Bentornato Franco su Liberi di scrivere. Oggi 17 gennaio esce il tuo nuovo romanzo, un thriller storico decisamente degno di attenzione intitolato Il segno dell’untore, la prima indagine del notaio criminale Niccolò Taverna. Ce ne vuoi parlare? Come è nato il soggetto? C’è qualche personaggio storico realmente esistito che ti ha ispirato?
“Il segno dell’untore” è una sorta di compendio di tutto ciò che ho imparato scrivendo prima thriller (come “China Killer” e “La stretta del Pitone”) e poi romanzi storici (da “I Bastioni del coraggio” a “Carthago” e “Roma in fiamme”). Niccolò Taverna è l’equivalente del 1576 di un moderno commissario di polizia, e i notai criminali erano i magistrati che a quel tempo, a Milano, indagavano sui casi di omicidio, sui casi criminali e sulle ruberie, e lo facevano adottando tecniche investigative sorprendentemente moderne, per quanto i loro strumenti più efficaci per trovare i colpevoli fossero l’intuito, l’istinto e l’esperienza. Ma tutto ciò che i miei personaggi fanno è rigorosamente documentato, e quindi sorprenderà vedere quali tecniche investigative possedevano.
Fra i personaggi storici reali del libro ci sono figure di prima grandezza come l’arcivescovo Carlo Borromeo (che poi diventerà San Carlo), il Governatore del Ducato e molte altre figure di prima grandezza. Sono inventati i personaggi funzionali alla trama, anche se costruiti con la massima verosimiglianza, facendo riferimento ai lasciti storici. Per ciò che riguarda Niccolò… può darsi che sia esistito realmente. O forse no…
La ricostruzione storica è sicuramente la parte più impegnativa che richiede mesi, se non anni di preparazione, di studi di documenti, di confronti, di approfondimenti. Come ti sei documento? C’è qualche testo particolare o qualche documentario che ti ha aiutato a ricostruire la Milano della seconda metà del 1500?
Studio Milano, soprattutto del periodo medievale e del 1500, da quasi trent’anni, e quindi sarebbe impossibile citare tutte le fonti da cui ho attinto. Merita però un posto particolare, fra i testi che più mi hanno aiutato nelle ricerche, una enciclopedia Treccani del 1948 interamente dedicata a Milano, con un volume di più di 1000 pagine tutto improntato sul 1500. Una raccolta di copie di documenti originali dell’epoca di inestimabile valore, da cui ho recuperato una mole enorme di materiale per i miei romanzi.
Ricostruire la vita di un uomo del 1500 è sempre una sfida. In cosa Niccolò Taverna, il tuo protagonista, si differenzia dagli uomini d’oggi per credenze, superstizioni, mentalità?
Niccolò è un uomo perfettamente integrato nella sua epoca, con le sue paure, le sue superstizioni, le sue conoscenze limitate. Ma ha una mente scaltra, una capacità deduttiva che va oltre la media, e che gli consente di sfruttare il raziocinio per osservare il mondo oltre le cortine della superstizione e delle credenze popolari. E per un magistrato in un periodo come il 1500, questa capacità è l’equivalente di possedere un moderno laboratorio di analisi scientifiche… sempre a portata di mano.
La parte investigativa sicuramente costituisce la struttura portante del romanzo, grazie al tuo libro ci si immerge nelle tecniche investigative di un’ epoca estranea e sconcertante. Ma il fiuto, quel sesto senso che caratterizza i bravi investigatori sembra senza tempo. E’ stato difficile mantenere un livello di verosimiglianza e obbiettività così elevato?
Niccolò ha avuto un ottimo maestro: suo padre Amerigo, che gli ha lasciato un patrimonio di consigli e spiegazioni tecniche sul mestiere dell’investigazione criminale abbastanza ampio da aiutarlo e sostenerlo nei momenti di difficoltà. E poi non dimentichiamo che può contare anche sull’aiuto di due assistenti particolarmente capaci e le cui caratteristiche si integrano perfettamente con le sue peculiarità: Rinaldo e Tadino. Considerato tutto questo, non mi è stato troppo difficile lasciare campo libero a Niccolò, in modo che se la cavasse da solo nelle sue indagini. E devo dire che non mi ha deluso…
La peste del Manzoni del 1630 fu soprannominata calamitatis calamitatum per la sua particolare virulenza. Il tuo libro è ambientato qualche anno prima nel 1576, durante la peste di San Carlo, un periodo per alcuni versi ancora più oscuro e violento. Sempre caratterizzato dalla dominazione spagnola, dalla presenza dei monatti, dalla superstizione, dall’influenza della Santa Inquisizione. Perché hai scelto proprio questo periodo storico?
La peste di cui scrivo è stata, come numero di vittime, ancora più forte di quella citata dal Manzoni. E ha beneficiato della figura potente e illuminata di Carlo Borromeo, un uomo straordinario di cui si è scritto troppo poco, a mio avviso. Mi piaceva l’idea di raccontare anche questo scenario, e calare il mio Niccolò Taverna in una specie di girone infernale in cui doversi muovere con cautela per svolgere le sue indagini. Il tutto con la pressione dei superiori che non lo mollano un istante. Elementi ideali per dare ritmo a un thriller, non ti pare?
Il personaggio di San Carlo Borromeo come l’hai caratterizzato?
Anche in questo caso ho attinto alle fonti storiche, non ho inventato nulla. Le cose che faceva il Borromeo, eclatanti o meno (come annullare interi ordini ecclesiastici o aiutare gli appestati a rischio della propria vita), non sono mai state accentuate dal cardinale o dall’arcivescovado, perché il Borromeo preferiva i fatti ai proclami, e non ha mai esitato ad aiutare il popolo quando ne aveva bisogno. E’ grazie a lui, poi, se il Duomo di Milano riprese a ergersi verso il cielo, nonostante la crisi economica portata dalla peste. Quello che ho cercato di fare è ritrarre il personaggio senza enfasi, per renderlo proprio come i documenti (non ecclesiastici ma secolari) ce l’hanno tramandato.
Il segno dell’untore sarà il primo di una serie o un romanzo standalone? Ritroveremo ancora Niccolò Taverna?
Il romanzo finisce, ma ha un epilogo aggiuntivo che segna l’inizio di un nuovo, difficile caso per Niccolò Taverna. Ovvero il prossimo romanzo, che mi auguro possa diventare il secondo di una lunga serie, perché ho ancora tantissimo da dire sui notai criminali e sulle loro straordinarie tecniche investigative.
Un buon antagonista è spesso il segreto per un buon thriller. Come hai costruito il personaggio del temibile inquisitore Guaraldo Giussani, già presente ne I bastioni del coraggio ?
L’inquisizione spagnola, in quel periodo, comincia a perdere colpi, proprio grazie alla crescita di personaggi di prima grandezza come Carlo Borromeo e al desiderio del papato di accogliere nel Sant’Uffizio i tribunali ufficiali della Santa Inquisizione. Giussani è il personaggio che mi serviva per raccontare questo “scontro” tra poteri forti: l’inquisizione spagnola legata alla Corona di Spagna e l’arcivescovo di Milano, che agisce per conto del Papa. Un magnifico scontro, che mi ha dato la possibilità di dipingere un antagonista a tutto tondo, terribile ed estremamente coerente, come Guaraldo Giussani.
Parlaci dei personaggi femminili. La condizione femminile dell’epoca è trattata nel tuo romanzo?
I personaggi femminili sono sempre fondamentali, nei miei libri. E anche qui non lesino certo, in fatto di eroine capaci di assestare colpi notevoli ai maschietti che – come succede di solito – si prendono tutto il palcoscenico. In questo caso la giovane e suadente Isabella Landolfi è un peperino che dimostra di avere una grande intelligenza e uno spirito deduttivo che molto si avvicina a quello di Niccolò, e quindi riesce a fare breccia nel suo cuore prima di quanto lo stesso Niccolò ritenga sia possibile, dopo che ha perduto la moglie a causa della peste. Ma la relazione fra i due non sarà facile, te lo posso garantire. E già dal secondo romanzo della serie si capirà ciò che intendo…
Tutto si svolge il 12 agosto del 1576, con l’epilogo quindici giorni dopo. Non è una scelta un po’ azzardata?
La storia della doppia indagine di Niccolò Taverna parte e finisce lo stesso giorno, con un ritmo incalzante e senza soste. La città sta morendo, i superiori lo incalzano: Niccolò non può fermarsi, deve risolvere il caso di omicidio il prima possibile… e ce la fa. Poi, quindici giorni dopo, nel famoso epilogo… ecco che accade qualcos’altro che trascina nuovamente Niccolò sui percorsi tortuosi delle sue indagini criminali. Ma cosa succederà lo vedremo nel prossimo romanzo.
La qualità della scrittura, la ricostruzione storica fedele e accurata, l’attenzione per tutti particolari dall’editing all’impaginazione alla copertina ne fa un prodotto di qualità ad un prezzo leggermente inferiore rispetto ai precedenti volumi Omnibus. E’ un’ eccezione o rientra in una precisa scelta editoriale per avvicinare più gente alla lettura?
Mondadori vuole iniziare il nuovo anno dando un segnale chiaro ai lettori di un grosso mutamento che ci sarà per i rilegati Mondadori. Il mio romanzo è il primo di un nuovo corso studiato con intelligenza, che vuole coniugare un prezzo più aggressivo e abbordabile dal pubblico rispetto al passato (15 euro anziché i soliti 20 euro), senza però svalutare i titoli che saranno presentati, puntando quindi alla massima qualità possibile dei testi da pubblicare. Sono felice di essere un po’ l’apripista di questo nuovo corso, e mi auguro che il mio notaio criminale riesca a farsi apprezzare dal pubblico per continuare a proporre le sue indagini mozzafiato.
Per quanto riguarda il romanzo storico siamo abituati ad apprezzare principalmente gli autori stranieri. Ma ci sono molti scrittori italiani davvero meritevoli. Per chi ama il genere storico che autori italiani consiglieresti?
Siamo tanti, una pattuglia formidabile che sta riuscendo a imporsi anche all’estero. Mi basta citare Danila Comastri Montanari, Alfredo Colitto, Valerio Massimo Manfredi, Carlo Martigli, Alan D. Altieri, Giulio Leoni… e molti altri ancora.
A che romanzo stai lavorando? Puoi farci qualche anticipazione?
Alla seconda indagine di Niccolò Taverna. Che racconterò in un romanzo dal titolo (provvisorio, ovviamente) di “Deus Irae”.
Ora è davvero tutto, grazie per la tua disponibilità.
Grazie a te!
Il sito è qui: www.ilsegnodelluntore.it





Anna Schmidt è il personaggio femminile principale ed è senz’altro un personaggio che ispira simpatia, un’amica, una giovane attrice, con problemi più grandi di quanto sia capace di gestire e questa sue debolezza ne fanno automaticamente una vittima di Lime, che lei sinceramente ama. Il suo oscuro passato, la necessità di documenti falsi, la sua fragilità ne fanno un personaggio enigmatico e inaccessibile, forse più ancora dello stesso Lime, le cui motivazioni sono fin troppo ovvie e se non addirittura prosaiche.


Ringraziavo il cielo per avermi dato la letteratura. Ringraziavo la letteratura per avermi dato un lavoro, per aver provveduto ai bisogni della mia famiglia, avermi fatto conoscere il brivido del successo, avermi punito, elevato, e oggi la ringrazio per la mano che ancora mi tendeva, ma sarebbe bastata? La letteratura avrebbe avuto il ruolo di sempre nella mia vita, adesso che ero solo e la polvere si posava?
Avevano paura solo dei carabineros, loro sì che avevano l’autorità per chiedere i documenti. Conclusione bisognava evitare i gendarmi. Ma per l’appunto quei tizi arrivano sempre quando non devono. Per ora l’essenziale era superare quella dannata curva. Dopodiché avrebbero probabilmente trovato un paesaggio più aperto e avrebbero potuto vedere cosa conveniva fare. Ma in fondo al suo cuore Justin non vedeva nessuna soluzione. Era convinto che fossero tutti in trappola, come topi. No non avevano nessuna possibilità di cavarsela, ci sarebbe voluto un miracolo e raramente il buon Dio sta dalla parte dei gangster.
La donna in gabbia edito da Marsilio con traduzione di Maria Valeria D’Avino è il primo romanzo di una serie crime-thriller di uno scrittore danese che vanta singolari record, innanzitutto è il giallista danese più venduto in assoluto capace per intenderci di avere al suo attivo ben 5 milioni di copie vendute, una distribuzione in 30 paesi, e i diritti cinematografici e televisivi acquistati da Network Movie, ZDF Enterprises, ZDF e Nordisk Film, che i più attenti non potranno non ricordare come gli stessi produttori dei film tratti dalla Millennium Trilogy di Stieg Larsson.
Marc è un artista, uno scultore di successo, quasi cinquantenne, fondamentalmente egoista, incapace di tenersi una donna, incapace di comunicare con suo figlio, non un fallito questo no, ma un uomo che lascia che la vita lo attraversi senza fare troppa resistenza. Alcool, droghe, donne, anche degli amici, l’importante è stare bene, giocarsi le sue carte. Alexandre, il figlio, è un diciottenne trascurato, cresciuto senza madre, un ragazzo per certi versi fragile che decide di lasciare questo mondo platealmente, sparandosi al centro di una mondanissima festa e crollando sul buffet. Poi c’è Gloria la ragazza di Alexandre che Marc raccoglie ubriaca in una pozza di vomito sul metrò e la porta a casa con il nobile intento di prendersi cura di lei, lui che non ha mosso mai un dito per gli altri, nemmeno per suo figlio. Gloria lo sa, lo conosce e vuole vendetta, come Alexandre che col suo gesto a suo modo voleva la stessa cosa. Marc si interroga, si analizza, cerca di comprendere il gesto del figlio, cerca di assolversi. Marc, Alexandre, Gloria questo è il triangolo al centro di Vendette di Philippe Djian edito in Italia da Voland a pochi mesi dall’edizione francese Gallimard. Djian è un autore di culto in Francia, adorato dalla critica che lo ricopre di premi, uno scrittore di noir che per molti versi ripropone sempre uno schema fisso rivisitato in mille sfumature e celebre soprattutto per 37°2 al mattino portato al cinema come Betty Blue con Beatrice Dalle. Vendette è il primo Djian che leggo e mi sono accostata al libro con notevoli aspettative, sperando di porre l’autore accanto al mio personale pantheon formato da autori come Andrè Helena e Derek Raymond. La prima impressione è piuttosto conflittuale, da un lato mi piace come accosta le parole, il suo stile, la musica che quasi emerge dalle righe e si vede che è frutto di un lavoro ostinato sulla lingua e non di improvvisazione ma la sua scelta di frammentare il tessuto narrativo, passando dalla prima alla terza persona in continuazione con sincopata naturalezza, un po’ mi ha spiazzato, costringendomi a spezzare spesso il pensiero e a ricrearmi la trama quasi prendendo appunti. A parte questo è un libro notevole, interessante, che si legge per il piacere di sentire le parole concatenarsi l’una all’altra con la consapevolezza che l’autore non si è limitato a sporcare la pagina bianca di inchiostro come succede a volte. Leggerò sicuramente Imperdonabili premio Jean Freustie 2009 , Incidenze e terrò per ultimo 37°2 al mattino. Traduzione di Daniele Petruccioli.
Tre voci in prima persona, tre personaggi al maschile, un professore universitario, uno scrittore, un vigile del fuoco, sono i protagonisti dei tre racconti che compongono e danno vita a Maddalena e le apocalissi di Luigi Bernardi Senzapatria collana Sostengo Pereira Pagine 120 Euro 10. Il genere apocalittico è una branca della fantascienza che ha avuto risultati bizzarri in mano ad autori non esclusivamente specializzati in sci fi. Penso solo a La strada di Cormac McCarthy, un romanzo post apocalittico di culto o a Cecità di Jose Saramago in cui l’intera popolazione diventa cieca per un’epidemia senza precedenti. Molto spesso si parla di fine del mondo per esorcizzare i demoni del presente. Guerre, malattie, crisi economiche, incombono sulla nostra realtà e accettiamo tutto filtrato dai telegiornali, dalle chiacchiere dal panettiere, dagli articoli in prima pagina dei quotidiani, ma questi mali racchiudono un’attesa, una condanna, una versione definitiva non edulcorata che porterà la fine della nostra civiltà, l’estinzione del genere umano come al tempo dei dinosauri. La vita sulla terra è una condizione transitoria e questa precarietà, questa incertezza è ben testimoniata da questi tre racconti dal retrogusto amaro e avvelenato. In Solo il mare, il racconto che apre il volume, veniamo catapultati in un mondo devastato dalla guerra, bombe che cadono, palazzi sventrati, università chiuse perché i ragazzi devono combattere e non hanno più tempo per imparare, il protagonista si prepara a fuggire con la sua donna Maddalena, una creatura di una bellezza sovrumana incontrata un giorno al supermercato mentre combattevano per un carrello con la monetina per sbloccarlo in mano, un amore totalizzante, solare fatto di fiducia e di completo abbandono, emozioni simili lui professore universitario di lettere le ha vissute solo sui libri ora le vive nella realtà ed è pronto a tutto fino a compiere un atto estremo, una metamorfosi che lo trasforma in un pesce e il mare diventa l’unica via di fuga anche se il destino che li attende non prevede il lieto fine. In Il gioco di M torna un incubo ricorrente della nostra contemporaneità l’11 settembre data dopo la quale niente è stato più lo stesso, un uomo e una donna si amano in un mondo dove tutto ciò che resta della cosiddetta normalità sono per esempio le partite di calcio in stadi strapieni, i due amanti giocano e quando uno chiede all’altro che regalo vorrebbe la risposta risulta spiazzante: “ Amore. Se proprio vuoi regalarmi qualcosa, regalami un 11 settembre”. Detto fatto, per quanto pazzesco il protagonista assiste in diretta televisiva al consumarsi di una tragedia inaudita, voluta da lui in fondo, che comporta la distruzione di M la sua amata e una promessa, di raggiungerla al più presto per fare l’amore sulle rovine del mondo. Infine Fuoco sui miei passi, racconto già uscito autonomamente sempre per Senzapatria, che se vogliamo è il più completo e paradossale con in aggiunta pure una spruzzata di erotismo. Vero protagonista oltre a Morelli, il vigile del fuoco che in prima persona parla di un delirante progetto radicale e assoluto, è il fuoco stesso, purificatore, che distrugge e nello stesso tempo permette un nuovo inizio. L’omaggio a “Fahrenheit 451 – gli anni della fenice” di Ray Bradbury è evidente, anche da una citazione dello stesso protagonista. Il mestiere del vigile del fuoco nel futuro sembra adattarsi al ruolo di incendiario e questa volta non si distruggono libri ma cadaveri che ingombrano le strade dopo ogni notte al posto dei sacchi dell’immondizia, Morelli e la sua donna Maddalena, tenente dell’esercito che se picchia sa come far male, decidono di radere al suolo con l’esplosivo una Bologna trasfigurata del 2037, per un nuovo inizio, un’apocalisse pilotata che racchiude in sé un lieto fine non privo di bizzarra ironia e forse speranza, chissà Bernardi forse vuole concederne un pizzico alla fine di tutto. C’è una poesia di Robert Frost che vorrei citare che mi sembra perfetta a conclusione:

























