:: Intervista con Marc Villard

medGrazie Monsieur Villard  di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Ci parli di lei. Poeta, romanziere, scrittore di racconti, sceneggiatore. Chi è Marc Villard?

Ho iniziato a scrivere poesie a 19 anni poiché il romanzo mi spaventava troppo. Ho creduto fosse più facile scrivere poesie, e nel corso di una decina di anni ho pubblicato diverse raccolte poetiche. Quando decisi di passare alla prosa scelsi il nero, il polar, perché ero un lettore di questo genere letterario. Mi sono reso conto in seguito che l’aver scritto poesie mi aveva abituato a scrivere breve e a snellire i miei testi. Di conseguenza, mi veniva più facile il racconto o la novella, che il romanzo. Quando pubblicai il mio primo romanzo, Juliet Berto, un’attrice francese, mi chiese una sceneggiatura (Neige). Mi interessava, il rigore della sceneggiatura. Oggi preferisco scrivere sceneggiature per i fumetti, piuttosto che per cinema e televisione, è un’atmosfera più amichevole anche a livello di relazioni. Penso quindi di poter dire che come scrittore mi trovo decisamente più a mio agio con i testi corti (romanzi compresi) che con quelli lunghi.

Come è nato il suo amore per la scrittura?

Io sono prima di tutto un lettore. È attraverso la lettura che mi è venuta voglia di scrivere. Con la poesia, mi sono impegnato, ma ho capito presto di avere un talento limitato. I miei primi amori di lettore sono stati Jean Giono, René Char, Emile Zola e Paul Eluard.

Ci parli del suo debutto. Della sua strada verso la pubblicazione. Ha avuto molti rifiuti?

A 20 anni ho scritto una raccolta di poesie e l’ ho inviata ad alcuni editori. Me  l’hanno accettata quasi subito, ma mi chiedevano un contributo per la pubblicazione. Questa pratica era comune, all’epoca, ma lo è meno adesso. Il mio primo romanzo noir , Légitime démence non ebbe difficoltà a uscire, perché nel 1980 gli editori francesi cercavano questo tipo di libri: polizieschi socialmente e politicamente impegnati.

Frédéric H. Fajardie, con Manchette e Vautrin, è il creatore del néo-polar, il polar di critica sociale. Si sente vicino a questa scuola di pensiero?

Mi sentivo vicino a loro, ma ho capito subito che il discorso politico nella  fiction non faceva per me. Così dal secondo libro ho cambiato registro, lavorando di più sulla storia,  sui personaggi e sul dialogo, piuttosto che sul lato sociale. La sceneggiatura mi ha spinto a un maggior rigore nella costruzione.

Ci parli dei suoi libri: Légitime démence, Corvette de nuit, La Guitare de Bo Diddley,  Quand la ville mord.  Come presenterebbe i suoi libri a un lettore che non li avesse ancora letti ?

Légitime démence è una storia segnata dall’interesse che nutrivo negli anni Settanta per la Rote Armee Fraktion tedesca. È un libro molto radicale nelle idee, ma non è il massimo da un punto di vista letterario.
Corvette de nuit  è il romanzo che tutti vogliono scrivere agli esordi. Un ritorno all’adolescenza, la periferia della mia giovinezza, il rock e un certo distacco verso la vita. Si tratta di un ritorno alle origini, attraverso il fascino che suscita in un adulto un cantante del passato caduto in rovina.
La Guitare de  Bo Diddley nasce dall’attrazione che provavo per il film di Anthony Mann, Winchester 73, in cui un fucile passa di mano in mano,  seminando la morte. Volevo riprendere questo concetto, per adattarlo al nostro tempo e alla musica. La ‘protagonista’ quindi è una chitarra di Bo Diddley trovata nella periferia parigina, che sarà rubata, venduta e regalata. Questo espediente narrativo mi permette di parlare dell’ambiente del rock e di mettere l’accento sui personaggi che abitano i quartieri poveri di Parigi e la banlieue, soprattutto i consumatori di droga, visti come esseri umani e non come delinquenti.
Quand la ville mord riprende come ambiente il quartiere parigino di Barbès, che utilizzo spesso. Si tratta di una zona di forte immigrazione, molto colorata. Due africane sbarcano in Francia per fare fortuna, e si ritrovano a fare le prostitute per pagarsi l’aereo e dei documenti falsi. Una delle due uccide il suo protettore e deve fuggire per salvarsi la vita.

Che relazione c’è per lei tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?

La memoria letteraria è ciò che mi guida. Non si può partire da zero. Il romanzo noir somiglia al jazz: ci sono molti standard di grande livello, spetta ai nuovi arrivati saperli trasformare per farne delle creazioni nuove. Bisogna quindi riconoscere che dipendiamo dal passato, ma anche essere in grado di andare oltre.

Ha letto altri autori contemporanei che l’hanno influenzata?

I primi polar che hanno lasciato un segno dentro di me sono i romanzi americani degli anni Cinquanta/Sessanta, scritti da autori di secondo piano: Harry Whittington, Steve Fischer, William O’Farrell, Day Keene… Ma poi mi hanno influenzato anche tanti altri autori, come Horace Mc Coy, Jean Patrick Manchette, James Ellroy, David Goodis, Tony Hillerman, Clark Howard

Mi parli della sua città. La utilizza come sfondo dei suoi libri?

Vivo a Parigi da quando avevo 19 anni e amo vivere in un contesto urbano. Adoro l’idea di poter uscire di casa e andare a vedere un film alle 9,30 del mattino, di  trovare  dei bar aperti all’una di notte, di scegliere un concerto tra una trentina di possibilità. Amo la folla anonima, la vita rumorosa, gli amici che posso incontrare con una corsa in metrò. Nei miei libri uso spesso due quartieri di Parigi, Barbès e Les Halles. Barbès è un quartiere in cui vivono molti immigrati, di tantissime nazionalità, che costituiscono il fascino del luogo. Non è difficile immaginarlo come sfondo in cui collocare una storia noir. A Les Halles invece ci vivo io, e sotto il  Forum des Halles ci sono molte linee della metropolitana e della RER, che hanno creato un sotterraneo adatto a chi vuole parlare dei segreti sepolti sotto la città. Ho anche intenzione di lavorare su una zona chiamata Château d’ Eau, in cui lavorano molti parrucchieri africani.

Che strumenti utilizza per scrivere? La penna, la macchina da scrivere, il computer?

Per anni ho scritto a mano, ribattendo poi tutto a macchina. Ma ora scrivo tutto al computer, anche le scalette. È molto più facile.

Crede nei valori politici o è un disilluso come molte persone?

Ho sempre votato a sinistra come la maggior parte degli scrittori della mia generazione, ma non ho mai militato in un partito politico. Come tanti, sono anch’io spaventato dall’ultra-liberismo, dal razzismo, dalla crescita dell’estrema destra. Tuttavia, quando vedo le rivolte africane in corso, mi dico che abbiamo molti debiti con questi paesi. Ciò che più mi ha colpito in questi ultimi anni è il modo orribile in cui trattiamo in Francia i sans papiers, i senza fissa dimora e le donne maltrattate.

Per quanto riguarda il lavoro narrativo preferisce scrivere la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi o i dialoghi?

Il momento migliore è quando uno riflette sul libro. Qui, tutto è possibile e ogni giorno mi dico che scriverò un capolavoro. Poi però devo predisporre il progetto, il piano di lavoro e questo è meno divertente. La scrittura è interessante, e quello che mi affascina è la musica delle parole, e un certo modo di  scrivere a orecchio. Penso che la fonetica del testo sia importante, e questo è l’aspetto del lavoro di scrittura che mi appassiona di più. I dialoghi invece non mi pongono particolari problemi.

Un aforisma, un proverbio che le è caro.

Scrivo queste righe per debolezza.
Se fossi forte, non scriverei nulla.
Sarei il padrone dei
miei desideri e di  quelli degli altri.
Pierre Herbart.

Viviamo in un’ epoca di crisi, di recessione, la disoccupazione aumenta. Il noir è veramente la lingua dell’uomo contemporaneo?

Il noir è sempre stato una letteratura della crisi. Noi non scriviamo mica per dire che tutto va bene, che la vita è meravigliosa. Al contrario, scriviamo per dire ciò che c’è di sbagliato, ed è in questa letteratura, simile tutto sommato al giornalismo, che la società si riflette meglio.

Mi descriva la sua giornata di scrittore…

Mi alzo presto, faccio colazione e scrivo come faccio ora. Smetto a mezzogiorno e vado spesso a pranzo con amici. Nel pomeriggio faccio una passeggiata, per poi riprendere a lavorare verso le 18. La sera, leggo. Ascolto anche  tanta musica, ma non mentre scrivo. A volte al pomeriggio guardo un DVD, ma solo per divertimento.

Progetti di film tratti dai suoi libri?

Quand la ville mord sta per passare in televisione su Arte, e questa settimana devo vedere  un regista che sta lavorando a un cortometraggio tratto da uno dei miei racconti, intitolato L’ami de passage.

Quali sono i suoi autori preferiti?

John Fante, Kem Nunn, Allen Ginsberg, Valeria Parrella, Quim Monzò, Richard Lange, Raymond Carver, Pete Fromm, Niccolò Ammaniti, Pierre Autin-Grenier, Craig Davidson, David Lodge.

Cosa sta leggendo in questo momento?

Le Signal (* il titolo originale è The Signal, del 2009) di Ron Carlson eTijuana Straits (*id., 2004 – entrambi i titoli sono inediti da noi, salvo errori) di Kem Nunn.

Come possono contattarla i suoi lettori?

Ho un sito-blog: www.marcvillard.net e i lettori a volte mi lasciano messaggi. Spesso sono bambini, perché ho scritto due libri per bambini. Inoltre partecipo a molti festival letterari che si tengono in Francia, a presentazioni e incontri sia nelle librerie che nelle biblioteche, tutte occasioni per conoscere i miei lettori. Mi piacciono i dibattiti e sono decisamente uno scrittore che non sta fermo (sto per partire per Tangeri).

Infine, nel salutarla e ringraziarla per la sua disponibilità, l’ultima domanda. A cosa sta lavorando in questo momento?

Ho completato un romanzo di 120 pagine intitolato Branchés à la source, in cui diversi destini si incrociano, a Barbès, intorno all’assassinio di una professoressa di disegno. E sto finendo un albo a fumetti insieme a Jean-Philippe Peyraud,  per l’editore Glénat..

Una Risposta to “:: Intervista con Marc Villard”

  1. utente anonimo Says:

    Interessante, letta e salvata – è uno che ha una bella voce sulla pagina, prima o poi la sentiremo anche qui, ne sono convinto

    giovanni

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