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:: Intervista con Andrea Novelli & Gianpaolo Zarini a cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2011

Novelli zarini

Benvenuti su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descrivetevi l’uno l’altro anche fisicamente. Forse è un pettegolezzo smentitemi ma chi dei due assomiglia al Ridge di Beautiful?

Come prima domanda iniziamo male. Non per la domanda, ma per la descrizione! Diciamo solo che siamo lontani sia da Johnny Depp e Brad Pitt per rimanere ai mascelloni. Ma ben lontani… Purtroppo sia sul nostro sito che in rete girano nostre foto. Rimandiamo a quelle. Sopportare anche una descrizione oltre che la visione potrebbe nuocere gravemente alla salute…

Come è nata la vostra amicizia e come si è trasformata in una società a delinquere di stampo letterario? Ditemi il primo ricordo che avete l’uno dell’altro?

La società a delinquere si è formata sui campi da tennis dell’allora dopolavoro Italsider di Savona più di vent’anni fa. Entrambi con la passione per la scrittura e per il cinema, la prima volta invece che giocare abbiamo passato gran parte dell’ora seduti, tirando a giustificazione il caldo estivo, parlando di cinema e di libri. Magari è nata proprio da quella chiacchierata il proposito di scrivere qualcosa. Chissà… lasciamo il mistero!

Come vi dividete i compiti, scrivete un capitolo a testa, fate molte stesure dello stesso capitolo concordando poi ogni singolo paragrafo, chi è il più pignolo dei due?

Applichiamo una sorta di scaletta. Stabilita la storia che vogliamo scrivere, stiliamo un elenco di punti essenziali, fissati capitolo per capitolo che andranno a costituire l’ossatura della trama del libro. Una volta definito lo scheletro della storia, facciamo una verifica dal punto di vista cronologico, di costruzione, di tenuta della suspense capitolo per capitolo, andando a rinsaldare i punti più “deboli”. In seguito, iniziamo a sviluppare tutti questi punti-chiave, a definire le piccole parti di raccordo tra i diversi punti, fino ad ottenere la storia nel suo complesso. Quando la trama è completa, operiamo un nuovo controllo cronologico di tutti gli eventi. È a questo punto che avviene l’inserimento dei personaggi nel contesto. Personaggi, che in parallelo alla costruzione della trama, abbiamo strutturato a parte dal punto di vista psicologico, fisico e caratteriale. Andiamo a inserirli scena per scena, cercando per ognuno il rispetto del climax della storia. Chi è il più pignolo? Con questo metodo di lavoro non possiamo esimerci dall’esserlo entrambi. E quattro occhi sono più attenti di due!

Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?

Z: Alla fine della notte di Sergio Altieri e l’Ombra di Cody McFadyen.

N: Il senso di Smilla di Peter Høeg e L’amico ritrovato di Fred Uhlman.

Ditevi una cosa che non vi siete mai detti prima. Senza ridere.

Non ci riusciamo senza ridere e poi sarebbe irripetibile e con qualche bip. Una sfida all’ Ok Corral!

Quali sono i vostri scrittori preferiti, italiani e stranieri, viventi o no?

Sono tanti, troppi e per non far torto a nessuno dei viventi italiani – ce ne sono tantissimi di davvero bravi- citiamo due nomi “defunti”: Emilio Salgari e Giorgio Scerbanenco. Tra  gli stranieri: Preston&Child, McFadyen, Grangè, Chattam.

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

Si litiga certamente, ma si risolve sempre tutto con una risata o dimenticandosi il perché si è litigato. Per quanto concerne invece le dispute letterarie, ovvero quando abbiamo idee diverse su un qualche punto della trama, risolviamo con una partita a tennis. Chi vince ha diritto di vita e di morte sulla parte del testo. Ma capita raramente.

Raccontatemi l’aneddoto più curioso dei vostri esordi, il più insolito, imbarazzante o divertente?

Sicuramente ne abbiamo uno, che raccontiamo spesso durante le presentazioni. Riguarda l’episodio che ci ha fatto arrivare a Firenze nel luglio del 2003 nella terna dei finalisti del Premio Internazionale “Palazzo al Bosco”. Eravamo stati avvertiti dall’organizzatrice e  presidentessa del premio di essere tra i tre candidati a vincere il Premio.
Noi avevamo cercato di sapere se avevamo vinto, ma lei, irreprensibile, ci disse che come in un giallo avremmo scoperto tutto a tempo debito.
Per farla breve, ci ritrovammo in giacca e cravatta sotto la canicola fiorentina prima, e a Palazzo Vecchio poi, con tanto di suonatori di chiarine in gran parata.
Il vincitore dell’edizione precedente si avvicinò a noi. E ci chiese: “Siete voi i vincitori di quest’anno?”
Noi a quella domanda ci guardammo perplessi, negando. Ma la sua faccia era altrettanto interrogativa, come se avesse appena parlato con dei marziani.
Prima dell’inizio della cerimonia ci furono le foto di rito dei finalisti con la presidentessa e in una di queste foto per il quotidiano La Nazione ci misero perfino il premio – una preziosa scultura in argento – tra le mani.
Chiunque avrebbe capito che eravamo noi i vincitori, tranne… noi.
Ci arrivammo solo a proclamazione ufficiale.
Ma la cosa divertente sta nel fatto che La Nazione aveva già pubblicato la mattina stessa i nomi dei vincitori! Tutti i presenti, oltre un centinaio di persone, lo sapevano! Ci sarebbe bastato leggere il quotidiano!
Ma arrivarci…
Forse è anche per questo che scriviamo in due. Almeno in due riusciamo a farne un chilo!

Come è avvenuto il vostro incontro con Marsilio? Avete presentato il vostro romanzo  a molti editori prima di trovare quello giusto?

Questa domanda si ricollega in qualche maniera alla precedente, poiché il premio effettivo del concorso fiorentino era proprio la pubblicazione per Marsilio. Di fatto l’opera vincitrice del concorso veniva edita dalla prestigiosa casa veneziana. Certamente, prima di arrivare a questa svolta, abbiamo penato parecchio. Conserviamo ancora le trentatré lettere di rifiuto ricevute da diverse case editrici.

Avete esordito con il medical thriller Soluzione finale, libro che ha vinto anche alcuni premi. Come è stato accolto dalla critica e dal pubblico?

Favorevolmente. Inutile dire che per chi scrive ricevere complimenti per il proprio lavoro sia la cosa più gratificante. Siamo stati accusati di esterofilia, visto che la storia era ambientata a New York, ma lungi da noi un pensiero simile. È sempre la storia che determina le ambientazioni, gli argomenti e i temi che andiamo ad affrontare, non il contrario. Abbiamo in cantiere progetti che vedranno ambientazioni italiane, per cui…

Nel 2008 è uscito il vostro secondo romanzo Per esclusione. Ce ne volete parlare?

A differenza di “Soluzione finale”, che è un medical-thriller, “Per esclusione” è un serial killer-thriller. Ambientata come “Soluzione finale” a New York, vede come protagonista Salomone, un assassino seriale che rapisce una coppia di bambini e chiede poi ai genitori di scegliere quali dei due figli debba essere salvato, condannando automaticamente a morte l’altro. Inutile dire che su una scelta del genere, si innescano forti emotività e laceranti contrasti tra i genitori. È un thriller sì, a tinte molto forti, ma molto psicologico, che induce a farsi delle domande su ciò che realmente pensiamo e quello che crediamo di pensare.

E ora parliamo di Il paziente zero appena uscito sempre con Marsilio. Nel gergo medico il paziente zero è il primo paziente individuato nel campione della popolazione di un’indagine epidemiologica. Come avete scelto questo titolo?Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il titolo è stato scelto perché si adatta perfettamente a due interpretazioni. Quella che tu hai correttamente illustrato e anche ad un’altra. Ma se lo diciamo sveliamo parte della storia, quindi… No comment! L’idea è nata da un articolo molto interessante che avevamo letto un po’ di tempo fa, legato alla ricerca sulla squalamina, sostanza che deriva dagli squali  che si sostiene possa essere una valida cura contro forme tumorali. Questa è stata la scintilla, ma siccome vogliamo sempre complicarci le cose, abbiamo pensato bene di trattare anche l’argomento controverso dei diamanti. Come si combinano squali e diamanti? Lasciamo la risposta ai lettori.

Un thriller avventuroso lo si potrebbe definire. Era nelle vostre intenzioni più scrivere un thriller o un romanzo di avventura?

Era nostra intenzione scrivere una storia che mantenesse le cadenze del thriller pur nella concitazione dell’avventura.  Quindi molta azione sì, ma anche introspezione ed enigma. Speriamo di esserci riusciti. Sappiamo che non è semplice cambiare genere ogni volta, ma è una bella sfida che ci mette sempre in gioco.

Il protagonista Cristophe Douvier è un ragazzone a cui viene diagnosticato un tumore ai polmoni, ama il surf e lavora come corriere per una multinazionale di diamanti. Credendo che gli resti poco da vivere pensa di fare il colpo della vita per dare una sistemazione economica all’adorata sorella e così escogita di tenersi i diamanti che deve trasportare. E’ un personaggio piuttosto insolito rispetto al solito eroe tutto muscoli senza macchia e senza paura. Come avete costruito il suo personaggio?

Ci piace che i personaggi dei nostri libri siano prima di tutto persone. Ci piace costruirli a tutto tondo, caratterialmente, psicologicamente, fisicamente. Dobbiamo, mentre scriviamo, immedesimarci in loro, pensare come loro. A quel punto loro faranno il resto, scrivendosi quasi da soli. Douvier non è un superuomo, è una persona comune che si vede costretto ad affrontare qualcosa più grande di lui con le sole forze che un uomo normale può avere quando si sente sovrastato da qualcosa. Tenacia, volontà, voglia di raggiungere quello che si è promesso. A qualsiasi costo.

Il personaggio della sorella Isabeau in che modo influisce sulla trama?

Isabeau è fondamentale per lo svolgimento della trama. Condiziona tutta la dinamica del fratello, fino al finale. Se non ci fosse Isabeau, non ci sarebbe il Christophe Douvier che si legge nel romanzo.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

Come abbiamo spiegato prima, la parte laboriosa avviene prima della scrittura. Oltre al metodo, c’è anche tutta la raccolta e lettura del materiale per approfondire i vari argomenti. Quando ci è possibile, cerchiamo anche di avvalerci della consulenza di esperti del settore. Questo nel rispetto dei lettori, della loro voglia di capire e nella loro attenzione.
La scrittura è la parte più creativa. A quel punto ci divertiamo davvero, anche se purtroppo non ci gustiamo mai la storia fino in fondo perché sappiamo già come va a finire!

Vi piace fare tour promozionali? Come gestite i rapporto con i vostri lettori? Chi di voi è il più timido?

Fare presentazioni è stimolante ed è l’occasione per essere a contatto con i lettori, scambiare opinioni con loro, ascoltare le loro valutazioni. Tutto questo è sempre una bella sensazione. A noi piace stabilire contatti con i nostri lettori. Una volta che un libro è stato scritto, diventa di chi lo legge. Ognuno può dargli la propria interpretazione, il proprio giudizio. È magnifico!

Siete definiti i più americani degli autori italiani. Sono previste traduzioni all’estero dei vostri romanzi o tour promozionali? Vi piacerebbe presentare Il paziente zero in America?

Nonostante i nostri romanzi siano a respiro internazionale, finora non sono ancora stati tradotti. Ma mai dire mai! Speriamo anche che un domani qualcuno sia interessato a trasporli da carta a pellicola. Il paziente zero… magari in Sudafrica, sott’acqua dentro la gabbia metallica e gli squali intorno! Una marketta rischiosa!

L’intervista è quasi conclusa nel ringraziarvi per la vostra disponibilità e per il vostro grande senso dell’umorismo vi formulo l’ultima domanda. State attualmente lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Abbiamo una serie di racconti per diverse antologie che usciranno a breve e abbiamo da poco ultimato il nuovo romanzo che daremo a breve alla Marsilio.
La scrittura è un vero, piacevole, virus. Non ti abbandona mai. Ogni volta che terminiamo un libro ci diciamo: “Adesso ci riposiamo un po’?”.
Non accade mai, c’è sempre un’idea nuova che ti fa dire “Dai proviamoci, ancora!”
Un grazie a te Giulia e ai lettori di Liberidiscrivere per l’ospitalità e la simpatia!

:: Intervista con Patrick Fogli a cura di Giulietta Iannone

8 giugno 2011

Non voglio il silenzio di Patrick FogliBenvenuto Patrick su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Raccontati ai nostri lettori. Chi è Patrick Fogli? Punti di forza e di debolezza?

Se comincio ad andare in crisi con la prima domanda sono messo bene. Vediamo. Uno che cerca di raccontare storie meglio che può. E che non ti dirà mai quali pensa che siano i suoi punti di forza e di debolezza.

Hai esordito con il thriller Lentamente prima di morire. Per Piemme hai poi pubblicato anche L’ultima estate di innocenza e Il tempo infranto. Un ingegnere prestato alla letteratura o il contrario?

Il limite è difficile da cogliere. Dal mio punto di vista non c’è differenza, sono sempre la stessa persona. E cerco di fare i due lavori con la stessa serietà.

Con il giornalista investigativo Ferruccio Pinotti sei l’autore del romanzo Non voglio il silenzio. Il romanzo delle stragi. Edizioni Piemme. Come è nata l’idea di scrivere questo libro e perché avete scelto la struttura del thriller?

Conosco Ferruccio da parecchi anni. Un giorno c’è stato uno scambio di messaggi su una notizia di cronaca e, nello stesso momento, ci siamo scritti “bisognerebbe raccontarla”. A quel punto ci siamo presi in parola. Perché un thriller? Perché lo era la storia. Tutto il resto, è funzionale a quello che volevamo raccontare.

Raccontaci Ferruccio Pinotti come se fosse un personaggio di un tuo libro. Come vi siete conosciuti, come avete deciso di collaborare?

Ferruccio è uno che crede molto in quello che fa e che lo fa, malgrado tutto. L’ho contattato ai tempi delle ricerche per “Il tempo infranto” e abbiamo continuato a sentirci. La prima volta che l’ho sentito ero in un parcheggio, faceva un caldo infernale e c’era un cane che non la smetteva di abbaiare. Dopo è andata molto meglio.

Siete sempre stati concordi durante la stesura di Non voglio il silenzio, che metodo di scrittura avete utilizzato, la parte relativa alla documentazione chi l’ha svolta?

Sì. Abbiamo pensato e strutturato la storia insieme. Poi, dal momento che il romanzo è il racconto di una voce sola, il grosso del lavoro di scrittura è mio. Ma è a tutti gli effetti un romanzo a quattro mani. Anche il lavoro di ricerca è stato comune. Alcune cose le avevo io, altre lui.

Impegno civile, dovere morale, senso di dignità. Cosa ha prevalso?

Tutte e tre le cose. Fatico a pensare che possano essere separate. Ti dirò che non amo molto l’espressione “impegno civile”, presuppone che ce ne sia uno incivile. Un po’ come “scrittore impegnato”. Da cittadino, non da scrittore, sente la responsabilità di essere civile. Il resto è una conseguenza.

Sciascia scriveva “La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini.” Il potere più è arrogante più genera paura, incertezza, rassegnazione. Il mondo civile che armi ha per contenere questo arbitrio, perché di arbitrio si tratta, il mondo civile ha speranza di uscire vincitore?

Il dovere di tenersi informati. Il dovere di farsi domande su quello che viene raccontato, il che non significa diventare complottisti o dietrologi, ma – è solo un esempio – non pretendere la foto del cadavere di Bin Laden per credere alla sua morte e restare indifferenti di fronte a un Parlamento che vota la bugia che Ruby è la nipote di Mubarak. Farsi domande è anche il primo antidoto contro l’insicurezza, contro la paura che è sempre il sistema migliore per amministrare il potere. Essere cittadini, oltre che persone, per tornare alla risposta precedente.

Definiscimi il coraggio. Quali sono le doti che rendono un uomo coraggioso?

Fare quello che ritiene giusto. Non essere incosciente. Valutare i rischi, per affrontarli nel modo migliore. Resistere. Credere in quello che fa e continuare a mettersi in discussione.

Parlaci del tuo protagonista, un uomo senza nome, ex giornalista, scrittore di libri per bambini, figlio, marito, padre. Un uomo qualunque forse ma pronto a tutto per seguire una traccia, per capire, per scoprire la verità. Ti riconosci in questo personaggio?

Mi riconosco nell’importanza che dà alle persone che ama. Nella testardaggine e nella voglia di raccontare una storia che nessuno vuole sentire. Nella voglia di mettersi in discussione e – in qualche modo – di sfidare se stesso. A parte questo e tolti i mille particolari miei che sono sparsi nei personaggi del romanzo, siamo molto diversi. La sua, d’altra parte, è una storia molto più tragica della mia. E questo conta.

Quali sono i modelli a cui ti sei ispirato? C’è qualcuno che con il suo esempio, con i suoi consigli ti ha spinto ad andare oltre alla logica comune del qualunquismo ad esporti in prima persona?

No. Credo che sia una storia che andava raccontata. Lo abbiamo pensato subito, tutti e due. È stata l’unica molla e non sono per niente pentito.

Pensi che il tuo libro faccia paura? Hai ricevuto pressioni, minacce, solleciti consigli di occuparti d’altro? 

A me ne ha fatta. Cerco di spiegarmi. È stata la prima volta in cui, finendo di lavorare a tarda sera, ho avuto paura a pensare alla storia che stavo scrivendo. E non perché abbia ricevuto minacce o consigli, non è capitato. Ma perché quella storia, quei fatti, mi spaventavano. Se quella è una parte della nostra storia, quella che nei tempi più recenti ci ha accompagnati fin qui, non credi che dovrebbe spaventare?

Non è paradossale che proprio i giornalisti, alcuni giornalisti almeno, siano scesi in prima linea contro la Mafia, svolgano inchieste, stilino reportage a volte pagando un prezzo altissimo, fin anche la vita? Non è ingiusto che l’ultimo baluardo della civiltà sia costituito da uomini disarmati, o meglio armati solo di una tastiera di computer e magari di una macchina fotografica?

Raccontare storie è sempre stato pericoloso. E quello dovrebbe essere il lavoro dei giornalisti. Non lo è sempre, nel senso che non tutti lo intendono così. Ma se ti occupi di quelle storie, se vai a mettere il naso dove l’aria puzza, può capitare che qualcuno non sia contento. E non sono affatto sicuro che una pistola, un fucile, un cannone o del tritolo siano un’arma meno efficace di una storia. Una storia resta. Rimane anche dopo che chi l’ha raccontata non c’è più. E quello che non puoi far sparire, che devi nascondere, ma che non puoi cancellare, ha un potere infinitamente più grande di qualsiasi essere umano o qualsiasi proiettile.

Siamo sommersi da tante menzogne, tante false verità costruite a tavolino che intossicano l’opinione pubblica, a cui molti fingono di credere per calcolo, comodo, codardia. Il tuo romanzo può essere considerato un atto di accusa contro questo stato di cose?

Mi accontenterei che scatenasse delle domande, che fosse una fonte di curiosità, che aiutasse, in qualche modo a dubitare di quello che si racconta. Se è un atto di accusa contro qualcosa, lo è contro tutti quanti. Di certo è il romanzo di un protagonista arrabbiato. Non con la vita, ma con i suoi simili.

Stragi, attentati, strategia della tensione, sinceramente pensi che ci sia un regista occulto dietro a tutto questo? La Mafia è davvero vista da alcuni come un mezzo e non più un avversario?

Cosa Nostra e le mafie in generale sono sempre state viste come un’opportunità più che un avversario. Sono state usate – per lo sbarco in Sicilia, per esempio, nella seconda guerra mondiale o in funzione anitcomunista – e trasfromate in socio d’affari. Hanno molti soldi e grandi capacità di investimento. Hanno i mezzi che servono, i contatti, gli appoggi. È quasi naturale che sia andata così. Se la mafia, una parte della politica e dell’imprenditoria non avessero stretto legami molto stretti, la criminalità organizzata non sarebbe così forte. Proprio per questo non credo ai registi occulti. Credo agli interessi comuni. E quando l’interesse del sorvegliante e del sorvegliato coincidono, la sroveglianza va a farsi benedire.

Senza svelare troppo del libro Ignazio Solara o meglio ciò che lui rappresenta esiste davvero?

Ti rispondo così. Non credo che esistano i servizi segreti deviati. Credo che esistano i servizi segreti. Punto. E se non esistono i servizi segreti deviati, allora esiste Ignazio Solara.

Sei ottimista? Credi che i giovani siano stanchi di intrallazzi, malaffare, collusioni più o meno velate con i poteri “deviati” che sembrano governare occultamente il nostri paese?

Vorrei essere ottimista, ma temo di essere troppo razionale.  Molti, non solo i giovani, sono stanchi di quello che vedono, ma non sono sicuro che basti.

Chiudi il romanzo con la frase E se fosse tutto vero. Un monito, un avvertimento, uno spunto di riflessione?

Tutte e tre le cose.

Nel salutarci, ringraziandoti per la tua disponibilità, anticipaci i tuoi progetti per il futuro. Stai scrivendo un nuovo romanzo?

Proprio ora, mentre rispondo alle tue domande. L’unica cosa che posso fare, però, è darti due nomi. Alessia e Gabriele. Oltre a ringraziarti per le domande.

:: Intervista con John Harvey a cura di Giulietta Iannone

6 giugno 2011

John HarveySalve Mr Harvey. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore?

A parte alcune terribili poesie scritte quando ero adolescente e i primi tentativi di giornalismo, non ho mai avuto alcuna ambizione di diventare uno scrittore. Tutto è nato in gran parte per caso, e perché dopo aver insegnato nelle scuole per 12 anni ero alla ricerca di qualcos’altro da fare. Un amico, che, a quel tempo era uno scrittore di successo di pulp fiction, mi ha suggerito di provare a fare lo stesso e questo è quanto.

Leggi altri autori contemporanei?

Per tutto il tempo! Quest’anno ho letto James Salter, Tom Franklin, Maile Meloy, e Peter Temple per esempio, ed anche riletto altri scrittori del ventesimo secolo – Graham Greene, DH Lawrence e, naturalmente, Hemingway.

In alcune interviste hai detto che sei stato molto influenzato da Elmore Leonard. Corrisponde al vero quanto dico?

È vero, nel senso che stavo leggendo e mi divertiva parecchio Leonard alla fine degli anni ’80 cosa che mi ha fatto desiderare di fare un nuovo tentativo e scrivere un nuovo romanzo poliziesco,  avevo già provato in precedenza ma semplicemente non aveva funzionato. Non molto bene, comunque. Quello che mi piaceva di Leonard era come ideava i dialoghi, e anche il modo in cui sapeva ribaltare gli stati d’animo così del tutto all’improvviso. Oh, e c’erano sempre una buona quantità di donne che oltre ad essere attraenti erano anche molto capaci e volitive. In particolare sono stato influenzato da La Brava, dai capitoli iniziali di Bandits, e anche molto da Freaky deaky – le scene di dialogo tra Chris e Greta e Chris e suo padre sono semplicemente perfette credo, e anche adesso rileggendole di volta in volta sono una meraviglia. Ma chi mi ha influenzato di più senz’altro è stato Hemingway. E, tra gli autori di romanzi gialli, Peter Temple, KC Costantine e Brian Thompson.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Come ho anticipato sopra, ho cominciato facendo i primi passi nei panni di un altro. Laurence James aveva scritto una serie di libri sugli Hell’s Angels con lo pseudonimo di Mick Norman, il suo editore, New English Library, voleva un nuovo libro della serie e Laurence era impegnato altrove, così mi suggerì di scrivere un libro sugli Hell’s Angels sotto uno pseudonimo diverso – ho letto i suoi libri e l’idea mi è piaciuta, e così mentre ero alla ricerca di un lavoro come insegnante iniziai a scrivere, Laurence comunque mi ha aiutato con la trama e raccomandandomi al suo editor NEL. Hanno fatto alcuni suggerimenti per piccole modifiche, dopo di che hanno acquistato il libro, che è stato pubblicato come “Avenging Angel” di Thom Ryder. Dopo ho scritto un secondo libro di Thom Ryder e così è iniziata la mia strada, scrivevo una media di 12 romanzi pulp all’ anno per i primi quattro anni, molti dei quali western.

Hai pubblicato oltre 90 libri con nomi diversi, e hai lavorato su sceneggiature per la tv e per la radio. Quale è il tuo lavoro preferito?

O mi sono divertito a scrivere in tutte le forme, anche se il numero di riscritture necessarie per un’ opera per la TV è molto più faticosa! Scrivere per la radio è molto divertente siccome lo scrittore può stare vicino agli attori in un modo che non è possibile in TV – è anche bello lavorare in modo collaborativo con altre persone invece che da soli. Idealmente, mi piacerebbe fare una combinazione tra scrittura narrativa e scrittura per drammi radiofonici, ma non è questo il modo in cui le cose funzionano e così non ho più scritto per la radio per quattro o cinque anni.

John sei famoso per la serie di romanzi con protagonista l’appassionato di jazz Charlie Resnick, ambientati nella città di Nottingham. Puoi dirci qualcosa su Charlie?

Charlie è un uomo di mezza età, un po’ sovrappeso, un uomo serio e compassionevole, che prende molto sul serio il suo lavoro come ufficiale di polizia, di solito mostra anche una grande comprensione  verso le persone che fanno le cose che fanno. Gli piace ascoltare musica jazz, soprattutto quelle che è stata registrata tra il 1940 e il 1970 o giù di lì. Gli piacciono le donne, sebbene la sua storia di relazioni non sia in realtà molto felice e il suo unico matrimonio è finito senza figli e con un divorzio.

Perché hai deciso di scrivere il primo romanzo Resnick, Lonely Hearts?

Avevo scritto 4 romanzi Private Eye – la serie di Scott Mitchell – in precedenza, e, purtroppo, anche se sono stati pubblicati, non penso che fossero molto buoni. Forse erano la cosa migliore che potessi fare in quel momento. Ma circa 10 anni più tardi, dopo aver letto e apprezzato Elmore Leonard, ho pensato che avrei potuto provare a scriverne un altro – e così è nato “Lonely Hearts“.

Quanto è durato il processo di scrittura di Lonely Hearts ?

Un paio di mesi di preparazione, per parlare con gli agenti di polizia a Nottingham, dove è ambientato il libro, e per raccogliere le idee sul personaggio principale con un amico scrittore, il più anziano dei Dulan Barber, dopo di che ho scritto le prime 10.000 parole e una bozza, che il mio agente ha inviato a tutti i principali editori britannici, l’unico interessato fu Viking/Penguin  e così ho scritto un altro capitolo, dopo il quale mi ha commissionato il romanzo. Quindi, suppongo, il tempo di scrittura per il primo progetto è stato di circa 6 mesi, seguito da un altro mese di riscrittura.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Sedimentavano molti altri romanzi police procedural sul retro della mia mente, che mi dimostravano la possibilità di scrivere un buon romanzo crime con ambientazione urbana e  con un forte senso sociale e politico – “Laidlaw” di William McIlvanney, la serie Martin Beck dalla coppia svedese Sjöwall e Wahlöö e il film di Harold Becker di Joseph Wambaugh “The Black Marble“.

Raccontaci qualcosa sulla nuova serie di Frank Elder.

Volevo scrivere un libro o dei libri che fossero più thriller che police procedural – anche per allontanarmi da Nottingham e per farlo volevo scrivere qualcosa appunto ambientato in un luogo diverso e forse anche con una trama più complessa.

Il primo romanzo di questa serie, è Flesh and Blood. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

L’idea per i personaggi principali mi è venuta da un mio racconto, “Drive North“, in cui Frank Elder, la moglie e la figlia adolescente appaiono per la prima volta. Ciò che ho voluto fare nei tre libri che compongono la trilogia è stato di concentrarmi sul rapporto tra Frank Elder e sua figlia.

Qual è il tuo romanzo standalone preferito ?

Sono molto affezionato a In a True Light in quanto, benché forse le cose non si amalgamano bene come dovrebbero, mi ha permesso di scrivere a lungo di pittura e pittori e anche di arte, di poesia e della scena jazz della New York del 1950.

Dimmi un verso o due della tua poesia preferita.

“Chet Baker” ( di John Harvey)

si affaccia dalla sua stanza d’albergo
attraverso l’Amstel verso la ragazza
in bicicletta lungo il canale che alza
la sua mano e la muove in un saluto quando
lei sorride lui è tornato ai tempi
in cui ogni produttore di Hollywood
voleva trasformare la sua vita
in quella storia dolce amara
dove le cose vanno male, ma solo
in amore con Pier Angeli,
Carol Lynley, Natalie Wood;
quel giorno arrivò in studio,
nell’autunno del cinquantadue, e suonò
con nitidezza perfetta
gli accordi di ‘My Funny Valentine’ –
e adesso quando alza gli occhi dalla
sua finestra e vede il suo sorriso che passa
nel blu di un cielo perfetto
sa che questo è uno di quei
rari giorni in cui lui può davvero volare.

Ecco l’intera poesia.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Ha! Tutto dipende se mi inviteranno e, in caso affermativo, se non starò lavorando ad un nuovo libro. Oh, e se potessi fare il viaggio in treno, piuttosto che in aereo sarebbe perfetto.

Descrivici una tua tipica giornata di lavoro ?

Mi alzo intorno 6.00/6.30 – a volte faccio una passeggiata di 50/60 minuti, a volte no – doccia, un caffè, mi siedo al mio computer, e poi, faccio un break con un caffè a metà mattina, poi lavoro per circa 4 ore. Tutto qui.

I tuoi libri sono stati tradotti in diversi paesi. È eccitante?

E ‘sempre emozionante vedere i libri, quando arrivano da un editore di in un paese diverso, naturalmente, e, più tardi, se vendono (!) ci si rende conto che ci sono persone in questo paese che hanno amato le storie che ho raccontato.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai mai ricevuto recensioni negative?

Una o due, e di solito, meritatamente, quando il libro in particolare, non era buono come avrebbe dovuto essere. Questo può essere molto utile è una sorta di campanello d’allarme. Ma penso di essere stato molto fortunato, i miei libri hanno avuto sempre una buona accoglienza  – in America e in Francia in particolare.

Cosa stai leggendo in questo momento?

O ho appena finito di leggere un libro destinato principalmente ai bambini di David Almond intitolato “Il mio nome è Mina“, e prima  un meraviglioso libro di racconti, “Last Night” di James Salter. I libri precedenti che ho letto sono stati “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi e (per la terza volta), “Tears of Autumn” di Charles McCarry.

Hai una base di fan molto affezionata. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con voi?

Spesso faccio molte letture pubbliche qui nel Regno Unito o anche in Francia, e  sono sempre sorpreso e contento di come alcune persone accolgono bene i miei libri e di quanto li amino – e molti si identificano anche con alcuni dei personaggi, Charlie Resnick in particolare. Ricevo molte email, e anche lettere, dai lettori di volta in volta, di solito positive, e cerco sempre di rispondere. Posso essere contattato via e-mail all’indirizzo info@mellotone.co.uk

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando in questo momento?

In questo momento, sto riscrivendo un romanzo intitolato ‘Good Bait‘ che ha per protagonista l’ufficiale di polizia nero, Karen Shields, già apparsa in “Cold in Hand” e “Ash & Bone“.

:: Il gioco degli occhi di Sebastian Fitzek (Elliot 2011) a cura di Giulietta Iannone

5 giugno 2011

Il gioco degli occhi di Sebastian FitzekAlexander Torbach è un ex poliziotto. Ha lasciato la polizia in modo drammatico e da allora una specie di strisciante senso di colpa lo accompagna e gli avvelena la vita pure adesso che si guadagna da vivere come cronista di nera. Alexander Torbach tra i casi che segue è ossessionato da “Il collezionista di occhi”, un serial killer spietato che prima di uccidere si diverte a giocare a nascondino con le sue vittime. Si accanisce nel modo più efferato sui bambini, li rapisce, li nasconde, ne uccide la madre e lascia al padre quarantacinque ore di tempo per trovarli prima che muoiano e quando succede, perché sempre succede, li priva di un occhio e proprio da questo macabro rituale è nato il suo soprannome. Ecco in questo consiste il  gioco perverso che ha escogitato per nutrire i suoi demoni interiori che nascono da abusi subiti nell’infanzia. Alexander Torbach capisce ben presto che per prenderlo l’unico modo è stare al suo gioco, seguire le sue indicazioni, come in una macabra caccia al tesoro dove il tesoro da trovare è un inerme e indifeso bambino da liberare. Poi un incontro cambia le carte in tavola. Alexander Torbach conosce una fisioterapista cieca Alina Gregoriev, che ha un dono: le basta toccare le persone per vedere cosa hanno fatto. Alina sostiene che il suo ultimo paziente era proprio il Collezionista. Difficile da credere. Certo ma quando non si hanno altri appigli, altre tracce, ci si aggrappa pure ad una cosa così assurda, incredibile. In un susseguirsi di avvenimenti mozzafiato dove il passare del tempo accresce la tensione in modo spasmodico Alina e Alexander si impegnano nella angosciosa ricerca degli ultimi bambini rapiti anche se un dubbio inizia a farsi strada, il dono di Alina le permette davvero di vedere il passato? Alexander sente che qualcosa non torna e proprio nel modo più drammatico avrà la certezza di quanto si erano sbagliati. E il finale si scopre essere solo un nuovo inizio capace di gettare il protagonista nella più cieca disperazione. E la caccia continua.
Diciamolo subito Sebastian Fitzek non è un autore che ama il lieto fine. Immaginatevi dunque quando l’epilogo ve lo mette all’inizio e i capitoli vanno a ritroso. Una follia direte come quella di creare un personaggio che al semplice tocco vede le cose che succedono, un azzardo, per lo meno inverosimile e invece sembra che nasca tutto da un fatto reale. Nei ringraziamenti finali, che consiglio davvero di leggerli e non saltarli perché sono davvero divertenti, veniamo a sapere che principalmente l’idea per Il gioco degli occhi è stata data a Fitzek  dalla sua fisioterapista Cordula Jungbluth che davvero mentre manipola i suoi pazienti in complicate pratiche shiatsu sente le cose e Fitzek ne ha avuto la prova in svariate occasioni. Siete propensi a credergli? Non so, sono anche io dubbiosa come voi ma so per certo che la polizia americana si avvale di sensitivi nella ricerca di persone scomparse per cui un fondo di verità ci sarà senz’altro anche se sono scettica di natura. Ma torniamo a parlare del libro dopo questa piccola digressione che mi sembrava necessaria. Innanzitutto lo stile di Fitzek fluido e dinamico non è cambiato. Chi ha amato i suoi libri precedenti troverà un Fitzek in gran forma, amante della tensione, e del gioco psicologico portato all’estreme conseguenze. Il personaggio del serial killer che ha subito traumi e sevizie da bambino e per questo fa le cose che fa è un po’ abusato e tipicamente americano quindi l’originalità diciamo è quella di vedere all’opera un serial killer tedesco, decisamente propenso a dare troppe spiegazioni nell’email finale. Dunque vanitoso, egocentrico, sadico, affatto simpatico, un cattivo tout court senza spiragli di umanità. Forse è un limite, forse è necessario all’economia della trama, tutto dipende dai punti di vista. Va anche considerato che è difficile provare simpatia per un pazzo che toglie un occhio ad un bambino morto, anche se personaggi all’ Hannibal Lecter erano capaci di creare una sorta di empatia con il lettore pur dopo mille efferatezze. Fitzek preferisce concentrarsi nella creazione del protagonista dotandolo di varie sfumature e preso atto di questo la lettura scorre veloce e sicura. Si legge davvero in poche ore e arrivati all’ultima pagina si comprende con certezza che ci sarà una seconda parte. Fitzek ama giocare con i suoi lettori, e per divertirsi bisogna stare alle sue regole, accettato questo è un libro intrigante sicuramente di qualità superiore rispetto ai consueti thriller. Traduttore Claudia Crivellaro.

Sebastian Fitzek è autore di una serie di romanzi (genericamente definibili psychothriller) di incredibile successo. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.
Tra i titoli in edizione italiana ricordiamo Il ladro di anime (Elliot, 2009), Il bambino (Elliot, 2009), La terapia (Rizzoli, 2007 – Elliot, 2010), Schegge (Elliot, 2010), Il gioco degli occhi (Elliot, 2011), Il cacciatore di occhi (Einaudi, 2012), Il sonnambulo (Einaudi, 2013) e Noah (Einaudi, 2014).

:: Intervista con Douglas Preston e Lincoln Child a cura di Giulietta Iannone

3 giugno 2011

Douglas Preston e Lincoln ChildSalve Mr Preston e Mr Child. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuti su Liberidiscrivere. Raccontateci qualcosa di voi. Punti di forza e di debolezza.

Doug: Faccio la maggior parte del lavoro e Linc siede tranquillo occupato a dare consigli.
Linc: Non è vero! In realtà, ci dividono 300 miglia di distanza per cui scriviamo i nostri libri insieme usando per lo più il telefono e, ovviamente, Internet.
Doug: Ognuno di noi ha le sue aree di competenza. Io mi occupo di archeologia, storia, matematica e fisica, mentre Linc è l’esperto di computer, decodifica, cibo, vino, e delle cose belle della vita.

Raccontateci qualcosa del vostro background, i vostri studi, la vostra infanzia.

Doug: Sono cresciuto nel sobborgo mortalmente noioso di Wellesley, alla periferia di Boston.
Linc: E io sono cresciuto nel sobborgo mortalmente noioso di Westport, Connecticut. Cosa che abbiamo in comune. Doug, crescendo è stato quasi un criminale, in difficoltà per tutto il tempo, mentre io ho sempre obbedito alla legge.
Doug: Siamo ancora così. Linc è l’ onesto cittadino rispettoso della legge, mentre io sono un po’ un fuorilegge.

Quando avete capito che avreste voluto diventare scrittori?

Doug: Quando avevo otto anni, ho scritto un libro con un amico che si intitolava Animal Valley.
Linc:  Anche io ho iniziato a scrivere seriamente circa alla stessa età.

Leggete altri autori contemporanei?

Doug: Adoro i libri di Michael Crichton, Nelson DeMille, Ruth Rendell, così come molti classici inglesi del 19 ° secolo come Arthur Conan Doyle, Wilkie Collins e Charles Dickens.
Linc: Aggiungi Dennis Lehane a quella lista, insieme con HP Lovecraft e M. R. James.

Raccontateci qualcosa del vostro debutto. La vostra strada verso la pubblicazione. Avete ricevuto molti rifiuti?

Il nostro primo romanzo, Relic, è stato rifiutato da cinque o sei case editrici. Poi ci ha dato grandi soddisfazioni quando è diventato un bestseller enorme, e poi la Paramount ne ha fatto un film.

Avete scritto molti romanzi gialli e una serie di altri romanzi. Quale è il vostro preferito?

Penso che siamo entrambi d’accordo che The Cabinet of Curiosities potrebbe essere il nostro miglior romanzo.

I vostri romanzi polizieschi con protagonista l’ agente speciale Pendergast sono stati tradotti in molte lingue. È stato eccitante?

Proprio così. In realtà riceviamo molte, molte e-mail dai nostri lettori italiani, che amano Pendergast. Dal momento che Doug legge e scrive in italiano risponde a tutte le email. Gli serve per fare pratica linguistica.

Potete dirci qualcosa in più sul vostro protagonista principale, Aloysius XL Pendergast?

Lui è unico, un gentiluomo del 19 ° secolo intrappolato nel mondo corrotto del 21 ° secolo. Ma i suoi principi sono inflessibili, la sua mente è brillante come una fiamma. Si rende conto che la gente lo vede come una figura piuttosto eccentrica, ma non se ne cura. Lui è molto impaziente con la gente, ma l’unica cosa che davvero non può sopportare è la stupida e inflessibile burocrazia.

Perché avete deciso di scrivere Relic?

La maggior parte dei nostri romanzi sono in parte o prevalentemente ambientati a New York City, e spesso in giro per il Museo Americano di Storia Naturale. La storia di come siamo arrivati ​​a scrivere sul Museo è curiosa. Avevo scritto una colonna della rivista Storia Naturale, pubblicato dal Museo, dove ho lavorato. Un editor della St. Martin’s Press, che aveva letto i miei pezzi, mi ha chiamato e mi ha chiesto se volevo scrivere una storia ambientata nel Museo. Ho detto di sì – e ciò divenne il mio primo libro, Dinosaurs in the Attic. Dopo che il libro è stato pubblicato, assieme all’editor abbiamo fatto un giro del Museo a mezzanotte. Gli ho mostrato tutti i posti migliori nel Museo a cui ho avuto accesso – le ossa di dinosauro nella sala di stoccaggio, la raccolta di 30.000 ratti in vasi di alcool, il bulbo oculare raccolto da una balena, lo stomaco di un mastodonte conservato con il suo ultimo pasto, ed molte altre cose insolite. Siamo finiti nella Sala dei Dinosauri intorno alle 2.00, con solo le luci di emergenza accese, e gli scheletri nel buio più completo intorno a noi – e l’editor si rivolse a me e mi disse: “Doug, questa è il palazzo più spaventoso e maledetto di tutto il mondo. Scriviamo un thriller ambientato qui “. E questa fu la nascita di Relic, che poi divenne un grande best-seller e, infine, sbancò il botteghino del cinema. Questo editor era Lincoln Child. Entrambi abbiamo scoperto che condividevamo la stessa visione distorta e malata del mondo. Fu così che iniziò la nostra lunga e proficua collaborazione.

Quanto è durato il processo di scrittura di Relic?

Circa due o tre anni. Stavamo entrambi lavorando su altri libri.

Cemetery Dance è un altro dei vostri libri tradotti in italiano. Potete dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Un giornalista di New York City è selvaggiamente aggredito nel suo appartamento da un killer che i testimoni oculari giurano sia morto due settimane prima … La moglie non si fermerà davanti a nulla per conoscere la verità. Gli elementi di prova riportano ad un culto solitario e ad un rituale oscuro, a sacrifici di animali e ad una pratica per rianimare i morti. Ma più scopre indizi e più cresce il pericolo, finché la sua vita sarà minacciata in un modo impensabile … Quali segreti sono sepolti nelle profondità della antica chiesa all’interno del Inwood Hill Park di Manhattan?

Ci descrivete una vostra tipica giornata di lavoro?

Io lavoro come chiunque altro, circa otto ore al giorno.
Io vado al lavoro verso le otto e stacco circa alle quattro o alle cinque. Lavoro spesso troppo anche il Sabato mattina presto.

Progetti di film tratti dai vostri libri?

Un bel po ‘. Da Gideon’s Sword è stata fatta tutta una serie di film dalla Paramount. Da Il Mostro di Firenze è stato tratto un film interpretato da George Clooney. Da Riptide è stato fatto un film per la 20th Century Fox. E abbiamo altri libri in opzione.

Chi sono i vostri autori viventi preferiti?

David Morrell, Steve Berry, James Rollins, Lynds Gayle, Mario Spezi.

Cosa state leggendo in questo momento?

Life on the Mississippi di Mark Twain (Doug)
Au rebours da Huysmans Joris-Karl (Linc, in francese)

Vi divertite a fare tour promozionali? Raccontateci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Ci divertiamo moltissimo a fare tour insieme. Abbiamo spesso discussioni molto animate su chi deve scrivere le scene di sesso nei nostri libri. Ognuno di noi pensa che le scene di sesso degli altri  siano patetiche e ci sentiamo entrambi dispiaciuti l’uno per la moglie dell’altro.

Qual è il ruolo di Internet nella ricerca e nel marketing dei vostri libri? Che ne pensate della editoria elettronica?

Internet per noi è fondamentale, dal momento che viviamo così lontani. Fare ricerche è molto più facile. Ora, invece di passare una settimana ricercando un fatto, siamo in grado di ottenere le stesse informazioni in dieci minuti. Google Street View ci dice persino l’aspetto di posti specifici. Per quanto riguarda gli ebooks, c’è un grande cambiamento in atto. Anche se siamo entrambi legati ai libri di carta vecchio stile, accogliamo con favore il cambiamento.

Quali cambiamenti avete notato nel mondo della fiction dal momento in cui avete iniziato a scrivere?

Naturalmente molti autori sono andati e venuti, e i gusti sono cambiati. Troppi giovani non leggono e passano la maggior parte del loro tempo al computer. Ma ci sarà sempre spazio per i buoni libri, e ci saranno sempre i lettori. Di questo ne siamo entrambi convinti.

Qual è il vostro rapporto come con i lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con voi?

Ci piace interagire con i nostri lettori. Ognuno di noi ha la sua pagina personale su Facebook, oltre ad una pagina per i fan, che abbiamo creato assieme. I lettori italiani sono invitati a inviare i loro messaggi in italiano – abbiamo molti amici italiani. Doug risponde ai loro messaggi in italiano. Venite a trovarci al http://www.facebook.com/PrestonandChild.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa state lavorando in questo momento?

Il nostro prossimo romanzo con Pendergast, si intitolerà Cold Vengeance, e sarà pubblicato negli Stati Uniti nel mese di agosto. E Doug sta lavorando sul mostro di Firenze, che diventerà un film interpretato da George Clooney.

:: Recensione di Il sole invincibile Eliogabalo, il regno della libertà di Claudia Salvatori a cura di Giulietta Iannone

15 Maggio 2011

Il sole invincibile Eliogabalo

Vario Avito Bassiano è solo un bambino di tre anni, vivacissimo, intelligente, circondato da nutrici e dalle sue “quattro” madri Giulie, quando guarda ardere uno schiavo cristiano che per protesta, per testimoniare la sua fede, si dà fuoco proprio davanti a lui e come una statua di cera sorride tra le fiamme. Vario senza provare orrore lo fissa affascinato, incantato e già nel suo sguardo c’è una luce, una forza che caratterizzerà la sua breve vita. Eliogabalo, gran sacerdote del Sole invincibile è destinato a diventare imperatore di Roma, è destinato a cambiare la storia con la forza del suo sogno, della sua unicità. Nello splendore di un impero destinato a un inevitabile declino la sua luce spende forse più delle altre e giunge fino a noi incorrotta grazie a questo bellissimo libro di Claudia Salvatori che sfata molte calunnie riabilitando un personaggio per lo più diffamato e come dice la stessa autrice “scoperto soltanto all’inizio del secolo scorso, dal professore di Oxford John Stuart Hay e da Antonin Artaud”. Un ragazzo in fondo, ma di una bellezza regale, i cui occhi erano rimasti grandi e malinconici, ardenti di fuoco verde, il naso dritto, il viso ovale, le labbra piene ben disegnate, le spalle larghe e i fianchi stretti, gli arti lunghi sviluppati dalla danza che gli donavano un’eleganza ultraterrena. Ottavo romanzo della grande saga dedicata da Mondadori alla storia di Roma dalla fondazione alla caduta dell’Impero e curata da Valerio Massimo Manfredi, uno dei maggiori scrittori di romanzi storici, Il sole invincibile Eliogabalo, il regno della libertà è un romanzo coraggioso in parte visionario come lo stesso protagonista, un ritratto maestoso e nello stesso tempo doloroso di una società multietinica e crudele dove le maldicenze, le false accuse, le diffamazioni sono un’arma tanto affilata quanto le spade e i pugnali. Eliogabalo colpito dalla damnatio memoriae condanna che comportava la cancellazione del nome nelle iscrizioni di tutti i monumenti pubblici, l’abbattimento di statue e monumenti onorari e lo sfregio dei ritratti presenti sulle monete, divenuto imperatore a soli quattordici anni, resta un sovrano orientale le cui esuberanze anche sessuali vanno ricollegate al suo senso del divino e l’essere uomo e nello stesso tempo donna va collegato al culto che  univa “Il sole e la Luna” facce di una stessa medaglia. La sua fine tragica non può che essere il conseguente epilogo di un uomo forse profondamente incompreso, in un certo senso moderno per sensibilità e apertura mentale, raffinato, idealista, vittima di un’utopia prima che di se stesso. Claudia Salvatori con grande sensibilità ne tratteggia la figura, e lo rende vivo sotto i nostri occhi, ne amplifica i pregi e non tace i limiti o i punti deboli e ci porta a conoscere un uomo il cui più grande difetto forse fu quello di amare oltre le convenzioni dell’epoca, aldilà dello stesso buon senso. Eccezionali anche le donne che l’hanno circondato innanzitutto le quattro Giulie, la nonna Giulia Mesa, la prozia Giulia Domna, la madre Giulia Soemia, la zia Giulia Mamea, artefici della sua grandezza e nello stesso tempo della sua rovina.

Claudia Salvatori, (Genova, 1954) si è laureata con una tesi su santa Caterina da Siena. La sua attività comprende diversi generi letterari e forme espressive: romanzi, sceneggiature per i fumetti e il cinema, racconti per numerose antologie e riviste. Con Più tardi da Amelia ha vinto il premio Tedeschi 1985. Ha pubblicato i romanzi Schiavo e padrona (1996) (da cui è stato tratto il film Amorestremo), Superman non muore mai (1997), La canzone di Iolanda (1998), il thriller storico Sublime anima di donna (2000) che le è valso il premio Scerbanenco nel 2001, Nessuno piange per il diavolo, La donna senza testa e Il sorriso di Anthony Perkins – quest’ultimo per Mondadori. Da sempre appassionata di storia antica e medioevale, ha pubblicato per Mondadori la biografia Ildegarda, badessa, visionaria, esorcista (2004).

:: Recensione di Tuo fino alla morte di Gunnar Staalesen a cura di Giulietta Iannone

14 Maggio 2011

1Un caldo pomeriggio di fine febbraio, in cui la primavera sembra aver fatto capolino portandosi via le ultime tracce d’inverno, Varg Veum chiuso nel suo ufficio di Bergen riceve un’insolita visita. Un bambino di otto anni, Roar, dopo aver preso una guida telefonica, scelto un numero a caso tra gli investigatori privati, preso da solo l’autobus, fa il suo ingresso e gli chiede aiuto. Una banda di bulletti che infesta il suo quartiere di casermoni alla periferia degradata della città capeggiata da Joker un ragazzo un po’ più grande davvero “cattivo” gli ha rubato la bicicletta e lui non potendo chiedere aiuto a suo padre guarda fiducioso negli occhi Varg Veum. La richiesta di aiuto commuove l’investigatore forse perché ha anche lui un figlio di quell’età lontano chissà dove, forse perché il suo passato da assistente sociale lo spinge a cercare di aiutare sempre i più deboli così recupera la bici e fa la conoscenza della madre di Roar, Wenche, abbandonata dal marito per un’altra donna, che smuove in lui qualcosa nel profondo forse semplicemente perché è decisamente troppo sensibile al fascino femminile. Joker e la sua banda naturalmente non restano con le mani in mano e meditando vendetta rapiscono Roar facendo si che Varg si ritrovi invischiato in una storia di emarginazione e desolazione, figli rifiutati, madri alcolizzate. Poi l’imprevedibile, il padre di Roar viene accoltellato e ucciso e le prove portano diritte dritte verso Wenche ma Varg non vuole credere che sia davvero colpevole, i suoi occhi blu sono così profondi, le sua labbra così morbide, e pronto a tutto per dimostrare la sua innocenza inizia a indagare nei segreti di alcuni abitanti dei casermoni scoprendo infine la verità amara e imprevista che lo sommergerà come un magma nero in cui nessuno è davvero innocente. A chi mi chiedesse quale è il mio giallista scandinavo preferito senza esitazione risponderei Gunnar Staalesen innanzi tutto perché definirlo giallista scandinavo è riduttivo. I suoi libri, quasi una ventina in patria con protagonista una città norvegese Bergen e un investigatore privato Varg Veum, tre editi da noi da Iperborea I satelliti della morte, Tuo fino alla morte, La donna nel frigo, più che gialli sono veri e propri romanzi tout court, capaci di lasciare nel lettore un eco, non semplici prodotti di consumo che una volta letti non lasciano tracce né graffi. Tuo fino alla morte pubblicato per la prima volta nel 1979 e ora tradotto dal norvegese da Danielle Braun è una storia complessa e delicata, arricchita da sfumature sociali e umane che come dicevo esulano dal semplice campo del giallo. L’autore l’ha definito un romanzo sull’amore, il matrimonio e l’infedeltà che solo incidentalmente ha i connotati del romanzo giallo e penso che non ci sia definizione migliore. Concludo con una notizia che almeno a me ha fatto decisamente piacere, gli altri romanzi della serie del detective Varg Veum sono tutti in corso di pubblicazione presso Iperborea nella collana Ombre.

Gunnar Staalesen è nato a Bergen nel 1947. Considerato il padre del giallo norvegese, dalla sua penna è nato il famoso personaggio di Varg Veum, il detective più emblematico del noir nordico, che con i suoi conflitti interiori, la sua scanzonata ironia, e il suo contrastato rapporto con le donne e la bottiglia, esplora le ferite e i vizi della società. Dei quindici romanzi della serie, tradotti in altrettante lingue e adattati per il piccolo e il grande schermo, Iperborea ha già pubblicato Satelliti della morte, Tuo fino alla morte e La donna nel frigo.

:: Recensione di Il superstite di Wulf Dorn (Corbaccio 2011) a cura di Giulietta Iannone

11 Maggio 2011

Il superstiteBentornati alla Waldklinik!
A chi ha letto La Psichiatra qualche brivido sulla schiena sarà corso, per non parlare di una certa inquietante rassomiglianza con l’ Overlook Hotel di Kinghiana memoria. Certo questa è pur sempre una clinica psichiatrica, in Shining era solo un albergo, ma devo confessare che i sotterranei, i corridoi, le stanze blindate, mi hanno riportato proprio alla memoria l’atmosfera claustrofobica e malsana del mitico covo di spettri sulle montagne innevate del Colorado e di spettri infondo parliamo, e della fantasia sovraeccitata si un ragazzino di 12 anni che dopo aver letto un libro sulle esperienze paranormali, si aggira nella notte con un dittafono in mano per registrare la voce dei morti.
Se non fosse che il fratellino minore Sven, curioso e desideroso di imitarlo lo segue e così Jan Frostner per non farsi scoprire dai genitori in questa escursione notturna non autorizzata decide di portarlo con sé. Si fermano sulla riva di un lago ghiacciato, dove meno di 24 ore prima era morta annegata una ragazza con problemi psichiatrici, e mettono in funzione il dittafono per captare la sua voce, convinti che la sua anima aleggi ancora nei dintorni. Poi Jan si allontana un attimo per fare pipì e al suo ritorno Sven è scomparso, di lui restano solo poche parole registrate sul dittafono Grundig: Quando torniamo a casa quasi come un vero messaggio dall’oltretomba.
La sparizione di Sven è solo una delle molte tragedie che si abbattono nella vita un tempo felice di Jan, quella stessa notte suo padre chiamato nel cuore della notte da una misteriosa telefonata si allontana in auto verso un luogo sconosciuto, forse ad incontrare proprio il rapitore di Sven e a causa dell’alta velocità l’auto sbanda e Bernhard Forstner muore. Poi anche la madre di Jan non reggendo al dolore si suicida lasciandolo completamente solo.
Passano gli anni e ritroviamo un Jan ora adulto, psichiatra come suo padre, che dopo aver aggredito un suo paziente ha perso il lavoro, è stato abbandonato dalla moglie e vive prigioniero delle ossessioni legate alla scomparsa del fratello. Un vecchio amico di suo padre il professor Fleischer direttore sanitario della Waldklinik decide di dargli una mano e gli offre un posto alla clinica con un’unica condizione, farsi aiutare a superare le sue ossessioni grazie a sedute di ipnosi. Jan piuttosto controvoglia accetta e così ritorna a vivere nei luoghi dell’infanzia a Fahlenberg ospite di un amico ancora segnato dalla morte della figlia, paziente della Waldklinik, convinto che proprio i medici di questa clinica ne siano i responsabili.
Da questo momento in poi a Fahlenberg iniziano a verificarsi una serie di morti sospette, difficili da catalogare come semplici coincidenze, e un atroce dubbio inizia a farsi largo nella mente di Jan che siano collegate alla scomparsa tanto tempo prima del suo fratellino Sven. Un terribile segreto è sepolto a Fahlenberg e Jan con l’aiuto di un’intraprendente giornalista volente o nolente sarà costretto a riportarlo alla luce.
Il superstite secondo psicothriller di Wulf Dorn, scrittore tedesco diventato famosissimo grazie al suo romanzo d’esordio La psichiatra,  è senz’altro da considerarsi una prova riuscita destinata a bissare il successo del precedente. Edito da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Alessandra Petrelli, è uno di quei libri capaci di creare un’ inquietante tensione emotiva ponendo seri interrogativi su cosa sia la sanità mentale e su quanto sia facile passare dall’altra parte, diventando vittime di fobie, traumi, ossessioni.(Molto interessante la parte legata all’ipnosi vera e propria terapia di cura e ben lontana da quei fenomeni quasi da baraccone che spesso siamo soliti vedere in tv).
Per tutto il libro l’autore in un gioco di depistaggi e sottrazioni tenta di portare i sospetti ovunque tranne che sul bersaglio, ponendo dubbi se il piccolo Sven sia vivo o morto, se il vecchio benzinaio sia davvero un sinistro pedofilo o un innocente accusato ingiustamente, se un apparente suicidio sia  in realtà un omicidio. Tutto un gioco di specchi, di rimandi, di vicoli ciechi che lasciano disorientati e  sconcertati.
Oltre ai protagonisti, ben caratterizzati anche i personaggi minori che anche se rimangono sullo sfondo acquistano connotazioni precise e ritmate. Il finale che non vi anticipo forse più tradizionale rispetto a quello de La psichiatra sicuramente ripaga l’attesa e fornisce spiegazioni esaurienti a tutti gli interrogativi. Probabilmente chi si aspettasse una parentesi rosa tra Jan e la bella giornalista Carla Weller rimarrà deluso ma è sicuramente un difetto da molti considerato un pregio. Dispiace quasi chiudere il libro e sapere che l’autore non ritornerà più su questi personaggi e oltre al prossimo thriller che uscirà a Settembre in Germania non ci saranno più storie ambientate alla Waldklinik. Ma anche se si chiuderà una trilogia non è detto che i prossimi scenari siano meno intriganti. Incrociamo le dita fiduciosi.

«Ci sono posti nella mente umana che nessuno dovrebbe visitare. Dopo il viaggio allucinante dell’Ipnotista, La psichiatra ci riporta nel lato oscuro.» Con queste parole Donato Carrisi ha salutato la nascita di un nuovo maestro dello psicothriller, Wulf Dorn, tedesco, nato nel 1969, che per tanti anni ha lavorato come logopedista in una clinica psichiatrica traendone ispirazione per la sua attività di scrittore. Dopo La psichiatra, che grazie al passaparola è diventato un bestseller internazionale, Dorn ha scritto altri romanzi di grande successo, tradotti in più lingue e sempre pubblicati in Italia da Corbaccio: Il superstite, Follia profonda, Il mio cuore cattivo, Phobia, Incubo, Gli eredi e Presenza oscura. E a dieci anni dall’uscita della Psichiatra, per la gioia dei suoi lettori Wulf Dorn ha finalmente deciso di riprendere i due protagonisti del libro, Mark Behrendt e Ellen Roth nel suo nuovo straordinario romanzo: L’ossessione.

:: Intervista con Gunnar Staalesen a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2011

800px-Gunnar.StaalesenSalve signor Staalesen. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Gunnar Staalesen? Punti di forza e di debolezza.

Non ho molto da raccontare della mia vita quotidiana. Ho 63 anni e ho pubblicato il mio primo libro a 22 anni nel 1966. Sono conosciuto principalmente come scrittore di romanzi polizieschi, per la maggior parte grazie alla lunga serie sul detective privato di Bergen chiamato Varg Veum. Per 13 anni ho lavorato come addetto stampa presso il Teatro Nazionale di Bergen, ma dopo il 1987 ho vissuto dalla mia “penna”, cioè voglio dire del mio p.c. Ho scritto qualcosa tra i 30 ei 40 libri, romanzi polizieschi per la maggior parte, e tra 10 e 20 drammi per il teatro o per gruppi teatrali gratuiti.  Non so davvero cosa dirti su eventuali punti di forza o di debolezza. Qualcuno potrebbe dire che la mia lista piuttosto prolifica di pubblicazioni mostra sia forza che debolezza …

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato a Bergen nel 1947. Mio padre era un professore di liceo, mia madre un’ infermiera. Ho avuto un’infanzia felice nella zona di Bergen, pesantemente distrutta durante la seconda guerra mondiale. Da adulto ho studiato presso l’Università di Bergen: inglese, francese e letteratura.

Quando hai capito che saresti voluto diventare uno scrittore?

Ho cominciato a scrivere quando avevo 12-13 anni, all’inizio solo per divertimento e perché ero un appassionato lettore sin dall’età di 7 anni. Quando andavo al liceo, diciamo tra i  16-17 anni, ho deciso che avrei cercato di diventare uno scrittore. Ma in un piccolo paese come la Norvegia, è difficile vivere di scrittura, così ho dovuto prima completare la mia istruzione.

Leggi altri autori contemporanei?

Oh sì, leggo tutto il tempo. Metà crime fiction e metà  fiction normale. Ho letto un sacco di scrittori scandinavi, ma anche scrittori di altri paesi. Uno dei miei preferiti è Gabriel Garcia Marquez.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Prima di essere pubblicato per la prima volta, avevo scritto una raccolta di poesie e un romanzo breve che era stati rifiutati. Al mio terzo tentativo, proposi un romanzo intitolato Uskyldstider (Times of Innocence) che fu pubblicato da un editore, dopo essere stato rifiutato da due . Dopo di che ho pubblicato un (breve) romanzo. Poi mi rifiutarono una raccolta di racconti e un romanzo, prima del mio “secondo esordio” con il mio primo romanzo poliziesco, Rygg i rand, to i spann (impossibile da tradurre) nel 1975.

Hai scritto oltre venti romanzi polizieschi e una serie di altri romanzi. Quale è il tuo preferito?

Il mio preferito tra i miei romanzi – e tra i miei lavori principale – è la trilogia scritta tra il 1997 e il 2000,  una storia sia poliziesca che un romanzo epico sulla storia di Bergen, della Norvegia e dell’ Europa del 20 ° secolo. Della serie Varg Veum il mio preferito è Engler Falne (Fallen Angels) del 1989, ma sono anche molto affezionato a Drabanter Dødens ( Satelliti della morte), 2006.

I tuoi romanzi polizieschi su il detective privato Varg Veum sono stati tradotti in 12 lingue. È eccitante? –

Beh, oggi penso che siano 18 lingue, e, naturalmente, è eccitante che i lettori in paesi lontani dalla Norvegia come Italia, Grecia e Spagna stiano leggendo i miei romanzi.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista principale, Varg Veum?

L’ho  creato sul modello di Philip Marlowe e Lew Archer, i detectives di Raymond Chandler e Ross Macdonald, ma gli ho dato come personale background la Novergia  degli anni 70. Ha lavorato presso il Department for Care of Children (o qualcosa del genere), prima di aprire  il suo ufficio di investigatore privato. E ‘un lupo solitario, ma con una coscienza sociale che gli permette di andare fino in fondo ai casi che ideo per lui.

Perché hai deciso di scrivere Dødens Drabanter ( Satelliti della morte)?

Ho voluto seguire il destino di un bambino sfortunato attraverso tutta la sua vita, e ho voluto mostrare cosa era andato storto con lui – e perché. Ma naturalmente, come sempre ho voluto anche scrivere un buon e serio romanzo crime per dare al lettore qualcosa su cui riflettere.

Quanto è durato il processo di scrittura di Satelliti della morte?

Ci ho messo quanto impiego di solito, dai 9 ai 12 mesi.

Doden Din til (Tuo Fino Alla Morte) è un altro dei tuoi libri tradotti in italiano. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Ho cercato di scrivere un romanzo poliziesco al contrario, ed è difficile da raccontare senza rivelare la fine del libro. Ma questo è anche un romanzo sull’amore, il matrimonio e infedeltà, che solo per caso è capitato che sia anche un romanzo giallo. Questo perché penso che un romanzo giallo è un ottimo modo per raccontare i conflitti e problemi, nella vita privata delle persone così come nelle grandi società.

Kvinnen i kjøleskapet (La donna nel frigo) è l’ultimo tuo libro edito in Italia. Una sorta di noir sociale – quasi un dramma realistico. Fantasia o realtà? 

Tutti i miei romanzi sono di fantasia, ma basati sulla realtà. Una volta ho detto a un giornalista che stavo scrivendo “realismo poetico”. Quello che ho voluto fare in questo romanzo è stato quello di mostrare quali cambiamenti ha portato nella società norvegese la scoperta del petrolio nel Mare del Nord. Stavanger, la capitale del business del petrolio nei primi anni, fu trasformata da una tranquilla e religiosa cittadina in un melting pot internazionale del gioco d’azzardo illegale, della prostituzione e dei reati finanziari. Per questo motivo la maggior parte delle azioni in questo libro si svolgono a Stavanger e non a Bergen, come succede di solito.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Una mia giornata tipica di scrittura allora, dopo aver fatto colazione e una breve passeggiata all’aria aperta, faccio ogni giorno una passeggiata nel centro della città per fare shopping, ritorno a casa tra le 10 e le 11 del mattino, prendo una tazza di caffè, e con alcune brevi interruzioni (una telefonata, un pranzo breve), scrivo dalle 10/11 fino alle 16, quando ceno (questo è il modo norvegese di prendere i pasti, ovviamente, molto diverso da quello che si è abituati in Italia). Succede che io scriva anche la sera, in giorni di grande lavoro, ma soprattutto cerco di tenere la serata libera per altri tipi di attività, faccio una passeggiata nel centro di Bergen, vado al cinema, a teatro, ai concerti jazz, o sto con i miei figli o nipoti – guardando una partita di calcio in televisione, faccio una vita ordinaria, come si può capire.

I progetti di film dei tuoi libri?

Sono appena iniziate le riprese del 12° film ispirato ai miei libri, ma basato molto liberamente. La serie di film di Varg Veum, sia al cinema che in televisione, è stata un grande successo, almeno in Norvegia.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Ho già citato Gabriel Garcia Marquez. Tra gli autori di romanzi gialli mi piacciono James Lee Burke e Ian Rankin, e molti altri.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo alcuni scrittori norvegesi che ho paura tu non conosca. Alcuni di loro sono candidati femminili ad un premio letterario, dove sono in giuria, e alcuni altri sono autori di romanzi gialli norvegesi,  cerco di rimanere informato.

Ti piace fare tour promozionali? Dì qualcosa ai tuoi lettori italiani di divertente su questi incontri.

Personalmente, preferisco stare a casa, vivere la mia vita e scrivere. Ma quando faccio un tour o una visita ad un festival letterario, è sempre un piacere visitare  posti nuovi e incontrare i lettori di nuovi paesi – e naturalmente gli scrittori provenienti da altre parti del mondo. Mi è piaciuto molto il mio viaggio in Italia nel 2010, sono stato in città come Milano, Torino, Firenze, al festival del giallo di Brescia, e (in visita privata a) Venezia.

Qual è il ruolo di Internet nella ricerca e nel marketing dei tuoi libri? Che ne pensi dell’ editoria elettronica?

Uso Internet, naturalmente, per me stesso, e per raccogliere informazioni sugli sfondi per i miei libri – la versione moderna del lavoro di ricerca. Io non lo uso per il marketing, ma spero che i miei editori lo facciano! Non sono sicuro di sapere dove il mondo dei libri stia andando, probabilmente verso gli e-book e altre (oggi sconosciute) forme di pubblicazione. Spero solo che i libri scritti sopravvivano, in futuro così come sono oggi.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction dal momento in cui hai iniziato a scrivere? 

Per me è chiaro che oggi la letteratura poliziesca è stata finalmente presa sul serio, molto di più sicuramente rispetto a quando ho iniziato a scrivere romanzi gialli negli anni 70, sia in Scandinavia che nel resto del mondo. Questo è il cambiamento più grande che posso rilevare.

Qual è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Mi capita di incontrare i lettori durante le letture pubbliche, quando firmo i libri in una libreria e – di volta in volta – anche solo camminando per le strade di Bergen (o in un’altra città). E ‘sempre bello incontrarli, perché i lettori che desiderano parlare con me sono per lo più molto entusiasti dei miei libri. Io non incoraggiano i lettori a prendere contatto direttamente con me, ma possono trovare il mio numero di telefono nella rubrica, e non è difficile trovare il mio indirizzo di posta elettronica.  E ho una pagina Facebook … E un sito web: www.vargveum.no.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Proprio ora sto scrivendo una commedia per il teatro (un musical) che non è prevista prima del 2014. Nel mese di agosto inizierò a scrivere un nuovo romanzo Varg Veum, che spero sarà pubblicato (in Norvegia) nell’autunno del 2012. Questo sarà il 16° romanzo della serie il18 libro a dire il vero, dato che ci sono anche due raccolte di racconti brevi.

Grazie per le domande e il mio più caloroso saluto ai lettori italiani!

Credit photo : Nina Aldin Thune

:: Recensione di La donna nel frigo di Gunnar Staalesen a cura di Giulietta Iannone

7 Maggio 2011

donnaIl predicatore proseguì da dove era stato interrotto. “No fratelli, non riconosciamo più Stavanger! Dico bene? Meretrici, lenoni, arpagoni, e sibariti. Viviamo in una moderne Sodoma e Gomorra, nella confusione dei giorni estremi. Il Signore chiama il suo gregge, ci da il benvenuto, ma il cammino è pieno di tentazioni. Chi ha il potere sul nostro paese, sulle nostre città? Chi adoriamo? Chi più subdolo del Levitano, si crogiola e si rimpingua del viscido e grasso petrolio del nostro mare? E’ Mammona, fratelli! Mammona che allunga i suoi avidi artigli, che soffia il suo alito pestilenziale sulla città, che trascina migliaia di persone a una morte violenta. E non avremo pace fratelli finchè ci sarà una sola goccia di petrolio sul fondo del nostro mare”. 

Nuovo caso per Varg Veum, celebre investigatore privato nato dalla penna di Gunnar Staalsen padre della detective story norvegese e portato sullo schermo da Trond Espen Seim che nel 2008 ebbe anche modo di girare l’episodio Varg Veum Kvinnen i kjøleskapet tratto appunto da La donna nel frigo. Accennare alla trama è piuttosto complesso perché tutto ruota intorno al colpo di scena finale che io mi guarderò bene dall’accennare anche solo di sfuggita. Tutto ha inizio una fredda giornata di inizio novembre quando Veum si reca da un’anziana signora, Theodora Samuelson, che ha deciso di assumerlo per scoprire che fine ha fatto suo figlio Arne, tecnico di una piattaforma petrolifera. Prese le consegne Veum si reca a Stavanger antico borgo di pescatori ora trasformato in una specie di luna park per gli svaghi dei dipendenti delle compagnie petrolifere che gestiscono le piattaforme al largo della costa. Locali notturni, discoteche, bische, bordelli, donne bellissime e disponibili, tutto l’immaginabile per soddisfare il riposo del guerriero, gestito da delinquenti più o meno tollerati dalle vigili forze dell’ordine. Qui inizia a indagare recandosi nell’appartamento che Arne occupava e dopo una sommaria perlustrazione trova su un tavolo della cucina i ripiani interni del frigo. Insospettito apre lo sportello e rinviene il cadavere senza testa di una donna. L’arrivo della polizia lo estromette dalle indagini ma lui ben lontano dall’arrendersi continua a indagare con l’aiuto di una malinconica prostituta d’alto bordo, per la quale tradirà piuttosto a malincuore la sua compagna, che ha deciso di portare avanti un’ attività parallela decisamente pericolosa. Veum è curioso e proprio la sua curiosità lo metterà sulla strada giusta per risolvere il caso anche a rischio della vita perché la gente contro cui si è messo non ha nessuna intenzione di scherzare.  7° episodio della serie con protagonista Varg Veum, edito in patria nel 1981, La donna nel frigo è una storia incentrata sul protagonista, un private eye davvero sui generis, che racconta i fatti in prima persona non disdegnando schegge di umorismo, di compassione e di filosofica saggezza rubata a Groucho Marx. Siamo nel 1980, mentre alle presidenziali statunitensi Ronald Reagan sconfigge il presidente in carica Jimmy Carter, Veum si trova a indagare su un caso in cui in un certo senso il petrolio, la ricchezza, e la corruzione che ne derivano, sono il motore stesso della storia. Veum è un lupo solitario, un romantico eroe capace di commuoversi per gli occhi tristi di una prostituta, capace di volere vederci chiaro anche a dispetto di tutto e tutti anche a costo di prendersi calci e pugni in una cantina isolata. Scanzonato, un po’maldestro, non ostenta un carattere cinico e freddo, anzi è quasi sentimentale nel suo difendere la sua individualità e rifiutare l’offerta di una grande agenzia investigativa di Oslo che assorbendolo gli prometterebbe soldi e rispettabilità. Il suo no è un rifiuto ai soldi facili, ai meschini sotterfugi che sembrano inquinare una società materialista e senz’anima in cui non si riconosce. Forgiato alla scuola dei celebri investigatori privati come Lew Archer o Philip Marlowe, Veum è meno duro, forse più vulnerabile e umano dei suoi precursori, ma come dice l’autore non è un personaggio completamente solare, anche in lui si agitano i fantasmi di Ibsen che in un certo senso tormentano le sue notti e forse anche i suoi giorni.

Gunnar Staalesen è nato a Bergen nel 1947. Considerato il padre del giallo norvegese, dalla sua penna è nato il famoso personaggio di Varg Veum, il detective più emblematico del noir nordico, che con i suoi conflitti interiori, la sua scanzonata ironia, e il suo contrastato rapporto con le donne e la bottiglia, esplora le ferite e i vizi della società. Dei quindici romanzi della serie, tradotti in altrettante lingue e adattati per il piccolo e il grande schermo, Iperborea ha già pubblicato Satelliti della morte, Tuo fino alla morte e La donna nel frigo.

:: Il passato si sconta sempre, Ross Macdonald (Polillo Editore 2011) a cura di Giulietta Iannone

5 Maggio 2011

4Il passato si sconta sempre, The Far side of the dollar, vincitore nel 1965 del Gold Dagger Award, e ora edito da Polillo Editore in una versione riveduta e corretta tradotta da Giovanni Viganò, è sicuramente per gli amanti dell’ hardboiled classico uno di quei libri imperdibili che hanno fatto la storia del genere. Macdonald, in un certo senso l’erede e il continuatore di due mostri sacri come Chandler e Hammett, ha eletto la California degli anni 50 e 60 a terreno privilegiato dove mettere in scena i vizi e le poche virtù di una società irrimediabilmente corrotta, minata dalle fondamenta, (non a caso l’impietosa analisi dei legami famigliari è sempre al centro delle sue strutture narrative). Lew Archer, personaggio cardine delle sue storie, investigatore privato che prende ancora molto sul serio parole antiquate come etica e morale, è senza dubbio il perfetto termine di paragone che permette a Macdonald di utilizzare il romanzo poliziesco come una leva per portare alla luce il male e la violenza alla base della ricchezza e del cinismo di una società malata, intrisa di peccati e di crimini piccoli e grandi che vanno dalla semplice avidità all’omicidio più spietato. Macdonald ben lungi dal fare del facile moralismo o della psicologia da quattro soldi, analizza la realtà così com’è senza alcuna ipocrisia e scava nelle anime dei suoi personaggi riportando in superficie le radici contaminate del crimine, evitando le trappole dei luoghi comuni e del conformismo. Il passato si sconta sempre in un certo senso racchiude in sé tutte le caratteristiche che hanno fatto grande Macdonald ed è considerato da molti critici uno dei migliori romanzi della sua produzione. La trama è scarna, lineare. Un giovane di famiglia molto ricca, che è stato messo in un collegio molto rigido, fugge e subito dopo il padre milionario riceve una richiesta di riscatto. Lew Archer viene così incaricato dal direttore del collegio di indagare e ritrovare il ragazzo. Scopre che è stato visto in compagnia di una donna parecchio più vecchia di lui, mentre il padre mette insieme i soldi del riscatto e va a consegnarli nel luogo stabilito. Archer nel ricercare la donna misteriosa la trova in un motel, morta. Sembra che il marito della donna abituato a picchiarla questa volta l’abbia pestata a morte. Archer viene trovato svenuto dalla Polizia nel luogo dell’omicidio e portato in carcere. Poi viene ucciso anche il marito ed alla fine si dipana la vicenda fino al colpo di scena finale in cui un segreto di famiglia spiega tutta la vicenda. La prosa stringata e essenziale di Macdonald rende la storia avvincente dalla prima all’ultima pagina. Davvero uno di quei libri che si leggono e si chiudono con una sorta di nostalgia che ti spingerà al più presto a riprenderli in mano. Azzardare una superiorità di Macdonald rispetto a Chandler e Hammett, come alcuni critici anche autorevoli hanno fatto mi sembra un po’ azzardato, ma quello che è certo è che Ross Macdonald ha sicuramente dato profondità a spessore al genere, dopo di lui infatti l’ hardboiled non è stato più lo stesso.

Ross Macdonald (19154983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, prese uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target {Bersaglio mobile), introdusse Lew Archer che, tranne in due casi, compare in tutto il resto della sua produzione ed è stato impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Il personaggio conquistò enorme fama grazie a romanzi come The Drouming Pool{Il vortice), The Chill (Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar {Il passato si sconta sempre), vincitore del premio della Crime Writers’ Association per il miglior libro, e The Blue Hammer (Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo.

:: I dodici segni di Lee Child (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2011

I dodici segniSebbene inglese lo scrittore Lee Child, pseudonimo di James R Grant e fratello dello scrittore Andrew Grant, è sicuramente un maestro dell’action thriller di stampo americano: tutto adrenalina, ritmo frenetico, inseguimenti e combattimenti anche corpo a corpo.
Creatore del celebre Jack Reacher, maggiore in congedo della polizia militare statunitense ed eroe suo malgrado sempre al centro di intricate vicende in bilico tra la spy story e il police procedural più classico, protagonista indiscusso di tutti i suoi romanzi, Child ha saputo dare vita ad un personaggio decisamente anticonvenzionale, non esattamente il classico eroe standard integrato nel sistema e paladino dei valori tipicamente americani: Dio, soldi, patria, famiglia.
Jack Reacher ha una sua personale idea di giustizia, lealtà e patriottismo, non ha nè casa nè famiglia e passa il suo tempo a vagabondare per le pericolose vie d’America con probabilmente solo in tasca i soldi della misera pensione.
I dodici segni da poco edito da Longanesi è la tredicesima avventura che lo vede protagonista e fa parte delle storie narrate in prima persona.
L’esordio è di quelli che lasciano il segno. Subito ci troviamo catapultati nel centro dell’azione. Jack Reacher nel suo vagabondaggio senza meta si ritrova a New York. Sono le due di notte e viaggia in un vagone semi deserto della metropolitana sulla linea 6, la linea locale di Lexington Avenue, direzione Uptown. Un altro sonnecchierebbe perso nei fatti propri, ma non Jack.
Sarà l’addestramento, l’istinto di conservazione, l’abitudine a guardare, non vedere, ad ascoltare, non sentire, come riflesso di un impulso naturale di sopravvivenza, Jack lascia vagare il suo sguardo e una donna attira la sua attenzione. Se ne sta seduta sul lato destro della carrozza, tutta sola nella panca più lontana. Bianca, sulla quarantina, bruttina, con i capelli neri tagliati con cura. Più la guarda e più gli torna alla mente l’elenco di indicatori comportamentali di dodici punti, se osservi un sospetto di sesso maschile, di undici se osservi un soggetto femminile, che il controspionaggio israeliano ha stilato per individuare un attentatore suicida, un kamikaze.
Jack sente di dover fare qualcosa. Si alza, raggiunge la donna e le parla spacciandosi per poliziotto. Ma all’improvviso succede l’inaspettato. La donna estrae una pistola e compie l’unico gesto che Jack non si sarebbe aspettato. Si punta l’arma alla gola e premendo il grilletto si fa saltare la testa.
Agenti di pattuglia del NYPD del turno di notte intervengono e il detective Theresa Lee inizia a raccogliere le testimonianze. Subito affronta Jack e quasi l’accusa di essersi avvicinato alla donna, di averla spinta oltre il limite, invitandolo a recarsi in centrale per stendere la deposizione. Jack non ha scelta e mentre si accinge a ripetere per l’ennesima volta come si sono svolti i fatti si accorge che qualcosa non torna. Il quinto passeggero presente sul vagone al momento del suicidio ufficialmente non esiste.
Poi ciliegina sulla torta la donna si chiamava Susan Mark ed era un’ impiegata del Pentagono così Jack si trova torchiato anche dagli agenti di una agenzia federale che iniziano a fargli strane domande: se conosceva la vittima, se conosceva una donna di nome Lisa Hoth, se la morta gli ha consegnato qualcosa.
Poi uscito dalla centrale un gruppo di uomini di certo ex militari e appartenenti alle forze dell’ordine si apprestano a fargli altre domande: cosa gli ha detto la donna, se ha mai pronunciato il nome di Lisa Hoth o di John Sansom, un deputato della Carolina del Nord che vuole diventare senatore.
Anche questa volta le cose non tornano. Troppa gente sembra sapere troppo. Forse un po’ influisce il senso di colpa, un po’ il desiderio di scoprire la verità, Jack decide di scoprire cosa è realmente successo.
Sarà l’inizio di una storia intricatissima, degna dei più avventurosi action thriller, con al centro terroristi sanguinari, ricatti e un segreto che se rivelato potrebbe aprire scenari inquietanti sul recente passato americano.
Lee Child conosce il segreto per tenere il lettore inchiodato alle pagine, per tutto il libro mi sono chiesta come sarebbe andata a finire la storia e quale fosse il motivo per cui Susan Mark avesse premuto quel grilletto.
Ho dovuto letteralmente costringermi a non andare a leggere le ultime pagine e lo sforzo è stato premiato. E’ una storia che coinvolge, scritta bene dosando suspence, colpi di scena e rivelazioni centellinate e non troppo irrealistiche anche se una punta di macchinosità è presente e viene stemperata dalla simpatia che riesce a ispirare il protagonista, un duro e puro come si suol dire.
Molti avrebbero insistito di più sulla possibile storia d’amore tra Theresa Lee e Jack, ma Child preferisce accennare ad un veloce mordi e fuggi giusto prima dell’adrenalinico finale, molto pulp.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).