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:: Recensione di Beastly di Alex Flinn a cura di Giulietta Iannone

29 aprile 2011

Beastly di Alex FlinnBeastly, uscito quest’autunno per l’Editrice Giunti, quinta fatica di Alex Flinn scrittrice statunitense specializzata in narrativa young adult, quella che per intenderci ha un target di lettori che vanno dai 14 ai 20 anni, si colloca in un mercato in netta crescita, non a caso molte case editrici dedicano collane apposite se non addirittura cataloghi in esclusiva. Gli adolescenti sono lettori forti, esigenti, selettivi ed è difficile che spendano i loro sudati risparmi per libri scadenti anche se la qualità è un parametro variabile anche nei generi più di moda. L’orda di vampiri, streghe, lupi mannari e quant’altro ancora ben aldilà dal retrocedere spesso è al centro di molte storie indirizzate a questa fascia di pubblico  e sebbene in alcuni casi ciò significhi prodotti scritti in serie, ripetitivi, a volte decisamente insulsi, nella ricca offerta ci sono anche lavori originali e ben costruiti. Bestseller in patria Beastly è anche diventato un film scritto e diretto da Daniel Barnz con protagonisti due divi emergenti Vanessa Hudgens e Alex Pettyfer e una consolidata beniamina, a patto che questo termine si usi ancora e non mi faccia apparire troppo matusa, come Mary Kate Olsen, che uscirà nelle sale italiane l’11 Maggio prodotto da CBS e annunciato come il successo cinematografico dell’anno per teenagers. La trama è conosciuta, l’autrice si è ispirata ad un classico della narrativa per l’infanzia, ad una delle fiabe più amate di tutti i tempi La Bella e la Bestia, fiaba che di per sé ha già ispirato almeno per quanto riguarda il binomio essere deforme -amore opere immortali come Il fantasma dell’Opera di Gaston Leroux, rivisitandolo e ambientandolo in una New York dei giorni nostri cinica e indifferente. Kyle Kingsbury e la lunga strada che porterà alla sua redenzione trasformandolo da odioso figlio di papà in persona sensibile e innamorata sono al centro di questo piacevole libro nel suo genere originale e riuscito. La morale è più che evidente, l’amore fa miracoli e riscatta anche le persone più ostili e refrattarie. Ma sicuramente ci sono anche piacevoli sorprese come il personaggio di Kendra, la strega che getta l’incantesimo che trasformerà il ragazzo in bestia, che poi tanto cattiva non è e regalerà un piccolo colpo di scena finale. Per chi volesse informazioni più precise sulla trama posso farne un breve riassunto. Kyle Kingsbury tipico rampollo dell’ upper class, è un ragazzo bello, viziato, egoista, educato senza madre da un padre assente e depositario di valori distorti  e cinici. Non amare mai altri oltre sé stesso sembra il suo mantra e Kyle impara fin troppo bene la lezione. Un giorno però l’oggetto dei suoi scherzi crudeli si rivela essere una strega che per punirlo gli lancia un incantesimo. Se entro due anni, due come i petali della rosa testimone di un suo raro gesto gentile, non riuscirà a trovare l’amore, resterà per sempre l’orribile bestia in cui è stato trasformato. Prigioniero della sua deformità e isolato in un palazzo di mattoni alla periferia di Brooklyne vede passare i giorni finchè un ladro non entra in casa e per salvarsi gli concede sua figlia. Conquistare il suo amore sarà la sua ultima occasione. Beastly ha parecchi pregi e qualche difetto ma in sostanza è una sorta di educazione sentimentale per adolescenti romantici che non hanno ancora smesso di credere alle favole a lieto fine e  all’amore con l’a maiuscola. Alex Flinn dal canto suo è una scrittrice dotata di sensibilità e affronta le tematiche care a quell’età complessa con la delicatezza di una sorella maggiore che adotta linguaggi e stati d’animo tipici dei suoi giovani lettori con realismo e partecipazione. E soprattutto è capace di coinvolgerli in riflessioni anche serie sulla solitudine, sul materialismo ed edonismo imperante, sul disagio di giovani spesso figli di famiglie divise. Non è un adulto che giudica, che si erge a paladino di valori ferrei e insindacabili, ma in un certo senso cerca di educare, di proporre modelli, di spiegare che l’apparenza, la bellezza fisica, sono solo qualità superficiali e sono ben altri i valori che contano. L’avvio è un po’ a lenta carburazione, ma superate le prime pagine la storia scorre fluida e senza intralci. Gli adulti forse sono caratterizzati un po’ troppo negativamente ma essendo in fondo una favola proietta e rappresenta anche la contrapposizione tra l’età adulta e l’adolescenza in cui per molti sarà facile riconoscersi.
L’autrice: Alex Flinn vive a Miami con il marito e le figlie adolescenti. Scrive dall’età di 5 anni e ha all’attivo 7 romanzi young adults compreso Beastly. Nel 2011 uscirà il suo nuovo romanzo Cloaked per i tipi di Harper Teen. 

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:: Intervista con Dan Vyleta a cura di Giulietta Iannone

27 aprile 2011

L'uomo di BerlinoSalve Dan. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Figlio di rifugiati cechi emigrati in Germania alla fine del 1960, romanziere e storico canadese. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dan Vyleta? Punti di forza e di debolezza.

Punti di forza: mi piace stare sveglio tutta la notte a parlare con gli amici di libri, film, politica, bere (troppo) caffè e (troppo) vino, e camminare per la città sentendomi un tutt’uno con la città e con un gran senso di fratellanza per gli altri uomini …
Punti di debolezza: ho difficoltà a scendere dal letto il giorno dopo. E generalmente, la mattina non è il mio momento della giornata.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono cresciuto in una zona industriale della Germania settentrionale. I miei genitori erano rifugiati politici provenienti dalla Cecoslovacchia ed è qui dove avevano trovato lavoro. In seguito sono andato in Inghilterra, a Cambridge, per studiare, e mi sono innamorato della lingua inglese (e anche di mia moglie!). Poi mi sono trasferito in Canada dopo anni di vita a Istanbul, Vienna, Berlino …

Quando hai capito che volevi essere uno scrittore?

Ho amato i libri sin da molto giovane. Mi ricordo che li razionavo così per non leggerli troppo in fretta: cercavo di leggere non più di cinquanta, ottanta pagine al giorno… E suppongo di aver sempre sognato di raccontare me stesso. Ma una cosa è sognare, un’ altra è sedersi al computer e trovare le parole per iniziare il primo capitolo. Una volta fatto questo, sono rimasto agganciato. Scrivere è come cucinare o fare musica. Tutti dovrebbero farlo.

Leggi altri autori contemporanei?

Sì. Ho letto un sacco di cose. Narrativa, romanzi gialli, racconti, fantascienza … Ma ho un amore speciale per la letteratura del XIX secolo: Dickens, Cechov, Tolstoj, Dumas, Conrad, Dostoevskij, Hugo, le sorelle Bronte. Penso che sia allora che il romanzo ha trovato la sua forma.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Sono stato fortunato a trovare un agente molto velocemente. Gli ho solo mandato il mio manoscritto per posta elettronica. Il suo assistente lo lesse e lo passò al suo capo… Ma c’era ancora un lungo cammino prima della pubblicazione. Si trattò di un lungo processo di nervo-demolizione. L’ultima settimana, quando ero in attesa che l’editore facesse un’offerta per il libro, ho preso un sacco di caffè corretti con brandy per tutto il pomeriggio…

Il tuo romanzo d’esordio L’uomo di Berlino (Pavel & I)  è ora tradotto in Italia da Paola Merla per Longanesi. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

E ‘una storia post-bellica, ambientata in quello che fu l’inverno più freddo che Berlino abbia conosciuto a memoria d’uomo. Il fatto è che tutti si aspettavano che il primo inverno dopo la guerra si trasformasse in una catastrofe umanitaria. Non c’era carbone per il riscaldamento. Ma l’inverno del ’45 fu relativamente mite. Così la gente pensò di avere un anno intero per ricostruire, sperando che il prossimo inverno non fosse così male. Ma poi l’inverno del ’46 iniziò, e Berlino era ancora in rovina. Le storia ruota attorno a tre personaggi principali: Pavel, un dimesso soldato americano che si rifiuta di tornare a casa; Anders, un giovane scugnizzo che ruba le cose e le vende al mercato nero, e Sonia, una donna tedesca che vive con un corrotto ufficiale inglese. Un uomo che stava cercando di vendere segreti ai russi viene ucciso. E così il trio di personaggi viene risucchiato in un vero e proprio complotto da Guerra Fredda …

Pensi che Il terzo uomo di Graham Greene abbia influenzato il tuo lavoro?

Amo molto la versione cinematografica de Il terzo uomo che  avevo visto tanti anni fa, ma in realtà il libro non mi ha influenzato molto finchè il mio editore non mi ha fatto notare le rassomiglianze – a questo punto ho letto il romanzo di Graham Greene. Amo il lavoro di Greene, in particolare il cuore della questione e il fattore umano, c’è qualcosa di incredibilmente sicuro nella sua prosa, e ha un orecchio meraviglioso per il dialogo.

Che tipo di film hanno influenzato il tuo lavoro. Germania Anno Zero di Rossellini?

Ho cercato di non guardare troppi film sul periodo che stavo descrivendo. Non volevo che la creatività di altri mi influenzasse troppo. Fu solo alla fine del processo di scrittura che ho cercato attivamente film sul periodo postbellico. Germania Anno zero di Rossellini ha lasciato una profonda impressione su di me, ed è stato gratificante vedere nella sua strada un lontano eco della mia stessa banda di ladri adolescenti.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Pavel Richter?

Tutti nel romanzo si innamorano di Pavel, a volte per motivi sorprendentemente insignificanti. Io personalmente amo Pavel moltissimo, e molti dei miei lettori mi hanno scritto per dirmi quanto anche loro si sentissero legati a lui. C’è qualcosa di delicato e nobile in lui: egli è un uomo giusto in un tempo corrotto. Mi piaceva l’idea di un uomo che apparisse inadatto alla sua età – un eroe di un romanzo ottocentesco incappato in una situazione del XX secolo.

Dimmi qualcosa del tuo personaggio femminile. Sonia è una sorta di dark lady? O è più simile a Ilsa Lund Laszlo di Casablanca?

Più che Ilsa, Sonia è una sopravvissuta. Per sopravvivere, ha dovuto cancellare le proprie emozioni e i propri ricordi. Tutto ciò che rimane in Sonia del periodo  pre-guerra è il suo amore per il pianoforte, è come se suonando Beethoven ciò le ricordi che, una volta, c’era una cosa chiamata civiltà. Quando incontra Pavel, si risveglia qualcosa in lei di cui diffida; lei lo percepisce come una minaccia.

Perché hai deciso di scrivere L’uomo di Berlino?

Non ho davvero deciso di scriverlo – in nessun momento mi sono seduto a pensare coscientemente, ‘Sai cosa, sarebbe una bella idea scrivere un romanzo post bellico ‘. Le prime pagine semplicemente si sono rovesciate su di me, e daallora  ho seguito la corrente ovunque mi stesse portando. Non mi piace l’idea di scrivere con la testa, si scrive con la pancia e si vede dove ciò ti porta. Se si è fortunati si finisce per scrivere un libro.

Quanto è durato il processo di scrittura di L’uomo di Berlino?

Un anno e mezzo o giù di lì. Ma ci sono momenti, frasi, emozioni nel romanzo, che sono più vecchi del libro anche di cinque o dieci anni. Gli scrittori sono accaparratori. Ogni giorno,  si raccolgono detriti, sperando che un giorno si rivelino utili.

Mi piacerebbe parlare del processo di scrittura. Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Dipende dai periodi. Al momento, posso solo scrivere grazie ai caffè. Così mi alzo, faccio colazione, raggiungo a piedi uno dei caffè che mi piacciono, trovo un tavolo, mi prendo una tazza grande di qualcosa di caldo, metto le mie cuffie su (ho ascoltato Beethoven per tutto  il periodo di scrittura di Pavel, e al momento ascolto Brahms) , e inizio a scrivere. Ho anche sempre con me un notebook e la mia penna preferita. Ogni volta che ho un’idea, la butto giù. Ho scritto un sacco di quaderni durante questi anni.

Ci sono attualmente progetti cinematografici legati al tuo libro? Dimmi il tuo cast ipotetico.

Ancora niente, anche se penso che si potrebbe fare un grande film. Avremmo bisogno di qualcuno tenebrosamente affascinante e intenso per il ruolo di Pavel, qualcuno come un giovanissimo Al Pacino. Non so: Cillian Murphy forse? E Marion Cotillard per Sonia? Philip Seymour Hoffman potrebbe fare un buon Fosko – se si radesse la testa!

Quali sono i tuoi autori viventi preferiti?

Günter Grass, Cormac McCarthy, Hilary Mantel, Pete Dexter, Julia Franck, Josef Skvorecky, Philip Pullman, William Gibson, Simon Armitage – l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Patrick Hamilton, Twenty Thousand Streets under the Sky del 1935. E ‘meraviglioso, un ritratto di una specie molto inglese di disperazione, triste e divertente allo stesso tempo.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa  di divertente accaduto durante questi incontri.

Beh, è ​​lusinghiero essere al centro di tanta attenzione, e anche leggermente imbarazzante. Credo che molti scrittori siano persone molto riservate. Mi piace leggere in pubblico però: è bello incontrare i propri lettori. A volte sento che gli scrittori e gli editori – o gli scrittori e gli uomini di marketing – non capisco l’ un l’ altro. A volte vado a una festa in un luogo molto spettacolare – un bar alla moda, o un museo che è stato affittato per la serata – e tutte le persone del settore sono molto glamour e nel loro elemento – mentre gli scrittori invece se ne stanno rannicchiati in uno angolo, a bere drink e fare conversazioni tranquille l’uno con l’ altro. Comunque sono serate a volte anche molto divertenti.

Qual è il ruolo di Internet, nel tuo processo di scrittura, nella ricerca delle fonti  e nel marketing tuoi libri? Che ne dici dell’ editoria elettronica?

Amo internet per diversi tipi di ragione, ma, per me, in realtà il processo di scrittura non cambia molto. Certo uso internet per cercare le cose, ma se proprio lo vuoi sapere  utilizzo ancora la biblioteca – o l’archivio. E ‘diverso per quanto riguarda il marketing. Qui Internet ha cambiato davvero le regole del gioco. Per quanto riguarda gli e-books penso che siano molto leggeri, maneggevoli, cool – ma  preferisco ancora i libri di carta. Io sono una persona tattile, mi piace la sensazione di una pagina stampata, e l’odore della carta e dell’inchiostro.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction da quando hai iniziato a scrivere?

Ci sono tendenze, sensazioni, bestseller in più. Tutti gli editori sono alla ricerca dei prossimi Stieg Larsson: un libro che sarà un bestseller il  n. 1 in tutto il mondo. Ma per noi scrittori credo che non sia cambiato nulla. Dobbiamo ancora cercare di plasmare i sentimenti, le esperienze in parole, e scrivere il libro migliore che possiamo.

Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con voi?

Ho un sito web www.danvyleta.com con notizie, pezzi di blog, copertine, recensioni ecc e i lettori possono scrivermi a danvyleta.website @ gmail.com

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Il mio secondo romanzo, The Quiet Twin, è recentemente uscito in Canada, Regno Unito, e ora in Germania, e sono stato impegnato con i tour promozionali ma ogni volta che posso prendo un po’ di respiro, e  ora sto lavorando al follow-up!

:: Intervista con James Lee Burke a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2011

James_Lee_Burke

Salve Mr Burke. Grazie per aver accettato la mia nuova intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Alcuni anni fa ho avuto il piacere  di intervistarti e mi ricordo che era in assoluto la mia prima intervisita con uno scrittore. Raccontaci del tuo esordio. Che strada hai seguito per pubblicare? Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho finito di scrivere il mio primo romanzo edito, Half of Paradise, quando avevo ventitré anni. Poi mi ci sono voluti quattro anni per trovare un agente e un editore. Per me è sempre stato più facile scrivere che pubblicare.
Nel bel mezzo della mia carriera, ho passato trent’anni venendo pubblicato solo in tascabile. Il mio romanzoThe lost get back boogie è stato rifiutato 111 volte prima di essere pubblicato dalla Louisiana State Univerisity Press. Poi è stato candidato al Pulitzer.

Cosa sarebbe la tua vita senza letteratura?

Le arti e le lettere sono l’indice di civiltà di una società; non varrebbe proprio la pena di vivere in un mondo in cui non ci fossero. Le antiche pitture rupestri francesi dimostrano che persino le popolazioni più primitive riconoscevano all’arte un certo valore.

Prima di diventare scrittore a tempo pieno hai svolto varie mansioni, negli ambiti più diversi, dall’estrazione del petrolio al giornalismo, al lavoro nel sociale, e, negli anni ’80, hai insegnato scrittura creativa alla Wichita State University. Cosa puoi dirci di queste esperienze?

Qualunque lavoro permetta di pagare l’affitto va bene per uno scrittore, certo, a patto che non lo allontani dalla scrittura.

Mi piacerebbe parlare del lavoro quotidiano dello scrittore. Ci descrivi una tua giornata tipo?

Lavoro sempre, dalla mattina alla sera, e a volte fino a notte inoltrata. È l’unico modo di lavorare che conosco.

Ho chiesto a tua figlia Alafair Burke di raccontarmi qualcosa di curioso su di te e lei mi ha risposto: “Ama gli animali. Lo chiamiamo Dottor Doolittle, come il personaggio che parla con gli animali nel libro per bambini”. Che mi racconti, tu, su di lei?

Alafair è la prima giallista della famiglia. Ha iniziato a scrivere polizieschi all’età di sette anni. Il suo primo racconto era intitolato Omicidi alla pista da pattinaggio.

Il personaggio di Robicheaux è stato portato sugli schermi due volte, interpretato prima da Alec Baldwin in Omicidio a New Orleans e poi da Tommy Lee Jones in In the electric mist. Hai visto i film? Quale dei due attori ti sembra più vicino al tuo Dave Robicheaux?

Ho molto apprezzato l’impegno profuso nell’adattamento cinematografico dei miei lavori. Il giudizio sulla riuscita, be’, quello lo lascio agli altri. Ma tutti i creativi coinvolti in entrambi i progetti erano davvero pieni di talento.

Paragoniamo i due personaggi di Dave Robicheaux e di Billy Bob Holland: in cosa si assomigliano, e in cosa, invece, differiscono?

Be’, direi che hanno gli stessi valori, ma rappresentano epoche diverse. Dave, come me, è nato durante la grande depressione. È un periodo storico che non si può comprendere fino in fondo, a meno che non lo si sia vissuto.

Mi è piaciuto molto Terra Violenta, primo romanzo della serie di Billy Bob Holland, premiato nel 1998 con l’Edgar Award. Tu che ne pensi?

Penso che Terra violenta sia uno dei miei romanzi migliori. Non ho mai capito come mai non abbia avuto tutto il successo di certi miei libri ambientati in Louisiana.

Parliamo ora, in generale, dei tuoi libri. Quali sono i tuoi preferiti?

Credo che i miei lavori più riusciti siano Rain Gods, Terra violenta, L’urlo del vento, White doves at morning eL’occhio del ciclone.

Il tuo stile è fortemente realistico, linguisticamente accurato e pieno di tensione drammatica. Pensi di essere stato influenzato da autori russi quali Sholokov e Chekov?

Ammiro i russi, ma no, non ne sono stato influenzato.

Che cosa ci dici di The glass Rainbow? Sarà il tuo ultimo Robicheaux?

The Glass Rainbow ha a che vedere con la fine di un’epoca e di una generazione. Il prossimo romanzo della serie si intitolerà Feast day of fools.

So che hai un bel numero di fan; com’è la tua relazione con i lettori?

Se è bello essere un artista, è grazie a tutta la gente che si incontra. Non c’è migliore ricompensa del sapere di aver regalato a qualcuno un certo piacere estetico.

Ti piace viaggiare per promuovere i tuoi libri?

Mia moglie e io abbiamo girato per quindici anni, poi abbiamo smesso. Certo, incontravamo un sacco di bella gente, ma toccavamo trentacinque città l’anno, e alla fine ho pensato fosse meglio allentare un po’ il ritmo.

In chiusura, una domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Il romanzo che sto scrivendo ora si chiama Creole Belle. Penso non sia niente male, ma mi sa che  non sono molto obbiettivo.

Grazie mille per avermi intervistato. Amo l’Italia, e spero di poterci tornare presto.

Traduzione a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

:: Intervista con Marc Villard a cura di Giulietta Iannone

22 aprile 2011

medGrazie Monsieur Villard  di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Ci parli di lei. Poeta, romanziere, scrittore di racconti, sceneggiatore. Chi è Marc Villard?

Ho iniziato a scrivere poesie a 19 anni poiché il romanzo mi spaventava troppo. Ho creduto fosse più facile scrivere poesie, e nel corso di una decina di anni ho pubblicato diverse raccolte poetiche. Quando decisi di passare alla prosa scelsi il nero, il polar, perché ero un lettore di questo genere letterario. Mi sono reso conto in seguito che l’aver scritto poesie mi aveva abituato a scrivere breve e a snellire i miei testi. Di conseguenza, mi veniva più facile il racconto o la novella, che il romanzo. Quando pubblicai il mio primo romanzo, Juliet Berto, un’attrice francese, mi chiese una sceneggiatura (Neige). Mi interessava, il rigore della sceneggiatura. Oggi preferisco scrivere sceneggiature per i fumetti, piuttosto che per cinema e televisione, è un’atmosfera più amichevole anche a livello di relazioni. Penso quindi di poter dire che come scrittore mi trovo decisamente più a mio agio con i testi corti (romanzi compresi) che con quelli lunghi.

Come è nato il suo amore per la scrittura?

Io sono prima di tutto un lettore. È attraverso la lettura che mi è venuta voglia di scrivere. Con la poesia, mi sono impegnato, ma ho capito presto di avere un talento limitato. I miei primi amori di lettore sono stati Jean Giono, René Char, Emile Zola e Paul Eluard.

Ci parli del suo debutto. Della sua strada verso la pubblicazione. Ha avuto molti rifiuti?

A 20 anni ho scritto una raccolta di poesie e l’ ho inviata ad alcuni editori. Me  l’hanno accettata quasi subito, ma mi chiedevano un contributo per la pubblicazione. Questa pratica era comune, all’epoca, ma lo è meno adesso. Il mio primo romanzo noir , Légitime démence non ebbe difficoltà a uscire, perché nel 1980 gli editori francesi cercavano questo tipo di libri: polizieschi socialmente e politicamente impegnati.

Frédéric H. Fajardie, con Manchette e Vautrin, è il creatore del néo-polar, il polar di critica sociale. Si sente vicino a questa scuola di pensiero?

Mi sentivo vicino a loro, ma ho capito subito che il discorso politico nella  fiction non faceva per me. Così dal secondo libro ho cambiato registro, lavorando di più sulla storia,  sui personaggi e sul dialogo, piuttosto che sul lato sociale. La sceneggiatura mi ha spinto a un maggior rigore nella costruzione.

Ci parli dei suoi libri: Légitime démence, Corvette de nuit, La Guitare de Bo Diddley,  Quand la ville mord.  Come presenterebbe i suoi libri a un lettore che non li avesse ancora letti ?

Légitime démence è una storia segnata dall’interesse che nutrivo negli anni Settanta per la Rote Armee Fraktion tedesca. È un libro molto radicale nelle idee, ma non è il massimo da un punto di vista letterario.
Corvette de nuit  è il romanzo che tutti vogliono scrivere agli esordi. Un ritorno all’adolescenza, la periferia della mia giovinezza, il rock e un certo distacco verso la vita. Si tratta di un ritorno alle origini, attraverso il fascino che suscita in un adulto un cantante del passato caduto in rovina.
La Guitare de  Bo Diddley nasce dall’attrazione che provavo per il film di Anthony Mann, Winchester 73, in cui un fucile passa di mano in mano,  seminando la morte. Volevo riprendere questo concetto, per adattarlo al nostro tempo e alla musica. La ‘protagonista’ quindi è una chitarra di Bo Diddley trovata nella periferia parigina, che sarà rubata, venduta e regalata. Questo espediente narrativo mi permette di parlare dell’ambiente del rock e di mettere l’accento sui personaggi che abitano i quartieri poveri di Parigi e la banlieue, soprattutto i consumatori di droga, visti come esseri umani e non come delinquenti.
Quand la ville mord riprende come ambiente il quartiere parigino di Barbès, che utilizzo spesso. Si tratta di una zona di forte immigrazione, molto colorata. Due africane sbarcano in Francia per fare fortuna, e si ritrovano a fare le prostitute per pagarsi l’aereo e dei documenti falsi. Una delle due uccide il suo protettore e deve fuggire per salvarsi la vita.

Che relazione c’è per lei tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?

La memoria letteraria è ciò che mi guida. Non si può partire da zero. Il romanzo noir somiglia al jazz: ci sono molti standard di grande livello, spetta ai nuovi arrivati saperli trasformare per farne delle creazioni nuove. Bisogna quindi riconoscere che dipendiamo dal passato, ma anche essere in grado di andare oltre.

Ha letto altri autori contemporanei che l’hanno influenzata?

I primi polar che hanno lasciato un segno dentro di me sono i romanzi americani degli anni Cinquanta/Sessanta, scritti da autori di secondo piano: Harry Whittington, Steve Fischer, William O’Farrell, Day Keene… Ma poi mi hanno influenzato anche tanti altri autori, come Horace Mc Coy, Jean Patrick Manchette, James Ellroy, David Goodis, Tony Hillerman, Clark Howard

Mi parli della sua città. La utilizza come sfondo dei suoi libri?

Vivo a Parigi da quando avevo 19 anni e amo vivere in un contesto urbano. Adoro l’idea di poter uscire di casa e andare a vedere un film alle 9,30 del mattino, di  trovare  dei bar aperti all’una di notte, di scegliere un concerto tra una trentina di possibilità. Amo la folla anonima, la vita rumorosa, gli amici che posso incontrare con una corsa in metrò. Nei miei libri uso spesso due quartieri di Parigi, Barbès e Les Halles. Barbès è un quartiere in cui vivono molti immigrati, di tantissime nazionalità, che costituiscono il fascino del luogo. Non è difficile immaginarlo come sfondo in cui collocare una storia noir. A Les Halles invece ci vivo io, e sotto il  Forum des Halles ci sono molte linee della metropolitana e della RER, che hanno creato un sotterraneo adatto a chi vuole parlare dei segreti sepolti sotto la città. Ho anche intenzione di lavorare su una zona chiamata Château d’ Eau, in cui lavorano molti parrucchieri africani.

Che strumenti utilizza per scrivere? La penna, la macchina da scrivere, il computer?

Per anni ho scritto a mano, ribattendo poi tutto a macchina. Ma ora scrivo tutto al computer, anche le scalette. È molto più facile.

Crede nei valori politici o è un disilluso come molte persone?

Ho sempre votato a sinistra come la maggior parte degli scrittori della mia generazione, ma non ho mai militato in un partito politico. Come tanti, sono anch’io spaventato dall’ultra-liberismo, dal razzismo, dalla crescita dell’estrema destra. Tuttavia, quando vedo le rivolte africane in corso, mi dico che abbiamo molti debiti con questi paesi. Ciò che più mi ha colpito in questi ultimi anni è il modo orribile in cui trattiamo in Francia i sans papiers, i senza fissa dimora e le donne maltrattate.

Per quanto riguarda il lavoro narrativo preferisce scrivere la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi o i dialoghi?

Il momento migliore è quando uno riflette sul libro. Qui, tutto è possibile e ogni giorno mi dico che scriverò un capolavoro. Poi però devo predisporre il progetto, il piano di lavoro e questo è meno divertente. La scrittura è interessante, e quello che mi affascina è la musica delle parole, e un certo modo di  scrivere a orecchio. Penso che la fonetica del testo sia importante, e questo è l’aspetto del lavoro di scrittura che mi appassiona di più. I dialoghi invece non mi pongono particolari problemi.

Un aforisma, un proverbio che le è caro.

Scrivo queste righe per debolezza.
Se fossi forte, non scriverei nulla.
Sarei il padrone dei
miei desideri e di  quelli degli altri.
Pierre Herbart.

Viviamo in un’ epoca di crisi, di recessione, la disoccupazione aumenta. Il noir è veramente la lingua dell’uomo contemporaneo?

Il noir è sempre stato una letteratura della crisi. Noi non scriviamo mica per dire che tutto va bene, che la vita è meravigliosa. Al contrario, scriviamo per dire ciò che c’è di sbagliato, ed è in questa letteratura, simile tutto sommato al giornalismo, che la società si riflette meglio.

Mi descriva la sua giornata di scrittore…

Mi alzo presto, faccio colazione e scrivo come faccio ora. Smetto a mezzogiorno e vado spesso a pranzo con amici. Nel pomeriggio faccio una passeggiata, per poi riprendere a lavorare verso le 18. La sera, leggo. Ascolto anche  tanta musica, ma non mentre scrivo. A volte al pomeriggio guardo un DVD, ma solo per divertimento.

Progetti di film tratti dai suoi libri?

Quand la ville mord sta per passare in televisione su Arte, e questa settimana devo vedere  un regista che sta lavorando a un cortometraggio tratto da uno dei miei racconti, intitolato L’ami de passage.

Quali sono i suoi autori preferiti?

John Fante, Kem Nunn, Allen Ginsberg, Valeria Parrella, Quim Monzò, Richard Lange, Raymond Carver, Pete Fromm, Niccolò Ammaniti, Pierre Autin-Grenier, Craig Davidson, David Lodge.

Cosa sta leggendo in questo momento?

Le Signal (* il titolo originale è The Signal, del 2009) di Ron Carlson eTijuana Straits (*id., 2004 – entrambi i titoli sono inediti da noi, salvo errori) di Kem Nunn.

Come possono contattarla i suoi lettori?

Ho un sito-blog: www.marcvillard.net e i lettori a volte mi lasciano messaggi. Spesso sono bambini, perché ho scritto due libri per bambini. Inoltre partecipo a molti festival letterari che si tengono in Francia, a presentazioni e incontri sia nelle librerie che nelle biblioteche, tutte occasioni per conoscere i miei lettori. Mi piacciono i dibattiti e sono decisamente uno scrittore che non sta fermo (sto per partire per Tangeri).

Infine, nel salutarla e ringraziarla per la sua disponibilità, l’ultima domanda. A cosa sta lavorando in questo momento?

Ho completato un romanzo di 120 pagine intitolato Branchés à la source, in cui diversi destini si incrociano, a Barbès, intorno all’assassinio di una professoressa di disegno. E sto finendo un albo a fumetti insieme a Jean-Philippe Peyraud,  per l’editore Glénat..

:: Recensione di Missione in Alaska di Mykle Hansen a cura di Giulietta Iannone

22 aprile 2011

1Merda. Dovrò anche cambiare lo pneumatico. Ma posso fare anche quello. Marv Pushkin può farlo. Marv Pushkin può fare tutto, perché è in armonia con l’universo. Marv Pushkin trionfa. Sempre.

Marv Pushkin, uno yuppie come si diceva qualche anno fa,  maschio, bianco, americano, manager di successo, giovane, bello, sexy, ricco, griffatissimo dalla calza alla mutanda, piace alle donne, cazzo, chiedete a Marcia del Controllo Prodotti, una sventola da paura, un sollazzo per il suo Walter, pensa bene che per accrescere ancora di più il suo potere, per contare di più all’interno dell’azienda, per fare parte della ristretta enclave dei dirigenti che contano, quelli per intenderci che per consolidare il loro affiatamento vanno in Tailandia in gita premio a sniffare e scopare come conigli, cosa c’è di meglio che esibire una testa d’orso impagliata nel suo super accessoriato ufficio e così carico di adrenalina e testosterone a mille organizza lui e la sua squadra una battuta in Alaska a caccia del prezioso Orso bruno americano. Direte voi che c’è di male? Sana avventura, contatto con la natura, gioco di squadra, il non plus ultra delle più moderne tecniche per motivare un team. Bene, diciamo che non tutto va esattamente come previsto e il nostro eroe si ritrova incastrato sotto il suo Suv, dannato cric, con i piedi in balia del concupito orso, che da orso cosa può fare se non mangiarglieli sgranocchiando cartilagini, tendini, ossa e compagnia cantando. Pensate che il nostro Pushkin si demoralizzi, niente affatto. Marv Pushkin sa che arriveranno i soccorsi, sa che l’elicottero  del Search e Rescue atterrerà e lo toglierà dai guai e poi due piedi bionici e via verso il suo luminoso futuro. Apoteosi del grottesco, allucinato e dissacrante ritratto dell’uomo medio americano, intossicato di consumismo, di gadget, di antidolorifici, figlio del Pensiero Positivo, dell’ottimismo a tutti costi Missione in Alaska di Mykle Hansen edito in Italia da Meridiano Zero e tradotto con una sorta di allegra e stralunata complicità da Francesco Francis è decisamente un libro surreale, ogni pagina contiene dosi di bizzarro umorismo capace di strappare tutta la vasta gamma di  manifestazione di piacere dalla ghignata sommessa alla risata sperticata. Hansen sicuramente è un tipaccio, su nelle foreste dell’Oregon a Portland dove vive ne avrà visti di Marv Pushkin, vestiti a capo a piedi in tuta mimetica di Ralph Lauren, affrontare una battuta di caccia o una seduta di pesca al salmone e da cosa nasce cosa, l’umorismo è contagioso e straripa nel ridicolo di un mondo, di una società senza più anima, in cui la superficialità, il gretto materialismo, la stupidità esibita come uno status sociale, fanno i loro danni e portano le loro funeste e tragicomiche conseguenze. Hansen è cattivo, sporco, scorretto e geniale e lascia al lettore la consapevolezza che se ci sono davvero persone come Marv Pushkin, si può ancora ridere, che un’ autentica risata è l’unico antidoto che ci rimane, prima della catastrofe.

Mykle Hansen, scrittore e performer specializzato in narrativa surreale e satirica, vive a Portland, nell’Oregon, ed è il brillante autore di romanzi culto come Eyeheart Everything, Rampaging F*ckers of Everything in the Crazy Shitting Planet of the Vomit Atmosphere (Wonderland Book Award 2008).
È inoltre musicista, batterista, programmatore informatico, scultore, falegname, ciclista, cultore delle arti marziali, nonché amante del tofu alla piastra.

:: Recensione di Di seta e di sangue di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2011) a cura di Giulietta Iannone

21 aprile 2011

imagesCi sono più cose in cielo e in terra che in un rapporto su un caso di omicidio.

Il Maestro Operaio Huang, mentre fa jogging alle prime luci dell’alba in una Shanghai invernale e oscura, si guarda intorno disarmato, tutto sta cambiando intorno a lui: dove sono finite le vecchie biciclette simbolo di uguaglianza e di efficienza?, ora i clacson delle auto strombazzano all’impazzata ad ogni ora del giorno e della notte, mentre nel cielo gli scheletri di alte grù sono all’opera nei nuovi cantieri dove si costruiscono gli ennesimi complessi residenziali per nuovi ricchi.
Poco più lontano, la sua vecchia casa in stile shikumen, dove aveva abitato assieme a un’altra dozzina di famiglie di operai, stava per essere rasa al suolo per far posto a un grattacielo.
Ormai sono i ruggenti anni Novanta, tempi nuovi di trasformazione: nei chioschi si vendono bibite dai nomi stranieri Coca Cola, Pepsi Cola, Sprite.  La Cina socialista è finita in mano ai cani capitalisti come dicono i ritornelli delle canzoncine alla moda. E Huang ormai settantenne anche se ancora in buona salute è un rudere, un sopravvissuto. Sono finiti i tempi gloriosi in cui era considerato un Lavoratore Modello, o un membro autorevole di una Squadra di Propaganda del Pensiero di Mao Zedong durante la Rivoluzione Culturale. Ora non è più nient’altro che un pensionato di un’acciaieria statale sull’orlo della bancarotta.
Mentre corre borbottando tra sé scopre il cadavere abbandonato di una ragazza e la cosa che lo colpisce di più è l’abito che indossa in stile mandarino: un qipao rosso simbolo un tempo di borghese decadenza e ora di gran moda tra i ricchi della città. Huang non ha dubbi non può che essere l’opera di un maniaco sessuale, l’ assassino del qipao rosso.
Dopo il primo ritrovamento altre ragazze vengono uccise e abbandonate negli angoli più trafficati della città con indosso quell’insolito abbigliamento e ben presto lo spettro del serial killer inizia a ingrandirsi inquietante nelle menti sovreccitate dei responsabili politici e degli alti papaveri della polizia.
Il caso viene affidato in tutta fretta alla squadra casi speciali  e chi se non l’ispettore capo Chen Cao del Dipartimento di polizia di Shanghai può far luce sull’inquietante mistero che sembra compromettere il buon nome stesso del Partito.
Chen accetta ma a malincuore, infondo lui amerebbe di più occuparsi di letteratura e conseguire il suo master in santa pace, ma non ha alternativa. Sfuggito per un pelo ad un caso spinoso di corruzione non ha altra scelta che trovare il colpevole prima che uccida ancora e per farlo dovrà rinvangare il passato, e far luce sugli episodi più buoi e controversi della Rivoluzione Culturale dove tutto sembra avere avuto inizio.
Di seta e di sangue di Qiu Xiaolong, quinto libro della serie dell’ispettore Chen Cao, è un classico police procedural incentrato sulla figura dell’ispettore protagonista e impreziosito da un’accurata analisi politica e sociologica della Cina contemporanea.
Un romanzo impegnato per certi versi che l’autore dedica al fratello Xiaowei: A mio fratello Xiaowei se non avessi avuto fortuna, ciò che accadde a lui durante la Rivoluzione Culturale sarebbe potuto capitare a me.
Attento ai dettagli e alla consequenzialità degli eventi Xiaolong affida alla deduzione e all’intuito del personaggio principale e della sua squadra la risoluzione del caso concentrando tutto nel finale per certi versi drammatico anche se è più che evidente già a metà del libro il colpevole. Questo sicuramente allenta la suspence che non sembra l’obbiettivo primario dell’autore più attento invece ad analizzare le motivazioni psicologiche dei personaggi, soprattutto del colpevole visto a sua volta più come una vittima che un efferato assassino.
Ciò che conta davvero per l’autore è tratteggiare i cambiamenti avvenuti nella società cinese, denunciarne i mali come la corruzione endemica soprattutto politica, la mancanza di etica dei nuovi ricchi disposti a tutto per il dio denaro, l’incapacità di un’ onesta e obbiettiva revisione storica della Rivoluzione Culturale.
Non manca infine un certo lirismo tipicamente orientale asciutto e non sentimentale che lascia il lettore piacevolmente affascinato.
Consigliato a chi ama i polizieschi classici e soprattutto la Cina, ne emerge un suo ritratto fedele e realistico ma anche pieno di struggente bellezza.

Xiaolong Qiu, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre alle inchieste dell’ispettore Chen, pubblicate in trenta paesi, già adattate per una popolare serie radiofonica della Bbc e presto anche per una serie televisiva, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao. www.qiuxiaolong.com/

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Via con me, Castle Freeman, (Marcos Y Marcos, 2011) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2011
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Una bella mattina d’inizio estate, in un ameno borgo rurale  tra i boschi del Vermont, una donna aspetta rintanata nella sua auto lo sceriffo del luogo. Lillian, un tipetto tosto, lunghi capelli scuri fino alle chiappe, cameriera di tavola calda, appena mollata dal fidanzato Kevin, che di punto in bianco ha pensato bene di sparire senza dare più notizie, ha un problema bello grosso di nome Blackway, un ex vicesceriffo con in ballo affarucci di droga che gli sono costati il licenziamento, grazie proprio alla testimonianza della donna.
Ora Lillian ha paura, sa che Blackway ha intenzione di fargliela pagare, e già ha iniziato a darle noia: un giorno è il vetro dell’auto che va in frantumi, un altro è la sua gattina Annabelle ad essere sgozzata sulla veranda di casa.
Prima che succeda il peggio Lillian decide di rivolgersi allo sceriffo Ripley Wingate, il quale nicchia , tentenna, dice che la legge può fare poco o niente. Non ci sono prove, non si può certo arrestare qualcuno per delle semplici supposizioni. Che mondo sarebbe? A chi piacerebbe vivere in un paese così senza legge? Perché non taglia la corda invece come ha già fatto il suo ex in un raro colpo di genio, perché non torna a casa sua?
Ma Lillian non ne vuole saperne. È Blackway che deve smetterla. Allora una soluzione forse ci sarebbe può sempre chiedere aiuto al vecchio Alonzo Boot, detto “Whizzer” da quando un incidente l’ ha costretto su una sedia a rotelle. Whizzer ha un cuore d’oro e una corte di amici, un tantino sciroccati, che bazzica la sua segheria, ormai in disuso che andava forte ai tempi della Guerra Civile.
Perchè non cerca un certo Scotty Cavanaugh, che ha un conto in sospeso con Blackway per una faccenda di pugni presi in una rissa una decina di anni prima e quasi certamente sarà felice di aiutarla.
Lillian infondo non ha niente da perdere, così si reca alla segheria e spiega i suoi guai a Whizzer e compagni. Scotty non c’è, ma al suo posto si offrono volontari Lester, un vecchietto pieno di risorse, e Nate il Grande, più intelligente di un cavallo ma meno di un trattore, ma grande e grosso e soprattutto un bravo ragazzo.
Con la benedizione di Whizzer i tre si mettono sulle tracce di Blackway e quello che succederà da quel momento in poi, fino all’imprevedibile finale ha il gusto di quelle ballate blues un po’ scanzonate un po’ inverosimili che i tagliaboschi cantano intorno al fuoco nelle serate d’ inverno.
Via con me di Castle Freeman  è sicuramente un piccolo capolavoro di arguzia e umorismo, giocato tutto sui dialoghi, graffianti, acuti, brillanti, dove mai una parola è fuori posto. Un romanzo corale per alcuni versi, in cui molte voci si alternano e si fondono in una sinfonia divertente e divertita.
C’ una bella ragazza in pericolo, due improbabili cavalieri senza macchia e senza paura (il Grande Nate per tutto il libro ripete: non ho paura di Blackway quasi a farsi coraggio), un cattivo, che definendolo un vero bastardo non ci si allontana tanto dal vero, un gruppo di allegri vecchietti che bevono birra ghiacciata tutto il santo giorno e spettegolano rinvangando il passato e creando un piacevole sottofondo da coro greco che si alterna alla narrazione principale.
Tutti gli ingredienti insomma da saga western, in bilico tra l’ affresco rurale e il canto epico medioevale;  non a caso l’autore dice di essersi ispirato a La morte di Artù di Thomas Malor.
Traduzione stupenda di Daniele Benati che ha saputo, con rara maetria, rendere la cadenza del linguaggio parlato in modo realistico e frizzante. Sebbene ambientato nel presente conserva un gusto retrospettivo davvero insolito, che riporta alla memoria le pagine di Faulkner e Steinbeck e con un pizzico di Cormac McCarthy. E per finire a colorire il tutto qualche momento di sana azione condita da un humor nerissimo, basta leggere il capitolo intitolato L’orecchio di Murdock, un racconto in sè che potrebbe vivere di vita propria.

Castle Freeman ha sempre amato la brevità. Saggi lampo, racconti lunghi un soffio, quattro romanzi sotto le duecento pagine.
La sua rubrica radiofonica – “The Farmer’s Calendar” – un almanacco dedicato agli agricoltori, dura due minuti. Nella sua casetta di legno di colore rosso acceso, nel Vermont, Freeman preferisce scrivere, riscrivere e limare finché di un testo non rimangono che le parole essenziali.
Ama i classici: legge e rilegge Twain, Joyce, Faulkner. Ha dichiarato che Via con me si ispira a La morte di Artù di Thomas Malory.

Daniele Benati, nato a Masone nel 1953, è scrittore e traduttore. Dopo aver insegnato in varie università in Irlanda e negli Stati Uniti, ha collaborato alla rivista «Il semplice» con Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni, dove ha pubblicato racconti e traduzioni.
Sempre con Celati, ha curato Storie di solitari americani (Rizzoli, 2006), dove ha tradotto racconti di Mark Twain, Jack London, Sherwood Anderson, Ring Lardner, Delmore Schwartz e Flannery O’Connor. Ha anche tradotto opere di Flann O’Brien (La miseria in bocca; Il boccale traboccante; L’ardua vita, Cronache dublinesi), James Joyce (Gente di Dublino), Ring Lardner (Tagliando i capelli), Tony Cafferky (Storie di identità), e Seumas O’Kelly (La tomba del tessitore) e ha curato l’edizione americana di Carta canta, monologo teatrale di Raffaello Baldini (Einaudi, 2000). È inoltre l’autore di Silenzio in Emilia (Feltrinelli, 1997; Quodlibet, 2008) e Cani dell’Inferno (Feltrinelli, 2004) e delle Opere complete di Learco Pignagnoli (Aliberti Editore, 2006), che ha dato luogo a una serie di memorabili convegni-spettacolo in giro per l’Italia.

Source: inviato dall’editore.

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:: Recensione di Cuore nazista di Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone

16 aprile 2011

Cuore nazistaDopo il felice esordio Il bambino della città ghiacciata lo svedese Olle Lonnaeus torna in libreria  con un nuovo thriller dal titolo forse un po’ sinistro Cuore nazista per raccontarci una storia di riscatto, amore paterno e vendetta in cui è difficile non parteggiare per lo sfigato e scalcagnato protagonista anche a dispetto delle circostanze. Vediamo in breve la trama. Il quarantacinquenne Mike Lorne Larsson è un povero diavolo a cui la vita non ha mai dato troppe possibilità. «Hai rubato due asciugabiancheria dalla lavanderia collettiva in un condominio di Föreningsgatan. È per questo che ti hanno messo dentro» gli dice ironica l’ispettrice incaricata della libertà vigilata il che la dice lunga sulla sua figura di ladruncolo di mezza tacca, e pure notevolmente sfortunato da farsi prendere, ubriaco fradicio, con le mani nel sacco mentre cerca di spingere su per le scale dello scantinato quella bizzarra refurtiva. Ma non ostante la più nera desolazione in cui immersa la sua vita qualcosa di buono anche Mike ce l’ ha, un figlio Robin, ormai adolescente, incazzoso e risentito per quel catorcio di padre che sembra non combinarne una giusta. Certo Mike non si può dire che sia il padre dell’anno, alcolizzato, rissoso, buona parte della vita trascorsa dietro le sbarre, un perdente incapace di tenersi una donna o un lavoro, ma per suo figlio ha intenzione di rimediare, ha intenzione di portarlo a vivere con se togliendolo dalla famiglia a cui l’ hanno dato in affidamento, ha intenzione di salvarlo dalle cattive compagnie che lo portano a compiere atti vandalici contro gli stranieri, ha intenzione di meritarsi la sua stima e il suo perdono. Così armato della più ostinata e sacrosanta buona volontà  appena messo il naso fuori dal carcere di Kirseberg a Malmo una giornata ottobrina fredda e limpida come la libertà medita il da farsi. Dragan uno jugoslavo con cui faceva pesi nella palestra del carcere, dentro per contrabbando di droga dalla Polonia, gli offre una possibilità, un lavoro onesto presso un’ impresa di autodemolizioni di cui è proprietario un certo Boris, un tizio con un sacco di grana guarda caso proprio di Tomelilla la sua città dove vive Robin. Troppo bello per essere vero? Manco per idea l’attività di sfascia carrozze è solo la copertura per traffici ben più loschi e redditizi e il povero Mike si trova volente o nolente a farne parte. Poi un giorno ciliegina sulla torta nella sua vita compare una donna Amela, una profuga bosniaca in cerca di vendetta,  e Mike come al solito ci ricasca e si ritrova ben presto in un vero e proprio mare di guai. Il bambino della città ghiacciata mi era piaciuto ma questo in un certo senso mi ha coinvolto anche di più. Innanzitutto ho apprezzato le forti iniezioni di ironia e sarcasmo che Lonnaeus ha distribuito con abbondanza. L’incipit è un puro concentrato di humour nero ed è una piacevole sorpresa in un genere che troppo spesso si prende mortalmente sul serio. Poi Lonnaeus scrive bene, non annoia, sa dosare azione e riflessioni morali e squarci di costume. La sua critica della società borghese svedese è pungente e spesso caustica e affronta con intelligenza temi anche dolorosi come il razzismo strisciante, la xenofobia, l‘esaltazione di correnti neonaziste che albergano all’interno di una società apparentemente moderna ed evoluta. Finalista al premio come miglior thriller svedese dell’anno non stento a credere che lo vincerà con facilità.

Cuore nazista di Olle Lonnaeus Newton Compton collana Nuova narrativa Newton, Titolo originale: Mike Larssons rymliga hjärta, Traduzione dallo svedese di Mattias Cocco,  2011, 327 pagine, rilegato, Prezzo di copertina Euro 12,90.

:: Recensione di Bunny Lake è scomparsa di Evelyn Piper a cura di Giulietta Iannone

14 aprile 2011

bunny lake è scomparsaPer chi avesse l’idea, o piuttosto il preconcetto, che il pulp sia un genere esclusivamente maschile, segnalo che anche le donne scrivono pulp e anzi iniziarono a farlo in tempi non sospetti, quando era ancora considerato scandaloso per una donna trattare temi scabrosi o anche solo dire la propria opinione.
Nella perbenista e puritana America degli anni ’50, conservatrice fino al midollo anche se apparentemente spregiudicata e progressista, Bunny Lake è scomparsa, pubblicato nel 1957 da Evelyn Piper pseudonimo di Marryam Modell ed ora edito in Italia nella collana I Mastini della Polillo editore, avrà avuto davvero l’effetto dirompente di una bomba a mano, soprattutto nell’ottuso cenacolo dei benpensanti che avevano concezioni tenacemente granitiche da applicare alla morale e alla cosiddetta virtù.
Innanzitutto la protagonista è una ragazza madre della provincia americana più bigotta determinata con le sue sole forze, e senza alle spalle una figura maschile protettrice e rassicurante, a crescere la sua bambina nella peccaminosa e cosmopolita New York.
Già questo basta a creare un effetto destabilizzante, poi sommateci che la bambina scompare e Blanche, questo è il nome della protagonista, si trova da sola, con tutta la città contro, a cercarla ed anche solo a dimostrare che Bunny esiste davvero e non è solo il parto della sua fantasia malata.
Il proto femminismo della Piper è più che manifesto, anzi è un valore aggiunto che dà alla narrazione il sapore di un’ impietosa fotografia d’epoca, un ritratto di costume davvero moderno, perdonatemi il termine, se considerate che dopo tutti questi anni, dal 1957 sono ormai passati più di cinquant’anni, lo scavo psicologico dei personaggi conserva un che di ancora attuale pur con qualche concessione al melodramma, dal fascino un po’ retrò, strettamente debitore del periodo.
I pericoli della grande metropoli occhieggiano per tutta la narrazione in bilico tra normalità e follia, tra un distorto concetto di amore materno e il genuino affetto che lega una madre ad una figlia.
La suspence ossessiva, martellante, cresce e si alimenta grazie ai dubbi che l’autrice riesce a mettere allo stesso lettore ignaro spettatore di un dramma psicologico giocato sui toni del reale e dell’irreale.
Tolta qualche ingenuità che allo smaliziato lettore di oggi può forse far sorridere, i meccanismi archetipi messi in moto dalla Piper sono micidiali e non a caso hanno ispirato numerosi libri e pellicole cinematografiche successive a partire dall’ omonimo Bunny Lake è scomparsa di Otto Preminger che seppure con soluzioni diverse riprende il tema della protagonista che non viene creduta e da sola deve lottare contro una città ostile per scoprire la verità.

:: Recensione di L’uomo di Berlino di Dan Vyleta (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

12 aprile 2011

L'uomo di BerlinoBerlino al termine della seconda guerra mondiale è una città di macerie e rovine. I suoi abitanti senza più meta, identità, vagano come spettri combattendo ogni giorno con il freddo, la fame, la disperazione, la borsa nera, le file davanti al macellaio con le tessere annonarie, camminando per le strade con carriole di detriti, con abiti non della propria misura, forse presi a coloro che sono morti. La guerra appena finita si protrae in una guerra non dichiarata, in un’ estenuante lotta per la sopravvivenza e nell’inverno del 1946, forse uno dei più freddi, Pavel Richter non fa che adeguarsi, lui e i suoi reni malandati, sempre in cerca di penicillina,  la sua casa piena di libri, il suo passaporto americano, il suo sapere 3 lingue, il suo non battere ciglio se gli puntano una pistola addosso. Pavel vive con un ragazzino di strada Anders, un orfano, sveglio, legato a lui da un rapporto padre-figlio, a cui ama leggere Dickens quasi per scusarsi, per farsi perdonare il suo essere un uomo solo, un vinto in un mondo alla deriva. Poi un giorno, senza preavviso, come a volte capitano le cose, un suo amico americano Boyd White, un piccolo delinquente, un protettore, che si arrabatta come tutti a Berlino con piccoli traffici, bussa alla sua porta con una richiesta di aiuto. Involontariamente ha ucciso un nano, almeno così dice, un pezzo grosso, lo si intuisce dai vestiti costosi, uno di quegli uomini che portano con sè una infinita serie  di guai. Pavel prende in consegna il cadavere, senza esitare, a un amico, a un ex compagno d’armi, non si rifiuta un favore quando ti chiede aiuto. E’ l’inizio di una complicata vicenda in cui nessuno è come appare. Chi è davvero Sonia, la donna che suona divinamente il pianoforte e per vivere concede il suo corpo al potente e spietato colonnello Fosko? Chi è Belle la prostituta amica di Boyd White a cui l’uomo dice di rivolgersi in caso di necessità ? Chi è davvero il morto, un innocuo personaggio senza nessuna importanza scambiato per un ufficiale russo o invece è un faccendiere tedesco senza scrupoli custode di un mistero per cui è facile morire, uno dei più pericolosi segreti dei nazisti? Ma soprattutto chi è Pavel? E’ davvero l’indifeso studioso che appare o nasconde un’altra identità, sfuggente, temibile e ambigua? In un gioco di spie che ricorda molto da vicino le atmosfere di opere celeberrime come Casablanca o il greeniano Il terzo uomo vediamo dipanarsi una vicenda decisamente complessa e piena di echi letterari. Raccontato in prima persona dall’ inglese Peterson, un occhio bendato, una pistola sotto il cappotto, factotum di Fosko, torturatore e all’occorrenza assassino, con un debole per Richter, L’uomo di Berlino è un romanzo robusto, singolare come opera prima di un ragazzo decisamente giovane ma che sembra padroneggiare alla perfezione i meccanismi della suspence  ed è capace soprattutto di imprimere una forza drammatica per alcuni versi anche impressionante addolcita da venature paradossalmente melò. La storia d’amore tra Sonia e Pavel imprevedibile, destinata a durare la lunghezza di un inverno, non scade mai nel patetico o nel melenso anzi arricchisce una trama di per sè molto cruda e dà un sapore agrodolce che si stempera nel finale in cui ogni cosa trova la sua soluzione. Forse non sarà il finale che preferiremmo, ma sicuramente è perfetto per i personaggi così come li ha creati l’autore.

L’ uomo di Berlino di Dan Vyleta, Longanesi, collana La Gaja Scienza, 2011, 360 pagine, rilegato, Titolo orginale Pavel and I, Traduttore Paola Merla, Prezzo di copertina Euro 18,60.

:: Recensione di Assassini di sbirri di Frederick H. Fajardie (Aisara Edizioni 2011) a cura di Giulietta Iannone

8 aprile 2011

1Me ne andrò a coltivare cavoli insieme a Francine e a Paic Lavatrice, lontano da questo disastro, lontano da quella che chiamano “felicità”.

Assassini di sbirri è il primo romanzo di Frédéric H. Fajardie scritto tra Mimizan e Parigi durante l’estate e l’ autunno del 1975. Breve e folgorante esordio di uno dei rappresentanti del cosiddetto neo polar francese, etichetta che si dice sia stata coniata da Jean Patrick Manchette per definire un vero e proprio punto di rottura sociale e letterario tra romanzo noir sociale e romanzo poliziesco e thriller tout court, Assassini di sbirri racchiude in sé tutti gli elementi che caratterizzano questo genere. Innanzitutto troviamo una forte critica sociale, un certo anarchico e sovversivo disincanto che fa da sfondo ad una storia in cui la violenza realistica e non mitigata da filtri emotivi e di intrattenimento acquista una valenza provocatoria e cattiva. La gente muore in questo romanzo, torturata, umiliata, colpita da armi di vario genere, le ferite vanno in cancrena, nello scontro a fuoco finale molto alla Apocalipse Now, anche i personaggi principali vengono colpiti da bombe molotov ed esplodono incendiandosi, o perdendo arti, crivellati di colpi, dilaniati. Spero con quanto detto di non dare una visione troppo cupa, del racconto perché così non è, un sottile umorismo e una satira feroce ci accompagnano per tutte le 125 pagine e in alcuni tratti l’umorismo tracima in vera e propria comicità, pensate solo alla descrizione pagina 101 di Padovani che va in casa della vecchia signora che lo crede un robivecchi e gli presenta la gondola di plastica da vendere. Ho riso con le lacrime agli occhi. La società e le forze di polizia vengono analizzate con occhio critico e nessuno sconto. Nella scena iniziale quando Padovani partecipa alla sua prima azione con ostaggi e riesce a parlare con l’uomo scatola di detersivo Paic, arrivando a farlo arrendere e a farsi consegnare l’arma, l’intervento ormai inutile e violento delle forze d’assalto che lo uccideranno provocando la rivolta del commissario e il suo scontro verbale con il superiore sono un esempio della critica di Fajardie contro arroganza e l’abuso del potere tema che occhieggia per tutto il libro anche se non arriverà mai a giustificare l’azione dei tre assassini di sbirri contro cui il protagonista si dibatte. Poi c’è Parigi come sfondo, la città con le sue strade, i suoi caffè, i suoi chioschi dei giornali, la sua periferia rumorosa in mezzo all’odore di cavoli e pollame, le grù, il cemento, i palazzi e le fabbriche. Infine emerge l’amore per gli emarginati. Il personaggio di Dugomier burp, il testimone, una via di mezzo tra gli ammutinati della Corazzata Potemkin e i barboni allucinati di Los Olvidados, strappa a Padovani un commovente e poetico elogio funebre sicuramente una pagina di alta letteratura. Raccontare più nel dettaglio la trama in questo caso mi sembra piuttosto superfluo, considerate che è un libro che si legge in poche ore e lascia un retrogusto un po’ amaro ma divertito. I giochi di parole sono tutti spiegati nelle note ed impreziosiscono uno stile  essenziale e secco, quasi tagliente e sincopato. Bellissimo. Spero che il bravo Giovanni Zucca a cui è affidata la traduzione possa tradurre altre opere di Fajardie, questa è la prima che leggo ma sono curiosa di leggere tutta serie di Padovani.

Assassini di sbirri di Frédéric H. Fajardie, Aisara Edizioni, Collana narrativa, Titolo origilane Tueurs de flics, Traduzione dal francese di Giovanni Zucca, pagine 125, brossura, Prezzo di copertina 14 Euro. 

:: Intervista con Franco Forte, a cura di Giulietta Iannone

6 aprile 2011

Roma in fiamme - Nerone, principe di splendore e perdizioneBenvenuto Franco su Liberidiscrivere e grazie per avere accettato la mia intervista. Innanzitutto milanese, classe 1962, pizzetto sale e pepe, viso da moneta antica, deciso, professionale, ami parlare poco e agire. Presentati ai nostri lettori. Chi è Franco Forte?

Be’, mi hai già descritto tu, mi pare. Da parte mia posso solo aggiungere che sono un grande appassionato della scrittura, in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue forme, ed è per questo che nel tempo ho fatto un po’ tutti i mestieri legati alla macchina per scrivere (prima) e al word processor (dopo). L’essere poi riuscito a far coincidere la mia passione (e un po’ ossessione, ammettiamolo) per la scrittura con il lavoro che mi consente di vivere e di mantenere una famiglia… be’, direi che questo mi fa sentire un privilegiato, per quanto io non abbia certo ottenuto tutto questo vincendo alla lotteria, bensì lavorando duro e con caparbietà per parecchio tempo (e senza mai abbassare la guardia neppure adesso).

Professionalmente parlando non si può dire che tu non sia eclettico: scrittore, giornalista professionista, sceneggiatore, consulente editoriale, fornisci servizi di editing e curi corsi di scrittura, traduttore, curatore di antologie, editore; dovessi fare ordine tra le tue molteplici attività che priorità ti porresti? Cosa ami più fare?

Intanto un po’ di ordine lo sto già facendo. Da un anno circa, infatti, ho quasi smesso di fare il giornalista (almeno quello stipendiato da altri. Adesso scrivo e dirigo riviste del mio gruppo editoriale e collaboro solo di tanto in tanto con alcuni giornali), ho ridotto parecchio la mia attività come sceneggiatore televisivo (tanta fatica e ben poche soddisfazioni, alla fine) e mi sono messo d’impegno a curare l’orticello che prediligo: la narrativa. Non c’è niente che dia soddisfazione come pubblicare un romanzo, soprattutto quando ottiene successo e il pubblico ti legge in massa. Di certo, quella del “romanziere” è l’attività che più mi gratifica, fra tutte quelle che pratico ogni giorno.

Sei il direttore della rivista Writers Magazine Italia che oltre a pubblicare interviste ad autori e ad addetti ai lavori del mondo editoriale e articoli di tecnica di scrittura, funge da vera e propria palestra anche per esordienti. Tutti possono infatti mandare i propri racconti a questo indirizzo racconti@writersmagazine.it. Essere direttore di WMI è più una carica onorifica o agisci sul campo? In cosa consiste esattamente il tuo ruolo?

Altro che carica onorifica! Opero a 360°, scrivendo articoli per la rivista, leggendo e valutando insieme ai ragazzi dello staff  i racconti che arrivano in redazione, partecipo alle discussioni online che rendono il forum della WMI uno dei luoghi più attivi e interessanti, per chi scrive, pieno di continue iniziative volte a trovare buone storie (e buoni scrittori) da pubblicare. Insomma, la WMI è stata una mia creatura fin dall’inizio, e continuo a cullarla come il mio pargolo preferito! Del resto, sa darmi molte soddisfazioni…

Sei autore di un manuale di scrittura creativa per esordienti intitolato Il prontuario dello scrittore (Delos Books). Escono molti manuali scritti da persone più o meno competenti che promettono a volte ricette miracolose per diventare scrittori a volte danno validi consigli. Con che spirito bisogna leggere questo genere di libri perché siano veramente utili?

Ho deciso di scrivere il Prontuario proprio perché non mi è mai capitato di imbattermi in un manuale di scrittura creativa che potesse essere davvero utile agli autori alle prime armi, per suggerire loro come affrontare in maniera pratica tutti gli aspetti della scrittura, dalla grammatica ai dialoghi, passando per il Punto di Vista e la scrittura di una sinossi fatta ad arte, strumento indispensabile nel momento del confronto con il mondo editoriale. Il mio si chiama prontuario (e non manuale) proprio per questo: non è un libro che pretende di insegnare a scrivere, ma uno strumento pratico da avere sempre a portata di mano, per risolvere dubbi e problemi di scrittura e per cercare, grazie alla tecnica, di dare il massimo spazio al proprio talento, per ottenere il meglio dalla propria scrittura e arrivare a costruirsi uno stile unico e personale. Se qualcuno cerca di vendervi un manuale dichiarando che vi farà diventare grandi scrittori, allora diffidatene, perché racconta solo bugie.

Come sceneggiatore hai lavorato per RIS – Delitti imperfetti e Distretto di Polizia e hai scritto sceneggiati storici piuttosto noti, come il Gengis Khan e il Giulio Cesare. Quali consigli daresti ai giovani che volessero scrivere sceneggiature per la televisione? Quali scuole sono le migliori? Quali sono le qualità principali che servono in questo particolare mestiere?

Per rispondere a tutto questo rimando i lettori a un libro che ho pubblicato di recente con la mia casa editrice, Delos Books, e che ritengo fondamentale per chiunque voglia avvicinarsi in maniera professionale al mondo della sceneggiatura, che sia per il cinema o per la televisione: “Scrivere sceneggiature per il cinema e la TV”, di Francesco Spagnuolo. Un libro straordinario perché spiega come muoversi e quali strategie adottare, oltre a insegnare parecchi trucchi del mestiere, e tutto attraverso la voce dei professionisti della sceneggiatura, intervistati da Spagnuolo. Il libro, poi, ha una parte dedicata all’elenco delle scuole di sceneggiatura che possono davvero essere utili, ai bandi di concorso del genere, ai corsi universitari e a tutte le risorse che il web mette a disposizione. Un testo assolutamente indispensabile per chiunque voglia provare a entrare in questo difficile ma affascinante mondo.

Hai pubblicato numerosi romanzi, ne cito solo alcuni:Roma in fiamme,I Bastioni del Coraggio, Carthago, La compagnia della morte, Gengis Khan. Quale ti ha riservato più soddisfazioni a livello di pubblico e critica?

I miei romanzi sono tutti prodotto di una passione viscerale, e quindi ognuno, a modo loro, mi ha dato dolori, gioie, rabbia e soddisfazione. Non ne ho uno preferito, perché ripensare a ciascuno di essi significa per me tornare nel periodo in cui ci ho lavorato, a quando ho studiato le fonti storiche per mesi, mi sono immerso nella mentalità dei protagonisti, nel mondo che li circondava. Ogni volta è stato come fare un viaggio nuovo e incredibile in qualche meravigliosa isola dei Caraibi, e quindi dire in quale io abbia trovato il mare più trasparente e impossibile. Lascio ai lettori esprimere giudizi di merito sui miei romanzi: sono questi che mi servono per capire che cosa vuole il pubblico e orientarmi nelle mie prossime opere.

Scrivere un romanzo storico implica un serio e lungo lavoro di ricerca, tu come ti documenti? Preferisci fare ricerche su Internet o trascorri lunghe ore in biblioteca consultando vecchi tomi magari nel reparto rarità? Prendi appunti? Trascrivi brani? Parlami proprio del lavoro in sé.

E’ la parte più difficile, faticosa e lunga da realizzare. In media, se per scrivere un romanzo storico mi ci vuole un anno di lavoro, almeno sette mesi sono dedicati solo alla ricerca e allo studio delle fonti storiografiche, il che significa partire dal web per le nozioni più generiche e poi approfondire sui testi degli storici, acquistando tonnellate di libri, frequentando biblioteche e andando sul posto, quando possibile. Al termine di questa vera full immersion in tutti gli aspetti del mondo e dei personaggi che devo ricreare, e dopo che dettagli, curiosità e aspetti più generali sono stati ordinati in un file nel mio computer, comincio a scrivere, e alla fine mi rendo conto che di tutto il materiale che ho raccolto sì e no ne userò un dieci per cento. Credo sia questo il vero segreto del buon romanzo storico: non lasciare nulla al caso, prepararsi al massimo prima, e poi evitare di essere leziosi e pedanti (e cattedratici) infarcendo il libro di tutto quello che si è appreso, perché altrimenti si rischia di scrivere non un romanzo ma un trattato di storia.

In questi giorni è uscito in libreria il tuo ultimo romanzo storico  Roma in fiamme Nerone, principe di splendore e perdizione, settimo volume della Storia di Roma di Mondadori. Una biografia romanzata di un personaggio storico a dir poco controverso. Alcuni storici ritengono che Nerone sia stato vittima di una vera e propria campagna denigratoria, pensiamo solo a Tacito. Tu studiando il personaggio, ricostruendolo minuziosamente con luci e ombre, che idea ti sei fatto di Nerone?

Non lo svelo certo qui! Ci ho messo un anno per dare la mia interpretazione di Nerone in questo romanzo, una interpretazione che per la prima volta nella storia viene direttamente dal punto di vista di Nerone stesso, e che quindi mi ha costretto a “immedesimarmi” molto in questo egocentrico, un po’ folle ma anche geniale imperatore. Di sicuro, però, posso dire che gran parte dell’iconografia negativa costruita attorno a Nerone è stata ormai smantellata pezzo per pezzo dagli storici, alla luce delle nuove interpretazioni delle fonti classiche (Tacito, certo, ma anche Svetonio e Dione Cassio), e soprattutto la ridicola e stravagante interpretazione che ne ha dato Hollywood, con la pagliacciata di Quo Vadis. Nerone non era un santerellino, anzi, era uno psicopatico molto attuale e vicino a certa politica spettacolo dei nostri giorni (a lui il Bunga Bunga faceva davvero un baffo…), un visionario che credeva di essere un grande artista del canto e della citarodia, e per certi versi un bambinone cresciuto troppo in fretta (pochi sanno che è diventato imperatore a soli 17 anni), eppure non era un incendiario, non era un persecutore di cristiani, ed era molto più attento alle condizioni economiche dell’impero e del popolo di quanto non lo siano certi politici d’oggi. Un personaggio, insomma, tutto da riscoprire…

Seneca e Nerone, maestro e allievo, quasi padre e figlio. Nerone in fondo ha seguito molti suoi insegnamenti e molta della sua grandezza è dovuta al suo antico maestro. Parlami del rapporto tra Seneca e Nerone.

Se Nerone è meno spregevole di quanto certa propaganda storica ci ha fatto credere, allo stesso modo Seneca è meno pio, stoico e disincantato di quanto le fonti (fra cui quelle da lui stesso scritte e tramandate ai posteri) lascino intendere. Come tutte le persone, aveva una personalità complessa e profonda, e se nei primi tempi del regno è stato d’aiuto a Nerone per sgravarlo di certi impedimenti amministrativi che il giovane imperatore odiava, poi si è dimostrato poco incline a comprendere la mente sfaccettata e sempre in movimento di Nerone, che andava persino al di là dello schema comune dei potenti: Nerone, infatti, non ambiva al denaro, al potere in se stesso; la cosa che più lo ossessionava era il consenso della gente rispetto alla sua arte, e per questo era disposto a tutto. Seneca, che professava a parole la morale stoica e poi agiva arricchendosi e accrescendo il proprio potere personale, era in conflitto prima di tutto con se stesso, e alla fine ha dovuto arrendersi all’evidenza che il primo nemico della morale di un uomo sono le sue stesse manchevolezze, di cui lui non era certo privo. Anzi.

La Roma imperiale è sicuramente uno scenario affascinante, pieno di fasto, sfarzo, magnificenza, e anche miserie. Cosa ti ha colpito di più? Raccontaci anche un particolare della vita quotidiana curioso, bizzarro, insolito.

Ho scritto 500 pagine di Roma in fiamme e quasi altre 500 di Carthago, in cui la magnificenza dell’Urbe emerge in tutto il suo splendore. In questo romanzo dedicato a Nerone, poi, le curiosità, le bizzarrie, le astrusità del sottobosco della Roma imperiale emergono con forza, e ci fanno conoscere una città che era pronta a divorare se stessa pur di gozzovigliare ed eccedere in ogni situazione. Nerone l’ha conosciuta da vicino, vi ci si è immerso e ne ha respirato l’aria fetida, poi ha deciso che bisognava cambiarla, e ha provato a mettere in atto una rivoluzione culturale davvero (quella sì) epocale. Ci è quasi riuscito, e se non fosse stato un megalomane tutto preso da stesso, forse avrebbe anche potuto farcela a cambiare per sempre le abitudini grezze e volgari dei romani…

Avrei tante e tante domande da farti sul libro ma a questo punto rimando anche i nostri lettori alla lettura del romanzo e al tuo interessante sito www.franco-forte.it. Per concludere mi piacerebbe sapere qualcosa sui tuoi progetti per il futuro?

Sono troppi per elencarli tutti. Dico solo che ho già consegnato a Mondadori il mio prossimo romanzo, che sarà un thriller ambientato nella Milano del 1500 (una sorta di spin-off di “I Bastioni del Coraggio”), che a luglio uscirà in Segretissimo la seconda avventura del mio mercenario d’acciaio, Stal, e che nella seconda metà di quest’anno sarò in libreria con un altro libro firmato a quattro mani con un’altra autrice, di cui però non posso svelare ulteriori particolari.
Ciao e grazie per l’ospitalità.