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:: Recensione di Nina dei lupi di Alessandro Bertante a cura di Giulietta Iannone

4 marzo 2011

Nina dei lupi di Alessandro Bertante

Nina dei lupi (Marsilio) dopo Malavida e Al Diavul  riporta Alessandro Bertante al romanzo con una storia intensa e visionaria in cui il valore simbolico trascende il classico realismo per trasportare il lettore in una dimensione mitologica e leggendaria. Nina dei lupi  è un canto magico, evocativo come una fiaba, e non a caso della fiaba ha la struttura morfologica e mi ha portato a riscoprire le Fiabe italiane di Calvino vera raccolta della tradizione popolare in cui l’autore ha tratto spunto dalla storia del folklore. Come ogni fiaba ha un cuore oscuro in cui si mostra quanto gli archetipi psicanalitici siano potenti e misteriosi e quanto il male e la paura, anche se esorcizzati, siano l’origine di tutto l’immaginario fantastico di fiabe come quelle di  Andersen, dei fratelli Grimm o di Perrault. Nina dei lupi attinge a piene mani da questo immaginario e narra l’ eterna lotta tra Bene e Male in cui la figura dell’eroe emerge con connotazioni epiche e direi anche fantastiche anche se sono il suo coraggio e la sua forza morale, più che reali poteri magici, a fare la differenza. E’ una fiaba ecologista se vogliamo, la Natura spiccatamente simbolica assume un ruolo quasi sacro e funge da catalizzatore per tutta la narrazione e costruire un futuro in cui l’uomo possa vivere in armonia con essa diventa l’unico imperativo morale lasciate per  strada come carcasse inutilizzate tutte le religioni rivelate o i credi laici dell’Occidente. Oltre a riti ancestrali, e a legami profondi con la Natura contiene anche un messaggio pacifista e antiviolento che ribalta la visione egoistica e individualista di un capitalismo accaparratore che trasforma i beni materiali in divinità pagane di un culto materialistico e predatorio. Tutto ha inizio con una generalizzata crisi economica che fa sprofondare il mondo Occidentale nella barbarie. La recessione, la crisi finanziaria, il conseguente fallimento delle banche porta ad un cataclismatico punto di rottura e di non ritorno in cui l’esercito spara sulla folla inferocita e le metropoli si trasformano in campi di battaglia dove il cielo con le sue striature argentate, rosse, violette, nere, diventa testimone dell’esplosione della violenza più cieca e più devastante. Malattie senza nome si abbattono come piaghe bibliche in un apocalittico tripudio di mali e la fine del mondo Occidentale tralascia dei sopravvissuti che si dividono tra bande di predatori e di predati. In questo scenario da tregenda Nina, una bambina ormai proiettata nella sua dimensione di donna, scampata all’insana follia collettiva e alla ferocia vive con i nonni Marta e Alfredo e ad altri sopravvissuti  a Piedimulo,  un piccolo borgo ai piedi della montagna e della foresta dei lupi, isolato grazie ad una frana che ha interrotto ogni via di comunicazione con il mondo esterno. Ma l’isolamento e la salvezza non durano a lungo, un giorno maledetto una banda di predatori guidati da Fosco, un agente immobiliare prima della sciagura, irrompe nel villaggio e massacra senza pietà gli abitanti solo Nina e pochi altri vengono risparmiati. Nina fugge e viene raccolta da Alessio Slaviero l’ uomo solitario che vive oltre il torrente in compagnia di una coppia di lupi, l’eroe che come in ogni leggenda incarna in sé il riscatto e la liberazione. Nina si trasforma da fragile bambina spaventata in eroina-madre leggendaria fondatrice di una nuova generazione e la sua storia diventa mito.

Alessandro Bertante (Alessandria, 1969), narratore e saggista, vive a Milano. Fra i suoi romanzi ricordiamo Al Diavul (Marsilio, 2008), vincitore del Premio Chianti, Estate crudele(Rizzoli, 2013), vincitore del Premio Margherita Hack, Gli ultimi ragazzi del secolo (Giunti, 2016), Premio Campiello – Selezione Giuria dei Letterati, e Pietra nera (nottetempo, 2019) e Nina dei lupi (Marsilio, 2011; nottetempo 2019). Insegna alla Nuova Accademia di Belle Arti e alla IULM di Milano.

:: Recensione di I promessi morsi. Storia gotica milanese del secolo XVII di Anonimo lombardo (Rizzoli 2011) a cura di Giulietta Iannone

27 febbraio 2011

imagesVi dicono niente un certo ramo del lago di Como, un prete fifone che per non mettersi nei guai con un signorotto del luogo si rifiuta di celebrare un matrimonio, un frate cappuccino coraggioso e dal passato controverso, un nobile scellerato che dopo una vita di crimini e assassini si converte e inizia a camminare sulla retta via, due giovani che si amano e fanno di tutto per sposarsi superando rapimenti, risse d’osteria, sommosse popolari, la Peste?
Sicuramente avrete capito che sto parlando dei Promessi sposi, capolavoro ottocentesco di Alessandro Manzoni, che gli studenti italiani conoscono fin troppo bene essendo stato una specie di icona indistruttibile al centro dei programmi di studi almeno ai tempi in cui andavo a scuola io, ma non credo che le cose siano molto cambiate oggi.
Bene, un irriverente anonimo scrittore, che per la cronaca si firma Anonimo Lombardo, e qua già si scatenerà il toto scommesse per sapere chi è, ha avuto la divertente idea di riscrivere il succitato tomo in chiave horror con tanto di vampiri, licantropi, streghe, zombi, paletti di frassino, cacciatori di non morti e tutto il vasto corollario del genere condito da una sottile ironia dissacrante e uno spiccato gusto per il paradosso.
Diciamolo subito paura non fa, e qui mi rivolgo ai cultori del genere horror abituati ad opere ben più truculente e efferate, ma ci si diverte questo sì. La storia è fedelmente riportata con una perizia da un vero conoscitore del testo manzoniano cosa che mi fa supporre che l’autore o l’autrice (mi è venuto il dubbio anche che sia una donna per un certo spiccato femminismo nel delineare il personaggio di Lucia) abbiano approfondite conoscenze letterarie.
Avendo studiato l’originale con certosina dedizione ai miei tempi, è divertente riconoscere i brani autentici da quelli inventati. Di colpi di scena non ce ne sono, la storia scorre consueta, rivisitata sì da licenze letterarie bizzarre e ingegnose, ma molto fedele al testo manzoniano. Il finale è scontato ma non ostante questo è decisamente originale l’approccio narrativo, la capacità di cimentarsi e confrontarsi con un mostro sacro come Manzoni senza uscirne inevitabilmente sconfitti.
Con un pizzico di faccia tosta mi sono divertita a porre I promessi morsi accanto ai Promessi Sposi nella mia personale libreria  e permettetemi una previsione: il nome dell’autore non rimarrà nascosto per molto.

:: Recensione di Il correttore di Ricardo Menéndez Salmòn (Marcos Y Marcos 2011) a cura di Giulietta Iannone

23 febbraio 2011

Il correttoreViviamo in un tempo incerto, traditore, segnato da stigmate infuocate, in cui la paura cola come olio bollente e scardina certezze, dogmi fondamentali e imprescindibili facendo sembrare le nostre discussioni vani balbettii di neonati, farneticanti elucubrazioni più che altro rumore sulla fossa di brusio sconnesso che ci sovrasta.
Viviamo in un tempo segnato da una macabra parola che affolla le pagine dei giornali, i servizi del telegiornale, le discussioni dal barbiere, i temi degli alunni di scuole più o meno progressiste: terrorismo.
Direte voi è troppo presto parlarne obbiettivamente, siamo troppo coinvolti, colpevoli con la nostra gretta indifferenza mascherata da buon senso.
In Spagna una voce fuori dal coro ci ha provato, uno scrittore della generazione dei giovani, forte dei suoi 40 anni appena compiuti, osannato dalla critica come uno degli autori più significativi della Spagna contemporanea, Ricardo Menéndez Salmòn, stilando una specie di cronaca ha conchiuso la narrazione in un unico giorno l’ 11 marzo 2004, data simbolo dell’orrore, tragico giovedì di passione testimone del più grave attentato nella storia della Spagna quando il cuore di Madrid fu violato e tre giorni prima delle elezioni, dieci zaini riempiti con esplosivo furono fatti esplodere in quattro stazioni quella di Atocha, di  El Pozo del Tío Raimundo, di Santa Eugenia e nei pressi di via Téllez.
Il protagonista, testimone, giudice, vittima inerme e illesa che racconta i fatti in prima persona è Vladimir, o meglio Vlad, un correttore di bozze che si appresta a terminare la revisione dei Demoni di Feodor Dostoevskij seduto al suo vecchio tavolo di frassino australiano, al sicuro tra i suoi libri e i suoi affetti, i genitori, gli amici, la moglie Zoe che dorme nella stanza accanto.
Lui che quasi tradendo la sua vocazione di narratore ora si guadagna da vivere facendo il correttore di bozze, professione sorellastra e matrigna della letteratura così detta alta.
Lui che

a volte soffre le sue pene a leggere la grande quantità di schifezze che la gente scrive e prova la tentazione di correggere non solo gli errori di ortografia e glia attentati grammaticali cosa per cui lo pagano ma anche di rafforzare una descrizione con l’aggettivo giusto o elevare il tono di un dialogo con una risposta sensata, ma in linea di massima si limita a passare in punta di piedi sui disastri altrui

si trova ora catapultato nel tragico dominio della rabbia e della paura.
Una telefonata, una sola telefonata del suo editore e amico Uribesalgo lo scaglia nell’orrore, nell’assurdità che condisce una vita già senza senso, per non parlare della morte, atroce punizione per chissà quali colpe, chissà quali nefandezze. La faccia oscura del potere, la manipolazione della verità, il meccanismo diabolico di disinformazione del governo si mette subito all’opera e sparge il suo veleno confondendo le menti porgendo verità di comodo preconfezionate come le frattaglie incellophanete al supermercato.
È l’Eta ad aver compiuto le stragi, come al solito, state calmi è tutto sottocontrollo. Ma già qualcuno si dissocia, le prime crepe tendono a far implodere il vaso di Pandora e il terrorismo arabo emerge con il suo Corano insanguinato, con la sua guerra santa contro gli stati crociati alleati degli Stati Uniti.
Ricardo Menendez Salmon evita le soluzioni di comodo, critica aspramente il potere facendo di questa cronaca un pamphlet fortemente politico, un JAccuse di zoliana memoria che non risparmia ipersonaggi della vita politica spagnola come Arnaldo Otegi, Juan Jose Ibarretxe, Angel Acebese José María Aznar, e per quest’ultimo ha le parole più caustiche, velenose, rabbiose per

quel fanatico dei vegueros cubani, il lettore di Josep Pla, il fantoccio che nelle ore più tristi della Spagna promette un mondo migliore, più giusto, libero , sicuro. Un cadavere che prendeva congedo dal mondo dei vivi. A pochi uomini è concesso lo straordinario privilegio di parlare da morti. A Jose Maria Aznar Lopez durante quei tremendi giorni di marzo questa sorte toccò in più occasioni.

Il ruolo della letteratura, il potere salvifico dell’amore, vengono a lenire come un balsamo le piaghe aperte di una società in cancrena e quasi si tende a scorticare l’anima, a farla sanguinare pur di catturare un briciolo di verità, un barlume di speranza.
La scrittura di Ricardo Menendez Salmon è continuamente impreziosita da metafore, allegorie, parabole, paragoni, immagini simboliche, l’uso stilistico degli aggettivi è notevole, ogni parola ha una sua funzione, una sua gradazione, l’utilizza come un pittore utilizza i suoi colori, sempre appropriatamente e in questo la traduzione dallo spagnolo di Claudia Tarolo ha senz’altro un ruolo fondamentale nel giocare con le sfumature.
Davvero notevole, era da molto che non leggevo un testo scritto con tale bravura e limpidezza.

Ricardo Menéndez Salmón è nato a Gijón nel 1971.
Autore di profonda cultura europea e fortissima impronta personale, esce dai confini del paese di origine e si afferma anche in Germania, Francia, Portogallo e Italia come una delle figure più innovative e promettenti della letteratura contemporanea. Conclusa la trilogia sul Male (L’offesa, il Male storico; Derrumbe, il Male della paura; Il correttore, il Male della menzogna), ha raccontato la forza rivoluzionaria dell’arte e della bellezza in La luce è più antica dell’amore. Questo romanzo, celebratissimo in Spagna e in corso di traduzione in varie lingue, offre pagine di straordinario talento narrativo.
I romanzi e i racconti di Ricardo Menéndez Salmón hanno conquistato più di quaranta premi; I cavalli blu, l’ultimo racconto della raccolta Gridare, ha vinto il Premio Juan Rulfo, uno dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali riservati alla letteratura in lingua spagnola. Nel 2015 Marcos y Marcos ha pubblicato anche Bambini nel tempo.

:: Lezioni di tenebra, terza indagine di Les Italiens di Enrico Pandiani autore di culto del noir alla francese

21 febbraio 2011

Lezioni di tenebra

Torna la squadra di poliziotti della Brigata Criminale parigina, quasi tutti di origine italiana, tranne qualche corso e alsaziano, capeggiata dal bizzoso commissario Jean Pierre Mordenti, nata dalla penna al vetriolo del torinesissimo Enrico Pandiani, ormai più francese di un francese e vero e proprio, autore di culto tra gli amanti del noir. Reduci dalle fatiche di Les Italiens e Troppo Piombo i nostri Italiens Alain Servandoni, Michel Coccioni, Leila Santoni e Didier Cofferati o italiani del cazzo, a seconda dei casi, tanto per dire quanto sono amati tra i flic loro colleghi d’oltralpe, questa volta se la devono vedere con un’ indagine che metterà a serio rischio e pericolo l’integrità mentale e azzardiamo anche un parolone morale del loro capo, deciso a prendere seriamente, troppo seriamente, lezioni di tenebra dal destino.
L’esordio è come nello stile di Pandiani veloce, violento e subito al centro dell’azione. Mordenti che in questa indagine ci narra i fatti in prima persona e la sua compagna  Martine Delvaux fotografa di punta dello studio Art-en-Images, dopo una cena tra amici tornano a casa un po’ di fretta perché qualcosa non va. Il commissario indebolito da una nausea innaturale, solo dopo sapremo che qualcuno gli ha somministrato una massiccia dose di ketamina, non tanta per ucciderlo ma decisamente abbastanza per metterlo fuori gioco, trova l’appartamento sottosopra e una donna. Un metro e settantacinque di altezza, un impermeabile di vinile nero, i capelli rossi, tagliati a caschetto, sicuramente una parrucca, gli occhi troppo azzurri,  il viso nascosto da un foulard di seta nera annodato dietro la nuca e con tra le mani guantate una strana pistola, di quelle in uso nei paesi dell’est con i proiettili silenziati. Mordenti tenta una minima parvenza di reazione ma la donna lo aggredisce, lo immobilizza e inizia a legargli mani e piedi con un complicato intrigo di nodi che gli esperti del bondage chiamano Shibari. E’ questione di un attimo e l’arrivo di Martine scatena nuova violenza. La donna mascherata senza la minima esitazione mira al cuore e la uccide. Poi fruga freneticamente nella sua borsa in cerca di qualcosa che con rabbia sembra non trovare prima di scomparire lasciando Mordenti a lottare con il suo dolore.
Così ha inizio il suo personale viaggio al termine della notte, il suo scontro incontro con la metà oscura della sua anima, che non credeva di avere, ingombrante, violenta, vendicativa fatta anche di debolezza poco adatta ad un supereroe integerrimo e politicamente corretto. Affiancato dalla bella e ricca  tenente di polizia Maëlis Deslandes che lo seguirà come un’ ombra, unica condizione perché i suoi capi gli affidino l’inchiesta, Mordenti e la sua squadra si troverà ad indagare tra club privè dove si pratica il bondage, collezionisti pazzoidi e visionari, falsari geniali, nobildonne rumene con nomi da vampire, guardie del corpo pelate con la lista dei precedenti lunga come film russi, alti prelati, dee del sesso, e lasciata Parigi approderà nel suo doppio in terra italiana, Torino, sulle tracce di un delirante mecenate dell’arte intenzionato a fare il colpo del secolo per dare lustro alla sua improbabile e improponibile collezione, un furto così folle che pure il nostro commissario stenterà a crederlo possibile.
La verve ironica è immutata e corrosiva, più cattiva se vogliamo di quella di Frédéric Dard creatore della saga di Sanantonio, di cui Pandiani è in un certo senso debitore per quel mix di violenza e ironia ben dosati che ricordano i grandi maestri come Chandler ma forse soprattutto Hammett e André Héléna a mio avviso più taglienti e oscuri. E mentre Mordenti scruta nell’abisso facendo ben attenzione a non caderci dentro, anche se persegue la sua vendetta fino all’estreme conseguenze, il lettore di addentra nei meandri di questa indagine poliziesca mai così intricata e complessa e cosa sorprendente si diverte. Già perché chi l’ ha detto che un poliziesco per essere fatto bene deve essere una sequela noiosissima di stereotipi e pistolotti moraleggianti e macchinosi. Ben venga il sorriso, la risata liberatoria, l’ironia graffiante, il gioco sporco ai limiti dell’estremo. E per ottenere questo Pandiani non risparmia gli effetti speciali. Decine e decine di personaggi, ognuno caratterizzato da tratti decisi e  distintivi, ambientazioni accurate e  suggestive, a partire da Parigi che sembra scorrere sotto gli occhi del lettore con le sue vie, i suoi sensi vietati, i sui caffè, i suoi monumenti, i suoi palazzi eleganti, per finire a Torino con i suoi alberghi eleganti, le sue ville in collina fino ai dintorni del Duomo dove la storia avrà la sua rocambolesca risoluzione, tutto concorre a dare sapore e colore all’azione, ai pedinamenti, agli inseguimenti e non c’è che dire Monsieur Pandianì mi si perdoni l’accento sulla i  si dimostra un maestro di cerimonie raffinato e impeccabile capace di giocare con le parole con straordinaria abilità e un tantino di faccia tosta ammettiamolo. Lunga vita a Les Italiens.

Lezioni di tenebra di Enrico Pandiani Instar Libri collana FuoriClasse Prezzo di copertina € 16,00 2011, 359 p., brossura

:: Recensione di Stanze nascoste L’autobiografia di Derek Raymond (Meridiano Zero, 2011) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2011

1Stanze nascoste è essenzialmente un libro di memorie, lo sforzo di un uomo che sente avvicinarsi la vecchiaia, forse anche la morte, e vuole fare un bilancio della propria vita ricorrendo ad un’arma a doppio taglio, un’arma impropria in fondo che se mal maneggiata può fare solo danno: l’uso sconsiderato della verità.
Se consideriamo che scrisse di suo pugno

Vengo da una famiglia in cui la menzogna era la norma, al punto che era inevitabile affinare il linguaggio per non lasciarsi scappare la verità

diventa subito chiaro come per lui fu una vera lotta corpo a corpo perseguire il vero senza lasciarsi sedurre dalle lusinghe abbellendo i fatti e le riflessioni per farsi vedere dagli altri nella sua luce migliore. Questa lotta impari e titanica durò per tutte le 335 pagine di Stanze nascoste e ci lascia un po’ storditi e quasi sgomenti.
Anche confrontarsi con Derek Raymond infatti è una vera lotta corpo a corpo, la sua scrittura ha qualcosa di magico, di inarrivabile, è così magistrale che qualsiasi cosa si scriva può suonare falsa e di maniera a meno che non decida di fare una serie continua di citazioni, ipotesi che non ho scartato del tutto considerato che nessuno sa parlare di Derek Raymond come Derek Raymond.
Dicevo che era un libro di memorie ma non solo, Raymond si preoccupa di annoiare i lettori che non amano i libri, perché  di libri parla, di scrittura, di noir, del processo misterioso e nascosto che opera nelle stanze buie della sua anima e lo porta a creare trame, dialoghi, personaggi.
Le sue lezioni sono fulminanti. Ci affascina quando parla del piacere della scrittura.

La frase perfetta è come una bella donna che indossa l’unico vestito giusto per lei in quel momento e solo una goccia di profumo, niente di superfluo e lo sguardo che ha mentre attraversa una stanza in penombra è solo per te. Questo è il piacere che provo nel mio lavoro, quelle poche volte che succede quando il linguaggio appartiene completamente al personaggio, è ciò che dice. Quando accade non lo dimentichi e ti ripaga di tutti gli sforzi che hai fatto.

Ci fa riflettere sul rapporto tra lingua scritta e quella parlata.

Devi ascoltare quello che scrivi. Se non ci riesci, per quanto rumore tu faccia, c’è sempre silenzio.

Dà una sua personale definizione di stile.

Per me è vitale continuare a scrivere in modo che la lingua si muova nella mente del lettore non meccanicamente ma spontanea, realistica, autentica. È questo che intendo per stile. La struttura ha le sue regole e funzioni inconsce come il corpo che normalmente passano inosservate, si notano solo quando mancano.

Ci commuove quando parla di solitudine.

Non conosco il valore dell’intimità finchè non resto solo. Allora capisco tutto. Il problema sta tutto qui, eppure è questo che fa di me un cantore della solitudine e degli orrori che l’accompagnano.

Per chi voglia capire davvero cosa sia il noir, immergersi nelle pagine della sua autobiografia è davvero un’esperienza  insostituibile.

Sono sicuro che fu quando mi opposi per la prima volta ai miei genitori che capii che per ottenere qualcosa di buono e tangibile bisogna soffrire. Siccome il noir, come lo concepisco io, parla di questo, è molto importante essere chiari quando si usano termini come bene, male, costrizione, pazzia, assenza e non fermarsi al primo significato che spesso si dà a questa parola”.

O ancora sul finale

Il noir parla di tutta questa bellezza e anche di questa tristezza. Porta il lutto non per il crimine, che è l’ultima espressione della disperazione, ma per la realtà e la compassione che la gente per bene, se ce ne è ancora, dedica ai morti – soprattutto a quelli che si sono sottratti da soli ad un’esistenza lenta e fredda. Il noir questo vicolo nero e stretto, è l’unico scopo della mia scrittura, il mio tentativo di capire la condizione umana, dopo aver vagato tra paradiso e inferno come un cliente indeciso tra due pub, uno da un lato e uno dall’altro della strada.

Continuerei a lungo a citare Raymond perché quasi ogni sua frase è una piccola epiphany joyciana ma tanto vale rimandarvi alla lettura del libro. Quello che so per certo è che leggere Raymond nel mio piccolo ha migliorato il mio stile, sbloccato meccanismi, reso più fluido il distacco tra ciò che penso di voler scrivere e la pagina scritta. È un’ esperienza che consiglio di fare a tutti, specie agli aspiranti scrittori che forse non impareranno a scrivere come Raymond ma sicuramente impareranno a  conoscere meglio se stessi.

Traduzione di Federica Alba e Pamela Cologna.

Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994.
Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene. L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale.

:: Recensione di La notte dell’Aquila La vera storia di una tragedia che si poteva evitare di Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii a cura di Giulietta Iannone

8 febbraio 2011

La notte dell'AquilaLa notte dell’Aquila – La vera storia di una tragedia che si poteva evitare di Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii è uno di quei libri che ci augureremmo di non dover leggere mai. E invece è necessario leggerlo, è necessario vedere scritto nero su bianco parole che fanno male, parole che descrivono come la vita umana conti così poco quando si parla di macroeconomia, speculazioni edilizie, movimenti tellurici che continuano dalla preistoria. Partendo infatti dall’evoluzione della Terra fino ad arrivare ai giorni nostri in un lungo percorso contraddistinto da un unico filo conduttore ossia l’irrequietezza del nostro pianeta gli autori effettuano un meticoloso processo di ricostruzione attraverso un racconto che prevede tre fasi, una preistoria, una storia, e un presente quando giungono a raccontare la storia di alcuni personaggi, vite che apparentemente scorrono parallele per poi intrecciarsi drammaticamente nella tragedia del terremoto che li accomuna tutti di fronte all’evento cataclismatico. Storie di fantasia anche se ispirate a fatti reali di una paura percepita, allontanata, ignorata e vissuta che lascia spazio a riflessioni su cosa è successo e su cosa si poteva fare per evitare la tragedia sulla base dei segnali e delle avvisaglie lanciate da Madre Natura. Gli autori di questo libro dispongono di strumenti sofisticati per analizzare scientificamente quello che avvenne a L’Aquila il 6 aprile del 2009  ma non si fanno sommergere dalla freddezza dei dati, dalla gelida oggettività delle statistiche, ci parlano di persone, persone con un nome, una storia, sentimenti, speranze, sogni, che da quel maledetto giorno si sono visti catapultare in un incubo senza uscita. Alcuni hanno perso la vita, altri sono sopravvissuti con nelle orecchie il boato delle voragini aperte quella notte, negli occhi la polvere delle macerie e a rendere insopportabile tutto questo dolore l’inquietante interrogativo: si poteva evitare? C’erano gli strumenti per prevedere il sisma e disporre vie di fuga, di salvezza per centinaia di persone? Di chi è la colpa? C’è davvero un colpevole che per inefficienza, disinteresse, bieca speculazione, non ha agito, non ha fatto il suo dovere? Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii non hanno dubbi e con rigore scientifico e sensibilità verso le vittime ci presentano un testo in parte saggio, in parte reportage giornalistico, in parte romanzo, per aiutarci a capire, per riflettere, per non dimenticare, per far si che non succeda di nuovo. Perché se non si impara dagli errori del passato, le 308 vittime a cui questo libro è dedicato sono davvero morte due volte.

:: Recensione di Disastri di Daniil Charms a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2011

DisastriDecisamente non avevo mai letto niente del genere. Daniil Charms è una scoperta che mi ha lasciato decisamente interdetta. Quando ho aperto Disastri, edito da Marcos Y Marcos e tradotto dal russo da Paolo Nori, mi aspettavo un comune libro di racconti, forse bizzarri, forse ironici o parodistici, degni dell’avanguardia letteraria russa del Novecento, ma non ero decisamente pronta ad inoltrarmi in un fitto bosco di nonsense, in cui il senso logico, la banale e ovvia quotidianità, vengono plasmate e divelte portando il lettore a confrontarsi con l’assurdo e il paradossale. Disastri raccoglie in ordine sparso, non so se esattamente cronologico, una ridda di racconti brevi, alcuni brevissimi, alternati  a stralci delle sue lettere, a frasi estrapolate come schegge dal suo diario. Nel breve discorso introduttivo Nori segnala che i testi scritti in tondo sono opere di Charms mentre quelli in corsivo sono scritti autobiografici, ma a dire il vero la differenza è davvero minima. Sono testi bislacchi, sconclusionati, grotteschi, divertenti; il racconto che inizia con “C’era una volta un uomo, si chiamava Kuznecov ” mi ha fatto ridere con le lacrime agli occhi, testi che mi hanno incuriosito e spinto a fare ricerche più approfondite sul suo autore. Così ho scoperto che Daniil Charms, autore culto per molte generazioni, era davvero un personaggio singolare, avvolto da un’aura tragica, se pensiamo che visse praticamente in miseria, perseguitato dal regime stalinista che lo accusava di aver tradito la causa socialista e gli procurò carcere, confino e internamenti in manicomio, dove morì nel 1942. Anarchico, beffardo, tragico, eccentrico, geniale, folle, surreale Charms è sicuramente un poeta che ha usato la scrittura per rivendicare il suo diritto alla libertà espressiva totale e senza condizionamenti e compromessi. Avventuroso e casuale il modo in cui si sono salvati i suoi scritti contenuti in una valigia e portati in salvo da un amico, il filosofo Jakov Druskin, che letteralmente la raccolse dalle macerie della sua casa bombardata, durante l’assedio di Leningrado.

Daniil Charms, nato a Pietroburgo nel 1905 e morto nel 1942, è diventato, a partire dagli anni Settanta, uno degli scrittori russi per adulti piú letti e piú pubblicati. La sua fama si deve a un sodale, Jakov Druskin, che durante l’assedio di Leningrado salvò dalle macerie della casa bombardata di Charms la valigia che conteneva i manoscritti dell’amico.

:: Recensione di The Rabbits di John Mardsen e Shaun Tan (Elliot 2010) a cura di Giulietta Iannone

3 febbraio 2011

The Rabbits di John Mardsen e Shaun Tan ElliotMesi fa avevamo recensito un esauriente saggio della studiosa Cristina Greco, che analizzava come il fumetto può non solo essere una forma di intrattenimento ma veicolare anche temi importanti rivalorizzando la memoria culturale con lo scopo più o meno esplicito di educare (qui). Mentre Maus raccontava la Shoa e Palestina parlava del conflitto arabo-israeliano, The Rabbits tratta il tema del colonialismo senza espliciti riferimenti a fatti storici precisi anche se sono più che evidenti le analogie con la storia del colonialismo in Australia. Più che un fumetto a dire il vero è un libro illustrato scritto da John Marsden e illustro da Shaun Tan, entrambi australiani e  pubblicato lo scorso ottobre da Elliot, una favola non destinata ai bambini dalle forti connotazioni simboliche raccontata dal punto di vista dei colonizzati. Un narratore invisibile infatti portavoce di un popolo oppresso e devastato racconta con tono epico da leggenda l’arrivo di misteriosi visitatori, dei conigli, non molti, molti gentili, che suscitano nei nativi curiosità non ostante l’avvertimento degli anziani di stare attenti. L’incontro in un primo tempo amichevole prende subito i connotati di una vera e propria invasione, a volte si combatte ma gli invasori sono troppi, i nativi perdono sempre. Il libro accusato di fare propaganda politica dalle frange più estreme della destra conservatrice ha vinto numerosi premi in Australia, negli Stati Uniti e nel Regno Unito ed è usato come testo di studio nelle scuole secondarie. Oltre che per il suo valore artistico di notevole pregio, le illustrazioni sono tratte da dipinti in acrilico, olio su canvas, inchiostro, l’opera racchiude un messaggio di immediata comprensione, pur nella sua drammaticità, e lascia nel lettore nuovi interrogativi che restano anche dopo che il volume sia chiuso.

The Rabbits di John Mardsen e Shaun Tan Elliot, Collana Scatti, Traduzione di Irene Pepiciello, 2010 32 pagine, illustato , rilegato, Prezzo 17,50 Età consigliata da 7 anni in su.

:: Intervista Roberto Zacco. Uno sguardo sull’antico Egitto a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2011

ZaccoBenvenuto Professore su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista, Medico, docente universitario, scrittore, cultore di archeologia. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Roberto Zacco?

Io sono sostanzialmente un medico che da sempre ha avuto un grande interesse per la letteratura e per la civiltà egizia che ho studiato a fondo anche grazie ai miei viaggi in questo magnifico paese che è l’Egitto.

Appassionato di archeologia, membro di diverse società egittologiche in Italia e all’estero, collaboratore presso l’Istituto di Archeologia dell’Università di Pavia. Come è nata la sua passione per l’archeologia e in particolare per l’antica e affascinante civiltà egizia?

E’ nata in modo banale, con un’ esperienza turistica nel 1977. Dopo questo viaggio è nato l’amore per questa civiltà che mi ha spinto ad approfondire il suo studio.

Ha esordito come narratore nel 1986 con il romanzo Nudo di donna con cane. Tra i suoi vari interessi come è nato l’amore per la scrittura

E’ sempre esistito sin dal liceo. Mentre svolgevo la professione di medico non avevo nè il tempo e nè la forza per coltivarlo fino a che questa passione ha preso il sopravvento.

Nel 2002 ha pubblicato il saggio La cultura medica nell’Antico Egitto (Edizioni Martina Bologna). Un interessante saggio che tratta un argomento forse poco conosciuto ma sicuramente comprensibile anche per coloro che non sono specialisti della materia grazie al suo stile vivace e immediato. Lei professore di semeiotica medica all’Università di Milano e autore di numerosi articoli scientifici come ha mediato l’oggettività scientifica con la struttura prettamente narrativa?

Diciamo che sono due cose parallele. Poi dipende dai momenti, a volte prevale l’uno a volte l’altro.

Il suo ultimo libro Dove guarda la sfinge edito da Persiani Editore uscito il dicembre scorso, è il terzo libro ad ambientazione egizia e completa la trilogia iniziata con Le braccia del sole e Gli occhi della luna entrambi editi da Mondadori. Come si è documentato nella stesura di questi testi?

La documentazione risale prevalentemente al primo libro della trilogia, Le braccia del sole, che mi ha imposto un approfondito lavoro di ricerca e di analisi storica.

In Dove guarda la Sfinge il protagonista, Tutmhose, abile scultore e seguace della nuova religione introdotta da Amenophi IV, si interroga sul senso della vita, sul potere della bellezza, sull’arte. Ci può parlare più approfonditamente di questo personaggio?

Tutmhose è un personaggio storicamente esistito. E’ l’autore del ritratto di Nefertiti conservato al museo di Berlino, la cui bocca viene ripetuta nella copertina di Le braccia del sole. Sicuramente è caratterizzato da una grande sensibilità artistica.

Nel mondo antico, quasi completamente politeista, la rivoluzione religiosa promossa da Amenophi IV che proponeva Aton come Dio unico è sicuramente singolare. Lei che ha studiato attentamente questo periodo cruciale della storia antica che idea si è fatto? Era solo una rivoluzione religiosa o anche sociale e politica? 

Era indubbiamente anche una rivoluzione politica contro la strapotere del clero, che adorava il dio Amon. Era diciamo uno stato dentro lo stato e sicuramente questo non era ben accetto dal potere centrale.

Ha conosciuto Bruno Tacconi? E’ stato in qualche modo influenzato da questo autore?

No, purtroppo no.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai suoi romanzi?

Promesse che si trascinano da anni e mi hanno reso piuttosto incredulo. Comunque c’è stato un interessamento anche da parte di Hollywood.

In questi giorni l’Egitto vive un momento molto drammatico, non solo politico. Ci sono stati numerosi saccheggi e distruzioni di reperti preziosissimi al Museo del Cairo? Cosa ne pensa? Cosa si può fare per preservare questi tesori inestimabili?

Questi tesori vanno difesi e preservati anche con la forza se è il caso. Comunque ritengo che quello che sta succedendo adesso in Egitto ha una valenza più mediatica. I danni sono modesti.

Per concludere può anticiparci qualcosa sui progetti ai quali sta lavorando in questo momento?

Ho cominciato a scrivere un libro ambientato nei nostri tempi. La parentesi egizia credo si sia conclusa con la trilogia. Non penso che scriverò più storie ambientate in Egitto.

:: Intervista a Leonardo Bragaglia: una vita per il teatro a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2011

1Benvenuto Maestro su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Attore, regista teatrale, saggista. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Leonardo Bragaglia?

Sono figlio d’arte. Mio padre era il grande Alberto Bragaglia. I miei zii erano Anton Giulio e Carlo Ludovico Bragaglia registi teatrali ed è grazie a loro che scoppiò in me l’amore per il teatro frequentando i maggiori teatri di Roma. A quindici anni decisi d’intraprendere la carriera artistica di attore e fui scritturato nella compagnia dello zio Anton Giulio, che dopo essere stato epurato, tornò direttore del Ridotto di Venezia. L’anno dopo mi iscrissi all’Accademia nazionale di Silvio d’Amico dove venni ammesso. Per avere un contratto fisso andai a Milano dove feci l’attore e l’aiuto regista ed ebbi l’occasione di incontrare Riccardo Bacchelli che stava lavorando ad un dramma sull’eutanasia e volle farmi assumere come aiuto regista. Diventammo amici e ci frequentammo per i due mesi di prova di Giorni di verità dove figurava la regia di Bacchelli – Bragaglia. Da oltre sessant’anni faccio l’attore e ho potuto recitare con tutti i miei maestri come Memo Benassi. Poi indignato dal fatto che Ruggero Ruggeri grande interprete di D’Annunzio e di Pirandello figurava solo in brevi trafiletti di giornale ho scritto il primo volume dedicato appunto a Ruggeri.  Sono anche condirettore del Premio Ermete Novelli insieme a Paolo Emilio Persiani.

Ha iniziato la sua carriera recitando per il cinema con Vittorio De Sica, Totò, Anna Magnani, Nino Manfredi, nei film di suo zio Carlo Ludovico Bragaglia.Ci racconti un ricordo, un’ aneddoto curioso riguardante Totò.

Sì, ho fatto delle particine nel cinema come lavori estivi. Di Totò ricordo la grande bontà e generosità. Per farti un esempio posso raccontarti un aneddoto. Un giorno stavamo girando e un tecnico arrivò sul set con grande ritardo. Fu pesantemente rimproverato e Totò si informò e gli chiese cosa fosse successo. Il tecnico gli spiegò che gli si era rotta la motoretta. Allora Totò seduta stante gli firmò l’assegno per ricomprarla. Ecco chi era Totò.

In teatro ha debuttato con la compagnia dell’altro suo zio Anton Giulio Bragaglia al Ridotto di Venezia con Memo Benassi. Oltre che con Benassi, ha lavorato con Antonio Gandusio, Lamberto Picasso. Attori che forse le nuove generazioni non conoscono. Che ricordi ha di questi grandi attori?

Ricordo Antonio Gandusio, era un comico, un severo direttore artistico. Lavorammo assieme al Teatro dell’Università di Roma dove già ottantenne dopo tante pochade accettò di tornare a recitare i classici, Moliere, Goldoni. Durante le prove cadde, ricordiamolo aveva ottant’anni, e si ruppe un braccio. Con il braccio ingessato partecipò a tutte le prove e recitò trionfalmente la sera del debutto nel ruolo di Arpagone.

Ci parli di come è nato il suo amore per il teatro. Quale è il primo ricordo che ha di un palcoscenico teatrale?

Mio zio Anton Giulio Bragaglia dirigeva il Teatro delle Arti in una traversa di Via Veneto. Era un teatro d’avanguardia dove Anna Magnani debuttò nell’ Anna Christie di Eugene O ‘Neill. Da bambino avevo l’entrata libera e potei così assistere a tantissime rappresentazioni. Poi ci fu l’incontro con Ruggeri che fu determinate del quale scrissi 4 libri rendendo pubblico pure tutto il suo carteggio.

Negli anni successivi si è dedicato alla regia sia teatrale che radiofonica celebri le sue riduzioni per la RAI Commedie in 30 minuti. Un ricordo di Mario Scaccia.

Mario era soprattutto un grande amico. Era reduce da 10 anni di guerra. Appena sedicenne partì volontario, come ebbe modo di dire in parecchie interviste, per le guerre d’Africa. Entrò in arte con Diego Fabbri nella Filodrammatica. Dopo la prigionia in Africa tornò in Italia dopo la guerra e debuttò nel teatro. Era elegante, spiritoso. Mi ricordo un aneddoto divertente. Era così elegante e ricercato che Benassi quando lo vide per la prima volta lo soprannominò la Baronessa.

Come è cambiato il teatro dai suoi esordi fino ad oggi?

Non ci sono più attori, Mario Scaccia è da pochi giorni mancato, Arnoldo Foa ha ormai 95 anni. Ripeto non ci sono più attori.

Delle nuove generazioni chi l’ha particolarmente colpita?

Mi sono occupato dei Ritratti d’attore e sulla Finestra sul Futuro cito Kim Rossi Stuart che è molto bravo, si occupa principalmente di cinema, ma è molto serio e spero che torni al più presto al teatro.

Dopo una vita dedicata al teatro oggi per lo più si dedica alla pagina scritta, pubblicando oltre una quarantina di libri. Cosa la ha spinta a questo cambiamento?

Come ho detto un momento d’ira. Del grande Ruggeri c’erano solo brevi trafiletti sui giornali, così ho voluto rimediare con i miei libri. Ho scritto molti saggi e biografie, circa una sessantina  tra cui, la più famosa quella di Maria Callas, alla quale ero molto legato .

Per celebrare il 120° anniversario dalla nascita di Riccardo Bacchelli ha appena pubblicato il libro Riccardo Bacchelli e il teatro edito da Paolo Emilio Persiani. Come ha conosciuto Bacchelli?

Ho prima accennato al mio incontro con Bacchelli. Era un uomo affascinante. Adorava come me il melodramma. Siamo andati tante volte assieme alla Scala ad ascoltare Rossini e parlavamo di vocalità, di impegno drammatico. Siamo andati a vedere il Mosè più volte. Era il 1965 ormai 45 anni fa.

Riccardo Bacchelli è soprattutto conosciuto nella sua veste di romanziere, come non citare Il mulino del Po e Il diavolo al Pontelungo. Lei in questa sua opera invece ne traccia un profilo inedito, quello di autore teatrale, evidenziandone sia i successi che le delusioni. Perché questa scelta?

Riccardo Bacchelli aveva un grande amore per il teatro, non del tutto ricambiato. Soprattutto perché aveva un linguaggio aulico, un po’ duro, prezioso, da tragedia greca, austero.

In occasione dell’uscita del libro la Persiani Editore con il patrocinio del Comune di Bologna, in collaborazione con L’Associazione “Amici delle Muse” e con la Casa Lyda Borelli, ricorda Bacchelli con un incontro che si terrà giovedì 17 febbraio alle ore 17,30 nella sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio. L’evento sarà arricchito dalla partecipazione straordinaria Giuliana Lojodice, che leggerà dei brani tratti dal libro. Perché pensa che questo autore sia in un certo modo trascurato e dimenticato?

Tutti questi enti si sono risvegliati in occasione dell’uscita del mio libro dedicato al teatro di Bacchelli. Bacchelli aveva sempre sognato di avere successo a teatro. Cito La notte di un nevrastenico opera lirica di Nino Rota di cui Bacchelli scrisse il libretto. Venne rappresentata ma non ebbe un buon successo. Andrebbe rivalutato.

Per Persiani Editore attualmente dirige la collana dello spettacolo. Quali sono le prossime opere in programma?

Abbiamo in programma un paio di libri su Mario Scaccia. Un libro di poesie, l’autobiografia e un libro sul metodo e sulla tecnica di recitazione sperimentato nella sua Scuola di recitazione. Anche io ebbi modo di scrivere Manuale dell’attore. Recitazione, dizione, interpretazioneedito da Persiani Editore.

Ha mai pensato di scrivere un’ autobiografia?

Sì l’ho fatto. Ce l’ho nel cassetto ma sarà pubblicata solo dopo la mia morte. Sono molto violento, troppo sincero.

A quali progetti sta lavorando in questo momento?

Riguardo e rivedo alcuni libri che ho già pubblicato come ho fatto per Shakespeare in Italia. Personaggi interpreti e vita scenica del teatro shakespeariano in Italia.

:: Recensione di Gratitudine di Joseph Kertes (Elliot 2011) a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2011

Gratitudine di Joseph KertesNella mia vita mi sono documentata e ho letto numerosi libri riguardanti la Shoah, le persecuzioni antisemite, la questione ebraica, alcuni saggi, racconti biografici, libri fotografici, alcuni libri più spiccatamente fiction e sicuramente non posso dire di avere letto tutto. Le pubblicazioni sono smisurate e ogni anno escono sempre nuovi libri caratterizzati da un fatto irreversibile: chi li scrive è sempre più lontano dai fatti succeduti. I sopravvissuti dei campi, i testimoni di quegli anni, le generazioni che hanno vissuto durante la Seconda Guerra Mondiale,  presto non saranno più in vita, non potranno più raccontare le loro storie. Oggi ci sono i loro figli, i nipoti, persone che hanno vissuto l’Olocausto in maniera riflessa e non per questo meno drammatica. La storia dell’Olocausto è un storia in cui il male ha mostrato la sua faccia peggiore, la crudeltà dei carnefici ha potuto causare tali sofferenze da essere difficilmente concepibili, però non dimentichiamolo non fu solo una storia di orrore ma anche di coraggio, di abnegazione, di uomini che misero a repentaglio le loro vite per salvare più persone possibili, di giusti tra le nazioni. Come non citare Schindler, conosciuto dal grande pubblico grazie al film di Spielberg,  Perlasca, Wallenberg, e i numerosi, che forse resteranno per sempre sconosciuti, che furono deportati e persero la vita nel tentativo di proteggere amici, o semplici estranei, di religione ebraica. Forse la storia delle persecuzioni degli ebrei ungheresi è la meno conosciuta, o almeno lo è per me. Gratitudine fa luce proprio su questo. Pubblicato per la prima volta in Canada del 2008 e vincitore del 59° “U.S. National Jewish Book Award for Fiction” e del “Canadian Jewish Book Award” questo romanzo spiccatamente corale unisce alla storia di fantasia, che drammatizza le vite di una ricca famiglia ebrea ungherese che visse durante l’ultima guerra, l’azione eroica di Raoul Wallenberg, personaggio realmente esistito, che salvò e protesse migliaia di ebrei ungheresi fornendogli falsi passaporti svedesi e case che non potevano essere violate, esattamente come fece l’italiano Giorgio Perlasca nella ambasciata spagnola a Bucarest.
La famiglia Beck, di cui Gratitudine racconta la storia, è una famiglia dell’alta borghesia, una famiglia facoltosa di professionisti, avvocati, medici segnata dagli stessi drammi di migliaia di famiglie ungheresi, accomunate tutte dai rastrellamenti eseguiti dai nazzisti che iniziando dai confini fino ad arrivare a Budapest deportavano tutti gli ebrei che riuscivano a stanare. I tre fratelli Beck Paul avvocato, Istvan dentista e la più giovane Rozsi, accomunati dal dolore, dal coraggio, dalla voglia di sopravvivere alla follia che li circonda danno vita a una saga familiare in cui anche i personaggi minori, come gli zii e i cugini, assumono un ruolo fondamentale nello svolgimento della trama. Storie private che si confrontano con la storia con la “s” maiuscola. Paul aiuta Wallenberg in tutti i modi strappando letteralmente gli ebrei in partenza dai treni che li portavano nei campi di concentramento. Istvan viene nascosto nelle cantine dalla sua assistente Marta che viene deportata ad Auschwitz proprio per averlo aiutato. Rozsi vive una bellissima storia d’amore con un fotografo che viene catturato e deportato. Finita la guerra dato che il fidanzato non torna per il dolore si suicida. La cura delle ambientazioni, lo scavo psicologico dei personaggi, l’abilità con cui l’autore alterna e amalgama storia e fantasia, fanno di questo romanzo un commovente affresco dell’Ungheria occupata, dando soprattutto grande risalto al senso di sgomento e vera e propria incredulità con cui gli ebrei vissero questo stato di cose, perfettamente integrati da secoli nella vita di un paese moderno, amante della pace e cosmopolita. Il lettore, come i personaggi, vengono chiamati in causa e ognuno deve prendere posizione, schierarsi, cercare di capire quali sono le radici del male e come queste radici si insinuinino nella mente degli uomini. La bassezza, la codardia, l’egoismo di coloro che approfittarono della situazione gareggiano quasi con la crudeltà di coloro che torturarono, depredarono, uccisero e non si può far altro che guardare in faccia cosa gli uomini furono capaci di fare per trovare la forza di fare tesoro delle esperienze del passato e cercare così di creare un futuro, se non più giusto, perlomeno più umano. Nonostante il volume sia piuttosto corposo, 530 pagine, si legge molto facilmente in un paio di giorni.

Gratitudine Joseph Kertes, Elliot Edizioni, collana Raggi,  530 pagine, 2011, Traduzione Cosetta Cavallante, Prezzo di copertina 19,50.  

:: Intervista con Kjell Ola Dahl a cura di Giulietta Iannone

19 gennaio 2011

Kjell Ola DahlSalve Mr Dahl. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Kjell Ola Dahl? Punti di forza e di debolezza.

Lati forti: beh vediamo sono un gran lavoratore, scrivo ogni giorno; debolezze: sono facilmente sedotto, da libri, film, misteri, vino e donne (non sempre in quest’ordine).

Raccontaci qualcosa del tuo background,  dei tuoi studi, della tua infanzia.

Mio padre era un giornalista. Ci siamo spostati in giro per diverse città della Norvegia. Negli ultimi anni della fanciullezza ho vissuto a Oslo. Prima di finire gli studi ho viaggiato molto per conto mio. Continente americano, Asia, Europa. Ho studiato economia e psicologia presso l’Università di Oslo.

Quando hai capito che diventare uno scrittore era la tua strada?

Quando ero un bambino. Credo di aver sempre voluto essere uno scrittore.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Quando avevo 35 ho detto a me stesso: ora o mai più. Ho sempre voluto essere uno scrittore, ma solo allora ho capito che era il momento di farlo! Volevo scrivere un romanzo  poliziesco. Ho sempre amato i misteri e mi piaceva leggere i classici americani, come Chandler, Thompson, Hammett, Ross MacDonald e anche Ed McBain che ha molte somiglianze con autori svedesi come  Sjöwall & Wallhö. Volevo scrivere un poliziesco, una storia moderna, con una trama realistica, con personaggi al tempo stesso realistici ma molto particolari. Ho cominciato a scrivere il primo libro su Gunnarstranda e Frolich alla fine del 1989 (che sarà pubblicato in Inghilterra nel mese di settembre con il titolo Lethal Investments – Il quarto libro in inglese, sarà il primo!). A Natale del 1989 ho scritto per una settimana a diverse case editrici e ho inviato il manoscritto ad una casa editrice dopo capodanno. Tre giorni dopo l’editor mi ha chiamato e mi ha detto che il libro gli piaceva, ma era da rivedere. Questo mi ha richiesto tre anni 😉 ho imparato molto. Il libro è stato pubblicato nella primavera del 1993 e ha ricevuto buone recensioni. Il libro è stato il primo di una nuova ondata di crime fiction incentrati sulla polizia in Norvegia.

Perché hai deciso di scrivere Il quarto complice ora pubblicato in Italia da Marsilio editore?

E ‘un noir tipico, una storia di ossessioni, incentrata sull’importanza della qualità in una relazione. L’ho scritto molto velocemente. Parte tutto da una storia d’ amore di Frolichs con una donna che ben presto diventa per lui un’ ossessione. Penso che molti abbiano avuto delle relazioni così a volte. Allo stesso tempo, questa ragazza è un classico luogo comune –  è una femme fatale. Essendo un luogo comune, ne consegue che anche i suoi rapporti con il poliziotto, fanno parte di un cliché. Credo che questo sia quello che mi piace di più nei buoni polizieschi, quando c’ è quilibrio tra l’essere e l’ agire e i personaggi non agiscono come uno ci si aspetta ma ci sorprendono. E’ una sorta di  rituale. Mi piace leggere questo tipo di storie. Tutti i gialli di solito vertono sulla ricerca della verità. Qualche volta però non sappiamo quale sia davvero la verità, e questo è un fatto con cui mi piace giocare quando scrivo.

Cosa ti ha ispirato?

Diverse cose. A quel tempo ci furono molti furti e rapine molto violente svolte da professionisti ad Oslo. Questo ha significato una sfida per la polizia di Oslo. Ho fatto qualche ricerca in giro su questo argomento. E ho anche voluto creare una storia su cosa significasse essere un poliziotto. Mi sono posto la domanda: cosa sarebbe successo se un poliziotto avesse incontrato una ragazza molto cattiva? Volevo scrivere una storia di ossessioni e ha scoperto che descrivere un rapporto d’amore può essere un modo perfetto per farlo. E mi è stato ispirato soprattutto dalla storia avvenuta a Venezia di un dipinto rubato,  che è una storia vera.

Quanto è durato il processo di scrittura del Il quarto complice?

L’ho scritto velocemente, in meno di un anno. In qualche modo conoscevo l’intero racconto quando ho iniziato. Era una sensazione strana, ma anche bella.

Quali altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Come ho detto sopra, è un noir classico, mi può avere ispirato Il Falcone Maltese di Hammett, The Killer Inside Me di Jim Thompson e, naturalmente, Addio mio amata di Chandler. Mi sono ispirato anche a molti film noir classici, come Out of the past di Jack Torneur.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza svelarci il finale?

Ok, una breve introduzione: Il poliziotto Frolich incontra per caso una ragazza. Poi la incontra ancora una volta e si innamora di lei. Allo stesso tempo, egli nota che lei gli sta raccontando un sacco di bugie. Comincia a seguirla, a scoprire cose su di lei, la affronta e lei gli racconta ancora più bugie. Scopre che suo fratello è un criminale molto pericoloso. Una notte, mentre dormono nello stesso letto, egli è chiamato dal suo superiore sul luogo di un omicidio avvenuto nel porto di Oslo. Una guardia di sicurezza è stata uccisa da un uomo di nome Johnny Faremo – fratello della ragazza. Quest’ uomo è arrestato, ma ben presto viene rilasciato perché ha un alibi, dato da sua sorella. Frolich sa che è falso. Era con lui quando la guardia giurata è stata uccisa. Frolich vuole un chiarimento ma la ragazza scompare. Inizia così a cercarla, per scoprire la verità.

Puoi dirci un po’ di più sul tuo protagonista, Frank Frolich?

E’ un uomo molto ordinario, gli piace la birra, il calcio e la musica degli anni settanta. Non è sposato e si lascia facilmente sedurre dalle donne. Prima di Il quarto complice, ha avuto una relazione con una donna che ha avuto un bambino. Lei voleva molto sposarlo. Alla fine si sono lasciati. Penso che sia un personaggio in cerca di qualcosa. Né lui né io però sappiamo effettivamente cosa. Lui non ne è sicuro perché è un poliziotto. Ma l’azione legata al suo lavoro è una parte che apprezzo molto.

Elisabeth è una sorta di femme fatale, personaggio tipico dell’ hard boiled, l’ossessione di Frank Frolich. Si riprenderà mai da questa malattia?

Penso che gran parte della storia parli proprio di come cerchi di recuperarsi, molto lentamente.

Oslo è quasi un personaggio secondario, una sorta di presenza costante. Potresti descriverci il collegamento tra Frolich e Oslo?

Frolich è cresciuto lì. I suoi genitori sono della classe lavoratrice, è cresciuto nei quartieri operai sul lato est della città. Questo gli dà un background importante. E’ un uomo moderno, ha studiato legge e ha anche un grado. Conosce le strade e la sociologia della città molto bene.

Il finale è praticamente un’ interpretazione psicanalitica della realtà. Cosa simboleggia il mare?

Non sono sicuro di conoscere la risposta a questa domanda (sorride) ma – penso che la maggior parte degli psicologi interpretino l’ acqua come qualcosa di emotivo.

I tuoi libri sono di enorme successo in Norvegia e in tutto il mondo. Il successo come ha cambiato la tua vita?

Negli ultimi dieci anni sono stato in grado di vivere facendo quello che mi piace di più, scrivere storie.

Il successo del romanzo poliziesco nordico è un fenomeno globale. Qual è il segreto? Cosa ha di nuovo?

Amo solo i misteri non conosco le risposte dei segreti. Ma se si guarda al noir nordico in generale ci sono alcune somiglianze. La maggior parte dei gialli nordici tende a mettere la criminalità in relazione alle tematiche sociali. Questo non è sbagliato a mio avviso, perché la criminalità è un fenomeno sociale. Al tempo stesso un reato è commesso da persone reali. Da persone vere intendo persone che sono comuni con lo scrittore. Il difficile è provare a stabilire una connessione tra la realtà e i libri. Cosa che si fa ovunque, nella maggior parte della narrativa contemporanea. Ma può essere che gli scrittori nordici abbiano una buona tradizione nel gestire la criminalità nella fiction. Sai, il primo libro di saghe è il classico nordico Snorri og Sturlasson Viking 1000 pagine di uccisioni (Sorride)

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Sono mattiniero. Mi sveglio alle 6.30. Scrivo fino a mezzogiorno. Poi faccio altre cose. Io vivo in una fattoria e felicemente, posso lavorare con gli animali e fare altre cose, non passo tutto il tempo a scrivere. E leggo un po’, guardo un film o parte di un film ogni giorno.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Difficile domanda. Sono più concentrato sui libri che sugli scrittori. Se mi dai un libro di James Ellroy o di John Le Carré scommetto che è buono.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un libro di uno scrittore che è morto. Ficciones di Borges.

Qual è il ruolo di Internet nella scrittura, ricerca e marketing tuoi libri? Che ne dici dell’ editoria elettronica? 

Internet è molto importante per la ricerca e la scrittura. Ho un blog (norvegese) e un webside. Penso che tali siti aiutino ad  essere visibili per i lettori. Gli e-books sono in una posizione di partenza. Con la crescente domanda di Ipad  penso che il mercato degli ebook crescerà.

Come ti sei sentito una volta che hai finito di scrivere questo libro?

Molto felice. Ho avuto un buon feeling con questo libro sempre.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Non smettere di cercare. Leggere molto. Imparare. Quando c’è qualcosa che ti piace in un libro. Prenditi un momento e rifletti. Perché mi piace? Cerca di darti una risposta.

Quando sarà pubblicato il tuo prossimo romanzo in Italia?

Credo che dovrebbe uscire un mio libro quest’anno.

Infine un’ultima domanda, a cosa stai lavorando ora?

Sto scrivendo un noir, sempre nello stesso distretto di polizia ma che ha per protagonista una donna poliziotto. La storia coinvolge i giacimenti di petrolio norvegese e gli investimenti all’estero, e le connessioni tra stampa e politica. Ho un gran buon presentimento ( sorride).