
Benvenuti su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descrivetevi l’uno l’altro anche fisicamente. Forse è un pettegolezzo smentitemi ma chi dei due assomiglia al Ridge di Beautiful?
Come prima domanda iniziamo male. Non per la domanda, ma per la descrizione! Diciamo solo che siamo lontani sia da Johnny Depp e Brad Pitt per rimanere ai mascelloni. Ma ben lontani… Purtroppo sia sul nostro sito che in rete girano nostre foto. Rimandiamo a quelle. Sopportare anche una descrizione oltre che la visione potrebbe nuocere gravemente alla salute…
Come è nata la vostra amicizia e come si è trasformata in una società a delinquere di stampo letterario? Ditemi il primo ricordo che avete l’uno dell’altro?
La società a delinquere si è formata sui campi da tennis dell’allora dopolavoro Italsider di Savona più di vent’anni fa. Entrambi con la passione per la scrittura e per il cinema, la prima volta invece che giocare abbiamo passato gran parte dell’ora seduti, tirando a giustificazione il caldo estivo, parlando di cinema e di libri. Magari è nata proprio da quella chiacchierata il proposito di scrivere qualcosa. Chissà… lasciamo il mistero!
Come vi dividete i compiti, scrivete un capitolo a testa, fate molte stesure dello stesso capitolo concordando poi ogni singolo paragrafo, chi è il più pignolo dei due?
Applichiamo una sorta di scaletta. Stabilita la storia che vogliamo scrivere, stiliamo un elenco di punti essenziali, fissati capitolo per capitolo che andranno a costituire l’ossatura della trama del libro. Una volta definito lo scheletro della storia, facciamo una verifica dal punto di vista cronologico, di costruzione, di tenuta della suspense capitolo per capitolo, andando a rinsaldare i punti più “deboli”. In seguito, iniziamo a sviluppare tutti questi punti-chiave, a definire le piccole parti di raccordo tra i diversi punti, fino ad ottenere la storia nel suo complesso. Quando la trama è completa, operiamo un nuovo controllo cronologico di tutti gli eventi. È a questo punto che avviene l’inserimento dei personaggi nel contesto. Personaggi, che in parallelo alla costruzione della trama, abbiamo strutturato a parte dal punto di vista psicologico, fisico e caratteriale. Andiamo a inserirli scena per scena, cercando per ognuno il rispetto del climax della storia. Chi è il più pignolo? Con questo metodo di lavoro non possiamo esimerci dall’esserlo entrambi. E quattro occhi sono più attenti di due!
Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?
Z: Alla fine della notte di Sergio Altieri e l’Ombra di Cody McFadyen.
N: Il senso di Smilla di Peter Høeg e L’amico ritrovato di Fred Uhlman.
Ditevi una cosa che non vi siete mai detti prima. Senza ridere.
Non ci riusciamo senza ridere e poi sarebbe irripetibile e con qualche bip. Una sfida all’ Ok Corral!
Quali sono i vostri scrittori preferiti, italiani e stranieri, viventi o no?
Sono tanti, troppi e per non far torto a nessuno dei viventi italiani – ce ne sono tantissimi di davvero bravi- citiamo due nomi “defunti”: Emilio Salgari e Giorgio Scerbanenco. Tra gli stranieri: Preston&Child, McFadyen, Grangè, Chattam.
Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?
Si litiga certamente, ma si risolve sempre tutto con una risata o dimenticandosi il perché si è litigato. Per quanto concerne invece le dispute letterarie, ovvero quando abbiamo idee diverse su un qualche punto della trama, risolviamo con una partita a tennis. Chi vince ha diritto di vita e di morte sulla parte del testo. Ma capita raramente.
Raccontatemi l’aneddoto più curioso dei vostri esordi, il più insolito, imbarazzante o divertente?
Sicuramente ne abbiamo uno, che raccontiamo spesso durante le presentazioni. Riguarda l’episodio che ci ha fatto arrivare a Firenze nel luglio del 2003 nella terna dei finalisti del Premio Internazionale “Palazzo al Bosco”. Eravamo stati avvertiti dall’organizzatrice e presidentessa del premio di essere tra i tre candidati a vincere il Premio.
Noi avevamo cercato di sapere se avevamo vinto, ma lei, irreprensibile, ci disse che come in un giallo avremmo scoperto tutto a tempo debito.
Per farla breve, ci ritrovammo in giacca e cravatta sotto la canicola fiorentina prima, e a Palazzo Vecchio poi, con tanto di suonatori di chiarine in gran parata.
Il vincitore dell’edizione precedente si avvicinò a noi. E ci chiese: “Siete voi i vincitori di quest’anno?”
Noi a quella domanda ci guardammo perplessi, negando. Ma la sua faccia era altrettanto interrogativa, come se avesse appena parlato con dei marziani.
Prima dell’inizio della cerimonia ci furono le foto di rito dei finalisti con la presidentessa e in una di queste foto per il quotidiano La Nazione ci misero perfino il premio – una preziosa scultura in argento – tra le mani.
Chiunque avrebbe capito che eravamo noi i vincitori, tranne… noi.
Ci arrivammo solo a proclamazione ufficiale.
Ma la cosa divertente sta nel fatto che La Nazione aveva già pubblicato la mattina stessa i nomi dei vincitori! Tutti i presenti, oltre un centinaio di persone, lo sapevano! Ci sarebbe bastato leggere il quotidiano!
Ma arrivarci…
Forse è anche per questo che scriviamo in due. Almeno in due riusciamo a farne un chilo!
Come è avvenuto il vostro incontro con Marsilio? Avete presentato il vostro romanzo a molti editori prima di trovare quello giusto?
Questa domanda si ricollega in qualche maniera alla precedente, poiché il premio effettivo del concorso fiorentino era proprio la pubblicazione per Marsilio. Di fatto l’opera vincitrice del concorso veniva edita dalla prestigiosa casa veneziana. Certamente, prima di arrivare a questa svolta, abbiamo penato parecchio. Conserviamo ancora le trentatré lettere di rifiuto ricevute da diverse case editrici.
Avete esordito con il medical thriller Soluzione finale, libro che ha vinto anche alcuni premi. Come è stato accolto dalla critica e dal pubblico?
Favorevolmente. Inutile dire che per chi scrive ricevere complimenti per il proprio lavoro sia la cosa più gratificante. Siamo stati accusati di esterofilia, visto che la storia era ambientata a New York, ma lungi da noi un pensiero simile. È sempre la storia che determina le ambientazioni, gli argomenti e i temi che andiamo ad affrontare, non il contrario. Abbiamo in cantiere progetti che vedranno ambientazioni italiane, per cui…
Nel 2008 è uscito il vostro secondo romanzo Per esclusione. Ce ne volete parlare?
A differenza di “Soluzione finale”, che è un medical-thriller, “Per esclusione” è un serial killer-thriller. Ambientata come “Soluzione finale” a New York, vede come protagonista Salomone, un assassino seriale che rapisce una coppia di bambini e chiede poi ai genitori di scegliere quali dei due figli debba essere salvato, condannando automaticamente a morte l’altro. Inutile dire che su una scelta del genere, si innescano forti emotività e laceranti contrasti tra i genitori. È un thriller sì, a tinte molto forti, ma molto psicologico, che induce a farsi delle domande su ciò che realmente pensiamo e quello che crediamo di pensare.
E ora parliamo di Il paziente zero appena uscito sempre con Marsilio. Nel gergo medico il paziente zero è il primo paziente individuato nel campione della popolazione di un’indagine epidemiologica. Come avete scelto questo titolo?Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
Il titolo è stato scelto perché si adatta perfettamente a due interpretazioni. Quella che tu hai correttamente illustrato e anche ad un’altra. Ma se lo diciamo sveliamo parte della storia, quindi… No comment! L’idea è nata da un articolo molto interessante che avevamo letto un po’ di tempo fa, legato alla ricerca sulla squalamina, sostanza che deriva dagli squali che si sostiene possa essere una valida cura contro forme tumorali. Questa è stata la scintilla, ma siccome vogliamo sempre complicarci le cose, abbiamo pensato bene di trattare anche l’argomento controverso dei diamanti. Come si combinano squali e diamanti? Lasciamo la risposta ai lettori.
Un thriller avventuroso lo si potrebbe definire. Era nelle vostre intenzioni più scrivere un thriller o un romanzo di avventura?
Era nostra intenzione scrivere una storia che mantenesse le cadenze del thriller pur nella concitazione dell’avventura. Quindi molta azione sì, ma anche introspezione ed enigma. Speriamo di esserci riusciti. Sappiamo che non è semplice cambiare genere ogni volta, ma è una bella sfida che ci mette sempre in gioco.
Il protagonista Cristophe Douvier è un ragazzone a cui viene diagnosticato un tumore ai polmoni, ama il surf e lavora come corriere per una multinazionale di diamanti. Credendo che gli resti poco da vivere pensa di fare il colpo della vita per dare una sistemazione economica all’adorata sorella e così escogita di tenersi i diamanti che deve trasportare. E’ un personaggio piuttosto insolito rispetto al solito eroe tutto muscoli senza macchia e senza paura. Come avete costruito il suo personaggio?
Ci piace che i personaggi dei nostri libri siano prima di tutto persone. Ci piace costruirli a tutto tondo, caratterialmente, psicologicamente, fisicamente. Dobbiamo, mentre scriviamo, immedesimarci in loro, pensare come loro. A quel punto loro faranno il resto, scrivendosi quasi da soli. Douvier non è un superuomo, è una persona comune che si vede costretto ad affrontare qualcosa più grande di lui con le sole forze che un uomo normale può avere quando si sente sovrastato da qualcosa. Tenacia, volontà, voglia di raggiungere quello che si è promesso. A qualsiasi costo.
Il personaggio della sorella Isabeau in che modo influisce sulla trama?
Isabeau è fondamentale per lo svolgimento della trama. Condiziona tutta la dinamica del fratello, fino al finale. Se non ci fosse Isabeau, non ci sarebbe il Christophe Douvier che si legge nel romanzo.
Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?
Come abbiamo spiegato prima, la parte laboriosa avviene prima della scrittura. Oltre al metodo, c’è anche tutta la raccolta e lettura del materiale per approfondire i vari argomenti. Quando ci è possibile, cerchiamo anche di avvalerci della consulenza di esperti del settore. Questo nel rispetto dei lettori, della loro voglia di capire e nella loro attenzione.
La scrittura è la parte più creativa. A quel punto ci divertiamo davvero, anche se purtroppo non ci gustiamo mai la storia fino in fondo perché sappiamo già come va a finire!
Vi piace fare tour promozionali? Come gestite i rapporto con i vostri lettori? Chi di voi è il più timido?
Fare presentazioni è stimolante ed è l’occasione per essere a contatto con i lettori, scambiare opinioni con loro, ascoltare le loro valutazioni. Tutto questo è sempre una bella sensazione. A noi piace stabilire contatti con i nostri lettori. Una volta che un libro è stato scritto, diventa di chi lo legge. Ognuno può dargli la propria interpretazione, il proprio giudizio. È magnifico!
Siete definiti i più americani degli autori italiani. Sono previste traduzioni all’estero dei vostri romanzi o tour promozionali? Vi piacerebbe presentare Il paziente zero in America?
Nonostante i nostri romanzi siano a respiro internazionale, finora non sono ancora stati tradotti. Ma mai dire mai! Speriamo anche che un domani qualcuno sia interessato a trasporli da carta a pellicola. Il paziente zero… magari in Sudafrica, sott’acqua dentro la gabbia metallica e gli squali intorno! Una marketta rischiosa!
L’intervista è quasi conclusa nel ringraziarvi per la vostra disponibilità e per il vostro grande senso dell’umorismo vi formulo l’ultima domanda. State attualmente lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?
Abbiamo una serie di racconti per diverse antologie che usciranno a breve e abbiamo da poco ultimato il nuovo romanzo che daremo a breve alla Marsilio.
La scrittura è un vero, piacevole, virus. Non ti abbandona mai. Ogni volta che terminiamo un libro ci diciamo: “Adesso ci riposiamo un po’?”.
Non accade mai, c’è sempre un’idea nuova che ti fa dire “Dai proviamoci, ancora!”
Un grazie a te Giulia e ai lettori di Liberidiscrivere per l’ospitalità e la simpatia!

Salve Mr Harvey. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore?
Alexander Torbach è un ex poliziotto. Ha lasciato la polizia in modo drammatico e da allora una specie di strisciante senso di colpa lo accompagna e gli avvelena la vita pure adesso che si guadagna da vivere come cronista di nera. Alexander Torbach tra i casi che segue è ossessionato da “Il collezionista di occhi”, un serial killer spietato che prima di uccidere si diverte a giocare a nascondino con le sue vittime. Si accanisce nel modo più efferato sui bambini, li rapisce, li nasconde, ne uccide la madre e lascia al padre quarantacinque ore di tempo per trovarli prima che muoiano e quando succede, perché sempre succede, li priva di un occhio e proprio da questo macabro rituale è nato il suo soprannome. Ecco in questo consiste il gioco perverso che ha escogitato per nutrire i suoi demoni interiori che nascono da abusi subiti nell’infanzia. Alexander Torbach capisce ben presto che per prenderlo l’unico modo è stare al suo gioco, seguire le sue indicazioni, come in una macabra caccia al tesoro dove il tesoro da trovare è un inerme e indifeso bambino da liberare. Poi un incontro cambia le carte in tavola. Alexander Torbach conosce una fisioterapista cieca Alina Gregoriev, che ha un dono: le basta toccare le persone per vedere cosa hanno fatto. Alina sostiene che il suo ultimo paziente era proprio il Collezionista. Difficile da credere. Certo ma quando non si hanno altri appigli, altre tracce, ci si aggrappa pure ad una cosa così assurda, incredibile. In un susseguirsi di avvenimenti mozzafiato dove il passare del tempo accresce la tensione in modo spasmodico Alina e Alexander si impegnano nella angosciosa ricerca degli ultimi bambini rapiti anche se un dubbio inizia a farsi strada, il dono di Alina le permette davvero di vedere il passato? Alexander sente che qualcosa non torna e proprio nel modo più drammatico avrà la certezza di quanto si erano sbagliati. E il finale si scopre essere solo un nuovo inizio capace di gettare il protagonista nella più cieca disperazione. E la caccia continua.
Salve Mr Preston e Mr Child. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuti su Liberidiscrivere. Raccontateci qualcosa di voi. Punti di forza e di debolezza.
Un caldo pomeriggio di fine febbraio, in cui la primavera sembra aver fatto capolino portandosi via le ultime tracce d’inverno, Varg Veum chiuso nel suo ufficio di Bergen riceve un’insolita visita. Un bambino di otto anni, Roar, dopo aver preso una guida telefonica, scelto un numero a caso tra gli investigatori privati, preso da solo l’autobus, fa il suo ingresso e gli chiede aiuto. Una banda di bulletti che infesta il suo quartiere di casermoni alla periferia degradata della città capeggiata da Joker un ragazzo un po’ più grande davvero “cattivo” gli ha rubato la bicicletta e lui non potendo chiedere aiuto a suo padre guarda fiducioso negli occhi Varg Veum. La richiesta di aiuto commuove l’investigatore forse perché ha anche lui un figlio di quell’età lontano chissà dove, forse perché il suo passato da assistente sociale lo spinge a cercare di aiutare sempre i più deboli così recupera la bici e fa la conoscenza della madre di Roar, Wenche, abbandonata dal marito per un’altra donna, che smuove in lui qualcosa nel profondo forse semplicemente perché è decisamente troppo sensibile al fascino femminile. Joker e la sua banda naturalmente non restano con le mani in mano e meditando vendetta rapiscono Roar facendo si che Varg si ritrovi invischiato in una storia di emarginazione e desolazione, figli rifiutati, madri alcolizzate. Poi l’imprevedibile, il padre di Roar viene accoltellato e ucciso e le prove portano diritte dritte verso Wenche ma Varg non vuole credere che sia davvero colpevole, i suoi occhi blu sono così profondi, le sua labbra così morbide, e pronto a tutto per dimostrare la sua innocenza inizia a indagare nei segreti di alcuni abitanti dei casermoni scoprendo infine la verità amara e imprevista che lo sommergerà come un magma nero in cui nessuno è davvero innocente. A chi mi chiedesse quale è il mio giallista scandinavo preferito senza esitazione risponderei Gunnar Staalesen innanzi tutto perché definirlo giallista scandinavo è riduttivo. I suoi libri, quasi una ventina in patria con protagonista una città norvegese Bergen e un investigatore privato Varg Veum, tre editi da noi da Iperborea I satelliti della morte, Tuo fino alla morte, La donna nel frigo, più che gialli sono veri e propri romanzi tout court, capaci di lasciare nel lettore un eco, non semplici prodotti di consumo che una volta letti non lasciano tracce né graffi. Tuo fino alla morte pubblicato per la prima volta nel 1979 e ora tradotto dal norvegese da Danielle Braun è una storia complessa e delicata, arricchita da sfumature sociali e umane che come dicevo esulano dal semplice campo del giallo. L’autore l’ha definito un romanzo sull’amore, il matrimonio e l’infedeltà che solo incidentalmente ha i connotati del romanzo giallo e penso che non ci sia definizione migliore. Concludo con una notizia che almeno a me ha fatto decisamente piacere, gli altri romanzi della serie del detective Varg Veum sono tutti in corso di pubblicazione presso Iperborea nella collana Ombre.
Bentornati alla Waldklinik!
Salve signor Staalesen. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Gunnar Staalesen? Punti di forza e di debolezza.
Il predicatore proseguì da dove era stato interrotto. “No fratelli, non riconosciamo più Stavanger! Dico bene? Meretrici, lenoni, arpagoni, e sibariti. Viviamo in una moderne Sodoma e Gomorra, nella confusione dei giorni estremi. Il Signore chiama il suo gregge, ci da il benvenuto, ma il cammino è pieno di tentazioni. Chi ha il potere sul nostro paese, sulle nostre città? Chi adoriamo? Chi più subdolo del Levitano, si crogiola e si rimpingua del viscido e grasso petrolio del nostro mare? E’ Mammona, fratelli! Mammona che allunga i suoi avidi artigli, che soffia il suo alito pestilenziale sulla città, che trascina migliaia di persone a una morte violenta. E non avremo pace fratelli finchè ci sarà una sola goccia di petrolio sul fondo del nostro mare”.
Il passato si sconta sempre, The Far side of the dollar, vincitore nel 1965 del Gold Dagger Award, e ora edito da Polillo Editore in una versione riveduta e corretta tradotta da Giovanni Viganò, è sicuramente per gli amanti dell’ hardboiled classico uno di quei libri imperdibili che hanno fatto la storia del genere. Macdonald, in un certo senso l’erede e il continuatore di due mostri sacri come Chandler e Hammett, ha eletto la California degli anni 50 e 60 a terreno privilegiato dove mettere in scena i vizi e le poche virtù di una società irrimediabilmente corrotta, minata dalle fondamenta, (non a caso l’impietosa analisi dei legami famigliari è sempre al centro delle sue strutture narrative). Lew Archer, personaggio cardine delle sue storie, investigatore privato che prende ancora molto sul serio parole antiquate come etica e morale, è senza dubbio il perfetto termine di paragone che permette a Macdonald di utilizzare il romanzo poliziesco come una leva per portare alla luce il male e la violenza alla base della ricchezza e del cinismo di una società malata, intrisa di peccati e di crimini piccoli e grandi che vanno dalla semplice avidità all’omicidio più spietato. Macdonald ben lungi dal fare del facile moralismo o della psicologia da quattro soldi, analizza la realtà così com’è senza alcuna ipocrisia e scava nelle anime dei suoi personaggi riportando in superficie le radici contaminate del crimine, evitando le trappole dei luoghi comuni e del conformismo. Il passato si sconta sempre in un certo senso racchiude in sé tutte le caratteristiche che hanno fatto grande Macdonald ed è considerato da molti critici uno dei migliori romanzi della sua produzione. La trama è scarna, lineare. Un giovane di famiglia molto ricca, che è stato messo in un collegio molto rigido, fugge e subito dopo il padre milionario riceve una richiesta di riscatto. Lew Archer viene così incaricato dal direttore del collegio di indagare e ritrovare il ragazzo. Scopre che è stato visto in compagnia di una donna parecchio più vecchia di lui, mentre il padre mette insieme i soldi del riscatto e va a consegnarli nel luogo stabilito. Archer nel ricercare la donna misteriosa la trova in un motel, morta. Sembra che il marito della donna abituato a picchiarla questa volta l’abbia pestata a morte. Archer viene trovato svenuto dalla Polizia nel luogo dell’omicidio e portato in carcere. Poi viene ucciso anche il marito ed alla fine si dipana la vicenda fino al colpo di scena finale in cui un segreto di famiglia spiega tutta la vicenda. La prosa stringata e essenziale di Macdonald rende la storia avvincente dalla prima all’ultima pagina. Davvero uno di quei libri che si leggono e si chiudono con una sorta di nostalgia che ti spingerà al più presto a riprenderli in mano. Azzardare una superiorità di Macdonald rispetto a Chandler e Hammett, come alcuni critici anche autorevoli hanno fatto mi sembra un po’ azzardato, ma quello che è certo è che Ross Macdonald ha sicuramente dato profondità a spessore al genere, dopo di lui infatti l’ hardboiled non è stato più lo stesso.
Sebbene inglese lo scrittore Lee Child, pseudonimo di James R Grant e fratello dello scrittore Andrew Grant, è sicuramente un maestro dell’action thriller di stampo americano: tutto adrenalina, ritmo frenetico, inseguimenti e combattimenti anche corpo a corpo.
























