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:: Intervista a Takashi Matsuoka a cura di Giulietta Iannone

19 marzo 2011

unnamedBuongiorno Mr Matsuoka. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Ci parli  un po’ di lei. Chi è Takashi Matsuoka? Forza e debolezza.

Sono nato a Tokyo  da genitori bilingue giapponesi-americani che lavoravano lì in quel momento. Mia madre era nata e cresciuta alle Hawaii. Mio padre era nato a San Francisco, ed educato a Tokyo. Si è laureato sia all’Università della California a Berkley e sia alla Nippon Daigaku di Tokyo. Suo padre gestiva una società di import-export, così la famiglia viveva in due paesi, mentre mio padre stava crescendo. Dato il background dei miei genitori, mi sembra del tutto naturale che sia cresciuto intensamente consapevole di entrambe le culture sia  americana che  giapponese e avendo percezioni e immagini distorte dell’una e dell’altra. I miei genitori mi hanno raccontato molte storie, e ho letto molti libri, tra storie sul Giappone e storie riguardanti le relazioni tra Giappone ed America, molto prima di studiarle poi  più tardi nella vita.

Ci racconti qualcosa del suo background, dei suoi studi, della sua infanzia.

Mi sono laureato presso la University of Hawaii con una tesi  in storia e sociologia, e presso la Fordham University Law School di New York. Prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, il mio lavoro principale  è stato come editor di una rivista di moto a Los Angeles durante il 1980. In quel periodo ho guidato moto in tutti gli Stati Uniti, poi in Canada, Giappone ed anche Europa. Attualmente non posseggo una moto, ma ho pensato di comprare sia una Triumph Street Triple che una Ducati Monster. Se ce la faccio ad averne una abbastanza presto, andrò a fare dei viaggi durante le pause dalla scrittura. Io vivo vicino a una bella strada tutta curve che corre lungo una scogliera sul mare. Nelle giornate limpide, riesco a vedere altre isole in lontananza. O almeno credo di poterlo fare, che per uno scrittore di narrativa è comunque una buona cosa.

Legge altri autori contemporanei? Quali sono i suoi preferiti?

Tra i miei scrittori preferiti contemporanei citerei Elmore Leonard, Larry McMurtry, Cormac McCarthy, e Martin Cruz Smith (non ho letto il suo “1941” perché gli eventi in esso contenuti si sovrapponevano con gli eventi di fondo del libro che stavo scrivendo in quel momento). Anche James Elroy prima mi piaceva molto, ma il suo lavoro più recente mi è piaciuto meno.

Lei è uno scrittore acclamato dalla critica. Ha ricevuto recensioni negative?

Sono sicuro di aver ricevuto recensioni negative, ma anche alcune buone. Il mio agente non mi invia mai notizie scoraggianti, quindi tendo a conoscere solo quelle buone. Le migliori recensioni (anche negative) sono quelle scritte dai lettori e pubblicate online o inviatemi tramite il mio editore. Sono sempre informato su quello che pensano i lettori dei miei libri , e alcuni dei loro commenti sono stati anche molto commoventi. E’ molto incoraggiante apprendere che sono riuscito a toccare il cuore di persone che forse non incontrerò mai di persona. Alcune delle recensioni più commoventi sono state da parte di lettori che hanno letto i miei libri tradotti in altre lingue (20 o giù di lì, se non ricordo male). Sono sempre molto grato ai traduttori. Se ci sarà  mai la vera pace e armonia nel mondo, sarà perché abbastanza di noi saranno diventati traduttori, nel cuore e nella mente, se non nel linguaggio. (Credo che questo sia sempre stato un tema di fondo persistente miei romanzi.)

Mi piacerebbe conoscere il suo processo di scrittura. Può descriverci una sua tipica giornata di lavoro?

Non ho un programma di scrittura. Quando sono ispirato, il processo di scrittura tende a scorrere a torrenti, a cascate come le onde della marea, e scrivo tutto durante questa fase, mangio e dormo quando posso. Quando non ho ispirazione, dormo molto, leggo molto, faccio nuotate e passeggiate sulla spiaggia. In genere riesco a fare una discreta quantità di esercizio fisico. Consiglio a tutti di fare esercizio fisico per tenere sotto controllo la frequenza cardiaca e l’ossigeno nel sangue. Passare tutto il proprio tempo seduti sul proprio culo non fa affatto bene o mi sbaglio?

Il tuo primo romanzo, molto apprezzato, è stato Nube di passeri. Vuole parlarcene? Quanto tempo ci ha messo a scriverlo?

Nube di passeri è nato in modo naturale e senza molto sforzo nel corso di un periodo di sei mesi. Stavo lavorando ad altro in quel momento. Una mattina, mi sono svegliato con l’inizio e la fine di Nube di passeri  di fronte a me, e ho realizzato che la storia in mezzo mancava solo di essere raccontata. Così ho fatto.

La profezia della dama Shikuza (Autumn Bridge) è il sequel? Potrebbe raccontarci la trama senza svelarci il finale?

La profezia della dama Shikuza è sia un sequel che un prequel di Nube di passeri. Si muove attraverso tanti secoli e poiché ci sono salti avanti e indietro nel tempo, alcune persone hanno avuto difficoltà a leggerlo. Altri si sono divertiti molto, il che è incoraggiante. Il personaggio chiave in La profezia della dama Shikuza è una giovane maga, Shizuka, che è la vera fondatrice del  Clan Okumichi, il clan da cui nascono gli eroi e le eroine giapponesi dei miei romanzi. (Gli americani nei miei racconti provengono da esperienze diverse.) Sono sempre stato affascinato dal rapporto e dalle contraddizioni insite nel fatto che tutti abbiamo (o sembriamo avere), sia il libero arbitrio che il destino predeterminato. La profezia della dama Shikuza è costruito tra queste contraddizioni.

Cosa sta leggendo in questo momento?

Ho sempre letto sia durante le pause che durante il lavoro, e sempre materiale che non fosse per niente, nemmeno lontanamente, vicino a quello che stavo scrivendo. Nel corso degli anni ho letto e riletto le recenti traduzioni in lingua inglese dell’ Iliade, l’Odissea, Beowulf, Anna Karenina, e L’idiota; ho anche riletto Orgoglio e Pregiudizio, e Sulla strada, due dei miei romanzi preferiti, e un sacco di gialli e di sci-fi, il mio libro preferito tra questi ultimi di Philip K. Dick  è Ubik , che probabilmente avrò letto una dozzina di volte nel corso degli anni. Leggo anche storie della guerra nel Pacifico e del periodo postbellico per i dettagli e la timeline. Ho appena finito di leggere di Don Winslow L’inverno di Frankie Machine, e di William Boyd Ordinary Thunderstorms, entrambi i quali mi sono piaciuti moltissimo.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai suoi libri?

L’Universal ha acquistato i diritti cinematografici di Nube di passeri prima che fosse pubblicato, e possono fare (o non fare)  un film in qualsiasi momento a loro scelta. Hanno pagato. Non ho alcun controllo su ciò che ne faranno. Spero sempre che lo facciano, naturalmente, perché verrei pagato di nuovo, e poi sono curioso di vedere come verrà gestita la cosa. Non è un libro facile da trasformare in un film. Non voglio sembrare troppo materialista al riguardo, ma uno scrittore professionista, che non sia preoccupato per il lato economico della scrittura non sarà uno scrittore professionista a lungo. Solo i dilettanti e i ricchi di famiglia possono ignorare le realtà economiche di pubblicazione. Finora, sono stato fortunato. Posso solo sperare che la mia fortuna continui.

Ha scritto solo romanzi o anche racconti?

Ho scritto solo due racconti in tutta la mia carriera, nessuno dei quali è mai stato pubblicato. Uno è uno sci-fi  ambientato in un in degenerato futuro (che a volte ora non sembra così lontano) e l’altro è un racconto su un  ballerino di tango mezzo delinquente di Buenos Aires. Ho presentato lo sci-fi anni fa una sola volta, e poi l’ho messo via. Solo gli amici hanno letto l’altro.

Infine l’inevitabile domanda. A cosa sta lavorando in questo momento?

Ho appena finito il mio terzo romanzo, ambientato nel primo anno e mezzo di occupazione americana in seguito alla sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, circa tra il settembre 1945 e il gennaio 1947. Come nei miei precedenti due romanzi, gli eventi chiave della storia ruotano attorno alle interazioni tra giapponesi ed americani. I personaggi centrali giapponesi sono un ex pilota di caccia, una figlia orfana di un maestro irezumi (tatuatore giapponese), un ex generale della polizia segreta imperiale, e la figlia di razza mista di una prostituta deceduta. Sul versante americano, ci sono un maggiore dell’esercito americano, un’ infermiera che è anche un tenente dell’esercito, e un sergente afro-americano. Il contesto è la lotta del personale dell’esercito statunitense per il controllo e il governo di questo paese, le relazioni tra persone così diverse la cui lingua e la cultura sono quasi un completo mistero l’uno per l’altro, e le lotte dei giapponesi per sopravvivere alle  brutali condizioni post-guerra e ricostruire le loro vite spezzate e il paese. Il personaggio centrale giapponese, è sicuramente il pilota ex-lottatore, ed è un discendente dell’eroe giapponese di Nube di passeri. Ho già cominciato a scrivere il prequel e sequel di questo romanzo. Aloha nui loa, Takashi Matsuoka.

:: Recensione di L’altare dell’Eden di James Rollins a cura di Giulietta Iannone

16 marzo 2011

L'altare dell'Eden di James RollinsPer gli amanti dei romanzi di avventura la scomparsa improvvisa di Michael Crichton è stata sicuramente una grave perdita o almeno lo è stata per me e quindi è stato naturale guardarmi intorno nel panorama letterario non proprio amplissimo del genere e un nome si è fatto strada forse più degli altri, quello di James Rollins. Un autore che è stato accostato anche a Clive Cussler, Wilbur Smith e Matthew Reilly ma a mio avviso più simile a Crichton tanto da essere sicuramente un suo degno erede sia per stile sia per quella sua tendenza a corredare le parti più di fantascienza con dati, tabelle, reali e scientificamente attendibili capaci di creare una realtà parallela a volte solo precorritrice dei tempi.
Forse inizialmente Rollins ha raggiunto una certa notorietà grazie all’adattamento letterario del film Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, ma in realtà è stato capace di creare decine di romanzi avventurosi pieni di quel mix tra esotico e fantastico che caratterizzano il suo stile condito da una punta di originalità che lo differenzia dai suoi colleghi magari anche più famosi pensiamo solo ad Amazzonia a mio avviso uno dei suoi libri migliori.
Il mese scorso la Casa Editrice Nord, che ha pubblicato di quest’autore già diversi titoli tra cui l’intera serie Sigma Force  La mappa di pietra, L’ordine del sole nero, Il marchio di giuda, La città sepolta, L’ultimo oracolo e La chiave dell’apocalisse ha pubblicato L’altare dell’Eden romanzo stand-alone che vede protagonisti un’ intrepida veterinaria Lorna Polk e un ruvido e  brusco agente della Border Patrol di New Orleans Jack Menard destinati a rincontrarsi dopo anni e ad unire le loro forze per seguire un’ indagine altamente pericolosa sulle tracce di una fantomatica organizzazione clandestina che attraverso la manipolazione genetica cerca di costruire l’arma perfetta.
Tutto ha inizio a Baghdad nei pressi dell’antica Babilonia, un giorno di aprile del 2003. Due ragazzini irakeni si aggirano tra le rovine dello zoo cittadino in cerca di cibo. Anche rubare un osso avanzato al pasto di un leone per farci un brodo è un modo per combattere la fame. Ma l’arrivo di alcuni uomini armati li spinge a nascondersi spaventati dietro un muretto di calcestruzzo e dalla loro postazione assistono ad uno strano ritrovamento.
Uno degli uomini emerge dai sotterranei sotto lo zoo, sede di un laboratorio segreto dove si testano armi biologiche, con una grossa valigia di metallo. Al suo interno una serie di uova bianche contenenti degli embrioni ancora vivi. Prima di riuscire a fare piazza pulita del laboratorio uno dei ragazzini viene scoperto e un attimo prima di venir ucciso una sagoma grossa e scura scivola fuori dal laboratorio e assale l’uomo armato che lo tiene sotto tiro. Una bestia terrificante, nei cui occhi feroci brilla una scaltra intelligenza umana, uno degli ultimi esemplari di un esperimento che mina a sovvertire le leggi del creato.
L’azione poi si sposta anni dopo negli Stati Uniti. Un vecchio peschereccio arenato sulla spiaggia viene rinvenuto nel delta del fiume Mississippi, una zona di confine nascondiglio ideale per contrabbandieri e trafficanti che approfittavano degli uragani per introdurre negli Stati Uniti droga, armi e anche esseri umani. Al suo interno gli unici superstiti: strani animali esotici deformi che soprattutto attirano l’attenzione perché sono dotati di una strana intelligenza decisamente superiore agli standard delle loro razze.
Jack Menard incaricato di seguire le indagini chiama immediatamente in aiuto la dottoressa Polk che subito intuisce che quelle anomalie non sono affatto naturali e che quegli animali non sono nient’altro che cavie di qualche azzardato esperimento genetico. Prima di essere riusciti a mettere in salvo tutti gli animali il peschereccio esplode portandosi con se la maggior parte dei suoi segreti. Alcuni esemplari riescono ad essere portati al Centro in cui la Polk lavora per accertamenti, ma uno degli animali un gigantesco giaguaro con i denti a sciabola geneticamente modificato è in libertà per le paludi intorno a  New Orleans e inizia a seminare vittime.
Jack e Lorna superando le loro personali incomprensioni si alleano e si mettono all’inseguimento del pericoloso animale. E’ l’inizio di un’ avventura entusiasmante tra colpi di scena, suspence, dubbi morali e raccapriccianti esperimenti scientifici. Rollins tratta temi di attualità con una competenza frutto del suo notevole bagaglio culturale e scientifico e del suo autentico amore per la natura e gli animali, ricordiamo per molti anni ha svolto con successo la professione di veterinario prima di dedicarsi alla scrittura. E’ piuttosto abile nel creare e innescare una crescente tensione narrativa che come negli antichi romanzi a puntate alla fine di ogni capitolo crea aspettative e curiosità.
La trama è ben strutturata, originale, logica, capace di rendere credibili anche gli aspetti più fantascientifici sempre tratti da spunti reali, e alla fine del libro dedica alcune pagine intitolate Verità e finzione in cui segnala la line di demarcazione tra questi due estremi. Un’ ottima qualità del romanzo è la capacità dell’autore di creare un’ ambientazione davvero realistica, mi è piaciuta molto la parte svolta nelle paludi della Louisiana descritte rispettando i vari ecosistemi, descrivendo la vera fauna e vegetazione che si trova in quei luoghi. Poi movimentate e  vivaci le scene di azione che si susseguono in tutta la narrazione rendendo la storia la trama ideale per un film d’azione. I personaggi sono realistici e caratterizzati efficacemente.
L’inevitabile love story tra i due protagonisti può apparire priva di originalità ma è davvero sfumata e più che altro atta a creare un ammorbidimento sulla tensione narrativa a volte creata anche con spunti spiccatamente horror. Se devo essere sincera un po’ di inquietudine a dire il vero me l’ ha messa questo romanzo e soprattutto mi ha fatto pensare a quanti laboratori clandestini esistono realmente dove si portano avanti esperimenti proibiti dalla legge e anche eseguiti su cavie umane, il pensiero agli esperimenti nazisti svolti dai vari dottor Mengele non può che fare capolino. Certo è un libro di intrattenimento ma ci sono anche alcuni spunti su cui riflettere. Sicuramente consigliato.

L’altare dell’Eden di James Rollins, Editrice Nord, Collana Narrativa Nord, Traduzione di Enrica Budetta, Titolo originale dell’opera  Altar of Eden, 2011, 440 pagine, rilegato, Prezzo di copertina Euro 19, 60.

:: Recensione di Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler a cura di Giulietta Iannone

15 marzo 2011

4Immaginatevi una città fantasma di quelle che costellano come chiazze polverose la desolante realtà della provincia americana. Una città che si sviluppa lungo un’unica via, un’ unica spina dorsale, la Main Street, costeggiata da negozi: la bottega del barbiere, l’emporio, la banca, l’ufficio dello sceriffo, la stazione dei pompieri. Edifici che sembrano i resti spettrali di un vecchio set cinematografico abbandonato dove si giravano vecchi western con il sottofondo lagnoso di qualche ballata country. Con un unico bar Skeeter ’s dove si facevano anche hamburger, un vecchio drive-in, il Tropicana, ormai dismesso e in avanzato stato di abbandono, un motel, una stazione di servizio Texaco, un trailer park che si riduce ad essere “uno scalcinato assembramento di una ventina di case mobili” e tanta campagna incolta, coltivata, adibita a pascolo, limitata da ranch.
Benvenuti nel profondo Oklahoma, e per la precisione a Coyote Crossing, uno sputo di paese in mezzo al più beato nulla. Già il nome è tutto un programma, un nome appiccicato da qualche pioniere forse in vena di scherzi per dare nuova vita ad un paese “nel buco del culo dell’Oklahoma” che prima che arrivasse la ferrovia forse “chiamavano Creek Qualcosa, con qualche parola indiana che significava spirito di scorpione sputato dall’inferno o giù di li”. A Coyote Crossing non succede mai nulla. La gente è tranquilla, non ci sono che bifolchi e camionisti, e a vigilare su tutti lo sceriffo Frank Kruger, un omone gigantesco, tenero come uno schiacciasassi che ha i suoi metodi per ricacciare i ragazzetti che arrivano in paese per ubriacarsi: due colpi di sfollagente assestati nei punti giusti, una notte in guardina e vedi che non ritornano.
Già ma una notte d’agosto un evento imprevisto darà il via ad un vertiginoso susseguirsi di morti ammazzati che vedrà al centro il vicesceriffo part-time Toby Sawyer, ancora un ragazzo in fondo, padre per caso, marito controvoglia, amante di una minorenne per noia,  il cui unico chiodo fisso è la musica e il rimpianto per la vecchia band con la quale aveva vissuto per una breve stagione il sogno di scollarsi da quel pantano.
Qualcuno ha pensato bene di crivellare di colpi il pick up di Luke Jordan, naturalmente con lui a bordo. Ora il cadavere di Luke inizia a decomporsi circondato dalle facce perplesse dello sceriffo e del suo vice part-time. Chi può essere stato a dare il via ad una sparatoria in piena regola nella via principale di Coyote Crossing? Il fatto grave è che Luke Jordan, il classico bullo di paese, belloccio e violento, sempre in jeans stinti, T-shirt senza maniche e stivali da cowboy in finta pelle fatti passare per pelle di serpente a sonagli, ha dei fratelli delinquenti come lui, coinvolti in ogni disonesto traffico nel giro di miglia. “Un intera famiglia assoldata dal diavolo per i suoi sporchi affari.” E questo significa che presto piomberanno in città a reclamare vendetta come nel più classico film western dei bei tempi andati, pensiamo solo a Mezzogiorno di fuoco o Sfida all’O.K. Corral.
Toby Sawyer anche se ancora inesperto non è proprio stupido e capisce all’istante che quando il cadavere di Luke scompare, e ironia della sorte proprio lui era stato incaricato di vigilarvi, beh qualcosa che non quadra deve esserci per forza. E che dire quando vede un suo collega Billy Banks complottare con una banda di chicanos gli stessi che l’hanno appena gonfiato come una zampogna per prendergli un paio di chiavi, per giunta quelle sbagliate.
E’ l’inizio di una notte allucinante e interminabile in cui si troverà a uccidere un collega a colpi d’ascia, a correre con in braccio il figlio di pochi mesi inseguito da un pioggia di proiettili, a entrare in una stanza di un motel con il muso di un camion, a saltare da una finestra di una casa in fiamme, a vedersela molto da vicino con un dobermann inferocito, a sfuggire alla vendetta dei fratelli Jordan seriamente intenzionati a ucciderlo credendolo il responsabile della morte di Luke, per una faccenda di corna che gli cade addosso come una tegola tra capo e collo, e infine come se non bastasse dovrà fare i conti con i veri responsabili di un traffico di clandestini.
Questo è in sintesi quello che succede in questo adrenalinico e scoppiettante western-noir moderno, ultima opera edita in Italia dell’ormai mitico e inimitabile Victor Gischler, per gli amanti del pulp noir una garanzia. Dopo la Gabbia delle scimmie, esordio spiccatamente hard boiled, Anche i poeti uccidono black comedy già recensita da noi su queste pagine e Black city. C’era una volta la fine del mondo, meglio conosciuto con il titolo originale Go-go girls of the apocalypse, ecco a voi dunque Notte di sangue a Coyote Crossing (Meridiano Zero).
La penna nera e intinta di veleno, molto alla Jim Thompson, di Gischler ci porta a confrontarci con un Toby Sawyer atipico antieroe, paladino di un’altra America violenta e nello stesso tempo irriverente, ancora capace di un’ostinata moralità, dove i buoni si contrappongono ai cattivi e ne escono pure vincenti. I personaggi sono sfaccettati e compositi, ognuno con i suoi tratti caratteristici anche i personaggi minori, specialmente quelli femminili, che magari compaiono in una o poche scene come la vecchia matriarca Antonia, nonna ultranovantenne dei terribili fratelli Jordan, la infelice e insoddisfatta Doris, moglie fedifraga del protagonista e madre degenere del piccolo Toby junior, un frugoletto rosa che non fa che dormire e che lei non esiterà ad abbandonare, l’indipendente e forte Molly, gothic girl minorenne della situazione, amante di Toby e decisa anche lei ad abbandonare Coyote Crossing per sfuggire a un patrigno ubriacone e violento.
Lo stile di Gischler cadenzato da un ironia e un humour nero a go go alterna particolari decisamente splatter, da non perdersi l’uccisione a colpi d’ascia, a parti più spiccatamente thriller. E poi la traduzione di Luca Conti è un fatto non trascurabile. Si legge alla velocità di un treno senza freni scagliato nella notte a tutta birra e sovrastato da un cielo nero come la pece chiazzato da stelle grandi come stelle di latta. Dal 26 marzo in tutte le librerie. Da non perdere.

Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler, Meridiano Zero, Collana Meridianonero, Traduzione dall’inglese di Luca Conti, Titolo originale dell’opera The deputy, 2011, 256 pagine, Prezzo di copertina Euro 14, 00.

:: Recensione di Divieto di soggiorno di André Héléna a cura di Giulietta Iannone

10 marzo 2011

1Cinematograficamente parlando André Héléna non fu quasi per nulla fortunato. Il suo amore per il cinema nato in un primo tempo dalle sue collaborazioni con la radio non fu ricambiato nonostante i suoi vani tentativi portati avanti quasi con disperata ostinazione. Non che non ci furono progetti cinematografici, anzi anche il grande Jean-Pierre Melville si interessò e progettò di girare alcuni film dalle sceneggiature che André Héléna avrebbe scritto tratte dalle sue opere ma per motivi oscuri, presumo per motivi di budget, ma non escludo anche divergenze artistiche tra il regista e Héléna,  tutto si impantanò e lo stesso avvenne con il meno famoso Jean Rollin.
Addirittura ci fu un adattamento del suo romanzo più famoso Il sapore del sangue di Marcel Blistène che rimase però unicamente sulla carta anche se erano arrivati a scritturare già il cast che comprendeva attori di prima grandezza come Alain Bouvette e Armand Mestral.
Unica eccezione fu Interdit de sejour di Maurice De Canonge uscito a Parigi il 26 gennaio del 1955 e in Italia con il titolo Aggressione Armata di cui André Héléna scrisse il soggetto e la sceneggiatura assieme a Simone Sauvage in collaborazione con il dialoghista Andrè Tabet. Non tutto andò liscio comunque e infatti la sceneggiatura originale fu rimaneggiata e adattata da Albert Simonin e Jean Rossignol che si occuparono di renderla più politicamente corretta e meno dura, per esempio il personaggio di Suzy che nella sceneggiatura originale era un prostituta venne promossa ad entraineuse, il linguaggio venne depurato.
Questa limitazione della sua libertà artistica fu accettata da André Héléna con una certa insofferenza ma non avendo scelta, viste anche le precedenti fallimentari esperienze, non si oppose più di tanto anche se l’anno seguente sempre con la collaborazione di Simone Sauvage, pubblicò la versione letteraria di Interdit de sejour e riprese molti elementi della sceneggiatura originale con alcune sostanziali modificazioni che resero la storia “indurita” e “incupita” come scrive Michel Marmin nella prefazione dell’edizione francese Laceranti istanti di felicità nella notte del destino che appare come postfazione nella versione italiana Divieto di soggiorno pubblicata nel maggio del 2010 da Aisara e tradotta da Barbara Anzivino.
La trama resta per lo più identica e incentrata su alcuni temi cardine come la polemica contro i metodi assai discutibili che la polizia utilizzava per combattere il crimine, il divieto di soggiorno, e il ruolo degli informatori che in un certo senso ne è conseguenza. E’ forse il romanzo più tragico e romantico di Héléna. Si narra infatti la storia di due giovani amanti parigini Simon Langlois e Suzy il cui amore sfortunato si scontra e inevitabilmente viene sconfitto dal Destino e dalle perverse leggi fatte di sopraffazione e violenza che regolano sia gli ambienti della Malavita che della polizia incaricata di perseguirla.
Simon e Suzy, che in maniera paradossale Héléna porta il lettore ad invidiare per la loro capacità di essere felici non ostante tutte le condizioni siano avverse, in fondo sono due anime semplici, hanno aspirazioni modeste, sognano un piccolo paradiso borghese, una guinguette in riva alla Marna, con una spiaggia davanti alla porta, una casa ammobiliata con sei stanze da affittare.
Il tema dell’innocente ingiustamente accusato e perseguitato dalla polizia viene portato alle estreme conseguenze e amplificato e reso più crudele dalla presenza costante di una felicità irraggiungibile che scintilla e quasi la si tocca, ma sempre sfugge.
Mentre il personaggio di Suzy, dolce, generosa, romantica, tenera, un po’ patetica conserva una certa immutabilità e mi ha ricordato il personaggio di Irma la douce (piece francese in due atti di Alexandre Breffort del 1956 praticamente lo stesso anno e ripresa poi nel 1963 da Billy Wilder non come musical ma come film con Shirley MacLaine come protagonista), quello di Simon si evolve durante la narrazione. Iniziamo infatti a conoscere un giovane timido, ansioso, sincero, innocente, ingenuamente innamorato di una donna che non sa essere una prostituta, con il suo onesto lavoro di incastonare in un laboratorio di orefice, orgoglioso dei suoi settanta bigliettoni al mese, cifra ridicola agli occhi di Paulo il corso, il delinquente, l’assassino, il tentatore che ha già in mente come utilizzare il giovane per uno dei suoi colpi.
Naturalmente il colpo va male e Simon viene coinvolto mentre inutilmente cerca di dimostrare la sua innocenza. E’ l’inizio della sua discesa all’inferno, forse veramente iniziata quando qualcosa era morto in lui nell’attimo che aveva scoperto quale fosse in realtà il mestiere della sua amata.
Da questi punti cardine la discesa è inevitabile, Simon perde la sua innocenza e si trasforma volente o nolente in un delinquente anche non essendolo e per lo più in un infame informatore, dopo il ricatto del commissario Chenier che del personaggio probo e difensore della legge conserva solo le spoglie.
L’epilogo tragico non può che essere un’inevitabile conseguenza. Sullo sfondo la Parigi dei bistrot, dei caffè, degli alberghi dimessi e nello stesso tempo dignitosi, descritta con lampi folgoranti e poetici nelle sue varie stagioni, nelle luci notturne e malinconiche, sotto la pioggia e sotto il sole.

André Héléna (Narbona, 8 aprile 1919 – Leucate, 18 novembre 1972) è stato uno scrittore francese. Nacque a Narbonne, nel sud della Francia, nel 1919. Nel 1944, a soli diciassette anni, pubblicò la sua prima raccolta di poesie intitolata Le Bouclier d’or e fondò la rivista di poesia «Le Poterne», ma a causa di alcune illegalità nella vendita degli abbonamenti finì in carcere. I sei mesi di reclusione saranno propizi per la stesura del suo primo romanzo, Les flics ont toujours raison, pubblicato nel 1949. Héléna scrisse poi undici romanzi nel 1952, diciotto nel 1953, dieci ancora nel 1954. In totale, in trent’anni di carriera, Héléna scrisse duecento romanzi. Tra questi si ricordano soprattutto Le goût du sang (1953) e Les clients du Central Hôtel (1960) che gli valsero i maggiori riconoscimenti. Nel 1955 dal suo Interdit de séjour viene tratto un film per il cinema diretto da Maurice de Canonge. Dimenticato dai contemporanei, Héléna morì nel 1972. (Fonte wikipedia).

:: Recensione di Il festival dei cadaveri di André Héléna a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2011

imagesAndré Héléna, scrittore francese maudit e precursore di quel particolare genere di noir con venature esistenzialiste che più francese di così non si può, (a lungo sottovalutato dalla critica a lui  contemporanea per le più svariate ragioni, non ultima delle quali una certa eccessiva disincronia che non ne faceva un uomo del suo tempo ma lo proiettava nel futuro), sta vivendo una stagione di grande riscoperta, (anche se in patria, dopo un periodo di riedizioni, mostre, studi e retrospettive, un po’ è ricaduto nel dimenticatoio), almeno in Italia dove l’interesse continua grazie prima a Fanucci e poi all’editore cagliaritano Aisara, e soprattutto al lavoro accurato e filologicamente ineccepibile, per non dire appassionato, dei suoi traduttori.
In Il Festival dei cadaveri, (titolo originale Le festival des macchabées Editions Armand Fleury 1951), torna Maurice Debar, già protagonista di Vita dura per le canaglie, sempre tradotto da Giovanni Zucca, e recensito per noi da Stefano Di Marino e ci riporta nella Francia occupata della Seconda Guerra Mondiale.
Maurice questa volta veste i panni di un improbabile agente segreto per caso con l’incarico di trovare certi progetti di fortificazioni tedesche. Insieme al suo amico catalano Bams, tipaccio poco raccomandabile esperto nell’uso del coltello, viaggiano in treno da Lione a Parigi tentando di sfuggire ai nazisti.
Dopo una serie di pericolose avventure, che li portano a sfuggire per un pelo al plotone di esecuzione, riescono a raggiungere la base tedesca. Con uno stratagemma si infiltrano trai nemici facendosi assumere come operai, ma purtroppo incontrano una vecchia conoscenza di Parigi. Un certo Bolduc che già prima della guerra faceva l’informatore e adesso minaccia di consegnarli ai tedeschi. Ad un passo dalla fine compare Consuelo, un’amica di Maurice, che li aiuta a fotografare i piani ma dopo li deruba e Maurice è costretto ad ucciderla.
Un anno dopo senza il becco di un quattrino i due amici si trovano a Parigi. In un bistrot incontrano colui che aveva dato loro gli incarichi precedenti. Ma  Bodager viene ucciso portandosi con se i loro segreti e così con lui muore anche il loro passato. Finalmente liberi possono riprendere il loro posto in una società in rovina, ora che c’è la pace, e liquidano sconsolatamente il resto con la frase: “Alla fine avevamo fatto un anno di guerra in più degli altri”.
Il festival dei cadaveri  ambientato all’epoca dell’occupazione tedesca della Francia, come il più famoso Il gusto del sangue, o l’appunto già citato Vita dura per le canaglie di cui è il seguito, è un noir classico di quelli capaci di scavare abissi nell’anima e nelle coscienze. André Héléna, dotato di un talento discontinuo che gli fa scrivere opere anche mediocri, se pensiamo solo alla sua produzione pornografica capiamo bene che era uno scrittore tutt’altro che snob, quando è in stato di grazia è in grado al contrario di produrre capolavori difficilmente imitabili e degni di una letteratura alta che non lo fa sfigurare assieme e nomi come Celine o Sartre.
La guerra, l’occupazione nazista, il collaborazionismo, la resistenza sono argomenti che  André Héléna contestualizza sullo sfondo per riproporre il dramma e la tragedia dell’ esistenza umana in cui tutti siamo eroi e perdenti, vincitori e vinti. Maurice Debar ha poco del paladino a dire il vero, è capace di uccidere con apparente estrema facilità anche la donna che dovrebbe essere l’amore della sua vita, o una delle tante. Certo è anche capace di gesti coraggiosi, come quando si espone per salvare una donna dalla violenza di tre soldati tedeschi, ma sono appunto scintille, atti isolati di rivolta contro la violenza generalizzata di cui anche lui stesso è strumento.
Il rapporto di amicizia con Bams tradisce la correità tra complici perché infondo Maurice Debar è un gangster, un assassino, fortunato quanto volete ma pur sempre capace di vendere la sua innocenza in cambio di un bicchiere di pastis o quando non ce ne é anche il cognac va bene. Dell’eroe romantico però conserva una certa freschezza, una certa sfrontatezza e spavalderia e un malinconico ottimismo, una fiducia quasi immotivata nel futuro, capace di fargli dire che infondo la vita è bella anche per le piccole cose come camminare sotto la pioggia in primavera fianco a fianco al suo amico diretto infondo da nessuna parte.
Da non perdere la prefazione In difesa del romanzo noir di André Héléna in cui con stile graffiante e caustico umorismo scrive la più autentica e combattiva dichiarazione d’amore verso il noir che abbia mai letto. Data prevista di uscita 24 Marzo 2011.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

:: Intervista con Alessandro Bertante a cura di Giulietta Iannone

5 marzo 2011

Nina dei lupiGrazie Alessandro di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Sei nato nel 1969 ad Alessandria, laureato in Lettere, scrittore, vivi e lavori a Milano. Insegni al NABA e sei condirettore artistico del festival letterario Officina Italia. Raccontati ai nostri lettori. Punti di forza e di debolezza. Chi è Alessandro Bertante?

Sono uno scrittore, attualmente è la mia principale occupazione. Uno scrittore che ricerca i significati originali, gli archetipi di cosa ci ha fatto occidentali. Proprio per questa ricerca leggo numerosi testi antropologici.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quali sono i tuoi maestri letterari?

Per lo più durante il periodo universitario, infatti ho studiato Lettere. Ho iniziato a scrivere intorno ai 22 e 23 anni. Prima ero troppo occupato a fare il teppista. Non scherzo. Il mio apprendistato è stato lento. Sono stato inizialmente influenzato dai classici principalmente da Dostoevsky e da Marguerite Yourcenar. Poi in un secondo tempo anche da Irvine Welsh e James Ellroy.

Hai esordito nel 2000 con il romanzo Malavida un romanzo di formazione fortemente autobiografico. Che effetto ti fa ripensare alla tua prima giovinezza, al tuo bagaglio underground? Sei molto cambiato da allora?

Spero di essere maturato. Il carattere in fondo non cambia. Sono diciamo lo stesso di allora. Se ci pensiamo bene non si può che peggiorare. Degli anni 90 ricordo che erano anni vacui e superficiali. Ricordo le facce degli amici, questo sì e i centri sociali milanesi. Dall’89 al 94 la mia generazione ha vissuto un’ occasione sprecata. Quello che siamo adesso in fondo è stato generato da quello che eravamo negli anni 80.

Nel 2008 hai pubblicato per Marsilio il romanzo Al Diavul. Un romanzo storico segnato da un forte impegno politico. Il protagonista Errico Nebbiascura soprannominato al Diavul assiste all’affermarsi del Fascismo in Italia con la presa del potere di Mussolini e partecipa alla Rivoluzione spagnola del ’36. Il passato e il presente si sovrappongono. Cosa ha di contemporaneo il personaggio di Errico?

Molti hanno notato quanto Al Diavul sia un romanzo di formazione e ciò è avvenuto per lo più inconsciamente. Il senso di isolamento, di estraneità, l’esclusione dei giovani dal processo produttivo, sono gli stessi dei giovani di oggi. Ricordiamolo il protagonista Errico Nebbiascura visse i suoi anni di formazione negli anni Venti ma c’è una forte correlazione con la contemporaneità. Al Diavul racchiude una forte metafora delle contraddizioni odierne. Anche il clima della Guerra civile spagnola è molto contemporaneo.

A febbraio sempre per Marsilio è uscito Nina dei lupi in cui pur mantenendo la struttura del romanzo di formazione tipica dei tuoi romanzi precedenti assistiamo ad un superamento della dimensione storica e se vogliamo un ritorno ai miti ancestrali legati alla Natura. Parlami della sua genesi. Da che visioni, suggestioni, ricordi è nato?

Tutto è nato da un ricordo, da un’ immagine che ho sempre avuto in mente, quella di un uomo con due lupi sopravvissuto dopo una catastrofe. Un’ immagine nata probabilmente dalle mie letture o da il ricordo di qualche film visto. Anche Piedimulo, il paese incastonato nelle montagne dove è ambientato il romanzo, nasce dal ricordo di un borgo che esiste veramente, che non dirò. Quando ci sono stato ho visto un’ unica strada che lo collegava al resto del mondo, una galleria che se fosse stata chiusa avrebbe preservato il borgo come un paradiso perduto. Non ultimo il personaggio di Nina mi è stato ispirato dalla lettura di La strada di Cormac McCarthy, e dal rapporto tra l’adulto e il bambino, anche se nel mio romanzo non descrivo un rapporto tra padre e figlio.

Alessio e Nina vivono una storia d’amore. Il grande divario di età non ti ha creato problemi? Nina è solo una ragazzina di 13 14 anni mentre Alessio è un uomo maturo.

No, tutto avviene in modo molto naturale. Crescere in un borgo di montagna, ricordiamolo Nina vive un rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta con il compimento di 14 anni, non è come crescere in una metropoli odierna. Il tempo è molto più dilatato. Una anno trascorso in quell’isolamento, a contatto con la Natura, le permette di acquisire una grande maturità.

Può essere definito un romanzo post-apocalittico in cui descrivi il mondo dopo la fine della civiltà Occidentale capitalistica e consumistica. Tutto inizia con la crisi economica, la recessione, la crisi finanziaria, la disoccupazione. Non è uno scenario tanto improbabile. Non ti senti un po’ profeta?

Diciamo che questo scenario nel romanzo è solo abbozzato, non ho voluto descriverlo nei particolari. Mi piaceva descrivere la Sciagura come una minaccia mitologica. La società italiana vive uno stato di disgregazione del tessuto etico e civile tale che non è tanto assurdo immaginare una deriva simile. Non c’è solidarietà. Non stento a credere che se vivessimo una crisi di stampo argentino ci troveremmo davvero a scannarci in piazza.

In una recente intervista accenni che ti sei ispirato ad alcuni testi di antropologia culturale e alla mitologia dell’arco alpino. Ci vuoi parlarci di queste influenze?

Tutto l’arco alpino, come forse sai, conserva una memoria archetipa molto antica che trae le sue origini dal neolitico e dalla memoria celtica, romana e poi cristiana. Fino agli anni 50 c’era una forte coscienza e consapevolezza di questa ritualità. Poi dopo si è un po’ persa. Io ho cercato di riscoprire questa memoria.

Nina dei lupi è anche un romanzo fortemente poetico e per ottenere questo utilizzi un linguaggio evocativo, ricco di simboli, metafore tratte dalla Natura . E’ un effetto voluto o un’evoluzione naturale della tua scrittura verso un realismo magico tipico di alcune opere di Buzzati come Barnabò delle montagne, Il segreto del bosco vecchio?

Spero di essere molto più crudo di Buzzati, autore a cui non mi sono ispirato particolarmente. Comunque è vero c’è una forte componete di realismo magico nella mia scrittura che sarà ancora più marcata nel mio prossimo romanzo. Molti momenti lirici sono presi pari passo dalla tradizione bardica per lo più trasmessa oralmente. Un testo soprattutto ho utilizzato, La battaglia degli alberi attribuito al poeta antico di lingua gallese Taliesin.

Nina dei lupi può essere definita una fiaba moderna con un messaggio ecologista e pacifista?

Sì, all’interno della brutale violenza che descrivo c’è un messaggio pacifista. Direi proprio di sì.

Il personaggio di Alessio Slaviero incarna il ruolo dell’eroe leggendario, del salvatore, del Fondatore di una nuova civiltà. A chi ti sei ispirato per crearlo?

Più che ad una persona precisa mi sono ispirato agli eroi che si sacrificano per gli altri. Alessio Slaviero è l’ultimo degli eroi guerrieri delle pianure. Dopo di lui si istaurerà un contesto matriarcale.

Il personaggio di Nina, a mio avviso bellissimo, giovane sposa del Fondatore, si contende con il personaggio di Diana l’archetipo femminile della Grande Madre, principio di vita e detentrice di poteri magici come la capacità di parlare con le bestie della montagna o guarire con le erbe, con le mani, con misteriose parole, capace di esorcizzare gli spiriti nefasti. Già Marisol incarnava una femminilità mitica, spirituale, eroica. Definiscimi il ruolo della donna nelle tue opere.

Mi è stato detto che il personaggio di Marisol fosse troppo stilizzato, ma è stato fortemente voluto, rappresentava una femminilità eterea per caratterizzare la svolta alla pazzia del personaggio di Errico Nebbiascura come nell’ Orlando furioso dell’Ariosto. In Nina dei lupi più che Nina è Diana il personaggio chiave della narrazione, la vera chiave di volta. Nina è il mito, Diana è la concretezza.

Ci sono progetti cinematografici tratti dal Nina dei lupi? Se avessi la possibilità di scegliere regista e cast chi sceglieresti, a chi affideresti il ruolo di Alessio e Nina?

Non ci ho mai davvero pensato. Affiderei il ruolo di Diana a Charlotte Rampling, la immagino con un collo molto lungo, o a Francesca Inaudi, ma un’Inaudi molto più dura. Per impersonare Alessio vedrei bene un uomo molto possente. Per Nina, non ho proprio idea, attrici quattordicenni non me ne vengono in mente. Per i registi mi piace molto l’autore di Gomorra, Matteo Garrone.

Grazie della disponibilità Alessandro, come ultima domanda ti chiedo se puoi anticiparci qualcosa sui tuoi progetti futuri non solo letterari.

Progetti ne ho tanti ma sono tutti ancora piuttosto vaghi. Di certo c’è il mio nuovo romanzo, potente, metropolitano questa volta.

:: Recensione di Nina dei lupi di Alessandro Bertante a cura di Giulietta Iannone

4 marzo 2011

Nina dei lupi di Alessandro Bertante

Nina dei lupi (Marsilio) dopo Malavida e Al Diavul  riporta Alessandro Bertante al romanzo con una storia intensa e visionaria in cui il valore simbolico trascende il classico realismo per trasportare il lettore in una dimensione mitologica e leggendaria. Nina dei lupi  è un canto magico, evocativo come una fiaba, e non a caso della fiaba ha la struttura morfologica e mi ha portato a riscoprire le Fiabe italiane di Calvino vera raccolta della tradizione popolare in cui l’autore ha tratto spunto dalla storia del folklore. Come ogni fiaba ha un cuore oscuro in cui si mostra quanto gli archetipi psicanalitici siano potenti e misteriosi e quanto il male e la paura, anche se esorcizzati, siano l’origine di tutto l’immaginario fantastico di fiabe come quelle di  Andersen, dei fratelli Grimm o di Perrault. Nina dei lupi attinge a piene mani da questo immaginario e narra l’ eterna lotta tra Bene e Male in cui la figura dell’eroe emerge con connotazioni epiche e direi anche fantastiche anche se sono il suo coraggio e la sua forza morale, più che reali poteri magici, a fare la differenza. E’ una fiaba ecologista se vogliamo, la Natura spiccatamente simbolica assume un ruolo quasi sacro e funge da catalizzatore per tutta la narrazione e costruire un futuro in cui l’uomo possa vivere in armonia con essa diventa l’unico imperativo morale lasciate per  strada come carcasse inutilizzate tutte le religioni rivelate o i credi laici dell’Occidente. Oltre a riti ancestrali, e a legami profondi con la Natura contiene anche un messaggio pacifista e antiviolento che ribalta la visione egoistica e individualista di un capitalismo accaparratore che trasforma i beni materiali in divinità pagane di un culto materialistico e predatorio. Tutto ha inizio con una generalizzata crisi economica che fa sprofondare il mondo Occidentale nella barbarie. La recessione, la crisi finanziaria, il conseguente fallimento delle banche porta ad un cataclismatico punto di rottura e di non ritorno in cui l’esercito spara sulla folla inferocita e le metropoli si trasformano in campi di battaglia dove il cielo con le sue striature argentate, rosse, violette, nere, diventa testimone dell’esplosione della violenza più cieca e più devastante. Malattie senza nome si abbattono come piaghe bibliche in un apocalittico tripudio di mali e la fine del mondo Occidentale tralascia dei sopravvissuti che si dividono tra bande di predatori e di predati. In questo scenario da tregenda Nina, una bambina ormai proiettata nella sua dimensione di donna, scampata all’insana follia collettiva e alla ferocia vive con i nonni Marta e Alfredo e ad altri sopravvissuti  a Piedimulo,  un piccolo borgo ai piedi della montagna e della foresta dei lupi, isolato grazie ad una frana che ha interrotto ogni via di comunicazione con il mondo esterno. Ma l’isolamento e la salvezza non durano a lungo, un giorno maledetto una banda di predatori guidati da Fosco, un agente immobiliare prima della sciagura, irrompe nel villaggio e massacra senza pietà gli abitanti solo Nina e pochi altri vengono risparmiati. Nina fugge e viene raccolta da Alessio Slaviero l’ uomo solitario che vive oltre il torrente in compagnia di una coppia di lupi, l’eroe che come in ogni leggenda incarna in sé il riscatto e la liberazione. Nina si trasforma da fragile bambina spaventata in eroina-madre leggendaria fondatrice di una nuova generazione e la sua storia diventa mito.

Alessandro Bertante (Alessandria, 1969), narratore e saggista, vive a Milano. Fra i suoi romanzi ricordiamo Al Diavul (Marsilio, 2008), vincitore del Premio Chianti, Estate crudele(Rizzoli, 2013), vincitore del Premio Margherita Hack, Gli ultimi ragazzi del secolo (Giunti, 2016), Premio Campiello – Selezione Giuria dei Letterati, e Pietra nera (nottetempo, 2019) e Nina dei lupi (Marsilio, 2011; nottetempo 2019). Insegna alla Nuova Accademia di Belle Arti e alla IULM di Milano.

:: Recensione di I promessi morsi. Storia gotica milanese del secolo XVII di Anonimo lombardo (Rizzoli 2011) a cura di Giulietta Iannone

27 febbraio 2011

imagesVi dicono niente un certo ramo del lago di Como, un prete fifone che per non mettersi nei guai con un signorotto del luogo si rifiuta di celebrare un matrimonio, un frate cappuccino coraggioso e dal passato controverso, un nobile scellerato che dopo una vita di crimini e assassini si converte e inizia a camminare sulla retta via, due giovani che si amano e fanno di tutto per sposarsi superando rapimenti, risse d’osteria, sommosse popolari, la Peste?
Sicuramente avrete capito che sto parlando dei Promessi sposi, capolavoro ottocentesco di Alessandro Manzoni, che gli studenti italiani conoscono fin troppo bene essendo stato una specie di icona indistruttibile al centro dei programmi di studi almeno ai tempi in cui andavo a scuola io, ma non credo che le cose siano molto cambiate oggi.
Bene, un irriverente anonimo scrittore, che per la cronaca si firma Anonimo Lombardo, e qua già si scatenerà il toto scommesse per sapere chi è, ha avuto la divertente idea di riscrivere il succitato tomo in chiave horror con tanto di vampiri, licantropi, streghe, zombi, paletti di frassino, cacciatori di non morti e tutto il vasto corollario del genere condito da una sottile ironia dissacrante e uno spiccato gusto per il paradosso.
Diciamolo subito paura non fa, e qui mi rivolgo ai cultori del genere horror abituati ad opere ben più truculente e efferate, ma ci si diverte questo sì. La storia è fedelmente riportata con una perizia da un vero conoscitore del testo manzoniano cosa che mi fa supporre che l’autore o l’autrice (mi è venuto il dubbio anche che sia una donna per un certo spiccato femminismo nel delineare il personaggio di Lucia) abbiano approfondite conoscenze letterarie.
Avendo studiato l’originale con certosina dedizione ai miei tempi, è divertente riconoscere i brani autentici da quelli inventati. Di colpi di scena non ce ne sono, la storia scorre consueta, rivisitata sì da licenze letterarie bizzarre e ingegnose, ma molto fedele al testo manzoniano. Il finale è scontato ma non ostante questo è decisamente originale l’approccio narrativo, la capacità di cimentarsi e confrontarsi con un mostro sacro come Manzoni senza uscirne inevitabilmente sconfitti.
Con un pizzico di faccia tosta mi sono divertita a porre I promessi morsi accanto ai Promessi Sposi nella mia personale libreria  e permettetemi una previsione: il nome dell’autore non rimarrà nascosto per molto.

:: Recensione di Il correttore di Ricardo Menéndez Salmòn (Marcos Y Marcos 2011) a cura di Giulietta Iannone

23 febbraio 2011

Il correttoreViviamo in un tempo incerto, traditore, segnato da stigmate infuocate, in cui la paura cola come olio bollente e scardina certezze, dogmi fondamentali e imprescindibili facendo sembrare le nostre discussioni vani balbettii di neonati, farneticanti elucubrazioni più che altro rumore sulla fossa di brusio sconnesso che ci sovrasta.
Viviamo in un tempo segnato da una macabra parola che affolla le pagine dei giornali, i servizi del telegiornale, le discussioni dal barbiere, i temi degli alunni di scuole più o meno progressiste: terrorismo.
Direte voi è troppo presto parlarne obbiettivamente, siamo troppo coinvolti, colpevoli con la nostra gretta indifferenza mascherata da buon senso.
In Spagna una voce fuori dal coro ci ha provato, uno scrittore della generazione dei giovani, forte dei suoi 40 anni appena compiuti, osannato dalla critica come uno degli autori più significativi della Spagna contemporanea, Ricardo Menéndez Salmòn, stilando una specie di cronaca ha conchiuso la narrazione in un unico giorno l’ 11 marzo 2004, data simbolo dell’orrore, tragico giovedì di passione testimone del più grave attentato nella storia della Spagna quando il cuore di Madrid fu violato e tre giorni prima delle elezioni, dieci zaini riempiti con esplosivo furono fatti esplodere in quattro stazioni quella di Atocha, di  El Pozo del Tío Raimundo, di Santa Eugenia e nei pressi di via Téllez.
Il protagonista, testimone, giudice, vittima inerme e illesa che racconta i fatti in prima persona è Vladimir, o meglio Vlad, un correttore di bozze che si appresta a terminare la revisione dei Demoni di Feodor Dostoevskij seduto al suo vecchio tavolo di frassino australiano, al sicuro tra i suoi libri e i suoi affetti, i genitori, gli amici, la moglie Zoe che dorme nella stanza accanto.
Lui che quasi tradendo la sua vocazione di narratore ora si guadagna da vivere facendo il correttore di bozze, professione sorellastra e matrigna della letteratura così detta alta.
Lui che

a volte soffre le sue pene a leggere la grande quantità di schifezze che la gente scrive e prova la tentazione di correggere non solo gli errori di ortografia e glia attentati grammaticali cosa per cui lo pagano ma anche di rafforzare una descrizione con l’aggettivo giusto o elevare il tono di un dialogo con una risposta sensata, ma in linea di massima si limita a passare in punta di piedi sui disastri altrui

si trova ora catapultato nel tragico dominio della rabbia e della paura.
Una telefonata, una sola telefonata del suo editore e amico Uribesalgo lo scaglia nell’orrore, nell’assurdità che condisce una vita già senza senso, per non parlare della morte, atroce punizione per chissà quali colpe, chissà quali nefandezze. La faccia oscura del potere, la manipolazione della verità, il meccanismo diabolico di disinformazione del governo si mette subito all’opera e sparge il suo veleno confondendo le menti porgendo verità di comodo preconfezionate come le frattaglie incellophanete al supermercato.
È l’Eta ad aver compiuto le stragi, come al solito, state calmi è tutto sottocontrollo. Ma già qualcuno si dissocia, le prime crepe tendono a far implodere il vaso di Pandora e il terrorismo arabo emerge con il suo Corano insanguinato, con la sua guerra santa contro gli stati crociati alleati degli Stati Uniti.
Ricardo Menendez Salmon evita le soluzioni di comodo, critica aspramente il potere facendo di questa cronaca un pamphlet fortemente politico, un JAccuse di zoliana memoria che non risparmia ipersonaggi della vita politica spagnola come Arnaldo Otegi, Juan Jose Ibarretxe, Angel Acebese José María Aznar, e per quest’ultimo ha le parole più caustiche, velenose, rabbiose per

quel fanatico dei vegueros cubani, il lettore di Josep Pla, il fantoccio che nelle ore più tristi della Spagna promette un mondo migliore, più giusto, libero , sicuro. Un cadavere che prendeva congedo dal mondo dei vivi. A pochi uomini è concesso lo straordinario privilegio di parlare da morti. A Jose Maria Aznar Lopez durante quei tremendi giorni di marzo questa sorte toccò in più occasioni.

Il ruolo della letteratura, il potere salvifico dell’amore, vengono a lenire come un balsamo le piaghe aperte di una società in cancrena e quasi si tende a scorticare l’anima, a farla sanguinare pur di catturare un briciolo di verità, un barlume di speranza.
La scrittura di Ricardo Menendez Salmon è continuamente impreziosita da metafore, allegorie, parabole, paragoni, immagini simboliche, l’uso stilistico degli aggettivi è notevole, ogni parola ha una sua funzione, una sua gradazione, l’utilizza come un pittore utilizza i suoi colori, sempre appropriatamente e in questo la traduzione dallo spagnolo di Claudia Tarolo ha senz’altro un ruolo fondamentale nel giocare con le sfumature.
Davvero notevole, era da molto che non leggevo un testo scritto con tale bravura e limpidezza.

Ricardo Menéndez Salmón è nato a Gijón nel 1971.
Autore di profonda cultura europea e fortissima impronta personale, esce dai confini del paese di origine e si afferma anche in Germania, Francia, Portogallo e Italia come una delle figure più innovative e promettenti della letteratura contemporanea. Conclusa la trilogia sul Male (L’offesa, il Male storico; Derrumbe, il Male della paura; Il correttore, il Male della menzogna), ha raccontato la forza rivoluzionaria dell’arte e della bellezza in La luce è più antica dell’amore. Questo romanzo, celebratissimo in Spagna e in corso di traduzione in varie lingue, offre pagine di straordinario talento narrativo.
I romanzi e i racconti di Ricardo Menéndez Salmón hanno conquistato più di quaranta premi; I cavalli blu, l’ultimo racconto della raccolta Gridare, ha vinto il Premio Juan Rulfo, uno dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali riservati alla letteratura in lingua spagnola. Nel 2015 Marcos y Marcos ha pubblicato anche Bambini nel tempo.

:: Lezioni di tenebra, terza indagine di Les Italiens di Enrico Pandiani autore di culto del noir alla francese

21 febbraio 2011

Lezioni di tenebra

Torna la squadra di poliziotti della Brigata Criminale parigina, quasi tutti di origine italiana, tranne qualche corso e alsaziano, capeggiata dal bizzoso commissario Jean Pierre Mordenti, nata dalla penna al vetriolo del torinesissimo Enrico Pandiani, ormai più francese di un francese e vero e proprio, autore di culto tra gli amanti del noir. Reduci dalle fatiche di Les Italiens e Troppo Piombo i nostri Italiens Alain Servandoni, Michel Coccioni, Leila Santoni e Didier Cofferati o italiani del cazzo, a seconda dei casi, tanto per dire quanto sono amati tra i flic loro colleghi d’oltralpe, questa volta se la devono vedere con un’ indagine che metterà a serio rischio e pericolo l’integrità mentale e azzardiamo anche un parolone morale del loro capo, deciso a prendere seriamente, troppo seriamente, lezioni di tenebra dal destino.
L’esordio è come nello stile di Pandiani veloce, violento e subito al centro dell’azione. Mordenti che in questa indagine ci narra i fatti in prima persona e la sua compagna  Martine Delvaux fotografa di punta dello studio Art-en-Images, dopo una cena tra amici tornano a casa un po’ di fretta perché qualcosa non va. Il commissario indebolito da una nausea innaturale, solo dopo sapremo che qualcuno gli ha somministrato una massiccia dose di ketamina, non tanta per ucciderlo ma decisamente abbastanza per metterlo fuori gioco, trova l’appartamento sottosopra e una donna. Un metro e settantacinque di altezza, un impermeabile di vinile nero, i capelli rossi, tagliati a caschetto, sicuramente una parrucca, gli occhi troppo azzurri,  il viso nascosto da un foulard di seta nera annodato dietro la nuca e con tra le mani guantate una strana pistola, di quelle in uso nei paesi dell’est con i proiettili silenziati. Mordenti tenta una minima parvenza di reazione ma la donna lo aggredisce, lo immobilizza e inizia a legargli mani e piedi con un complicato intrigo di nodi che gli esperti del bondage chiamano Shibari. E’ questione di un attimo e l’arrivo di Martine scatena nuova violenza. La donna mascherata senza la minima esitazione mira al cuore e la uccide. Poi fruga freneticamente nella sua borsa in cerca di qualcosa che con rabbia sembra non trovare prima di scomparire lasciando Mordenti a lottare con il suo dolore.
Così ha inizio il suo personale viaggio al termine della notte, il suo scontro incontro con la metà oscura della sua anima, che non credeva di avere, ingombrante, violenta, vendicativa fatta anche di debolezza poco adatta ad un supereroe integerrimo e politicamente corretto. Affiancato dalla bella e ricca  tenente di polizia Maëlis Deslandes che lo seguirà come un’ ombra, unica condizione perché i suoi capi gli affidino l’inchiesta, Mordenti e la sua squadra si troverà ad indagare tra club privè dove si pratica il bondage, collezionisti pazzoidi e visionari, falsari geniali, nobildonne rumene con nomi da vampire, guardie del corpo pelate con la lista dei precedenti lunga come film russi, alti prelati, dee del sesso, e lasciata Parigi approderà nel suo doppio in terra italiana, Torino, sulle tracce di un delirante mecenate dell’arte intenzionato a fare il colpo del secolo per dare lustro alla sua improbabile e improponibile collezione, un furto così folle che pure il nostro commissario stenterà a crederlo possibile.
La verve ironica è immutata e corrosiva, più cattiva se vogliamo di quella di Frédéric Dard creatore della saga di Sanantonio, di cui Pandiani è in un certo senso debitore per quel mix di violenza e ironia ben dosati che ricordano i grandi maestri come Chandler ma forse soprattutto Hammett e André Héléna a mio avviso più taglienti e oscuri. E mentre Mordenti scruta nell’abisso facendo ben attenzione a non caderci dentro, anche se persegue la sua vendetta fino all’estreme conseguenze, il lettore di addentra nei meandri di questa indagine poliziesca mai così intricata e complessa e cosa sorprendente si diverte. Già perché chi l’ ha detto che un poliziesco per essere fatto bene deve essere una sequela noiosissima di stereotipi e pistolotti moraleggianti e macchinosi. Ben venga il sorriso, la risata liberatoria, l’ironia graffiante, il gioco sporco ai limiti dell’estremo. E per ottenere questo Pandiani non risparmia gli effetti speciali. Decine e decine di personaggi, ognuno caratterizzato da tratti decisi e  distintivi, ambientazioni accurate e  suggestive, a partire da Parigi che sembra scorrere sotto gli occhi del lettore con le sue vie, i suoi sensi vietati, i sui caffè, i suoi monumenti, i suoi palazzi eleganti, per finire a Torino con i suoi alberghi eleganti, le sue ville in collina fino ai dintorni del Duomo dove la storia avrà la sua rocambolesca risoluzione, tutto concorre a dare sapore e colore all’azione, ai pedinamenti, agli inseguimenti e non c’è che dire Monsieur Pandianì mi si perdoni l’accento sulla i  si dimostra un maestro di cerimonie raffinato e impeccabile capace di giocare con le parole con straordinaria abilità e un tantino di faccia tosta ammettiamolo. Lunga vita a Les Italiens.

Lezioni di tenebra di Enrico Pandiani Instar Libri collana FuoriClasse Prezzo di copertina € 16,00 2011, 359 p., brossura

:: Recensione di Stanze nascoste L’autobiografia di Derek Raymond (Meridiano Zero, 2011) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2011

1Stanze nascoste è essenzialmente un libro di memorie, lo sforzo di un uomo che sente avvicinarsi la vecchiaia, forse anche la morte, e vuole fare un bilancio della propria vita ricorrendo ad un’arma a doppio taglio, un’arma impropria in fondo che se mal maneggiata può fare solo danno: l’uso sconsiderato della verità.
Se consideriamo che scrisse di suo pugno

Vengo da una famiglia in cui la menzogna era la norma, al punto che era inevitabile affinare il linguaggio per non lasciarsi scappare la verità

diventa subito chiaro come per lui fu una vera lotta corpo a corpo perseguire il vero senza lasciarsi sedurre dalle lusinghe abbellendo i fatti e le riflessioni per farsi vedere dagli altri nella sua luce migliore. Questa lotta impari e titanica durò per tutte le 335 pagine di Stanze nascoste e ci lascia un po’ storditi e quasi sgomenti.
Anche confrontarsi con Derek Raymond infatti è una vera lotta corpo a corpo, la sua scrittura ha qualcosa di magico, di inarrivabile, è così magistrale che qualsiasi cosa si scriva può suonare falsa e di maniera a meno che non decida di fare una serie continua di citazioni, ipotesi che non ho scartato del tutto considerato che nessuno sa parlare di Derek Raymond come Derek Raymond.
Dicevo che era un libro di memorie ma non solo, Raymond si preoccupa di annoiare i lettori che non amano i libri, perché  di libri parla, di scrittura, di noir, del processo misterioso e nascosto che opera nelle stanze buie della sua anima e lo porta a creare trame, dialoghi, personaggi.
Le sue lezioni sono fulminanti. Ci affascina quando parla del piacere della scrittura.

La frase perfetta è come una bella donna che indossa l’unico vestito giusto per lei in quel momento e solo una goccia di profumo, niente di superfluo e lo sguardo che ha mentre attraversa una stanza in penombra è solo per te. Questo è il piacere che provo nel mio lavoro, quelle poche volte che succede quando il linguaggio appartiene completamente al personaggio, è ciò che dice. Quando accade non lo dimentichi e ti ripaga di tutti gli sforzi che hai fatto.

Ci fa riflettere sul rapporto tra lingua scritta e quella parlata.

Devi ascoltare quello che scrivi. Se non ci riesci, per quanto rumore tu faccia, c’è sempre silenzio.

Dà una sua personale definizione di stile.

Per me è vitale continuare a scrivere in modo che la lingua si muova nella mente del lettore non meccanicamente ma spontanea, realistica, autentica. È questo che intendo per stile. La struttura ha le sue regole e funzioni inconsce come il corpo che normalmente passano inosservate, si notano solo quando mancano.

Ci commuove quando parla di solitudine.

Non conosco il valore dell’intimità finchè non resto solo. Allora capisco tutto. Il problema sta tutto qui, eppure è questo che fa di me un cantore della solitudine e degli orrori che l’accompagnano.

Per chi voglia capire davvero cosa sia il noir, immergersi nelle pagine della sua autobiografia è davvero un’esperienza  insostituibile.

Sono sicuro che fu quando mi opposi per la prima volta ai miei genitori che capii che per ottenere qualcosa di buono e tangibile bisogna soffrire. Siccome il noir, come lo concepisco io, parla di questo, è molto importante essere chiari quando si usano termini come bene, male, costrizione, pazzia, assenza e non fermarsi al primo significato che spesso si dà a questa parola”.

O ancora sul finale

Il noir parla di tutta questa bellezza e anche di questa tristezza. Porta il lutto non per il crimine, che è l’ultima espressione della disperazione, ma per la realtà e la compassione che la gente per bene, se ce ne è ancora, dedica ai morti – soprattutto a quelli che si sono sottratti da soli ad un’esistenza lenta e fredda. Il noir questo vicolo nero e stretto, è l’unico scopo della mia scrittura, il mio tentativo di capire la condizione umana, dopo aver vagato tra paradiso e inferno come un cliente indeciso tra due pub, uno da un lato e uno dall’altro della strada.

Continuerei a lungo a citare Raymond perché quasi ogni sua frase è una piccola epiphany joyciana ma tanto vale rimandarvi alla lettura del libro. Quello che so per certo è che leggere Raymond nel mio piccolo ha migliorato il mio stile, sbloccato meccanismi, reso più fluido il distacco tra ciò che penso di voler scrivere e la pagina scritta. È un’ esperienza che consiglio di fare a tutti, specie agli aspiranti scrittori che forse non impareranno a scrivere come Raymond ma sicuramente impareranno a  conoscere meglio se stessi.

Traduzione di Federica Alba e Pamela Cologna.

Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994.
Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene. L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale.

:: Recensione di La notte dell’Aquila La vera storia di una tragedia che si poteva evitare di Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii a cura di Giulietta Iannone

8 febbraio 2011

La notte dell'AquilaLa notte dell’Aquila – La vera storia di una tragedia che si poteva evitare di Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii è uno di quei libri che ci augureremmo di non dover leggere mai. E invece è necessario leggerlo, è necessario vedere scritto nero su bianco parole che fanno male, parole che descrivono come la vita umana conti così poco quando si parla di macroeconomia, speculazioni edilizie, movimenti tellurici che continuano dalla preistoria. Partendo infatti dall’evoluzione della Terra fino ad arrivare ai giorni nostri in un lungo percorso contraddistinto da un unico filo conduttore ossia l’irrequietezza del nostro pianeta gli autori effettuano un meticoloso processo di ricostruzione attraverso un racconto che prevede tre fasi, una preistoria, una storia, e un presente quando giungono a raccontare la storia di alcuni personaggi, vite che apparentemente scorrono parallele per poi intrecciarsi drammaticamente nella tragedia del terremoto che li accomuna tutti di fronte all’evento cataclismatico. Storie di fantasia anche se ispirate a fatti reali di una paura percepita, allontanata, ignorata e vissuta che lascia spazio a riflessioni su cosa è successo e su cosa si poteva fare per evitare la tragedia sulla base dei segnali e delle avvisaglie lanciate da Madre Natura. Gli autori di questo libro dispongono di strumenti sofisticati per analizzare scientificamente quello che avvenne a L’Aquila il 6 aprile del 2009  ma non si fanno sommergere dalla freddezza dei dati, dalla gelida oggettività delle statistiche, ci parlano di persone, persone con un nome, una storia, sentimenti, speranze, sogni, che da quel maledetto giorno si sono visti catapultare in un incubo senza uscita. Alcuni hanno perso la vita, altri sono sopravvissuti con nelle orecchie il boato delle voragini aperte quella notte, negli occhi la polvere delle macerie e a rendere insopportabile tutto questo dolore l’inquietante interrogativo: si poteva evitare? C’erano gli strumenti per prevedere il sisma e disporre vie di fuga, di salvezza per centinaia di persone? Di chi è la colpa? C’è davvero un colpevole che per inefficienza, disinteresse, bieca speculazione, non ha agito, non ha fatto il suo dovere? Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii non hanno dubbi e con rigore scientifico e sensibilità verso le vittime ci presentano un testo in parte saggio, in parte reportage giornalistico, in parte romanzo, per aiutarci a capire, per riflettere, per non dimenticare, per far si che non succeda di nuovo. Perché se non si impara dagli errori del passato, le 308 vittime a cui questo libro è dedicato sono davvero morte due volte.