
Oggi per la nostra gustosa rubrica Scrittori ai fornelli ospitiamo Franco Forte, giornalista professionista, traduttore, sceneggiatore e consulente editoriale, autore – assieme a Guido Anselmi – del romanzo storico Romolo. Il primo re da poco in libreria, un romanzo a tinte forti che narra le mitiche origini di Roma.
Gli abbiamo chiesto una ricetta a cui fosse particolarmente legato e ci ha risposto:
Non essendo un grande esperto di cucina, men che meno un “cuoco” o qualcosa che possa andarci vicino, me la caverò con una ricetta appresa da mia figlia Valentina, che ha un grande talento per la pasticceria (e la sta studiando a livello professionale) e mi ha insegnato a farmi da solo il mio dolce preferito, ovvero la crostata. Ma non con una ricetta qualsiasi, bensì con le stesse modalità della lavorazione da pasticceria, che rendono tutto molto più gustoso. Dopo qualche tentativo andato a vuoto (a me ce ne sono voluti un bel po’, purtroppo) garantisco che sfornerete delle crostate eccellenti dal vostro forno, che non avranno nulla da invidiare a quelle in vendita nelle migliori pasticcerie.
Le premesse sembrano ottime, chi non sogna di fare almeno un dolce per le occasioni davvero speciali, ricordo che mio padre pur essendo cuoco faceva pochissimi dolci, (le professioni legate alla preparazione di cibi sono molto settoriali) tra cui proprio le crostate alla frutta, ci sarebbe piaciuta anche una ricetta dei tempi di Romolo e Remo ma ci ha spiegato che:
Certo, questa ricetta c’entra ben poco con i tempi descritti nel mio ultimo romanzo, “Romolo – Il primo re” (Mondadori), che tratta della fondazione di Roma e si svolte quasi 3000 anni fa, ma del resto a quei tempi c’era ben poco da mettere sotto i denti, e tutto quello che si riusciva a recuperare (cacciando, pescando, coltivando o… razziando) lo si divorava senza preoccuparsi di preparare manicaretti o di impiattare come a una puntata di Masterchef. La lotta per la sopravvivenza, nel Lazio arcaico che io e Guido Anselmi (coautore del libro) descriviamo, era feroce e spietata, e la fame era una costante di quell’epoca, capace di affliggere le persone e spingerle a lottare fino alla morte pur di poter mettere le mani su qualcosa di commestibile.
E invece la crostata è un dolce che sembra facile prepararlo, tuttavia si presta a mille usi, dalla colazione alla mattina, a fine pasto, al tè delle cinque:
La mia crostata è un dolce un po’ più tranquillo, da godersi in casa con la famiglia, senza bande di predoni che possano arrivare a importunarci.
Davvero, davvero ai tempi di Romolo e Remo non c’erano prelibatezze simili? Franco ci ha detto:
Sono sicuro che se qualcuno fosse riuscito a prepararne una anche nel 770 avanti Cristo, quando inizia la storia di Romolo e Remo che raccontiamo nel libro… be’, altro che scatenare una guerra, ci sarebbe stato un genocidio, pur di metterci le mani sopra!
E se non ci credete ecco Franco in cucina!

Ingredienti
250g di burro
250g di zucchero
500g di farina tipo 00
1/2 bustina di lievito
3 uova (2 rossi – 1 intero)
Aromi di vaniglia, limone o arancia (a piacimento)
Marmellata o crema di nocciole
Cottura a 180° per 45 minuti circa
Preparazione
Inserite in una planetaria o in una bastardella il burro a temperatura ambiente e unitelo allo zucchero fino a ottenere un composto cremoso, poi aggiungete poco alla volta, sempre mescolando, le uova (con degli aromi alla vaniglia o al limone o all’arancia a seconda dei vostri gusti). Una volta che le uova sono state incorporate all’impasto aggiungete la farina setacciata con il lievito. Incorporata anche la farina, occorre coprire l’impasto nella planetaria con della pellicola trasparente e lasciarla in frigorifero per un’ora circa. Trascorso questo tempo, stendete la pasta e inseritela in una teglia precedentemente imburrata e infarinata (per evitare che la frolla si attacchi alla teglia una volta cotta). Attenzione però a un importante accorgimento: bucherellate con una forchetta la frolla, prima di aggiungere la marmellata o la crema di nocciole. A quel punto mettete in forno (preriscaldato a 180°) e fate cuocere a quella temperatura per circa 45 minuti, fino a doratura della frolla. A cottura ultimata togliete la teglia dal forno, lasciatela raffreddare e servite la vostra magnifica crostata abbinata a della frutta fresca tragliata fette sottili e applicata sopra a freddo.
Se volete incontrare l’autore per ora vi segnalo due tappe ma ci saranno ancora molti altri incontri.
PRESENTAZIONI DEL LIBRO
– Venerdì 22 febbraio, ore 15.00, presso Biblioteca San Giorgio di Pistoia, in occasione del festival Giallo Pistoia, durante il dibattito “Il Giallo incontra la Storia”.
– Venerdì 5 aprile, ore 21.00, presso il salone di rappresentanza del palazzo comunale di Sant’Angelo Lodigiano (LO).

Qual è il vero peccato di Anna, quello che non si può perdonare e che la fa consegnare alla vendetta divina? È la sua prorompente vitalità, che cogliamo in lei fin dal primo momento, da quando è appena scesa dal treno di Pietroburgo, il suo bisogno d’amore, che è anche inevitabilmente repressa sensualità; è questo il suo vero, imperdonabile peccato. Una scoperta allusione alla sotterranea presenza nel suo inconscio della propria colpevolezza è il sogno, minaccioso come un incubo che ritorna spesso nel sonno o nelle veglie angosciose, del vecchio contadino che rovista in un sacco borbottando, con l’erre moscia, certe sconnesse parole in francese: Il faut le battre le fer, le broyer, le pétrir […]. Il ferro che il vecchio contadino vuole battere, frantumare, lavorare, cioè distruggere, è la stessa vitalità, il desiderio sessuale, l’amore colpevole e scandaloso di Anna; e così essa lo sente e lo intende come la colpa che la condanna. Ed è l’immagine minacciosa di quel brutale contadino, conservatasi indelebilmente nella sua memoria, che le riappare davanti e la terrorizza alla vista di quell’altro vecchio contadino, un qualsiasi frenatore, che passa sul marciapiede sotto il suo finestrino curvandosi a controllare qualcosa; ed è quel vecchio a farle improvvisamente comprendere cosa deve fare: distruggere quella vitalità, e cioè distruggere se stessa per espiare la sua colpa.” (Dalla Postfazione di Gianlorenzo Pacini)
Un romanzo in cui domina la violenza sugli uomini, sugli animali, sulle cose, scandito da scatti di crudeltà sia fisica sia, soprattutto, morale. Un romanzo brutale e rozzo – sono gli aggettivi utilizzati dalla critica dell’epoca – che scuoteva gli animi per la sua potenza e la sua tetraggine e che narra il consumarsi di un’inesorabile (sino a un certo punto) vendetta portata avanti con fredda meticolosità dal disumano Heathcliff. ‘Cime tempestose’ è un romanzo selvaggio, originale, possente, si leggeva in una recensione della ‘North American Review’, apparsa nel dicembre del 1848, e se la riuscita di un romanzo dovesse essere misurata unicamente sulla sua capacità evocativa, allora “Wuthering Heights” può essere considerata una delle migliori opere mai scritte in inglese. Tomasi di Lampedusa esprimeva il suo entusiastico e ammirato giudizio su Cime tempestose: ‘Un romanzo come non ne sono mai stati scritti prima, come non saranno mai più scritti dopo. Lo si è voluto paragonare a Re Lear. Ma, veramente, non a Shakespeare fa pensare Emily, ma a Freud; un Freud che alla propria spregiudicatezza e al proprio tragico disinganno unisse le più alte, le più pure doti artistiche. Si tratta di una fosca vicenda di odi, di sadismo e di represse passioni, narrate con uno stile teso e corrusco spirante, fra i tragici fatti, una selvaggia purezza.” (Dall’introduzione di Frédéric Ieva).
Con questo capolavoro di psicologia (ipocrisie, crudeltà sottilissime, dialoghi bifidi e dichiarazioni di amore mutevole o eterno), Jane Austen reinventa letteralmente nel 1813 il romanzo inglese, componendo un capolavoro che diviene immediatamente e per sempre un archetipo della letteratura al femminile. È una girandola di complotti sentimentali, di virtù e vizi pubblicamente e privatamente esposti quella che il gentiluomo Charles Bingley agita con il suo arrivo a Hertfordshire, fulminea- mente diventando l’oggetto del desiderio di tutte e di tutti, e innamorandosi di Jane. Tra- vaglio del sentimento che produce grande letteratura: Jane Austen è a tutt’oggi un mito insuperato nel trasformare, con un romanzo che suscita qualunque passione, i cuori di pietra in cuori di carne.
Scritto in forma autobiografica, in cui la protagonista si rivolge direttamente al lettore, il romanzo narra la storia di Jane Eyre, un’orfana dal carattere forte e dall’intelligenza vivida, che diventa istitutrice nella sfarzosa dimora posseduta dalla famiglia Rochester. Qui incontra il misterioso Mr Rochester, che si innamora della giovane. Tra i due il sentimento è corrisposto, tanto da indurli a progettare il loro matrimonio. Ma un terribile segreto è celato nella casa di Thornfield Hall: nella soffitta è segregata Bertha Mason, una donna ormai fuori di senno, sposata però proprio con Mr Rochester. La notizia scuote nel profondo Jane che decide così di fuggire via, riparando presso la casa di un ecclesiastico, St. John Rivers, il quale a un certo punto le offre di sposarlo e di andare insieme in India. Ma Jane, saputo che Rochester aveva perso la vista nel disperato tentativo di salvare la moglie da un incendio da lei appiccato nella casa di Thornfield Hall, ritorna da lui e lo sposa, coronando così il loro sogno d’amore.
Un amore impossibile, due nobili famiglie in guerra, una città insanguinata da un antico odio: il dramma più struggente, più romantico e più famoso di tutta la letteratura. Una notte il giovane Romeo Montecchi si introduce mascherato a un ballo nel palazzo dei Capuleti e lì vede per la prima volta Giulietta, la bellissima figlia del suo nemico. I due si innamorano perdutamente e mentre la faida tra le ricche famiglie veronesi si fa sempre più cruenta, Romeo e Giulietta si troveranno a lottare con ogni mezzo per il loro amore. L’intramontabile tragedia di Shakespeare continua a far sognare e a commuovere.
“Virtù è dunque parola assai poco consona a un’epoca in cui il sacro dovere che tutti siamo invitati a rispettare è quello dell’autorealizzazione.

Franco Basaglia è stato uno psichiatra, neurologo, fondatore della concezione moderna della salute mentale e pure riformatore della disciplina psichiatrica in Italia. Nel 1978 venne approvata Legge Basaglia (legge 180/78), che stabilì la chiusura dei manicomi, ridonando la dignità di persona ai pazienti psichiatrici. In occasione della ricorrenza dei 40 anni dalla legge, nel 2018 è uscito “Franco Basaglia, il Re dei matti”, edito da Einaudi Ragazzi, scritto da Davide Morosinotto. Il volume, blu come il cavallo che Basaglia e i suoi pazienti di Trieste fecero per provare a cambiare le cose, è una storia nella quale l’autore racconta al lettore bambino o ragazzino la figura dello psichiatra. Protagonista però è Lisa, una bambina che scappa spesso di casa per andare a trovare la mamma. La donna è rinchiusa in un grande manicomio, in cima ad una collina, dove la piccola corre appena può, perché la sua mamma, essendo un po’ matta, non può stare con lei. Per entrare nel manicomio per poter abbracciare la mamma Lisa deve distrarre la guardia e intrufolarsi in quel luogo cupo, di terrore, pieno di sbarre, cancelli e porte serrate a chiave. Un’impresa non da poco per una bimba, ma con il nuovo direttore, un certo Franco, un signore un po’ strano, cominceranno a cambiare le cose. Anche la vita di Lisa, della sua mamma e della sua famiglia cambieranno in modo radicale. Morosinotto crea una storia toccante ed emozionante dove, attraverso il legame madre figlia messo a dura prova dalla reclusione del e nel manicomio, narra le condizioni di coloro che vivevano negli ospedali psichiatrici prima del 1978 e della legge che li fece chiudere. Lisa e la madre sono la rappresentazione di uno dei tanti casi che potrebbero essere accaduti nella realtà. Quello che colpisce è come l’autore sia riuscito con tatto e garbo a raccontare non solo quanto fosse dolorosa (emotivamente e fisicamente) la vita nei manicomi, ma anche come fosse difficile per i pazienti rapportarsi alla realtà esterna alla casa di cura. Chi usciva spesso era vittima di pregiudizi, dell’ignoranza di coloro che giudicavano senza sapere e di chiacchiere inutili e cattive – come accade alla mamma di Lisa – che non facevano altro che rendere ancora più complesso il processo di reinserimento nella società di coloro che spesso venivano definiti pazzi, folli, matti. Basaglia fece tanto per i pazienti del manicomio di Trieste e per tutti gli altri manicomi presenti in Italia. Franco Basaglia lottò per ridare ai pazienti la dignità tolta e usurpata, lottò per renderli di nuovo umani. Basaglia e i suoi ragazzi di Trieste in “Franco Basaglia, il re dei matti” combattono per dimostrare che quando l’umanità è in difficoltà deve imparare a dialogare, confrontarsi per trovare la giusta via che porti ad un rimedio, alla tranquillità e al rispetto per tutti. Il libro presenta una nota iniziale di Peppe dell’Acqua.
“Era sola, lontana dalla famiglia, incinta di un uomo con cui non si poteva far vedere in pubblico. I dottori la portarono in sala parto, le aprirono la pancia e ne estrassero un bambino mezzo bianco e mezzo nero, che per il solo fatto di esistere violava un numero imprecisato di leggi, statuti e regolamenti…Ero nato fuori legge.”
Oggi per la nostra gustosa rubrica Scrittori ai fornelli ospitiamo Paola Rambaldi, già autrice di racconti, ora al suo primo romanzo Brisa, Edizioni del Gattaccio.
Alda Merini e la sua poesia sono due mondi ancora da esplorare. La vera Alda Merini non è non è quella del luogo comune della follia manicomiale. La vera poesia della Merini, giorno per giorno, si costruisce nell’abbandono di momenti interpretati dall’immediatezza e dall’intuizione. Nei suoi versi, infatti, la vita che scorre attraverso l’amore e la cura diventa il campo d’azione nel quale cresce il filo poetico di una memoria che scorge non soltanto gli orizzonti del pensiero, ma scava nelle profondità del cuore per cantare lo spazio dell’anima.

























