Archive for Maggio 2018

:: Zeig di Martino Ciano (Giraldi Editore 2018) a cura di Nicola Vacca

28 Maggio 2018
Z COPERTINA

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Colpaca è la capitale del sistema social – consumistico dove i suoi abitanti sono schiavi dei bisogni e le loro anime sono imprigionate nel sistema e condannate alla felicità materialista.
Questo è il regime voluto da Gesualdo Istorio che ha fondato la Titti- Teet –Toot, la grande fabbrica attraverso la quale ha fondato la sua filosofia basata su tre principi: lavoro benessere e consumo.
Marselo è uno tanti operai di una catena di montaggio asfissiante, assuefatto non solo ai ritmi assurdi del lavoro ma anche al modello di consumismo sfrenato su cui si basa l’economia della città.
A un certo punto si accorge che non può essere soltanto un prodotto con una data di scadenza sul cuore e cerca di evadere dalla quotidianità grigia di Colpaca.
Così siamo entrati in Zeig, il nuovo romanzo di Martino Ciano . Colpaca non è assolutamente una città immaginaria e questo di Martino non è un romanzo distopico.
La distopia non è più profezia ma è diventata realtà. Zeig non è un romanzo distopico. La città immaginaria di cui racconta Martino Ciano è in mezzo a noi. E noi siamo quella città immaginaria nel cui abisso precipitiamo con il nostro bagaglio di ipocrisie e di menzogne.
A un certo punto Marcelo diventa Zeig e si avventura a Redimos, il ghetto in cui il sistema ha confinato i filosofi, i sognatori e gli idealisti, tutti coloro che non hanno riconosciuto la dittatura del consumismo e vengono considerati portatori sani di un pensiero improduttivo.
Marcelo e Zeig si accorgono presto la verità non è facile da agguantare perché la perpetuazione della menzogna è cosa più comoda anche da parte di chi usa gli ideali per costruire a sua volta prigioni per controllare anime e coscienze.
Martino Ciano scrive una parabola filosofico – esistenziale al centro della quale c’è questo nostro presente liquido e globalizzato in cui in ogni posto regnano la menzogna e l’ipocrisia.
Marcelo intuisce che il benessere che gli viene imposto a Colpaca sa di marcio e lo corrode fino alla decomposizione, rendendolo cadavere
Zeig varca i confini di Redimos, sfuggire alle orrende asfissie del sistema ma anche lì si accorge che è difficile salvarsi in un mare di menzogne, soprattutto quando si incontrano profeti che spacciano per verità le infinte bugie di plastica.
Martino Ciano con Zeig scrive soprattutto dell’anno zero della nostra umanità, precipita negli abissi di un’apocalisse che viviamo tutti i giorni in cui tutti noi siamo Marcelo –Zeig, carnefici e vittime allo stesso tempo di una quotidianità con cui la verità diventa sempre bugia e la realtà non si distingue dalla finzione.
Zeig è un libro dedicato all’uomo che sa essere, come scrive Cioran, il cancro della terra, devoto solo alla menzogna, con la consapevolezza di voler morire e di autodistruggersi, sicuro di aver schiacciato tutto il vero che ha ronzato nelle sue orecchie.

Martino Ciano (1982) vive a Tortora, primo paese della Calabria alto tirrenica. Dal 2010 è giornalista per l’emittente televisiva Rete 3 Digiesse. Appassionato di storia, letteratura, filosofia e hard rock, collabora con le webzine letterarie “Satisfiction” e “Gli amanti dei libri” e il blog di approfondimento culturale “Zona di Disagio” di Nicola Vacca. Zeig è il suo terzo romanzo, ma può essere definito anche il suo esordio letterario.

Source: libro inviato al recensore dall’ Ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Wajib – Invito al matrimonio di Annemarie Jacir a cura di Giulietta Iannone

27 Maggio 2018

Wajib

Un padre e un figlio si incontrano e si confrontano nel nuovo film di Annemarie Jacir, Wajib – Invito al matrimonio, primo suo film in programmazione nelle sale italiane. Due generazioni, due percorsi di vita, due mondi se vogliamo differenti e anche conflittuali, che trovano nei sentimenti e nell’amore che lega padre e figlio l’unico terreno in cui ciò che divide si appiana, scompare quasi. La scena finale è molto catartica e piena di pace e di speranza, la stessa che sembra consegnarci questo film interamente ambientato a Nazareth, ai giorni nostri.
Un film palestinese, una produzione palestinese e internazionale, vincitore di numerosi premi, e sebbene non eravamo in molti nella sala, terminata la proiezione, ho sentito solo voci di apprezzamento.
Ma andiamo con ordine. Protagonisti di questa pellicola sono il padre Abu Shadi (Mohammad Bakri) e il figlio Shadi (Saleh Bakri), padre e figlio anche nella vita, due uomini che si trovano uniti da una tradizione antica e radicata nei territori palestinesi, consegnare personalmente di casa in casa gli inviti al matrimonio (tradizionale) di Amal (Maria Zreik), rispettivamente figlia e sorella dei protagonisti.
A bordo di una vecchia Volvo percorrono in lungo e in largo una Nazareth ben poco turistica o agiografica (immondizia non raccolta, teli di plastica variopinti e di poco prezzo per nascondere ciò che gli ospiti non devono vedere, due soldati israeliani (e due soldatesse armate) a accennare (molto discretamente) il clima di occupazione militare presente).
Il Natale è vicino, si percepisce anche solo velatamente. Cristiani e musulmani convivono in pace, intrecciano relazioni di amicizia e di buon vicinato, si accolgono nelle loro case, non lussuose ma dignitose e accoglienti. Le strade sono antiche e moderne, caotiche e silenziose, i contrasti sono sfumati e ci portano in questa antichissima città da spettatori (ospiti). Non ci sono segni visibili di bombardamenti o rovine, l’oppressione e solo accennata, sfumata nei discorsi, che padre e figlio intrecciano sul cammino.
Solo quando il padre vuole invitare al matrimonio un israeliano, (percepito dal figlio come un pericolo), i toni si alzano e lo scontro verbale, ma sempre educato e rispettoso, ci porta alla consapevolezza di una sorta di frattura tra i due.
Il padre rappresenta il passato: è un vecchio professore, colto e nello stesso tempo convenzionale (anche nella scelta della musica da suonare al matrimonio), non immune da un certo fatalismo, e coraggio, e resistenza. Ha scelto di restare, di confrontarsi con una realtà che non accetta completamente, ma sopporta.
Il figlio è una proiezione del nuovo: ritorna dall’ estero, vive in Italia, presumibilmente a Roma dove fa l’architetto, (la diaspora palestinese è un tema importante del film amaramente sottolineato dalle parole di un personaggio che dice che per tornare a Nazareth serve un passaporto europeo), ha una relazione non regolamentata (non vuole rovinare l’amore con il matrimonio), conquista la libertà di portare i capelli lunghi raccolti in uno chignon e di vestirsi con pantaloni rossi e una camicia rosa.
A unirli un abbandono, quello della moglie e madre dei protagonisti, fuggita negli Stati Uniti con un uomo poi diventato il suo nuovo marito (la cui malattia mette in forse la partecipazione di questa donna al matrimonio).
Ecco in breve i tratti salienti di questo film dotato di una sceneggiatura calibrata nei dialoghi. E’ quasi tutto parlato, la lunga conversazione tra padre e figlio è l’ossatura della trama. Gli incontri sono fuggevoli e non danno adito a ritorni, sono tappe, di una sorta di pellegrinaggio che ci porta nel cuore di una città bene o male normale. Le crisi esistenziali dei personaggi non scadono mai in toni eccessivamente drammatici. L’umorismo è sfumato, i toni da commedia controllati. Si sorride, anche se in alcuni punti amaramente.
Wajib – Invito al matrimonio di Annemarie Jacir è un film molto bello, che consiglio, nella misura in cui volete vedere l’altro, con occhi imparziali, il suo spessore umano, le sue fragilità, la sua forza. Un matrimonio è un’ occasione di pace e di felicità, una pausa nello scorrere caotico e noioso della quotidianità. In questo film è un’ occasione di incontro tra più generazioni. Si discute, magari si resta arroccati nelle proprie posizioni e nei propri punti di vista, ma alla fine c’è tempo per sedersi in terrazza e sorseggiare un caffè o fumarsi una sigaretta. Uniti dalla consapevolezza che ci sono cose più importanti che avere torto o ragione.

:: Mi manca il Novecento – Antonia Pozzi e la poesia nel sangue a cura di Nicola Vacca

25 Maggio 2018

antonia-pozzi

L’esperienza poetica di Antonia Pozzi è tutta nella sua breve vicenda esistenziale. Antonia attraversa il suo mondo ponendosi in ascolto della solitudine della sua stessa vita.
Scrive i suoi versi cadendo nella forza e nei sentimenti delle parole.

«Vivo nella poesia come le vene vivono nel sangue».

Così esplora il giardino della propria anima chiedendo alla parola un riscatto dall’infelicità.
La sua è una delle più radicali esperienze poetiche del Novecento: Antonia Pozzi cade nelle parole, ci precipita dentro perché vuole ascoltare il loro terribile silenzio.
Così finisce per sfidare il silenzio delle parole. Una partita terribile che si gioca a viso aperto, senza maschere.
Fare poesia, per Antonia Pozzi, è appartenere ugualmente alla morte e alla vita.
Alla poesia lei sussurra sottovoce: «Guardami sono nuda».
I temi fondamentali della poesia di Antonia Pozzi scaturiscono dalla sua nudità davanti al verso . Un’ emozionante vertigine procura la lettura dei suoi testi.
Quello che più colpisce nei versi della Pozzi è appunto la sua nudità lirica di fronte alle domande che la sua stessa poesia si pone. Tra interrogativi filosofici e punti di osservazione, Antonia Pozzi non si stanca mai di cercare un altrove, alternativa alle miserie fragili della condizione umana.
La poetessa, infatti, scrive di sentirsi diversa da chi sceglie «la comoda via dell’adattamento», da coloro che «vivono alla mercé dell’esterno».
Nella solitudine e nel tormento della sua poesia la Pozzi specchia la sua anima, si mostra nuda e fragile davanti al terribile vuoto che non riesce a colmare.
Entrare nel mondo poetico e filosofico di Antonia Pozzi significa fare i conti con l’abisso e il gelo. La sua poesia è colma di grazia e soprattutto di ferite. Abbandonata nelle braccia del buio non rinuncerà mai a cantare la nudità della sua anima:

«Guardami sono nuda. / Dall’inquieto languore della mia capigliatura /alla tensione snella del mio piede, / io sono tutta una ragazza acerba /inguainata in un color d’avorio».

Ogni suo verso diventa una lama affilata che ferisce a morte la vita. «Forse l’età delle parole è finita per sempre» scrive a Vittorio Sereni nell’imminenza del silenzio definitivo.
Antonia Pozzi muore suicida la sera del 3 dicembre 1938. Resta, a parlare di lei, la sua poesia, vocazione e impegno di tutta la sua breve vita.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda

Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
O rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Oh, le parole prigioniere
che battono battono
Furiosamente
alla porta dell’anima…

Scambio

Continueremo così:
io a darti poesia e la prima margherita
da mettere davanti alla tua mamma;
tu ad arginarmi la vita
con certezze di fiamma.

Pioggia

Stasera la mia sonnolenza
a gravare sopra un divanetto scomodo
invincibilmente

e la corrosione tremula della pioggia
in un canale troppo vicino
a incidermi nell’anima
penosamente
il balenìo delle tue lacrime.

(Da “Poesia, mi confesso con Te. Ultime poesie inedite 1929-1933” Vienepierre edizioni).

 

:: Il pittore fulminato di Cesar Aira (Fazi 2018) a cura di Giulietta Iannone

25 Maggio 2018

Il pittore fulminatoQuel paesaggio, colto voltandosi, risvegliava in Rugendas vecchi dubbi e gravi interrogativi. Si domandava se sarebbe stato capace di farsi carico della sua vita, di guadagnarsi il pane con il suo lavoro, vale a dire con la sua arte, se avrebbe potuto fare quello che facevano tutti… […] Nel frattempo, la sua giovinezza era quasi passata, e lui ancora non conosceva l’amore. Si era ostinato a vivere in un mondo incantato, in una fiaba, e non aveva imparato niente di pratico, ma almeno aveva imparato che il racconto si prolungava sempre, e che nuove prospettive, più capricciose e imprevedibili delle precedenti, attendevano l’eroe. La povertà e l’abbandono erano soltanto un episodio in più. Poteva anche finire a chiedere l’elemosina davanti al portale di una chiesa sudamericana, perché no? Nessun timore era esagerato, trattandosi di lui.

Il pittore fulminato (Un episodio en la vida del pintor viajero, 1993) di Cesar Aira è un romanzo breve (meno di 100 pagine) pubblicato nel 1993, e tradotto in Italia per Fazi da Raul Schenardi, che narra le vicende e le disavventure di un pittore tedesco, di nome Rugendas, nel suo pellegrinaggio per le allora inesplorate terre del Sudamerica (lo visitò a cavallo dell’ 800).
Più che un diario di viaggio, è un’ insolita trasposizione di un percorso artistico e umano che ci porta nel cuore stesso della creazione artistica. Dire che è bellissimo è piuttosto banale, ma veritiero, lo stile è classico, poetico, ricco di termini armoniosi, forse un po’ barocchi, ma ricchi di quel fascino che la letteratura sudamericana sa sprigionare tra il sogno e la meraviglia.
Cesar Aira, autore che non conoscevo e di cui mai avevo sentito parlare, è uno scrittore e traduttore vivente, considerato uno dei più importanti scrittori latinoamericani contemporanei, ed ha un padrino di eccezione, Roberto Bolano, sua infatti è la acuta introduzione in cui definisce Aira uno dei tre o quattro migliori scrittori di lingua spagnola di oggi.
Seppur breve il romanzo racchiude una sua completezza e perfezione. E’ una gemma rara insomma, che consiglio non solo ai cultori dei racconti brevi, ma anche a coloro che si interrogano sui limiti che la vita ci pone davanti e su come superarli.
Rugendas un giorno a cavallo viene colpito da un fulmine. Non muore, ma riporta ferite invalidanti e dolorosissime. Da questo giorno la sua vita cambia, e se non fosse per l’amicizia del giovane e meno talentuoso Krause, che in un certo modo si dedica a lui aiutandolo e sostenendolo, la sua vita avrebbe potuto dirsi finita.
Ma la pittura resta il cardine del suo percorso se non spirituale certamente trascendente. Il dolore, la menomazione, la cecità, nulla possono contro la forza creativa che lo attraversa, con la stessa potenza distruttiva del fulmine.
Può anche forse definirsi una parabola morale, ma la bellezza di questo libro sta nella lieve alchimia tra sogno e realtà. Quando finalmente può assistere a un malon, la sua missione terrena può dirsi compiuta. E i limiti superati.

Le lingue delle fiamme si alzavano dai falò e gettavano riflessi dorati sugli indios, illuminando un dettaglio qua e là, o spegnendolo con una folgorante spazzolata d’ombra, imprimendo vivacità a quelle espressioni assorte e un certo dinamismo a quello stupore ebete.

Cesar Aira, nato in Argentina nel 1949, è uno dei più importanti scrittori latinoamericani contemporanei. Autore di grande prestigio in patria e all’estero, ha ricevuto numerosi riconoscimenti ed è stato finalista al Man Booker International Prize.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Cristina dell’ Ufficio Stampa Fazi.

:: Mi manca il Novecento – La voce estrema di Amelia Rosselli a cura di Nicola Vacca

25 Maggio 2018

rosselli

La forza dirompente della poesia di Amelia Rosselli sconvolge schemi e forme della tradizione costruendo un magnifico rebus modernista.
La Rosselli può ancora considerarsi una delle voci essenziali della poesia italiana e contemporanea.
Una voce disubbidiente che da Ezra Pound ha imparato la necessità è l’arte di rinnovare i classici senza mostrare alcuna timorosa reverenza.
Tra ossessioni, invenzioni linguistiche e folgoranti illuminazioni, la poesia della Rosselli ha raggiunto vertici alti e nel panorama letterario si è conquistata una sua originalità inimitabile che in primis ha a che fare con il suo carattere e con la sua formazione.

«Dotata di un carattere estremo – scrive Laura Barile in un saggio su Amelia Rosselli pubblicato da Nottetempo nel 2014 – e di una fragilità del sistema nervoso, inquieta e inquietante adolescente, la formazione di Amelia Rosselli nel suo peregrinare è certo una formazione d’eccezione: internazionale e trilingue, all’ombra dei grandi ideali politici e anche artistici e musicali della tradizione famigliare».

Ma sarà soprattutto il suo carattere estremo a caratterizzare la sua poesia che non smetterà mai di essere deflagrante, inquieta e soprattutto lacerante e provocatoria.
Elena Carletti scrive che la poesia di Amelia Rosselli si rivela di stampo profondamente fenomenologico e prende le mosse da una realtà tumultuosa, in costante divenire. Il caos della realtà esterna viene interiorizzato in un processo di filtrazione deformante, indispensabile per raggiungere uno stato di appropriazione del reale.
Dal disordine fecondo della realtà trae linfa vitale la produzione poetica di Amelia Rosselli.
Il filtro del suo rapporto con il reale è sempre uno specchio deformante che rivela e attraversa il tempo nella sua metamorfosi di istanti che accadono. La Rosselli coglie della realtà gli «spazi metrici» e le infinite variazioni della realtà. Attraverso la poesia mette in evidenza il suo stesso processo di deformazione.
Pasolini nel 1963 presentando la figura dell’allora trentatreenne poetessa scrisse che il verbo poetico di Amelia Rosselli appare refrattario a qualsiasi chiarificazione.
Pasolini seppe cogliere la problematicità e la complessità di una grande voce poetica che non rinunciò mai al suo spirito critico ma allo stesso tempo si abbandonava paradossalmente alla parola che liberava mostrando in poesia una fragilità dai contorni tragici e dirompenti che rappresenta una delle esperienze più alte della poesia contemporanea.
Amelia Rosselli nel 1996 ha deciso di mettere fine con il suicidio al suo problema esistenziale, ingovernabile e irrisolvibile.
Oggi ci resta la sua poesia da leggere e da rileggere come uno sguardo dilaniato sul mondo e sull’uomo.

:: Autunno a Venezia – Hemingway e l’ ultima musa di Andrea di Robilant (Corbaccio 2018) a cura di Marcello Caccialanza

24 Maggio 2018

1La vita del grande scrittore americano Ernest Hemingway è andata in profonda sintonia, quasi in una sorta di indimenticabile romanzo poetico di esistenza umana nelle sue mille e mille sfacettature, con la sua immensa produzione letteraria, che ha coinvolto emotivamente generazioni e generazioni di lettori appassionati e mai traditi nelle loro più intime aspettative, anche nell’epilogo tragico della vita stessa di questo artista tutto tondo!
L’autore Andrea di Robilant ci offre nel suo “Autunno a Venezia – Hemingway e l’ultima musa”, edito dalla Casa Editrice Corbaccio, un periodo particolare di questa icona letteraria senza tempo: 1948 il romanziere americano decide di lasciare l’Avana per affrontare insieme alla quarta moglie, Mary Welsh, un viaggio in Europa.
Le cose tra i due non funzionano più bene; tutto sembra scricchiolare sotto i loro piedi! E forse questo viaggio potrebbe essere l’occasione più ghiotta per ritrovare quell’armonia di coppia che in precedenza li aveva sempre contraddistinti!
La coppia avrebbe dovuto approdare, con il piroscafo su cui sono imbarcati, in Provenza e più precisamente al porto di Cannes; ma un’improvviso ed alquanto pungolante maltempo, li costringe a ripiegare sul capoluogo ligure.
Per Hemingway l’inaspettato cambio forzato di programma, diventa quasi come una sorta di meraviglioso ed affascinante colpo di fulmine, che, come un incantesimo di un mago a lui amico, lo catapulta con estrema dolcezza al 1918 e più precisamente al suo lavoro di cronista svolto nei pressi del Piave.
Da questo punto in poi, ovvero fino al momento in cui lo scrittore non ritorna in connessione con il suo Io temporale, questo piccolo capolavoro assumerà quasi i delicati toni di un diario intimista, che ci racconterà, in modo minuzioso, in un crescente turbinio di emozioni sentite e vissute, di un uomo e delle sue indiscusse peculiarità! Infatti verranno ricordati, con toni vagamente nostalgici, i reportages degli anni Venti, i viaggi in Liguria e nelle Dolomiti in compagnia della prima moglie, Hadley.
Ma ogni incantesimo che si rispetti ha dunque un inizio ed una fine e qui la fine coincide con l’assedio mediatico dei paparazzi nei confronti dell’autore e di riflesso nei riguardi della sua quarta moglie, il tutto si gioca in maniera roccambolesca al molo.
Hemingway decide così di cambiare itinerario al fine di ritrovare quell’ispirazione che aveva perduto da tempo: da circa otto anni la sua penna prolifica non aveva versato più una goccia di inchiostro, suscitando malcontento tra critica e pubblico. Suo ultimo successo editoriale era stato “Per Chi Suona La Campana”, del 1940.
A Stresa e a Cortina ha l’opportunità di conoscere i suoi editori italiani, Giulio Einaudi e Arnoldo Mondadori e perfino la sua fedele traduttrice Fernanda Pivano. Nel nostro Paese il Maestro entra in contatto anche con i grandi scrittori del tempo, come Calvino e la Ginzburg.
Tra una battuta di caccia ed un sontuoso party in suo onore entrerà – come fulmine a ciel sereno- nella sua vacanza italiana: la città di Venezia.
Qui l’uomo-l’artista si innamorerà pazzamente dell’aristocratica Adriana Ivancich, la quale avrà l’onere e l’onore di incarnare la sua ultima Musa ispiratrice. Grazie a lei, nonostante la relazione sia complicata ed apparentemente platonica, Ernst ricomincia a scrivere con gioia e con cuore. Adriana sarà quindi la Renata di “Di là dal fiume e tra gli alberi”; con lei accanto, una volta tornato a Cuba, scriverà quel capolavoro dal titolo “Il vecchio e il mare”.
Nel 1954 a coronamento di questa profetica rinascita intellettuale ed umana, l’autore riceverà il Premio Nobel per la letteratura.
Di Robilant, nella sua opera, supera con grande maestria il “banale” concetto di biografia per regalare al lettore atmosfere e personaggi indimenticabili che entrano con comprovata prepotenza nel cuore e che rendono questo testo un autentico libro da “divorare” con avidità!

Andrea di Robilant è nato a Roma nel 1957. Ha studiato Storia e Relazioni internazionali alla Columbia University e ha lavorato come giornalista in Europa, negli Stati Uniti e nell’America Latina. Corbaccio ha pubblicato: «Lucia nel tempo di Napoleone», «Un amore veneziano», «Irresistibile Nord», «Sulle tracce di una rosa perduta» e «Autunno a Venezia». Vive a Roma con la moglie e i figli.

Source: libro del recensore.

:: “Al mattino stringi forte i desideri” di Natascha Lusenti (Garzanti 2018) a cura di Valeria Giola

23 Maggio 2018

Al mattino stringi forte i desideriEmilia pensa che lei e Gina si assomigliano, perché nessuna delle due ha paura dei silenzi. Entrambe sanno che ci sono parole che hanno bisogno di potersi depositare, lentamente, dopo che sono state liberate nell’aria. Alcune escono dalla finestra. Alcune si mettono per terra, in un angolo. Alcune si infilano nelle crepe dei mobili o delle pareti. Altre si appiccicano alle guance di chi le ha pronunciate. È per questo che le arrossano…

Le fiabe hanno il compito di farci sognare, di trasmettere speranze e ideali. “Al mattino stringi forte i desideri”, romanzo di esordio di Natascha Lusenti, popolare autrice e conduttrice radiofonica, edito da Garzanti, possiede tutti i requisiti per essere un’autentica favola moderna, di quelle che ti entrano dentro e che, anche a distanza di tempo, continuerai a ricordare.
Un narratore dolce e preciso accompagna il lettore tra le pieghe della vita di Emilia, nella sua solitudine, nella sua innocente colpa di essere sola. La tiene per mano quando scopre la sua voglia di uscire dal nero rabbioso che la sta avvolgendo da tempo e la spinge a scrivere una serie di messaggi autentici e irrimediabilmente unici che lei stessa appende alla bacheca del palazzo nel quale si è trasferita da poco, ogni mattina. L’obiettivo è dimostrare a tutti che, in fondo, siamo fatti della stessa pasta, commettiamo gli stessi errori e ci isoliamo solo per difenderci. E, come di consuetudine, quando ci si scontra con la verità, qualcuno apre il proprio cuore, qualcun altro protegge il proprio dolore.
La trama è semplice ma costruita con maestria : una protagonista, un evento scatenante, un viaggio interiore, una scia di personaggi vari, ognuno con la propria personalità. Il risultato finale è affascinante perché pagina dopo pagina, le riflessioni nascono spontanee, come le rose di maggio.
La prima che si evince è il significato più profondo del risveglio, citato nel titolo e nei messaggi che scrive Emilia. Il riferimento alla rinascita e alla speranza è la base su cui ruota tutto il romanzo: il dolore non è per sempre e la vita può sorprenderci, ammesso che la si osservi dal giusto punto di vista.
E poi c’è l’incontro con Nicola, un bambino che sa come farsi amare e Gina, una distinta signora che ha vissuto più dispiaceri che sogni. Due personaggi creati con arguzia e precisione ai quali, seppur con modalità differenti, viene affidato il delicato, e prezioso, compito di ricordare l’importanza dell’amicizia.
E infine il tema della mancanza di opportunità lavorative che causano l’emarginazione sociale che affligge intere generazioni.

Le ferite guariscono solo se riusciamo a risalire. Sono come vette ripide su cui rischiamo di scivolare, e allora dobbiamo ricominciare tutto da capo, sudando dolore e sanguinando aguzzo, come le rocce ..”

Una storia delicata, per nulla banale, e un finale carico si sentimento fanno de “ Al mattino stringi forte i desideri” un inno a cogliere le sfumature più calde che la vita ci regala.

Natascha Lusenti vive a Milano. Da sei anni è una delle voci dell’alba di Radio Rai e apre la sua trasmissione con i “Risvegli” molto amato dagli ascoltatori. Ha cominciato a lavorare presto, nella carta stampata, ed è arrivata per caso in TV dove ha lavorato a lungo come giornalista, conduttrice e autrice. Da bambina fantasticava di scrivere un romanzo, ma non hai mai veramente pensato che ci sarebbe riuscita. La cosa migliore, e ben più difficile, che ha fatto è imparare a voler bene alla vita, anche quando gira male. “Al mattino stringi forte i desideri” è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio stampa Garzanti.

I duellanti di Joseph Conrad a cura di Elena Romanello (El Doctor Sax, 2018)

23 Maggio 2018

41DFK1uvzkL._SX311_BO1,204,203,200_Il film che fece conoscere al pubblico internazionale Ridley Scott nel 1977 fu I duellanti, tratto dal racconto lungo Il duello di Joseph Conrad, storia di due ufficiali napoleonici che passano anni a inseguirsi e a scontrarsi per uno sgarbo mai digerito.
Se si è amato il film, dalla ricostruzione e fotografia impeccabili e con le grandi interpretazioni di Keith Carradine e Harvey Keitel, è senz’altro interessante leggere il racconto o romanzo breve che l’ha ispirato, pare basato su un fatto realmente accaduto durante le guerre di inizio Ottocento.
I duellanti libro, con un titolo che riprende quello del film, torna in una nuova edizione proposta da El Doctor Sax, realtà che propone titoli in italiano e in spagnolo, andando a recuperare classici assenti da troppo tempo, come questo, incentrato sul tema del doppio e dello specchio deformato in cui si vede l’altro e dello scontro implacabile tra dovere e ragione, tra sentimento e valori, tra rigidità e modernità.
I due ufficiali Feraud e D’Hubert passano la vita a contrastarsi e confrontarsi, per un fatto avvenuto nella loro gioventù che li ha segnati entambi: il primo è un guerriero appassionato e impetuoso, reincarnazione di antichi valori mai sopiti e rinnegati, in un mondo in cui tutto sta cambiando e stanno emergendo nuovi sistemi di valori non più legati a eroismi feudali. D’Hubert invece è più prudente e misurato, forse più in linea con i tempi nuovi in cui si trova a vivere. Con due visioni del mondo e del valore così diverse è inevitabile una rivalità che dura, mentre le campagne napoleoniche cambiano l’assetto sociale e istituzionale in un modo da cui non si potrà più tornare indietro, malgrado la Restaurazione.
Joseph Conrad racconta la storia di due uomini  che si odiano e si perseguitano per tutta l’Europa, caricando questo antagonismo di rancore, invidia, paura, ma allo stesso tempo di onore, lealtà e sentimenti irrazionali, rendendoli emblematici di un momento storico molto particolare ma anche di tutta una condizione umana che spesso trova nell’odio, nel trovare un nemico, nel volere a tutti i costi rivalità e partigianerie, una ragione di vita assoluta.
Un classico attuale e da scoprire o riscoprire, tra le opere più interessanti di un autore che raccontò il mondo dell’Ottocento, ormai avviato alla globalizzazione e al confronto con altri mondi e culture.
La traduzione di questa nuova edizione è di Cristina Vitagliano, che cura anche un’interessante postfazione per approfondire i temi di una storia che non lascia indifferenti, anche autrice di fiabe e romanzi dark come Dark Fantasy Il cuore quantistico.

Provenienza: omaggio dell’editore, che ringraziamo.

Joseph Conrad nacque il 3 dicembre 1857 a Berdichev, in Polonia (ora Ucraina). Figlio di un nobile patriota, esiliato dai russi per motivi politici il giovane Conrad, a 16 anni, lasciò la Polonia e si stabilì a Marsiglia. Per quattro anni si imbarcó su navi mercantili francesi e partecipò come soldato alle guerre carliste in Spagna. Ottenne la cittadinanza britannica nel 1886 e cambiò il suo nome. Nel 1902 si imbarcò per il Congo e l’esperienza di quegli anni costituì la base per The Heart of Darkness, il suo romanzo più famoso ed enigmatico. Autore di 13 romanzi, 2 memorie e 28 racconti brevi, tutti caratterizzati da uno stile denso, lirico e inquietante, Joseph Conrad morí d’infarto il 3 agosto 1924 a Canterbury, in Inghilterra.

Indomite di Pénélope Bagieu a cura di Elena Romanello (Bao Publishing, 2018)

23 Maggio 2018

1520376984_COVER-INDOMITELa Bao Publishing presenta il primo volume di Indomite, che raccoglie una prima serie di strisce della fumettista Pénélope Bagieu, attiva sulle pagine de Le Monde e non solo, con cui si vogliono raccontare vite di donne ribelli, che non si sono lasciate condizionare dalle limitazioni e dagli stereotipi, in varie epoche e sotto varie latitudini.
Si può pensare che in fondo non è una novità parlare di questo, visto che sono tanti i libri, e anche le graphic novel, che si interrogano sull’importanza che le donne hanno avuto nei secoli, in vari ruoli anche insoliti, ma l’autrice stavolta sceglie di parlare anche di figure poco note e appartenenti a culture che non vengono molto considerate, mescolando regine, scienziate, intellettuali, donne di spettacolo, ciascuna raccontata in una serie di vignette esaurienti che raccontano ad un pubblico vario, di giovanissimi e non solo, alcuni destini straordinari.
Le donne raccontate in questo primo volume sono tra le altre Clémentine Delait, la leggendaria donna barbuta che fece di un problema ormonale la sua forza, Nzinga, regina africana che affrontò gli invasori portoghesi nel Cinquecento, Lozen, sciamana e guerriera Apache, Joséphine Baker, artista e membro della Resistenza contro i nazisti, Tove Jansson, l’autrice dei Mumin, Margaret Hamilton, attrice specializzata in ruoli fuori dalle righe come la strega de Il mago di Oz, le sorelle Mirabal, emblema delle lotte contro la violenza sulle donne e la dittatura, Agnodice, la prima ginecologa di cui si conosce l’identità nella Grecia classica e l’attivista liberiana Leymah Gbowee. Donne quindi non sempre celeberrime, ma tutte da scoprire, alcune entrate nella leggenda e tutte con esistenze con qualcosa da raccontare, oltre che tutte capaci di cambiare qualcosa.
Un libro interessante per bambine e donne, e non solo per loro, dove l’autrice mostra le sue capacità di ricerca, disegno, ricostruzione di mondi, tra la vignetta e il fumetto, che ha colpito in Francia e non manca di colpire da noi, nel catalogo di un editore poliedrico, che parla di nuvole parlanti a 360 gradi, guardando all’intrattenimento coniugato alla qualità e alla capacità di far riflettere, suscitare emozioni e farsi domande.
Con molto piacere si nota che sulla costola di Indomite c’è un numero 1: ci saranno altre uscite, anche perché Pénélope Bagieu continua a sentire la necessità di confrontarsi con queste sorelle ribelli di vari angoli del mondo, Occidente, Americhe, Asia, Africa e oltre, tutte accomunate dal desiderio di fare qualcosa di diverso nella loro vita, per migliorarla e migliorare le esistenze di chi era vicino a loro.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa, si ringraziano Daniela e Chiara.

Pénélope Bagieu, nata nel 1982 a Parigi da genitori corsi e baschi, è un’illustratrice e fumettista francese. Nel 2007 crea il blog a fumetti Ma vie est tout à fait fascinante (www.penelope-jolicoeur.com), in cui racconta episodi della sua vita quotidiana con humour e grazia accattivanti. La successiva pubblicazione dell’omonimo libro riconferma il successo del blog anche sulla carta stampata. In seguito illustra le avventure di Joséphine e si cimenta in varie collaborazioni con la stampa, l’editoria e la pubblicità.
Nel 2010 pubblica il suo primo racconto di largo respiro, Cadavres exquis, per la Casa editrice Gallimard. Due anni dopo, per Delcourt, disegna con Boulet La Page blanche. Nel 2013, nel corso del Festival Internazionale del fumetto di Angoulême, viene nominata Cavaliere delle Arti e delle Lettere. Lo stesso anno collabora con Joann Sfar per il libro Stars of the Stars, sempre pubblicato con Gallimard. Con lo stesso editore pubblica nel 2015 California Dreamin’, che nel 2017 viene portato in Italia dalla Casa editrice BAO Publishing. Le vignette di Indomite sono uscite sul quotidiano Le Monde e poi sono state raccolte in volume.

:: Philip Roth (Newark, 19 marzo 1933 – Manhattan, 22 maggio 2018)

23 Maggio 2018

Philip Roth

:: Acqua alta nei caruggi, Giuseppe Chiara (Todaro editore, 2018) A cura di Viviana Filippini

20 Maggio 2018

ChiaraAppena si comincia la lettura di Acqua alta nei caruggi di Giuseppe Chiara sembra di essere capitati in un fumetto. Peccato però che Pippo e Topolino, in realtà, sono nel mezzo di un colpo all’ufficio postale. La rapina sembra perfetta, ma una cassiera si sente male, le casse postali hanno solo spiccioli e il tentativo di aprire la cassaforte è un pasticcio. Così disastroso che il terzo compagno, quello che fa il palo e che li attende in macchina- tal Olmo Vivera- è lì lì pronto per svignarsela, quando i due saltano in macchina e lo incitano alla fuga. Olmo è un fenomeno alla guida, almeno crede, ma il traffico dell’ora di punta, il furto del loro furgone e la polizia alle calcagna, più un pizzico di volontà furbetta del destino scatenano lo sfacelo. Olmo corre con l’auto, ma nel tentativo di schivare una ragazza, il mezzo sbanda, esce fuori strada e ci sono tre morti. Anni dopo, Olmo esce di prigione, ha scontato la sua pena per il reato compiuto ed è deciso a cambiare vita, deve solo imparare a convivere con lo spettro della ragazza della bicicletta, lei lo tormenta parecchio, anzi gli parla proprio. Olmo prova a stare lontano dai guai, però alla fine ci ricasca e si mette a lavorare per Giorgione, un malvivente locale per il quale il protagonista trasporta borse dall’originale contenuto. Tutto fila liscio fino a quando Vivera ha un nuovo incidente sull’autostrada Milano-Genova. La ragazza in bicicletta non c’è, l’auto slitta comunque, esce fuori strada e il borsone trasportato scompare e Vivera, uscito (o meglio fuggito) dall’ospedale, dovrà ritrovarlo. Motivo? Non solo Giorgione lo minaccia e gli sta addosso e vuole quel benedetto borsone. In parallelo al delinquente ci stanno pure le forze dell’ordine, in particolare l’Ispettore Podenzana, che gli fanno pressione per ritrovare quella borsa. Ad aiutare Olmo nell’impresa ci saranno Mara, ex compagna, ora amica, cantante di jazz e Carlo, ex compagno di furti, zoppo. Giuseppe Chiara, torna a pubblicare con Todaro dopo l’esordio con L’apprendista becchino, e questa volta il protagonista è un uomo di mezza età in una narrazione che ha tutte le carte in regola per essere un thriller. Lo squattrinato rapinatore seriale protagonista è uno che perde il pelo, ma non il vizio. Olmo prova a smettere di guadagnarsi da vivere con traffici loschi, ma non ce la fa e torna sui suoi passi –deviati- ma suoi. Si trova a fare le cose di sempre, con la solita – concedetemelo- sfiga costante che gli crea intoppi su intoppi, impedendogli di portare a termine le sue imprese. Anzi, Vivera il ladro pasticcione si caccia nei guai, peggio di un bambino che ruba la marmellata. Tanto è vero che ad un certo punto ci si domanda se è Olmo a cercare i gli intoppi o se sono gli intoppi a rincorrerlo e ad acciuffarlo. Un po’ e un po’ mi verrebbe da dire, visto che il simpatico e imbranato Olmo Vivera è lì, sempre sul filo del rasoio e della legalità nel suo dire e nel suo fare. In Acqua alta nei caruggi, Giuseppe Chiara crea un storia dinamica, dell’alta suspense presente in ogni momento della narrazione, dove  l’acqua (quella della pioggia e del mare) invade ogni caruggio di Genova e ogni pagina della storia, lasciando appiccicato addosso un senso di umidità costante.

Giuseppe Chiara è di Genova e aver avuto 15 anni nel ’68 l’ha segnato per sempre. Era convinto che l’immaginazione avrebbe conquistato il potere e invece ha vinto la noia. Loredana, la sua compagna, dice che è un Peter Pan grasso e calvo. Ama la famiglia, la birra e i gatti, ma non sempre in questo ordine. Questo è il suo secondo romanzo con Todaro editore.

Source: inviato dall’editore.

:: L’impazienza di Penelope di Giovanna Di Verniere (bookabook 2017) a cura di Elisa Napoli

17 Maggio 2018

L’impLimpazienza-di-Penelope-copertinaazienza di Penelope è un libro che non si ha difficoltà a leggere, di circa 200 pagine ha il dono di essere una lettura scorrevole anche se un poco scontata. È la storia di una giovane Penelope moderna che rifiuta l’amore al quale preferisce la carriera, fino a quando non incontra Riccardo, un attore sposato, che le farà perdere letteralmente la testa, come tutte le grandi passioni sono in grado di fare. Virginia si troverà quindi a dover scegliere se restare legata ad un uomo inetto nel suo ruolo di marito e compagno o se darsi la possibilità di scegliere e di capire che “Il meglio deve ancora venire”. È la scelta che tutti dovremmo saper compiere tra un amore malato, insano ed irraggiungibile e noi stessi, pena la sopravvivenza; a chi non è capitato di struggersi inseguendo relazioni disastrose accompagnandoci alla persona sbagliata mentre quella giusta era chissà dove, forse, in compagnia di una altrettanto inadeguata? Attese vanificate, promesse calpestate, bugie sussurrate…l’amore non è affanno ma certezza, sicurezza, pace e forse la nostra Penelope lo capirà, getterà finalmente la sua tela e correrà incontro alla vita come tutte le donne sanno fare. A testa alta e con il sorriso, di chi sa rinascere più forte e intenso di prima.

Giovanna Di Verniere è nata a Salerno ed è cresciuta in Basilicata. Vive a Milano dove lavora come art director. Frequenta il Centro e Teatro Attivo di Milano e ha condotto un programma per una radio indipendente. L’impazienza di Penelope è il suo primo romanzo.

Source: omaggio dell’editore.