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:: Le affinità elettive di Johann Wolfgang von Goethe (Mondadori 2001) a cura di Marcello Caccialanza

3 ottobre 2018

GoetheEdoardo, ricco barone nel fiore della sua virilità, e Carlotta, sua moglie, vivono la loro affettuosa liaison a due in una tranquilla tenuta di campagna.
Carlotta da sposa assai devota ha l’oneroso compito di occuparsi della casa, mentre Edoardo passa le sue stancanti giornate nella virtuosa amministrazione delle questioni generali della medesima magione e del parco circostante.
Entrambi hanno quell’insaziabile e fortissimo desiderio di godere a pieno ed indisturbati della loro stessa felicità, felicità che un tempo i due avevano tanto ardentemente desiderato e che ora hanno finalmente raggiunto.
Il loro amore, infatti, pur avendo avuto i loro prodigiosi natali in gioventù, ha dovuto però sobbarcarsi diverse ed impreviste traversie, con conseguente attesa di un lungo periodo, prima di essere appagato completamente.
Edoardo era stato in passato instradato dal suo padre- padrone ad un matrimonio forzato con una donna più anziana di lui, ma decisamente molto più facoltosa e introdotta nella società di prestigio del tempo; allo stesso modo, Carlotta aveva dovuto andare in sposa con un uomo piacente per ricchezza e potere. Col risultato concreto di aver dato alla luce una figlia, Luciana, che ora vive in un collegio, affinché sua madre e il suo nuovo marito Edoardo, ormai liberi dai rispettivi coniugi, possano finalmente vivere soli.
La tranquillità in casa dei due sposi è però destinata a subire una inaspettata battuta d’arresto, quando lo stesso Edoardo comunica a Carlotta di voler ospitare per qualche tempo un suo amico, il Capitano, personaggio ambiguo ed affascinante, in quel frangente disoccupato. L’uomo infatti si trova a dover affrontare suo malgrado un momento difficile e necessita dunque di un luogo stabile ed accogliente.
I molti tentativi con cui il medesimo Edoardo prova a convincere la moglie di accogliere il suo amico forse, più caro, in un primo tempo non vanno a buon fine: Carlotta vede infatti in questa probabile convivenza un grave pericolo per il loro equilibrio relazionale.
Del resto la stessa donna avrebbe potuto decidere anche lei di ospitare tempo prima  Ottilia, sua giovane e amatissima nipote, che con difficoltà vive nello stesso collegio di Luciana.
Ma per il bene stesso della sua liaison con Edoardo ha però scelto di non assecondare i suoi desideri. Tale possibilità avrebbe potuto risultare nefasta per la coppia.
Ma, anziché dissuadere l’uomo nel suo atroce disegno, questa nuova informazione fornita da Carlotta si trasforma in una carta vincente nelle mani di Edoardo, che rassicura la consorte e la convince quindi ad aprire le porte della loro casa sia al Capitano che a Ottilia.
E da qui inizia una sorta di pericoloso gioco psicologico e fisico di coppie vecchie e nuove che si muovono su questa scacchiera di pagine e pagine in un pericoloso valzer senza più possibilità di alcun ritorno!
Un valzer fatto di amori e di tradimenti silenziosi ma inevitabili, di desideri torbidi e sensuali che coinvolgono i nostri pseudo- eroi in un tourbillon di vicende tormentate ed appassionate, corpi esplosivi in un fuoco che arde in pensieri segreti e segregati nella fredda e scostante affettazione di un’epoca bigotta che dell’amore dà una connotazione melensa e melodrammatica, senza però tenere conto delle pulsioni vere o presunte di quattro paladini alla ricerca di quella felicità eterna, che ti fa sfiorare il cielo con un dito, dove il respiro a due si spande come ambrosia in quell’aria complice.
Imperdibile da leggere almeno una volta nella vita!

:: Suite francese di Irène Némirovsky (Adelphi 2005) a cura di Daniela Distefano

2 ottobre 2018

SUITE FRANCESESuite francese” non è un romanzo, è un miracolo. Salvato dalle retate naziste, oggi è Opera pubblicata con il contributo dell’Ambasciata di Francia e del Ministero degli Affari Esteri francese. Salvo il manoscritto, morta nei campi di sterminio l’autrice: Irène Némirovsky. Ed è già così tutto un prodigio. Ma è il contenuto di queste cartelle sopravvissute che genera ancora sconcerto, per la maestria da romanziere maturo, lucido, distaccato e insieme appassionato. Poche donne hanno avuto la fortuna di esibire il proprio genio come la Némirovsky. Pagine fitte di esodi, calamità malefiche, sfollamenti, urla, e poi il riso, la vita gaia sotto le bombe. Persino l’amore che non conosce divise, punzoni, macchie di coscienza. Il plot comincia con un fiume di vite umane allo sbando per via della imminente occupazione tedesca. Come un ricamo eseguito nei dettagli più invisibili, la scrittrice annoda i fili di una storia corale e umana. Ci sono i Péricard, i Michaud, poi Gabriel Corte autore blasonato, annoiato e cinico, e le storie d’amore impossibile tra Jean-Marie e Madeleine, e Lucile e il tedesco che viene ad abitare nella casa che lei condivide con la suocera. Una storia a sé è quella del prete Philippe Péricard (“i ragazzi lo videro inabissarsi, non annegò ma rimase impregionato nella fanghiglia, morì così..”). Un racconto claustrofobico che si inserisce nella trama per dare sapore e realtà stregata, quasi morbosa all’intera vicenda narrata. Dunque a fare da cornice è la guerra, ma la sostanza del romanzo è fatta di altro. Il nero che fa da contorno, nel mezzo, diluisce e perde tonalità forte. Tutto si amalgama all’interno, mentre l’ambientazione acquisisce sfumature iridescenti, come se, proprio a causa del conflitto in atto, le menti umane azionassero la valvola di sicurezza dei propri affetti, senza la quale si cade nel lago della bestialità. L’istinto in certi frangenti è solo questo: il cuore, non la pelle.

Il panico annullava tutto ciò che non era istinto, impulso animale, fremito della carne. Afferrare quanto si aveva di più prezioso al mondo e poi…! E, quella notte, solo ciò che viveva, ciò che respirava, piangeva, amava, valeva qualcosa! Erano pochi coloro che pensavano con rimpianto alle ricchezze perdute: l’importante era stringere tra le braccia una moglie o un figlio. Il resto non contava, il resto poteva pure sprofondare tra le fiamme”.

Il libro – a cura di Denise Epstein e Olivier Rubinstein, con postfazione di Myriam Anissimov, e traduzione di Laura Frausin Guarino – presenta allegata pure la corrispondenza tra il 1936 e il 1945. Come sappiamo, la scrittrice Némirovsky morì ad Auschwitz nel 1942, ma fino a quando questa morte non divenne una certezza l’animo dei suoi cari fu ininterrottamente rivolto a lottare per non crederla perduta.

Irène Nemirovsky nasce a Kiev nel 1903 da una famiglia di origini ebraiche, di ricchi banchieri, che lasciano la Russia rivoluzionaria per stabilirsi per un breve periodo, in Finlandia e poi in Francia. E’ qui che la scrittrice passerà un’infanzia dorata e infelice con una madre anaffettiva e severa per la quale lei proverà  sempre un sentimento d’amore e d’odio congiuntamente all’assenza di un padre molto impegnato ad accumulare affari proficui. E’ sempre in Francia, a Parigi, che si sposerà, diventerà madre, combatterà contro le ristrettezze economiche e raggiungerà il grande successo letterario. Irène continuerà a scrivere, ma sono tempi bui; nessuno vuole pubblicare gli scritti di un ebrea e per di più straniera e, per potersi mantenere (il marito ha perso il lavoro) pubblicherà alcuni racconti sotto falso nome fino alla sua deportazione nel 1942.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Perfect Rigor. Storia di un genio e della più grande conquista matematica del secolo, Masha Gessen, (Carbonio editore 2018) a cura di Viviana Filippini

2 ottobre 2018

RigorSono passati 16 anni da quando, nel 2002, Grigorij Perel’man, un matematico russo, riuscì a trovare la soluzione ad una delle spinose questioni del Millennio: la Congettura di Poincaré. Oggi la sua storia – che sembra esser la trama di una spy story- è diventata il libro “Perfect Rigor” (collana Cielo Stellato, traduzione Olimpia Ellero) di Masha Gessen, edito in Italia da Carbonio editore. La biografia indaga la figura del matematico Perel’man per capire cosa si scatenò in lui dopo la risoluzione della congettura. Sì perché con la sua azione, il genio dei numeri creò un vero e proprio terremoto nella comunità matematica mondiale, dove nessuno fino a lui era riuscito a risolvere la Congettura. Quello che sconvolse di più, però, fu il fatto che Perel’man -che già viveva un po’ in un volontario autoisolamento- non fece altro che allontanarsi ancora di più dal mondo che lo circondava. L’uomo, non solo rifiutò prestigiose cattedre universitarie, ma non accettò la Medaglia Fields – l’equivalente del Nobel per la matematica –, e nemmeno il premio da un milione di dollari offerto dal Clay Institute. Fosse solo questo! Perel’man abbandonò anche il lavoro all’Istituto Steklov, recidendo sempre più i rapporti con amici, colleghi, giornalisti. A quanto sembra il matematico russo oggi vivrebbe con la madre in un appartamento nella periferia di San Pietroburgo. La Gessen non è riuscita ad incontrare Perel’man, ma ce l’ha fatta a parlare con i suoi colleghi e amici. Grazie a queste testimonianze e quello che sul matematico solitario è stato scritto, la scrittrice è riuscita non solo a ricostruire la vita di Perel’man, ma anche il contesto russo nel quale lui era nato e cresciuto. Quello che colpisce tra le pagine è la società russa dove, nel corso del XX secolo, è cambiato più volte il modo in cui i matematici venivano considerati. Ad inizio del ‘900 gli studiosi erano spesso visti con sospetto, considerati come dei nemici del regime (non a caso molti finirono in esilio). Durante la Seconda guerra mondiale ci fu un cambiamento radicale e i matematici vennero considerati importanti risorse per il calcolo dei movimenti di guerra. La situazione cambiò ancora con la presa del potere di Stalin con il quale i matematici, da un lato, erano super tutelati e, dall’altra, ogni loro mossa era controllata. Quello che emerge dalla ricostruzione della comunità matematica sovietica è l’immagine di un mondo di menti geniali, dove non mancavano discriminazioni per chi era di origine ebraica e Perel’man, grazie alla “protezione” dei suoi docenti, ne restò immune. Erano inoltre presenti disparità per l’orientamento sessuale e di genere, basti pensare che la madre di Perel’man non fece carriera perché donna e ebrea, mentre sua sorella – la zia del protagonista- riuscì ad affermarsi come matematica andando in Israele. Altro aspetto interessante è il rigore costante e continuo nel fare esercizi matematici a cui venivano sottoposti i futuri geni a scuola (Perel’man venne iscritto alla Scuola Pubblica nº 239 frequentata da bambini particolarmente dotati) e in veri e propri club dove gli ammessi si esercitavano ore e ore a fare esercizi, cercando di capire chi tra loro sarebbe diventato un matematico algebrista o geometrista. “Perfect rigor” è quindi un viaggio nella psiche di un uomo che nel momento di maggiore successo ha chiuso i contatti con il mondo, ma perché? Per paura della notorietà? Per timore del contatto con il prossimo o magari per tutelare al massimo la sua dimensione intima e poter continuare la lavorare – in santa pace – ai problemi matematici? Non si sa. Certo è che l’alone di mistero e fascino che stanno attorno alla figura di Perel’man sono il cuore di “Perfect Rigor” di Masha Gessen, non solo una biografia, ma un vero e proprio viaggio nella matematica, nell’animo e nella mente di un uomo che dei numeri ha fatto una ragione di vita.

Masha Gessen è nata a Mosca nel 1967. Dopo più di vent’anni di onorata carriera come giornalista scientifica a Mosca, nel 2013 si è trasferita a New York, dove fa parte della redazione del “New Yorker”. È visiting professor all’Amherst College e ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, quali la Guggenheim Fellowship, la Andrew Carnegie Fellowship, la Nieman Fellowship e l’Overseas Press Club Award. Ha scritto nove libri, tra cui Putin. L’uomo senza volto (Bompiani, 2012). Di Masha Gessen Carbonio Editore ha già pubblicato I fratelli Tsarnaev. Una moderna tragedia americana, coraggioso reportage sull’attentato alla maratona di Boston e le radici del fondamentalismo islamico.

Source: inviato dall’editore all’autore. Grazie a Costanza Ciminelli.

:: Una casa troppo tranquilla, di Jane Shemilt. Recensione di Federica Belleri

2 ottobre 2018

Una casa troppo tranquilla, di Jane ShemiltJane Shemilt, medico di Bristol, si riconferma autrice di tutto rispetto con il suo nuovo medical thriller, Una casa troppo tranquilla. Il romanzo è suddiviso in quattro atti, come una vera tragedia. Una storia della durata di circa tre anni. L’ambientazione è legata a Londra e si spinge fino alle scogliere a picco sull’oceano. L’atmosfera che si respira è insolita, preparata, meditata a lungo. La vicenda inizia con Beth, un’infermiera di sala in ortopedia. Donna bellissima, ambiziosa, professionale ma molto fragile. Il suo passato difficile è intrecciato con il lavoro in ospedale e ha il sapore dell’orgoglio ferito, del cuore spezzato. Beth ha bisogno di ritrovarsi, di ricostruirsi. Attorno a lei ci sono medici in carriera, chirurghi di fama, persone che hanno un preciso obiettivo. Ma lei, che sogni ha? Dove vuole arrivare? Cosa la tormenta?
I ricordi dolorosi popolano i sogni di Beth, la paura di avvinghiare il proprio cuore a quello di un uomo la atterrisce. Perché?
Impossibile svelare altro…
Una casa troppo tranquilla, come ho detto all’inizio, è un medical thriller che racconta la sperimentazione in laboratorio, la lussuria delle case farmaceutiche, i delicati interventi chirurgici a bambini affetti da tumore al cervello. Il tutto condito da calcolo, freddezza e tradimento. Complicità e bugie sono la base di questo romanzo. Sensi di colpa e manipolazione completano il quadro. Nulla deve intralciare un piano quasi perfetto, nessuno può impedire il corso di eventi terribili che vedranno protagonista la vita di un’infermiera e di chi la ama veramente.
L’azione è co-protagonista della storia, il ritmo è incalzante e la vendetta si tocca a mani piene.
Una casa troppo tranquilla è una lotta per sopravvivere, è il malessere generato dall’odio, è l’inquietudine di essere scoperti. È il filo sottile tra legalità e illegalità. È la consapevolezza rassegnata di essere stati usati per uno scopo preciso. È la coscienza che si risveglia, in un miscuglio di follia e lucidità.
Traduzione non sempre precisa, trama avvincente e argomento trattato complesso, da leggere con attenzione.
Buona lettura.

Jane Shemilt è un medico di professione e ha conseguito una laurea in Scrittura creativa alla Bristol University e una specializzazione all’università di Bath. Il suo romanzo d’esordio, Una famiglia quasi perfetta, è diventato un bestseller internazionale e le ha dato un’immediata notorietà. La Newton Compton ha pubblicato anche Un delitto quasi perfetto e Una casa troppo tranquilla. Vive a Bristol con il marito, professore di neurochirurgia, e i loro cinque figli. Per saperne di più: janeshemilt.wordpress.com.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: Il diner nel deserto di James Anderson (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

2 ottobre 2018

Il diner nel desertoNN editore ci sta abituando molto bene con la continua proposta di narratori americani, sconosciuti nelle nostre contrade. Dopo i pesi massimi Kent Haruf e Tom Drury, per non parlare della più giovane ma non meno straordinaria Jesmyn Ward, è ora la volta di James Anderson con il suo romanzo d’esordio Il diner nel deserto. Probabilmente Anderson è, tra i nomi del lotto, il più incline a tentazioni di genere (lasciamo fuori l’ottimo Brian Panowich, per il cui il noir è ben più che una tentazione). In ogni caso Il diner nel deserto è un romanzo che, inserendosi nei panorami on the road di tanta celebre e celebrata letteratura americana, riesce a trovare indubbie zone di originalità.
Il protagonista del romanzo è Ben Jones, camionista impegnato sulla tratta che, attraversando la statale 117, in pieno deserto dello Utah, collega le cittadine di Price e Rockmuse. Quella grossa fetta di deserto , allagata dal sole e da inaspettate correnti ventose, è abitata da un’umanità bizzarra e resiliente. Tra predicatori che arrancano trascinandosi dietro una pesantissima croce e due gemelli dall’aspetto assai poco rassicurante, ecco il diner del titolo. Il locale, spesso usato come location per B movies, è quasi sempre chiuso: il suo proprietario, il vecchio Walt, vive una vita di rimpianti e malinconie, concentrato sul ricordo della moglie scomparsa Bernice. Il diner, struttura fantasma inamovibile e significante quanto il monolito kubrickiano, fa da perno a questa vicenda ariosa e bruciante.
Anderson ha il talento di saper far parlare gli oggetti non meno delle persone. Proprio perché gran parte della storia si svolge in un deserto probabilmente l’autore americano sente forte la necessità di ancorarsi a manufatti, di volta in volta surrogati se non metafore tout court della presenza umana, e così accanto al ristorante- fantasma, alla croce del predicatore pazzo, ecco un violoncello, vero e proprio MacGuffin hitchcockiano cui si deve il coté noir del libro. Sì, perché Il diner nel deserto, testo quantomai digressivo e felicemente episodico, contiene in sé anche una storia di detection che verte proprio su uno strumento musicale posseduto da Claire, misteriosa e bellissima occupante di una casa abbandonata, incontro insperato e determinante per Ben, avvenuto durante un suo giro di consegne. Ho citato poco fa Alfred Hitchcock, il maestro del brivido, reminiscenza immagino sbagliatissima di fronte alla fabula messa in campo da Anderson. Eppure Il diner nel deserto mi ha fatto tornare alla mente ciò che diceva Truffaut a proposito del mondo hitchcockiano: il cineasta francese parlava di un piccolo mondo da incubo in cui tutti conoscono tutti, in cui le traiettorie umane e e personali finivano immancabilmente per incrociarsi e sovrapporsi, con risultati non sempre felici. È un po’ quello che succede, mi sembra, nel libro di Anderson dove i personaggi si conoscono tutti anche se il teatro delle loro azioni non è (solo) una cittadina come succede in Haruf e Drury ma un intero pezzo di deserto, una porzione geografica, insomma, decisamente ampia, esposta e nuda. E d’altra parte, è vincente e affascinante l’idea di ambientare in uno spazio così vuoto da stordire un gioco del gatto col topo come quello che a un certo punto Ben ingaggia con ancora ignoti inseguitori: una sequenza bellissima nella quale Ben sente il fiato sul collo di persecutori negati ai continui sguardi che il camionista lancia all’orizzonte. Anderson non ha fretta di capitalizzare la suspense che, anzi, viene diluita nella lunga serie di incontri e schermaglie ingaggiate dal suo protagonista con l’eccentrico popolo stanziato lungo la statale 117.
Quello di Anderson è un talento naturalmente portato al sovrapporsi di più registri (dalla scanzonata oralità dei dialoghi al lirismo delle descrizioni paesaggistiche, per esempio) e all’ibridazione delle forme ma anche capace di raccontare un’America profonda, illuminandone la provincia immutabile e meno visibile e di questo non possiamo che essergli grati.

James Anderson è uno scrittore e poeta americano nato a Seattle, ed è stato l’editore della rinomata casa editrice Breitenbush Books. Il diner nel deserto è il suo romanzo d’esordio, che ha ricevuto moltissimi riconoscimenti di pubblico e di critica. NNE pubblicherà anche Lullaby Road, il secondo capitolo della Serie del Deserto.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella ufficio stampa dedicato.

:: L’avvenire dei diritti di libertà di Piero Calamandrei (Galaad Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

1 ottobre 2018

copertina lavveniredeidirittidilibertàPiero Calamandrei sosteneva che le libertà si pongono come elementi essenziali del sistema costituzionale, necessarie al funzionamento del sistema democratico.
Nel 1945, quando la guerra è finita e le macerie del fascismo sono ancora fumanti, il giurista e lo scrittore fiorentino con la chiarezza che sempre lo contraddistinguerà, si interroga sul significato della parola libertà.
Lo fa con un scritto che appare come prefazione alla seconda edizione di Diritti di libertà di Francesco Ruffini.
Il saggio di Piero Calamandrei divenne immediatamente celebre.
Dopo molti anni quello scritto torna in libreria. L’avvenire dei diritti di libertà. Lo ripubblica Galaad edizioni.
Calamandrei parte da un atto di fede nella libertà e nel saggio passa in rassegna, tenendo conto del particolare momento storico delicato, l’elenco aperto dei diritti di libertà, sottolineando che il cammino dei diritti di libertà si identifica con il cammino della civiltà.
Pagine dense di riflessioni queste di Calamandrei, che si stringe attorno al concetto di libertà per caldeggiarlo e per difenderlo attraverso la garanzia e il sostegno ai diritti che lo rappresentano, per evitare di regredire nuovamente verso la tirannia.
Calamendrei da riformista autentico (non dimentichiamo che siamo alla vigilia dell’Assemblea Costituente) nella sua appassionata difesa dei diritti di libertà scrive e sostiene che non bisogna mai dimenticare che la libertà è un’esigenza morale.
Tenendo conto del sistema costituzionale che si stava fondando, Calamendrei è convinto che libertà individuale e sovranità popolare si affermano insieme come espressioni di una stessa concezione politica: la democrazia.
I diritti di libertà, sostiene ancora Calamandrei, debbono soprattutto concepirsi, in un ordinamento democratico, come la partecipazione del singolo alla vita della comunità.
Calamadrei scrive queste pagine dopo che l’Italia è uscita dalla tragica esperienza del fascismo, ventennio che ha visto la soppressione di tutti i diritti di libertà.
Adesso la ricostruzione politica è iniziata e il giurista, nello scrivere della necessità di lavorare per garantire nuovamente espansione e garanzia a tutti i diritti di libertà, mostra le sue preoccupazioni e tiene alta la guardia perché dietro l’angolo si nascondono i fautori della loro soppressione.

«Difesa dei diritti di libertà significa sopra tutto difesa contro il potere legislativo; ma perché questa difesa sia effettiva, occorrerà che le norme concernente i diritti di libertà, al pari di tutte le altre norme costituzionali, siano sottratte alla disposizione degli organi legislativi ordinari…».

Sono profetiche le preoccupazioni di Piero Calamandrei.Egli si rende conto delle difficoltà che si incontrano nel sostenere in maniera incondizionata il concetto di libertà e i suoi diritti assoluti.
Scrive ancora:

«Anche la libertà è come l’equilibrio atomico: basta che sia infranta in una persona, cioè in un atomo della società, perché da questa frattura infinitesima si sprigioni un a forza distruttiva capace di sovvertire il mondo»

Ringraziamo Galaad edizioni. È coraggioso e doveroso pubblicare Calmandrei proprio in questo delicato momento in cui ci sono troppi barbari che attaccano e violano la Costituzione, dimostrando di non avere a cuore i diritti di libertà, che sono i fondamenti a cui non possiamo e non dobbiamo rinunciare. Perché senza avremo solo la tirannia e l’oscurantismo.

Giurista, scrittore, politico, Piero Calamandrei nasce a Firenze il 21 aprile 1889. Docente di diritto processuale civile nelle università di Messina, Modena, Siena e Firenze, antifascista, nel 1941 aderisce al movimento Giustizia e Libertà, nel 1942 è tra i fondatori del Partito d’Azione, nel 1946 viene eletto all’Assemblea Costituente. Nel 1945 fonda la rivista «Il Ponte», che dirige per dodici anni. Tra le sue opere principali La Cassazione civile, Studi sul processo civile, Elogio dei giudici scritto da un avvocato, Inventario della casa di campagna, Uomini e città della Resistenza. Muore nella sua città natale il 27 settembre 1956.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa.

:: La strana scomparsa del Signor Goody di Natalie Babbitt (Il Battello a Vapore, 2018) a cura di Marcello Caccialanza

28 settembre 2018

imagesNatalie Babbit ha scritto per la Piemme edizioni un romanzo ad ampio respiro “La strana scomparsa del Signor Goody“, costo al pubblico euro 9.90, che ha il pregio di essere una sorta di favola moderna, non solo adatta ad un pubblico ancora verde.
Una favola tenera, che allo stesso tempo, causa sua stessa costruzione … a là mode di un thriller, ben architettato e confezionato, ti cattura parola dopo parola e ti costringe ad una sorta di intrigante lettura forzata. Ma non fai fatica certamente a leggere questo breve romanzo, perché è così ben scritto che tu stesso, nolente o volente, rimani intrappolato con grande piacevolezza nelle pagine di quest’opera: sembra quasi che tu stesso faccia parte della stessa economia del racconto.
Hercules Feltwright è un giovane e volenteroso precettore, ancora alle prime armi, e non svezzato alle difficoltà di questo oneroso lavoro. Viene assunto da una ricca famiglia perché sua incombenza diverrà la medesima educazione del piccolo Willet.
Willet è dunque un bambino orfano di padre, che è andato a vivere con la madre vedova in una grande tenuta.
Il bambino però ha un tarlo, sostiene, con certezza di cognizione, che il suo stesso babbo non è defunto come si pensa o per lo meno come qualcuno ha grande convenienza a farlo credere; per lui è solo e semplicemente una grande sciarada da smascherare e da dipanare!
Ben presto anche il giovane precettore verrà contagiato dalla verità del bimbo … che ormai pensa che la tomba del suo genitore nasconda in realtà la sola e vera chiave di svolta dell’intera faccenda.
Hercules a questo punto diventerà complice-amico di questo bambino, condividendo a tutto tondo i suoi sospetti. Cominceranno così quelle minuziose indagini, che accompagneranno lo stesso nostro complice virtuale alla scoperta della verità.

Natalie Babbit ha scritto e illustrato numerosi libri per ragazzi ed è considerata una della più importanti scrittrici americane. La fonte magica, pubblicato per la prima volta nel 1975, ha venduto milioni di copie in tutto il mondo ed è diventato un classico della letteratura per l’infanzia.

Source: copia acqusitata dal recensore.

:: Gli Undici di Pierre Michon, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco (Adelphi, 2018) a cura di Nicola Vacca

28 settembre 2018

copertina michonDopo lo splendido Vite minuscole, Adelphi prosegue nella pubblicazione dei libri di Pierre Michon. Adesso esce Gli Undici (nella traduzione di Giuseppe Girimonti Greco).
Romanzo pubblicato in Francia nel 2009 in cui lo scrittore con una parola potente rievoca il clima della Rivoluzione Francese.
Al centro delle vicende narrate c’è Gli Undici, il dipinto che ritrae i protagonisti di quel periodo storico visti da François Élie Corentin, allievo di Tiepolo.
In una fredda notte di gennaio del 1794 il pittore viene prelevato dalla sua abitazione da un drappello di sanculotti e viene portato nella chiesa di Saint –Nicholas- des – Champs dove gli viene commissionato il quadro.
Rappresentare Il Gran Comitato del Grande Terrore, dando nella tela a Robespierre e ai suoi la massima evidenza, questo è il compito che il pittore deve assolvere.
La carneficina e alle porte e quel quadro deve rappresentare la volontà di prepotenza di un potere lacerato al suo interno e tiranno.
Michon racconta la storia dell’ordinazione del quadro, la genesi di un capolavoro che rappresenta l’ultima cena laica di un potere che celebra se stesso e si appresta a annegare nel sangue le istanze di libertà che propaganda.
Gli Undici, scrive Michon, non sono un esempio di pittura storica: sono la Storia.
Quel quadro rappresenta la Storia in persona. Attraverso gli undici maggiorenti della Rivoluzione, la Storia è terrore allo stato puro. E questo terrore attira tutti come un magnete.
Il quadro che Corentin realizzerà ha la forza sinistra della Storia, seduce con tutto il male che raffigura attraverso quelle undici creature di terrore e d’impeto che con le loro azioni hanno procurato sgomento nel nome di valori universali.
Michon inventa personaggi e situazioni per dare vita a una storia che (attraverso la finzione di un quadro e del suo artista) pone l’accento sui pericoli sempre attuali della violenza della Storia che finisce sempre per instaurare nella vita degli uomini un clima esagerato di terrore.
Il quadro non esiste, come non è mai esistito il suo autore. Michon riesce con una scrittura tagliente a scrivere una romanzo politico che mette sotto processo la violenza della Storia che non sempre serve il bene dell’umanità.

«E invece gli undici uomini vivi sono la Storia in atto, al culmine dell’atto di terrore e di gloria che fonda la Storia – la presenza reale della Storia».

E noi siamo lì davanti, impotenti nel vedere il sangue che scorre.

Pierre Michon (Châtelus-le-Marcheix, 28 marzo 1945) è uno scrittore francese. Tra le sue opere tradotte in Italia Padroni e servitori, Rimbaud il figlio, Vite minuscole.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

:: Napoli mon amour di Alessio Forgione (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

26 settembre 2018

Napoli mon amour di Alessio ForgioneIl treno ripartì proprio in quel momento. Con la coda dell’occhio lo vidi sfilare, lento e poi più veloce e non capii cosa, esattamente cosa, ma a bordo di quel treno lasciammo molte cose, tutto, probabilmente tutto quello che c’era stato e quello che sarebbe potuto essere.”

Un treno che parte portandosi via l’amore e, forse, tutta la vita, un classico del melò, come in Breve incontro di David Lean, pietra angolare del genere al cinema. Ma in Napoli mon amour, straordinario (per stile e contenuti) esordio di Alessio Forgione, c’è molto di più.
Che cosa racconta Napoli mon amour? Racconta un lacerto di vita di Amoresano (nome giustamente “parlante”) e più precisamente la sua maturità (nel corso della narrazione per il protagonista scoccheranno le trenta primavere). È un pezzo di vita importante, esemplare, stretto tra la difficoltà a trovare lavoro e un nuovo amore. Forgione è bravissimo, bravo diremmo in modo diabolico, a spiegarci come l’amore per la propria donna possa impattare in modo devastante su una situazione di precarietà, se non assenza, lavorativa. Quello che potrebbe e dovrebbe essere il compimento di un’esistenza viene avvelenato da tutto ciò che manca: disponibilità economica, una casa propria in cui vivere e in cui farsi gli affari propri, semplicemente quel minimo di serenità che permette a una persona di crescere ed essere sé stessa. E tutto ciò che ne consegue in termini di posizionamento sociale: Nina, la ragazza di cui Amoresano si innamora, appartiene a un ceto più abbiente di quello del ragazzo ed è proiettata verso un futuro diverso e probabilmente migliore, almeno questo è ciò che lui immagina: lei ha circa dieci anni meno di lui, sta per vivere un’esperienza professionale sul set di un film e la aspetta un Erasmus a Barcellona. Lui è costretto a colloqui di lavoro frustranti e vagamente grotteschi e, già prima di conoscerla, ha innescato il conto alla rovescia per l’estinzione suo conto corrente. Forgione scrive pagine strazianti e bellissime, sensazioni piccole e sentimenti meschini nei quali in molti non stentiamo a riconoscerci (perlomeno chi è nato dagli anni ’70 in poi): la lotta quotidiana col denaro, l’invidia e la gelosia verso chi crediamo stare meglio di noi, l’umiliazione di doversi dichiarare disoccupati a sconosciuti che, senza nessun calcolo né malizia, ci chiedono che lavoro facciamo, la realtà che improvvisamente diventa un nemico e l’esistenza un assedio. Ma Napoli mon amour, seppure guardi in faccia la catastrofe generazionale, non ha solo toni cupi. La nascita dell’amore fra i due protagonisti ha pagine di gioia e freschezza, la libertà stilistica delle nouvelles vagues sessantesche polacche e francesi e d’altra parte il titolo cita esplicitamente Hiroshima mon amour di Resnais che Nina e Amoresano vanno a vedere insieme in un cineclub. Da antologia la loro gita romana con la splendida scena nell’albergo a ore. Insomma, se Forgione sa raccontare la disperazione, è certo che sa raccontare altrettanto bene la felicità, il che, come sappiamo, è mille volte più difficile. E invece il suo romanzo contiene le incertezze, gli imbarazzi, la gioia acefala di un sentimento che sembrerebbe essere eterno e che poi invece si schianta sotto la paranoia, la routine e, anche se non va più di moda dirlo, le differenze di classe. Nel parlarci di tutto questo Forgione sa essere preciso e implacabile.
Napoli mon amour sembra inserirsi in una ormai consolidata tradizione della nostra narrativa, quella che racconta il precariato e le nuove forme di lavoro, dal pionieristico Un anno di corsa di Giovanni Accardo fino ai più complessi e prismatici Works di Vitaliano Trevisan e Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco, ma ci si inserisce con dolorosa originalità, focalizzando la sua attenzione sui riflessi disastrosi che l’incertezza ha sui rapporti umani. La precarietà non solo segna i rapporti sentimentali ma anche le dinamiche amicali e familiari, rendendo anche la propria casa un campo di battaglia. Unica possibilità di fuga, per quanto transitoria, è la letteratura. Amoresano, aspirante scrittore, propone i suoi racconti a Raffaele La Capria, che appare nel romanzo in un cameo, un po’ come John Ford siglava la vicenda di Breve lettera del lungo addio di Peter Handke. Una sorta di autorità artistica, ormai sola e appartata, che guarda il mondo senza più poter intervenire. In fondo non è sbagliato guardare a Ferito a morte, il capolavoro dell’autore napoletano, come a un sottotesto per Napoli mon amour. Anche Forgione chiude il suo libro con uno splendido colpo di coda, due lunghe suite narrative che hanno un po’ lo stesso senso della finale ricognizione della memoria di La Capria. Liberissimo e struggente, Forgione non ha nessun problema ad abbandonare i suoi personaggi per strada perché è così che funziona la vita ed è così che funziona il suo libro che, come la vita, è terribile, ed è bellissimo.

Alessio Forgione è nato a Napoli nel 1986 e ora vive a Londra e lavora in un pub. Scrive perché ama leggere e ama leggere perché crede che una sola vita non sia abbastanza. Napoli mon amour è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella ufficio stampa dedicato.

:: Negli occhi di Timea di Luca Poldelmengo (EO, 2018) a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2018

TimeaCosa significano questi fiori? chiese Alida.

Timea è una bambina. Un’ innocente bambina di cinque anni. Occhini grandi, caschetto di capelli scuri. Orfana. Affidata a un prete, padre Diomizio. L’unico suo amico è un coccodrillo di peluche, di nome Dingo, dal quale non si separa mai. Un giorno assiste a una strage, anche il prete viene ucciso, e lei diventa l’unico testimone. Su cui non esiteranno a riapplicare i metodi invasivi della Red.
Chi ha letto Nel posto sbagliato avrà capito di cosa parlo. Negli occhi di Timea è il secondo e conclusivo capitolo di questo dittico, sempre edito da EO nella collana Sabot/age, in cui troviamo al centro della vicenda una macchina che trasforma in ologrammi i ricordi, le sensazioni della gente. Tutto ciò avviene portando i soggetti chiamati pov (point of view) ad un livello di coscienza particolare, tramite l’ipnosi e la somministrazione di forti sedativi.
Metodo invasivo dicevamo, che per la sua pericolosità era stato bandito e messo fuori legge. Un pov si era suicidato, gli effetti di questo scavo nella psiche non erano del tutto chiari e determinati. Ora per Timea la macchina torna in azione con tanto di annuncio TV e politici e opinione pubblica concordi. Per il bene e la sicurezza della società che cosa vuoi che sia calpestare i diritti e la vita di una bambina?
Ma cosa ha visto davvero Timea? Quale è il segreto nascosto nella sua memoria capace di far vacillare gli equilibri ai più alti vertici dello stato? Lo scopriremo in questo tesissimo seguito, se possibile più tosto e duro del precedente.
Ritroviamo i superstiti della Red, i gemelli Tripaldi, il professor Luca Basile, Sara Mancini, da poco mamma della piccola Dafne, e Benedetto Lacroix, ex premier, Mattia Manara nuovo premier, e tanti altri personaggi dalla star della televisione investigativa Toni D’Angelo detto Tanfo, con l’hobby delle ninfette, a Igli il Supremo, spietato e sanguinario mafioso albanese nel business dei rifiuti tossici e la sua governante Alida.
Tema centrale del romanzo è la vendetta, feroce, spietata, senza limiti, di Vincent Tripaldi, di Alberto Amorelli, detto l’ albino, di Lorik Muzaka, nobile albanese, protagonista di un episodio al limite dello splatter.
Sebbene oscilli tra fantascienza e critica sociale, Negli occhi di Timea è infondo uno spaccato della società di oggi, brutale, senza anima, senza dignità, senza coscienza. Dove anche i migliori hanno lati così oscuri da non volere vederli, e che non si fermano neanche di fronte una innocua e indifesa bambina di cinque anni.
La scrittura di Poldelmengo è asciutta, pulita, sincopata, ferisce come una lama affilata, in un noir che non prevede molta luce.
Finale tristissimo, ma in fondo l’unico possibile quando si decide di oltrepassare la tenue linea che separa il bene dal male. Amaro, ma molto bello.

Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 affianca quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), nel 2014 Nel posto sbagliato (Edizioni E/O, collezione Sabot/age), entrambi finalisti al Premio Scerbanenco. Del 2016 è I pregiudizi di Dio (Edizioni E/O, collezione Sabot/age).

Source: libro inviato dall’editore.

:: Prima che sia primavera di Rita Massaro (Il Seme Bianco 2018) a cura di Fabio Orrico

25 settembre 2018

Prima che sia primaveraRita Massaro, firma con Prima che sia primavera il suo terzo romanzo dopo L’estate è finita e Sotto il cielo di Santiago e porta avanti una sua personalissima riflessione sui modi e i tempi del romanzo di formazione. Per molti versi Prima che sia primavera, storia irta e malinconica di ambientazione siciliana (come d’altra parte è la sua autrice) potrebbe richiamare alla memoria Il grande freddo, celeberrimo film di Lawrence Kasdan su un gruppo di amici che si ritrova, dopo molti anni di assenza, per il funerale di uno di loro, morto suicida. Nel romanzo di Massaro è una cerimonia affatto diversa a riunire amici persi di vista da ormai vent’anni e cioè un matrimonio. Le nozze di Lorenzo e della giovane cubana Aleyda rappresentano il collo di bottiglia in cui tensioni, passioni e ricordi andranno a incastrarsi per poi deflagrare. I ricordi in particolare sono vera e propria materia pulsante di questo testo. Infatti Prima che sia primavera prende le mosse dal 1992, annus horribilis della recente storia italiana, per poi organizzare la sua narrazione sul doppio binario degli anni 90 e del presente, dove ritroviamo la protagonista Sara.
Sara è un avvocato, colta in un momento di crisi profonda, innanzitutto sentimentale. Il rapporto col marito con il quale (e non è un particolare secondario) condivide la militanza professionale in un prestigioso studio palermitano, sembra essersi logorato in modo irreparabile. Ma Massaro è troppo onesta per virare solamente al nero la sua ricognizione nelle memorie giovanili e uno dei punti di forza della sua scrittura è la capacità di analizzare a fondo le situazioni, evidenziando anche il buono di ogni avvenimento, rapporto umano, incidente.
Ma bisogna tornare al 1992 per trovare la scatola nera nascosta nel nucleo di Prima che sia primavera. Il 1992 è l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio, un autentico golpe criminale che ha minato (forse in maniera irreparabile) le strutture dello stato. Il libro si apre proprio sulla deflagrazione nella quale perde la vita Giovanni Falcone. Sara sta vivendo un momento di intimità con il suo ragazzo di allora, Adriano (bellissimo personaggio che ci regalerà più di una rivelazione nel corso della storia) quando un boato terribile scuote il loro idillio e una tenebrosa nuvola di fumo si annuncia all’orizzonte. È un momento molto ispirato della narrazione e un ottimo avvio, in primo luogo per la disinvoltura con cui riesce a legare Storia e storie e poi per la capacità di calare in un contesto quotidiano, intimo, del tutto relativo, uno dei tanti fatti di sangue del nostro paese.
I protagonisti di Prima che sia primavera appartengono alla piccola e media borghesia ma non per questo chiudono gli occhi sulle contraddizioni sociali più critiche della loro terra. Efficacissima in questo senso la parentesi con i piccoli monelli di strada coinvolti in un furto che dà modo a Sara di misurare la sua sensibilità sociale. Una temperatura emotiva che attraverserà la sua vita e verrà messa a frutto anche per dare una svolta decisiva (ma non definitiva) al romanzo.
Opera centrata sul coraggio e la disponibilità di cambiare, di accettare e di comprendere, Prima che sia primavera guarda in faccia l’Italia con la giusta dose di scoramento ma corretto da un’ostinazione all’azione e al rimboccarsi le maniche che la congela un attimo prima che diventi amarezza.

Rita Massaro, avvocato di professione, è nata e vive a Palermo. Alle sue più grandi passioni, leggere e viaggiare, ha dedicato il suo blog Il giro del mondo con un libro in mano. Nel 2011 pubblica un romanzo di formazione, L’estate è finita e successivamente Sotto il cielo di Santiago. È stata finalista, per la sezione inediti, al Premio letterario giornalistico Piersanti Mattarella 2017, con il romanzo Prima che sia primavera.

Source: libro inviato dall’autore al recensore.

:: Mi manca il Novecento – Paolo Volponi e l’umanesimo come progetto a cura di Nicola Vacca

24 settembre 2018

pv

Ho avuto la fortuna di studiare a Urbino tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta. Per un giovane affamato di cultura e di conoscenza la realtà urbinate con i suoi riferimenti letterari è stata davvero un territorio da esplorare. Non dimenticherò mai la prima volta che ho conosciuto Carlo Bo, i miei numerosi incontri con scrittori e poeti che dalla città ducale passavano per presentare i loro libri (in modo particolare vorrei ricordare le conversazioni indimenticabili con Franco Fortini, Fulvio Tomizza e Mario Luzi).
Non si può comunque parlare dei fermenti culturali di Urbino in quegli anni senza che il pensiero vada a Paolo Volponi, uno dei maggiori scrittori e intellettuali del secondo Novecento, nato proprio nella città dei Montefeltro, di cui era talmente innamorato da farne il teatro di quasi tutti i suoi romanzi. Ci incontravamo spesso davanti a un bianchetto del Metauro. Era un piacere sentirlo parlare di letteratura e delle trasformazioni sociali del nostro Paese abbruttite dallo strapotere dell’industria e dalle sue logiche perverse di profitto.
Volponi è sicuramente uno dei più grandi intellettuali del Novecento, uno scrittore fondamentale ancora oggi per comprendere il rapporto tra la realtà e il territorio in un paese che ha subito trasformazioni radicali e spesso involutive.
Memoriale, Corporale, La macchina mondiale e Le mosche del capitale questi sono i romanzi in cui lo scrittore urbinate coglie la parte più torbida dell’animo italiano nell’idea della nostra storia che tiene conto delle alienazioni e delle nevrosi dell’ uomo nell’epoca della civiltà industriale e nel suo rapporto con il contesto sociale, di cui la fabbrica e il capitale sono le metafore che rappresentano entrambe.
L’umanesimo e il rapporto stretto con la realtà contemporanea non abbandoneranno mai la scrittura di Paolo Volponi. Due importanti caratteristiche del suo pensiero che porterà con sé quando decide di impegnarsi politicamente iscrivendosi nel 1975 al Pci.
Un impegno politico che lo vedrà protagonista di una lunga esperienza parlamentare. Volponi infatti è stato per diverse legislature senatore, prima nelle fila del Pci e poi per Rifondazione.
Nel 2013 i suoi discorsi parlamentari furono pubblicati da Manni
È un’opera che al valore documentario e politico unisce quello umano dello scrittore. La sua passione civile, la sua attenzione al ruolo delle istituzioni e all’importanza del confronto tra le idee.
C’è una lezione di etica civile, che oggi vale più che mai. Per Volponi le idee sono il motore delle decisioni, svincolate dalla disciplina di partito, concependo il Parlamento come luogo di crescita, di dibattito. Un’idea che nasce, e si nota negli scambi di battute, dal rispetto nei confronti dei colleghi parlamentari di tutti gli schieramenti. Una lezione di vita che ribadisce il ruolo cardine del Parlamento. Volponi parla con la forza di chi vuol essere ascoltato e convincere con la forza dell’oratoria, dove frammenti di vita e ricordi personali si alternano ad acute osservazioni e riferimenti letterari.
Nei suoi interventi politici, infatti, non manca mai la sua nota schiettezza di giudizi sostenuta da una morale senza ombre fondata sulla chiarezza e sulla coerenza.
Nel suo primo discorso da senatore, Volponi parla dell’attività del Parlamento richiamando l’attenzione sulle sue funzioni di dibattito aperto, leale e chiarificatore. Dibattito soffocato, denuncia Volponi, dai tempi stretti alla discussione imposti da un Governo che mostra di aver perso di vista la realtà del Paese.
Volponi parlando di democrazia, cultura e industria, lamenta con una punta di amarezza l’avanzare di una decadenza liberticida. Le sue parole sembrano profeticamente pronunciato per i tempi ch stiamo attraversando.
Nei suoi discorsi parlamentari, come nelle pagine dei suoi romanzi, Paolo Volponi è portavoce di una moderna cultura di sinistra aperta e innovatrice, una cultura che ha le sue radici profonde nell’umanesimo urbinate, che fu letterario e artistico, ma anche scientifico e tecnologico.
L’umanesimo che ha condiviso con Adriano Olivetti. Un umanesimo che soprattutto aveva nel coraggio di osare e nella capacità di progettare i punti fermi per costruire un Paese nuovo e soprattutto un uomo nuovo.