Colpaca è la capitale del sistema social – consumistico dove i suoi abitanti sono schiavi dei bisogni e le loro anime sono imprigionate nel sistema e condannate alla felicità materialista.
Questo è il regime voluto da Gesualdo Istorio che ha fondato la Titti- Teet –Toot, la grande fabbrica attraverso la quale ha fondato la sua filosofia basata su tre principi: lavoro benessere e consumo.
Marselo è uno tanti operai di una catena di montaggio asfissiante, assuefatto non solo ai ritmi assurdi del lavoro ma anche al modello di consumismo sfrenato su cui si basa l’economia della città.
A un certo punto si accorge che non può essere soltanto un prodotto con una data di scadenza sul cuore e cerca di evadere dalla quotidianità grigia di Colpaca.
Così siamo entrati in Zeig, il nuovo romanzo di Martino Ciano . Colpaca non è assolutamente una città immaginaria e questo di Martino non è un romanzo distopico.
La distopia non è più profezia ma è diventata realtà. Zeig non è un romanzo distopico. La città immaginaria di cui racconta Martino Ciano è in mezzo a noi. E noi siamo quella città immaginaria nel cui abisso precipitiamo con il nostro bagaglio di ipocrisie e di menzogne.
A un certo punto Marcelo diventa Zeig e si avventura a Redimos, il ghetto in cui il sistema ha confinato i filosofi, i sognatori e gli idealisti, tutti coloro che non hanno riconosciuto la dittatura del consumismo e vengono considerati portatori sani di un pensiero improduttivo.
Marcelo e Zeig si accorgono presto la verità non è facile da agguantare perché la perpetuazione della menzogna è cosa più comoda anche da parte di chi usa gli ideali per costruire a sua volta prigioni per controllare anime e coscienze.
Martino Ciano scrive una parabola filosofico – esistenziale al centro della quale c’è questo nostro presente liquido e globalizzato in cui in ogni posto regnano la menzogna e l’ipocrisia.
Marcelo intuisce che il benessere che gli viene imposto a Colpaca sa di marcio e lo corrode fino alla decomposizione, rendendolo cadavere
Zeig varca i confini di Redimos, sfuggire alle orrende asfissie del sistema ma anche lì si accorge che è difficile salvarsi in un mare di menzogne, soprattutto quando si incontrano profeti che spacciano per verità le infinte bugie di plastica.
Martino Ciano con Zeig scrive soprattutto dell’anno zero della nostra umanità, precipita negli abissi di un’apocalisse che viviamo tutti i giorni in cui tutti noi siamo Marcelo –Zeig, carnefici e vittime allo stesso tempo di una quotidianità con cui la verità diventa sempre bugia e la realtà non si distingue dalla finzione.
Zeig è un libro dedicato all’uomo che sa essere, come scrive Cioran, il cancro della terra, devoto solo alla menzogna, con la consapevolezza di voler morire e di autodistruggersi, sicuro di aver schiacciato tutto il vero che ha ronzato nelle sue orecchie.
Martino Ciano (1982) vive a Tortora, primo paese della Calabria alto tirrenica. Dal 2010 è giornalista per l’emittente televisiva Rete 3 Digiesse. Appassionato di storia, letteratura, filosofia e hard rock, collabora con le webzine letterarie “Satisfiction” e “Gli amanti dei libri” e il blog di approfondimento culturale “Zona di Disagio” di Nicola Vacca. Zeig è il suo terzo romanzo, ma può essere definito anche il suo esordio letterario.
Source: libro inviato al recensore dall’ Ufficio stampa.
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Quel paesaggio, colto voltandosi, risvegliava in Rugendas vecchi dubbi e gravi interrogativi. Si domandava se sarebbe stato capace di farsi carico della sua vita, di guadagnarsi il pane con il suo lavoro, vale a dire con la sua arte, se avrebbe potuto fare quello che facevano tutti… […] Nel frattempo, la sua giovinezza era quasi passata, e lui ancora non conosceva l’amore. Si era ostinato a vivere in un mondo incantato, in una fiaba, e non aveva imparato niente di pratico, ma almeno aveva imparato che il racconto si prolungava sempre, e che nuove prospettive, più capricciose e imprevedibili delle precedenti, attendevano l’eroe. La povertà e l’abbandono erano soltanto un episodio in più. Poteva anche finire a chiedere l’elemosina davanti al portale di una chiesa sudamericana, perché no? Nessun timore era esagerato, trattandosi di lui. 
La vita del grande scrittore americano Ernest Hemingway è andata in profonda sintonia, quasi in una sorta di indimenticabile romanzo poetico di esistenza umana nelle sue mille e mille sfacettature, con la sua immensa produzione letteraria, che ha coinvolto emotivamente generazioni e generazioni di lettori appassionati e mai traditi nelle loro più intime aspettative, anche nell’epilogo tragico della vita stessa di questo artista tutto tondo!
“Emilia pensa che lei e Gina si assomigliano, perché nessuna delle due ha paura dei silenzi. Entrambe sanno che ci sono parole che hanno bisogno di potersi depositare, lentamente, dopo che sono state liberate nell’aria. Alcune escono dalla finestra. Alcune si mettono per terra, in un angolo. Alcune si infilano nelle crepe dei mobili o delle pareti. Altre si appiccicano alle guance di chi le ha pronunciate. È per questo che le arrossano…”
Il film che fece conoscere al pubblico internazionale Ridley Scott nel 1977 fu I duellanti, tratto dal racconto lungo Il duello di Joseph Conrad, storia di due ufficiali napoleonici che passano anni a inseguirsi e a scontrarsi per uno sgarbo mai digerito.
La Bao Publishing presenta il primo volume di Indomite, che raccoglie una prima serie di strisce della fumettista Pénélope Bagieu, attiva sulle pagine de Le Monde e non solo, con cui si vogliono raccontare vite di donne ribelli, che non si sono lasciate condizionare dalle limitazioni e dagli stereotipi, in varie epoche e sotto varie latitudini.
Appena si comincia la lettura di Acqua alta nei caruggi di Giuseppe Chiara sembra di essere capitati in un fumetto. Peccato però che Pippo e Topolino, in realtà, sono nel mezzo di un colpo all’ufficio postale. La rapina sembra perfetta, ma una cassiera si sente male, le casse postali hanno solo spiccioli e il tentativo di aprire la cassaforte è un pasticcio. Così disastroso che il terzo compagno, quello che fa il palo e che li attende in macchina- tal Olmo Vivera- è lì lì pronto per svignarsela, quando i due saltano in macchina e lo incitano alla fuga. Olmo è un fenomeno alla guida, almeno crede, ma il traffico dell’ora di punta, il furto del loro furgone e la polizia alle calcagna, più un pizzico di volontà furbetta del destino scatenano lo sfacelo. Olmo corre con l’auto, ma nel tentativo di schivare una ragazza, il mezzo sbanda, esce fuori strada e ci sono tre morti. Anni dopo, Olmo esce di prigione, ha scontato la sua pena per il reato compiuto ed è deciso a cambiare vita, deve solo imparare a convivere con lo spettro della ragazza della bicicletta, lei lo tormenta parecchio, anzi gli parla proprio. Olmo prova a stare lontano dai guai, però alla fine ci ricasca e si mette a lavorare per Giorgione, un malvivente locale per il quale il protagonista trasporta borse dall’originale contenuto. Tutto fila liscio fino a quando Vivera ha un nuovo incidente sull’autostrada Milano-Genova. La ragazza in bicicletta non c’è, l’auto slitta comunque, esce fuori strada e il borsone trasportato scompare e Vivera, uscito (o meglio fuggito) dall’ospedale, dovrà ritrovarlo. Motivo? Non solo Giorgione lo minaccia e gli sta addosso e vuole quel benedetto borsone. In parallelo al delinquente ci stanno pure le forze dell’ordine, in particolare l’Ispettore Podenzana, che gli fanno pressione per ritrovare quella borsa. Ad aiutare Olmo nell’impresa ci saranno Mara, ex compagna, ora amica, cantante di jazz e Carlo, ex compagno di furti, zoppo. Giuseppe Chiara, torna a pubblicare con Todaro dopo l’esordio con L’apprendista becchino, e questa volta il protagonista è un uomo di mezza età in una narrazione che ha tutte le carte in regola per essere un thriller. Lo squattrinato rapinatore seriale protagonista è uno che perde il pelo, ma non il vizio. Olmo prova a smettere di guadagnarsi da vivere con traffici loschi, ma non ce la fa e torna sui suoi passi –deviati- ma suoi. Si trova a fare le cose di sempre, con la solita – concedetemelo- sfiga costante che gli crea intoppi su intoppi, impedendogli di portare a termine le sue imprese. Anzi, Vivera il ladro pasticcione si caccia nei guai, peggio di un bambino che ruba la marmellata. Tanto è vero che ad un certo punto ci si domanda se è Olmo a cercare i gli intoppi o se sono gli intoppi a rincorrerlo e ad acciuffarlo. Un po’ e un po’ mi verrebbe da dire, visto che il simpatico e imbranato Olmo Vivera è lì, sempre sul filo del rasoio e della legalità nel suo dire e nel suo fare. In Acqua alta nei caruggi, Giuseppe Chiara crea un storia dinamica, dell’alta suspense presente in ogni momento della narrazione, dove l’acqua (quella della pioggia e del mare) invade ogni caruggio di Genova e ogni pagina della storia, lasciando appiccicato addosso un senso di umidità costante.
azienza di Penelope è un libro che non si ha difficoltà a leggere, di circa 200 pagine ha il dono di essere una lettura scorrevole anche se un poco scontata. È la storia di una giovane Penelope moderna che rifiuta l’amore al quale preferisce la carriera, fino a quando non incontra Riccardo, un attore sposato, che le farà perdere letteralmente la testa, come tutte le grandi passioni sono in grado di fare. Virginia si troverà quindi a dover scegliere se restare legata ad un uomo inetto nel suo ruolo di marito e compagno o se darsi la possibilità di scegliere e di capire che “Il meglio deve ancora venire”. È la scelta che tutti dovremmo saper compiere tra un amore malato, insano ed irraggiungibile e noi stessi, pena la sopravvivenza; a chi non è capitato di struggersi inseguendo relazioni disastrose accompagnandoci alla persona sbagliata mentre quella giusta era chissà dove, forse, in compagnia di una altrettanto inadeguata? Attese vanificate, promesse calpestate, bugie sussurrate…l’amore non è affanno ma certezza, sicurezza, pace e forse la nostra Penelope lo capirà, getterà finalmente la sua tela e correrà incontro alla vita come tutte le donne sanno fare. A testa alta e con il sorriso, di chi sa rinascere più forte e intenso di prima.
























