un contesto di trama gialla.
Leggevo giorni fa che un fotografo cinese, specializzato nel fotografare i danni ambientali, è stato arrestato avvalorando la tesi dell’utilizzo di strumenti coercitivi per impedire la diffusione di notizie.
Probabilmente la realtà supera la fantasia, o quello che può essere contenuto un libro di narrativa, ma gli spunti sono molteplici, proprio per questo la lettura di questo libro è molto interessante, specie se amate i noir con una forte impronta sociale, e l’ambientalismo e l’inquinamento globale si può dire siano temi caldi, di stretta attualità. Ben venga dunque un romanzo che veicola questi concetti, e aumenti la nostra consapevolezza personale. In molti noto, anche qui in Occidente, un disinteresse e una rassegnazione fatalistica, e questo è un male perché ognuno di noi deve lottare per i priori diritti, per la propria salute, per il proprio benessere.
Che poi le guerre economiche siano anche combattute sulla pelle dei cittadini è un fatto piuttosto incontrovertibile, e vi partecipano allegramente entrambi gli schieramenti sia in Occidente che in Oriente, l’importante è capire se ci sono dei limiti non valicabili, e concordarli, magari sotto l’egida dell’ONU, in nome dell’utilità e del bene comune delle generazioni presenti e future. Insomma il nostro pianeta lo erediteranno i nostri figli e nipoti, ed è nostra precisa responsabilità ciò che troveranno e le innumerevoli sofferenze che saranno destinati ad affrontare.
Tornando al libro, L’ultimo respiro del drago (Hold Your Breath, China, 2017), edito da Marsilio e tradotto dall’inglese da Fabio Zucchella, appartiene alla serie dedicata all’ispettore capo Chen Cao, del poeta e scrittore cinese, Qiu Xiaolong, che dal 1989 vive e insegna negli Stati Uniti. Condizione privilegiata che lo pone al bivio dei due mondi, vedendone i pregi e i difetti pur restando un punto di incontro tra Oriente e Occidente. Qiu Xiaolong ha un taglio molto critico e anche a tratti duro sui mali che affliggono oggi la Cina, non solo a livello politico ed economico, ma proprio sociale, dal clientelismo fortemente radicato, alla corruzione, a una certa anarchia, fino a una distorta sfera dei valori e delle priorità di stampo fortemente materialistico. Insomma l’idolatria del successo, del benessere economico, sono una parte fondamentale del Dna sociale cinese, a prescindere dalle direttive statali e questa distorsione viene pesantemente criticata dall’autore.
Dal punto di vista politico, certo il socialismo orientale cinese (l’autore ripete diverse volte con connotazioni negative e antidemocratiche l’esistenza di un Partito Unico) poi ha tutte caratteristiche sue proprie imbevute di confucianesimo, animismo e superstizione. E ricordiamoci la società cinese è l’ultima società socialista ancora vitale, grazie anche al suo trasformismo, e alla sua capacità di adattarsi a un mondo in forte evoluzione, pur conservando forti matrici idealistiche e spirituali di stampo comunitario.
La cosa che amo di più dei romanzi di questo autore è tuttavia è quello di far apparire in filigrana la grandezza e l’importanza della cultura cinese e della sua millenaria tradizione non ostante i mali che l’affliggono. Insomma non si fa fermare dal pessimismo, ma impreziosisce con pennellate di vera poesia, una struttura narrativa molto evocativa e “antica”. Cita molte poesie dell’epoca Tang, Song, e Qing, inserendole nel contesto narrativo, come fa con proverbi e modi di dire tipicamente orientali o con testi fondamentali della narrativa cinese antica, come i Trentasei stratagemmi, un trattato di strategia militare cinese che descrive una serie di astuzie usate in guerra, in politica e nella vita sociale. E allo stesso tempo fa così anche con la letteratura occidentale, che ben conosce, citando da Thomas Stearns Eliot, a Milan Kundera, con una leggerezza affatto didattica e una precisione anche psicologica molto netta.
L’ ispettore capo Chen Cao è un poliziotto molto anomalo che si discosta dalla figura del burocrate, innanzitutto è un poeta e un traduttore molto sensibile; è un fine gourmet, apprezza i piaceri del cibo e della tavola anche per la loro valenza culturale; è un ottimo investigatore riconosciuto per le sue eccezionali doti morali e per il suo acume intellettuale. All’inizio fortemente in ascesa nella struttura piramidale sociale cinese, ora vive un periodo di dubbio ed è sottoposto a controllo, probabilmente per valutarne la personale integrità ideologica. Insomma sta rischiando di vedere sfumare il brillante futuro che avrebbe potuto avere, anche se la mobilità e l’incertezza toccano tutti in Cina dai grandi industriali con grandi ricchezze, ai compagni segretari come Zhao, grande protettore dell’ispettore Chen. Insomma da un giorno all’altro si rischia di perdere tutto, per un passo falso, una delazione, un video su Youtube o per l’accanirsi di un nemico politico, magari avverso per motivi meramente personali. Nessuno è intoccabile. Tanto meno Chen Cao.
Per quanto riguarda l’indagine, in realtà ce ne sono due parallele, una portata avanti dai poteri di polizia, riguardante un serial killer che uccide a cadenza regolare per le vie di Shanghai. La seconda portata avanti in prima persona dall’ispettore Chen e condotta sotto copertura. In apparenza Chen fa da guida turistica al compagno Zhao, in trasferta da Pechino a Shanghai per una vacanza salutista, in realtà sempre per suo incarico deve indagare sulle riunioni clandestine di un gruppo di ambientalisti, capeggiati da una sua ex fidanzata (in un certo senso il romanzo può essere considerato un sequel di Le lacrime del lago Tai), preoccupati per l’alto tasso di inquinamento dell’aria e scoprire cosa hanno in progetto di fare. Alla fine ci sarà un punto di convergenza delle due indagini, brillantemente condotte sia da Chen che dal suo braccio destro Yu, con la collaborazione non marginale di sua moglie Peiqin.
Non dico di più se no vi rovino il piacere della lettura, e quindi non mi resta che lasciarvi al libro. Alla prossima.

Xiaolong Qiu, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre alle inchieste dell’ispettore Chen, pubblicate in trenta paesi, già adattate per una popolare serie radiofonica della Bbc e presto anche per una serie televisiva, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao. www.qiuxiaolong.com/

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Professione Food Writer: Ricettario di scrittura con esercizi sodi strapazzati e a la coque di Mariagrazia Villa (Dario Flaccovio Editore, 2018) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2018
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Primo manuale in lingua italiana dedicato al food writing nella sua più ampia e completa accezione del termine, Professione Food Writer: Ricettario di scrittura con esercizi sodi, strapazzati e a la coque è un’utile guida pratica per tutti coloro che si avvicinano con curiosità alle professioni, (a volte nuove, grazie al digitale) collegate a quella frangia di mercato piuttosto magmatica e variegata che si occupa di cultura enogastronomica.
Ma non è solo questo, nello stesso tempo è anche un agile e vero e proprio manuale di scrittura, con al termine di ogni capitolo esercizi atti a risvegliare la nostra creatività e fantasia, oltre alle competenze necessarie per scrivere in modo professionale.
L’autrice, Mariagrazia Villa, con un curriculum di tutto rispetto (vi rimando al profilo bio) e più di trent’anni di esperienza, utilizza un approccio informale e anche divertente, se pur tuttavia rigoroso, e ci accompagna passo passo in un mondo non privo di incognite se non di veri e propri rischi, (tra cui il peggiore di tutti è quello di perdere la nostra credibilità) che brillantemente ci consiglia come evitare.
La prefazione è affidata a Maria Pia Favaretto, pubblicitaria e docente e direttore didattico del Master Food & Wine 4,0 – Web Marketing & Digital Communication dello IUSVE, l’Istituto Salesiano Universitario di Venezia. Vi consiglio di non saltarla e di leggerla, perché è molto interessante, parte da un approccio storico, per trattare anche se non approfonditamente la dimensione biologica, filosofica, culturale ed etica di un fenomeno ormai diventato mediatico, con vere e proprie icone del food system.
Insomma c’è materiale per tanti e tanti libri, e Mariagrazia Villa ha il dono della sintesi e della essenzialità, insomma racchiude tutto in relativamente poche pagine: il libro si compone di sei capitoli e trecento pagine, e può essere studiato, e io vi consiglio di farlo, scorrendole e trovando i temi di vostro maggiore interesse.
Molte cose le sapevo, in linea teorica, e anche se io non mi occupo di food & beverage, ma di libri, sono una book blogger, ho trovato il libro molto interessante, segno che la trasversalità è davvero utile nel nostro mestiere, che occupa in gran parte donne, favorendo così l’imprenditoria femminile.
Il capitolo in assoluto più interessante, per me almeno, è stato l’ultimo Tiramisù perbene con peccato di gola, che dà voce alla dimensione etica di questo affascinante mestiere, solo apparentemente frivolo, ma in realtà capace davvero di toccare campi fondamentali come la salute, la qualità della vita, il rispetto per se stessi e gli altri. La nutrizione insomma ha dimensioni, non vi spaventi il termine, spirituali che in molti sottovalutano e può davvero diventare un campo di studio e approfondimento del comportamento umano.
I mestieri legati al food writing sono molti e tutti appassionanti, dal blogger al critico, dall’addetto stampa allo scrittore, e sebbene c’è tantissima concorrenza, le armi per distinguersi sono numerose e non vanno spuntate con il pressappochismo, la povertà narrativa o la meschinità morale.
Ringrazio Barbara Valla dell’ ufficio stampa Artisenzanome di avermi preso in considerazione e contattata per propormelo in lettura, in realtà ho esitato un po’, poi la curiosità è stata prevalente, e la gallina in copertina determinante.
Spero in futuro di potere intervistare l’autrice, ora vi rimando alla lettura del libro, sono certa che ne saprete fare tesoro, magari vi aiuterà davvero a diventare una food writer di successo.

Mariagrazia Villa ha lavorato per vent’anni, come giornalista culturale, per “Gazzetta di Parma” e altre testate locali e nazionali. Come copywriter e food writer, ha collaborato per quindici anni con il Gruppo Barilla, per il quale ha diretto il magazine online Italian Food Lovers. Ha scritto 38 libri di cucina per Accademia Barilla e le sette Guide dei Musei del Cibo della provincia di Parma. Insegna Etica e deontologia ed Etica e media nei corsi di laurea triennale e magistrale dello IUSVE ed è docente di Sostenibilità agroalimentare e conscious eating e di Food Writing e Web Content Management presso il Master Food & Wine 4.0 – Web Marketing & Digital Communication di IUSVE.

Source: libro inviato da Barbara Valla dell’ Ufficio Stampa dedicato, che ringraziamo.

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:: Un’ intervista con Lindsey Davis a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2018

libro Il mito di GioveSalve Signora Davis. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Lei è una scrittrice inglese di romanzi storici, molto conosciuta per essere l’autrice della serie di Falco, un titolo su tutti Le miniere dell’imperatore. E ha in uscita un nuovo romanzo in Italia dal titolo Il mito di Giove. È inoltre un punto di riferimento per tutti gli scrittori che iniziano a scrivere storie gialle ambientate nell’Antica Roma. Ci parli di lei. Punti di forza e di debolezza.

R: I miei punti di forza: sono di mente aperta, ribelle, curiosa, seria, ho sufficiente immaginazione e abilità per scrivere bene. Sulle mie debolezze non ho idea, eccettuato forse l’età.

Ci parli del suo background, dei suoi studi, della sua infanzia.

R: Sono di Birmingham, una grande città industriale con una forte identità culturale (un posto che non aveva tuttavia gli Antichi Romani). Provengo in origine dalla classe operaia, ma ho un’educazione borghese e sono cresciuta in una città fortemente danneggiata dalla Seconda Guerra Mondiale. Ho frequentato molte buone scuole ricevendo una educazione umanistica, all’Università di Oxford ho conseguito una Laurea in Lingua e Letteratura Inglese. Poi ho avuto un “vero” lavoro per 13 anni per i servizi governativi, prima di iniziare a scrivere a 35 anni.

Quando si è accorta di voler diventare una scrittrice? Quando ha deciso di iniziare a scrivere romanzi storici ambientati nell’Antica Roma?

R: Quando avevo 5 anni e il mio insegnante di scuola elementare disse che noi non dovevamo esercitarci a scrivere copiando dai libri, ma dovevamo inventare le nostre proprie frasi. Mi orientai verso l’Antica Roma quando la mia prima scelta, la Guerra Civile Inglese, non fu presa in considerazione per la pubblicazione. Volevo fare qualcosa di originale.

C’è stato un insegnante che le è stato di modello, di ispirazione?

R: Al liceo ho avuto diversi insegnanti di inglese che mi hanno insegnato veramente seriamente a comprendere l’analisi testuale, che successivamente ho approfondito sia per quanto riguarda lo studio della lingua, delle parole, della grammatica a livello universitario. Questi sono i miei migliori strumenti come scrittrice. Ho anche conosciuto due dei miei insegnanti di inglese, e regolarmente li vedevo. Sono anche molto in debito con uno dei miei insegnanti di latino, che fondò una Società Archeologica a scuola. Scherzando dico sempre che devo la mia intera carriera alla sua decisione di fare entrare nella sua Società i ragazzi della scuola della porta accanto. Quando ho iniziato a scrivere romanzi sull’Antica Roma, il mio lavoro si basava come punto di partenza su studi archeologici specialmente rivolti alla vita di tutti i giorni della gente comune, piuttosto che avere una visone elitaria basata sulla letteratura.

Ci racconti del suo debutto. Della sua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

R: Ho partecipato a diversi concorsi per romanzi storici, entrando in finale tre volte compreso con i miei romanzi attualmente pubblicati The Course of Honour e The Silver Pigs (Falco 1). Una dei giudici era una editor di narrativa per un Magazine per donne vecchio stile; lei ha comprato diversi miei racconti, permettendomi di continuare a scrivere. Falco fu rifiutato da tutti i maggiori editori di Londra, adducendo che i romanzi sull’Antica Roma erano ritenuti troppo difficili per la narrativa popolare, prima che un editor accettasse due miei libri. Lui, Oliver Johnson, è ancora il mio editor dopo 30 anni! Dopo dieci anni ha anche accettato The Course of Honour, la vera storia dell’Imperatore Vespasiano e Antonia Caenis, che in molti pensano sia il mio miglior romanzo.

Cosa ama di più quando scrive un libro?

R: Amo tutto il processo di scrittura. Penso che il mio divertimento si veda e passi ai miei lettori.

Che ruolo svolge Internet nella scrittura, nella ricerca e nel marketing dei suoi libri?

R: Quando ho iniziato non c’era Internet. Così lo tratto con molta cautela. Attualmente penso che abbia un grande valore didattico, se non ti disperdi e sai discernere cosa stai cercando; poiché sono uno studente indipendente, non dipendo da nessuna Università, per l’archeologia o i classici, per me è uno strumento molto utile. Consulto la stampa online per restare al corrente con le recenti scoperte. Uso Internet per cercare libri difficilmente reperibili. Ho un sito web, con un bottone di contatto per le email, ma NON uso i social media. Odio il loro essere così frequentemente vacui, e insensati, depreco il bullismo, e disapprovo l’approccio frettoloso alla storia.

Può dirci qualcosa sul suo più importante protagonista Marco Didio Falco?

R: Inizia come un classico investigatore, vive e lavora in tetre circostanze, ma alla fine diventa un uomo ricco ed di successo, con una famiglia. È cinico, divertente, intelligente, determinato, non ha paura di porsi contro il sistema, è appassionato di giustizia. È un ragazzo di città, ha una sola donna, è un buon amico, un mentore, gentile con il suo cane.

Progetti cinematografici?

R: Ci stiamo spostando dal “possibile” al “probabile”.

Legge autori contemporanei? Quali sono i suoi favoriti? Chi pensa abbia influenzato la sua scrittura?

R: Una cosa triste è che non ho abbastanza tempo per leggere tutto quello che vorrei. Molte delle mie letture ora sono per ricerca, ma leggo biografie storiche e vado su “Study Days” che ha un programma molto vario, specialmente vado in cerca di classici dimenticati (recentemente Trollope, Les Miserables, Goldsmith, Shelley, le opere teatrali Jacobean).

Cosa sta leggendo al momento?

R: Un immenso libro sui giardini degli Antichi romani.

Facciamo un gioco. Mi dica un aggettivo per ciascuno di questi scrittori: Flannery O’Connor, Margaret Atwood, Joyce Carol Oates, Nabokov, Cormac McCarthy.

R: Scusami non voglio farlo. Non sono preparata – inoltre odio condannare un autore a un singolo aggettivo!

Le diverte fare tour promozionali? Racconti ai suoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R: Mi diverto se la gente sta bene. Sempre più (come una persona ormai in pensione e con un problema alla spina dorsale) li trovo molto stancanti, così devo limitare quello cha faccio.

È un’autrice molto acclamata dalla critica. Ha mai ricevuto cattive recensioni nella sua carriera?

R: Oh, naturalmente le ho avute. Probabilmente anche per gelosia, siccome la peggiore di tutte iniziò con “ha venduto troppi libri”.

Come è il suo rapporto coi lettori? Come possono mettersi in contatto con lei?

R: Sono orgogliosa di dire che ho sempre attratto i lettori a contattarmi anzi molti mi dicono che non hanno mai contattato uno scrittore prima di me. Naturalmente ci sono i brontoloni che mi segnalano errori storici, e i maniaci che sono ossessionati dalla punteggiatura. Sono solitamente in disaccordo con loro. La maggior parte comunque sono molto carini. Adesso per la maggior parte mi contattano per email tramite il mio sito, ma qualcuno scrive ancora vere lettere e me le manda attraverso il mio editore.

Verrà in Italia a presentare i suoi romanzi?

R: Sto venendo a Roma il 3 dicembre.

E infine, un’ ultima domanda: a cosa sta lavorando adesso?

R: Sto editando il settimo libro di Albia, da cui stanno estraendo uno script cinematografico, e sto scrivendo una novella intitolata Invitation so Die, per il download digitale, e infine mi sto preparando per l’ottavo romanzo di Albia.

:: Guida al cinema noir di Stefano Di Marino in collaborazione con Michele Tetro (Odoya 2018)

28 novembre 2018

noir_dimarino“L’ho ucciso io. L’ho ucciso per denaro e per una donna. E non ho preso il denaro… e non ho preso la donna.”

dal film La fiamma del peccato di Billy Wilder (1944)

Il Noir è forse il genere cinematografico più prolifico e duraturo della storia del cinema. Legato alla letteratura ma capace di sviluppare anche moltissimi soggetti originali, accompagna il pubblico sin dagli anni Trenta. Oggi tutto viene etichettato come Noir, ma esistono canoni tematici e stilistici che il lettore deve conoscere per approfondire questo ricchissimo filone. Lo scopo di questa guida è introdurre il neofita in un mondo oscuro e complesso e stimolare l’esperto a rivedere e analizzare film classici e meno conosciuti.
Una panoramica del genere Noir, così come è stato interpretato non solo nel suo paese d’origine, gli Stati Uniti, ma anche in Francia, in Inghilterra e in Italia, senza tralasciare quelle cinematografie che negli anni hanno integrato il Noir nella loro tradizione: la Spagna, la Scandinavia e l’Estremo Oriente. Chiarita la divisione nei tre periodi principali, Noir classico (dagli anni Trenta fino alla fine dei Cinquanta), neo Noir (dalla Nouvelle Vague fino agli anni Ottanta) e post Noir (le ultime tendenze legate al cinema di Tarantino), il volume affronta tutti i personaggi chiave con un’ampia scelta di film.
Si affrontano i protagonisti maschili e femminili nella loro evoluzione, con esempi tratti da un gran numero di pellicole corredate da “Casi scottanti”, film emblematici analizzati nel dettaglio. Gangster, rapinatori, detective, poliziotti onesti e corrotti, dark ladies e donne perseguitate, maniaci e avventurieri in terre lontane, senza dimenticare una folta schiera di uomini e donne coinvolti in situazioni da incubo. Una panoramica che consente non solo di scegliere e apprezzare i singoli film, ma di seguire l’evoluzione di un genere arrivato fino a noi.

Stefano Di Marino, tra i più prolifici narratori italiani, attivo per le collane Mondadori “Segretissimo” e “Giallo”, da anni si dedica alla narrativa scrivendo romanzi e racconti di spy-story, gialli, avventurosi e horror.
Per Fabbri ha curato Il cinema del Kung Fu e Il cinema Horror. Per la Gazzetta dello Sport le collane Il cinema del Kung Fu (diversa dalla precedente) e Gli indistruttibili – Il cinema d’azione degli ultimi vent’anni.
Tra i suoi libri sul cinema Tutte dentro – Il cinema della segregazione femminile (Bloodbuster Edizioni), Bruce e Brandon Lee (Sperling & Kupfer), Dragons Forever – Il cinema marziale (Alacran), Italian Giallo – Il thrilling italiano tra cinema, fumetti e cineromanzi (Cordero Editore) e Eroi nell’ombra – Il cinema delle spie raccontato come un romanzo (Dbooks.it).
Per Odoya ha già pubblicato Guida al cinema di spionaggio (2018).

Michele Tetro, scrittore e giornalista, ha pubblicato racconti sulle riviste OMNI, Futura, L’Eternauta, Futuro Europa, Yorick Fantasy Magazine. Ha curato l’antologia H.P. Lovecraft – Sculptus in Tenebris: saggi ed iconografia lovecraftiana (Nuova Metropolis) e con Roberto Chiavini e Gian Filippo Pizzo ha scritto Il grande cinema di fantascienza: da “2001” al 2001, Il grande cinema di fantascienza: aspettando il monolito nero, Il grande cinema fantasy (Gremese), Mondi paralleli – Storie di fantascienza dal libro al film (Della Vigna) e altri.  Per Odoya è autore di Robert E. Howard e gli eroi della Valle Oscura e co-autore dei volumi Guida al cinema di fantascienza, Guida alla letteratura horror e Guida al cinema horror.